TRIMESTRALE DI UNIONE ENERGIE PER LA MOBILITÀ - ANNO 2022 N.1 - WWW.UNEM.IT
ENERGIE E TECNOLOGIE PER IL FUTURO LA TRANSIZIONE ENERGETICA NON SI FA A PAROLE di Claudio Spinaci
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ARRIVA LA BEFANA CON UN CARICO DI... di Alberto Clô
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LA COALIZIONE SEMAFORO PROVA A DETTARE LA LINEA ALL'EUROPA di Antonio Pollio Salimbeni
BASTA GUERRE TRA FONTI ENERGETICHE SFRUTTARE TUTTE LE OPPORTUNITÀ PER CENTRARE GLI OBIETTIVI LA PRESENTAZIONE DEL MANIFESTO "LAVORO ED ENERGIA PER UNA TRANSIZIONE SOSTENIBILE", CON INTERVISTE A GIUSEPPE RICCI E AURELIO REGINA E AI SEGRETARI DEI SINDACATI CONFEDERALI DI SETTORE
TRANSIZIONE, COMPETENZE, NEUTRALITÀ SCIENTIFICA, RICERCA, INCLUSIVITÀ: GLI APPROFONDIMENTI A CURA DI CENSIS, FONDAZIONE CARACCIOLO, ENEA, UNIVERSITÀ DI NAPOLI, POLITECNICO DI MILANO
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LA TRANSIZIONE E LA "TEORIA DELLA TRAVERSA" di Marco Marcatili
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UNA STORIA LUNGA OLTRE 100 ANNI DA CUI C’È TUTTO DA IMPARARE di Giorgio Carlevaro
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INDICE EDITORIALE
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APERTURA LA TRANSIZIONE ENERGETICA NON SI FA A PAROLE di Claudio Spinaci
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ATTUALITÀ ARRIVA LA BEFANA CON UN CARICO DI... di Alberto Clô
LA “COALIZIONE SEMAFORO” PROVA A DETTARE LA LINEA ALL’EUROPA 8 di Antonio Pollio Salimbeni LA TRANSIZIONE E LA “TEORIA DELLA TRAVERSA” di Marco Marcatili
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COVER STORY L’UNIONE FA LA FORZA intervista a Giuseppe Ricci di Marco D’Aloisi
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QUANTI BIOCARBURANTI SOSTENIBILI AVREMO NEL 2050 di Franco Del Manso
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ABBANDONARE UNA VISIONE CONFESSIONALE DELLA POLITICA AMBIENTALE intervista a Aurelio Regina di Marco D’Aloisi
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3 DOMANDE AI SEGRETARI DI FILCTEM-CGIL, FEMCA-CISL E UILTEC-UIL FALCINELLI, GAROFALO E PIRANI
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RECLUTARE LE GIUSTE COMPETENZE PER “ABITARE” NELLA DOPPIA TRANSIZIONE di Marco Baldi
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ECOLOGIA INDUSTRIALE E MODELLI PER LA TRANSIZIONE ECOLOGICA di Piero Salatino
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NEUTRALITÀ ED ECORAZIONALITÀ di Francesco Ciro Scotto
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SENZA RICERCA NON C’È TRANSIZIONE ENERGETICA di Nadia Cerone
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STRUMENTI E COMPETENZE PER ATTIVARE UNA DECARBONIZZAZIONE INCLUSIVA di Emanuela Colombo e Diana Shendrikova
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LA RICETTA È SEMPLIFICARE E SOSTENERE I SETTORI IN TRASFORMAZIONE intervista a Gianni Pietro Girotto di Marco D'Aloisi
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RUBRICHE STORIA DEL PETROLIO: 34 Una storia lunga oltre 100 anni da cui c’è tutto da imparare di Giorgio Carlevaro PROFESSIONI DEL SETTORE: 38 intervista a Francesco Minieri EDUCATION: 39 unemeducation: si chiude con la raffinazione il ciclo 2021 TECNOLOGIE PER IL FUTURO: 40 cattura e stoccaggio delle CO2, tecnologia efficace e sicura DALLA PISTA ALLA STRADA: 41 Ecopower: nuovo carburante low carbon alla sfida della Dakar 2022 RASSEGNA STAMPA
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NOVITÀ LEGISLATIVE
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NEWS DALLE ASSOCIATE 44 NUMERI DELL’ENERGIA 45 IMMAGINARE IL FUTURO 46
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TRIMESTRALE DI UNIONE ENERGIE PER LA MOBILITÀ ANNO 2022 N. 1 GENNAIO / MARZO Direttore Responsabile Marco D’Aloisi Collaboratori Armando Durazzo, Paolo Guarino, Roberto Roscani Ideazione e Progettazione Grafica Valerio Ventucci per Atlas Consulting
EDITORIALE La realtà comincia a presentare il conto e tutti i dibattiti sulla superiorità di questa o quella tecnologia per raggiungere gli obiettivi di decarbonizzazione, al punto in cui siamo, mostrano la corda. Non è più tempo di scontro, ma di confronto. Cosa che è mancata sinora e che in molti continuano a rifiutare a prescindere, arroccati nelle loro granitiche certezze. Eppure, l’arte del dubbio è qualcosa che nei secoli ha appassionato filosofi e letterati, tra cui Jorge Luis Borges, il quale sosteneva che “il dubbio è uno dei nomi dell’intelligenza”. Viviamo un’epoca di estrema semplificazione del linguaggio e, complici i social media, si tende ad affrontare temi estremamente complessi con slogan di facile presa. Ne abbiamo avuto l’ulteriore conferma recentemente con la questione della repentina impennata dei prezzi del gas – e a cascata dell’energia elettrica – che sta avendo un impatto drammatico su imprese e cittadini. Piuttosto che cercare di capire le reali cause di una simile situazione e trovare una soluzione, si è preferito cercare subito un responsabile: per alcuni le troppe rinnovabili, per altri il troppo gas. È un fatto che le politiche messe in campo per combattere il cambiamento climatico manterranno verosimilmente alti i prezzi dell'energia per un po’ di tempo, come ha detto la scorsa settimana Isabel Schnabel, membro del Consiglio esecutivo della Bce, con impatti inflazionistici sull’economia, come peraltro già accaduto in passato, e quindi sulla sostenibilità sociale della transizione stessa. Come ci ricorda il Presidente Claudio Spinaci nel suo commento di apertura, al tempo alle crisi energetiche si rispose con un approccio coordinato e condiviso che portò, nel 1974, alla nascita dell’Agenzia internazionale per l’energia cui fu affidato il precipuo compito di mettere in piedi un vero e proprio sistema di emergenza – che per quanto riguarda il petrolio sopravvive ancora oggi - che ha garantito all’Occidente decenni di sicurezza energetica. Oggi la situazione è molto diversa perché, anche se la Commissione europea ha provato a mettere a punto una “toolbox” contro i rincari dell’energia, ogni Paese ha preso una direzione diversa e nessuno sa cosa fare concretamente per risolvere un problema congiunturale che rischia seriamente di divenire strutturale, come ci spiega il Prof. Alberto Clô nel suo commento e di cui parla Aurelio Regina che in Confindustria si occupa di energia. Per evitarlo è essenziale superare la logica della contrapposizione tra fonti energetiche valorizzando il contributo potenziale di ciascuna. Cosa che ha provato a fare il “Manifesto Lavoro-Energia” di Confindustria Energia, che il Premier Mario Draghi ha definito “un esempio da seguire in tanti altri campi”, di cui ci parlano il Presidente Giuseppe Ricci nella sua intervista e quanti in qualche modo hanno contribuito alla sua stesura. Ormai dovrebbe essere maturata la consapevolezza dei rischi che si corrono nel ridurre il dibattito sulla transizione ad uno scontro tra fazioni. Oggi l’occasione l’abbiamo, sta a tutti noi coglierla. Buona lettura
TRIMESTRALE DI UNIONE ENERGIE PER LA MOBILITÀ
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APERTURA
Claudio Spinaci Presidente Unione Energie per la Mobilità - unem
LA TRANSIZIONE ENERGETICA NON SI FA A PAROLE di Claudio Spinaci
“Se si vuole realmente perseguire un cambiamento sostenibile, non penalizzante per le imprese ed i cittadini, se si vogliono vincere le sfide ambientali senza retrocedere dagli standard di vita raggiunti, occorre insieme promuovere il confronto sulle tecnologie più efficienti e sul loro reale livello di maturità, liberandoci da qualsiasi pregiudizio”. A distanza di alcuni anni da questo mio auspicio, fatto nel 2018 in occasione della nostra assemblea annuale, devo dire che di pregiudizi ce ne sono sempre di più e di vero confronto sulla reale efficacia delle singole tecnologie sempre meno. Il dibattito pubblico, soprattutto in Europa, continua ad essere alterato da una presunta superiorità di alcune tecnologie rispetto ad altre, come se per queste tutti i problemi di maturità tecnologica e di reale sostenibilità fossero già stati risolti. Eppure, in un’epoca di grandi complessità come quella che stiamo vivendo, la semplificazione è un lusso che non dovremmo permetterci, tanto meno quando si parla di energia. Ne abbiamo avuto la prova con la recente e repentina impennata dei prezzi dell’energia che ci riporta a tempi che credevamo ormai superati. Allora si cercò di rispondere alla crisi con una gestione coordinata e nel 1974 venne creata l’Agenzia internazionale dell’energia (AIE) nell’ambito della già esistente Ocse, appunto con il compito di prevenire e fronteggiare eventuali crisi negli approvvigionamenti di energia e nella fattispecie di petrolio. Un’iniziativa fortemente voluta dagli Stati Uniti per mettere in piedi un vero e proprio
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sistema di emergenza anziché affidarsi ad accordi bilaterali non coordinati, perché, come disse ai tempi Henry Kissinger, “la sola soluzione a lungo termine sta in un massiccio sforzo comune, diretto ad assicurare ai produttori gli incentivi necessari ad aumentare la produzione e ad incoraggiare i consumatori ad usare più razionalmente le disponibilità esistenti e a sviluppare le
“Se si vuole realmente perseguire un cambiamento sostenibile, non penalizzante per le imprese ed i cittadini, se si vogliono vincere le sfide ambientali senza retrocedere dagli standard di vita raggiunti, occorre insieme promuovere il confronto sulle tecnologie più efficienti e sul loro reale livello di maturità, liberandoci da qualsiasi pregiudizio”. A distanza di alcuni anni da questo mio auspicio, fatto nel 2018 in occasione della nostra assemblea annuale, devo dire che di pregiudizi ce ne sono sempre di più e di vero confronto sulla reale efficacia delle singole tecnologie sempre meno
risorse alternative di energia”. Da allora quel sistema ha funzionato ed ha garantito per molti decenni all’Occidente una certa stabilità energetica. Oggi i problemi di allora sembrano riproporsi e sono il frutto delle scelte degli ultimi anni che hanno reso i nostri sistemi energetici più vulnerabili e inadatti a rispondere efficacemente a nuovi shock. L’Occidente, e in particolare l’Europa, ha smesso di preoccuparsi della propria sicurezza energetica, ostacolando la crescita delle fonti tradizionali e dando per scontato che con le rinnovabili avremmo avuto un’ampia e diffusa disponibilità di energia a basso costo. Una convinzione che alla prima vera prova dei fatti è stata smentita. Temo che a poco serviranno le misure indicate dalla “cassetta degli attrezzi” (toolbox) contro il caro energia predisposta a fine 2021 dalla Commissione europea, perché prive di una vera visione strategica capace di garantire la sicurezza energetica del nostro Continente. Un pacchetto di suggerimenti agli Stati membri che ognuno ha interpretato a suo modo, chi riaprendo le centrali a carbone, chi rilanciando il nucleare, chi facendo accordi direttamente con la Russia per avere più gas. Ha ragione la Commissaria per l'Energia, Kadri Simson, nel sostenere che quella “odierna è una situazione eccezionale” e che il “mercato interno dell'energia ha funzionato bene per vent'anni”, ma per evitare che l’eccezionalità diventi la norma, è necessario abbandonare l’approccio alla transizione energetica del tutto e subito, del
salto nel vuoto e, soprattutto, superare la logica della contrapposizione tra fonti energetiche valorizzando il contributo potenziale di ciascuna. Una “guerra” insensata che, come scrive il Prof. Alberto Clô in questo numero, rischia di affossare una transizione non ancora partita, per i costi insostenibili che derivano da un prematuro e forzato abbandono delle fonti tradizionali, vista l’impossibilità a realizzare in breve tempo le profonde riconversioni industriali necessarie. Di questo sembra avere preso atto, almeno in parte, la Commissione europea includendo nella tassonomia gas e nucleare. Che l’Europa cominci a rendersi conto che avremo bisogno anche delle fonti tradizionali per raggiungere gli obiettivi di decarbonizzazione è un fatto positivo, ma alle parole devono seguire i fatti. Anzitutto, si dovrebbe uscire dall’errore di confondere elettrificazione con decarbonizzazione e permettere a tutte le tecnologie di competere e concorrere alla stabilità del sistema energetico ed al raggiungimento degli obiettivi ambientali e, da questo punto di vista, la neutralità tecnologica dovrà tornare ad essere alla base delle politiche europee. L’alternativa è la progressiva perdita di controllo sulla disponibilità delle fonti energetiche tradizionali, come sta accadendo ormai da alcuni anni. Oltre al gas che è sempre stato saldamente nelle mani russe, anche il petrolio sta passando sotto il controllo delle National Oil Companies (NOC), ossia dei Paesi produttori. Gli investimenti in E&P necessari per garantire un’offerta adeguata a soddisfare la maggiore domanda attesa a livello mondiale stanno evolvendo in modo asimmetrico. Nel 2020 gli investimenti globali sono stati tagliati di circa 180 miliardi di dollari (-32%), mentre nel 2021 sono cresciuti di soli 34 miliardi (+9%). Ad investire meno sono state soprattutto le cosiddette Majors (-5% nel 2021), confermando una scarsa attitudine ad impegnarsi in nuovi progetti a lungo termine dovendo, tra l’altro, fare i conti con le dif-
ficoltà di accesso a finanziamenti non destinati alla riconversione verso settori “green”. Le NOC, sempre nel 2021, hanno invece aumentato complessivamente del 12% la loro spesa. Le cinesi PetroChina, CNOOC e Sinopec hanno annunciato un vasto programma di investimenti, la ADNOC (Emirati Arabi Uniti) ha stanziato oltre 120 miliardi di dollari nel periodo 2021-2025 e la Saudi Aramco altri 35 miliardi per il solo 2021. Data questa tendenza, nei prossimi anni la copertura del fabbisogno sarà sempre più nelle mani delle NOC e se la domanda dovesse proseguire nella sua crescita l’impatto sui prezzi sarebbe imprevedibile e certamente fuori dal controllo dei Paesi occidentali. Non so fino a che punto la Commissione europea avrà la forza di resistere alle sirene che, in virtù di un approccio puramente ideologico, sembrano non rendersi conto dei rischi che corriamo e capisca definitivamente che la soluzione non è mettere al bando le fonti tradizionali, ma decarbonizzarle sfruttando al massimo potenziale tutto ciò che ci offre la ricerca e lo sviluppo di tutte le tecnologie oggi disponibili. In questa direzione vanno i tavoli strategici avviati da Confindustria Energia e dalle Organizzazioni sindacali di categoria che hanno portato alla pubblicazione di un “Manifesto Lavoro-Energia” che si propone con una certa ambizione di indicare un modello per la costruzione di processi di coesione
e di dialogo partecipativo per creare convergenza su temi strategici del nostro Paese, come ci spiega più in dettaglio il Presidente Giuseppe Ricci nell’intervista che trovate a pag. 12. Un’iniziativa che il Premier, Mario Draghi, ha definito “un esempio da seguire in tanti altri campi, in tanti altri settori” perché “la transizione ecologica ha un’importanza esistenziale per tutti noi come individui e per noi come Italia, ed è bellissimo che di fronte a sfide fondamentali per il nostro futuro tutti trovino veramente il modo di andare d’accordo”. Gli ha fatto eco il Ministro della transizione ecologica, Roberto Cingolani, che ha detto di sentirsi “più sicuro sapendo che i produttori e chi tutela il lavoro hanno un percorso comune per trovare il compromesso migliore tra catastrofe sociale e climatica”. Spero che questa iniziativa porti ad un reale cambio di atteggiamento riguardo alle tematiche della transizione energetica, e si crei lo spazio per continuare la crescita di tecnologie capaci di decarbonizzare le fonti tradizionali. Ideologizzare il dibattito con i soliti pregiudizi non ci aiuterà a trovare soluzioni sostenibili. L’Italia è sempre stata vulnerabile dal punto di vista energetico e oggi ha l’occasione di affrontare in modo strutturale il problema purché vengano messe da parte contrapposizioni fittizie e non si trasformi l’energia in uno scontro tra tifosi.
Non so fino a che punto la Commissione europea avrà la forza di resistere alle sirene che, in virtù di un approccio puramente ideologico, sembrano non rendersi conto dei rischi che corriamo e capisca definitivamente che la soluzione non è mettere al bando le fonti tradizionali, ma decarbonizzarle sfruttando al massimo potenziale tutto ciò che ci offre la ricerca e lo sviluppo di tutte le tecnologie oggi disponibili
TRIMESTRALE DI UNIONE ENERGIE PER LA MOBILITÀ
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ATTUALITÀ
Alberto Clô Direttore Rivista Energia
ARRIVA LA BEFANA CON UN CARICO DI… di Alberto Clô
Tutti focalizzati a magnificare il Green Deal – discettando sul colore dell’idrogeno su cui puntare – i burocrati di Bruxelles e i loro vertici politici non si sono accorti e interessati della scarsità fisica del metano sui mercati internazionali con conseguente esplosione dei suoi prezzi, da meno di 2 dollari per milioni/ Btu a metà del 2020 a valori sino a 40-50 dollari a ottobre del 2021, che avrebbe contagiato quelli dell’elettricità con aumenti a tre cifre percentuali Se la Befana fosse arrivata con la sua calza nel mondo dell’energia non avrei dubbi a chi avrebbe consegnato regali e balocchi – consumatori, famiglie e imprese – e a chi il più nero e peggior carbone: l’Unione Europea. Perché nell’anno da poco finito, Bruxelles è riuscita a dare il peggio di sé. Per diverse ragioni. In primo luogo, per aver voluto imporre il suo European Green Deal, incardinato nel “Fit for 55”, senza aver contezza di quel che avrebbe comportato, degli immensi investimenti necessari, dei costi che si andavano ad addossare ai consumatori. Non ultimo: dell’impossibilità
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a realizzare in breve tempo profonde riconversioni industriali, ad iniziare da quella nell’intera filiera automobilistica che sta mettendo a rischio il futuro di molte imprese specie di minor dimensione. Un insieme di proposte avanzate senza alcuna preventiva valutazione dell’impatto socio-economico che ne sarebbe derivato. La seconda ragione sta nell’assoluta incapacità di Bruxel-
les di comprendere lo tsunami che si stava abbattendo sull’intero sistema energetico europeo con una crisi energetica peggiore di quella dei lontani anni 1970. Tutti focalizzati a magnificare il Green Deal – discettando sul colore dell’idrogeno su cui puntare – i burocrati di Bruxelles e i loro vertici politici non si sono accorti e interessati della scarsità fisica del metano sui
mercati internazionali con conseguente esplosione dei suoi prezzi, da meno di 2 dollari per milioni/Btu a metà del 2020 a valori sino a 40-50 dollari a ottobre del 2021, che avrebbe contagiato quelli dell’elettricità con aumenti a tre cifre percentuali. Ne soffrirà l’auto elettrica che allo svantaggio nel suo costo iniziale di acquisto rispetto a quella endotermica dovrà aggiungere elevati costi di esercizio. L’imperiosa penetrazione della mobilità elettrica dovrà essere gioco forza ripensata. La Commissione, tornando alla crisi, non ha adottato alcuna misura che avrebbe potuto ridurne l’impatto. Si pensi, ad esempio, al basso livello degli stoccaggi di metano – a metà anno intorno alla metà dei livelli normali – senza minimamente provvedervi, salvo proporre di accomunarli a livello europeo. Preoccupata che i governi, come sta avvenendo, prendessero ad interessarsi delle urgenze immediate più che del Green Deal, i vertici della Commissione sono arrivati a negare la stessa gravità della crisi: sostenendo che sarebbe passata nel giro di pochi mesi (indicandone nell’aprile prossimo la fine), che non vi era mancanza di metano, salvo quasi inginocchiarsi a Putin perché aumentasse le sue forniture. E sostenendo nelle parole del vicepresidente Timmermans, che la colpa della crisi era l’ancora bassa penetrazione delle rinnovabili e l’alto utilizzo del metano, trascurando il fatto che le intermittenti fonti rinnovabili abbisognano necessariamente del soccorso del metano che copre il fabbisogno residuo determinando il prezzo marginale dell’elettricità. Quel che perdurerà sino a quando non si sarà pienamente sviluppata la tecnologia degli accumuli. Ebbene, anziché riconoscerne l’essenzialità anche in futuro, la Commissione era propensa a negarle i crismi della sostenibilità (tassonomia) così impe-
dendone lo sviluppo. Senza rendersi conto che la crisi andava frantumando come un castello di sabbia molte delle assunzioni che stavano alla base del Green Deal. Quel che è dimostrato dalle decisioni adottate dai governi in direzione esattamente opposta agli impegni che andavano assumendo alla COP26 di Glasgow. Boris Johnson, mentre rimproverava l’India di non ridurre l’uso del carbone, dimenticava di rammentare di aver riattivato vecchie centrali a carbone per sopperire alla scarsità di metano. Quel che parimenti aveva fatto la Germania, aumentando di un terzo l’impiego del carbone. Mentre il Presidente francese Macron annunciava al paese l’intenzione di accrescere e non diminuire il ricorso al nucleare non solo nel breve ma anche nel lungo termine. Un annuncio che solo pochi mesi fa non avrebbe potuto fare sotto la pressione politica per il tout-renouvable. Mentre a Bruxelles ci si scervellava se riconoscere al nucleare, come al metano, le virtù della sostenibilità. Salvo all’inizio di quest’anno dietro la pressione di alcuni governi, capeggiati dalla Francia, presentare una bozza di proposta favorevole a considerare green sia il metano che il nucleare suscitando la dura reazione specie di Germania e Austria che potrebbero formare una minoranza di blocco bocciando la proposta. Una decisione quindi soffertissima, contraria alla convinzione della Commissione che l’unica opzione tecnologica siano le rinnovabili. Un’opzione che appare tuttavia sempre più incerta. Prova ne è il crollo del 91% di qualche giorno fa del fondo di investimento ESG di BlackRock, causato dai bassi rendimenti che le rinnovabili sono in grado di assicurare, col rischio dello scoppio di una bolla green, come fu per il settore high tech e new economy alla fine degli anni Novanta. Chi tanto si vanta
d’esserne leader ha di che preoccuparsi. Il sogno verde, alla base nel Recovery Plan e del NGEU, potrebbe dimostrarsi una chimera. Il recente rapporto “Renewables 2021” dell’IEA di Parigi evidenzia il forte aumento nei costi di produzione delle rinnovabili che ha invertito una curva discendente che perdurava da un decennio. Mentre, parimenti, i costi di investimento per solare ed eolico onshore sono aumentati di un quarto cancellando tre anni di loro riduzione. La piena convenienza economica delle intermittenti rinnovabili si è in conclusione fortemente attenuata con la previsione, sostiene la IEA, che una potenza programmata di 100 GW sia cancellata o ritardata. Che di tutto questo così come della crisi energetica, la Commissione non voglia prendere atto è un valido motivo perché la Befana sorvoli sulla sua scopa i grigi cieli di Bruxelles portando ai suoi burocrati e vertici politici sacchi di pessimo carbone.
