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UniCamillus Magazine Inverno 2025/2026 - ITA

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UNICAMILLUS

Magazine

Direttore Responsabile

Gianni Profita

Redazione a cura di Giorgia Martino

Progetto Grafico

Giulia Francini

Federico Calogero

Immagini e Contributi

Federica Alota

Giusy Condorelli

Damiano Giani

Ginevra Guidoni

Daniela Mariani

Claudia Romano

Traduzioni

Centro Linguistico d’Ateneo

Stampa a cura di Tipografia Milgraf

Gennaio 2026

Copia Gratuita

AGEISMO: proteggere

4 EditorialE

Magnifico Rettore Gianni Profita

6 L’ageismo neLLa saLute mentaLe: isoLamento, depressione e stigma

Prof. Angelo Giovanni Icro Maremmani

10 ComuniCazione e rappresentazione nei media e neLLa soCietà

Prof.ssa Donatella Padua

14 sessuaLità neLL’anziano

Prof.ssa Rosa Maria Paragliola

Prof. Salvatore Maria Corsello

18 etiCa deLL’ageismo

Prof. Alessandro Boccanelli

22 ageismo in mediCina

Prof. Nicola Veronese

26 ageismo e saLute pubbLiCa intervista aLLa prof.ssa guaLano

Dott.ssa Giorgia Martino

28 mediCi e studenti uniCamiLLus in missione a zinvié

Dott.ssa Ginevra Guidoni

32 premio “sCienCe, she says”

Dott.ssa Claudia Romano

34 uniCamiLLus e iL progetto iteshs

Dott.ssa Daniela Mariani

38 master in traumatoLogia in Libia

Dott.ssa Giusy Condorelli

40 inteLLigenza artifiCiaLe e uniCamiLLus

Prof.ssa Donatella Padua

44 5 notizie

46 news da uniweb

47 uniCamiLLus gLobaL heaLth journaL

48 riCerChe | abstraCt

50 engLish Corner

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Rettore

La medicina, la tecnologia e la conoscenza sembrano avanzare più velocemente di quanto faccia la nostra capacità di comprenderle e di renderle davvero accessibili a tutti. E nelle società più evolute, persistono forme di disuguaglianza e di esclusione che minano la salute pubblica in modo più o meno silenzioso. L’ageismo, ossia la discriminazione basata sull’età, è una di queste.

Nella cultura dell’efficienza e della produttività, l’età viene talvolta percepita come un limite anziché come una ricchezza. Si dimentica che l’invecchiamento non è un problema da risolvere, ma un processo da accompagnare e da valorizzare. Combattere l’ageismo significa promuovere una medicina della dignità, in cui ogni persona – giovane o anziana che sia – venga accolta, ascoltata e curata nella sua interezza. In questo numero, la nostra comunità accademica affronta il tema da molte prospettive: dalla salute mentale all’etica, dalla comunicazione ai trattamenti medici, fino alla sessualità nell’età avanzata. È un percorso di conoscenza e riflessione che ci invita a guardare oltre i pregiudizi, per costruire una cultura della salute più equa e rispettosa. Ma parlare di inclusione non può fermarsi ai confini dell’età. UniCamillus porta avanti la sua missione umanitaria con la stessa convinzione: la salute è un diritto universale, non un privilegio geografico. Le missioni in Africa – Benin, Somalia, Camerun, Etiopia e Libia – testimoniano il nostro impegno concreto nel costruire competenze sanitarie locali e nel portare assistenza in contesti segnati da guerre, fragilità dei sistemi sanitari e carenza di risorse, e anche di questo parleremo in questo numero.

L’esperienza dei nostri docenti e studenti sul campo rende tangibile la missione umanitaria di UniCamillus: il Prof. Massimo Gravante, Docente di Dermatologia presso il nostro Ateneo e Vicepresidente della Onlus “Medici e Professionisti Senza Vacanze”, più volte all’anno si reca all’ospedale “La Croix” di Zinvié, in Benin, dove non solo cura pazienti affetti da lebbra, albinismo o malformazioni congenite, ma restituisce dignità e speranza attraverso interventi di dermochirurgia e programmi di supporto locale.

Allo stesso tempo, UniCamillus sviluppa progetti strutturati di formazione, come il Master in Traumatologia in Libia e il progetto ITESHS (Integrated Transcultural Educational Synergy in Health Sciences), che mira a rafforzare competenze ortopediche, infermieristiche e psicologiche in Somalia, Camerun ed Etiopia. Grazie a laboratori all’avanguardia, collaborazioni con ospedali locali e percorsi di tirocinio pratico per gli studenti, queste iniziative non si limitano a interventi temporanei, ma costruiscono capacità durature, creando un impatto reale e misurabile sulla salute e sul benessere delle comunità.

In questo contesto, UniCamillus non è solo un luogo di formazione accademica: è un Ateneo che cura, insegna e impara allo stesso tempo, portando la medicina dove è più necessaria e formando professionisti con uno sguardo globale e umanistico. Anche la ricerca e l’innovazione trovano in UniCamillus un luogo di dialogo tra scienza ed etica.

L’Intelligenza Artificiale – che esploriamo in questo numero grazie al contributo della nostra Delegata alla Terza Missione Prof.ssa Donatella Padua – apre nuove frontiere nella diagnosi e nella cura, ma ci ricorda quanto sia necessario mantenere l’essere umano e la sua dignità al centro di ogni progresso.

Il filo che unisce questi temi è la cura: una cura che non è solo tecnica, ma sguardo, ascolto, responsabilità. Combattere l’ageismo, formare medici sensibili alla diversità, costruire competenze nei Paesi più fragili, interrogarsi sull’uso etico delle nuove tecnologie: tutto questo risponde alla stessa visione, ossia unire scienza e umanità per promuovere salute e giustizia. UniCamillus nasce da questo principio e cresce con esso, con la ferma convinzione di continuare ad alimentarlo.

l’agEismo nElla salutE

mEntalE:

isolamEnto, dEprEssionE E stigma

Docente UniCamillus di Psichiatria, ha conseguito la Specializzazione in Psichiatria presso l’Università di Pisa e il

Dottorato di Ricerca in Biochemistry and Molecular Biology – BiBiM 2.0 “Progetto Pegaso”, Ciclo XXXII, Università di Siena.

Ha concluso il Master di Secondo Livello in Dipendenze Farmaco-Tossicologiche e Comportamentali, Università di Pisa e il

Corso di Perfezionamento in “revisioni sistematiche e meta-analisi per la produzione di linee guida evidence-based, metodologia Cochrane”, Università degli Studi di Milano.

Nelle società contemporanee, caratterizzate da un progressivo allungamento della vita media, il tema dell’invecchiamento assume un’importanza crescente. Tuttavia, in parallelo all’aumento dell’età media della popolazione, si osserva anche la diffusione di stereotipi e pregiudizi che tendono a ridurre l’individuo anziano a una condizione di fragilità inevitabile. L’ageismo — termine coniato per indicare la discriminazione basata sull’età — si manifesta non solo in forme esplicite di esclusione sociale, ma anche attraverso atteggiamenti sottili e diffusi, come l’idea che la perdita di energia, di curiosità o di interesse per la vita siano aspetti “normali” della vecchiaia. In realtà, molte di queste convinzioni non trovano riscontro nei dati scientifici. Il declino funzionale non è un destino ineluttabile: sebbene alcuni cambiamenti fisiologici siano parte naturale dell’età, il benessere psicologico e relazionale può restare elevato fino alle età più avanzate, a condizione che venga preservata la dignità della persona e contrastato il pregiudizio implicito che associa “anzianità” a “minor valore”. In una popolazione che tende sempre più a invecchiare, è necessario superare stereotipi che rischiano di trasformare un processo fisiologico in una forma di esclusione. Pensare che sia “normale” perdere vitalità

o interesse solo perché si è anziani significa accettare un’idea di vecchiaia impoverita, mentre la scienza e l’esperienza mostrano che è possibile mantenere equilibrio, curiosità e desiderio di relazione fino a età molto avanzate. Combattere l’ageismo significa dunque riconoscere che ogni fase della vita ha diritto alla stessa attenzione, alle stesse cure e alle stesse opportunità di partecipazione.

Solitudine e trASforMAzione dei legAMi fAMiliAri

Nelle culture mediterranee, la famiglia ha rappresentato per secoli un punto di riferimento fondamentale e un collante fra le generazioni. Gli anziani non erano solo destinatari di cure, ma anche figure di supporto, memoria e orientamento. Oggi, tuttavia, il rapido mutamento demografico e sociale sta modificando profondamente questo equilibrio. Da un lato, il progressivo invecchiamento della popolazione e la riduzione del numero di nascite stanno creando una crescente disparità tra giovani e anziani. Dall’altro, la mobilità lavorativa — spesso necessaria — porta molti figli a vivere lontano dai genitori, riducendo la possibilità di un sostegno quotidiano e indebolendo quel ruolo affettivo e pratico che un tempo garantiva inclusione e scambio intergenerazionale.

Quando la rete familiare si riduce, il rischio di isolamento aumenta. E con esso cresce la probabilità di sviluppare disturbi dell’umore, ansia o forme di ritiro sociale che, se non riconosciute, possono evolvere in condizioni di fragilità psicologica. È ormai un dato appurato come la solitudine risulti essere un fattore determinante per l’aumento della morte prematura. La so -

cietà, inoltre, fatica ad adeguarsi a questa nuova realtà: i servizi dedicati alla terza età rimangono spesso insufficienti, e mancano spazi di socialità pensati per mantenere il senso di appartenenza e di utilità. Le comunità locali, le istituzioni sanitarie e culturali dovrebbero farsi carico di questo vuoto, creando occasioni di incontro e partecipazione che valorizzino l’esperienza e la competenza delle persone anziane. Non è un caso che spesso l’età del pensionamento sia uno spartiacque fondamentale nei soggetti che si affacciano alla terza età e che vedono un mutamento profondo e repentino del loro ruolo sociale. Non è un caso che molti consulti specialistici ambulatoriali inizino proprio per conseguenza di quello che il soggetto vive come una “perdita di ruolo” sociale. Contrastare l’ageismo significa anche ripensare il ruolo della comunità, restituendo agli anziani un posto centrale nelle relazioni sociali e nella trasmissione dei valori tra generazioni.

dePreSSione e quAlità dellA vitA: SfAtAre un Mito PericoloSo Uno degli aspetti più subdoli dell’ageismo nella salute mentale è la tendenza a considerare “normale” la comparsa di depressione o demotivazione con l’avanzare dell’età.

La depressione non è mai una conseguenza fisiologica dell’invecchiamento. Non deve essere confusa con la tristezza o con la comprensibile malinconia che possono accompagnare alcune perdite. È una patologia vera e propria, che altera il tono dell’umore, la capacità di concentrazione, la motivazione e il piacere di vivere. Negli anziani, spesso la depressione si manifesta in modo atipico: ridu-

zione dell’energia, perdita di interessi, difficoltà cognitive, disturbi del sonno, dell’appetito o sintomi somatici. Tali sintomi vengono talvolta interpretati come “naturali” o attribuiti al declino cognitivo, portando a diagnosi tardive o mancate. Non a caso si parla di pseudodemenza depressiva, poiché la sintomatologia può mimare un deterioramento cognitivo reversibile. È quindi fondamentale un corretto inquadramento diagnostico: trattare una depressione può migliorare non solo l’umore, ma anche la memoria e l’efficienza cognitiva, restituendo alla persona il suo livello di funzionamento “fisiologico” per età. Promuovere la qualità della vita significa non rassegnarsi a una visione fatalistica della vecchiaia, ma garantire che la salute mentale venga valutata e curata con la stessa attenzione riservata alle altre fasi dell’esistenza. La prevenzione, la diagnosi precoce e la presa in carico integrata restano strumenti decisivi per mantenere il benessere anche in età avanzata.

SuPerAre lo StigMA nellA curA

Lo stigma legato alla salute mentale, quando si intreccia con quello dell’età, genera un doppio pregiudizio: “è anziano” e “è depresso”, dunque “non può migliorare”. Questo atteggiamento rischia di scoraggiare la diagnosi e di ridurre l’intensità dei trattamenti proposti. In realtà, oggi la letteratura scientifica conferma che anche persone molto anziane — talvolta oltre gli ottantacinque anni — possono trarre beneficio da interventi terapeutici mirati. La valutazione deve essere sempre personalizzata, tenendo conto delle comorbidità mediche e della tollerabilità dei farmaci, ma non esistono limiti

anagrafici alla possibilità di miglioramento. Gli antidepressivi, se scelti con attenzione e monitorati con prudenza, possono risolvere quadri depressivi lievi o moderati, restituendo dignità, motivazione e serenità. Allo stesso modo, gli interventi psicoterapici brevi e il supporto psicosociale hanno dimostrato di migliorare significativamente la qualità di vita anche nelle fasce di età più avanzate. Superare lo stigma significa riconoscere che la cura non è solo un atto terapeutico, ma anche un gesto di rispetto verso la persona e la sua storia. L’età non può essere una barriera, ma un elemento di cui tener conto con sensibilità e competenza. Una medicina davvero umana deve saper guardare oltre l’anagrafe, comprendendo le potenzialità che ogni individuo conserva, anche quando il corpo o la memoria sembrano limitare le possibilità di espressione.

un cAMbiAMento culturAle e forMAtivo neceSSArio

Contrastare l’ageismo richiede non solo sensibilità sociale, ma anche una trasformazione nel modo in cui vengono formati e aggiornati i professionisti della salute. La terza età presenta peculiarità cliniche che meritano attenzione specifica: i sintomi possono essere sfumati, le comorbidità frequenti, e il contesto familiare o assistenziale può influire fortemente sulla risposta ai trattamenti. Per questo è indispensabile che nei corsi universitari e nei programmi di aggiornamento in area sanitaria vengano introdotti moduli dedicati alla salute mentale dell’anziano, così da fornire strumenti concreti per riconoscere e trattare in modo appropriato queste condizioni.

La formazione deve inoltre aiutare a superare lo stigma, diffondendo l’idea che ogni individuo, a qualsiasi età, conserva una capacità di cambiamento e di risposta alle cure. Considerare la depressione o il deterioramento cognitivo come esiti “naturali” dell’età significa rinunciare a un principio fondamentale della medicina: la tutela della qualità e della dignità della vita. L’invecchiamento non è un declino, ma una fase dell’esistenza che può mantenere significato, relazioni e prospettive, se la società e la medicina sapranno offrire ascolto, rispetto e cura. Investire in una formazione che riconosca l’anziano come portatore di bisogni, ma anche di competenze, è il modo più concreto per costruire un sistema sanitario inclusivo e capace di valorizzare ogni età della vita.

tre fAlSi Miti Sull’invecchiAMento

MentAle:

“È normale essere tristi da anziani”.

fAlSo. La tristezza cronica e la perdita di interesse non sono parte dell’invecchiamento fisiologico, ma sintomi di una depressione che può e deve essere trattata.