Preoccupata che i governi, come sta avvenendo, prendessero ad interessarsi delle urgenze immediate più che del Green Deal, i vertici della Commissione sono arrivati a negare la stessa gravità della crisi: sostenendo che sarebbe passata nel giro di pochi mesi (indicandone nell’aprile prossimo la fine), che non vi era mancanza di metano, salvo quasi inginocchiarsi a Putin perché aumentasse le sue forniture
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ATTUALITÀ
Antonio Pollio Salimbeni Corrispondente da Bruxelles, Il Sole 24 Ore Radiocor
LA “COALIZIONE SEMAFORO” PROVA A DETTARE LA LINEA ALL’EUROPA di Antonio Pollio Salimbeni
Le stime sul risultato netto perdite potenziali/nuovi posti di lavoro sono molto variabili ma convergono su un punto: assicurare una “transizione equa” è una sfida gigantesca che richiederà più spesa pubblica innanzitutto in termini di formazione e non solo di sostegno ai redditi Il numero due del governo tedesco è il verde Robert Habeck, copresidente del partito ambientalista “Alleanza 90/I Verdi”: è vicecancelliere e ministro dell’economia anzi, dell’economia e della protezione del clima come si chiama ora. “Ridefiniamo il sistema tedesco affinché la riduzione delle emissioni diventi il principio organizzativo che guida la competitività economica”, spiega il sottosegretario al ministero Sven Giegold, già brillante esponente dei Verdi al Parlamento europeo. La svolta della “coalizione semaforo” è netta e inciderà sulle politiche industriali europee. Anche se si comincia a intravvedere qualche crepa. Infatti, il cancelliere Olaf Scholz (SPD), che all’ultimo Consiglio europeo di metà dicembre aveva chiesto l’eliminazione dal documento finale di riferimenti anche indiretti al ruolo dell’energia nucleare quale fonte energetica pro-clima ha alla fine annunciato l’astensione tedesca sul documento riconoscendo
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la funzione del nucleare per l’Unione, ma non per la Germania. Un equilibrismo difficile per un paese che proprio in questi giorni ha chiuso tre delle sue sei centrali nucleari. La radicalità non è nella natura politica anche della nuova coalizione e anche la SPD è attenta a non compromettere la posizione competitiva dell’industria nazionale non certo meno dei liberali. La svolta politica tedesca consiste in una forte accelerazione della transizione energetica che fa perno sul mix delle fonti e sulla parallela trasformazione del modello di produzione industriale a partire dal settore auto: obiettivo, arrivare alla neutralità carbonica (emissioni nette zero) nel 2045, cinque anni prima rispetto a quanto previsto. La riduzione delle emissioni di CO2 sarebbe del 65% al 2030, cinque volte quanto è stato realizzato in media negli ultimi 30 anni. Tra i capisaldi del programma di governo: entro il 2030 uscita (“idealmente”) dal carbone, invece che nel 2038 (la Germania resta il più grande utilizzatore di carbone nella regione e da anni era il solo paese in Europa occidentale senza impegni per eliminare il combustibile fossile entro fine decennio); consumo di elettricità per l’80% da fonti rinnovabili (contro il 65% previsto precedentemente), che comporta almeno il raddoppio della produzione di energia rinnovabile in rapporto al 2020; conferma della chiusura delle centrali nucleari entro il 2022; nuove centrali a gas quale “tecnologia di transizione” purché possano essere convertite a gas neutrali per il clima; aumento al 50% della quota
di rinnovabili per riscaldare gli edifici entro il 2030. E poi la mobilità, settore pilastro della rivoluzione produttiva verde: entro il 2030 almeno 15 milioni di auto elettriche (7-10 milioni il programma precedente), un milione di stazioni di ricarica e un terzo del percorso annuale dei camion “CO2 free”; sviluppo di trasporto ferroviario e trasporto in comune; piano idrogeno raddoppiato (entro il 2030 10 GW di capacità di elettrolizzatori contro 5 GW previsti). Infine – non per ultimo – il riferimento allo stop al motore termico entro il 2035 in linea con la proposta della Commissione europea, ma lasciandosi una porta aperta per una accelerazione. La transizione all’elettrico non è all’ora zero: rispetto al 2020, nei primi tre trimestri del 2021 sono calate drasticamente le registrazioni di auto a benzina (-24%), diesel (-30%) e gas (-43%) e sono aumentate del 140% le elettriche, del 127% le ibride e del 62% le elettriche ibride¹. Quindici milioni di auto completamente elettriche entro nove anni è un target ambizioso: attualmente ne circolano 570 mila, pari all’1% della “flotta” nazionale. Per raggiungerlo si punta su sussidi pubblici e sconti per l’acquisto (per il 2022 si arriva a 9 mila euro). Nel contratto di governo nulla è indicato sui limiti di velocità sulle autostrade, caldeggiati da SPD e Verdi e ostacolati dai liberali (il ministro dei trasporti è Volker Missing, del FDP), anche questo un segno degli equilibrismi politico-ecologici della coalizione. Secondo l’Agenzia tedesca dell’ambiente, il limite
a 120 km/h in autostrada ridurrebbe le emissioni annuali di 2,6 milioni di tonnellate, pari al 6,6% delle emissioni da auto e veicoli commerciali leggeri. A fronte di queste prospettive c’è chi vede scenari di indebolimento dei cluster dell’auto con molte aree ridotte a “piccole Detroit”. I sindacati, è ovvio, sono in allarme da tempo, da quando è stata avviata la riduzione dei “tetti” di CO2 a livello europeo. I produttori hanno esercitato tutto il loro peso nel frenarla poi, aperta la partita della riconversione produttiva verde nello spazio di una generazione e mezzo, hanno puntato sul gioco d’anticipo. Ecco perché, come ha spiegato Siegfried Russwurm, presidente della BDI, l’equivalente in Germania della Confindustria, “ci siamo astenuti dal mettere in discussioni gli obiettivi climatici”. VW e BMW prevedono che metà delle vendite sarà di veicoli elettrici entro il 2030, entro il 2040 VW prevede il 100%. Mercedes solo elettrico dal 2030 “laddove le condizioni di mercato lo consentiranno”. Preoccupa però l’effetto sull’occupazione. Uno studio dell’Istituto di ricerca di Monaco IFO getta l’allarme per circa 100 mila posti di lavoro diretti su quasi 900 mila se la produzione per i modelli a combustione interna comincerà a declinare dal 2025. Entro il 2030 sarebbero a rischio circa 70 mila posti. Un calcolo difficile perché non tiene conto della possibile creazione dei nuovi posti per produrre auto elettriche e batterie. La Piattaforma nazionale per il futuro della mobilità, organismo di consulenza governativo, sostiene che potrebbero sparire 400 mila posti di lavoro, ma non ci crede l’associazione dell’industria dell’auto VDA. La produzione diretta si ridurrebbe del 12% a
causa dei volumi e della produttività più alta. Le stime sul risultato netto perdite potenziali/nuovi posti di lavoro sono molto variabili ma convergono su un punto: assicurare una “transizione equa” è una sfida gigantesca che richiederà più spesa pubblica innanzitutto in termini di formazione e non solo di sostegno ai redditi. La maggiore preoccupazione è per la componentistica. Secondo il presidente dell’IFO, Clemens Fuest, “la transizione alla mobilità elettrica sarà una sfida importante specialmente per i fornitori di componenti, settore in cui dominano aziende di taglia media”. Le auto elettriche non hanno bisogno di candele, sistemi di iniezione del carburante e di scarico, cambi o serbatoi, passare a componenti alternativi sarà particolarmente difficile. Secondo uno studio commissionato da VW, per produrre un gruppo propulsore tradizionale occorre il 70% in più di manodopera rispetto alla produzione di un propulsore per un veicolo elettrico. Ciò significa che "non esiste una tendenza occupazionale uniforme nel corridoio di trasformazione nel prossimo decennio. Al contrario, ci sarà una miscela complessa e interconnessa di creazione, miglioramento e tagli di posti di lavoro"². E qui va sottolineato come l’Italia sia tra i maggiori fornitori di componenti per auto: ciò che accade in Germania avrà ricadute automatiche sul nostro paese. Il saldo netto resta un interrogativo aperto. Che la tradizionale catena dei fornitori sia molto più vulnerabile dei produttori “diretti” è già comunque chiaro: se ne hanno le avvisaglie anche nei gruppi maggiori di caratura globale come Bosch e Continental. E anche all’interno della VDA su questo
E anche all’interno della VDA su questo c’è divisione considerato che la maggioranza dell’associazione industriale chiede di non concentrarsi sulla mobilità totalmente elettrica per favorire un approccio "tecnologicamente neutrale" dato che sono un problema per il clima i combustibili fossili e non i motori a combustione in quanto tali. In sostanza, i combustibili sintetici realizzati con elettricità rinnovabile costituirebbero “un'ancora di salvezza” c’è divisione considerato che la maggioranza dell’associazione industriale chiede di non concentrarsi sulla mobilità totalmente elettrica per favorire un approccio "tecnologicamente neutrale" dato che sono un problema per il clima i combustibili fossili e non i motori a combustione in quanto tali. In sostanza, i combustibili sintetici realizzati con elettricità rinnovabile costituirebbero “un'ancora di salvezza” per molte aziende della supply chain. Ma Volkswagen ha scelto decisamente a favore della batteria elettrica portandosi dietro BMW e Daimler.
1 https://www.acea.auto/files/Economic_and_Market_ Report-First_three_quarters_of_2021.pdf
2 https://www.volkswagenag.com/presence/stories/2020/12/frauenhofer-studie/6095_EMDI_VW_ Summary_um.pdf
TRIMESTRALE DI UNIONE ENERGIE PER LA MOBILITÀ
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ATTUALITÀ
Marco Marcatili Responsabile sviluppo e sostenibilità, Nomisma
LA TRANSIZIONE E LA “TEORIA DELLA TRAVERSA” di Marco Marcatili
Nonostante le difficoltà della COP26 (26ma “Conference of Parties” tenutasi a Glasgow nella prima metà del novembre scorso), la transizione energetica, l’economia circolare, gli investimenti ESG continueranno ad imprimere un’inedita accelerazione al cambiamento dei sistemi produttivi e organizzativi della nostra società. Le “Conferenze delle Parti” sono state istituite nel 1992 all’Earth Summit di Rio de Janeiro, che portò alla firma da parte di 197 Stati della “Convenzione quadro delle Nazioni Unite sui cambiamenti climatici” (United Nations Framework Convention on Climate Change, UNFCCC). Il Trattato non fissava limiti obbligatori e legalmente
A sei anni di distanza, diversi dei traguardi fissati a Parigi sono ancora ben lontani dall’essere raggiunti. La scarsità dell’offerta di energia, specie di gas, e l’esplosione dei prezzi, che hanno contagiato quelli dell’energia elettrica, inducono molti Paesi ad adottare soluzioni opposte rispetto al proposito di contenere il riscaldamento globale e contribuire a contrastare gli eventi estremi
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vincolanti ai singoli Stati per ridurre le emissioni di gas serra, ma prevedeva la possibilità che le parti firmatarie potessero adottare in apposite conferenze annuali – le COP – ulteriori atti che introducessero limiti obbligatori. Nel 1995 la COP3 – che vide la firma del Protocollo di Kyoto – impegnava i firmatari (soprattutto l’Europa, ma non Stati Uniti e Cina) a ridurre le emissioni. Nel 2015 la COP21 – con la firma dell’Accordo di Parigi – registrò l’impegno della quasi totalità dei Paesi del mondo a ridurre le emissioni per contenere il riscaldamento entro almeno la soglia dei 2 gradi. L’aggravarsi dei cambiamenti climatici, come attestato dall’ultimo Rapporto dell’IPCC (Intergovernmental Panel on Climate Change), i grandi piani messi in campo dalla UE fino al pacchetto “Fit for 55” che propone la riduzione delle emissioni del 55% rispetto ai livelli del 1990 e l’impegno di molti paesi a conseguire una piena neutralità carbonica entro il 2050, sono tutti elementi che hanno portato ad assegnare alla COP26 di Glasgow, più delle precedenti edizioni, grandi speranze e un pesante fardello di responsabilità almeno per tre motivazioni. La prima arriva dall’Agenzia per l’ambiente dell’Onu (United Nations Environment Programme, UNEP), che ha dichiarato il 2021 come l’anno in cui il cambiamento climatico si è maggiormente manifestato come una seria minaccia per l'umanità, non solo a lungo termine, ma nel “qui e ora” con impatti che colpiscono il mondo con una nuova ferocia.
La seconda è che la Conferenza delle Parti era attesa ufficialmente come momento di revisione degli obiettivi prefissati dagli Stati membri durante la COP21 del 2015, in particolare del macro-obiettivo comune di limitazione dell’aumento della temperatura globale a 1,5 gradi. La terza è che si trattava del primo vertice internazionale delle Nazioni Unite dal 2019, con tutto un portato valoriale e simbolico ricco di attese, in quella finestra autunnale che sembrava dare una apparenza di normalità e quasi una prospettiva post-pandemica.
John Richard Hicks, premio Nobel per l'economia nel 1972 e autore della teoria della traversa
A sei anni di distanza, diversi dei traguardi fissati a Parigi sono ancora ben lontani dall’essere raggiunti. La scarsità dell’offerta di energia, specie di gas, e l’esplosione dei prezzi, che hanno contagiato quelli dell’energia elettrica, inducono molti Paesi ad adottare soluzioni opposte rispetto al proposito di contenere il riscaldamento globale e contribuire a contrastare gli eventi estremi. All’inizio di ottobre 113 Paesi su 191 (responsabili del 49% delle emissioni globali) avevano presentato i loro piani di azione aggiornati, con la previsione di una riduzione delle loro emissioni entro il 2030 del 12%. Considerando anche i restanti 78 paesi (ovvero del 51% delle emissioni globali) le emissioni sono previste segnare una crescita del 16% fino al 2030. Tra i Paesi ritardatari nell’allineare gli obiettivi, la determinante Cina (responsabile per quasi un terzo delle emissioni di gas serra a livello mondiale) punta ancora a costruire centrali a carbone. L’India si è impegnata a limitare le emissioni solo entro 50 anni. Solo 12 Stati hanno aderito alla “Beyond Oil and Gas Alliance” (BOGA), l’accordo fra Paesi per uscire dalla produzione di petrolio e gas, attraverso obiettivi tangibili e misurabili, lanciato proprio alla COP26 da Danimarca e Costa Rica. Se la partecipazione a questi vertici di oltre 190 leader del mondo per due settimane è sintomo della loro importanza, i mancati risultati attesi negli ultimi anni e la continua crescita delle emissioni globali denotano l’insoddisfazione della comunità internazionale per questi “rituali” con assenze di Paesi a forte interesse energetico e dinamismo economico, tra cui Cina, India, Arabia Saudita e Russia. Di fronte ad un’accresciuta consapevolezza della società e della complessità del fenomeno, gli esponenti istituzionali hanno di fatto trasformato le COP da “passaggi” essenziali alla base di scelte comuni internazionali, da tradurre poi in provvedimenti legislativi nei singoli Stati, a ipocrite “passerelle” dove un velleitario ambientalismo sembra scontrarsi con un’anacronistica idea di crescita economica che produce fratture insostenibili: tra la l’economia e il sociale, tra l’umano e l’ambiente, tra la produzione e la finanza, tra la competizione e la collaborazione. Oggi non sappiamo ancora bene in che cosa consisterà la prossima crescita economica, ma siamo molto più consapevoli che una crescita che non incorpora salute, ambiente e relazioni non è sviluppo. La provocazione di Greta Thunberg “siamo stufi dei vostri bla-bla-bla” col-
pisce ancora nel segno, ma come suggerisce il Prof. Stefano Zamagni, per ridisegnare un processo trasformativo occorre prendere spunto dalla “teoria della traversa” sviluppata dall’economista John Hicks negli anni ’70 del secolo scorso e troppo presto abbandonata del mainstream. L’idea di base di tale teoria è che in una transizione è pericoloso prendere in considerazione il solo punto di arrivo. Quando i costi della transizione per passare dal vecchio al nuovo equilibrio eccedono una certa soglia, potrebbe accadere che forze e interessi si organizzino per contrastare quella riforma di per sé ottimale. Come conciliare, allora, il contrasto ai cambiamenti climatici con obiettivi di sviluppo industriale? Come educarci a scegliere soluzioni e investimenti in grado di migliorare contemporaneamente (e non separatamente) l’economia, l’umano, il sociale e l’ambiente? L’evoluzione storica dentro cui siamo immersi stimola la complessità tecnica e potrebbe aumentare la capacità di produzione del benessere, ma necessita di un sovrappiù di pensiero culturale. Sappiamo, infatti, che la linfa attraverso cui si muovono le persone, le organizzazioni, i territori non è costituita da tecnicismi, ma dalla sfera culturale e pre-politica. Già in vista della COP27, che si terrà nel 2022 in Egitto, la sfida è muoversi insieme per produrre una cultura come processo di rinegoziazione dei rapporti tra economia e società, come
un elemento necessario per poter andare verso il futuro, come strumento per affrontare la complessità dell’ambiente in cui viviamo. Dalle “Conference of Parties” alle “Culture of Parties” può essere un traguardo comune: per l’Europa (responsabile di solo l’8% delle emissioni globali) non sarà solo questione di percentuali e numeri target, ma di coltivare un ruolo di Climate Diplomacy, “arbitrato sociale” tra Paesi internazionali e promozione di esperienze all’avanguardia nella transizione.
Se la partecipazione a questi vertici di oltre 190 leader del mondo per due settimane è sintomo della loro importanza, i mancati risultati attesi negli ultimi anni e la continua crescita delle emissioni globali denotano l’insoddisfazione della comunità internazionale per questi “rituali” con assenze di Paesi a forte interesse energetico e dinamismo economico, tra cui Cina, India, Arabia Saudita e Russia
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COVER STORY
Giuseppe Ricci Presidente Confindustria Energia
L’UNIONE FA LA FORZA intervista a Giuseppe Ricci di Marco D’Aloisi
Come nasce, quali sono i punti di forza e gli obiettivi del “Manifesto Lavoro-Energia” che avete presentato nelle scorse settimane insieme ai sindacati? Il “Manifesto” nasce dalla consapevolezza che la decarbonizzazione e la transizione energetica non possono prescindere dalla salvaguardia dell’occupazione e dalla riconversione professionale dei lavoratori. Per questo già nella primavera 2020, in pieno lockdown, sindacati di categoria e Confindustria Energia hanno costituito un Tavolo Strategico in cui definire proposte concrete che salvaguardino obiettivi ambientali e occupazione. I punti di forza del Manifesto sono tre: il valore e l’imprescindibilità della sostenibilità integrata (ambientale-economica-sociale) la necessità di adottare un approccio olistico concreto e razionale, rifiutando quello ideologico; il processo partecipativo, che ha visto il coinvolgimento dei diversi principali attori della transizione: parti sociali, istituzioni, università, imprese, associazioni dei consumatori, che sono state in grado di convergere su proposte concrete e fattibili. Il Presidente del Consiglio e il ministro Cingolani hanno parlato di un modello anche per altri settori soprattutto perché siete riusciti a mettere d’accordo diversi punti di vista, a volte distanti. Stiamo finalmente uscendo dalla logica della contrapposizione?
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È stata la forza del modello partecipativo, ben riconosciuto da Draghi e da Cingolani. Mentre su altri tavoli continuava la contrapposizione su basi spesso ideologiche, nel nostro caso le premesse della sostenibilità integrata e dell’approccio olistico hanno permesso di guidare lo sviluppo del Manifesto e delle proposte. In Confindustria Energia convivono da sempre componenti diverse dell’energia, come le rinnovabili, il gas, i prodotti petroliferi, i biocarburanti, ecc., che sono solo apparentemente in contrapposizione perché le Associazioni che rappresentiamo hanno maturato la consapevolezza che, per raggiungere gli obiettivi di decarbonizzazione, è necessario ricercare sinergie e complementarietà piuttosto che farsi la guerra. Una parte del mondo dell’ambientalismo accusa, soprattutto le Istituzioni, di agire poco sul fronte del contrasto al cambiamento climatico. Siamo veramente all’anno zero? Il problema di molti ambientalisti è che ragionano solo in modo ideologico, senza considerare il problema nella sua interezza. L’approccio ideologico è il peggior nemico della transizione energetica perché la rende più difficile e costosa, aumenta il rischio di non raggiungere gli obiettivi e, con il pesante costo sociale che ne deriva, rischia di scatenare un rigetto da parte della società civile. Il recente esempio dell’aumento del costo dell’energia è emblematico perché di colpo l’Eu-
ropa si è accorta che il re è nudo e finalmente si sta riparlando del ruolo del gas nella transizione e persino del nucleare. Un bel passo avanti rispetto alla posizione ideologica che ipotizza un modello energetico basato solo sulle rinnovabili classiche (solare e fotovoltaico), peraltro con un incremento della domanda elettrica dovuto alla
Mentre su altri tavoli continuava la contrapposizione su basi spesso ideologiche, nel nostro caso le premesse della sostenibilità integrata e dell’approccio olistico hanno permesso di guidare lo sviluppo del Manifesto e delle proposte. In Confindustria Energia convivono da sempre componenti diverse dell’energia, che sono solo apparentemente in contrapposizione perché le Associazioni che rappresentiamo hanno maturato la consapevolezza che, per raggiungere gli obiettivi di decarbonizzazione, è necessario ricercare sinergie
forzata elettrificazione dei trasporti e dei consumi civili e industriali. Forzare la crescita dei consumi elettrici quando la dipendenza dalle fonti fossili è ancora prevalente, non sono risolti i problemi dell’intermittenza delle rinnovabili e non ci si vuole affidare al gas come fonte di transizione, pone di fronte ad un bivio: accettare un sistema energetico non più sicuro e molto più costoso, oppure rilanciare le fonti energetiche più inquinanti come il carbone. Voi avete proposto dieci punti concreti. Cosa servirebbe affinché tutto ciò non resti solo sulla carta? Come auspicato proprio dal Premier, con il ministro Cingolani abbiamo concordato di proseguire il lavoro partendo non solo dal Manifesto, ma dall’elaborato che i tavoli hanno sviluppato in modo strutturato per produrre una serie di proposte concrete che consegneremo al governo già nelle prossime settimane. Uno dei punti del “Manifesto” è quello di assicurare un costo dell'energia sostenibile per cittadini e imprese. Come ci si può riuscire e su quali leve si dovrebbe agire? Purtroppo, l’escalation del costo dell’energia era prevedibile e gestibile se non si fosse adottato l’approccio ideologico di cui parlavo prima. La forte spinta alla decarbonizzazione che ha dirottato gli investimenti delle imprese dalle fonti tradizionali a quelle rinnovabili, la progressiva sostituzione del carbone con il gas da parte della Cina e lo stop al nucleare da parte di molti Paesi hanno fatto sì che l’offerta di energia non fosse adeguata ad una domanda che è repentinamente risalita dopo i lockdown, con l’ovvia conseguenza sui prezzi. Una soluzione è certamente riconoscere il ruolo del
Purtroppo, l’escalation del costo dell’energia era prevedibile e gestibile se non si fosse adottato l’approccio ideologico di cui parlavo prima. La forte spinta alla decarbonizzazione che ha dirottato gli investimenti delle imprese dalle fonti tradizionali a quelle rinnovabili, la progressiva sostituzione del carbone con il gas da parte della Cina e lo stop al nucleare da parte di molti Paesi hanno fatto sì che l’offerta di energia non fosse adeguata ad una domanda che è repentinamente risalita dopo i lockdown, con l’ovvia conseguenza sui prezzi gas come fonte energetica di transizione e quindi massimizzare l’utilizzo delle risorse nazionali. Inoltre, riflettere sull’incremento imposto dei consumi elettrici (nei trasporti e nell’industria e residenziale) perché aggraverebbe lo sbilancio tra domanda e offerta, optando di più per altre soluzioni low carbon. Tra queste, i biocarburanti per i trasporti, il biometano, l’idrogeno blu e la cattura e stoccaggio della CO2 per le industrie energivore. L’obiettivo comune è quello della transizione e della decarbonizzazione. A tale proposito parlate anche di neutralità tecnologica e di sperimentare tutte le strade. L’approccio del “Fit for 55” della Commissione europea è invece diverso. Quali correttivi servirebbero?
Il “Fit for 55” ha inseverito i già ambizioni obiettivi della SEN: al 2030 dovremo aver ridotto di ben 160 Mtonn/ anno le emissioni di CO2 (16 Mtonn/ anno quando dal 1990 ad oggi la riduzione media è stata di soli 3 Mtonn). Non è una sfida, è un’emergenza, che va affrontata concentrandoci solo sugli obiettivi, senza approcci ideologici. Non esiste un’unica soluzione. Non serve disquisire di idrogeno blu o verde, ma solo di idrogeno decarbonizzato (che è il vero obiettivo), non bisogna parlare solo di trasporto elettrico ma di trasporto decarbonizzato (biocarburanti, biometano, idrogeno low carbon, ecc.), le industrie cosiddette “hard to abate” debbono poter catturare la CO2 e confinarla con la CCS, le risorse fossili nazionali come il gas vanno sfruttate al massimo, cercando di sostituirle per quanto possibile alle analoghe importazioni. Inoltre, è fondamentale sviluppare e assicurare una filiera energetica italiana sui nuovi vettori energetici come il biometano, l’idrogeno, la cattura e trasporto della CO2, la valorizzazione dei rifiuti. Non possiamo permetterci di ripetere l’errore fatto con gli oltre 200 miliardi di incentivi alle rinnovabili (che stiamo ancora pagando in bolletta) in gran parte andati all’estero perché in Italia non si producono pannelli fotovoltaici. Ha detto che il “Manifesto” vuole contribuire a far sì che la transizione diventi un'opportunità di crescita per il Paese e non lasci indietro nessuno. Sarà veramente così? Se il nostro approccio e le nostre proposte verranno adottate la transizione potrà essere un’opportunità. Dalle valutazioni fatte dalle Associazioni di categoria emerge che, da una parte, con lo sviluppo delle rinnovabili, dell’idrogeno e del biometano previsti per raggiungere gli obiettivi “Fit for 55”,
La valorizzazione di un patrimonio tutto italiano a al 2 2030 Le stime di investimenti ed occupazione per raggiungere il target 2030 prevedono 1100 miliardi di euro e 250.000 occupati*
Un approccio integrato e sinergico con il contributo di tutti i settori energetici consente di mantenere e rafforzare l’attuale assetto occupazione del settore energetico (circa 515.000 fra diretti ed indiretti e con potenziale di indotto intorno ai 300.000) e inoltre di garantire gli importanti livelli occupazionali di altri settori, quali Hard to abate e Automotive (con circa 1.000.000 di posti di lavoro), in cui la componente energetica diventa determinante nel fornire leve e soluzioni competitive per la decarbonizzazione * Le stime sono state calcolate partendo dai contenuti del PNIEC 2019 riposizionate rispetto al nuovo target Green Deal 2030 e allo studio McKinsey «How the European Union could achieve net-zero emissions at net-zero cost»
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si potranno avere oltre 120.000 nuovi posti di lavoro, ma, dall’altra, ci sono circa 300.000 posti di lavoro a rischio nei settori tradizionali, ai quali si possono aggiungere parte dei 700.000 lavoratori dei settori energivori che rischiano la delocalizzazione se il costo dell’energia non sarà competitivo con quello degli altri Paesi. Il rapporto è 1 a 10 e per questo il tema della riconversione e trasformazione dei settori industriali tradizionali e del costo dell’energia sono fondamentali. Ancora una volta le nostre proposte di adottare tutte le soluzioni low carbon permetteranno di agevolare la trasformazione e la valorizzazione di settori industriali con elevatissimo knowhow, infrastrutture esistenti e tessuto imprenditoriale locale già radicato sui territori, minimizzando il rischio di chiusure e decolalizzazioni. Il Cite in una delle sue ultime riunioni ha discusso del possibile phase out delle automobili nuove con motore a combustione interna dal 2035. Contemporaneamente ha ribadito il ruolo imprescindibile dei biocarburanti su cui siamo all’avanguardia. Come si conciliano le due cose? Noi riteniamo che sia sempre un errore puntare su un'unica soluzione e mi auguro che non si arrivi a questa drastica decisione. Il motore a combustione interna ha fatto passi da gigante negli ultimi anni e può ancora migliorare molto le sue prestazioni, e non dimentichiamo i mezzi pesanti per i quali il motore a combustione interna resta l’unica tecnologia di diffusione di massa. Adottando l’approccio olistico e di neutralità tecnologia, da sempre promosso in Confindustria Energia, potremo ottimizzare il mix di soluzioni, massimizzandone l’applicazione dove è migliore il rapporto tra costi e benefici. Non dimentichiamo che l’età media dei veicoli in Italia è di quasi 15 anni e al 2030 con gli ambiziosi obiettivi del “Fit for 55” si prevedono meno di 8 milioni di veicoli elettrici leggeri su più di 38 totali circolanti), per cui le soluzioni low carbon, come i biocarburanti, possono contribuire in modo significativo alla decarbonizzazione dei trasporti fin da subito, utilizzando le infrastrutture esistenti. Ancora una volta l’approccio ideologico rischia di avere pesanti conseguenze su imprese e lavoratori. Tutto il settore automobilistico europeo sta subendo l’impatto di queste decisioni e c’è il concreto rischio che gran parte della produzione (le batterie, ma non solo) sia delocalizzata al di fuori della UE.
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Si potranno avere oltre 120.000 nuovi posti di lavoro, ma, dall’altra, ci sono circa 300.000 posti di lavoro a rischio nei settori tradizionali, ai quali si possono aggiungere parte dei 700.000 lavoratori dei settori energivori che rischiano la delocalizzazione se il costo dell’energia non sarà competitivo con quello degli altri Paesi. Il rapporto è 1 a 10 e per questo il tema della riconversione e trasformazione dei settori industriali tradizionali e del costo dell’energia sono fondamentali
QUANTI BIOCARBURANTI SOSTENIBILI AVREMO NEL 2050 le conclusioni di uno studio dell'Imperial College London Consultants di Franco Del Manso
Un nuovo studio dell'Imperial College London Consultants commissionato dal Concawe, "Sustainable biomass availability in the EU into 2050 (RED II Annex IX Part A/B)" conclude che la potenziale disponibilità di biomassa sostenibile, a basso valore di ILUC e senza danni alla biodiversità, potrebbe sostenere una produzione di biocarburanti avanzati basata su biomassa sostenibile e sui rifiuti in Europa, fino a 97 Mtep nel 2030 e fino a 175 Mtep nel 2050. Questa conclusione rafforza un precedente studio del Concawe che mostra come i biocarburanti avanzati e basati sui rifiuti, insieme agli e-fuel e ad altri combustibili rinnovabili, possano svolgere un ruolo chiave, complementare all'elettrificazione, per la decarbonizzazione dei trasporti dell'UE in linea con l'obiettivo di neutralità climatica del 2050. La neutralità climatica 2050 è un obiettivo da traguardare e il settore petrolifero è impegnato per contribuire al suo raggiungimento. Il trasporto, in particolare, è molto difficile da decarbonizzare e il perseguimento di tale obiettivo richiede l’adozione parallela di più soluzioni per rispondere alle esigenze specifiche dei diversi comparti, per raggiungere la massima efficienza di decarbonizzazione in termini di euro/ton CO2 rimossa e per evitare i problemi sociali che l’imposizione di un’unica scelta sicuramente determinerebbe.
Estimated total sustainable biomass potentials (RED II Annex IX A and B) in 2030 and 2050 for all markets (in Mtoe)
È questo proprio il caso dell’elettrificazione dei trasporti la cui adozione, pur in crescita per auto e furgoni, non è in grado di soddisfare le esigenze di tutti gli utenti né di assicurare la decarbonizzazione del trasporto pesante su strada, aviazione e navigazione marittima. Questi comparti richiedono quasi esclusivamente l'adozione di combustibili liquidi rinnovabili e a basse emissioni di carbonio per sostituire progressivamente i combustibili fossili. Un ruolo rilevante in questo ambito lo svolgono i biocarburanti avanzati e quelli basati sui rifiuti, anche se alcuni non li includono tra le potenziali soluzioni per una presunta scarsità di biomassa sostenibile di origine agricola, forestale e di rifiuti, o per un possibile danno alla biodiversità. Lo studio dell'Imperial College London Consultants getta nuova luce proprio su tutte queste tematiche. Mostra che la potenziale disponibilità di materie prime sostenibili (quelle attualmente nell'allegato IX parte A e parte B della direttiva sulle energie rinnovabili), può soddisfare non solo le esigenze di settori diversi dai trasporti, ma può anche supportare la produzione di biocarburanti avanzati da 46 a 97 Mtep nel 2030 e da 71 a 175 Mtep nel 2050, senza alcun danno per la biodiversità. Si tratta di una stima prudente, in quanto esclude qualsiasi potenziale aggiunta all'elenco delle materie prime sostenibili già considerate. Per cogliere appieno il significato di questi risultati, è necessario contestualizzare le cifre: - L'attuale fornitura di combustibili liquidi (per lo più di origine fossile) nei trasporti stradali, aerei e marittimi dell'UE è di circa 370 Mtep/anno. - La domanda di combustibili liquidi dovrebbe diminuire a causa della crescente elettrificazione e del miglioramento dell'efficienza energetica. Inoltre, i combustibili rinnovabili e a basse emissioni di carbonio (per il trasporto aereo, marittimo e il restante trasporto su strada) devono sostituire progressivamente i combustibili fossili per contribuire all'obiettivo 2050 di neutralità climatica. - Secondo uno studio del Concawe, nel 2030 fino a 34 Mtep e nel 2050 fino a 159 Mtep di combustibili rinnovabili e a basse emissioni di carbonio potrebbero essere teoricamente disponibili nell'UE. - Di questi, oltre agli e-fuel e ad altri combustibili rinnovabili, circa 17 Mtep nel 2030 e 74 Mtoe nel 2050 sarebbero costituiti da biocarburanti avanzati e da rifiuti.
Pertanto, la potenziale disponibilità di biomassa sostenibile è più che sufficiente per consentire ai biocarburanti avanzati e basati sui rifiuti di contribuire in modo determinante, insieme ad altre soluzioni, alla decarbonizzazione dei trasporti europei in linea con l'obiettivo di neutralità climatica del 2050. Tuttavia, la creazione di un mercato per i combustibili a basse emissioni di carbonio richiederebbe un significativo segnale di prezzo del carbonio, che è un prerequisito essenziale per sbloccare investimenti nelle relative tecnologie, cui andrebbe associato un incentivo ai combustibili con una minore impronta di carbonio rispetto a quelli convenzionali. Nel trasporto su strada, ciò potrebbe essere ottenuto attraverso uno standard di intensità di carbonio per le auto basato su un approccio Well-to-Wheel (WTW) per i combustibili, con i fornitori di carburante come parte obbligata e la possibilità di scambiare crediti tra di loro. Una volta che il mercato dei combustibili liquidi a basse emissioni di carbonio si sarà sviluppato e diffuso nel trasporto su strada, i nuovi combustibili potranno essere resi disponibili anche per la progressiva decarbonizzazione dell'aviazione e del trasporto marittimo, gettando le basi per ridurre fino al 50% le emissioni di CO2 nei carburanti per aviazione e per la marina in prospettiva 2050. Inoltre, va sottolineato che i combustibili liquidi a basso tenore di carbonio potranno svolgere un ruolo di primo piano anche nella decarbonizzazione dei settori industriali “hard to abate”. Tuttavia, le tecnologie per i combustibili sostenibili e rinnovabili sono capital intensive e quindi per abilitare tutte le attività di innovazione dei processi e dei prodotti è necessario un quadro normativo neutrale che non escluda a priori alcuna tecnologia in grado di contribuire alla decarbonizzazione dei trasporti e dell’intera economia. Da questo punto di vista, sarebbe essenziale adottare una revisione del Regolamento sulla CO2 per auto e furgoni riconoscendo il contributo dei combustibili rinnovabili e sostenibili per il rispetto degli standard sulla CO2 di auto e furgoni. Solo in tal modo verrebbe sostenuta la produzione su vasta scala di combustibili rinnovabili con i quali mitigare le emissioni di gas a effetto serra su tutto il parco auto esistente, facilitando la capacità dell'UE di raggiungere i suoi obiettivi ambientali al 2030 e 2050.
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COVER STORY
Aurelio Regina Delegato per l'energia del Presidente di Confindustria
ABBANDONARE UNA VISIONE CONFESSIONALE DELLA POLITICA AMBIENTALE intervista a Aurelio Regina di Marco D’Aloisi
Le ultime previsioni dicono che la nostra economia tornerà sui livelli pre-Covid non prima della metà del 2022. Nel quarto trimestre dell’anno c’è stato però un rallentamento. Quali i fattori che hanno inciso e cosa dobbiamo aspettarci? Nel corso del 2021 la crescita dell’economia italiana è stata sicuramente tra le migliori nel contesto europeo. Dobbiamo però essere consapevoli che circa il 60% di questa crescita è dovuta al settore delle costruzioni, grazie agli incentivi per la riqualificazione energetica degli immobili. Nella fase finale dell’anno purtroppo sono emersi dei rischi concreti di un brusco rallentamento, legato all’aumento senza precedenti dei costi energetici: in Italia il gas naturale è cresciuto di oltre il 600%, l’energia elettrica del 450%. Per il primo trimestre 2022 guardiamo con preoccupazione la fermata per 30/40 giorni di importanti settori manifatturieri di base, che potrebbero avere degli effetti negativi rilevanti sulle aspettative per l’anno in corso. Cosa servirebbe per sostenere adeguatamente un percorso di crescita duraturo che permetta di sfruttare al meglio le risorse messe a disposizione dal PNRR? Il PNRR è sicuramente un volano importante per l’accelerazione della ripresa economica post pandemica, soprattutto con riferimento alla transizione ecologica, per la quale sono stanziati oltre 70 miliardi dei 200 messi a disposizione dalla UE. È però necessario considerare che il fabbi-
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sogno di investimenti italiani per raggiungere gli obiettivi del “Fit for 55” al 2030 richiederà al Paese un flusso di investimenti senza precedente superiore a 700 miliardi. Pertanto, dobbiamo essere consapevoli che il PNRR rappresenta solo il 10% di quello che gli italiani dovranno investire per raggiungere gli obiettivi di decarbonizzazione. Il resto dovrà necessariamente essere trovato attraverso ulteriori misure di finanza pubblica oppure, considerato lo spazio di manovra limitato nei nostri conti pubblici, dal settore privato. Credo quindi che il PNRR debba costituire un banco di prova concreto per la capacità della nostra macchina burocratica di essere in grado di programmare e autorizzare gli investimenti infrastrutturali pubblici e privati. È anche una prova di maturità cruciale per un Paese che aspira a tenere il passo delle moderne economie. Parliamo di energia. Come si possono prevenire, o almeno mitigare, nuove impennate dei prezzi come quelle attuali? L’aumento dei prezzi di gas di energia e gas sta mettendo a dura prova non solo i bilanci delle famiglie ma, come dicevo, rischia di bloccare i processi produttivi di importanti settori manifatturieri di base con un rischio concreto di avviare una fase di stagflazione: esiste infatti una forte preoccupazione di una corsa dei prezzi nella prima fase del 2022, accompagnata da una diminuzione dell’attività produttiva di base. È importante, prima di analizzare la prognosi, soffermarci sulla diagno-
Esiste una forte preoccupazione di una corsa dei prezzi nella prima fase del 2022, accompagnata da una diminuzione dell'attività produttiva di base. E ci sono precise responsabilità nella regolamentazione dei mercati si dei fattori che stanno mettendo a dura prova i cittadini italiani. Esistono precise responsabilità nella regolamentazione dei mercati: ad esempio, per quale motivo dal 2016 i consumatori sotto tutela - in particolare nel settore elettrico che ha visto dal 1° gennaio un nuovo aumento del 55% – non sono più stati tutelati attraverso le coperture dell’Acquirente Unico per l’anno successivo? Ricordiamoci che fu una scelta per incentivare i consumatori ad andare velocemente sul mercato libero. Se a dicembre del 2020 l’Acquirente Unico, come accadeva fino al 2015, avesse coperto a termine metà del suo fabbisogno, per il 2021 avremmo risparmiato al Paese oltre 8 miliardi di euro, ovvero quasi l’importo complessivamente impiegato dal Governo in termini di fiscalità generale per calmierare – si fa per dire – gli aumenti di gas ed elettricità. Veniamo alle prognosi. Prima di tutto e con riferimento al fabbisogno dei
nostri settori industriali è necessario rivalutare il ruolo del gas nel processo di decarbonizzazione e quindi rimuovere veti e pregiudiziali all’uso delle riserve italiane. La stessa Commissione il 2 gennaio 2022 ha riabilitato le infrastrutture gas come investimenti per la transizione “green”. Non solo per ragioni di costi, ma anche perché è a somma zero sul piano ambientale rispetto al gas importato. In secondo luogo, dobbiamo agire rapidamente su una riforma dei mercati, soprattutto quello elettrico. Siamo, lo dice la Commissione, un Paese virtuoso sullo sviluppo delle rinnovabili e quindi non è più accettabile che la produzione rinnovabile ed idroelettrica, che dovrà arrivare a circa il 70% nel 2030, sia determinata e fatta pagare ai cittadini italiani al valore del gas naturale.
e funzionali alla decarbonizzazione del sistema economico. È quindi necessaria una nuova visione in grado di trasformare in positivo la parola crisi in rilancio/riconversione/opportunità, di promuovere e valorizzare le competenze per mantenere un indotto di capacità produttiva funzionale alla produzione del fabbisogno e raggiungere progressivamente gli obiettivi sfidanti di riduzione delle emissioni. Negli ultimi tempi si è tornati a parlare di misure per vietare le delocalizzazioni industriali. Settori concretamente esposti a questo rischio sono l’automotive e la raffinazione. Come si possono evitare simili eventualità? Prima di tutto dobbiamo abbandonare una visione confessionale della politica ambientale e ricondurla a pragmatismo e razionalità. La transizione non è fatta di on-off, sul gas ad esempio sta pagando un prezzo carissimo. Questo significa che in relazione agli obiettivi di decarbonizzazione le tecnologie off-takers (automotive) e raffinazione devono essere valutate all’interno di una visione strategica integrata del sistema economico. Non possiamo demonizzare a prescindere importanti risultati che le recenti tecnologie di trazione endotermica ha consentito di raggiungere sul piano ambientale, così come, realisticamente, non possiamo pensare che il potere di acquisto dei consumatori sia una variabile irrilevante. Questo significa identificare un percorso di transizione basato su una razionalità economica delle decisioni strategiche basata sul “Life Cycle Assessment”. Solo in questo modo sarà possibile avviare un percorso di politi-
Recentemente il Presidente Bonomi è stato in visita a Siracusa che ospita il più grande polo petrolchimico d’Italia, per il quale è stato chiesto il riconoscimento dell’area di crisi industriale complessa viste le difficoltà strutturali in cui versa la raffinazione italiana. Nonostante i ripetuti appelli degli operatori e delle Associazioni di categoria, la politica non sembra interessarsi molto del futuro di un settore che rimane strategico. Cosa ne pensa? L’Italia nel dopoguerra aveva assunto il ruolo di leadership nella raffinazione europea. Oggi, grazie anche alla capacità di innovazione di importanti operatori italiani, presenta tutte le competenze per assumere un ruolo di leadership nella produzione di carburanti bio e rinnovabili, fondamentali per accompagnare il percorso di transizione energetica. Credo che la nostra classe politica debba comprendere prima di tutto che la produzione di commodities e SETTORE ELETTRICO vettori energetici è strettamente conIl settore elettrico ha un nesso allo sviluppo network di 160.000 posti di delle tecnologie lavoro. che li utilizzano. Il forte sviluppo delle FER e il raggiungimento del target Manca la capacità europeo al 2030 consentirà di di una visione stracreare 90.000 nuovi tegica in grado di posti di lavoro comprendere il rationale economico della transizione, SETTORE GAS con il rischio di diIl settore gas, GPL, GNL e gas naturale, struggere capacicontribuisce per circa 85.000 posti di tà produttiva che lavoro. potrebbe essere Lo sviluppo delle filiere del biometano e dell’idrogeno mobiliterà al 2030 25.000 progressivamente occupati. riconvertita a produzioni innovative
Dobbiamo abbandonare una visione confessionale della politica ambientale e ricondurla a pragmatismo e razionalità. Non possiamo demonizzare a prescindere importanti risultati delle tecnologie di trazione endotermica ca energetica integrata con la politica industriale per il settore automotive in grado di agire pro-attivamente, trasformando il rischio di delocalizzazione in politica di rilancio della capacità produttiva. Confindustria sostiene che uno dei punti di forza del nostro sistema industriale è il capitale umano. La transizione richiederà nuove competenze e professionalità. Cosa si può fare per valorizzare quelle che abbiamo ed evitare che vengano disperse? Le competenze del nostro capitale umano è parte integrante del successo manifatturiero del nostro Paese che rappresenta la seconda manifattura europea dopo la Germania. Le nuove tecnologie, tuttavia, richiedono continui aggiornamenti sul piano delle competenze professionali per la loro gestione. Su questo ritengo molto importante l’attuazione del programma di relazioni industriali tra Confindustria Energia in rappresentanza dei settori energetici con le controparti sindacali, in grado di guardare al futuro per garantire la capacità produttiva italiana nel settore energetico.
Competenze e know-how: un patrimonio da valorizzare SETTORE UPSTREAM Consolidamento leadership tecnologica di un network che conta su 120.000 posti di lavoro altamente specializzati e che sono parte del patrimonio nazionale di competenze
SETTORE DOWNSTREAM La riconversione e riutilizzo di asset esistenti consentono lo sviluppo di filiere nazionali di combustibili low carbon in grado di salvaguardare oltre 150.000 posti di lavoro altamente specializzati
SINERGIA CON SETTORI STRATEGICI DEL PAESE La filiera energetica nazionale offre soluzioni e leve complementari per la decarbonizzazione sostenibile dei settori: Hard to abate con un network di 700.000 posti di lavoro* Automotive con un network di 274.000 posti di lavoro** * Studio Boston Consulting ** associazione nazionale filiera industria automobilistica
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3 DOMANDE AI SEGRETARI DI FILCTEM-CGIL, FEMCA-CISL E UILTEC-UIL
La transizione sarà un processo lungo che avrà impatti sul mondo del lavoro. Come e dove intervenire per permettere alle filiere industriali che Marco Falcinelli oggi garantiSegretario Generale scono l’approvFilctem-Cgil v i g i o n a m e n to energetico del Paese, in particolare il downstream petrolifero, di trasformarsi minimizzando gli impatti occupazionali? Il modo di produrre sta cambiando. C'è una filosofia nuova che va tradotta dal punto di vista industriale e che parte da una maggiore sensibilità ambientale. Noi come rappresentanti sindacali dobbiamo fare i conti con questo cambiamento, dobbiamo governare i processi digitali e di sostenibilità ambientale che stravolgeranno non solo le economie dei Paesi ma anche gli assetti geopolitici. Riguardo la transizione energetica, il problema occupazionale che crediamo possa verificarsi se non si interverrà per tempo è sostanzialmente riconducibile a due questioni: da una parte il crescente aumento dei costi energetici che l’industria - soprattutto media e piccola - non riesce a sostenere, dall’altra il pacchetto di proposte “Fit For 55” e la Plastic Tax europea, che, se trasformati in provvedimenti legislativi anche rispetto ai tempi per il raggiungimento degli obbiettivi previsti ( che condividiamo), metteranno in difficoltà intere filiere
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produttive per le quali c’è tutt’ora una forte domanda globale e dove l’Italia gioca un forte ruolo nella competizione internazionale essendo la seconda manifattura europea ed un Paese di trasformazione di materie prime, dove i costi energetici hanno un peso di rilievo sulla competizione dei prodotti. Per realizzare una giusta transizione, che tenga insieme occupazione e sostenibilità ambientale, sono convinto sia necessario l’utilizzo del gas naturale quale vettore complementare ed insostituibile di fonte energetica per il sostegno e lo sviluppo di energie derivanti dalle rinnovabili, eolico e fotovoltaico. A questo va accostato un attento percorso per l’affermazione dell’idrogeno e della captazione, dello stoccaggio e della trasformazione della CO2. Sono temi rilevanti e importanti che vanno sostenuti sia perché saranno un viatico per nuova occupazione e nuove competenze.
Riguardo la transizione energetica, il problema occupazionale è riconducibile a due questioni: da una parte il crescente aumento dei costi energetici, dall’altra il pacchetto di proposte “Fit For 55” e Plastic Tax europea, che rischiano di mettere in difficoltà intere filiere produttive dove l’Italia gioca un forte ruolo nella competizione internazionale
Inoltre, sarebbe necessario ragionare sull’estrazione del gas nel nostro paese, tema delicato me ne rendo conto, ma i costi spaventosamente crescenti dell’energia attesi per il prossimo trimestre ci devono far ragionare anche in termini economici. Se, infatti, la dipendenza estera ha costi così elevati si dovrà considerare la ripresa degli investimenti in upstream che dal 2015 ad oggi si sono dimezzati e sono la concausa degli aumenti dei costi delle materie prime in bolletta, oltre agli assetti geopolitici che da tempo vengono avanti e che stanno condizionando l’economia europea. La ripresa dell’estrazione del gas in Italia, nell’arco di un anno, potrebbe assicurare 40 miliardi di metri cubi di gas (gli attuali sono 4 miliardi) necessari al fabbisogno dell’Italia che è di circa 72 miliardi di metri cubi l’anno. Questi elementi possono garantire quella transizione sociale in quei territori che saranno interessati da questi processi di trasformazione ed in alcuni casi di riconversione degli attuali asset industriali. Il tutto è necessario che avvenga con la partecipazione attiva delle persone e degli attori istituzionali a tutti i livelli assicurando, non solo gli investimenti futuri, ma anche l’allocazione delle nuove filiere produttive che si svilupperanno sui temi della transizione ed una formazione continua che riveda e valorizzi le attuali competenze e ne formi le nuove. Quali strumenti legislativi servirebbero per accompagnare questa trasformazione? Sarà, innanzitutto, indispensabile sburocratizzare gli iter autorizzativi, accelerandone i passaggi, non solo
quelli legati alle produzioni di energie tradizionali - quelle già in essere e quelle a venire necessarie alla transizione energetica - ma anche per dare il via libera a nuovi parchi eolici e fotovoltaici. L’Europa ci chiede, infatti, di raddoppiare la produzione attuale di quest’ultime entro il 2030, il problema prima ancora che finanziario sarà burocratico. I tempi legislativi, per come sono concepiti oggi, non ne permetteranno il buon esito. Il PNRR è l’occasione che non possiamo mancare di cogliere. Il Governo, a parere mio, ha lavorato bene dal punto di vista dell’istruttoria, ma allo stesso tempo avvertiamo forte l’assenza di una politica industriale mirata a un utilizzo efficace delle risorse messe a disposizione dallo stesso piano. È indispensabile un progetto di sviluppo industriale che dia all’Italia gli strumenti e le infrastrutture necessarie al mantenimento delle capacità produttive e tecnologiche, dove la transizione energetica e ambientale si allinei a una giusta transizione dal punto di vista sociale e lavorativo. Un esempio su tutti sarà la creazione di una filiera nazionale per la realizzazione di elettrolizzatori necessari alla produzione di idrogeno e alla loro allocazione
anche per riequilibrare quel dualismo industriale del nostro Paese. Rispetto a questi cambiamenti, digitali ed industriali, che inesorabilmente saremo costretti ad affrontare sarà sempre più necessaria una formazione costante che sostenga ed aiuti l’occupazione. Un intervento normativo che rafforzi la formazione sarebbe necessario. In tal senso, sarebbero necessarie risorse finanziare da destinare a questi temi attraverso la costituzione di un fondo in capo alla fiscalità generale. Un fondo che sia partecipato da quei soggetti che riceveranno le risorse del PNRR per finanziare i propri progetti e che sia aggiuntivo ed alternativo a quelli per il sostegno al reddito.
La transizione sarà un processo che avrà impatti sul mondo del lavoro. Come e dove intervenire per permettere alle filiere industriali che oggi garantiNora Garofalo scono l’approvSegretario Generale vigionamento Femca-Cisl energetico del Paese, in particolare il downstream petrolifero, di trasformarsi minimizzando gli impatti occupazionali? Il passaggio da un mix energetico basato su fonti fossili a uno alimentato da risorse rinnovabili e sostenibili nel lungo periodo implicherà necessariamente una profonda riconversione dei settori industriali tradizionali. Gli asset industriali che il nostro Paese attualmente possiede tuttavia non sono da “rottamare”; al contrario, la transizione ecologica e i fondi messi a disposizione per essa, se utilizzati in maniera strategica, potranno permettere la costruzione di nuove filiere nazionali emergenti (idrogeno, produzione di carburanti da rifiuti e scarti, cattura, stoccaggio e riutilizzo della CO2, recu-
pero metalli dagli accumuli energetici). Il settore petrolifero e tutte le fasi di lavorazione a esso connesse – estrazione, raffinazione, distribuzione – andranno certamente incontro alla trasformazione più radicale: si stima che nel solo downstream la riconversione dei siti industriali e lo sviluppo di filiere nazionali di combustibili low carbon
In che modo il sindacato può accompagnare e favorire questo processo? Il 30 novembre abbiamo presentato, con Confindustria Energia e gli altri sindacati di categoria Femca e Flaei Cisl, Uiltec Uil, al presidente del consiglio Draghi il Manifesto “Lavoro ed Energia per una Transizione Sostenibile’”, un documento fortemente apprezzato dal ministro Cingolani che lo ha, a sua volta, portato all’attenzione del tavolo europeo di settore. Senza
Si stima che nel solo downstream la riconversione dei siti industriali e lo sviluppo di filiere nazionali di combustibili low carbon saranno in grado di salvaguardare oltre 150.000 posti di lavoro altamente specializzati. Tale risultato potrà essere raggiunto se la transizione avverrà in modo graduale e nei tempi necessari per salvaguardare infrastrutture, professionalità e tessuto produttivo esistente
andare nei dettagli, il documento è la sintesi di un lungo lavoro di confronto che abbiamo svolto congiuntamente con Confindustria Energia attraverso i tavoli tematici per promuovere proposte condivise sul tema della giusta transizione. È questo il nuovo modello con il quale intendiamo agire in maniera proattiva e partecipativa prendendoci la responsabilità di promuovere idee e soluzioni condivise che assicurino e governino il percorso dall’attuale fase alla nuova e che deve avere al centro il valore delle persone e del lavoro. Ci sono poi i contratti nazionali di lavoro, che sono uno strumento imprescindibile attraverso il quale bisogna enucleare i nuovi temi da noi proposti e condivisi nel lavoro che abbiamo svolto con le controparti in questi mesi di gestione anche della fase pandemica e che hanno fatto emergere nuovi bisogni rispetto alle nuove sfide ricercando le soluzioni attraverso un modello partecipativo. Non è un caso che nella piattaforma per il rinnovo del contratto elettrico – presentato il 23 dicembre scorso – tra le richieste inviate alle controparti c’è un ampio capitolo dedicato alla formazione. È solo un esempio.
saranno in grado di salvaguardare oltre 150.000 posti di lavoro altamente specializzati. Tale risultato potrà essere raggiunto se la transizione avverrà in modo graduale e nei tempi necessari per salvaguardare le infrastrutture, le professionalità e il tessuto produttivo esistenti. Le stime di investimenti e occupazione diffuse da Confindustria Energia per raggiungere il target 2030 prevedono 1100 miliardi di euro e 250.000 occupati. Perché la valorizzazione delle risorse – economiche, umane, tecnologiche – avvenga in maniera adeguata occorrerà puntare su un approccio sinergico alla transizione, che coinvolga il comparto energetico nelle sue diverse specializzazioni, assieme a tutti quei settori energivori (automotive, ceramica, vetro, acciaio, ecc.), in cui la componente energetica risulta determinante nel fornire leve e soluzioni competitive per la decarbonizzazione. Quali strumenti legislativi servirebbero per accompagnare questa trasformazione? In Italia scontiamo gravi lacune in termini di sviluppo di una politica industriale integrata e adattata alle diverse peculiarità che insistono sul nostro territorio nazionale. Il PNRR è un’opportu-
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nità unica da cogliere per rimetterci al passo in questo senso. Innanzitutto, semplificando la burocrazia – complice dei ritardi negli iter autorizzativi e quindi nella realizzazione concreta dei progetti finanziabili. È poi fondamentale che l’intero processo di transizione sia sostenuto dall’implementazione delle tecnologie sostenibili più all’avanguardia, favorendo quindi premialità alle imprese più virtuose anche attraverso la rimodulazione della fiscalità per favorirne l'attivazione e rafforzare le filiere nazionali, mantenendo la competitività e l’occupazione. La transizione industriale dovrà poi camminare al fianco della transizione delle professionalità dei lavoratori. Il rischio di dispersione del nostro knowhow e della perdita dei livelli occupazionali nel settore energetico è infatti altissimo. Pertanto, il sistema delle politiche attive per il lavoro andrà profondamente riformato, per garantire non solo un adeguato turn over, ma anche per non lasciare sole quelle persone che vedranno trasformato e rivoluzionato il proprio lavoro nei prossimi anni. In tal senso, occorre rendere strutturale l’istituto del Fondo Nuove Competenze, per la realizzazione di progetti di upskilling e reskilling, e migliorarlo nel rendere più flessibili le tempistiche relative alla progettazione e alla realizzazione dei piani formativi. Allo stesso modo, reti di protezione come ammortizzatori sociali e incentivi all’esodo, dovranno essere obbligatoriamente previsti. In sede di confronto con le imprese, abbiamo infatti proposto la costituzione di un Fondo speciale pubblico per la transizione, che permetta
il coordinamento e l’implementazione di una politica integrata per la riconversione industriale ambientalmente e socialmente sostenibile e per promuovere strumenti di compensazione laddove questa non sia attuabile.