“Le persone anziane non rispondono più alle cure” .

fAlSo. Con terapie adeguate e monitoraggio attento, anche gli over 80 possono ottenere significativi miglioramenti dell’umore e della qualità di vita.

“La memoria che si indebolisce è sempre demenza”.

fAlSo In molti casi il calo cognitivo è legato a disturbi dell’umore, all’uso di farmaci o a condizioni mediche reversibili. Un’accurata valutazione permette di intervenire efficacemente.

concluSione

L’ageismo nella salute mentale è un fenomeno silenzioso ma pervasivo, che priva molte persone anziane del diritto a essere viste, comprese e trattate con la stessa attenzione riservata ai più giovani. Riconoscerlo è il primo passo per costruire una cultura più inclusiva, in cui il valore dell’età non si misuri in termini di produttività, ma di esperienza, affettività e capacità di trasmettere significato. Investire nella salute mentale della terza età non è solo un dovere etico, ma un atto di civiltà: significa credere che il benessere psicologico non ha età. È anche un investimento collettivo, perché una società che rispetta e valorizza i propri anziani diventa più coesa, empatica e capace di costruire futuro.

l’Età dEl valorE: il paradosso dElla cura tra rElazioni E

Prof.SSA donAtellA PAduA

Professoressa Associata di Sociologia

Generale presso UniCamillus dal 2022. È

Delegata alla Terza Missione e all’Impatto

Sociale, Presidente della Commissione di Terza Missione e Segretaria Generale dell’Advisory Board, oltre a far parte del Presidio di Qualità e del Comitato Unico di Garanzia per le Pari Opportunità.

Specializzata in Sociologia della Salute e del Digitale, è autrice del volume Digital Cultural Transformation. Building Strategic Mindsets via Digital Sociology (Springer).

Siamo soliti curare i nostri disagi con i numeri. Le proiezioni delle Nazioni Unite ci dicono che, entro il 2050, gli over 65 rappresenteranno il 16% della popolazione mondiale, con punte che in Europa supereranno il 25% e in Italia il 34,6%. Si tratta di una trasformazione non solo strutturale ma anche sistemica in quanto non costituisce esclusivamente un fatto demografico o sanitario, ma essa investe istituzioni, famiglie, reti di cura e relazioni intergenerazionali, con impatti su welfare e cittadinanza.

L’ageing – come viene chiamato con quella distanza linguistica che l’inglese ci consente quando vogliamo non nominare troppo da vicino le cose che ci riguardano – non è semplicemente un dato statistico. È una trasformazione che attraversa il corpo sociale come una crepa silenziosa, ridisegnando istituzioni e relazioni tra persone. Quello che chiamiamo invecchiamento della popolazione non è un fenomeno che accade alla società, ma è la società stessa che si rivela nel suo divenire, nel suo tendere verso una configurazione che ancora non sappiamo abitare. In questa prospettiva, la sociologia ha un compito rilevante: analizzare come la vecchiaia venga costruita, vissuta e interpretata nelle

società contemporanee, cogliendo la pluralità delle esperienze e i processi di inclusione/esclusione per orientare scelte di policy.

Tali politiche sociali hanno un rilevante impatto nella dimensione sanitaria e di welfare. Esse, infatti, riguardano i ‘sistemi di cura’, ossia, le reti integrate sanitarie, sociali e territoriali che legano la salute ad un delicato ‘bilancio di welfare’: se da una parte gli anziani sono destinatari di servizi sanitari e assistenziali, essi al contempo sono importanti (a volte indispensabili) fornitori di cura per famiglie e comunità. Pensiamo all’impatto economico dei nonni in famiglia. Questa vera e propria forma di “welfare familiare” contribuisce a sostenere il bilancio grazie al loro aiuto nella cura dei nipoti, attraverso l’assistenza pratica, la sostituzione di servizi a pagamento, la custodia, l’aiuto scolastico, la gestione del tempo libero, il supporto finanziario e patrimoniale, attraverso la disponibilità di immobili. Tutto ciò, oggi, è quantificato in un risparmio per le famiglie di 40 miliardi di euro l’anno (Fortune Health Italia 2023).

In sintesi, si tratta di un vero e proprio paradosso che attraversa il nostro tempo e che raramente viene nominato: gli anziani sono al tempo stesso destinatari e fornitori di cura. La parola ‘cura’, sin dalla sua etimologia latina cura, non significa solo assistenza sanitaria ma anche attenzione, pensiero, preoccupazione, responsabilità. Curare non è solo medicare, è prendersi cura, è fare spazio all’altro nella propria esistenza. Ed è su questo intreccio – tra salute, relazione, responsabilità sociale – che si misura la qualità delle politiche sociali. Questo trade off tra cura

calcolata come costo dell’anziano (sanitario, assistenziale, previdenziale) e cura intesa come generazione di valore (quindi come risparmio o minor costo per le famiglie e comunità) va analizzato anche in dimensione temporale: se l’aumento della popolazione anziana e della speranza di vita interroga profondamente i sistemi di welfare – particolarmente quello sanitario – accrescendo la domanda di pensioni, servizi di cura, assistenza sanitaria e domiciliare, dall’altro, l’allungamento della vita apre a crescenti possibilità di partecipazione attiva non solo alla vita familiare ma anche al lavoro, al volontariato, alla vita politica e comunitaria. Questa generazione di valore va protetta e promossa attraverso progetti di prevenzione della salute dell’anziano, come il progetto PREVASC2 - Studio sulla PREvalenza delle malattie CardioVASColari in una popolazione ≥ 65 anni in Italia, attualmente in corso a livello nazionale, con il coordinamento scientifico del Prof. Boccanelli. Il progetto, promosso da UniCamillus in collaborazione con Tor Vergata, offre prevenzione cardiovascolare gratuita agli over 65 a scopo di sensibilizzazione e promozione della cultura della prevenzione realizzando, nel contempo, uno screening epidemiologico. PREVASC2 costituisce un caso concreto di Terza Missione dell’Università: attraverso il progetto, questa svolge un ruolo innovativo ad elevato impatto socio-sanitario, rendendosi attivatrice sul territorio di sistemi di welfare, promuovendo un invecchiamento sano ed attivo, volano di generazione di valore sociale. Tuttavia, esistono determinanti sociali che costituiscono ostacoli di carattere socio-culturale, in primis, il cosid-

detto ‘ageism’, di cui accenniamo a seguire.

l’AgeiSM: quAndo l’età diventA deStino

L’età non è un dato biologico neutro, ma una categoria sociale che distribuisce ruoli, diritti, aspettative e marginalità. Non si diventa “anziani” solo con il passare degli anni, ma all’interno di contesti culturali che definiscono cosa significhi essere vecchi e come ci si aspetti che gli anziani vivano. Il termine ageing indica il naturale processo di invecchiamento, con dimensioni biologiche, culturali e relazionali, mentre l’ageism (Butler, 1969) descrive la discriminazione e gli stereotipi legati all’età, che svalutano la vecchiaia attribuendo fragilità, dipendenza o irrilevanza sociale agli anziani (Calasanti & Slevin, 2006; Phillipson, 2013). Se l’ageing è universale ma differenziato per genere, classe, etnia e contesto storico, l’ageism è una costruzione sociale che genera disuguaglianze.

L’ageism si intreccia con altre disuguaglianze strutturali: bassi redditi, scarsa istruzione, lavoro precario, carichi familiari, genere e assenza di welfare amplificano fragilità e isolamento in età avanzata. Il digital divide accentua l’esclusione, limitando l’accesso a strumenti che potrebbero favorire autonomia e partecipazione. Anche le narrazioni mediatiche influenzano l’immaginario collettivo: gli anziani possono apparire come peso o come risorsa, condizionando politiche pubbliche e autopercezione (Phillipson, 2013).

Tutti questi fattori accelerano la marginalizzazione, separando chi può ancora generare valore sociale da chi viene relegato a soggetto di cura, evidenziando il legame tra

dimensione sociale ed economico-sanitaria. Distinguere ageing da ageism è cruciale per analisi sociologiche e politiche pubbliche: invecchiare non significa solo perdita, ma anche guadagno di esperienza e prospettiva. Contrastare l’ageism significa promuovere un invecchiamento attivo e inclusivo, valorizzando le capacità degli anziani.

l’invecchiAMento Attivo: oltre il

Mito del ritiro

Le teorie sociologiche hanno rappresentato la vecchiaia in modi diversi. La teoria del disimpegno (Cumming & Henry, 1961) descrive il progressivo ritiro dai ruoli sociali, come se invecchiare significasse naturalmente isolarsi. La teoria della continuità (Atchley, 1989) evidenzia coerenza tra identità passate e presenti, interpretando la vecchiaia come lavoro di memoria e riconciliazione con se stessi. Con un focus diverso, la teoria dell’attività (Havighurst & Albrecht, 1953) ha ispirato le politiche di invecchiamento attivo, suggerendo che la qualità della vita dipenda dal mantenimento di ruoli sociali significativi.

L’Organizzazione Mondiale della Sanità definisce l’active ageing (invecchiamento attivo) come il “processo di ottimizzazione delle opportunità di salute, partecipazione e sicurezza per migliorare la qualità della vita delle persone che invecchiano” (WHO, 2002). Promuovere l’invecchiamento attivo significa elevare la qualità della vita, valorizzando partecipazione sociale, dignità, capacità funzionali e relazioni significative. Ciò richiede attenti programmi di prevenzione delle disabilità, servizi accessibili e “age-friendly” e formazione di operatori e caregiver.

Questo approccio alimenta quel ‘bilancio di welfare’ già illustrato: se è vero che gli anziani non sono solo destinatari di cure, quindi un costo, ma anche risorsa per promuovere cura in famiglie e comunità, è corretto sostenere che le politiche di invecchiamento attivo creino un circolo virtuoso di valore sociale ed economico: anziani curati e in salute rappresentano un capitale umano e sociale. Ricerche empiriche confermano che ruoli sociali attivi migliorano la qualità della vita (Lakomý 2023). Contesti che integrano prospettive intergenerazionali registrano maggiore benessere e sostenibilità sociale (Walker & Zaidi, 2016), dimostrando che una società che cura i propri anziani è più giusta, coesa e orientata al futuro.

il vAlore delle relAzioni: contro lA Solitudine coMe deStino

L’ageing non riguarda solo politiche e statistiche, ma anche relazioni e significati.

La qualità della vita degli anziani dipende dal capitale sociale: reti familiari e amicali e partecipazione comunitaria favoriscono benessere, indipendenza e senso di utilità, mentre isolamento e solitudine aumentano rischi per la salute psicofisica. La ricerca sociologica e quella multidisciplinare, come il sopra citato Progetto PREVASC2 integra indagine clinica e sociale, mostrando che condizioni socio-economiche e fragilità sanitaria sono strettamente connesse. Si afferma, pertanto, un approccio olistico che considera la persona nella sua biografia, unendo cura medica ed esistenziale. In questa prospettiva, l’ageing va studiato come processo relazionale: le condizioni di vita in età avanzata dipendono dalle con-

nessioni intergenerazionali (cura dei nipoti, sostegno alle famiglie), dall’inclusione sociale (partecipazione sociale, civica e volontariato) e dal rapporto con le istituzioni di welfare. La sociologia mette al centro, così, un rilevante aspetto di circolarità che vede la connessione sociale operare come attivatore di invecchiamento sano che, a sua volta, è generatore di valore; nel contempo, sono le connessioni sociali che contribuiscono a preservare o addirittura migliorare lo stato di salute dell’anziano. In sostanza, politiche attente alle traiettorie di vita, e non soltanto alle età anagrafiche, sono essenziali per ridurre i rischi di esclusione e per promuovere un active ageing realmente inclusivo ed equo.

“La sociologia può misurare, classificare, prevedere. Ma la domanda che resta irrisolta è quella più antica e inquietante: cosa significa invecchiare in una cultura che ha fatto della giovinezza un mito dominante?

Una cultura che celebra la velocità, l’efficienza, la produttività, e che vede nell’anziano non una risorsa ma un peso, non una memoria ma un residuo?”

ormoni, invEcchiamEnto E sEssualità

Il Prof. Salvatore Maria Corsello è

Professore Ordinario di Medicina presso

UniCamillus, specialista in Endocrinologia e Medicina Interna. Autore di oltre 140 pubblicazioni scientifiche e di numerosi contributi in volumi di Endocrinologia e Chirurgia Endocrina, è membro delle principali società scientifiche nazionali e internazionali.

La Prof.ssa Rosa Maria Paragliola è

Professoressa Associata di Endocrinologia presso UniCamillus. Dottore di Ricerca in Scienze Endocrinometaboliche ed Endocrinochirurgiche, è autrice di oltre 70 pubblicazioni indicizzate su PubMed ed è membro delle principali società scientifiche del settore.

L’invecchiamento è un inevitabile e complesso processo biologico che riguarda tutti gli esseri viventi.

È definito come un progressivo declino delle funzioni dell’organismo, legato all’accumulo di danni a livello delle cellule, con ridotta capacità di adattarsi agli stress interni ed esterni e conseguente aumentata suscettibilità alle malattie. Ovviamente, non si tratta di una malattia di per sé, ma di una condizione naturale e ineluttabile, che però può presentare caratteristiche differenti tra i vari soggetti, sulla base dei fattori genetici predisponenti, degli influssi ambientali e dello stile di vita.

Una delle maggiori conquiste ma anche delle sfide più importanti degli ultimi decenni è il considerevole aumento dell’aspettativa di vita dovuta ai progressi della medicina, al miglioramento delle condizioni igieniche e sociali, alla migliorata alimentazione e alla acquisizione di stili di vita salutari da parte di sempre maggiori quote della popolazione.

Nel brevissimo tempo di un secolo la vita media in Italia è aumentata di oltre trent’anni e la longevità della nostra popolazione pone l’impegno pressante di consentire agli anziani di vivere non solo a lungo ma anche bene e, per quanto possibile, liberi da malattie croniche. In una recente udienza, Papa Leone XIV ha detto: «Gli

Proff SAlvAtore MAriA corSello e roSA MAriA PArAgliolA

anziani sono un dono, una benedizione da accogliere, e l’allungamento della vita è un fatto positivo, anzi, è uno dei segni di speranza del nostro tempo, in ogni parte del mondo. Certamente si tratta anche di una sfida, perché il numero crescente di anziani è un fenomeno storico inedito, che ci chiama a un nuovo esercizio di discernimento e di comprensione»

Il processo di invecchiamento procede di pari passo con le modifiche della secrezione ormonale, molte delle quali risultano un normale processo di adattamento, al fine di ridurre progressivamente le funzioni riproduttive e metaboliche per privilegiare il mantenimento delle riserve energetiche e la sopravvivenza. D’altra parte, sebbene l’“aging endocrino” sia un fenomeno naturale, in alcuni individui può presentarsi in modo particolarmente marcato, contribuendo in modo significativo alla fragilità, con riduzione della qualità di vita.