La transizione sarà un processo lungo che avrà impatti sul mondo del lavoro. Come e dove intervenire per permettere alle filiere Paolo Pirani industriali che Segretario generale oggi garantidella Uiltec-Uil scono l’approvvi g i o n a m e n to energetico del Paese, in particolare il downstream petrolifero, di trasformarsi minimizzando gli impatti occupazionali? La transizione va gestita attraverso il sostegno alle raffinerie presenti sul territorio nazionale che necessitano di investimenti e diversificazione produt-
tiva. È bene considerare, solo per fare un esempio, che la raffinazione in Sicilia rappresenta il 60% del suo export e che la medesima regione è il principale produttore in Italia di idrocarburi raffinati. È necessario, quindi, supportare lo strumento del patto Stato-raffinazione, destinare risorse del Pnrr a questo settore, costruire con il governo regionale una strategia a supporto della produzione di idrocarburi. Agire a favore del Meridione insulare significa anche aiutare questa realtà a diventare un hub energetico all’interno del Mediterraneo. Ci vogliono investimenti rivolti a voci che nemmeno sono citate nel Pnrr nazionale approvato dai vertici europei. È proprio il caso del settore della raffinazione. Nonostante gli interventi a supporto predisposti dal Governo, aumenteranno i costi
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In che modo il sindacato può accompagnare questo processo? E come vi ponete rispetto alla recente discussione al Cite sulla possibilità di un phase-out dei motori a combustione interna al 2035? La transizione avrà i suoi impatti più grandi a livello locale, sulle singole imprese e all’interno dei distretti industriali dislocati nel nostro Paese. Per noi è quindi prioritario consolidare il dialogo con il territorio, essere agenti proattivi di un cambiamento inclusivo, per contrastare la minaccia del depauperamento di comunità e regioni, alcune già in gravi difficoltà, congiunturali e strutturali. Relazioni industriali e contrattazione sono ad ora gli strumenti universalmente riconosciuti come più tempestivi ed efficaci per affrontare le evoluzioni del mondo del lavoro e della società. Avremo certamente bisogno del sostegno e della collaborazione attiva di tutti – istituzioni, politica, imprese, associazioni – per creare ecosistemi favorevoli al lavoro con servizi, scuole, infrastrutture e incubatori sociali, con risorse e investimenti vincolati alla creazione di lavoro e occasioni di reimpiego, in piena legalità e rispetto della dignità delle persone. Il nostro ruolo sarà anche di monitoraggio e controllo sulle modalità di realizzazione dei processi di trasformazione industriale, per identificare, ridurre,
prevenire nuovi rischi per la salute e la sicurezza dei lavoratori e per la salubrità degli ambienti e del territorio. Le emissioni di CO2 originano per la maggior parte da attività antropiche, in particolar modo dall’operatività delle industrie hard-to-abate. La mobilità sostenibile è un aspetto che sembra toccarci più da vicino, perché riguarda la nostra quotidianità, il nostro stile di vita, l’aria che respiriamo. Imporre una scadenza ai motori a combustione può essere però un’arma a doppio taglio se non si propongono alternative valide e realizzabili nei tempi previsti. Prima ancora di operare una scelta sul tipo di alimentazione dei trasporti, vi è innanzitutto un problema più generale e cogente di approvvigionamento dell’energia, sia per gli usi industriali che domestici, e quindi anche della mobilità. Quali saranno le fonti energetiche – durevoli, sostenibili e sicure – su cui potremo fare affidamento, una volta abbandonate quelle di origine fossile? Il fabbisogno attualmente stimato per il nostro Paese potrà essere soddisfatto dalle energie rinnovabili? Dovremo forse ripensare a un’apertura dell’Italia al nucleare, sicuro e pulito? Il CITE dovrà quindi prima chiarire quali siano le risorse e la progettualità per produrre e fornire energia pulita a cittadini e imprese, e infine pensare a una riconversione sostenibile dei trasporti, sfruttando le potenzialità dell’idrogeno ma anche dei biocarburanti, in cui l’Italia sta sviluppando una filiera domestica di primo piano, quali le infrastrutture per l’elettrificazione dei veicoli e per lo smaltimento delle batterie che saranno utilizzate.
delle bollette per i consumi energetici, come quelli per i carburanti che si scaricheranno sulle famiglie italiane. Non vogliamo una transizione sopportabile solo dai ricchi, ma un cambiamento che determini prospettive di lavoro e futuro produttivo. Quali strumenti legislativi servirebbero per accompagnare questa trasformazione? È necessaria una legiferazione che salvaguardi le prospettive della filiera nazionale connessa al settore e il ruolo dell’occupazione; che supporti il costo delle soluzioni utili alle imprese energivore e ai cittadini; che garantisca il ruolo strategico dell’innovazione e della ricerca; che permetta l’opportunità della riconversione e trasformazione industriale dei settori tradiziona-
li; che renda possibile l’accelerazione del processo di sviluppo delle rinnovabili; che sviluppi le opportunità dell’economia circolare nel settore energetico; che permetta la riconversione professionale. Insomma, ci vogliono norme utili ad una transizione energetica giusta ed efficiente. Tra le tante proposte che il sindacato, insieme alle imprese del settore, ha avanzato al Governo ce ne sono alcune di assoluto rilievo. Per esempio: valorizzare le Relazioni industriali e il welfare con il ruolo della bilateralità, per individuare le soluzioni che meglio rispondono agli effetti e alle esigenze della transizione; favorire un nuovo modello di cooperazione strutturata tra Scuola-Università-Ricerca, Industria, Istituzioni e Sindacati per definire e implementare la strategia nazionale in ambito energetico e promuovere la condivisione del Know-how, la formazione e la creazione di nuove competenze; prevedere premialità alle tecnologie più virtuose anche attraverso la rimodulazione della fiscalità e politiche industriali adeguate, anche esportando le nostre eccellenze tecnologiche; rendere più efficace il partenariato pubblico-privato attraverso la condivisione delle strategie relative alla revisione della disciplina europea sugli aiuti di Stato. Occorre tener presente che al momento non ci sono alternative alla mobilità con i prodotti petroliferi. Ogni strumento legislativo da adottare deve tener conto che il petrolio e suoi derivati sono essenziali nella crisi energetica che vive il Paese
La transizione va gestita attraverso il sostegno alle raffinerie presenti sul territorio nazionale che necessitano di investimenti e diversificazione produttiva. È necessario, quindi, supportare lo strumento del patto Stato-raffinazione e destinare risorse del PNRR a questo settore e l’intera Europa. Ci vorrà tempo per trovare alternative idonee, giuste capacità tecniche e consistente forza finanziaria per affrontare la trasformazione in atto. Bisognerà tenerne conto con sano realismo. In che modo il sindacato può accompagnare e favorire questo processo? Recentemente al Cite si è discusso della possibilità di un phase-out dei motori a combustione interna al 2035. Come giudica questa che al momento resta un’ipotesi? Lo può fare con il senso di responsabilità che lo ha sempre contraddistinto. Gli scenari e le opportunità offerte da questo processo richiedono un nuovo sistema di relazioni industriali che governi la sfida attraverso un continuo confronto tra le parti sociali e le Istituzioni, caratterizzato dalla molteplicità e continuità di interlocuzioni a tutti i livelli. Un percorso, la cui forza, è
modello per la costruzione di processi di coesione e di dialogo partecipativo utili a creare convergenza su temi strategici del nostro Paese. Nello specifico è fondamentale il confronto tra la parte datoriale e quella sindacale sulla sostenibilità e sul futuro dell’industria petrolchimica. La sua esclusione dal percorso di transizione energetica rischia pesanti ripercussioni non solo di natura economica, ma anche sociale. È fondamentale coniugare sviluppo e salute, benessere e sicurezza, progresso e tutela dell’ambiente auspicando un intervento del decisore politico che valorizzi una solida e consolidata tradizione industriale. Il sindacato è pronto a fare la propria parte in questa prospettiva di crescita e sviluppo. In realtà, la riunione a cui fa riferimento ha toccato diversi punti, dalle iniziative internazionali guidate dall’Italia per promuovere il coinvolgimento dei giovani, ai sussidi ambientalmente dannosi. Sul tema del phase-out al momento si è solo aperta una discussione che occorre ora vedere come procederà. Per quanto ci riguarda, osserviamo che allo stato attuale non ci sono ancora le condizioni per rispettare concretamente i suddetti obiettivi ai fini di una decarbonizzazione sostenibile sia dal punto di vista economico che sociale. Occorre puntare, ripetiamo, sull’utilizzo dei low carbon fuel in attesa che si creino le condizioni reali per abbandonare la produzione dei motori a combustione interna.
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Marco Baldi Responsabile Area Economia e Territorio Fondazione Censis
RECLUTARE LE GIUSTE COMPETENZE PER “ABITARE” NELLA DOPPIA TRANSIZIONE di Marco Baldi
Il concetto di “transizione”, ormai da diversi anni, domina la scena delle riflessioni tecnico-politiche sul futuro del mondo. Per dare un’idea della pervasività che ha raggiunto anche nel nostro Paese, basti pensare che figura per ben 133 volte nelle 270 pagine del Piano Nazionale di Ripresa e Resilienza. Alla parola transizione vengono associati i più disparati aggettivi, anche se alla fine i concetti di “transizione ecologica” e “transizione digitale” hanno finito per imporsi grazie al loro indiscutibile potenziale semantico (addirittura il primo dei due è servito
Tutte le imprese interpellate hanno gestito con successo il lavoro a distanza, le linee non si sono fermate, i controlli e le manutenzioni sono proseguiti, e, soprattutto, hanno continuato a fornire energia al Paese. Quanto è avvenuto è stato descritto come un acceleratore di processi aziendali già fortemente voluti, in alcuni casi già sperimentati o schedulati. Naturalmente anche la trasformazione digitale delle imprese energetiche si caratterizzerà in base al tipo di business
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per rinominare il vecchio Ministero dell’Ambiente). Che le due transizioni siano oggi in corso, certamente nessuno può metterlo in discussione. E questo vale anche per la “transizione energetica”, che di quella “ecologica” può essere considerata il più importante addentellato. Sul piano tecnico, economico, politico e sociale – li possiamo considerare dei processi in atto ai quali tutti i soggetti sono chiamati a partecipare. La situazione si presenta però ben diversa sia per quanto concerne il tema della velocità con cui le transizioni devono procedere, sia con riferimento ai possibili punti di approdo. Certamente l’obiettivo generale costituito dal passaggio ad economie e società meno dipendenti dal carbonio contenuto nelle fonti fossili apre interrogativi a cui non è possibile dare risposte univoche. E anche sulle sinergie possibili e auspicabili tra le due transizioni, non esistono scenari definiti. La recente ricognizione effettuata da Confindustria Energia e Censis presso le principali aziende energetiche operanti nel nostro Paese ci dice che è forte e trasversalmente diffusa la consapevolezza della necessità che il mondo dell’energia metta in campo scelte adeguate per rispondere alle sollecitazioni derivanti dalle policies, dagli assetti del mercato, dalle intenzioni degli investitori, dagli orientamenti dell’opinione pubblica, e dai comportamenti di consumo. In altre parole, tutte le aziende sanno di dover cambiare, anche se il modello di bu-
siness e il posto che esse occupano lungo la filiera energetica suggerisce visioni temporali e schemi di partecipazione differenziati. Accanto e in sovrapposizione alla transizione energetica si colloca la sfida digitale. Anche in questo caso si tratta di una issue che taglia trasversalmente il mondo delle imprese energetiche. L’elemento accomunante è certamente “l’inevitabilità”. Nessuno, quale che sia il tipo di business, può pensare di non mettersi nella condizione di cogliere le opportunità che vengono dalla digital transformation. In questo senso, un potente test sulle imprese è stato il lockdown della primavera scorsa. Tutte le imprese interpellate hanno gestito con successo il lavoro a distanza, le linee non si sono fermate, i controlli e le manutenzioni sono proseguiti, e, soprattutto, hanno continuato a fornire energia al Paese. Quanto è avvenuto è stato descritto come un acceleratore di processi aziendali già fortemente voluti, in alcuni casi già sperimentati o schedulati. Naturalmente anche la trasformazione digitale delle imprese energetiche si caratterizzerà in base al tipo di business. Chi possiede grandi reti distributive rivolge il suo interesse verso i big data. Chi gestisce impianti industriali complessi interpreta le soluzioni digitali in chiave Industry 4.0 per l’ottimizzazione dei processi, il monitoraggio, la manutenzione predittiva, ed è dunque interessato alle soluzioni dell’internet of things, alla sensoristica smart, all’intelligenza artificiale e alla robotica. Chi è entrato nel business
La responsabilità è enorme, perché la questione si gioca sulla capacità di imporsi in quanto soggetti in grado di presidiare e produrre il cambiamento (compresa ovviamente la de-carbonizzazione dell’economia) e di offrire soluzioni avanzate rispetto alle criticità con cui si confronta la società, sia a livello di Sistema-Paese che in senso più ampio
delle rinnovabili vede nel digitale il vero elemento di ottimizzazione dei processi di produzione, di distribuzione e di consumo. Ma qual è l’impatto sulle risorse umane di questi potenti processi di trasformazione? Innanzitutto è bene chiarire che le aziende energetiche operano in uno dei settori tra i più knowledge Intensive del panorama produttivo nazionale. La ricerca sopra menzionata ha evidenziato, ad esempio, che nell’ultimo decennio la percentuale di laureati sul totale degli addetti è cresciuta di 15,4 punti percentuali, passando dal 28,6% al 44%. Si consideri, in termini comparativi, che il mondo del lavoro italiano presenta nel complesso una percentuale di laureati sul totale che non va oltre il 24,0% (fonte Istat 2020). In ogni caso, in questo scenario in rapido cambiamento e interessato da notevoli elementi di discontinuità, emerge un notevole interesse delle aziende per persone dotate di nuove competenze, preferibilmente talenti flex-skill, ovvero capaci di cambiare e adeguare velocemente le proprie capacità alle nuove richieste. Viviamo infatti una fase storica nella quale possiamo ritenere che “ciò che c’è da scoprire sia più rilevante di ciò che viene tradizionalmente conteso”. Se questo è vero, alle truppe fedeli, ordinate, disciplinate, ben formate alla gestione delle attività core, vanno affiancati soggetti che siano in grado e che abbiano voglia di esplorare nuovi orizzonti. Bisogna considerare che nell’industria dell’Oil & Gas
la catena del valore non si genera più solo dal grande progetto estrattivo o dal grande insediamento industriale di rilevanza sovranazionale da cui, a cascata, tutte le attività di filiera vengono improntate per quanto concerne i singoli margini di profitto. Assistiamo invece ad una moltiplicazione della progettualità - tanto nelle fonti tradizionali quanto e soprattutto nelle rinnovabili - che richiede modelli operativi specifici e dove il valore si crea con il ricorso alle più avanzate soluzioni digitali. In altre parole, esiste ancora un dispositivo operativo e organizzativo, ma al suo fianco se ne sviluppano tanti altri, spesso nuovi e in competizione tra loro. Per questo c’è bisogno di reclutare anche dei talenti ribelli, come qualcuno li ha definiti. Bisogna però operare alcune distinzioni sulla base del business di riferimento delle aziende e della loro collocazione attuale nel processo di transizione energetica. Le aziende che decidono di interpretare la transizione sviluppando attività diverse rispetto al loro core prevalente, tendono a creare unità di business specifiche. In queste unità le competenze richieste sono del tutto nuove e anche il mandato dei responsabili HR cambia drasticamente. Là dove non sono previste diversificazioni importanti, si attribuisce invece un peso decisivo alla “digitalizzazione” del personale esistente. Nel drilling, nell’upstream in genere, nel refining, il digitale consente di migliorare i processi, di ridurre tempi e costi, di controllare le emissioni, divenendo sostanzialmente indispensabile. C’è dunque consapevolezza che servirà un grande piano formativo anche perché, senza riqualificazione, una parte di questo personale andrà sostituito
con ampio ricorso agli ammortizzatori sociali. Infine, nelle aziende che si definiscono “in transizione” (per affiancamento di nuovi business o per sostituzione – in prospettiva - del business principale), le esigenze possono essere molto diverse. Queste aziende mettono in campo un’attività ricerca e di reclutamento di figure professionali anche molto diverse dal passato. Da qui la selezione e incorporazione di start up o aziende specializzate, la collaborazione con poli tecnologici o universitari, la creazione di nuove business unit. In ogni caso, quale che sia l’ambito di business delle aziende energetiche, è evidente che il loro futuro si definisce adesso, e non tra vent’anni. Per comprenderlo è sufficiente andare a vedere il livello di coinvolgimento potenziale del settore energetico nelle azioni del Piano Nazionale di Ripresa e Resilienza. La responsabilità è enorme, perché la questione si gioca sulla capacità di imporsi in quanto soggetti in grado di presidiare e produrre il cambiamento (compresa ovviamente la de-carbonizzazione dell’economia) e di offrire soluzioni avanzate rispetto alle criticità con cui si confronta la società, sia a livello di Sistema-Paese che in senso più ampio. In questo schema è evidente come gli stessi responsabili delle risorse umane siano chiamati a rivedere il loro ruolo: il reclutamento di persone dotate di competenze digitali avanzate, ad esempio, non dovrà avvenire solo ed esclusivamente per fargli fare ciò che è già oggi fattibile, immaginabile, prefigurabile. Una volta definiti e condivisi la vision e i macro-obiettivi aziendali, dovranno essere “sguinzagliate” ad esplorare con autonomia i sentieri più promettenti per raggiungerli.
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Piero Salatino Ordinario di Impianti Chimici – Università degli Studi di Napoli Federico II Presidente – MedITech Competence Center
ECOLOGIA INDUSTRIALE E MODELLI PER LA TRANSIZIONE ECOLOGICA di Piero Salatino
La transizione ecologica è affidata alla rapida affermazione di uno spettro diversificato di green technologies in una pluralità di ambiti industriali e civili complementari e tra loro fortemente interconnessi. Gli indirizzi strategici generali verso il greening dei sistemi economici sono ben delineati a livello europeo nel Primo Piano Strategico del Programma Horizon Europe. Nell’ambito del Cluster 4 (Digital, Industry and Space) le green technologies contribuiscono in modo sostanziale allo sviluppo di una economia industriale sostenibile e circolare. Sono di particolare rilievo i concetti cardine di: chimica rigenerativa (che punta alla riqualificazione ed al recupero di materie prime seconde da prodotti a fine
In un panorama così ampio e diversificato di tecnologie emergenti e di nuovi modelli di sviluppo socio-economico per la transizione ecologica, è di fondamentale importanza l’applicazione di metodologie di analisi improntate alla neutralità tecnologica e alla comparazione equa (fair benchmarking) tra le soluzioni possibili. L’Ecologia industriale è un’area di sviluppo scientifico e professionale matura
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ciclo di vita); de- e re-manufacturing (estensione del tempo di vita di prodotti a elevato valore aggiunto, recupero di risorse critiche, downcycling); riciclo intelligente e refurbishment (ripristino delle funzionalità iniziali tramite interventi a basso costo/basso impatto). Lo sviluppo dell’economia circolare è sostenuto attraverso i paradigmi della simbiosi industriale, dell’economia dell’idrogeno e della corretta gestione del ciclo del carbonio. Il Cluster 5 (Climate, energy and mobility) identifica lo sviluppo integrato di soluzioni per la produzione e l’utilizzo sostenibile di energia, tanto nei vettori consolidati (energia elettrica, gas naturale) quanto in quelli più innovativi (idrogeno, biocombustibili). In questo ambito assumono rilevanza le strategie per il sector-coupling (quali il Power-to-X e i percorsi della solar chemistry) e per lo stoccaggio di lungo termine dell’energia. Il Cluster 6 (Food, Bioeconomy, Natural resources, Agriculture and Environment) fa più esplicito riferimento allo European Green Deal, attraverso l’uso efficiente delle risorse, l’implementazione di protocolli di economia circolare, la preservazione della biodiversità e la riduzione dell’inquinamento. Le attività previste in questo ambito, in sintonia con le direttrici dei Cluster 4 e 5, puntano allo sviluppo integrato delle vocazioni agricole ed industriali del Paese verso la completa realizzazione di una industria chimica ed energetica sostenibile, circolare e sinergica, basata sui percorsi della chimica trasformativa e della bioraffineria. Non può essere sottaciuto, in questa
disanima complessiva, il ruolo fondamentale degli interventi demand-side, il risparmio energetico, l’utilizzo efficiente delle risorse, l’affermazione di comportamenti più virtuosi dei singoli e delle articolazioni sociali, la promozione di modelli di business, come quelli basati sulla performance economy, che rendano gli individui sempre più “fruitori” e sempre meno “consumatori” di risorse. In un panorama così ampio e diversificato di tecnologie emergenti e di nuovi modelli di sviluppo socio-economico per la transizione ecologica, è di fondamentale importanza l’applicazione di metodologie di analisi improntate alla neutralità tecnologica e alla comparazione equa (fair benchmarking) tra le soluzioni possibili. L’Ecologia industriale è un’area di sviluppo scientifico e professionale matura, consolidata da oltre 25 anni di intensa e qualificata ricerca a marcato carattere interdisciplinare, che rende oggi disponibili a studiosi, operatori e decision makers validi strumenti di analisi delle “esternalità” ambientali e sociali funzionali alle valutazioni di fattibilità e di sostenibilità. L'Ecologia Industriale esamina con approccio sistemico e integrato gli utilizzi e i flussi locali, regionali e globali di risorse materiali e di energia in prodotti, processi, settori industriali ed economici, identificando i “carichi ambientali” e quelli di ordine sociale ed economico associati ad un prodotto/servizio durante tutto il ciclo di vita, compresa la gestione dei rifiuti e la loro reimmissione nei cicli di produzione/utilizzo. Alcuni principi cardine per una com-
parazione equa e neutrale (fair benchmarking): • L’analisi deve essere effettuata sull’intero ciclo di vita (life cycle) dei processi/prodotti, tenendo conto dei collegamenti tra i settori (sector coupling) che sono sottesi a un dato processo produttivo o a un prodotto. • L’analisi deve riguardare, di norma, tutte le categorie di impatto ambientale riconosciute dalle più recenti standardizzazioni delle procedure LCA - Life Cycle Assessment (Climate change, Ozone depletion, Human toxicity, Respiratory inorganics, Ionising radiation, Photochemical ozone formation, Acidification, Eutrophication, Ecotoxicity, Land use, Resource depletion...). • Le valutazioni LCA devono integrare le valutazioni di ordine socio-economico derivanti dalle metodologie di più recente sviluppo del Life Cycle Costing (LCC) e del Social Life Cycle Assessment (S-LCA). • L’analisi deve essere correttamente contestualizzata sotto il profilo degli ambiti territoriali di riferimento, che devono essere opportunamente identificati in funzione degli obiettivi, anche tenendo conto dei potenziali condizionamenti di natura geopolitica, regolatoria e commerciale nelle relazioni internazionali associate alle soluzioni di interesse. • L’analisi deve essere correttamente contestualizzata anche rispetto ai riferimenti temporali e al carattere fortemente evolutivo dei sistemi di interesse. In particolare, l’analisi dovrà, nei limiti delle potenzialità degli strumenti di outlook e di uncertainty prediction, valutare la robustezza delle soluzioni ipotizzate rispetto agli andamenti tendenziali o a perturbazioni aleatorie. L’emergenza pandemica dell’ultimo biennio ha fornito una drammatica evidenza della rilevanza di queste considerazioni rispetto agli indirizzi delle politiche industriali, economiche e sociali a livello locale e globale. Questi i principi e le considerazioni di carattere generale, in qualche modo codificate. Alle quali desidero aggiungere alcune considerazioni particolari. In primo luogo, l’evoluzione dei sistemi energetici sembra delineare una big picture ricca e articolata in termini di modelli e soluzioni. Per un verso il ricorso al vettore elettrico associato a FER non programmabili (eolico, fotovoltaico) appare pienamente rispondente agli obiettivi di decarbonizzazione, ma pone preoccupazioni in ordine ad altre categorie di impatto, in primis il consistente ricorso a risorse abiotiche (Critical Raw Materials) intrinsecamente non rinnovabili e potenzialmente sog-
gette a condizionamenti collegati agli approvvigionamenti e al trading internazionale. Per altro verso il ricorso a FER rinnovabili programmabili, quali le bioenergie, appare molto meno condizionante in termini di accesso alle risorse abiotiche e può fornire soluzioni ottimali alla decarbonizzazione in alcuni settori, coniugandosi bene con i principi della economia circolare. Esso però richiede un ulteriore slancio per colmare il gap residuo verso il definitivo deployment delle tecnologie integrate di bioraffineria per la valorizzazione di scarti organici e biomasse non-food/low-ILUC, in larga parte di natura lignocellulosica, che possono assicurare consistenti approvvigionamenti “sostenibili” ai comparti energetico e chimico. La prospettiva di muovere da una economia carbon-constrained verso una economia resource-constrained richiede attenta e ponderata valutazione, soprattutto da parte di chi opera in un paese fortemente dipendente dall’estero negli approvvigionamenti di risorse quale l’Italia. La situazione è ben sintetizzata da Fatih Birol, Direttore esecutivo dell’Agenzia internazionale dell’energia, in premessa al recente rapporto The Role of Critical Minerals in Clean Energy Transitions World Energy Outlook Special Report, IEA - May 2021: “Today’s supply and investment plans for many critical minerals fall well short of what is needed to support an accelerated deployment of solar panels, wind turbines and electric vehicles (…) High geographical concentration, the long lead times to bring new mineral production on stream, the declining resource quality in some areas, and various environmental and social impacts all raise concerns around reliable and sustainable supplies of minerals to support the energy transition”. Altre due importanti considerazioni. Il fattore tempo: tutte le soluzioni verso la decarbonizzazione richiedono tempi non facilmente prevedibili connessi
con la infrastrutturazione dei sistemi energetici decarbonizzati e/o al completamento dell’”ultimo miglio” verso il definitivo deployment delle nuove soluzioni tecnologiche. Il fattore di scala: tutte le esperienze sinora sviluppate si riferiscono a livelli di penetrazione delle rinnovabili ancora relativamente contenuti. All’orizzonte si profila il terawatt challenge! La sostituzione estensiva delle fonti fossili con le fonti rinnovabili, fino a coprire in misura maggioritaria - se non esclusiva - i quasi 20 terawatt di fabbisogno di potenza attuale del nostro pianeta. È difficile prevedere quali possano essere le implicazioni di un così consistente passaggio di scala sul piano tecnologico, regolatorio, di impatto sui sistemi socio-economici, di sostenibilità globale. Queste considerazioni, e le incognite che ne derivano, per un verso devono stimolare una rapida definizione degli indirizzi politici, per altro verso consigliano di muoversi su uno spettro diversificato di traiettorie tecnologiche che contemplino anche soluzioni “ponte” in grado di assicurare la rapida moderazione delle emissioni climalteranti: risparmio ed efficientamento energetico, transizione a low-carbon fuels, ricorso a tecnologie NET (Negative Emission Technologies). Ci si dischiude davanti una prospettiva certamente problematica, ma anche ricca di opportunità per un Paese come il nostro che ha importanti vocazioni industriali, grandi tradizioni tecnico-scientifiche e straordinarie risorse intellettuali aperte al cambiamento e alla innovazione in senso green. Alle sfide che ci attendono è bene rispondere con politiche coraggiose e intraprendenti ma equilibrate, che tutelino la neutralità tecnologica, che integrino soluzioni complementari bilanciate sotto il profilo delle opportunità e dei rischi, che sappiano tracciare una “via Italiana” verso la transizione ecologica in grado di valorizzare i nostri patrimoni e le nostre specificità.
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Francesco Ciro Scotto Coordinatore studi e ricerche presso la Fondazione Filippo Caracciolo
NEUTRALITÀ ED ECORAZIONALITÀ di Francesco Ciro Scotto
Dai recenti negoziati di Glasgow è emerso come la “riduzione” dell’uso delle fonti fossili o anche soltanto della fonte più inquinante, il carbone, presenti nella realtà un livello di complessità di gran lunga più elevato rispetto a quello percepibile su carta. Una complessità che richiederà spazi e tempi adeguati, che un sano e razionale programma di evoluzione energetica non deve sottovalutare, pena il rischio di incorrere in situazioni emergenziali legate a possibili riduzioni delle forniture oltre che all’aumento improvviso e inatteso (almeno dai più) dei prezzi. In questa prospettiva è prioritario definire una lista delle priorità per il breve, il medio e il lungo periodo, che non sottovaluti i contraccolpi economici e sociali, né prescinda dalle inerzie di un sistema geopolitico e produttivo che, per oltre un secolo, ha fondato le leve del proprio sviluppo sulle fonti fossili. È fondamentale pianificare il cambiamento tenendo distinti gli strumenti dagli obiettivi, dando applicazione concreta al principio di neutralità tecnologica e di eco-razionalità. L’obiettivo è la massima riduzione delle emissioni inquinanti nel minor tempo possibile attraverso l’ottimizzazione dell’uso degli investimenti e della semplificazione normativa verso tutte le tecnologie abilitanti. Un obiettivo che dovrà essere raggiunto tenendo conto di ogni fase del processo emissivo, secondo un approccio che valuti le emissioni nell’intero ciclo di vita del veicolo.
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Seguendo l’approccio per priorità, una delle più rilevanti, soprattutto nel breve periodo, appare il miglioramento del mix energetico. I dati presenti in letteratura dimostrano in modo chiaro come i vantaggi emissivi dei processi di elettrificazione in generale e di incentivazione dell’auto elettrica in particolare possano realizzarsi solo nel momento in cui la domanda incrementale di energia sarà soddisfatta in modo pressoché esclusivo attraverso l’impiego di fonti rinnovabili. Si tratta di ipotesi che, anche guardando ai programmi più sfidanti dei Paesi più virtuosi, si verificherà ben oltre il 2030. Fino ad allora è necessario non sottovalutare le diverse alternative sul tavolo, anche in virtù del fatto che a quella data, almeno il 70% del parco sarà ancora costituito da veicoli endotermici. Nel medio periodo, è verosimile che la soluzione debba passare per un mix di interventi legati all’impiego dei biocarburanti e a misure di promozione della mobilità sostenibile, attraverso una combinazione di azioni tese, da un lato a ridurre complessivamente gli spostamenti (smart working, digitalizzazione dei servizi), e dall’altro a favorire un cambio modale con interventi di promozione del trasporto pubblico, della mobilità dolce e dello sharing. Secondo le stime presentate nello studio, tali misure appaiono assolutamente più efficaci di quelle legate all’elettrificazione accelerata del parco. Un capitolo a parte deve essere dedicato ai rischi e alle opportunità dell’i-
drogeno. I rischi sono analoghi a quelli derivanti dall’aumento dei veicoli BEV e riguardano il pericolo di un’impennata dei consumi energetici nei processi di produzione del vettore energetico (in particolare in quelli elettrolitici) e di riflesso il rallentamento del processo di riduzione graduale delle fonti fossili. Ridurre le fonti fossili, in Italia significa principalmente riduzione nell’uso del metano, ma in gran parte del pianeta significa riduzione dell’uso del carbone. Le opportunità riguardano invece l’impiego dell’idrogeno grigio (ricavato dal metano con steam reforming) e l’i-
In questa prospettiva è prioritario definire una lista delle priorità per il breve, il medio e il lungo periodo, che non sottovaluti i contraccolpi economici e sociali, né prescinda dalle inerzie di un sistema geopolitico e produttivo che, per oltre un secolo, ha fondato le leve del proprio sviluppo sulle fonti fossili. È fondamentale pianificare il cambiamento tenendo distinti gli strumenti dagli obiettivi, dando applicazione concreta al principio di neutralità tecnologica e di eco-razionalità
drogeno blu che prevede anche la cattura e stoccaggio della CO2. Queste tipologie di idrogeno, purtroppo ancora molto embrionali e probabilmente non del tutto mature sotto il profilo tecnologico, non incidono sulla generazione elettrica e al tempo stesso consentono una riduzione delle emissioni carboniche in fase di d’uso. Un tema fondamentale appare quello di calibrare in modo oculato gli investimenti per il rinnovo del parco. Un primo aspetto riguarda il tema della maturità tecnologica dei veicoli. Diversi approfondimenti scientifici realizzati negli ultimi anni, hanno messo in evidenza il grande potenziale tecnologico dei veicoli BEV. Un potenziale legato all’efficienza dei motori elettrici, nonché ai progressi dell’industria delle batterie, oggi sempre più efficienti ed economiche, con prospettive di sviluppo ulteriori. Partendo dal presupposto che gli incentivi all’acquisto servano a coprire la distanza di prezzo fra modelli, si può ritenere, ad esempio, che spostando gli incentivi di un solo biennio, si possano ottenere target di elettrificazione del parco analoghi se non maggiori di quelli attuali a fronte di stanziamenti pubblici dimezzati. Sempre in materia di rinnovo, meritano di essere richiamate alcune considerazioni relative al rapporto fra classe di Euro/cilindrata ed emissioni. Si tratta di dati di estremo interesse che possono aiutare a calibrare in modo più mirato eventuali politiche di rinnovo. Il danno ambientale legato, ad
esempio, alla circolazione di un veicolo di dimensioni Large- SUV è più che doppio rispetto a quello legato alla circolazione di un veicolo di dimensioni Small. In questa prospettiva si ritiene che politiche che tengano conto dell’età e soprattutto della cilindrata possano ridurre le emissioni complessive in misura maggiore rispetto a provvedimenti incentivanti fondati sulle emissioni allo scarico. Tanto le valutazioni ambientali, quanto quelle di sicurezza indicano, nella rottamazione dei veicoli più vecchi e nella loro sostituzione con modelli di cilindrata contenuta e dotati di ADAS, la vera priorità ambientale e di sicurezza. Alle valutazioni sulla classe di Euro si aggiungono poi quelle sulle classi di reddito. L’analisi sulla distribuzione territoriale degli incentivi e sulla penetrazione dei modelli di ultima generazione BEV o endotermici e alla correlazione con il prodotto interno lordo regionale evidenzia il rischio di tradursi in politiche elitarie riservate alle aree più ricche del Paese. Le regioni a più alto reddito pro capite (> 30.000 Euro) presentano una percentuale di veicoli elettrici a batteria quattro volte più elevata rispetto a quella esistente nelle regioni con reddito pro capite inferiore a 25.000 Euro. Nell'erogazione degli incentivi, sembra doveroso dare, pertanto, priorità alle categorie meno abbienti con strumenti molteplici legati alle tipologie di veicoli acquistabili, anche usati, o al reddito dei possibili acquirenti.
In questa prospettiva si ritiene che politiche che tengano conto dell’età e soprattutto della cilindrata possano ridurre le emissioni complessive in misura maggiore rispetto a provvedimenti incentivanti fondati sulle emissioni allo scarico. Tanto le valutazioni ambientali, quanto quelle di sicurezza indicano, nella rottamazione dei veicoli più vecchi e nella loro sostituzione con modelli di cilindrata contenuta e dotati di ADAS, la vera priorità ambientale e di sicurezza
Un’idea illuminata della sostenibilità non può prescindere dalle valutazioni di equità. * L’articolo riprende i contenuti e alcuni estratti dello studio “Per una transizione ecorazionale della mobilità automobilistica italiana”, presentato alla 75^ Conferenza del Traffico e della Circolazione. Sul sito della Fondazione Caracciolo www. fondazionecaracciolo.aci.it sono contenuti il summary e la versione integrale dello studio.
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Nadia Cerone Enea, Energy Technologies Department
SENZA RICERCA NON C’È TRANSIZIONE ENERGETICA di Nadia Cerone
La crescita economica negli ultimi secoli, resa possibile da una forte industrializzazione, è stata accompagnata dall’aumento dei consumi energetici e delle emissioni di gas serra (GHG). Prima della rivoluzione industriale la concentrazione della CO2 in atmosfera era di circa 280 ppm (parti per milione), nel 1955 quando si è cominciato a monitorarla sistematicamente era 313 ppm, nel 2021 ha raggiunto il valore record di 419 ppm con un incremento di ben 106 unità. L’importanza dell’emergenza climatica e la priorità di attuare misure ed azioni correttive sono ben rappresentate da questo andamento esponenziale. La concentrazione di GHG nell’atmosfera influisce sulla temperatura globale ed è una misura dell’effetto delle attività umane sull’ambiente. La stabilità climatica, da cui tutti dipendiamo, è compromessa dal rilascio in atmosfera di CO2 ad un ritmo senza precedenti. Stiamo vivendo una situazione di forte
Il raggiungimento degli obiettivi dell’Agenda europea richiede una innovazione tecnologica senza precedenti e, di conseguenza, un significativo potenziamento degli investimenti in ricerca, sviluppo e trasferimento tecnologico in più settori e attività
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criticità come ha sottolineato con forza il naturalista David Attenborough nel suo intervento alla COP26. Questo numero smetterà di crescere e inizierà a diminuire come risultato degli impegni presi a Glasgow? Anche se l'accordo raggiunto costituisce un passo importante, gli esiti sono parzialmente positivi, in alcuni casi, deludenti o vaghi, tanto che gli obiettivi dell'Accordo di Parigi (COP21) appaiono ancora troppo lontani. La presenza nei documenti ufficiali della COP26 della dicitura "riduzione graduale" dell’energia da carbone in sostituzione della prima e auspicata formulazione "eliminazione graduale" rappresenta un elemento di “preoccupazione” dal punto di vista dell’incisività delle decisioni ratificate dall’Accordo. Servono politiche più ambiziose, che siano condivise a livello globale e messe a terra nei prossimi decenni per ottenere risultati apprezzabili e ricadute positive. Per esempio, mentre le emissioni di GHG nel periodo 1990-2018 sono diminuite in Europa del 22%, le emissioni totali dei trasporti sono aumentate di oltre il 23%. L’impegno della Comunità Europea per raggiungere la neutralità climatica entro il 2050 è coerente con l’obiettivo di limitare l'aumento della temperatura media globale a 1,5 °C, ma richiede una completa trasformazione del modo di produrre, trasportare e utilizzare energia. Questo settore contribuisce in modo diretto a circa il 33% delle emissioni di GHG, ma se si considera l’effetto indotto sulle emissioni prodotte in altri settori, si raggiunge il 75%. Appare evidente che la decarbonizzazione del settore energetico è l’elemento princi-
pale di una trasformazione più ampia che coinvolge l’intera economia. Il raggiungimento degli obiettivi dell’Agenda europea richiede una innovazione tecnologica senza precedenti e, di conseguenza, un significativo potenziamento degli investimenti in ricerca, sviluppo e trasferimento tecnologico in più settori e attività. Dall’analisi dello sviluppo industriale negli ultimi tre secoli sono riconoscibili diverse "ondate" di innovazione che corrispondono a forti cambiamenti economici e sociali (FIG in calce). La prima ondata è avvenuta in corrispondenza della messa a punto dei macchinari per sfruttare la forza motrice dell'acqua; la seconda con lo sfruttamento del vapore come vettore energetico; la terza è iniziata con l’uso del carbone e dell’elettricità, la quarta coincide con lo sfruttamento su larga scale del petrolio e del gas. La quinta ondata di innovazione, iniziata negli anni ’90, non direttamente trainata da nuove tecnologie o fonti energetiche, è stata indotta prevalentemente dallo sviluppo dell’elettronica e del digitale. Il tema dell’energia è centrale nell’attuale (sesta) ondata caratterizzata dalla necessità, non più procrastinabile, di decarbonizzare il sistema energetico in gran parte grazie alla disponibilità ed all’utilizzo massivo di elettricità da fonti rinnovabili. Tali fonti energetiche, abbinate alle tecnologie per la digitalizzazione, rendono attuabili la smartizzazione delle reti ed infrastrutture energetiche, la mobilità sostenibile, le smart city e le comunità energetiche, la decarbonizzazione dei settori industriali fortemente energivori (hard to
abate). Vale la pena notare che la durata di queste fasi si è andata progressivamente riducendo e l’avvento della sesta ondata sembra, peraltro, accelerato dalla crisi economica causata dalla pandemia Covid-19. La fase di “rivisitazione” delle economie a livello mondiale con la conseguente mobilitazione di ingenti capitali e risorse finanziarie fornisce una occasione di svolta epocale. La ripresa economica dovrà avvenire necessariamente all’insegna della sostenibilità, in particolare per quanto riguarda la riduzione delle emissioni climalteranti al fine di limitare il riscaldamento globale a 1,5 °C. Sempre più spesso le istituzioni e i grandi operatori industriali vengono chiamati, anche in sede giudiziale, a rendere conto dei danni ambientali provocati nel lungo termine, degli effetti sulla salute pubblica, della minaccia di consegnare alle future generazioni un ambiente ed un territorio gravemente compromessi. Nel processo di transizione energetica, gli sforzi devono essere diretti alla diffusione di tecnologie e processi produttivi sostenibili, all’implementazione di servizi avanzati e di soluzioni per l’efficientamento e l’ottimizzazione degli usi finali dell’energia. L’intera scala del Technology Readiness Level (TRL) è fondamentale per ottenere processi di innovazione sostenibili verso la neutralità climatica. In particolare, l’investimento in tecnologie di R&S ad alto TRL è necessario affinché queste possano raggiungere un livello competitivo, fornendo chiari segnali al mercato per favorire la diffusione e l’utilizzo di tecnologie a basse emissioni di carbonio. Un contributo significativo alla riduzione delle emissioni di CO2, dopo il 2030, sarà fornito da tecnologie che non sono ancora sul mercato; pertanto appare evidente che occorre programmare ed attivare investimenti anche nelle tecnologie a basso TRL. Infatti, nel 2050, si stima che quasi la metà delle riduzioni di CO2 verrà da tecnologie che sono attualmente in fase di dimostrazione o a livello di prototipo. Tra le diverse possibili opportunità di innovazione si citano i sistemi di accumulo energetico, gli elettrolizzatori per produrre idrogeno da acqua o rifiuti organici, la cattura, lo stoccaggio e l’uso della CO2, anche direttamente dall’atmosfera. Inoltre, l'innovazione deve essere, accompagnata dalla realizzazione di nuove infrastrutture e/o dall’ammodernamento/potenziamento di quelle esistenti: nuovi gasdotti per trasportare le emissioni di CO2 catturate, sistemi per convogliare e distribuire l'idrogeno, sistemi per l’integrazione delle reti energetiche (smart sector integration) e altro. Nell’ambito dei trasporti, oltre alle tecnologie per la elettro-mobilità
L’intera scala del Technology Readiness Level (TRL) è fondamentale per ottenere processi di innovazione sostenibili verso la neutralità climatica. In particolare, l’investimento in tecnologie di R&S ad alto TRL è necessario affinché queste possano raggiungere un livello competitivo, fornendo chiari segnali al mercato per favorire la diffusione e l’utilizzo di tecnologie a basse emissioni di carbonio bisogna accelerare il conseguimento di TRL elevati nella produzione sostenibile di biocarburanti di seconda e terza generazione necessari per i settori del trasporto pesante e avio. In questa prospettiva, è necessario mettere a punto processi biologici e catalitici più economici e selettivi anche utilizzando breakthrough derivanti dalla ricerca di base. Ad esempio, sarebbe necessario disporre di enzimi per utilizzare al meglio le biomasse come fonte di materiali sostitutivi delle plastiche ottenute dal petrolio e, in un approccio a cascata, di bioenergia. Nei processi industriali devono essere ricercati catalizzatori economici e robusti per la produzione di idrogeno molecolare e idrocarburi, preferibilmente non basati su critical raw materials. È necessario sviluppare elettrolizzatori operanti a grande scala (>100 MW) per soddisfare la futura domanda di idrogeno
a livello industriale, per esempio alla produzione di ammoniaca e di e-fuel, ma anche su piccola scala per la maggiore integrazione nelle micro-grid. Lo sviluppo e l'implementazione di queste tecnologie creerebbe nuovi comparti industriali, attività commerciali e opportunità di lavoro qualificato. L’innovazione energetica che si prefigura è parte della più ampia transizione alla sostenibilità ed è caratterizzata da un approccio transdisciplinare ed interdisciplinare della ricerca. La conoscenza sarà originata dalla interazione di diverse discipline scientifiche e non-scientifiche, che dovranno individuare soluzioni socialmente accettabili oltre che basate sul progresso della tecnologia e sulla creazione di sviluppo competitivo. Questo tipo di ricerca richiede nuovi ruoli per i ricercatori che non potranno essere solo generatori della conoscenza ma anche suoi broker, dovranno partecipare e facilitare il dialogo sistemico, contribuire alla definizione degli assetti normativi, sviluppare innovazione e dimostrare la fattibilità e la sostenibilità di tecnologie e soluzioni avanzate. Tali competenze dovranno essere integrate e combinate tra loro al fine di implementare la transizione sostenibile da concetto ideale a processo adattivo ed evolutivo. Il mondo della ricerca è, pertanto, al centro di questo processo, arbitra e al tempo stesso partecipa al dialogo tra diversi soggetti e molteplici istanze, è responsabile della generazione di nuova conoscenza, ma anche del suo adattamento per risolvere problemi del mondo reale, propone, sviluppa, sperimenta e valida tecnologie, componenti, soluzioni e sistemi per un futuro più sostenibile.
Onde di innovazione nell’era industriale. Adattato da Newman, A. O. "Covid, cities and climate: historical precedents and potential transitions for the new economy." Urban Science 4.3 (2020): 32 e riferimenti interni.
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Emanuela Colombo Professoressa Ordinaria
Diana Shendrikova Ricercatrice Senior Department of Energy Politecnico di Milano
STRUMENTI E COMPETENZE PER ATTIVARE UNA DECARBONIZZAZIONE INCLUSIVA di Emanuela Colombo e Diana Shendrikova
La conferenza G20 a Roma e la COP26 hanno portato i paesi a confermare le proprie intenzioni di limitare l’aumento della temperatura media globale a meno di 1,5 gradi rispetto all’era preindustriale, ma entrambi gli incontri hanno lasciato molte domande aperte, mettendo in luce le divergenze tra i paesi in merito agli obiettivi, ai tempi e alle modalità di implementazione di una transizione equa e sostenibile che deve passare per una efficiente ed efficace cooperazione internazionale. Tuttavia, come già evidenziato dalla pandemia, l’equilibrio tra la cooperazione internazionale e la tutela degli interessi nazionali rappresentano un bilanciamento complesso da studiare e ottenere. Per questo, a livello di pianificazione
Nella sostanza, questi strumenti possono offrire all’Italia un framework metodologico con cui valutare l’impatto correlato delle tecnologie e dei processi per identificare i settori strategici nazionali (di oggi e di domani pensando alle riconversioni industriali verso nuove filiere in cui l’Italia potrebbe diventare leader tecnologico – CCS, biocombustibili, idrogeno)
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nazionale, diviene essenziale raggiungere un consenso sugli obiettivi, le priorità e le modalità della transizione, coinvolgendo tutte le parti sociali, affinché i percorsi definiti possano essere pienamente coerenti da una parte con gli obiettivi climatici, dall’altra con la reale fattibilità di una trasformazione industriale tesa a salvaguardare l’occupazione nel paese (e a stimolarne la crescita) e a promuoverne la competitività industriale italiana in Europa e nel mondo. Occorre un cambio di paradigma multidimensionale e sistemico per il quale, dalla prospettiva che è propria della nostra formazione accademica, evidenziamo due possibili fattori abilitanti per trasformare la decarbonizzazione in uno stimolo per il paese L’ecologia industriale come strumento scientifico per attivare una decarbonizzazione davvero inclusiva La transizione ecologica è una sfida multidimensionale nella quale è necessario riconoscere il ruolo e la responsabilità di alcuni metodi e strumenti scientifici. Gli strumenti dell’ecologia industriale effettuate sull’intero ciclo di vita di prodotti e processi (LCA) consentono di approfondire le analisi ambientali valutando impatti diretti e indiretti per: (1) emissioni di CO2 e GHG in generale (carbon footprint); (2) emissioni di inquinanti dell’aria (come SOx, NOx, PM10….); (3) richiesta di materiali rari, oggi sempre più strategici, utilizzo
di acqua e/o di suolo, biodiversità e di altre categorie ambientali. Questi strumenti possono aiutare il Paese a dialogare con l’Europa per proporre una base comune per analizzare tecnologie e processi industriali per contribuire a: 1. definire la tassonomia relativa alle fonti e alle tecnologie “pulite” chiedendo di superare l’attuale logica associata a una prospettiva focalizzata soltanto sulle emissioni dirette che avvengono nel luogo dove la tecnologia o il processo operano e/o sono in esercizio. 2. formulare e implementare un meccanismo di Carbon Pricing che possa tenere in considerazione le emissioni indirette contenute nei beni e prodotti importati senza il quale l’Europa in generale e l’Italia nello specifico, potranno restare penalizzate nel commercio globale in termini di: perdita di valore aggiunto, di posti di lavoro a causa di possibili e progressive delocalizzazioni, rischi per la competitività delle imprese e dei prodotti nazionali. Nella sostanza, questi strumenti possono offrire all’Italia un framework metodologico con cui valutare l’impatto correlato delle tecnologie e dei processi per identificare i settori strategici nazionali (di oggi e di domani pensando alle riconversioni industriali verso nuove filiere in cui l’Italia potrebbe diventare leader tecnologico – CCS, biocombustibili, idrogeno).
QUALI INDICAZIONI DI POLICY POSSIAMO TRARRE Una task force multi-attoriale guidata da accademici di università italiane e supportata da un tavolo multiattoriale che includa le imprese, le Istituzioni e le parti sociali, potrebbe rappresentare un efficace accompagnamento delle strategie paese di decarbonizzazione e arrivare a proporre strumenti utili anche in ottica europea, ad esempio, alla luce delle numerose discussioni di metodo inerenti il meccanismo di Carbon Border Adjustment. Auspicio comune è che si utilizzi e si valorizzi quanto già disponibile dal comparto accademico e del mondo della ricerca e si cerchino le massime sinergie evitando moltiplicazione di sforzi e doppi investimenti. Questo è un primo punto in cui una collaborazione interministeriale diventa essenziale. Si auspica un piano industriale strategico che punti su tecnologie e processi per i quali l’Italia possa combinare interventi di alto impatto per la decarbonizzazione globale anche sostenendo la transizione nei paesi in via di sviluppo (a cominciare dal continente Africano) con azioni di equa promozione del sistema italiano dell’innovazione imprenditoriale e industriale ma anche della cultura, della formazione e della ricerca. Per questo si auspica una piena sinergia tra i ministeri di competenza che possa valorizzare approcci bilaterali a cavallo tra politica estera, cooperazione e internazionalizzazione delle imprese, con la potenzialità di trasformando un rischio in opportunità per un nuovo posizionamento del Paese nella scena internazionale.
Le persone come volano di una transizione giusta: aggiornamento e riqualificazione professionale La sostenibilità di lungo periodo di un qualunque processo trasformativo è principalmente associata alla ricchezza del capitale umano. Per questo è necessario non trascurare programmi di aggiornamento e riqualificazione professionale da attivare fin da subito anche coinvolgendo i territori. Questo percorso dovrebbe coinvolgere diverse categorie. Ne citiamo due per brevità.
Attuale forza lavoro impegnata nei settori destinati a trasformarsi: le competenze trasversali come le competenze digitali e le tematiche di sostenibilità e di economia circolare potrebbero diventare un primo pacchetto di Long life learning. Successivamente e in accordo con il percorso trasformativo saranno necessari investimenti più significativi e mirati alla riqualificazione professionale specifica e settoriale. Le future generazioni nel cui curriculum (dalle elementari all’università) sarà necessario inserire una maggior
predisposizione all’innovazione e alla flessibilità. Quest’anno Italia ha superato il 30% della disoccupazione giovanile, registrando il record negativo. La flessibilità e la volontà di mettersi in gioco, caratteristica dei giovani andrebbe sfruttata per orientarli sin dall’inizio del loro percorso lavorativo verso i settori sostenibili e l’innovazione sociale. Trasformare un rischio in opportunità per un nuovo posizionamento del Paese Le considerazioni sopra esposte aiutano a comprendere che la decarbonizzazione è un processo necessario ma lungo e articolato, che per poter mitigarne i rischi richiede: 1) una volontà politica a lungo termine (che rimane fondamentale) sorretta da un’analisi attenta delle opportunità e dei rischi che la transizione energetica può attivare tanto in termini di adattamento dell'infrastruttura esistente quando dello sviluppo e dell’implementazione di nuove tecnologie e processi. 2) un'accurata identificazione e formulazione dei collegamenti intersettoriali e delle strategie su come mitigare eventuali crisi (preparedness) per evitare che la transizione verde mette al “verde” il comparto industriale e i suoi lavoratori passa anche per l’esplorazione di fonti energetiche e tecnologie di transizione. 3) il rafforzamento delle strategie di cooperazione internazionale per raggiungere gli obiettivi globali di decarbonizzazione (sono attesi fondi per la transizione nei paesi in via di sviluppo) affinché il comparto industriale italiano possa cogliere questa opportunità e accrescere la propria competitività anche globale.