Per questo motivo il rapporto tra ormoni e invecchiamento rappresenta uno dei temi più affascinanti della medicina moderna: la sfida è quella di distinguere ciò che rientra nei normali processi fisiologici da quello che costituisce un vero difetto ormonale e dunque potenzialmente curabile con conseguente beneficio per il paziente.

orMoni e invecchiAMento: focuS Sugli Steroidi SeSSuAli Con il progredire dell’età si osservano modifiche progressive della secrezione ormonale. La secrezione tiroidea tende a ridursi lievemente ma progressivamente, con una diminuzione dei livelli degli ormoni tiroidei circolanti ed in particolare dell’ormone tiroideo più attivo, l’FT3, con conseguente incremento del valore del TSH e contemporanea ridotta sensibilità

dei tessuti agli ormoni tiroidei. Anche l’asse somatotropo mostra un declino caratteristico: la secrezione pulsatile di GH si attenua progressivamente e i livelli di IGF-1 diminuiscono, con riduzione della massa magra e incremento del tessuto adiposo viscerale. A livello surrenalico, la secrezione di DHEA cala in modo marcato, mentre si documenta un’alterazione del ritmo cortisolemico con maggiore esposizione ai picchi serali. Per quanto riguarda il controllo della funzione renale da parte della neuroipofisi, si può verificare una progressiva perdita di sensibilità all’ormone antidiuretico, con conseguente riduzione della capacità di concentrare le urine e aumento del rischio di disidratazione.

Tra questi eventi, quelli che interessano l’asse ipotalamo-ipofisi-gonadi hanno un ruolo centrale per la qualità di vita: gli steroidi sessuali (estrogeni e progesterone nella donna e testosterone nell’uomo) influenzano profondamente l’equilibrio della persona a partire dalla sua sessualità. La sessualità è parte integrante del benessere e non si esaurisce con l’età, ma subisce inevitabilmente l’influenza dei cambiamenti ormonali e psicologici legati all’invecchiamento. Gli ormoni sessuali, tuttavia, non regolano soltanto la funzione riproduttiva e sessuale, ma partecipano a numerosi processi biologici, tra i quali metabolismo e regolazione della composizione corporea, salute dell’osso, funzione cognitiva e tono dell’umore.

Nella donna, la menopausa rappresenta l’evento biologico di esaurimento progressivo della funzione ovarica. Più che un momento puntuale, dev’essere intesa come un processo di transizione graduale, che si sviluppa in un in-

tervallo di anni (in genere tra 45 e 55) e che comprende una fase di adattamento ormonale caratterizzata da fluttuazioni della secrezione. Questo periodo, spesso definito climaterio o perimenopausa, può essere caratterizzato dalla comparsa di sintomi caratteristici quali vampate di calore, sudorazioni notturne, disturbi del sonno, secchezza vaginale e riduzione del desiderio sessuale.

Inoltre, nel periodo medio-lungo, la carenza estrogenica comporta una perdita accelerata di massa ossea, con aumento del rischio di osteoporosi e fratture, e determina alterazioni del metabolismo lipidico e glucidico, che si riflettono su un maggior rischio cardiovascolare. Anche la composizione corporea cambia, con incremento del tessuto adiposo addominale. Infine, dal punto di vista psicologico, le fluttuazioni ormonali e la carenza estrogenica possono contribuire a irritabilità, riduzione della memoria e dell’attenzione, peggiorando la percezione soggettiva di benessere.

Nell’uomo, il processo è più graduale e meno netto. I livelli di testosterone iniziano a calare progressivamente già dopo i 40 anni, sia per una minore produzione testicolare, che per l’aumento delle proteine di trasporto che riducono la quota di testosterone libero, biologicamente attivo. Le conseguenze cliniche includono riduzione della massa e della forza muscolare, aumento del grasso viscerale, diminuzione della densità minerale ossea e talvolta comparsa di anemia. Dal punto di vista sessuale, possono emergere calo della libido e talvolta disfunzione erettile, che però riconosce spesso anche cause vascolari o metaboliche concomitanti. Inoltre, livelli di testosterone particolarmente bassi sono stati associati a maggiore in-

cidenza di sindrome metabolica, diabete mellito di tipo 2 e incremento del rischio cardiovascolare, suggerendo che il ruolo degli ormoni sessuali va ben oltre la sfera sessuale e riproduttiva.

In ambedue i sessi la sessualità nell’anziano non scompare ma si modifica come conseguenza della riduzione degli ormoni sessuali ma anche di fattori psicologici e sociali e della concomitante presenza di patologie croniche e di farmaci interferenti. Un supporto medico sapiente ne può consentire una prosecuzione serena nella generale logica del benessere individuale e di coppia.

terAPiA orMonAle SoStitutivA: indicAzioni e liMiti

Le conseguenze del fenomeno di “aging” che coinvolge l’asse ipotalamo-ipofisi-gonadi, hanno spinto nel tempo alla ricerca di una terapia sostitutiva ormonale, in grado di contrastare i disturbi clinici ad esso correlati e a prevenire le complicanze a lungo termine delle carenze ormonali, soprattutto nel sesso femminile. Ma è corretto intervenire farmacologicamente per “curare” un evento fisiologico?

Non esiste una regola assoluta e, come spesso accade in medicina, le decisioni cliniche vanno assunte sulla base di un ragionevole criterio di buon senso, personalizzando la gestione del singolo paziente. Come suggerito dalle linee guida di importanti società ginecologiche, “la menopausa non è una malattia e non necessita di una terapia, ma alcune donne possono risentire del calo ormonale e quindi hanno bisogno di una terapia sostitutiva” (Linee guida SIG e SIGiTE 2020).

In menopausa, la terapia ormonale sostitutiva (TOS) con estrogeni, da soli (in pazienti isterectomizzate) o in combinazione

con progestinici (per prevenire l’iperplasia ed il cancro dell’endometrio), rappresenta il trattamento più efficace per i sintomi vasomotori (vampate, sudorazioni notturne), per la sindrome genitourinaria (secchezza vaginale, dolore nei rapporti, infezioni ricorrenti), per i disturbi del sonno e per alcune alterazioni del tono dell’umore. È inoltre utile nella prevenzione della perdita ossea accelerata dopo menopausa e nella riduzione del rischio di fratture. Tuttavia, la TOS non va proposta indiscriminatamente, ma riservata alle donne sintomatiche e in assenza di controindicazioni, come la concomitante presenta di una neoplasia mammaria o endometriale, trombosi o embolia, malattie cardiovascolari in atto o malattie epatiche gravi. L’approccio terapeutico, ove considerato, mira al giorno d’oggi ad un’elevata personalizzazione e ad offrire i massimi benefici con i minimi rischi. Sono disponibili diverse molecole (estradiolo, estrogeni coniugati, tibolone, complessi estrogenici tessuto-selettivi), con differenti vie di somministrazione (orale, transdermica, vaginale) a diversi dosaggi e regimi (continuo o ciclico). Il momento di inizio della terapia è molto importante: i benefici sono maggiori e i rischi minori se la TOS viene avviata in donne ancora giovani (meglio prima dei 60 anni), sintomatiche, in epoca perimenopausale o nei primi 10 anni dopo la menopausa. Pur non sussistendo tassative limitazioni alla durata d’uso della TOS, la decisione di continuarla, modificarla o cessarla va presa con buon senso, tenendo conto: delle condizioni individuali, dei fattori di rischio personali e familiari, degli obiettivi clinici e delle preferenze e motivazioni personali della donna.

Inoltre, diversi studi hanno dimostrato che la TOS può migliorare

elasticità e idratazione della pelle, che rappresenta un importante “bersaglio” del fenomeno di aging, sebbene i risultati siano variabili e influenzati da fattori ambientali (sole, fumo, inquinamento). Nell’uomo la terapia con testosterone è indicata nei casi di ipogonadismo accertato e sintomatico. In via del tutto generale, è ragionevole trattare pazienti anziani sintomatici con valori di testosterone totale inferiori a 2.5 ng/ ml. La terapia sostitutiva migliora la composizione corporea, la densità ossea e la funzione sessuale, ma richiede monitoraggio attento (PSA, ematocrito) e non deve essere iniziata in presenza di carcinoma prostatico o mammario.

orMoni e Anti-Aging: Mito o reAltà? Al di là della TOS, un vivace interesse si è focalizzato anche su altre terapie ormonali, con potenziale fine “anti-aging”.

• Ormone della crescita (GH): il suo calo fisiologico è stato associato a sarcopenia e riduzione della qualità della vita. Tuttavia, la terapia con GH ricombinante negli anziani non ha dimostrato benefici stabili e si associa a rischi significativi, tra cui aumento del rischio neoplastico

• DHEA: la supplementazione orale ha prodotto risultati contrastanti, senza prove solide di un reale effetto anti-aging

• Melatonina: per la sua azione sul ritmo circadiano e sul sonno, può avere effetti favorevoli sul benessere psicologico, ma non ci sono evidenze conclusive

• Vitamina D: fondamentale le sue azioni sull’osso e sul sistema immunitario, ha effetti an-

tinfiammatori e antiossidanti. La supplementazione è raccomandata negli anziani a rischio di carenza, ma non può essere considerata di per sé una terapia anti-aging.

Pertanto, nessuno di questi approcci può oggi essere considerato una strategia “anti aging” sicura ed efficace e le terapie vanno considerate con equilibrio e ragionevolezza, in una ottica di medicina personalizzata.

concluSioni

Il legame tra ormoni, invecchiamento e sessualità è estremamente complesso. Il declino ormonale fa parte del fisiologico processo di senescenza, ma può contribuire alla fragilità dell’anziano e alla riduzione del benessere.

La terapia sostitutiva con steroidi sessuali, se indicata e ben monitorata, rappresenta uno strumento utile per correggere disturbi specifici (mentre non sussistono evidenze certe per le terapie “non convenzionali”), nell’ottica non di “frenare” il fisiologico processo di invecchiamento, ma di migliorarne la qualità.

agEismo: tra discriminazionE E cultura dElla rassEgnazionE

Prof. AleSSAndro boccAnelli

Docente di Medicina Narrativa nel corso di Filosofia morale. Medico e cardiologo, è

stato Primario di Cardiologia e Direttore del Dipartimento per le Malattie dell’Apparato

Cardiovascolare presso l’Ospedale San Giovanni di Roma.

Già Presidente dell’ANMCO, è Presidente della Società Italiana di Cardiologia

Geriatrica e dell’Associazione Salute e Società Onlus. È autore di circa 300 pubblicazioni scientifiche su riviste nazionali e internazionali.

Con il termine “ageismo” intendiamo un atteggiamento che discrimina, separa, stigmatizza o comunque porta svantaggio agli adulti anziani sulla base dell’età cronologica. Questo fa parte di un retaggio culturale che attribuisce all’età che avanza un decadimento ineluttabile e tale da non giustificare azioni correttive, ritenute futili. Si tratta di una discriminazione oggettiva, ma che si accompagna anche a una non accettazione soggettiva, ad una rassegnazione da parte dell’individuo, che ritiene inevitabili e non meritevoli di correzione le progressive perdite di funzione di organi e apparati. Questo è vero non solo per il decadimento fisico, ma anche per il ruolo sociale rivestito da ciascuno. Si perde così da parte dell’individuo la possibilità di veder migliorare la propria qualità di vita, e della società di servirsi di forze intellettuali non solo vivaci, ma anche rinvigorite dall’esperienza.

Nel corso delle ultime decadi si è assistito a un vertiginoso aumento della speranza di vita alla nascita e dell’attesa di vita residua per ogni fascia di età. tab. 1

In trent’anni si è verificato un grande balzo in avanti, con una velocità superiore a quella della capacità di adattamento culturale alla nuova realtà, lasciando invariato

t ab . 1 differenzA nellA SPerAnzA di vitA AllA nAScitA e dell’AtteSA di vitA reSiduA 19852015 dAti iStAt

l’atteggiamento verso le persone di età avanzata, che non tiene conto del modo diverso di invecchiare. Nel 2024, la speranza di vita alla nascita per gli uomini è stimata pari a 81,4 anni, mentre per le donne raggiunge 85,5 anni. Insieme all’aumento della speranza di vita fin dalla nascita, è fondamentale considerare l’aspettativa di vita nelle età più avanzate, un indicatore questo che riflette le condizioni di salute e le prospettive per chi ha già raggiunto una certa longevità.

L’Italia è tra i Paesi con le aspettative di vita più elevate. Un indicatore importante è la speranza di vita a 65 anni: questo dato misura il numero medio di anni che una persona di 65 anni può aspettarsi di vivere ancora, basandosi sui tassi di mortalità osservati nell’anno di riferimento. La speranza di vita a 65 anni del 1952

era di 12,8 anni per gli uomini e 14,1 per le donne. Nel 2023, nell’UE27, la speranza di vita a 65 anni ha raggiunto 21,8 anni per le donne e 18,3 anni per gli uomini. In Italia, nello stesso anno, i livelli corrispondenti sono stati di 22,6 anni per le donne e 19,7 anni per gli uomini.

Di fronte a questa evoluzione, la soglia convenzionale dei 65 anni per definire l’ingresso nell’età anziana appare sempre più anacronistica: si è assistito a uno spostamento in avanti dell’età in cui si diventa anziani. Assumendo come riferimento la speranza di vita residua a 65 anni, nel 2023 gli uomini diventerebbero “anziani” a partire dai 74 anni circa e le donne dai 75 in su.

L’applicazione di queste soglie dinamiche ridurrebbe significativamente (quasi dimezzando) la percentuale di persone considerate anziane sul totale della popolazione rispetto alla soglia statica dei 65 anni e più. Questa considerevole riduzione suggerisce una diversa prospettiva sull’impatto dell’invecchiamento demografico, considerando le mutate caratteristiche delle generazioni che entrano nell’età anziana.

Almeno fino all’età di 75 anni, una parte crescente della popolazione anziana è in condizioni di salute migliori rispetto al passato, più attiva e produttiva.