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COVER STORY
Gianni Pietro Girotto Presidente Commissione Industria del Senato
LA RICETTA È SEMPLIFICARE E SOSTENERE I SETTORI IN TRASFORMAZIONE intervista a Gianni Pietro Girotto di Marco D'Aloisi
La recente COP26 ha lasciato irrisolti diversi nodi. Secondo alcuni è un modello superato. È certo però che per raggiungere gli obiettivi sarà necessario un approccio maggiormente coordinato. Cosa servirebbe, a suo avviso, per rendere i processi decisionali più efficaci? È sempre difficile trovare una quadra su certe tematiche. È chiaro che quando si parla di rapporti tra più Stati non ce ne può essere uno che dice d'ora in avanti si fa così perché lo dico io. Si deve andare verso una collaborazione sempre più stretta perché gli interessi tendono ad essere divergenti e su tutta una serie di materie comuni, come ad esempio l’energia, una gestione unica sarebbe più efficace. Ripeto, sono questioni che non hanno una risposta facile. L’Europa importa gran parte del suo fabbisogno energetico e proprio da qui nascono tutta una serie di problemi. Una soluzione strutturale potrebbe essere quella di arrivare agli Stati Uniti d’Europa. Un primo passo è stato fatto con il discorso degli stoccaggi comuni su base volontaria. Se l’Europa fosse meno dipendente dalle fonti estere avremmo molte meno difficoltà e questo lo si può fare attraverso le rinnovabili e l'efficienza energetica. Dobbiamo far sì che l’Europa diventi il più possibile autonoma da un punto di vista energetico. La politica, si sa, tende a discutere molto prima di arrivare ad una soluzione. Abbiamo la moneta unica, dovremmo arrivare anche all’energia unica.
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Il Senato ha svolto diverse audizioni sul PTE e sull’attuazione del PNRR. Quale bilancio ne può trarre? La mole di documenti esaminati è stata enorme, ma il bilancio si riduce a poche cose e abbastanza semplici. Noi viviamo con la spada di Damocle dei cambiamenti climatici che sono un costo a prescindere, sia che usiamo fonti fossili o meno; importiamo gran parte del nostro fabbisogno e abbiamo consumi molto più alti di quello che riusciamo a produrre. Come gruppo politico abbiamo sempre detto che la strada è quella delle rinnovabili e dell’efficienza energetica che devono andare in parallelo. Quindi tutte queste discussioni in corso, a mio avviso, man mano stanno delineando che la strada da seguire è questa come appunto dicono la Commissione europea, l’Agenzia internazionale per l’energia e anche la nuova amministrazione Biden che ha cambiato completamente rotta rispetto alla precedente. Da un pun-
Si deve andare verso una collaborazione sempre più stretta perché gli interessi tendono ad essere divergenti e su tutta una serie di materie comuni, come ad esempio l’energia, una gestione unica sarebbe più efficace. Ripeto, sono questioni che non hanno una risposta facile
to di vista interno ci siamo resi conto, per chi non se ne fosse reso ancora conto, che il problema grosso sono, da un lato, il permitting sulle rinnovabili e, dall’altro, il completamento della riforma del mercato elettrico che non è ancora pronto per la gestione delle rinnovabili in forma aggregata per tutti i servizi ancillari, e la partecipazione attiva dei cittadini. I pareri sul PTE, sia di Senato che Camera, mettono in evidenza alcuni aspetti che sono importanti appunto fra quelli anche il discorso della neutralità tecnologica. Secondo lei si sposa con un ragionamento che spinge sulle rinnovabili a prescindere dalla loro maturità o meno? Non so chi dica rinnovabili a prescindere dalla loro maturità o meno. Lo Stato ha la possibilità di incentivare le rinnovabili non mature perché scommette sul fatto che se noi diamo una spinta iniziale, poi calano i prezzi e si ha una produzione tale, a un costo tale, che mi ripaga dello sforzo pubblico iniziale. Questo è stato fatto in passato con il fotovoltaico, con i vari conti energia e con l'eolico. Noi continuiamo a ripetere che tecnologicamente dobbiamo rimanere neutrali proprio in questo senso: vediamo dove il denaro pubblico è meglio speso, ma nel momento in cui una qualsiasi tecnologia raggiunge una maturità che la fa stare sul mercato da sola, a quel punto lì deve farcela con le proprie forze. Tra l'altro, ciò porta più concorrenza e si sviluppano ulteriori miglioramenti tecnologici. Così
diventa un circuito virtuoso. Quindi, il ruolo del pubblico è gestire il denaro pubblico in maniera che si incentiva qualche cosa che mi restituirà l'importo iniziale che gli ho destinato. Sul discorso della raffinazione diciamo che di impegni parlamentari non ce ne sono stati molti, non perché non sia un settore importante quanto sembra. Si ha l’idea una sua trasformazione in chiave low carbon non sia percorribile ovvero che i prodotti tradizionali non possano evolvere verso qualcosa di diverso? Questa è una situazione assolutamente delicata e importante. Delicata, perché se pensiamo ad esempio agli aerei, a cui nessuno vuole rinunciare, prima di avere un’alternativa a batteria o idrogeno passerà parecchio tempo, ma ciò non significa che nel frattempo si rinunci a volare e servono perciò i combustibili appropriati. Importante, perché sappiamo che una raffineria per rimanere economicamente sostenibile deve lavorare determinati volumi. Da una parte dobbiamo essere coscienti di questo, dall’altro, che parte del sistema si può riconvertire sui biocombustibili da oli vegetali, esausti o altre matrici derivanti da biomasse. Nel frattempo, non è che possiamo permetterci di chiudere le raffinerie aspettando che arrivi la soluzione tecnica vincente che ci può far rinunciare a questa tecnologia. Bisognerà accompagnare il sistema in questa trasformazione. Le stesse multinazionali hanno capito, ormai direi, che comunque dovranno cambiare il proprio business model e affiancare l'attività con nuove fonti rinnovabili e via via abbandonare le materie prime fossili. Per rendere tutto ciò possibile servono dei fattori abilitanti che al momento mancano nella normativa europea. A partire dal sistema di
calcolo delle emissioni che è solo allo scarico e non sull’intero ciclo di vita. Vede possibilità di correzione in questa direzione? Su questo tema ho sempre detto chiaro e tondo che qualsiasi tecnologia va valutata sempre e comunque in termini di Life Cycle Assessment (LCA), ci mancherebbe. Non lo dico solo io, ma tutto il Movimento 5 Stelle. Continueremo a ribadire che qualsiasi tecnologia va valutata in questo modo, non ci piove. È evidente che il “Fit for 55” andrà perfezionato e tutte le altre normative europee e nazionali dovranno includere l’LCA tra gli strumenti indispensabili. È un punto di partenza da cui non si può prescindere, altrimenti di che cosa stiamo parlando? Altrimenti come facciamo a dire che una tecnologia è più o meno performante di un'altra o più pulita di un'altra. Questo forse aiuterebbe il sistema industriale a restare competitivo ed evitare rischi di delocalizzazioni? La soluzione per evitarle rimane quella di una seria carbon border tax. Qualsiasi prodotto o servizio che arriva da un qualsiasi punto del pianeta deve incorporare nel suo costo le esternalità negative. Questa è la soluzione strutturale definitiva, altro non c’è. Nel “Fit for 55” c’è un tentativo in questo senso, la CBAM, che, anche se parziale e prevista per il 2026 senza ancora i dettagli su come si farà a calcolare la tassazione dei vari prodotti, è però qualcosa di cui la politica inizia a parlare. L’unica strada per evitare le delocalizzazioni è quella di avere un playing level field il più possibile paritetico anche se determinati paesi continueranno avere il vantaggio delle materie prime in casa, di manodopera a costo più basso. Questo però per il momento è ineluttabile. Ci sarà comunque una concorrenza su questi fattori.
È evidente che il “Fit for 55” andrà perfezionato e tutte le altre normative europee e nazionali dovranno includere l’LCA tra gli strumenti indispensabili. È un punto di partenza da cui non si può prescindere, altrimenti di che cosa stiamo parlando? Altrimenti come facciamo a dire che una tecnologia è più o meno performante di un'altra o più pulita di un'altra I pareri espressi dal Parlamento sul PTE danno degli indirizzi chiari al Governo. Quale è il suo auspicio? Il PTE, di cui mi ero evidenziato gli aspetti più importanti quando è uscito a luglio, dice un sacco di cose assolutamente di buon senso e condivisibili: transizione, sostenibilità, economia circolare, giustizia sociale. Direi che sono d’accordo per il 99% su ciò che c’è scritto. Come sempre il passaggio è concretizzarle. Il PNRR ha disposizione una serie di denari per farlo e quindi dobbiamo cercare di utilizzarli al meglio. Rispetto al PTE non ho molto da aggiungere, perché se riuscissimo a concretizzare quello che prevede vorrebbe dire che avremmo fatto veramente un gran lavoro. Osservo e continuo ad osservare che siamo indietro sulle due cose che ho citato prima, cioè il permitting e il completamento del mercato elettrico che non è ancora pronto. Gli strumenti a disposizione vanno assolutamente perfezionati e dobbiamo completare il discorso di semplificazione burocratica, che non è solo ed esclusivamente a favore delle rinnovabili, ma per tantissime altre cose di cui l'Italia ha bisogno. Semplificare non vuol dire sacrificare la legalità, ma sicuramente togliere discrezionalità soggettiva. Questo è un passaggio chiave: in uno Stato non può decidere un funzionario con criteri suoi personali. In uno Stato il funzionario segue pedissequamente una procedura che deve essere il più possibile oggettiva e lo spazio alla discrezionalità personale deve essere il minimo indispensabile. Se vogliamo uno Stato che funzioni, le procedure devono essere chiare e non interpretabili ad personam. Il Parlamento fa le leggi e i livelli sottostanti devono fare quello che dice la legge. Non è solo un auspicio, ma una dichiarazione di intenti di impegno politico che il Parlamento deve sostenere con forza.
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STORIA DEL PETROLIO
UNA STORIA LUNGA OLTRE 100 ANNI DA CUI C’È TUTTO DA IMPARARE di Giorgio Carlevaro
Giorgio Carlevaro
In questa nuova puntata della Storia del Petrolio, Giorgio Carlevaro ripercorre un’epopea lunga oltre un secolo, fatta di progressi e innovazioni tecnologiche senza le quali non si sarebbe andati, come si usa dire, da nessuna parte. Una storia che ha ancora molto da insegnarci.
Direttore emerito Staffetta Quotidiana
La fine dei fossili a scadenza più o meno ravvicinata, in quanto fonti di energia che non sarebbero più sostenibili e messe quindi al bando lasciandole sotto terra, postula la tesi che da qui al 2030 o al 2050 l’industria carbonifera, quella del gas e quella del petrolio non saranno in grado di registrare, ovviamente separatamente, innovazioni tecnologiche nei modi di estrarli, di lavorarli e di consumarli simili a quelle realizzate negli ultimi 100 anni. Tali da smentire gli scenari apocalittici che vengono diffusi. Un po’ come è accaduto con il peak oil di cui si parla almeno da cinquant’anni e, nonostante l’aumento dei consumi di questa fonte a livello mondiale, finora nessuno l’ha visto. Grazie alla rivoluzione informatica che ha consentito di moltiplicare e migliorare le conoscenze geologiche. E questo proprio perché la storia di queste fonti, che risale all’età della pietra o, comunque, alla rivoluzione industriale, cioè a più di due secoli fa, smentisce simili assunti. Senza progressi e innovazioni tecnologiche non si sarebbe andati, come si usa dire, da nessuna parte. E saremmo ancora alle carrozze a cavalli, alla navigazione a vela, al lume di candela e alle stufe a le-
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Cosa è avvenuto nel frattempo? È accaduto di tutto e di più e ce ne siamo dimenticati. Al punto che dovendo affrontare la crisi climatica causata dalle emissioni delle fonti fossili la cosa migliore da fare è appunto quella di metterle al bando sic et simpliciter e di non usarle più. Che problema c’è a farne a meno? Lo vediamo in questi mesi con il caro-energia. Non sarebbe più semplice trovare invece il modo di renderle più sostenibili sotto tutti i profili? Imparando appunto dalla storia che ci dice, tra l’altro, proprio a proposito di sostenibilità, che le fonti fossili, in particolare il petrolio e il gas, di strada in tanti decenni sul mercato, ne hanno fatta parecchia.
giornata. Parliamo di quella che oggi conosciamo come Esso Italiana e che allora venne costituita a Venezia come Società Italo Americana pel Petrolio (Siap) avendo come scopo il commercio del petrolio per illuminazione, per riscaldamento e per usi di cucina. Nulla che lasciasse immaginare quello che è poi accaduto. Una delle prime affiliate della Standard Oil, le cui origini risalgono a sua volta al 1870 quando John D. Rockfeller costituisce la Standard Oil Company (Ohio). Dieci anni dopo la prima trivellazione petrolifera del colonnello Drake a Titusville nel nord della Pennsylvania (1859), da cui è partita la corsa all’ “oro nero”. E dieci anni prima della nascita a Torino nel 1899 della Fiat cui seguiranno all’inizio del Novecento le prime richieste di benzina per motori a scoppio: con gli automobilisti che diventano anche loro clienti a tutti gli effetti dell’industria petrolifera.
È il caso sicuramente della storia del petrolio. Partendo da quella di una società che è presente in Italia dal maggio 1891, cioè da 130 anni, l’unica a vantare un record del genere e che ha il merito di avere tenuto memoria della sua storia, anno dopo anno, in una brochure che viene regolarmente ag-
Con la necessità di creare nuovi depositi dopo il primo costituito a Porto Marghera nel 1892. Avveniristico parlare di autobotti (le prime arriveranno nel 1925), per i carri cisterna ci si accontenta del “tiro a due cavalli”. Nasce anche l’industria aeronautica, occorrono benzine speciali e la società
gna. Che, ripensandoci, non era proprio un bel vivere. Come accade del resto ancora oggi alla gente che vive in molti paesi poveri e sottosviluppati
riscaldamento centralizzato promossi dalla società in varie città. Sviluppi importanti si registrano anche nel settore della raffinazione con l’acquisto da Angelo Moratti della raffineria Rasiom in Sicilia, dove nel 1964 entrerà in funzione un impianto per la produzione di oli lubrificanti che nel 1971 (sono passati 80 anni) diventerà il più grande d’Europa, e una quota del 60% nella raffineria Sarpom di Trecate in Nord Italia, vicino alle aree di maggiore assorbimento e consumo dei prodotti petroliferi.
di cui parliamo già nel 1909 è pronta a commercializzarle. Non bastano le bettoline a vela per importare i prodotti e nel 1911 (sono passati vent’anni) vengono commissionate ai cantieri di Genova le prime due petroliere. Passata la guerra, nel 1920 l’attività si diversifica assumendo una partecipazione nella raffineria di Trieste che lavora il greggio estratto dai pozzi della Galizia e nel 1922 (sono passati trent’anni e la sede viene trasferita da Venezia a Genova) è la prima ad adottare in Italia a titolo sperimentale i primi distributori automatici stradali (il modello T 308 con il caratteristico collo lungo). Si affinano i prodotti e nel 1925 inizia la vendita della benzina speciale Lampo Avio e del lubrificante Olio Avio, progenitori dello Standard Motor Oil, del nuovo supercarburante Esso e dell’Essolube Motor Oil. Con la gamma dei prodotti che comprende anche l’olio combustibile, il bitume e addirittura l’insetticida Flit. Con l’attività che si estende alla ricerca e all’estrazione del greggio (1927) e alla produzione di grassi e lubrificanti (1928). Sul mercato dal 1901 la società deve fare i conti con la presenza della Mobil, dal 1912 della Shell (Nafta) e dal 1926 dell’Agip (controllata dallo Stato). Stimoli a migliorare la qualità dei prodotti e il servizio reso alla clientela per far fronte all’accresciuta concorrenza. Sulle strade dagli anni ‘30 accanto ai distributori automatici, molti appoggiati a drogherie e altri esercizi commerciali si diffondono i chioschi a pagoda, progenitori delle stazioni di servizio che fanno in tempo a fare la loro comparsa prima dell’inizio della guerra. E intanto nel 1932 (sono passati 40 anni) la società è la prima in Italia ad adottare la definizione del numero di ottano nel carburante, poi migliorato nel 1938 con l’aggiunta di additivi. E arriviamo così
al 1941 quando (sono passati 50 anni) anche questa società, come le altre società straniere, subisce il sequestro in quanto considerata industria strategica. Fino al 1946, quando inizia l’opera di ricostruzione degli impianti danneggiati e/o distrutti dagli eventi bellici, tra cui la raffineria di Trieste. Con l’attività di vendita dei prodotti che riparte dal giugno del 1948 quando viene immesso sul mercato l’Esso Extra, il primo supercarburante del dopoguerra. Per far fronte al crescente fabbisogno di prodotti ora la società può contare anche sulle raffinerie di Bari e Livorno di proprietà della Stanic partecipata su base paritetica dalla Standard Oil (New Jersey) e dall’Anic.
Si avvicinano gli anni ’70, quelli che passeranno alla storia come “gli anni d’oro del petrolio”, addirittura “l’Età del petrolio”, e sul mercato accanto ai marchi Agip, Esso, Mobil e Shell, già ricordati, ci sono quelli di Amoco, Api, BP, Caltex, Chevron, Erg, Kupit, Repsol, Tamoil e Total, in un via vai a cui non è semplice star dietro (v. articolo su Muoversi n. 2/2021). A cui fanno seguito gli anni della crisi quando, dopo la guerra del Kippur dell’ottobre 1973, si comincia a parlare di un nuovo modello di sviluppo. Con i primi segnali di stop al tutto petrolio, con la chiusura delle raffinerie meno efficienti e l’autoriduzione dei punti vendita carburanti. Anche per la società di cui parliamo ciò significa porre mano, tra il 1976 e il 1981 (sono passati 90 anni), al primo programma
Nel 1950, alla vigilia di compiere 60 anni, la società cambia nome in Esso Standard Italiana. A Trieste viene prodotto il primo carburante per aerei a reazione. Nel 1961 (sono passati 70 anni) mentre la gamma dei prodotti si allarga all’Esso Gas e al nuovo gasolio riscaldamento Esso Red, destinati principalmente all’uso domestico e negli impianti di
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di razionalizzazione delle rete carburanti che contava allora 4.268 punti vendita su un totale di circa 40.000 (oggi sono scesi a poco più di 22.000). A cui, per quel che riguarda la razionalizzazione del sistema di raffinazione, seguirà nel 1982 l’uscita dagli impianti di Livorno e Bari. Decisioni più o meno analoghe che vengono prese anche da altre compagnie. Fino a vere e proprie decisioni di disimpegno e di uscita dal mercato. Non della Esso, che nel 1991 festeggerà il primo secolo di attività in Italia. Dopo aver introdotto per prima sul mercato a partire dal 1985 il sistema di vendita self service post-pay e proseguito nei processi di automatizzazione e di informatizzazione degli impianti con tecnologie di avanguardia. E procedendo altresì nel miglioramento qualitativo dei prodotti attraverso la loro desolforazione catalitica. Con l’inaugurazione nel 1989 presso la raffineria Rasiom di un impianto per la produzione di benzina senza piombo commercializzata a partire dal 1992. Obiettivo: abbattere le polveri negli impianti di cracking catalitico e produrre carburanti a bassissimo tenore di zolfo. A prezzo di massicci investimenti nelle raffinerie. Introducendo tra il 1996 e il 2005 (doppiato il capo dei 110 anni) una nuova generazione di gasoli senza zolfo nel rispetto dei più severi standard di emissione, un bitume speciale adatto all’alta velocità, una nuova linea di lubrificanti per il trasporto pesante. Con una partecipazione del 25% tra il 2003 e il 2011 nel progetto Tempa Rossa per la ricerca di greggio in Basilicata, poi ceduta ad altro operatore. Mentre va in porto tra il 2005 e il 2009 la realizzazione, insieme alla Qatar Petroleum, di un terminale offshore di Gnl (gas naturale liquefatto) in Adriatico, collegato alla rete nazionale del metano della Snam. Superato nel 2016 il traguardo dei 125
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anni, arrivano due notizie che per alcuni osservatori preluderebbero all’uscita dall’Italia anche di questa compagnia: la vendita nel 2018 della raffineria di Augusta in Sicilia alla Sonatrach algerina, insieme ai depositi di Palermo e Napoli, e la cessione tra il 2012 e il 2017 della proprietà della rete carburanti a rivenditori indipendenti sulla base del cosiddetto “modello grossista”. Grazie al quale la società continua ad innalzare sui punti vendita il proprio marchio, a fornire i suoi carburanti e i suoi lubrificanti di alta qualità e a garantire l’utilizzo delle sue carte carburanti. E per finire, dal 2019 tutti i suoi carburanti, anche quelli tradizionali, contengono gli additivi speciali Sinergy che, oltre a proteggere il motore e a migliorare la sua performance, riducono i consumi e le emissioni. E intanto nel maggio scorso, a dispetto dei cattivi profeti, ha superato il traguardo dei 130 anni,
Questo racconto, per tanti aspetti avvincente e che mutatis mutandis vale anche per altri operatori presenti sul mercato a cominciare da Eni Agip che quest’anno ha superato il traguardo dei 95 anni, cosa ci insegna? Che per sopravvivere e far sopravvivere il petrolio bisogna darsi da fare, anticipare le nuove esigenze dei consumatori, migliorare senza mai fermarsi la qualità dei prodotti, anche sotto il profilo ambientale. Puntando su tutte le opzioni disponibili. In base al principio della neutralità tecnologica, che Claudio Spinaci, presidente di Unem non perde occasione di sostenere. Non a caso nella relazione annuale sulla qualità dei combustibili per autotrazione, prodotti, importati e commercializzati, l’Istituto Superiore per la Protezione e la Ricerca Ambientale (Ispra) conferma che “gli standard di qualità dei prodotti oggi in commercio, sono il risultato di un lungo processo di sviluppo tecnologico e di una serie di interventi normativi che si sono susseguiti negli anni al fine di garantire la tutela della salute e dell’ambiente”. A conferma che in questi anni l’industria petrolifera non è rimasta all’età della pietra, Con un racconto parallelo che riguarda a monte la ricerca e l’estrazione degli idrocarburi e la de-carbonizzazione degli impianti di raffinazione. Un racconto che insegna tra l’altro che gli eventi dirompenti che cambiano il corso del futuro sono spesso inattesi e raramente previsti. Tipico e, se vogliamo, eccezionale il caso dello Shale Gas che, a partire dal 2008, ha rivoluzionato il panorama energetico degli Stati Uniti da importatore a esportatore di gas. Un caso in cui l’impiego di una tecnologia inedita, la fratturazione idraulica combinata con la perforazione orizzontale, ha consentito non solo di rendere meno costosa la ricerca e l’estrazione di gas ma anche l’accesso a vaste formazioni minerarie prima proibitive e indisponibili. Quanto alla normale innovazione tecnologica registrata nella fase mineraria dell’industria petrolifera, è interessante il racconto che ne fa Alberto Clô nella seconda edizione del gennaio 2000 del suo libro “Economia e Politica del petrolio”. Quando, dopo il contro-shock del 1986 che aveva provocato il crollo degli investimenti necessari a preservare ed espandere la capacità produttiva, l’innovazione tecnologica ha consentito di fronteggiare positivamente il calo dei prezzi; di rendere strutturale lo stesso calo e di allargare il grado di accessibilità tecnica ed economica delle riserve disponibili. Tre le “famiglie”, come Clô le definisce, di innovazioni: la prima, la più straordi-
naria, sostanzialmente riconducibile alla rivoluzione informatica nell’attività sismica, che ha consentito di moltiplicare e migliorare in modo esponenziale le conoscenze geologiche dei giacimenti; la seconda nelle apparecchiature e nelle tecniche di perforazione; la terza nelle tecniche di pompaggio e nel loro grande potenziale ai fini delle scoperte nei mari profondi. Ottenendo con molto minor sforzo risultati ben maggiori per quel che riguarda la capacità di identificare localizzazione, profilo e dimensione dei giacimenti scoperti; l’accessibilità alle riserve; la riduzione del tempo delle operazioni minerarie; l’ottimizzazione della complessiva curva di sfruttamento dei giacimenti. Con il risultato di poter dedicare maggior tempo e risorse a ridurre l’impatto ambientale della ricerca e dell’estrazione del petrolio del gas. Venendo invece all’assetto attuale della raffinazione italiana, anch’esso, grazie a anni e anni di innovazioni, oggi può vantare un altissimo patrimonio tecnologico e di competenze e standard HSE elevatissimi. Che significa, come spiega Unem nel commento inviato a fine ottobre alle commissioni Ambiente di Camera e Senato sulla proposta di Piano per la Transizione Ecologica, “limiti emissivi dei processi e dei prodotti tra i più bassi del mondo con progressi importanti negli ultimi decenni”. Il che non toglie che il settore della raffinazione, fortemente energivoro, dovrà affrontare una profonda trasformazione del proprio assetto industriale per de-carbonizzare i propri processi ed i propri prodotti. E che la protezione delle raffinerie dal carbon leakage, dato il costo della CO2, sarà fondamentale per evitare pericolose delocalizzazioni. Chiarito il fatto, rileva sempre Unem, che l’obiettivo primario della transizione è la de-carbonizzazione dei consumi e non la loro elettrificazione. E che per raggiungere gli obiettivi europei del Piano è necessario il concorso di tutte le tecnologie disponibili, rispettando sempre il principio della neutralità. Introducendo una metodologia che valuti la CO2 emessa
sull’intero ciclo di vita dei prodotti e non solo allo scarico. Detto ciò, nella logica del miglioramento tecnologico il settore della raffinazione è disponibile a continuare a modificare i propri processi per rispondere all’introduzione graduale di norme ancora più restrittive sullo zolfo. E per favorire la produzione di biocarburanti e di combustibili liquidi a basse e nulle emissioni di carbonio (low carbon fuels). Ma sollecitando nello stesso tempo anche misure che in grado di accelerare il ricambio con veicoli più recenti del parco automobilistico più vecchio ed inquinante. Basti pensare che oggi un’auto “Euro 6” emette il 95% in meno di NOx rispetto ad una
“Euro 0” e il 96% in meno di PM rispetto ad una “Euro 1”. E questo a prescindere del fatto che a scadenza più o meno ravvicinata, 2035 o giù di lì, arrivi lo stop alla vendita di auto a benzina e a gasolio. Perché chi ce l’ha continuerà ad avere bisogno di questi due carburanti. Un processo di de-carbonizzazione che si avvantaggerà dell’ degli impianti di raffinazione perseguito nei passati decenni a prezzo di ingenti investimenti. Teso a conseguire un duplice obiettivo: accrescere da una parte l’impiego dei
più abbondanti e meno costosi greggi pesanti e dall’altra ad accrescere le rese di lavorazione delle più pregiate e sempre più richieste frazioni medio-leggere (benzine, gasoli, nafta e jet fuel), estromettendo le frazioni pesanti (tra cui l’olio combustibile denso), un tempo dominanti nelle rese di raffinazione. Oggi l’obiettivo è quello di aumentare le rese di biocarburanti tradizionali ottenuti da oli vegetali, di biocarburanti avanzati ottenuti da materiali di scarto di origine organica, di carburanti riciclati ottenuti da rifiuti indifferenziati e dal riutilizzo di rifiuti plastici e di carburanti ottenuti dalla sintesi di idrogeno rinnovabile e CO2 ricavata dall’atmosfera o da sorgenti concentrate. Carburanti che rispetto al corrispondente prodotto fossile determinano risparmi di CO2 che vanno dal 40 al 90% e rispetto ad altre tecnologie sono utilizzabili su tutti i mezzi di trasporto, sono impiegabili da subito nell’attuale parco circolante, consentono lo sviluppo dei motori a combustione interna nel lungo termine e, per finire, aumentano la sicurezza energetica del Paese. Obiettivi, che tenuto conto proprio dei progressi e dei successi conseguiti in passato, tutto lascia pensare che potranno essere realizzati. Importante in questo quadro, rileva Unem, quantificare meglio il contributo all’inquinamento dei diversi settori dal trasporto al civile, all’industria e agli altri settori. Tenuto conto per esempio che studi recenti sulla qualità dell’aria nelle città evidenziano un peso decrescente del traffico grazie appunto all’ingresso nel parco circolante di vetture e veicoli commerciali con emissioni prossime allo zero. A conferma del fatto che, al di là della scomparsa più o meno ravvicinata delle fonti fossili, sono altri gli obiettivi e le misure per ridurre l’inquinamento su cui, a conti fatti, andrebbe concentrata di più l’attenzione.