Tuttavia, l’aumento degli anni attesi in buona salute non è della stessa entità dell’aumento complessivo degli anni di vita residua. Questo divario tra vivere più a lungo e vivere più a lungo in buona salute rappresenta una sfida significativa per una società che invecchia

f ig . 1 Modelli di invecchiAMento n= nAScitA M= Morte. lA PArte dellA bArrA verde indicA gli Anni in buonA SAlute, quellA roSSA gli Anni in cui

Si è Affetti dA MAlAttie croniche che condizionAno lA quAlità di vitA. Se Si AllungA lA vitA, MA Si lASciA invAriAtA l’ePocA in cui coMPAiono le MAlAttie (Modello b) Si AllungAno gli Anni dellA SofferenzA. l’ideAle è quello di AllontAnAre il Più PoSSibile l’ePocA dellA coMPArSA delle liMitAzioni dovute A MAlAttiA, lASciAndole riServAte Al Periodo iMMediAtAMente A ridoSSo del fine vitA (Modello d).

L’ageismo è quindi quell’atteggiamento che non consente, per malintesa rassegnazione oggettiva e soggettiva, di prendere quei provvedimenti necessari a migliorare la qualità oltre che la quantità della vita. La speranza di vita in buona salute rappresenta un indicatore cruciale per comprendere le sfide legate all’invecchiamento della popolazione. Non è sufficiente vivere più a lungo, è fondamentale

che gli anni aggiuntivi siano vissuti in condizioni di autonomia e benessere, con una migliore qualità della vita e la possibilità di partecipare attivamente alla società.

In Italia, oltre 14 milioni di persone sono affette da malattie croniche. Tra queste, 8,4 milioni hanno più di 65 anni. Più della metà delle persone tra i 65 e i 75 anni convive con una o più malattie croniche. Molte delle patologie che interessano gli over 65 sono sottodiagnosticate o diagnosticate tardivamente, con importanti conseguenze in termini di rischi di acuzie, riduzione dell’efficacia delle cure e aumentati costi per il servizio sanitario nazionale.

Il contesto sociale in cui si vive è di estrema importanza. Si prenda ad esempio una nostra esperienza di screening di persone ultrasessantacinquenni condotta in ambiente rurale e in un circolo sportivo. Sono evidenti le differenze di indice di massa corporea, di ipertensione arteriosa , di diabete e di malattie cardiache. tab. 2

Per quanto riguarda la percezione che il singolo ha del proprio stato di salute, anche questa è influenzata da una fatalistica accettazione del progressivo deterioramento delle condizioni fisiche, che potremmo definire quasi un fenomeno di “autoageing”. Ne sia di esempio la nostra esperienza su un campione di soggetti ultrasessantacinquenni pubblicata di recente (The PREVASC study: Prospective REgistry of Valve disease in Asymptomatic Italian elderly SubjeCts Boccanelli a et al Aging Clinical and Experimental Research (2025) 37:98). Oltre il 70% dei soggetti esaminati dichiarava di avere una qualità della vita soddisfacente, nonostante il 20% di questi stessi soggetti fosse in una classe funzionale superiore alla seconda (dispnea da sforzo moderato). Questo in quanto una riduzione della capacità funzionale viene accettata come facente parte ineluttabile dell’età che avanza.

quAli iniziAtive Per contrAStAre l’AgeiSMo?

Il primo importante problema da risolvere è di ordine culturale, il secondo di tipo organizzativo. Come aumentare la consapevolezza del proprio stato di salute e delle proprie potenzialità? Un esempio sono le iniziative di Prevenzione di Comunità prese dalla nostra Università UniCamillus in collaborazione con il Dipartimento di scienze infermieristiche di Tor Vergata (PREVASC2). Si tratta di uno studio longitudinale condotto su una popolazione di ultrasessantacinquenni afferente a Comunità come Centri anziani e parrocchie, con l’obbiettivo primario di definire l’epidemiologia attuale dell’esposizione al rischio cardiovascolare e della prevalenza

delle malattie cardiache con particolare riferimento a:

1. Definire la distribuzione dei fattori di rischio per malattie cardiovascolari nell’anziano in particolare la prevalenza di dislipidemia aterogena e la correlazione con lo stato sociale ed economico

2. Definire la prevalenza della fibrillazione atriale nell’anziano

3. Definire la prevalenza di disfunzione ventricolare sinistra asintomatica e sintomatica nell’anziano

4. Definire l’epidemiologia attuale delle malattie valvolari cardiache nell’anziano

a. Identificare le diverse caratteristiche cliniche delle malattie valvolari dell’anziano

b. Sviluppare uno studio osservazionale sulle caratteristiche della Insufficienza mitralica nell’anziano: epidemiologia attuale e nuove opzioni terapeutiche

c. Studio osservazionale sulle presentazioni atipiche e differenti storie naturali della stenosi aortica nell’anziano

d. Definire l’epidemiologia attuale della insufficienza tricuspidale nell’anziano e le sue relazioni con embolismo polmonare cronico, ipertensione polmonare e presenza e grado della insufficienza tricuspidale.

È un modello che sfrutta la Terza Missione delle Università e che è replicabile su tutto il territorio nazionale.

Dal punto di vista organizzativo dell’assistenza, vanno rafforzate le cure intermedie e le strutture che le mettono in atto, a gestione prevalentemente infermieristica, costituendo équipe multiprofessionali (Medici di Medicina Generale, Specialisti Ambulatoriali Interni – anche nelle forme organizzative complesse (UCCP) – Infermieri di Comunità, altri professionisti della salute quali ad esempio Logopedisti, Fisioterapisti, Dietisti, Tecnici della Riabilitazione e Assistenti Sociali).

Gli effetti delle misure proposte sulla qualità dell’assistenza e sulla comunità di riferimento sono: f ig . 3

• una migliore assistenza di prossimità (a differenza di sistemi basati sull’assistenza specialistica) garantisce una più equa distribuzione della salute nella popolazione

• punto di riferimento continuativo per la popolazione, che permette di garantire una migliore presa in carico della comunità di riferimento.

• integrazione socio-sanitaria grazie alla possibilità di rispondere in modo personalizzato alle necessità della persona e della famiglia

• più forte è l’assistenza territoriale minori sono i costi totali sul sistema sanitario.

f ig .3 forMe orgAnizzAtive dellA SAnità territoriAle in relAzione Allo StAto di SAlute le univerSità Mediche hAnno un ruolo eStreMAMente iMPortAnte nellA forMAzione di ProfeSSioniSti conSAPevoli dellA ePideMiologiA che

dello Screening e dellA Prevenzione

cAMbiA, dellA neceSSità di AffrontAre in MAnierA idoneA il ProbleMA dellA SAlute degli AnziAni, del ruolo fondAMentAle

agEismo in mEdicina: diagnosi E trattamEnti

diffErEnziati

Specialista in geriatra qualificato, professore associato presso UniCamillus –International Medical University di Roma, Italia. La sua ricerca è principalmente epidemiologica e focalizzata sulle malattie più comuni che colpiscono le persone anziane.

È autore di oltre 700 articoli pubblicati su riviste scientifiche nazionali ed internazionali, e di numerosi abstract accettati da congressi nazionali ed internazionali. Dal 2024 è Editor in Chief di Aging Clinical Experimental Research.

L’ageismo – termine che indica la discriminazione basata sull’età – rappresenta una delle sfide più sottovalutate nella pratica medica contemporanea. Mentre il sessismo e il razzismo hanno ricevuto maggiore attenzione in ambito clinico e sociale, l’ageismo spesso opera in maniera più silenziosa, influenzando decisioni diagnostiche, terapie, modalità di comunicazione e persino l’allocazione delle risorse sanitarie.

Comprendere come l’età possa generare stereotipi e pregiudizi è essenziale non solo per migliorare la qualità dell’assistenza, ma anche per garantire l’equità di trattamento tra pazienti. Il presente saggio intende esplorare come l’ageismo influenzi diagnosi e trattamenti, analizzandone i meccanismi, le conseguenze e le possibili strategie di contrasto.

definizione e rAdici dell’AgeiSMo

Il concetto di ageismo fu inizialmente introdotto dallo psichiatra Robert Butler nel 1969 per descrivere atteggiamenti discriminatori verso gli anziani. Oggi il termine viene applicato a tutte le fasce d’età, ma in medicina riguarda soprattutto la popolazione geriatrica.

Le radici dell’ageismo sono molteplici: • culturali, legate all’esaltazione della giovinezza e della produttività;

Prof. nicolA veroneSe

• sociali, con la marginalizzazione delle persone anziane dai processi decisionali;

• sanitarie, con la percezione che la vecchiaia coincida inevitabilmente con malattia, fragilità e dipendenza. Questi pregiudizi possono trasformarsi in pratiche cliniche non eque, dove i pazienti non vengono valutati come individui, ma come “anziani” portatori di un destino già scritto. Con il concetto di ageismo, viene spesso menzionato quello di fragilità, col quale si intende un fenomeno molto diffuso nella popolazione anziana caratterizzata da una maggior vulnerabilità agli eventi acuti. Le persone fragili in medicina vengono spesso discriminate, o meglio non viene tenuto conto della loro fragilità, portando all’ageismo.

AgeiSMo nellA diAgnoSi MedicA

sottodiagnosi E diagnosi tardivE Un aspetto frequente è la sottovalutazione dei sintomi negli anziani. Disturbi come affaticamento, dolori articolari o alterazioni cognitive vengono spesso attribuiti genericamente “all’età”, senza indagini approfondite. Questo porta a diagnosi tardive di patologie come la depressione, le malattie neurodegenerative o i tumori. È importante ricordare che alcune di queste patologie sono reversibili se trattate in modo appropriato per cui la mancata diagnosi è spesso legata ad una scarsa qualità di vita.

diagnosi EccEssivE E mEdicalizzazione All’estremo opposto, alcuni anziani vengono sottoposti a un eccesso di test diagnostici, anche invasivi, motivati dall’idea che il corpo invecchiato sia “naturalmente ma-

lato”. Ciò comporta costi elevati e rischi aggiuntivi, spesso senza reale beneficio.

Bias cognitivi dEl mEdico

Gli stereotipi inconsci influenzano il ragionamento clinico.

Alcuni esempi classici sono:

• Non tutti i dolori toracici negli anziani sono da attribuire a cause coronariche.

• Non tutti i disturbi di memoria implicano una demenza.

• Non tutti i cali di mobilità sono irreversibili.

L’attenzione critica e l’approccio evidence-based devono sostituire la scorciatoia mentale del “è l’età”.

AgeiSMo nei trAttAMenti terAPeutici

EsclusionE dagli studi clinici

La ricerca medica ha storicamente escluso pazienti over 65 da molti trial clinici. Ciò comporta una scarsa rappresentatività della popolazione anziana nei dati di efficacia e sicurezza dei farmaci, con conseguenti lacune nelle linee guida terapeutiche. In tal senso, è importante ricordare che la popolazione italiana sta invecchiando sempre più velocemente, mentre i farmaci che abbiamo a disposizione sono stati testati in persone adulte con patologie e caratteristiche completamente diverse dalla persona anziana.

nEgazionE o riduzionE dEllE tErapiE

Non è raro che agli anziani vengano negate cure aggressive, come la chemioterapia o l’impianto di dispositivi cardiaci, non per controindicazioni cliniche individuali, ma per età anagrafica. Tale approccio contrasta con i principi di medicina personalizzata. In tal senso, più dell’età anagrafica, è

importante valutare la fragilità del soggetto che è alla base di molti insuccessi delle terapie attuali nella persona anziana.

ovErtrEatmEnt E polifarmacotErapia Al contrario, in alcuni contesti si osserva una tendenza a prescrivere numerosi farmaci, senza valutare attentamente interazioni ed effetti collaterali. La polifarmacoterapia, comune tra gli ultraottantenni, rappresenta un rischio di eventi avversi e di ridotta aderenza terapeutica.

accEsso disEgualE a trattamEnti innovativi Le nuove tecnologie (immunoterapie, chirurgia robotica, riabilitazione avanzata) vengono spesso proposte prioritariamente ai pazienti giovani. Gli anziani rischiano di ricevere terapie “tradizionali” anche quando le opzioni innovative sarebbero appropriate.

AgeiSMo nellA relAzione Medico-PAziente Oltre alla diagnosi e alla terapia, l’ageismo si manifesta anche nella comunicazione.

• Alcuni medici adottano un tono paternalistico, infantilizzando il paziente anziano.

• Altri tendono a parlare con i familiari piuttosto che con l’interessato.

• La dimensione della qualità di vita viene talvolta trascurata, privilegiando parametri clinici standardizzati.

Una relazione realmente centrata sul paziente richiede di considerare le preferenze, le aspettative e i valori della persona, indipendentemente dall’età.

conSeguenze dell’AgeiSMo in MedicinA L’ageismo ha effetti concreti e misurabili:

• Riduzione dell’aspettativa di

vita: diagnosi tardive e trattamenti inadeguati peggiorano la prognosi.

• Peggioramento della qualità della vita: esclusione dalle terapie riabilitative o preventive porta a maggiore disabilità.

• Aumento della spesa sanitaria: le complicanze derivanti da cure inappropriate o da eventi avversi dei farmaci generano costi aggiuntivi.

• Sfiducia verso il sistema sanitario: percependo discriminazione, alcuni anziani evitano controlli e cure.

StruMenti Per riconoScere e contrAStAre l’AgeiSMo

formazionE spEcifica in gEriatria

Gli studenti delle professioni sanitarie devono ricevere una solida formazione sulla fisiologia dell’invecchiamento, distinta dalla patologia, per non confondere cambiamenti normali con malattia.

uso dElla valutazionE multidimEnsionalE

La Valutazione Geriatrica Multidimensionale (VMD) integra aspetti clinici, funzionali, cognitivi e sociali, offrendo un quadro più realistico della condizione del paziente. La VMD può definire o meno una persona fragile dando dunque delle indicazioni chiare e riproducibili che meglio dell’età anagrafica guidano il medico nel trattamento appropriato.

Approccio evidence-based inclusivo È essenziale che la ricerca clinica includa sistematicamente persone anziane, affinché linee guida e protocolli siano validi per tutte le fasce d’età.

Comunicazione centrata sulla persona

La relazione medico-paziente

deve valorizzare l’autonomia e le preferenze individuali, evitando linguaggi infantilizzanti e stereotipi.

Etica e giustizia distributiva

Nei contesti di risorse limitate, le decisioni cliniche non possono basarsi unicamente sull’età anagrafica, ma devono considerare la prognosi individuale, la qualità di vita attesa e i desideri del paziente.

EsEmpi concrEti di agEismo clinico

Riporto alcuni esempi per meglio capire l’importante problema dell’ageismo clinico.

Caso 1. Infarto miocardico acuto

Un paziente di 82 anni arriva in pronto soccorso con dolore toracico. In alcuni ospedali, l’età avanzata potrebbe scoraggiare l’uso immediato dell’angioplastica primaria, nonostante evidenze scientifiche ne dimostrino l’efficacia anche negli anziani selezionati.

Caso 2. Diagnosi di depressione

Una donna di 75 anni manifesta perdita di interesse e insonnia. I sintomi vengono liquidati come “normali per l’età”, senza valutazione psichiatrica oppure collegati ad un’iniziale demenza. La mancata diagnosi di depressione compromette la qualità della vita e aumenta il rischio di suicidio.

Caso 3. Trattamento oncologico

Un uomo di 79 anni con carcinoma del colon riceve proposta di terapia palliativa invece della chirurgia curativa, motivata esclusivamente dall’età. Una valutazione più attenta avrebbe potuto orientare a un intervento con prospettive di guarigione.

il futuro: MedicinA int ergenerAzionAle

La medicina del XXI secolo deve prepararsi a un mondo in cui la popolazione anziana rappresenta una quota sempre più rilevante. L’obiettivo non è soltanto aggiungere anni alla vita, ma vita agli anni.

Contrastare l’ageismo significa:

• Promuovere ricerca clinica inclusiva.

• Offrire trattamenti proporzionati e personalizzati.

• Educare i futuri medici a vedere nel paziente una persona, non un’età.

concluSioni

L’ageismo in medicina non è un fenomeno marginale: influisce su diagnosi, terapie, comunicazione e qualità dell’assistenza. Per gli studenti di medicina, riconoscerlo e contrastarlo è un passo fondamentale verso una pratica clinica etica, equa e realmente centrata sul paziente.

Scegliere trattamenti basati sulle condizioni cliniche individuali e non sull’età anagrafica è un atto di giustizia e di professionalità. In una società che invecchia, la capacità di superare i pregiudizi generazionali sarà una delle competenze più importanti del medico del futuro.

a g E ismo E salut E pu BB lica : p E rchè la discriminzion E sull ’ E tà fa mal E a tutti , anch E ai giovani

Intervista a Maria Rosaria Gualano , Docente UniCamillus di Igiene

Generale e Applicata di Giorgia Martino

Non sempre la discriminazione è palese. Talvolta si manifesta in modo subdolo, con atteggiamenti quotidiani, frasi comuni o stereotipi radicati che finiscono per condizionare il modo in cui guardiamo all’età e al processo di invecchiamento. È il caso dell’ageismo, una forma di pregiudizio basata sull’età che può tradursi in esclusione sociale, minore attenzione sanitaria o semplice disinteresse verso i bisogni delle persone più anziane. Si tratta di un fenomeno tutt’altro che marginale: secondo l’Organizzazione Mondiale della Sanità, l’ageismo rappresenta una vera minaccia per la salute pubblica globale, poiché incide sul benessere fisico e mentale delle persone e contribuisce ad ampliare le disuguaglianze nell’accesso alle cure.

Quando i pregiudizi legati all’età influenzano la diagnosi, la comunicazione medico-paziente o le politiche sanitarie, l’intero sistema di salute pubblica ne risente. Combattere l’ageismo significa quindi promuovere equità, prevenzione e qualità delle cure per tutti, a ogni età.

Ne abbiamo parlato con la Prof.ssa Maria Rosaria Gualano, Docente di Igiene Generale e Applicata presso l’Università UniCamillus, che da anni si occupa di promozione della salute, prevenzione e comunicazione sanitaria. Con lei abbiamo approfondito come l’ageismo agisce sulla salute fisica e mentale, sull’accesso ai servizi e sulla percezione sociale dell’invecchiamento, e cosa possiamo fare, come cittadini e comunità, per contrastarlo.

quAli Sono le PrinciPAli conSeguenze dell’AgeiSMo SullA SAlute fiSicA e MentAle degli AnziAni?

«L’ageismo ha diverse spiacevoli conseguenze sui soggetti più anziani, come dimostrato anche nella letteratura scientifica. In primis, si registra un effetto negativo sulla salute mentale, essenzialmente legato all’aumento di depressione, ansia e isolamento sociale, riconducibili al crollo di autostima nel sentirsi “inutili” e “non più produttivi”. Inoltre, le persone colpite tendono a prendersi meno cura di sé e a ridurre il movimento e l’attività fisica, con conseguenze importanti sul deterioramento cognitivo e motorio anticipato. Questo può provocare anche una maggiore incidenza di malattie croniche, con aumento del rischio di ospedalizzazione e recupero più lento post infortuni. Nel complesso, si può quindi assistere a un peggioramento dell’aspettativa e della qualità di vita.»

lA diScriMinAzione nei confronti dell’AnziAno Può incidere Anche SullA quAlità delle cure o Sull’AcceSSo Ai Servizi SAnitAri?

«Purtroppo sì. Spesso, ad esempio, ci può essere una sottovalutazione dei sintomi, anche perché alcuni anziani comunicano meno e trascurano loro stessi di riportare alcune sintomatologie agli operatori sanitari o ai loro caregiver.

Questo porta al rischio di banalizzare o non fare diagnosi adeguate, con conseguenze importanti sulla salute. Talvolta, inoltre, può capitare che un anziano riceva cure meno approfondite e personalizzate, poiché qualcuno lo può ritenere “meno prioritario” rispetto a un paziente più giovane. Ancora, va ricordata la barriera

del cosiddetto “digital divide”, che si esplica in questo caso con il non avere facile accesso ai servizi sanitari online: il rischio è che questa fascia di utenti rimanga tagliata fuori, se non c’è qualche caregiver che possa dare supporto di tipo informatico.»

l’AgeiSMo Può Avere effetti Anche Su Altre fASce di età?

«Può influire sull’intera società, soprattutto perché limita la partecipazione attiva degli anziani nella comunità, togliendo preziose risorse di arricchimento per conoscenza ed esperienza. Inoltre, il modo in cui viene percepito l’invecchiamento può influenzare anche i più giovani, creando una sorta di visione negativa della condizione anziana, portando conseguentemente a immaginare un futuro buio anche per se stessi. L’ageismo interiorizzato in questa maniera può accompagnare le persone lungo tutto il corso della vita, con l’idea che “invecchiare sia solo un peggiorare”, e questo può creare stati d’animo negativi fino a influenzare anche in maniera seria la propria salute mentale. Lo stereotipo negativo della terza età, quindi, può alimentare un circuito che dà poco valore alla vita umana. Bisogna invece creare una cultura che valorizzi tutti gli aspetti positivi di ogni fascia di età, ognuna con le proprie peculiarità e possibilità, come per esempio ragionare sul fatto che da anziani si può avere tempo e disponibilità economica per intraprendere viaggi e percorsi che magari prima non si potevano fare. Sicuramente una cultura non inclusiva e che non valorizza le competenze e l’esperienza delle persone anziane riduce la trasmissione di saperi intergenerazionali e indebolisce il tessuto sociale. Una società più coesa è invece più sana, con ricadute positive sia sul benessere fisico che mentale.»

eSiStono ProgrAMMi o cAMPAgne efficAci che AbbiAno AffrontAto l’AgeiSMo in AMbito SAnitArio? «Nel 2021 l’OMS ha pubblicato il report “Global report on ageism”, che si propone innanzitutto di portare all’attenzione globale questo problema culturale, e poi di fornire evidenze scientifiche per proporre linee d’azione concrete da sviluppare. Tra queste, il promuovere messaggi corretti e non fuorvianti attraverso media, scuole, istituzioni e sanità, valorizzando l’invecchiamento come una fase normale, ricca e produttiva della vita. La campagna sottolinea che combattere l’ageismo è una forma di investimento sul futuro e che la visione che abbiamo oggi sull’invecchiamento diventerà il modo in cui vivremo la nostra età domani. A tal proposito l’OMS ha sviluppato anche un toolkit con delle infografiche che si possono scaricare da internet. Questo tipo di campagne andrebbero però implementate e diffuse anche a livello capillare. Pertanto, bisogna sicuramente fare ancora tanta strada per sensibilizzare su queste tematiche a livello istituzionale, anche attraverso le società scientifiche e le associazioni di cittadini/pazienti.»

PArliAMo quindi di coSA PoSSiAMo fAre noi cittAdini coMuni: quAli Sono i coMPortAMenti quotidiAni di tutti noi che PoSSono contribuire A coMbAttere l’AgeiSMo?

«Qualche anno fa mi sono occupata di raccogliere e pubblicare evidenze scientifiche sulla promozione dei cosiddetti “programmi intergenerazionali”, che trovo una risorsa fondamentale per le nostre società. Sono strategie ormai riconosciute anche a livello internazionale e istituzionale come efficaci per contrastare l’ageismo, in quanto pratiche basate sul mettere in collaborazione giovani e anziani con l’obiettivo di favorire lo scambio reciproco di esperienze e l’apprendimento tra generazioni, in cui ognuno porta il proprio bagaglio emotivo, valoriale e di conoscenze. Oltre a queste, che sono pratiche più strutturate, è chiaro che il messaggio da diffondere è quello di promuovere una cultura rispettosa verso ogni fascia di età. Ognuno di noi compie ogni giorno scelte sui comportamenti da adottare e ognuno di noi può decidere di rispettare gli altri, di evitare frasi offensive verso soggetti anziani, di ascoltare e valorizzare i racconti delle esperienze di chi è più grande e ha un vissuto che può avere grande valore da trasmettere, di supportare un anziano senza farlo sentire “inutile”. Certamente ognuno di noi può fare il suo nel combattere ogni giorno gli stereotipi e la discriminazione, per creare una società più integrata e inclusiva per il benessere e a vantaggio di tutti.»

m E dici E stud E nti u ni c amillus in mission E a z invié

Esperienze di vita oltre la medicina

La mission umanitaria di UniCamillus è profondamente radicata in questa università. È la sua peculiarità. Come ogni radice, tiene in vita il nostro Ateneo da quando è nato, impregnando di linfa vitale ogni sua direzione. La sua visione va oltre i libri e gli esami, puntando a formare medici con uno sguardo sul mondo. Un mondo in cui è necessario portare cura e speranza, soprattutto in quei luoghi dove la salute non è un diritto ma un privilegio.

Il Prof. Massimo Gravante, Docente di Dermatologia presso UniCamillus, è anche Vicepresidente della Onlus “Medici e Professionisti Senza Vacanze”. Un nome evocativo, che parla di medici pronti a dedicare le proprie vacanze a iniziative solidali, partendo per i luoghi del mondo con accesso alla sanità più svantaggiato, e in cui vi è bisogno di un aiuto concreto. Ed è proprio il Prof. Gravante l’anima silenziosa e instancabile di tante missioni umanitarie in Africa: due volte l’anno, lascia le aule universitarie e i congressi per tornare dove la medicina si fa essenziale, ossia nell’ospedale “La Croix” di Zinvié, nel cuore del Benin, gestito dai frati camilliani. Lì, tra i corridoi assolati e le stanze dai muri color ocra, Gravante non è solo un medico: è una presenza che consola, un artigiano della pelle e dell’anima. Cura i segni della lebbra e dell’albinismo, affronta la malnutrizione e le ferite delle infezioni. La sua Dermochirurgia non è solo tecnica, è gesto di riscatto: ridare un sorriso a un bambino nato con il labbro leporino, ricostruire un volto segnato da una malformazione, restituire dignità a chi è stato ferito troppo presto dalla vita. In Africa, Gravante opera non solo corpi, ma destini. Il suo bisturi non incide soltanto la pelle: apre possibilità, restituisce speranza, ricuce storie. Nell’estate del 2025, però, c’è stata una novità: ad accompagnare il Prof. Gravante, per la prima volta, sono stati due studenti del sesto anno di Medicina a UniCamillus, Mariafrancesca e Francesco. E questo percorso ce lo raccontano, con parole che parlano il linguaggio dell’empatia, di sguardi che comunicano senza filtri, di solidarietà e complicità, di confini cancellati dall’essere semplicemente eppure magnificamente tutti umani. È proprio dalle loro parole che riviviamo sulla nostra pelle le emozioni che hanno vissuto e portato con sé.

coM’è StAtA l’eSPerienzA di PArteciPAre A unA MiSSione internAzionAle con il Prof grAvAnte? franCesCo e mariafranCesCa: «Per noi un’esperienza profondamente trasformativa, una vera “Missione” con la M maiuscola. Non si è trattato di un viaggio, ma di un percorso umano e professionale intenso, vissuto nel cuore della realtà africana, immersi tra sorrisi sinceri, bisogni essenziali e un desiderio immenso di cura e speranza. Ogni giornata trascorsa a Zinvié ha lasciato un segno indelebile nel nostro modo di vedere il mondo, rafforzando in noi la consapevolezza del significato autentico della professione medica: mettere le proprie competenze al servizio di chi ha più bisogno. Il Professor Gravante ha rappresentato una guida imprescindibile: non solo un docente di altissimo livello, ma un vero mentore e un punto di riferimento umano. Accanto a lui ci siamo sentiti accompagnati, spronati a osservare, comprendere e rispettare la cultura locale. La sua conoscenza del territorio e delle tradizioni del Benin ci ha permesso di entrare in una dimensione profonda della missione, arricchendo il nostro bagaglio culturale, professionale e umano. Ci siamo trovati davanti a prove emotive intense e a condizioni sanitarie complesse, che ci hanno permesso di mettere in pratica concretamente tutto ciò che abbiamo imparato in questi anni di studio grazie a UniCamillus. Questa missione ci ha dato molto più di quanto avremmo mai potuto immaginare: ci ha insegnato che curare significa prima di tutto ascoltare, capire e condividere».

coM’è nAtA l’ideA di PArtire in MiSSione lA ScorSA eStAte?

Francesco: «Tutto parte dallo stesso motivo per cui ho scelto Medicina,ossiamettere le mie capacità al servizio di persone che non hanno accesso a cure e risorse di cui noi europei disponiamo con facilità. Questo ideale è stato il motore che ha orientato la mia vita. Durante imieisei anni distudio ho coltivato con costanza questo obiettivo, e l’incontro con il Professor Gravante è stato decisivo: quasi come in una scena predestinata, con una

semplice frase mi propose diseguirlo in Africa. Non ho avuto esitazioni. Ho sentito immediatamente che quella era l’opportunità che avevo atteso per anni».

AProPoSito di PercorSo AccAdeMico, quAli coMPetenze Avete Avuto Modo di APPlicAre Sul cAMPo?