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PROFESSIONISTI DEL SETTORE
HO SCELTO IL LABORATORIO PERCHÉ MI PIACE STUDIARE intervista a Francesco Minieri
In questa puntata abbiamo intervistato Francesco Minieri che in Alma Petroli si occupa del controllo analitico di materie prime e prodotti, in particolare di bitumi modificati e PMB. Tutto è iniziato partecipando ad un programma di alternanza scuola-lavoro e uno stage di un mese. Francesco Minieri Laboratory Operator, Alma Petroli Quale è stato il suo percorso formativo? Sono un Perito Chimico dal 2019, anno in cui sono stato assunto presso Alma Petroli e dove ho iniziato un percorso di formazione e addestramento per acquisire le competenze necessarie a ricoprire il ruolo di Operatore di Laboratorio. Dal 2020 deciso di intraprendere il percorso universitario, come studente-lavoratore, con la finalità di conseguire la laurea in Chimica. Ho fatto questa scelta perché studiare mi piace moltoperché mi permette di imparare cose nuove e credo che questo possa darmi valore aggiunto in futuro. È stata una decisione importante che ho preso anche grazie all’appoggio e all’incoraggiamento del mio manager in Alma Petroli, questo ha avuto un grande significato per me. Quindi, per rispondere alla sua domanda, il mio percorso formativo è ancora in corso, e credo che cercherò di approfondire le materie chimiche e l’aggiornamento continuo sempre, anche dopo gli studi universitari. Come è arrivato in questo settore? Ho conseguito il diploma presso l’ITIS Nullo Baldini di Ravenna, e sempre attraverso la scuola, ho partecipato a un programma di alternanza scuola-lavoro proprio in Alma Petroli, azienda
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presso la quale ho svolto in seguito anche un breve stage di un mese. Successivamente, poco prima di diplomarmi, sono stato ricontattato per continuare a lavorare in azienda, e così ho dato seguito al mio percorso nel Settore Petrolchimico, un settore che mi piace molto e che trovo stimolante. Quale è il suo ambito di attività? Io mi occupo del controllo analitico di materie prime, intermedi di produzione e prodotti di raffinazione, tra i quali: greggio, gasolio, virgin naphta e bitume, compresi bitumi speciali come i bitumi ossidati e i PMB. Eseguo anche controlli analitici sulle acque reflue e/o di processo, ma all’occorrenza svolgiamo anche analisi conto terzi. Le analisi sono per lo più fisiche che chimiche in senso stretto. Tra le analisi che più eseguo in laboratorio spiccano: la densità e la viscosità, eseguibili su praticamente tutte le sostanze presenti in raffineria; la penetrazione e la “palla anello”, analisi applicate ai bitumi, i nostri prodotti per eccellenza; e la curva di distillazione eseguita invece sui distillati più leggeri quali Gasolio e Virgin Naphta. Ultimamente il laboratorio si sta specializzando anche nell’esecuzione di analisi reologiche sui bitumi, in particolare i PMB. Questo tipo di analisi studia i comportamenti delle sostanze sottoposte a determinate sollecitazioni, in particolare queste ultime mi piaccione
e mi stimolano molto. È soddisfatto di questa esperienza? Si sentirebbe di consigliarla ai giovani? Sono molto soddisfatto da ogni punto di vista, perché il mio percorso è apprezzato da tutti in azienda. Sono soddisfatto di quello che ho imparato, perché, quando frequento le lezioni nei laboratori universitari, la mia esperienza mi aiuta anche nell’essere autonomo e avere manualità con la strumentazione. Consiglio assolutamente un’esperienza simile alla mia nel settore, e lo sto già facendo anche con amici e conoscenti, perché lavorare in laboratorio, in turno, è molto formativo, fa crescere molto anche dal punto di vista personale, in termini di autonomia, organizzazione e pensiero critico. In particolare, considero il settore petrolifero un ambito di impiego stimolante ambizioso e “sicuro” essendo appunto un settore di cui sicuramente, almeno per i prossimi decenni, avremo bisogno, in quanto l’economia mondiale si appoggia ancora al mondo dei combustibili fossili. Credo che, da un lato, le alternative siano ancora sfavorevoli in termini di costi, quantità ed efficienza energetica. E chissà, magari al contempo miglioreranno anche gli standard energetici mondiali e diminuiranno le emissioni grazie, ad esempio, all’utilizzo di motori più avanzati.
EDUCATION
UNEM EDUCATION: SI CHIUDE CON LA RAFFINAZIONE IL CICLO 2021 Una serie di appuntamenti a cui hanno partecipato moltissimi giovani spesso alle prime armi in questo settore. Ad accompagnarli una serie di relatori con una lunga esperienza operativa. Chiuso il 2021 con la raffinazione, ora si comincia a pensare ai programmi per il 2022
Si è chiuso con i due webinar dedicati alla raffinazione il ciclo dei quattro appuntamenti 2021 del programma “unem education in-formazione” avviato nel 2020 con l’obiettivo di fornire un contributo efficace alle aziende associate ad unem in un momento di forte cambiamento verso le energie più sostenibili, al fine di preservare e sviluppare le elevate competenze e professionalità che può offrire il settore. Due giornate che hanno permesso di analizzare più nel dettaglio le dinamiche di un’industria strategica nel contesto economico italiano ed europeo che sta evolvendo verso una progressiva decarbonizzazione dei processi e dei prodotti. Relatori d’eccezione il presidente di unem, Claudio Spinaci, che ha ripercorso la storia e l’evoluzione della raffinazione italiana dagli albori fino ai giorni nostri, affiancato da Roberto Ulivieri e Franco Del Manso, profondi conoscitori del settore, che ci hanno aiutato ad approfondire gli aspetti tecnologici ed impiantistici e tutto ciò che riguarda i cosiddetti economics di una raffineria. Una raffineria è, infatti, qualcosa di molto complesso che richiede competenze non solo ingegneristiche, ma anche economiche e sempre più
informatiche. Si tratta di mettere insieme una serie di attività sia primarie (logistica in entrata, impianti di processo, blending, logistica in uscita) che di supporto (generazione e distribuzione utilities, sicurezza e protezione ambientale, informatica e sistemi di controllo). Normalmente il primo processo di raffineria, come ha spiegato Roberto Ulivieri, è il frazionamento del grezzo, la cui composizione si analizza in base alla “curva di distillazione”, cioè la percentuale di grezzo evaporata ad una certa temperatura, che permette di valutare le rese dei diversi
prodotti che variano a loro dalla densità del grezzo utilizzato. Ciò permette così di distinguere una raffineria ad alta complessità da una a media o bassa complessità e, di conseguenza, i rispettivi costi di costruzione. Nel corso dei webinar è emerso quanto è importante preservare la competitività della raffinazione ai fini della sicurezza degli approvvigionamenti e quanto, in questo senso, è importante il quadro normativo e regolamentare. Tema affrontato da Franco Del Manso alla luce del recente pacchetto europeo “Fit for 55” che, scommettendo solo sulla completa elettrificazione dei trasporti e sull’eliminazione, di fatto, dei motori a combustione interna, mette a rischio molte eccellenze industriali europee e pone le basi per una loro progressiva delocalizzazione. Il futuro non è già scritto. La raffinazione ha ampiamente dimostrato di sapersi trasformare e lo farà ancora.
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TECNOLOGIE PER IL FUTURO
CATTURA E STOCCAGGIO DELLA CO2, TECNOLOGIA EFFICACE E SICURA La cattura e lo stoccaggio della CO2, da riutilizzare anche per la produzione di carburanti sintetici, sono tecnologie testate e sicure che possono dare un contributo importante al raggiungimento degli obiettivi di Parigi. Sono oltre 40 i progetti in fase di sviluppo nel mondo, qualcuno anche in Europa, con un potenziale di cattura da 130 milioni/tonnellate all’anno.
La riduzione della concentrazione di CO2 nell’atmosfera è certamente dipendente dalla riduzione di nuove emissioni, ma in modo complementare può essere sostenuta da azioni di eliminazione di quella già presente, grazie ad esempio all’assorbimento naturale degli alberi, o con strumenti e tecnologie di cattura (CCS – Carbon Capture and Storage) che permettono di separare la molecola di CO2 dall’aria per stoccarla o riutilzzarla per la produzione di energia o biocarburanti. Oggi l’insieme dei 21 impianti attivi nel mondo permette la cattura di 40 milioni di tonnellate di CO2 l’anno che, secondo i dati elaborati dall’Agenzia internazionale per l’energia, potrebbero arrivare a 130 milioni se andassero a regime gli ulteriori 44 impianti in fase di realizzazione (3 in costruzione, 17 in sviluppo avanzato, 24 in fase iniziale) che utilizzano diverse tecnologie. Una delle prime tecnologie sperimentate è la CCUS dalle fabbriche, la cattura cioè dell’anidride carbonica direttamente nei siti produttivi dove viene emessa. Tecnicamente le emissioni vengono fatte passare attraverso un recipiente con un solvente liquido che assorbe la CO2, per poi essere riscaldato e rilasciare nuovamente la CO2 che viene così stoccata in ambienti sotterranei. Per citare un esempio, negli Stati
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Uniti, in Illinois, l’azienda alimentare Archer Daniels Midland Company ha inaugurato un impianto nel 2017, con la capacità di catturare 1,1 milioni di tonnellate all’anno emesso da una fabbrica di lavorazione del mais, che immagazzina sottoterra. Altra tecnologia è quella di cattura diretta dall’aria, con stoccaggio nella roccia, dove l’anidride carbonica si cristallizza e resta stabile. Si tratta di un processo ad oggi piuttosto costoso a causa della bassa concentrazione di CO2 nell’atmosfera - solo 0,04% - che rende il processo tecnico di rimozione dell’anidride carbonica molto oneroso. Altri impianti sono invece stati svilup-
pati puntando alla cattura con biomassa (BECCS), con un processo di estrazione della bioenergia dalla biomassa e di cattura e stoccaggio del carbonio. Un processo che unisce l’effetto della biomassa che quando cresce estrae CO2 dall’atmosfera e la conversione in energia utilizzabile per elettricità, calore, biocarburanti. Inoltre, una parte del carbonio nella biomassa viene convertita in CO2 che può essere immagazzinata, rendendo il BECCS una tecnologia a emissioni negative. Si tratta nell’insieme di tecnologie a cui difficilmente si potrà rinunciare visto che la rimozione dell’anidride carbonica già presente è una necessità al pari della riduzione di nuove emissioni e il processo naturale è fondamentale ma non sufficiente. Tecnologie che hanno però fino ad ora trovato limitato spazio nelle politiche e negli investimenti pubblici (che pure ci sono stati, anche a livello europeo), così da non aver concretizzato quello sviluppo di impianti numericamente maggiore che sarebbe necessario e che permetterebbe come spesso accade con le tecnologie - di accelerare l’efficienza e l’efficacia e insieme di superare le paure dell’opinione pubblica, ad esempio relative alla sicurezza dello stoccaggio nel sottosuolo, che invece procede secondo standard e protocollo sicuri.
DALLA PISTA ALLA STRADA
ECOPOWER: NUOVO CARBURANTE LOW CARBON ALLA SFIDA DELLA DAKAR 2022 Un nuovo carburante che riduce dell’80% le emissioni di CO2, derivato da biocarburanti avanzati e carburanti sintetici, alimenterà la Bahrain Raid Xtreme Hunter T1+ Racer della scuderia Prodrive che partecipa alla Dakar 2022 dopo il quinto posto dello scorso anno. Un banco di prova attraverso i terreni più difficili per mostrare i vantaggi di questa nuova generazione di carburanti sostenibili che possono essere utilizzati in veicoli stradali offrendo le stesse prestazioni e autonomia di quelli di orgine fossile.
Il 2022 si annuncia come un anno di svolta all’interno del mondo motorsport: tra le innovazioni importanti (e ce ne sono di continuo) ora si guarda ai nuovi carburanti puntando a difendere i motori a combustione interna, che sono il cuore di questi sport. La Formula 1 adotterà già quest’anno una benzina che contiene il 10% di etanolo, ma è solo l’inizio perché nei regolamenti di categoria si punta a passare a carburanti sintetici e biologici al 100% in tempi abbastanza brevi. I primi test danno segnali positivi e l’attesa potrebbe essere meno lunga del previsto. Chi punta da subito a carburanti sintetici è invece il comparto – più vicino alle produzioni di serie – delle vetture sportive che gareggiano fuori strada. La prima a partire è la scuderia Prodrive che ha voluto rivedere il suo progetto per la Dakar dopo il debutto del 2021 con la BRX Hunter T1, arrivata quinta assoluta con Nani Roma. Per l’edizione di quest’anno la scuderia punterà sull’evoluzione Hunter T1+ Racer, veicolo dotato di un motore Ford V6 biturbo 3,5 litri con 400 cv e una coppia da 500 Nm, alimentato con un nuovo carburante sostenibile denominato ECOpower. Questo nuovo carburante è stato sviluppato in sinergia con Coryton Advanced Fuels, un fornitore con sede nell’Essex, i cui componenti principali sono prodotti da biocarburanti di seconda generazione (scarti agricoli) ed e-fuels creati catturando il carbonio dall’atmosfera, in grado di ridurre le emissioni di gas serra dell’80% rispetto ai prodotti di origine fossile. Veicolo e carburante sono stati testati a lungo: in Galles sulle strade della classica prova speciale del Rally Sweet Lamb, nel rally del Marocco e infine in Arabia Saudita all’Hail International Rally, ultima tappa prima della grande sfida della Dakar che ha preso il via ai primi di gennaio. E i risultati sono arrivati
immediatamente con Sebastian Leob e Fabian Lurquin che hanno vinto la seconda tappa che ha portato la carovana da Ha'il ad Al Artawiya. Il Team Principal di Prodrive, David Richards, ha dichiarato che “coprendo migliaia di miglia attraverso i terreni più difficili, la Dakar e la FIA World Cup for Cross Country Rallies sono l’ambiente perfetto per mostrare i vantaggi della prossima generazione di carburanti sostenibili ed evidenziare che possono essere utilizzati in veicoli stradali per ridurre l’uso di combustibili fossili, pur offrendo le stesse prestazioni e autonomia”.
Dello stesso avviso anche il CEO della Coryton Advanced Fuel, Andrew Wilson, il quale ha dichiarato che la "Coryton ha una lunga storia nella miscelazione dei carburanti su misura per l'industria automobilistica, e per sostenere ulteriormente le esigenze in evoluzione dei nostri clienti, abbiamo lanciato recentemente Sustain, la nostra nuova gamma di carburanti sostenibili. Sapevamo che collaborare con Prodrive sarebbe stato un modo ideale per testare la nostra capacità in alcuni dei territori più difficili del mondo, oltre a poterci fornire una grande competenza ingegneristica".
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RASSEGNA STAMPA
Presentiamo una rassegna stampa sull’attualità delle ultime settimane.
2 dicembre 2021, Francesco Bertolino
Tavares: elettrico non sostenibile. Questa transizione ha costi eccessivi Carlos Tavares lancia l'allarme sulla transizione elettrica dell'auto. I ritmi pretesi da autorità e mercato sono insostenibili perché comportano costi «oltre i limiti», minacciando non solo l'occupazione di settore ma anche la sopravvivenza stessa dei costruttori. «Si è deciso di imporre all'industria dell'auto un'elettrificazione che implica il 50% di costi in più rispetto a un veicolo tradizionale», ha sottolineato il Ceo di Stellantis durante il convegno Reuters Next. «Non c'è modo per noi di trasferire questi oneri aggiuntivi al consumatore finale perché la maggior parte della classe media non sarebbe in grado di sostenerli. Per scongiurarlo, o quantomeno attutire l'impatto dell'elettrico sull'occupazione, Stellantis punta ad aumentare la produttività su livelli altrettanto senza precedenti. Una sfida enorme, forse appunto «oltre i limiti» raggiungibili da molte case auto. «Il futuro dirà chi riuscirà a digerire tutto ciò e chi fallirà», ha chiosato Tavares, auspicando una maggiore gradualità nella trasformazione. Accelerare la pur necessaria transizione elettrica «finirà solo per essere controproducente: causerà problemi qualità e di ogni altra sorta». Nel piano Fit for 55 la Commissione Ue ha proposto un bando di fatto alle vendite di nuove vetture diesel e benzina a partire dal 2035, un obiettivo giudicato irrealizzabile da diversi costruttori e da un numero crescente di governi, preoccupati per le ricadute occupazionali e addirittura per l'accesso democratico alla mobilità.
3 gennaio 2022, Davide Tabarelli
Ma ora l’atomo è una necessità Se non ci fosse il nucleare l'Europa da tempo sarebbe finita al buio. È la prima fonte nella produzione elettrica, con il 25% del totale nel 2020, 700 miliardi di chilowattora provenienti da 120 impianti perfettamente funzionanti, senza emettere un grammo di CO2. La seconda fonte è il gas, con il 20%, poi viene il tanto amato eolico con il 14%, il carbone 13%, il grande idroelettrico 12%, il fotovoltaico 5%, mentre il rimanente 11% riguarda altre fonti come rifiuti, legno e prodotti petroliferi. Al di là del primato di produzione, il nucleare è essenziale perché è lo zoccolo duro, la capacità di base, che permette stabilità ad un sistema estremamente complesso fatto di fili che collegano un migliaio di grandi centrali elettriche, con i miliardi di dispositivi dei consumatori finali. Il nucleare, assieme al carbone e al gas, garantisce che quella frequenza sia mantenuta costante, fino agli ospedali, ai supermercati, alle nostre case, per i nostri telefonini, il forno, la tv, la luce. Se si sbaglia di poco, il sistema salta. Attaccati a queste grandi impianti ci sono poi i milioni di piccole unità a fonti rinnovabili, per lo più vento e sole, che sono però intermittenti e che creano grande confusione sulle reti. Pensare di rinunciare già oggi al nucleare è impossibile, altro che discussioni sofisticate di tassonomia verde.
7 gennaio 2022, Chicco Testa
La scommessa elettrica Perché è difficile, quasi impossibile, che l'Italia raggiunga nel 2050 gli obiettivi della transizione energetica. La parola chiave della transizione è "elettricità". La seconda è "rinnovabili". Gli usi finali di energia del mondo contemporaneo sono solo in parte soddisfatti dall'elettricità. In Italia il 20 per cento, più meno come in tutto il mondo sviluppato. Il resto viene soddisfatto quasi totalmente dai combustibili fossili: carbone, petrolio, gas, che ci servono per trasportarci, per alimentare molte industrie, per scaldarci, per cucinare. E anche per produrre elettricità. Si tratta, ogni giorno, di qualche cosa come circa 100 milioni di barili di petrolio (1 barile sono 160 litri), 15-20 milioni di tonnellate di carbone, 11 miliardi di metri cubi di gas. Ogni giorno. Sostituire tutta questa roba, o una gran parte di essa, con energia elettrica, anche intuitivamente si capisce che è un compito immane. Quindi l'elettricità andrebbe generata con le rinnovabili. Bene, vediamo qualche numero. Cominciamo dall'Italia. Nel nostro scenario 2050 la penetrazione elettrica dovrebbe salire dal 20 per cento attuale al 55 per cento. E tutto dovrebbe essere fatto con le rinnovabili. Credo che risulti evidente, è bene dirlo con chiarezza, l'enorme difficoltà, per non dire l'impossibilità di raggiungere obbiettivi di questo genere. Nessuno può ragionevolmente pensare che l'Italia possa essere in grado di ospitare questa quantità di fonti rinnovabili. (…) A questo punto sento arrivare l'obiezione: "Dillo che sei contro la transizione". Che è più o meno come dire che se faccio presente a qualcuno che cercare di scalare il K2 a piedi scalzi è un po' improbabile, vuoi dire che sono contro le ascensioni in montagna. La transizione va fatta, è in corso ed era in corso. Ma non serve, se non a prendere decisioni sbagliate e sperperare una montagna di soldi, continuare ad alzare l'asticella. Così si rischia solo di creare una grande confusione, distruggere ricchezza, posti di lavoro e imprese. In primo luogo ci vuole tempo-. La transizione non si compirà in pochi decenni, sarà un processo molto più lungo, soprattutto per quei quattro quinti di umanità che vivrà dai paesi oggi sviluppati. Secondo. Avremo bisogno dei combustibili fossili ancora per un lungo periodo. Soprattutto in quei paesi - Africa, Cina, India, ecc, - che hanno fame di energia senza la quale non c’è né crescita economica né giustizia sociale. Terzo, Non possiamo affidarci solo alle rinnovabili e quindi bisogna limitare l'impatto dei fossili per esempio attraverso il sequestro della C02, associato alle produzioni che ne emettono, e qui si apre un'altra finestra, quella delle cose che ci sono oggi e delle cose che potrebbero esserci domani.
9 gennaio 2022, Rita Querzè
Intervista a Claudio Spinaci : «Raffinerie, 20 mila posti a rischio» Ventimila posti a rischio nella raffinazione del petrolio, settore con 21 mila dipendenti diretti e 150 mila indiretti. Questo l'allarme lanciato da Claudio Spinaci, presidente Unem, Unione energie per la mobilità, ex Unione petrolifera: 39 aziende associate, 40 aggregate e 100 miliardi di fatturato l'anno. «Siamo di fronte a una transizione che va governata. Ma non lo stiamo facendo. Il 2021 è stato un anno drammatico. Siamo in ginocchio e in ginocchio dobbiamo affrontare la riconversione». Perché? «Le raffinerie italiane lavorano rispettando norme ambientali rigorose. Il petrolio se non lo raffiniamo noi sarà raffinato in Paesi che non hanno questi vincoli. Se non raffiniamo da soli ci esponiamo a crisi di rifornimento e saremo dipendenti dalle raffinerie di Asia e Medio Oriente». Che cosa una raffineria può lavorare al posto del petrolio? «Una raffineria può produrre biocarburanti da biomasse o carburanti sintetici da idrogeno e CO2 catturata e stoccata. Alcune Io stanno già facendo. Già oggi il 10% circa dei carburanti deriva da biomasse. I rifiuti diventeranno materie prime secondarie. Certo, non tutti si riconvertiranno, siamo consapevoli che questa transizione porterà a chiusure. Che paradossalmente rischiano di creare un ulteriore danno ambientale». La via verso un carburante che permetta al motore endotermico di funzionare a emissioni zero non pare breve. «Perché forse non ci sono ostacoli da risolvere sulla strada della mobilità elettrica? Eppure in quell'ambito si dà per scontato che tutto si possa risolvere. Resta il fatto che il nostro settore è a un bivio. Chi vuole restare in campo deve mettere in conto miliardi di investimenti e una fase lunga di perdite. Investimenti pubblici non ce ne sono. Con lo stop alle immatricolazioni di auto con motore endotermico a partire dal 2035 si sta favorendo l'elettrico. Ma non si sono fatti i conti con quello che succederà a breve». Che cosa succederà? «Il nostro settore ha cicli di investimento di 6-7 anni. Se le nostre imprese smettono di investire oggi, al 2035 i nostri impianti non ci arrivano. Chiudiamo prima. Con una doppia beffa: da una parte il Paese non avrà il petrolio da raffinare in prodotti di cui ha ancora bisogno, dall'altra tanti posti di lavoro persi». La stima di 20 mila posti a rischio non sarà eccessiva? «Temo di no. Il 6o% sono al Sud. Tutti i siti produttivi nei prossimi 3-4-5 anni sono a rischio. Abbiamo chiesto un tavolo di confronto al governo dove venga tracciato un percorso condiviso».
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NOVITÀ LEGISLATIVE
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Legge 30 dicembre 2021, n. 234 (Legge Bilancio 2022) “Bilancio di previsione dello Stato per l’anno finanziario 2022 e bilancio pluriennale per il triennio 2022-2024” (G.U. n. 310 del 31 dicembre 2021) Tra le disposizioni: • comma 12: proroga dell’entrata in vigore di sugar tax e plastic tax al 1° gennaio 2023; • comma 28: misure di contrasto alle frodi in materia di cessione dei crediti; • comma 44: proroga fino al 31.12.2025 del credito d’imposta per gli investimenti in beni strumentali “Transizione 4.0”; • comma 45: proroga fino al 2031 del credito d’imposta per investimenti in Ricerca e sviluppo, in Transizione ecologica, innovazione e altre attività innovative con riduzione delle aliquote nel 2022; • comma 59: misure per l’accesso al credito e la liquidità delle imprese; • commi 478 e 479: istituzione, presso il MiSE, di un Fondo per la transizione industriale, con dotazione di 150 milioni di euro (a decorrere dal 2022), per favorire l’adeguamento del sistema produttivo nazionale alle politiche comunitarie nella lotta ai cambiamenti climatici; • commi da 488 a 494: istituzione, presso il MiTE, di un Fondo italiano per il clima, con dotazione di 840 milioni di euro dal 2022 al 2026 e 40 milioni di euro dal 2027, gestito da Cassa Depositi e Previsti e finalizzato a finanziare interventi a favore di soggetti pubblici e privati, ai fini del raggiungimento degli obiettivi stabiliti nell’ambito degli accordi internazionali sul clima e tutela ambientale ai quali l’Italia ha aderito; • comma 498: istituzione, presso il MiTE, del Fondo per l’attuazione del programma nazionale di controllo dell’inquinamento atmosferico; • comma 507: autorizzazione all’Autorità di regolazione per energia, reti e ambiente (ARERA) a ridurre le aliquote relative agli oneri generali di sistema per contenere gli effetti degli aumenti dei prezzi nel settore elettrico e del gas naturale.