Mariafrancesca: «Durante la missione ho avuto l’opportunità di applicare un ampio spettro di competenze mediche acquisite nel mio percorso di studi, mettendole alla prova in un contesto reale e profondamente diverso da quello occidentale. Le attività sono state principalmente in ambito dermatologico, ma ho potuto confrontarmi anche con casi di natura neurologica, pediatrica e di chirurgia plastica, in particolare maxillo-facciale. In un contesto privo di apparecchiature diagnostiche avanzate, osservare, ascoltare e toccare sono diventati i mezzi principali per formulare diagnosi e offrire cure. Ogni conoscenza teorica si è trasformata in azione concreta. Sul piano clinico, cisiamo trovati difronte a patologie rare omai viste in Italia,spesso in stadi molto avanzati a causa della mancanza di accesso tempestivo alle cure. Fin dal primo giorno abbiamo compreso che anche un gesto semplice, come porgere uno strumento o assistere in sala operatoria, poteva fare una reale differenza».

delle Sfide di nAturA clinicA, quindi, MA Anche uMAnA Francesco e Mariafrancesca: «Assolutamente sì! Fondamentale è stato avere la capacità di entrare in empatia con i pazienti, di gestire le emozioni e di mantenere lucidità di fronte a situazioni di grande sofferenza. E abbiamo compreso quanto potesse essere importante una caramella per un bambino, un sorriso per rassicurare una madre, o un semplice gesto di vicinanza per restituire dignità e speranza. Prima ancora di essere

Mariafrancesca Gravante e Francesco Ingusci durante il viaggio verso il Benin

studenti di medicina,siamo stati chiamati a essere persone, a offrire ascolto, empatia e presenza. Abbiamo affrontato tutto questo con coraggio e spirito diservizio, imparando ad adattarci all’ambiente, persino la terra rossa dell’Africa è diventata parte integrante della nostra divisa di medici volontari. Ciò che ha fatto davvero la differenza è stato ilsostegno reciproco: lavorare insieme, condividere emozioni, sostenersi neimomenti difragilità».

è cAMbiAto quAlcoSA nel voStro Punto di viStA dA futuri Medici?

Francesco: «Questa missione ha trasformato profondamente il mio modo di guardare la vita, le persone e la mia futura professione. A livello umano, ho compreso quanto spesso la nostra società sia prigioniera di limiti che noi stessi ci imponiamo: preoccupazioni superficiali, confronti continui, esigenze fittizie che ci allontanano dall’essenziale. In Africa ho incontrato la verità dell’essere umano spogliata da ogni artificio. Ho sentito sulla mia pelle quanto il valore della vita risieda nella capacità di condivisione, nella gratitudine, nella semplicità dei gesti autentici Dal punto di vista tecnico, osservare il Professor Gravante all’opera è stato un privilegio e un insegnamento impareggiabile. La pelle africana presenta caratteristiche uniche: è resistente, forte, e richiede grande precisione nel trattamento chirurgico, non solo per fini estetici, ma per prevenire infezioni e garantire una corretta guarigione. Vederlo operare con maestria, resecando, suturando, curando ogni dettaglio con eleganza e rigore, mi ha mostrato quanto ogni singolo gesto medico, anche quello che potrebbe sembrare minimo, possa cambiare la vita di una persona. Confrontarmi con questa realtà mi ha fatto comprendere quanto siamo privilegiati in Europa, dove anche per un semplice raffreddore possiamo rivolgerci gratuitamente al nostro medico. Lì ho capito che ciò che spesso consideriamo un peso o una seccatura quotidiana è, in realtà, un dono immenso. Questa esperienza mi ha arricchito nel profondo: mi ha insegnato a dare valore all’essenziale, a guardare la medicina non solo come scienza, ma come atto d’amore verso l’umanità».

ci Sono StAti dei MoMenti che ricorderete Per SeMPre, o che vi hAnno toccAto nel Profondo?

Mariafrancesca: «Fin dal nostro arrivo, l’Africa si è rivelata in tutta la sua intensità: gli odori, i colori, i suoni, il calore della gente... tutto parlava una lingua diversa, capace di toccare corde interiori difficili da descrivere. Camminare per le strade insieme al Professore e alle guide locali mi ha permesso di vedere da vicino la realtà quotidiana del popolo Beninese: semplice, dura, ma piena di dignità e di vita. Uno dei momenti più forti è stato ascoltare, durante la notte, le veglie funebri: tamburi, canti, urla che non erano espressione di disperazione, ma un inno alla vita che continua. Quella musica, quelle voci, quelle danze mi hanno insegnato che per loro la morte non è una fine, ma l’inizio di un nuovo viaggio. È stata una lezione profonda sulla spiritualità, sul significato della comunità e sul valore di ogni essere umano. Un altro episodio che porterò sempre nel cuore è avvenuto dopo la splendida messa della domenica. Una bambina di circa dodici anni si è avvicinata porgendomi un disegno: una principessa colorata, con scritto “Princess Marie”. Quel gesto semplice, nato da un cuore puro, mi ha fatto comprendere che, anche senza conoscersi, si può lasciare un segno profondo nella vita degli altri. In quegli occhi ho visto ammirazione, fiducia, e l’idea che noi fossimo per loro una presenza quasi eroica. In realtà, sono loro ad averci donato qualcosa di inestimabile».

tornerete in MiSSione?

Francesco e Mariafrancesca: «Assolutamente sì. Non solo torneremo in missione, ma siamo già pronti a ripartire nel 2026, questa volta non più come studenti, ma (ci auguriamo) come medici pienamente formati. Non lo viviamo più soltanto come una missione umanitaria, ma come il ritorno in un luogo che ormai sentiamo casa. È un richiamo profondo, quasi una necessità interiore, una spinta che ci motiva ogni giorno a studiare, a impegnarci e a concludere il nostro percorso universitario nei tempi giusti. Pensare di tornare in Benin, di rivedere quei volti e risentire affettuosamente quella parola “yo-vo”, in lingua Fon “uomo bianco”, non è semplicemente emozionante: è la conferma che quella terra fa parte della nostra vita e della nostra identità. Tornare lì significa ritrovare noi stessi, continuare a donare e a ricevere vita».

I due studenti, affiancati dal professor Massimo Gravante, impegnati nel villaggio di Wawatà in attività di educazione e divulgazione sanitaria rivolte alla popolazione locale, con particolare attenzione al corretto utilizzo di farmaci antimicotici e antiparassitari ad uso cutaneo e mucosale.

diPloMAziA ScientificA e cooPerAzione

l’iMPegno di unicAMilluS

AttrAverSo lA Prof.SSA PAcifici nojA

Con la presenza della Prof.ssa Pacifici Noja ad Addis Abeba, UniCamillus rafforza il proprio ruolo nella rete diplomatica italiana e nella cooperazione scientifica con l’Africa

Il Vicepresidente del Consiglio e Ministro degli Esteri Antonio Tajani, la Ministra dell’Università e Ricerca Anna Maria Bernini insime alla nostra Professoressa Laura Elena Pacifici Noja, Docente UniCamillus di Filosofia Morale in occasione della Conferenza degli Addetti scientifici, spaziali e degli Esperti agricoli

Dal 10 al 12 settembre si è svolta a Napoli la Conferenza degli Addetti scientifici, spaziali e degli Esperti agricoli, occasione di confronto e valorizzazione della diplomazia scientifica italiana. La Conferenza degli Addetti Scientifici e Spaziali e degli Esperti Agricoli ha avuto come tema :“La diplomazia scientifica al servizio della Crescita”.

La conferenza, organizzata dal Ministero degli Affari Esteri e della Cooperazione Internazionale, ha visto la partecipazione di esponenti di spicco del mondo della ricerca, dell’accademia, delle start up, delle industrie innovative, delle associazioni di categoria e dei distretti dell’innovazione. L’evento ha posto al centro la scienza come fattore strategico per l’innovazione, la competitività e la proiezio -

ne internazionale dell’Italia. La Conferenza ha sottolineato la volontà del Paese di consolidare la propria leadership tra gli hub tecnologici più avanzati, rafforzando l’attrazione di investimenti e talenti e mettendo in rete le migliori competenze nazionali ed estere

Il Vicepresidente del Consiglio e Ministro degli Esteri Antonio Tajani ha ricordato come, alla luce della recente riforma della Farnesina, la diplomazia scientifica debba diventare uno dei motori della crescita del Paese, essendo la ricerca un elemento trasversale che unisce innovazione, progresso, cultura e sport. La Ministra dell’Università e Ricerca Anna Maria Bernini ha rimarcato la stretta collaborazione con il MAECI, evidenziando i diversi progressi infrastrutturali, strumenti che favoriranno il rientro di ricercatori e l’attrazione di talenti dall’estero

La Conferenza ha visto anche la presenza della Professoressa Laura Elena Pacifici Noja, Docente UniCamillus di Filosofia Morale, che dal 2023 svolge funzioni diplomatiche come attaché scientifico a Addis Abeba presso l’Ambasciata Italiana e presso la Rappresentanza Italiana all’Unione Africana. La rete degli Addetti scientifici attualmente è formata da 37 esperti. Gli esperti sono provenienti in gran parte dal mondo accademico. Svolgono un ruolo chiave nella rete diplomatica e consolare, fornendo le loro competenze e la loro esperienza. L’estensione della rete ha avuto l’obiettivo di rafforzare la collaborazione con partner europei, Stati Uniti e Africa subsahariana, supportando così il sistema italiano della ricerca e dell’innovazione. Gli Esperti Scientifici, come la Professoressa Pacifici Noja, agiscono per la valorizzazione dei settori di eccellenza della ricerca scientifica e tecnologica italiana e per il sostegno all’affermazione delle imprese italiane che operano in settori di tecnologia avanzata. Gli addetti scientifici sono collegati da diverse parti del mondo e operano sia in ambasciate che presso le rappresentanze permanenti delle organizzazioni internazionali come nel caso della nostra Professoressa Pacifici Noja. Attualmente, gli Addetti ed Esperti scientifici sono attivi presso le Sedi diplomatiche italiane all’estero nei Paesi dell’Europa (Ankara, Belgrado, Berlino, Bruxelles – Rapp. UE, Ginevra – OO.II., Helsinki – IIC, L’Aja, Londra, Madrid, Parigi, Parigi – Rapp. OO.II., Parigi – Rapp. Unesco, Stoccolma, Vienna e Zurigo), del Mediterraneo e Medio Oriente (Abu Dhabi, Il Cairo, Tel Aviv), delle Americhe (Boston, Brasilia, Buenos Aires, Chicago, Città del Messico, Houston, Ottawa, San Francisco, Santiago -IIC, Washington), dell’Africa (Addis Abeba, Dakar, Nairobi, Pretoria) e dell’Asia, Australia e Oceania (Bangalore, Canberra, Canton, Hanoi, Jakarta, New Delhi, Pechino, Seoul, Shanghai, Singapore, Tokyo).

“sCienCe, she says” - un riconoSciMento AnnuAle Per il ruolo delle donne StrAniere nellA ricercA ScientificA

Un grande motivo di gioia per il nostro Ateneo è poter annunciare che quest’anno per la prima volta si è presentata una candidata etiope, Rahell Hailu Ayele sostenuta nel processo dall’Ambasciata italiana in Etiopia e in particolare dalla nostra Professoressa Pacifici Noja, da sempre implicata nei processi di women empowerment in Africa e in Asia. Rahell Hailu Ayele è una patologa con specializzazione in patologia perinatale e pediatrica presso l’Addis Ababa University (AAU) in Etiopia. Ha conseguito il dottorato in medicina (MD) presso l’AAU nel 2014 e ha completato la specializzazione in patologia nel 2018. Attualmente ricopre la posizione di Head of Department presso il Dipartimento di Patologia del College of Health Sciences dell’AAU. Ha ricevuto grant per studi sul MITS nei neonati in Etiopia e per un programma di ricerca collaborativa sulla gestione delle condizioni croniche. È membro dell’Ethiopian Medical Association e dell’Ethiopian Society of Pathology. Il lavoro di Rahell Hailu si concentra sull’avanzamento della patologia perinatale, in particolare attraverso lo sviluppo e l’implementazione dell’autopsia minimamente invasiva (MIA). La sua ricerca ha validato l’efficacia della MIA nel determinare la causa di morte nei neonati pretermine, soprattutto per malattie respiratorie e infettive, che sono le principali cause di mortalità neonatale. Questa tecnica meno invasiva offre vantaggi significativi in contesti con risorse limitate, dove l’accesso a patologi e autopsie complete è limitato. Oltre alla MIA, la sua ricerca si estende all’oncologia pediatrica in Etiopia, con studi sulla patologia dei tumori solidi pediatrici e sulla diagnosi di tumori rari infantili.

i clAudiA roMAno

d

unicAMilluS e il Progetto iteShS: coStruire coMPetenze SAnitArie in AfricA, PASSo doPo PASSo

UniCamillus,grazie alla sua vision mirata all’impegno sociale, ha scelto ancora una volta di rispondere a un bisogno urgente: formare professionisti sanitari locali in contesti segnati da guerre, emergenze sanitarie e fragilità dei sistemi pubblici: è nato così il progetto ITESHS - Integrated Transcultural Educational Synergy in Health Sciences, un piano ambizioso e innovativo guidato proprio dall’Ateneo medico, e che focalizza il suo operato in Somalia, Camerun ed Etiopia.

In Somalia, dove oltre trent’anni di conflitto civile hanno lasciato migliaia di feriti e mutilati, diventa essenziale offrire assistenza ortopedica e riabilitativa di alto livello.

In Camerun ed Etiopia, il progetto mira invece a rafforzare le competenze infermieristiche e psicologiche, creando percorsi di formazione moderni, inclusivi e sostenibili.

La missione di UniCamillus è chiara: non si tratta di interventi temporanei, ma di costruire strutture e competenze durature, capaci di generare un impatto reale e misurabile sulla salute pubblica e sul benes -

sere dei cittadini. A Roma, l’Ateneo ha realizzato un laboratorio ortopedico all’avanguardia, destinato a diventare il cuore dell’esperienza pratica per gli studenti somali.

La collaborazione con strutture ospedaliere come il Concordia Hospital permette agli studenti di confrontarsi con situazioni cliniche reali, casi complessi e attività direttamente collegate alla vita professionale quotidiana.

i PArtner e il lAvoro Sul territorio

ITESHS si realizza grazie a un consorzio internazionale di università italiane e africane. UniCamillus, tramite il suo Delegato alla Ricerca Emiliano Maiani, coordina il progetto e avvia i corsi di laurea e post-laurea in Fisioterapia e Ortopedia presso la Somali National University di Mogadiscio, garantendo laboratori avanzati e formazione pratica. L’Università di Foggia si occupa della formazione infermieristica in Camerun, collaborando con l’Hanseatic Institute of Technology and Applied Sciences (HITAS), dotando gli studenti di laboratori moderni e promuovendo programmi di mobilità internazionale. L’Università di Chieti-Pescara collabora con l’Addis

Il Welcome Day in Ateneo

Ababa University in Etiopia percorsi di Psicologia, scambi accademici e attività di ricerca condivisa.

I partner africani, a loro volta, ospitano studenti e docenti, integrando la formazione nel contesto locale e facilitando il trasferimento di competenze. Grazie a questa rete, ITESHS combina formazione teorica, attività pratica e mobilità internazionale, creando un’esperienza integrata in grado di superare confini geografici e culturali. Piattaforme digitali, laboratori virtuali e strumenti avanzati come i “serious games” permettono a studenti italiani e africani di lavorare insieme su casi clinici, ricerca e formazione pratica. ITESHS è finanziato con fondi del programma europeo Next Generation EU.

l’evento di febbrAio 2025: un MoMento SiMbolico Il 26 febbraio 2025, UniCamillus ha ospitato il convegno “Salute e innovazione nel Piano Mattei:nuove prospettive educative e transculturali per la cooperazione sanitaria internazionale”. L’evento ha rappresentato un momento simbolico per presentare ITESHS come esempio concreto di cooperazione internazionale. Alla presenza di personalità istituzionali di rilievo, tra cui il Vicepresidente del Consiglio e Ministro degli Affari Esteri, Antonio Tajani, il progetto è stato illustrato come modello di eccellenza italiana al servizio dello sviluppo africano.

Tajani ha sottolineato l’importanza di investire nella sanità e nella ricerca per migliorare la vita delle comunità africane, definendo l’educazione come uno strumento potente di sviluppo sociale e umano. Il Rettore di UniCamillus, Gianni Profita, ha definito ITESHS un modello di collaborazione internazionale fondato su competenza, solidità e valori umani, capace di rendere le comunità più autonome e resilienti.

La Ministra della Salute somala, Maryan Mohamed Hussein, ha descritto il progetto come una pietra miliare nella partnership tra Somalia e Italia, evidenziando il valore della formazione locale

e l’importanza di offrire professionisti preparati e strutture solide.

SetteMbre 2025: corSi, lAborAtori e PriMi

riSultAti

«Sono rimasto davvero colpito dalle strutture

all’avanguardia e dall’approccio pratico

all’apprendimento. È bellissimo poter mettere subito in pratica ciò che si studia, in contesti che sembrano davvero reali.

Gli insegnanti sono preparati, disponibili e appassionati: riescono a trasmettere entusiasmo e mi fanno venire voglia di imparare sempre di più»

ismaiL

Già a settembre 2025, ITESHS ha mostrato i primi risultati concreti. I primi quindici studenti somali di Fisioterapia hanno completato il semestre iniziale con lezioni in modalità blended, integrate da docenti somali in loco e videolezioni da Roma. Dopo aver concluso corsi intensivi di inglese e superato i primi esami, si sono preparati a trascorrere due mesi a Roma nel laboratorio fisioterapico e ortopedico di UniCamillus, dove hanno potuto sperimentare attività pratiche, approfondire casi clinici reali e partecipare a esercitazioni avanzate. Al Concordia Hospital gli studenti hanno assistito a interventi chirurgici, hanno discusso case studies e si sono confrontati con l’equipe medica, consolidando così l’apprendimento teorico con esperienze concrete.

Parallelamente, quindici medici somali hanno intrapreso il corso avanzato di Ortopedia, con un programma su misura concordato con le autorità sanitarie locali. Anche per loro sono stati organizzati corsi di inglese e formazione preliminare online prima delle attività pratiche a Roma. In Camerun, gli studenti di Infermieristica hanno iniziato il loro percorso di mobilità internazionale a Foggia, alternando formazione teorica e pratica nei laboratori e partecipando a tirocini nei reparti ospedalieri.

In Etiopia, studenti e docenti hanno collaborato con l’Università di Chieti-Pescara su piattaforme digitali avanzate per la ricerca in Psicologia e la formazione condivisa, con missioni previste sul territorio per consolidare la cooperazione pratica e favorire scambi culturali diretti. Questo percorso dimostra come ITESHS stia trasformando la formazione sanitaria in Africa in un’esperienza integrata, offrendo agli studenti opportunità uniche di crescita professionale e personale. ottobre 2025: l’Arrivo A roMA e l’AccoglienzA A unicAMilluS

Il 9 ottobre 2025, il campus UniCamillus ha accolto con entusiasmo i primi studenti somali del progetto ITESHS, giunti a Roma per iniziare la loro esperienza pratica nei laboratori dell’Ateneo. In un incontro semplice ma emotivamente intenso, i ragazzi di Fisioterapia del secondo anno hanno dato loro il benvenuto, creando un momento di dialogo e condivisione. Il pomeriggio è stato dedicato alla presentazione del progetto, alla distribuzione dei welcome kit e a un piccolo tour del campus, che ha permesso agli studenti somali di conoscere gli spazi in cui trascorrere i mesi di studio e pratica. Il Rettore Prof. Gianni Profita ha voluto rivolgere personalmente un saluto di benvenuto, sottolineando il valore umano e accademico di questo incontro, che ha rappresentato non solo l’avvio di un’esperienza formativa, ma anche l’inizio di una collaborazione viva tra studenti provenienti da culture diverse, uniti dalla stessa vocazione per la cura e la salute. La giornata si è conclusa in un clima di entusiasmo e sincera amicizia: un piccolo gesto di accoglienza che riflette appieno lo spirito del progetto ITESHS. «I primi giorni sono stati emozionanti e travolgenti – racconta Yasmin, una studentessa somala del progetto – Roma è una città bellissima e il campus di UniCamillus è accogliente e professionale: subito mi sono sentita parte di una comunità forte e inclusiva». «Le attività pratiche sono state estremamente coinvolgenti – le fa eco Ismail –Sono rimasto davvero colpito dalle strutture all’avanguardia e dall’approccio pratico all’apprendimento. È bellissimo poter mettere subito in pratica ciò che si studia, in contesti che sembrano davvero reali. Gli insegnanti sono preparati, disponibili e appassionati: riescono a trasmettere entusiasmo e mi fanno venire voglia di imparare sempre di più».

un Ponte trA MogAdiScio e roMA: le borSe di Studio e lA cooPerAzione internAzionAle

Solo pochi giorni prima della partenza per l’Italia, il 4 ottobre 2025, l’Ambasciatore d’Italia a Mogadiscio, Pier Mario Daccò Coppi, aveva ricevuto nella sede diplomatica i giovani vincitori delle borse di studio per l’anno accademico 2025-2026, offerte dalla Farnesina e dalle prestigiose università italiane coinvolte.

Significativo anche l’aumento del numero di studentesse vincitrici di borsa, passato da cinque a dieci rispetto all’anno precedente: un segnale concreto dell’impegno italiano per la promozione della parità di genere e dell’educazione come motore di emancipazione.

l’iMPortAnzA di iteShS Per unicAMilluS e Per l’AfricA ITESHS non è solo un progetto accademico: è un

ponte tra culture, competenze e generazioni. Per UniCamillus rappresenta la piena realizzazione della sua vocazione internazionale, un’iniziativa capace di generare un impatto reale sulle comunità locali. Per le comunità africane coinvolte, significa medici, fisioterapisti e infermieri altamente qualificati, infrastrutture innovative e opportunità di crescita sostenibile, pronti a incidere profondamente sulla vita delle persone.

«Dopo decenni di guerra civile, la Somalia porta ancora le ferite di un passato difficile – spiega Suhaib, studente somalo – C’è un bisogno enorme di professionisti sanitari preparati, soprattutto in ambiti come l’ortopedia e la riabilitazione. Il progetto ITESHS per me ha rappresentato una speranza concreta: un modo per dare una risposta reale a chi vive ogni gior- no le conseguenze del conflitto. È nato per aiutare le migliaia di persone ferite o mutilate che hanno bisogno non solo di cure, ma anche di ritrovare dignità e futuro».

«Intendo mettere in pratica le competenze acquisite in Somalia per fare davvero la differenza nella vita delle persone – continua Abdirahman, un altro partecipante al progetto – Voglio migliorare la cura dei pazienti applicando tecniche di fisioterapia basate su evidenze scientifiche, ma anche formare e guidare colleghi e personale junior, condividendo metodi aggiornati e moderni. Mi piacerebbe introdurre programmi di riabilitazione per chi soffre di patologie muscoloscheletriche e neurologiche e promuovere la prevenzione, educando le comunità su esercizi corretti e postura per ridurre gli infortuni. Spero di contribuire allo sviluppo sanitario del Paese condividendo le best practices e migliorando i servizi di fisioterapia nelle cliniche e negli ospedali locali, aiutando più persone possibile a ritrovare autonomia e benessere».

Il progetto dimostra che la conoscenza può superare confini, costruire ponti e trasformare il futuro, con la formazione come strumento di cambiamento reale.

In questo modo, ogni laboratorio aperto, ogni studente formato e ogni scambio internazionale rappresentano un passo concreto verso un continente più autonomo, resiliente e sano.

«Dopo decenni di guerra civile, la Somalia porta ancora le ferite di un passato difficile – spiega Suhaib C’è un bisogno enorme di professionisti sanitari preparati, soprattutto in ambiti come l’ortopedia e la riabilitazione. Il progetto ITESHS per me ha rappresentato una speranza concreta: un modo per dare una risposta reale a chi vive ogni giorno le conseguenze del conflitto. È nato per aiutare le migliaia di persone ferite o mutilate che hanno bisogno non solo di cure, ma anche di ritrovare dignità e futuro» suhaib

trA conflitti e Sfide SAnitArie:

reAlizzA il MASter in trAuMAtologiA in libiA

In Libia le cicatrici della guerra civile ancora segnano la vita quotidiana. In Libia le infrastrutture sanitarie sono spesso fragili o insufficienti. Ed è proprio in Libia che arriva un progetto ad unire competenze mediche e solidarietà internazionale: il Master di II livello in Traumatologia, nato dalla collaborazione tra l’Università UniCamillus di Roma, il Policlinico Di Liegro di Roma e l’Emergency Medicine & Support Center (EMSC) libico. La scelta della traumatologia non è casuale: in Libia le lesioni gravi rappresentano una delle principali cause di mortalità e disabilità. Formare medici competenti sul posto significa restituire dignità e sicurezza a intere comunità, riducendo la necessità di mandare pazienti all’estero e rafforzando un sistema sanitario autonomo.

Era luglio 2023 quando Gianni Profita, Rettore di UniCamillus, e l’EMSC siglarono un accordo storico, mediato dall’ambasciatore libico in Italia, Muhannad Younes, e dal consigliere sanitario del consolato libico a Milano, Nasseraddin Azetuni. L’intesa mirava all’obiettivo che in breve è stato raggiunto: dar vita ad un Master capace di colmare una lacuna critica nel sistema sanitario libico, ossia la scarsità di specialisti nella gestione dei traumi complessi e la dipendenza dall’assistenza sanitaria straniera per patologie gravi. Tempi burocratici permettendo, esattamente due anni dopo l’obiettivo è stato raggiunto: il 20 luglio 2025, presso l’hotel Radisson Blu Mahari di Tripoli, c’è stata la presentazione ufficiale del Master, che ha riunito le istituzioni libiche e italiane, con il Ministro della Salute libico Mohamed Alghoj e il Prof. Gianfranco Peluso in rappresentanza dell’Università UniCamillus. Ma gli obiettivi importanti hanno sempre radici ben più lontane nel tempo, come raccontano i protagonisti di questa avventura appena iniziata.

dAllA PreSenzA Sul cAMPo AllA creAzione del MASter: coMe nASce il Progetto

La storia del Master in Traumatologia nasce da anni di presenza e impegno sul territorio libico. «Sono in Libia dal 2012 – racconta il Prof. Massimiliano Iannuzzi Mungo, Direttore scientifico del Master insie -

me al Dott. Ibrahim Ali J Jebail, oltre che Docente di Chirurgia Generale presso UniCamillus nonché Direttore del Dipartimento di Chirurgia del Policlinico Di Liegro – Con tante missioni ho conosciuto una realtà che ha evidenziato le criticità di un Paese in guerra, ma anche le potenzialità legate ai giovani medici che ho avuto modo di incontrare e con i quali ho iniziato un percorso professionale ma, lasciatemelo dire, anche umano».

Fin dall’inizio, Mungo osserva strutture ospedaliere ridotte al minimo, ambulanze scarse e mancanza di materiali. L’esperienza sul campo è toccante, considerando che la maggior parte del territorio della Libia è nel deserto del Sahara. Tuttavia, è proprio in mezzo a queste difficoltà, tra sabbia e rocce, che prende forma l’idea di un progetto formativo capace di trasferire competenze avanzate e creare figure professionali in grado di affrontare traumi complessi sul territorio libico.

Negli anni successivi, grazie alla collaborazione continua con l’ambasciata libica in Italia e il consolato a Milano, si pongono le basi istituzionali per un percorso più strutturato. «Il progetto del Master in Traumatologia è nato grazie a una collaborazione di lungo corso con l’ambasciata di Libia in Italia e il consolato libico a Milano – spiega Mungo – Già diversi anni fa abbiamo iniziato a dialogare, e nel 2019 ho presentato l’idea al Rettore di UniCamillus, Gianni Profita, che con lungimiranza ha subito approvato il percorso».

Successivamente, l’Emergency Medicine & Support Center (EMSC) libico ha contattato direttamente Mungo, manifestando la necessità di creare un percorso di specializzazione per medici già laureati, con l’obiettivo di approfondire le linee guida internazionali per la medicina d’emergenza. «Insieme all’Università ci siamo messi a disposizione per creare questo Master e lo abbiamo presentato nel 2023 a Tripoli. Ci sono state alcune necessità tecnico-burocratiche che hanno fatto slittare i tempi. Ora però è davvero tutto pronto» aggiunge Mungo. Da parte sua, il Rettore Profita evidenzia il significato più profondo di questo progetto: «Fin da subito abbiamo compreso che questo per noi sarebbe stato molto più

di un progetto didattico e formativo dedicato ai medici: si tratta di un vero e proprio allargamento della nostra comunità accademica a livello internazionale nell’area mediterranea che ci sta particolarmente a cuore. UniCamillus è orgogliosa, in ossequio ai principi ispiratori della propria attività accademica, di accogliere studenti da tutto il mondo rendendoli professionisti versatili, con una particolare attenzione all’aspetto umano della medicina, e di poter dare il proprio contributo per migliorare le condizioni sanitarie di un popolo storicamente legato a noi dalle sponde del mar Mediterraneo. L’operato di UniCamillus vuole dimostrare che la medicina e la ricerca sono un importante strumento di cooperazione internazionale. Per noi è molto più che un semplice accordo di collaborazione: è un vero e proprio allargamento della nostra famiglia accademica, che ci permette di sostenere la Libia nell’affrontare le problematiche sanitarie che ancora affliggono questo splendido Paese».