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Decreto-Legge 30 dicembre 2021, n. 228 (Decreto Milleproroghe) “Disposizioni urgenti in materia di termini legislativi” (G.U. n. 309 del 30 dicembre 2021) Tra le proroghe: • art. 3: Proroga di termini in materia economica e finanziaria, quale lo svolgimento in forma semplificata delle assemblee societarie; • art. 11: Etichettatura ambientale imballaggi: proroga al 30 giugno 2022 del termine di sospensione degli obblighi di etichettatura ambientale degli imballaggi; • art. 17: Golden Power rafforzato: proroga al 31 dicembre 2022 del regime per i settori strategici quale quello dell’energia.
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DPR 29 dicembre 2021, n. 235 “Recante disciplina dello sportello unico doganale e dei controlli (S.U.DO.Co.)” (G.U. n. 310 del 31 dicembre 2021)
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Legge 17 dicembre 2021, n. 215 “Conversione in legge, con modificazioni, del decreto-legge 21 ottobre 2021, n. 146, recante misure urgenti in materia economica e fiscale, a tutela del lavoro e per esigenze indifferibili” (G.U. n. 301 del 20 dicembre 2021)
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Decreto Ministero dell’economia e delle finanze 11 dicembre 2021 “Misure del diritto speciale sulla benzina, petrolio, gasolio ed altri generi, istituito nel territorio extradoganale di Livigno” (G.U. n. 305 del 24 dicembre 2021)Il Fondo complementare, pari a poco più di 30 miliardi di euro, finanziato con l’ultimo scostamento di bilancio, è finalizzato a integrare i fondi del PNRR per gli anni dal 2021 al 2026 e riguardano, tra gli altri, vari interventi per la digitalizzazione e la mobilità pubblica.
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Legge 9 novembre 2021, n. 156 “Conversione in legge, con modificazioni, del decreto-legge 10 settembre 2021, n. 121, recante disposizioni urgenti in materia di investimenti e sicurezza delle infrastrutture, dei trasporti e della circolazione stradale, per la funzionalità del Ministero delle infrastrutture e della mobilità sostenibili, del Consiglio superiore dei lavori pubblici e dell’Agenzia nazionale per la sicurezza delle infrastrutture stradali e autostradali” (G.U. n. 267 del 9 novembre 2021) • art. 2: Disposizioni urgenti in materia di investimenti e sicurezza nel settore delle infrastrutture autostradali e idriche, con particolare riferimento alla proroga delle concessioni relative ai servizi di distribuzione di carbolubrificanti e ai servizi di ristoro sulla rete autostradale in corso all’11.9.2021, già introdotta nel decreto-legge; • art. 4: Disposizioni urgenti in materia di investimenti e di sicurezza nel settore del trasporto marittimo, con particolare riguardo ai commi 3-bis (TPL) e 4-bis (decontribuzione per le imprese esercenti attività di cabotaggio); • art. 8: Disposizioni in materia di incentivi all’acquisto di veicoli meno inquinanti e per i veicoli di categoria M1, M1 speciali, N1 e L.
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DPCM 16 settembre 2021 “Definizione dei termini e delle modalita' del trasferimento di funzioni, beni strumentali e documentazione dal Dipartimento delle informazioni per la sicurezza all'Agenzia per la cybersicurezza nazionale” (G.U. n. 260 del 30 ottobre 2021)
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Decreto del Ministero dell’Interno 3 settembre 2021 “Criteri generali di progettazione, realizzazione ed esercizio della sicurezza antincendio per luoghi di lavoro, ai sensi dell'articolo 46, comma 3, lettera a), punti 1 e 2, del decreto legislativo 9 aprile 2008, n. 81" (G.U. n. 259 del 29 settembre 2021)
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Decreto del Ministero dell’Interno 2 settembre 2021 “Criteri per la gestione dei luoghi di lavoro in esercizio ed in emergenza e caratteristiche dello specifico servizio di prevenzione e protezione antincendio, ai sensi dell'articolo 46, comma 3, lettera a), punto 4 e lettera b) del decreto legislativo 9 aprile 2008, n. 81” (G.U. n. 237 del 4 ottobre 2021)
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Decreto del Ministero dell’Interno 1° settembre 2021 “Criteri generali per il controllo e la manutenzione degli impianti, attrezzature ed altri sistemi di sicurezza antincendio, ai sensi dell'articolo 46, comma 3, lettera a), punto 3, del decreto legislativo 9 aprile 2008, n. 81” (G.U. n.230 del 25 settembre 2021)
AGGIORNAMENTO NORMATIVO COVID •
Decreto-Legge 8 ottobre 2021, n. 139 “Disposizioni urgenti per l'accesso alle attivita' culturali, sportive e ricreative, nonche' per l'organizzazione di pubbliche amministrazioni e in materia di protezione dei dati personali” (G.U. n. 241 dell’8 ottobre 2021)
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DPCM 12 ottobre 2021 “Modifiche al decreto del Presidente del Consiglio dei ministri 17 giugno 2021, recante: «Disposizioni attuative dell’articolo 9, comma 10, del decreto-legge 22 aprile 2021, n. 52, recante “Misure urgenti per la graduale ripresa delle attività economiche e sociali nel rispetto delle esigenze di contenimento della diffusione dell’epidemia da COVID-19” (G.U. n. 246 del 14 ottobre 2021)
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Legge 19 novembre 2021, n. 165 “Conversione in legge, con modificazioni, del decreto-legge 21 settembre 2021, n. 127, recante misure urgenti per assicurare lo svolgimento in sicurezza del lavoro pubblico e privato mediante l'estensione dell'ambito applicativo della certificazione verde COVID-19 e il rafforzamento del sistema di screening” (G.U. n. 277 del 20 novembre 2021)
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Decreto-Legge 26 novembre 2021, n. 172 “Misure urgenti per il contenimento dell'epidemia da COVID-19 e per lo svolgimento in sicurezza delle attività economiche e sociali (G.U n. 282 del 26 novembre 2021)
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Decreto-Legge 24 dicembre 2021, n. 221 “Proroga dello stato d’emergenza e ulteriori misure per il contenimento della diffusione dell’epidemia da Covid 19 (G.U. n 305 del 24 dicembre 2021)
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Decreto-Legge 29 dicembre 2021, n. 229 “Misure urgenti per il contenimento della diffusione dell’epidemia da COVID-19 e disposizioni in materia di sorveglianza sanitaria” (G.U. n. 309 del 30 dicembre 2021)
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NEWS DALLE ASSOCIATE
Alma Petroli: avvia costruzione nuova unità per il bitume modificato
Alma Petroli ha annunciato l’avvio della costruzione di una nuova unità per la produzione di bitume modificato in conformità ai requisiti della norma EN14023, che entrerà in funzione nei primi mesi del 2022. I bitumi modificati, spiega una nota, rappresentano un gruppo di leganti per pavimentazioni stradali specificamente progettati e prodotti per migliorare la durata delle pavimentazioni, aumentarne le prestazioni e la sicurezza del traffico stradale. L'aggiunta di un elastomero nel processo di produzione determina una modifica del bitume, garantendo benefici in termini di proprietà del bitume (resistenza alla deformazione, la coesione, l’elasticità e la duttilità) alle elevate e basse temperature di servizio e durata. Il PmB Alma Petroli si baserà sull’additivazione con polimero SBS e su una tecnologia di processo proprietaria.
BP e Maersk Tankers insieme per biocarburanti marini
BP e Maersk Tankers, con il supporto dell'Autorità marittima danese, hanno completato con successo le prove su combustibili marini miscelati con biocarburanti in navi cisterna. Le navi sono state caricate con BP Marine B30 Biofuel, che comprende il 30% di esteri metilici di acido grasso (FAME) mescolato con olio combustibile di zolfo molto basso (VLSFO). Come parte del test, le petroliere hanno operato da Rotterdam all’Africa occidentale. Sono stati inoltre eseguiti test per valutare l’affidabilità e le prestazioni della miscela Biofuel B30 nel motore primario di ciascun motore, motore ausiliario e caldaia. Durante il processo, l’impatto sui serbatoi del carburante è stato valutato per verificare il livello di intercambiabilità con altri tipi di carburante.
Eni: con BF ricerca e produzione agricola per bioraffinazione
Eni e Gruppo BF hanno firmato un’intesa per lo sviluppo di prodotti agricoli sostenibili per la produzione di biocarburanti attraverso una joint-venture paritetica (50% Eni, 50% BF) che punta sulla ricerca e la sperimentazione agricola di sementi di piante oleaginose da utilizzare come feedstock nelle bioraffinerie Eni. Le attività di test e sperimentazione della joint-venture verranno effettuate nei “Laboratori a Cielo Aperto” di Bonifiche Ferraresi in Sardegna, e saranno volte a valutare la replicabilità delle produzioni in Italia nei paesi esteri in cui è presente Eni, in particolare in Africa. La jv si occuperà inoltre dello sviluppo di progetti relativi alla formazione di personale per le filiere di sviluppo dei progetti di agro-feedstock. L’individuazione delle specie vegetali più idonee, spiega una nota, seguirà i criteri di sostenibilità definiti nella Direttiva Europea sui biocarburanti, promuovendo la coltivazione sostenibile. L’intesa prevede inoltre l’acquisto da parte di Eni di una partecipazione di minoranza nella controllata di BF Bonifiche Ferraresi e l’ingresso di Eni nel capitale sociale di BF attraverso la sottoscrizione di aumento di capitale riservato.
ExxonMobil 15 miliardi di dollari per un futuro a ridotte emissioni di anidride carbonica
Nei prossimi sei anni la ExxonMobil prevede di investire oltre 15 miliardi di dollari in iniziative volte a ridurre le emissioni di gas serra. Una parte significativa degli investimenti sarà destinata alle attività della divisione Low Carbon Solutions, volte a ridurre le emissioni di gas serra nei settori difficili da decarbonizzare, come industria pesante, trasporto commerciale e produzione di elettricità, che insieme rappresentano più dell’80% delle emissioni globali correlate all’energia. Ciò, spiega una nota, accelererà ulteriormente gli sforzi per la riduzione delle emissioni di gas serra delle strutture con l’obiettivo di raggiungere in anticipo gli obiettivi di riduzione dell’intensità delle emissioni fissati per il 2025.
Maire Tecnimont: da Eni lavori per impianto cattura CO2
NextChem, controllata di Maire Tecnimont si è aggiudicata da Eni i lavori di ingegneria per un impianto di cattura di CO2 generata dalla centrale di Casalborsetti, in provincia di Ravenna, consentendo la cattura di circa 25mila tonnellate annue di anidride carbonica, che verrebbero altrimenti emesse in atmosfera. La tecnologia utilizzata per il progetto, spiega una nota, ha la caratteristica di avere un’elevata efficienza e ridotti consumi per la cattura della CO2 dai fumi anche a basse concentrazioni ed è già stata ampiamente utilizzata nel mondo per catturare le emissioni dei settori industriali hard-to-abate.
Neste: primi risultati studio ECLIF3 su SAF
I primi risultati dello studio ECLIF3, portato avanti da Neste, Airbus, Rolls-Royce e il Centro di ricerca tedesco DLR, segna la prima volta che un combustibile 100% SAF è stato misurato contemporaneamente su entrambi i motori di un aeromobile commerciale con risultati promettenti. I test di volo e di terra associati al programma ECLIF3, si legge in una nota, sono iniziati all’inizio di quest’anno e sono ripresi di recente. Il team interdisciplinare, che include anche ricercatori del National Research Council of Canada e dell’Università di Manchester, prevede di pubblicare i risultati in riviste accademiche alla fine del 2022 e nel 2023.
Sarlux presenta la “Dichiarazione Ambientale 2021”
Sarlux ha presentato la “Dichiarazione Ambientale 2021”, approvata dal Ministero dell’Ambiente, che certifica tutte le energie che la raffineria dedica alla creazione di valore sostenibile con l’applicazione di tecnologie avanzate che consentono di massimizzare la performance di raffinazione garantendo al contempo sostenibilità e rispetto dell’ambiente. Il documento, spiega una nota, rappresenta uno dei principali strumenti di dialogo continuativo con stakeholders interni ed esterni all’azienda, ed ha l’obiettivo di stabilire un rapporto trasparente in particolare con la popolazione, le Autorità locali e con i lavoratori, parte attiva della corretta gestione delle attività svolte. I dati pubblicati nella Dichiarazione Ambientale 2021 sono convalidati dal Lloyd’s Register Quality Assurance che certifica la conformità dei dati ambientali registrati nel sito industriale Sarlux alle norme dei regolamenti EMAS.
Sonatrach, Eni e Sasol insieme per HF Alky Italian Network
Sonatrach Raffineria Italiana, ENI Sannazaro e Sasol Italy hanno dato vita al “HF Alky Italian Network” per condividere know-how tecnico, esperienze operative e best practice sulla sicurezza di processo degli impianti di alkylazione ad acido fluoridrico. Al kick off, oltre a tutti i membri del nuovo network, era presente il management team dei tre siti operativi e i rappresentanti di unem. La creazione di questo network è un’ulteriore testimonianza dell’importanza della formazione, del mantenimento ed accrescimento continuo delle competenze che costituiscono una eccellenza nel panorama manufatturiero non solo italiano.
Sonatrach Raffineria Italiana ottiene la certificazione sistema gestione energia
Nel corso del mese di dicembre la Raffineria Sonatrach (SRI) di Augusta ha acquisito da parte dell’ente verificatore (RINA Services) la certificazione del proprio sistema di gestione dell’energia ai sensi della norma ISO 50001:2018. Sonatrach Raffineria Italiana, ha da sempre considerato un obiettivo strategico garantire il miglioramento continuo della propria prestazione energetica. La certificazione ottenuta da parte di un ente terzo ne è un’ulteriore dimostrazione dell’impegno di SRI per il miglioramento continuo della propria prestazione energetica.
TotalEnergies Marketing Italia rinforza la presenza nel mercato dei lubrificanti industriali
In occasione della XIX edizione di MECSPE, tenutasi dal 23 al 25 novembre a Bologna, TotalEnergies Marketing Italia ha presentato due importanti innovazioni che rafforzano la sua presenza nel mercato dei lubrificanti industriali. La prima, si legge in un comunicato, è Folia Cleaner, un nuovo separatore olio funzionale che separa meglio l'olio, lavora più velocemente, di facile manutenzione e garantisce un'aspirazione costante e si adatta automaticamente al livello del fluido; la seconda è Interactive Fluid Control, un nuovo sistema di monitoraggio da remoto per la raccolta dati e per il controllo dei parametri chimico-fisici in forma digitale delle vasche dove vi sono in uso i fluidi solubili utilizzati in tutte le operazioni di asportazione truciolo.
TotalEnergies in Oman per lo sviluppo sostenibile del gas naturale ”Blocco 10”
TotalEnergies ha firmato con il Ministero dell'Energia e dei Minerali del Sultanato dell'Oman una serie di accordi per lo sviluppo sostenibile delle risorse di gas naturale del Paese. Gli accordi, informa un comunicato, includono la creazione di Marsa LNG, società integrata tra TotalEnergies (80%) e Oman National Oil Company, OQ (20%) per produrre gas naturale dal Blocco 10 e sviluppare successivamente un impianto di GNL a basse emissioni di carbonio a Sohar, alimentato da energia solare, per la produzione di GNL per combustibile bunker. È poi previsto un accordo di concessione sul Blocco 10 per lo sviluppo e produzione di gas naturale da questo Blocco. Marsa LNG deterrà una partecipazione del 33,19% nel Blocco 10, insieme a OQ e Shell Integrated Gas Oman B.V. (operatore). La produzione di TotalEnergies dal Blocco 10 dovrebbe raggiungere circa 24.000 boe/g nel 2023. Infine, l’accordo prevede un contratto di vendita di gas dal Blocco 10 al governo dell'Oman per 18 anni o fino all'avvio dell'impianto di GNL di Marsa.
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MUOVERSI 1/2022
NUMERI ENERGIA
LO STATO DELL’INDUSTRIA PETROLIFERA IN ITALIA RIASSUNTO IN POCHI NUMERI.
IMPORT GREGGIO
+ 11,9%
nei primi dieci mesi 2021 rispetto allo stesso periodo del 2020 in calo arrivi da Medio Oriente e America, in crescita soprattutto da Africa e Mare del nord. Primo paese fornitore : Azerbaijan seguito dalla Libia
IMPORTAZIONI DI PRODOTTI FINITI E SEMILAVORATI
+ 0,8% per i prodotti finiti - 17,0% per i semilavorati nei primi nove mesi 2021 rispetto allo stesso periodo 2020
COSTO GREGGIO IMPORTATO
+ 55,7%
nei primi dieci mesi 2021 rispetto allo stes-so periodo 2020
ANDAMENTO DELLO STACCO ITALIA
-4,7 centesimi euro/litro a dicembre 2021 lo stacco ponderato (benzina + gasolio) arriva a nuovi livelli record negativi
LAVORAZIONI RAFFINERIE
+ 5,2%
nei primi dieci mesi 2021 rispetto allo stesso periodo del 2020
ESPORTAZIONI DI GREGGIO PRODOTTI E SEMILAVORATI
+ 8,2%
nei primi nove mesi 2021 rispetto allo stesso periodo 2020 in totale esportate quasi 20 milioni di tonnellate
VENDITE TOTALI CARBURANTE (RETE ED EXTRA-RETE)
+ 27,5%
a novembre 2021 rispetto allo stesso mese 2020
CONSUMI PETROLIFERI MENSILI
+ 13,8%
a novembre 2021 rispetto allo stesso mese 2020
TRIMESTRALE DI UNIONE ENERGIE PER LA MOBILITÀ
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IMMAGINARE IL FUTURO
Pensare il futuro è un compito decisivo per tutti, per il quale è utile farsi ispirare da studiosi, esperti, narratori: per immaginare come sarà il pianeta nel quale vivranno le prossime generazioni, saper prevedere come cambieranno le abitudini delle persone e individuare modelli di crescita pienamente sostenibili e rispettosi dell’ambiente.
È importante avere nemici umani per ottenere una storia coinvolgente. Con il cambiamento climatico, questo non accade. Le nostre menti non si sono evolute per questo tipo di storia. Quando ci siamo evoluti come cacciatori-raccoglitori, non c’era l’ipotesi di poter in qualche modo cambiare il clima in modi negativi per noi, quindi non era il tipo di storia che ci interessava. Eravamo interessati a storie legate a persone nella tribù che cospiravano per ucciderci. Abbiamo quindi un problema narrativo con il cambiamento climatico. Ma la buona notizia è che non è troppo tardi o troppo difficile da superare. Secondo i migliori rapporti che ho letto, se ora iniziassimo a investire il 2% del PIL annuale globale nello sviluppo di tecnologie e infrastrutture ecocompatibili, sarebbe sufficiente per prevenire catastrofici cambiamenti climatici. La cosa bella del 2 percento è che anche se è un sacco di soldi, è completamente fattibile. Se fosse il 20 percento, direi di non pensarci più, ma il 2 per cento? Il compito della politica è spostare il 2% del budget da qui a là. Sappiamo come farlo. Dobbiamo stare lontani dal pensiero apocalittico che è troppo tardi e il mondo sta finendo e andare verso una cosa più pratica: il 2% del budget. Questo è tutto.
Yuval Noah Harari Storico e filosofo
[Intervista al New Yor Times, 7 novembre 2021]
Hanno contribuito a questo numero Marco Baldi, Giorgio Carlevaro, Nadia Cerone, Alberto Clô, Emanuela Colombo e Diana Shendrikova, Franco Del Manso, Marco Marcatili, Antonio Pollio Salimbeni, Piero Salatino, Francesco Ciro Scotto, Claudio Spinaci Hanno contributo alla rivista Alessandro Aresu, Marco Baldi, Alessandro Bartelloni, Carlo Bonomi, Giogio Carlevaro, Carlo Carminucci, Nadia Cerone, Giorgio Chiantella, Stefano Cingolani, Paolo Cintia, Francesco Clementi, Alessandro Clerici, Alberto Clô, Emanuela Colombo e Diana Shendrikova, Marco D’Aloisi, Stefano Da Empoli, Bruno Dalla Chiara, Giuseppe D’Arrigo, Franco Del Manso, Pier Luigi Del Viscovo, Paola De Micheli, Pierroberto Folgiero, Alessandro Fontana, Benedetto Forlani, Marco Frittella, Giuseppina Fusco, Vannia Gava, Massimiliano Giannocco, Romano Giglioli, Gianni Girotto, Maria Cecilia Guerra, Icao,
46
MUOVERSI 1/2022
Innovhub, Pietro Lanzini, Stefano Laporta, Antonio Lazzarinetti, Marco Mannocchi, Marco Marcatili, Enrico Mariutti, Benedetta Marmiroli, Michele Masulli, Paolo Mellone, Marco Mocchetti, Martina Nardi, Lisa Orlandi, Azzurra Pacces, Gilberto Pichetto Fratin, Linda Piedimonte, Marilena Pisani, Politecnico di Milano, Antonio Pollio Salimbeni, Ilaria Querci, Paolo Raimondi, Francesco Ramella, Filippo Redaelli, Aurelio Regina, Francesco Ricotta, Piero Salatino, Tommaso Santarelli, Francesco Ciro Scotto, Antonio Sileo, Guido Silvestri, Claudio Spinaci, Carlo Stagnaro, Angelo Sticchi Damiani, Davide Tabarelli, Luca Tabasso, Antonio Tajani, Giuseppe Tannoia, Chicco Testa, Antonio Tintori, Stefania Tomasini, Roberto Ulivieri, Maria Rita Valentinetti, Giovanni Battista Zorzoli
Unione Energie per la Mobilità Piazzale Luigi Sturzo, 31 00144 Roma info@unem.it www.unem.it tw: @unem_it in: /company/unem Per proporre contributi o per richieste pubblicitarie: muoversi@unem.it Le opinioni espresse impegnano unicamente gli autori e sono indipendenti da opinioni e politiche dell’Editore. Registrazione Tribunale di Roma n. 121 del 19 settembre 2019
RIVISTA TRIMESTRALE SUI PROBLEMI DELL’ENERGIA
ENERGIA DICEMBRE 2020 l
NUMERO 4
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ANNI
3.2020
POSTE ITALIANE SPA - SPED. IN ABB. POST. D.L. 353/2003 (CONV. IN L. 27/02/2004 N.46) ART. 1, COMMA 1, C/RM/11/2015 - ISSN 0392 - 7911 - € 25,00
SETTEMBRE 2020 l
2.2020
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RIVISTA TRIMESTRALE SUI PROBLEMI DELL’ENERGIA
ANNO XXXXI
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1.2020
TRA URGENZE URGENZE DI DI BREVE BREVE TRA ED ESIGENZE ESIGENZE DI DI LUNGO LUNGO PERIODO PERIODO ED l PPA PPA ll ETS ETS ll PNIEC PNIEC ll PERMITTING PERMITTING l l ECONOMIA ECONOMIA CIRCOLARE CIRCOLARE l
NUMERO 3
AMBIENTE AMBIENTE
ECONOMIA CIRCOLARE CIRCOLARE ECONOMIA FABBISOGNO ENERGETICO ENERGETICO EE FABBISOGNO
l ECONOMIA ECONOMIA ll CONFLITTI CONFLITTI SOCIALI SOCIALI l l PETROLIO PETROLIO ll MOBILITÀ MOBILITÀ l l TRANSIZIONE TRANSIZIONE ENERGETICA ENERGETICA l l ELEZIONI ELEZIONI USA USA l
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NUMERO 2
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GIUGNO 2020
SCENARI SCENARI
CRONACHE E IMPATTI DELLA CRISI
POSTE ITALIANE SPA - SPED. IN ABB. POST. D.L. 353/2003 (CONV. IN L. 27/02/2004 N.46) ART. 1, COMMA 1, C/RM/11/2015 - ISSN 0392 - 7911 - € 25,00
PER UNA UNA MOBILITÀ MOBILITÀ ECO-RAZIONALE ECO-RAZIONALE PER DINAMICHE DEL DEL SISTEMA SISTEMA EE STRATEGIE STRATEGIE NAZIONALI NAZIONALI DINAMICHE
ENERGIA
RIVISTA TRIMESTRALE SUI PROBLEMI DELL’ENERGIA
ANNO XXXXI
TRANSIZIONE ENERGETICA ENERGETICA IN IN ITALIA ITALIA TRANSIZIONE
POSTE ITALIANE SPA - SPED. IN ABB. POST. D.L. 353/2003 (CONV. IN L. 27/02/2004 N.46) ART. 1, COMMA 1, C/RM/11/2015 - ISSN 0392 - 7911 - € 25,00
LIBIA: LA PAROLA TORNI AGLI STATI MEDIO ORIENTE NEL CAOS
ANNO XXXXI
MARZO 2020 l
NUMERO 1 l
ANNO XXXXI
POSTE ITALIANE SPA - SPED. IN ABB. POST. D.L. 353/2003 (CONV. IN L. 27/02/2004 N.46) ART. 1, COMMA 1, C/RM/11/2015 - ISSN 0392 - 7911 - € 25,00
RIVISTA TRIMESTRALE SUI PROBLEMI DELL’ENERGIA
QUADRO MACROECONOMICO MACROECONOMICO 2020-2021 2020-2021 QUADRO PREVISIONI PETROLIFERE: PETROLIFERE: LEZIONI LEZIONI DALLA DALLA STORIA STORIA PREVISIONI
ENERGIA
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ENERGIA
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ENERGIA
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STATI UNITI E ORDINE INTERNAZIONALE NELL’ERA NELL’ERA DI DI BIDEN BIDEN EE DELLA DELLA PANDEMIA PANDEMIA
LE LE VIE VIE DELLA DELLA DECARBONIZZAZIONE DECARBONIZZAZIONE l l TECNOLOGIE TECNOLOGIE ll IDROGENO IDROGENO l l GAS GAS ll AGRICOLTURA AGRICOLTURA
POLITICA POLITICA ENERGETICA ENERGETICA
FATTIBILITÀ FATTIBILITÀ DEL DEL PIANO PIANO ENERGIA ENERGIA EE CLIMA CLIMA INTEGRARE INTEGRARE LE LE RINNOVABILI RINNOVABILI INTERMITTENTI INTERMITTENTI
4.2020
4 numeri - 40 articoli - 400 pagine
RIVISTA TRIMESTRALE SUI PROBLEMI DELLʼENERGIA
il trimestrale italiano sui problemi dell’energia e dell’ambiente
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