«Questo master dedicato al trauma è un’occasione unica per cominciare questo tipo di rapporto didattico scientifico insieme a 20 medici libici che saranno sponsorizzati in ambito internazionale –concorda il Prof. Giorgio De Toma, Direttore Gestionale del Master (insieme al già citato Dott. Mohamed Alghoj), oltre che Prorettore della Sapienza di Roma e Past President della Società italiana di chirurgia – Ho l’impressione che da questo evento possano nascere cose importanti in breve tempo».

Così, tra missioni sul campo, incontri istituzionali e scambi culturali, prende forma un percorso concreto, multidisciplinare e internazionale. Il Master in Traumatologia, ufficialmente avviato nel luglio 2025, diventa il risultato tangibile di anni di lavoro, incontri e dialoghi: una risposta strutturata alle esigenze della Libia, un ponte umano tra due Paesi e una promessa di speranza e formazione per le future generazioni di medici libici.

StrutturA e cArAtteriStiche del MASter Il Master in Traumatologia è di II livello, ed è stato concepito per offrire una

“UniCamillus

è orgogliosa, in ossequio ai principi ispiratori della propria attività accademica, di accogliere studenti da tutto il mondo rendendoli professionisti versatili, con una particolare attenzione all’aspetto umano della medicina.”

formazione completa e avanzata a medici, chirurghi e personale sanitario civile e militare, in grado di affrontare ogni emergenza, dai traumi di guerra agli incidenti stradali e sul lavoro, fino agli eventi catastrofici naturali. Il percorso, della durata di 24 mesi, prevede 24 moduli didattici erogati in modalità mista: sessioni in presenza presso strutture in Libia e lezioni a distanza collegate dal Policlinico Di Liegro di Roma. Il programma copre l’intero spettro della gestione del trauma, dalla prima urgenza agli esiti tardivi, con approfondimenti sulle principali specialità chirurgiche e mediche, tra cui Ortopedia, Chirurgia Maxillo-Facciale, Neurochirurgia, Chirurgia Toracica e Generale, Urologia, Chirurgia Plastica e Ricostruttiva, Anestesia e Rianimazione, oltre a Diagnostica per Immagini, Nefrologia e Dialisi. Particolare attenzione è riservata alla Vulnologia e alla Balistica, con lo studio dei traumi causati da ferite da taglio, armi da fuoco, esplosioni e agenti chimici o radiativi, così come alla gestione delle lesioni infettive, delle ustioni e della sepsi. Il percorso integra teoria, lezioni online e prove pratiche, garantendo così una preparazione globale, multidisciplinare e immediatamente applicabile nella gestione dei pazienti lesi in contesti critici. Questo Master non è solo didattica: è una missione umana. Ogni lezione, ogni intervento pratico, ogni confronto con i giovani professionisti locali è un frammento di rinascita. In un Paese dove la guerra ha lasciato ferite profonde, la medicina non può essere solo speranza, ma deve diventare una mano concreta, e il Master in Traumatologia è stato concepito per offrire strumenti tangibili laddove troppo è stato distrutto dalla storia recente di giuSy condorelli

i nt E llig E nza artificial E E u ni c amillus

Innovazione, etica e inclusione in una Università Medica

L’intelligenza artificiale (IA) è oggi una delle principali forze di trasformazione nelle scienze della vita e nella sanità. Il suo impatto va oltre la ricerca e la gestione dei dati, influenzando la pratica clinica, la formazione universitaria e il rapporto con i pazienti. Diagnostica per immagini, patologia digitale, telemedicina, medicina di precisione e scoperta di nuovi farmaci sono alcuni ambiti in cui l’IA sta già operando, generando opportunità e nuove questioni etiche, sociali e professionali. Da questa consapevolezza nasce, nella primavera del 2025, il volume UniCamillus e Intelligenza Artificiale. Contributi della Comunità Accademica ed Organizzativa, che raccoglie riflessioni di docenti, studenti e personale tecnico-amministrativo sull’applicazione dell’IA nei vari settori, evidenziandone potenzialità e rischi. L’approccio “bottom-up” ha permesso di valorizzare oltre novanta contributi, restituendo un quadro ricco e multidisciplinare. Il volume non è solo una raccolta di riflessioni specialistiche, ma un mosaico corale in cui docenti, ricercatori, studenti e personale tecnico-amministrativo condividono esperienze e visioni. Come evidenzia il Rettore Prof. Gianni Profita, UniCamillus deve interrogarsi sulle tecnologie emergenti valutandone l’impatto su formazione e salute, sempre orientando l’innovazione al servizio della Persona e del bene comune.

Composizione e contributi del volume IA-UniCamillus c atEgoria n

Autori Complessive 203

Contributi totali 90

Aree disciplinari coinvolte 40

Settori Scientifico-Disciplinari (SSD) 20

Nella Prefazione, la Prof.ssa Barbara Tavazzi, Preside della Facoltà Dipartimentale di Medicina UniCamillus evidenzia che l’IA, se usata in modo etico, può diventare un volano di crescita culturale, scientifica e organizzativa, rafforzando il legame tra innovazione e centralità del paziente. L’IA è, così, non solo strumento tecnico, ma terreno di dialogo interdisciplinare che unisce scienze biomediche, discipline sociali e competenze gestionali. Nelle università mediche essa rappresenta un fattore strategico per formare professionisti capaci di integrare competenze digitali e umane in scenari clinici complessi. Docenti e ricercatori sottolineano l’importanza di una formazione che accompagni l’uso dell’IA valorizzando anche gli aspetti etici. In particolare, vengono evidenziate criticità etiche e sociali quali opacità dei sistemi, bias, privacy, impatto occupazionale e relazione medico-paziente, indicando la necessità di trasparenza, controllo umano e inclusione. La formazione di studenti e docenti diventa centrale, pertanto, per un uso consapevole e responsabile dell’IA, richiedendo l’integrazione di competenze tecniche e sensibilità culturali. L’articolo si propone tre obiettivi: offrire un quadro sintetico dei risultati del volume, valorizzare le voci degli Autori che già sperimentano l’IA, mostrando, nel contempo, l’interesse crescente della comunità accademica verso questa trasformazione.

didAtticA e ricercA

Tra i diversi ambiti analizzati, la didattica emerge come settore di particolare potenziale. fig. 1

Come sottolinea la Prof.ssa Francesca Klinger, Delegata alla Didattica UniCamillus, l’IA apre scenari nuovi, trasformando l’apprendimento in una realtà immersiva, capace di combinare teoria e pratica in modi finora inimmaginabili.

I contributi del volume evidenziano come l’IA possa personalizzare l’apprendimento tramite percorsi adattivi e algoritmi predittivi che individuano precocemente difficoltà e propongono strategie mirate, aumentando l’efficacia formativa. I docenti sottolineano il valore delle simulazioni virtuali e della realtà aumentata, soprattutto in ambito clinico: in chirurgia, essi permettono esercitazioni sicure su procedure complesse, mentre nella diagnostica favoriscono capacità decisionali e lavoro di équipe in contesti realistici. Anche la valutazione beneficia dell’IA: strumenti di correzione automatica, antiplagio e feedback personalizzati migliorano rapidità, coerenza e trasparenza, liberando tempo per il dialogo con gli studenti e la didattica attiva. L’uso mirato di queste tecnologie consente di ridurre attività ripetitive e potenziare la personalizzazione dei percorsi formativi. Un tema centrale è l’inclusione: traduzione simultanea e sottotitolazione automatica riducono barriere linguistiche e fisiche, migliorando l’accesso per studenti con DSA o disabilità. L’IA si conferma, così, un supporto concreto all’inclusione educativa, integrando accessibilità e personalizzazione. In un contesto internazionale come UniCamillus, queste soluzioni rappresentano un alleato strategico per un apprendimento equo e globale.

Categorie di inclusione emerse nel Volume

catEgoria di inclusionE applicazioni ia mEnzionatE

Barriere linguistiche

Barriere fisiche

DSA

Disabilità sensoriali

Traduzione simultanea, sottotitolazione automatica

Accesso a lezioni ibride/online con strumenti di supporto

Adattamento testi, sintesi vocale, feedback personalizzati

Trascrizioni e materiali accessibili (screen reader, OCR)

La ricerca scientifica è un ambito chiave per l’IA, evidenzia il Prof. Emiliano Maiani, Delegato alla Ricerca di UniCamillus che spiega come i contributi del volume mostrano come l’elaborazione di grandi quantità di dati accelera le scoperte, migliora la precisione dei modelli predittivi e favorisce collaborazioni interdisciplinari. In anatomia patologica, prosegue il Delegato alla Ricerca, algoritmi avanzati identificano lesioni neoplastiche con accuratezza paragonabile a quella dei patologi esperti, riducendo i tempi diagnostici; in biochimica e biologia molecolare, strumenti come realtà virtuale e AlphaFold stanno rivoluzionando lo studio delle strutture proteiche, aprendo nuove prospettive terapeutiche.

Anche la scrittura scientifica trae vantaggio dagli strumenti digitali come Scispace e Avidnote, che facilitano sintesi dei testi e gestione delle fonti, mentre applicativi come Elicit, Rayyan e Consensus supportano analisi bibliografiche e revisioni sistematiche.

In sintesi, il Volume ha restituito una ricchezza di esempi di applicazioni dell’IA non solo dalla prospettiva della didattica e della ricerca ma anche dal lato degli studenti i quali hanno evidenziato un interesse particolare alla sperimentazione di applicazioni di IA per incrementare l’efficacia e l’efficienza dello studio attraverso i tutor virtuali, le simulazioni cliniche e i moduli di e-learning adattivi

Esempi di applicazione dell’IA in abito didattico, ricerca e di studio applicazioni amBito

Bioimmagini, Halo, Qpath, Scanner digitali

App di elaborazione banche dati (Consensus, Elicit, Rayyan)

Classificazione di immagini

Revisione sistematica

Tutor virtuale, Gamification, ChatGPT Apprendimento personalizzato

Laboratorio virtuale, Paziente virtuale, Simulatore chirurgia

l’AMbito tecnico-AMMiniStrAtivo e geStionAle

Simulazione virtuale

L’intelligenza artificiale appare avere un impatto significativo anche sull’area tecnico-amministrativa e gestionale, con circa il 20% dei contributi del volume (23 su 203 autori) dedicati a questa tematica. Ciò conferma come la sfida della trasformazione digitale sia presente oggi, volta a rendere l’intera struttura dell’Ateneo più efficiente e inclusiva. Le testimonianze evidenziano interesse verso applicazioni operative che spaziano dall’automazione di iscrizioni e pratiche burocratiche all’analisi predittiva dei flussi studenteschi, dalla digitalizzazione degli archivi alla gestione intelligente dei dati e le piattaforme di orientamento personalizzato. L’IA appare supportare anche la comunicazione, migliorando contenuti multimediali, presenza digitale e interazioni tra uffici, studenti e docenti.

Questi contributi mostrano con evidenza l’interesse del personale tecnico amministrativo verso l’attivazione di processi di digitalizzazione al fine di aumentare efficienza e programmazione, ridurre i carichi di lavoro e rafforzare la comunicazione istituzionale, confermando l’IA come leva strategica per ridefinire processi gestionali e relazioni accademiche.

Ambiti e Applicazioni attuali dell’IA in area organizzativa

ambito appLiCazioni attuaLi/potenziaLi deLL’ia

Comunicazione

Didattico - CdL Odontoiatria

Orientamento e Ammissioni

Post-Laurea

Risorse Umane

Servizio Prevenzione e Protezione di Ateneo

Stampa

Statistico e Supporto GOMP

Tirocini Medicina e Chirurgia

Servizi Audiovisivi

Gestione di contenuti web e social, email marketing, campagne e grafica; pianificazione e analisi delle performance; supporto alla scrittura; trascrizione automatica di eventi e interviste; formazione sull’uso responsabile.

Automatizzazione delle pratiche studentesche e gestione carriere; analisi frequenze lezioni; sistemi di prenotazione esami; monitoraggio carichi didattici dei docenti; IA per verifica piani di studio e archiviazione documenti

Automazione delle domande e verifica documentale; registrazione ai corsi; career coaching con suggerimenti personalizzati; collegamento a stage e offerte.

Controllo documentale con OCR/NLP*, verbali automatici, sottotitoli per lezioni online, calendari didattici con notifiche e analisi previsionali delle iscrizioni.

Verifica coerenza titoli/CV; gestione presenze e giustificativi; alert su categorie protette e fabbisogni; connessione con basi dati istituzionali.

IA per monitoraggio della sicurezza ambientale e delle procedure formative obbligatorie, sistemi predittivi di rischio occupazionale e gestione automatica della documentazione di sicurezza.

Supporto alla redazione di comunicati; sintesi automatica di eventi; analisi rassegna stampa tramite AI sentiment analysis; verifica fonti e contenuti.

Chatbot per assistenza studenti; classificazione richieste; personalizzazione esperienza sul portale; reportistica avanzata; analisi predittive per la gestione.

Algoritmi per ottimizzare le rotazioni dei tirocini; personalizzazione delle esperienze formative in base ai progressi degli studenti; automazione della documentazione di convenzioni e progetti; monitoraggio di tutor e strutture.

Editing automatico video/lezioni; trascrizione e sottotitolazione multilingue; riconoscimento volti per archiviazione materiali didattici; ottimizzazione luci e suono con AI.

Fonte: Rielaborazione dei risultati a cura di Vera Kopsaj* - OCR: Riconoscimento Ottico dei Caratteri - NLP: Elaborazione del Linguaggio naturale

In conclusione, il Volume ‘UniCamillus e Intelligenza Artificiale’ segna una frontiera in sviluppo, i cui contributi che si snodano tra testimonianze di applicazione e forti segnali di interesse lasciano emergere tre direttrici operative per UniCamillus: la prima, è costituita dalla formazione e responsabilizzazione di tutti i fruitori: docenti, studenti e personale tecnico-amministrativo; la seconda, risiede nel superamento delle resistenze culturali e la terza, riguarda l’innovazione responsabile a supporto del professionista della salute. UniCamillus vede nell’IA un’opportunità per guidare il progresso tecnologico verso il bene comune, combinando efficienza, equità e fiducia.

5 n otizie dal mondo medico

infLuenza 2025-2026: La variante K CoLpisCe anChe i più giovani

La stagione influenzale in corso in Italia è dominata dalla variante K del virus A/H3N2, che sta causando un aumento significativo dei casi, con polmoniti anche tra bambini e giovani adulti. Gli ospedali stanno registrando una maggiore pressione a causa dei ricoveri per forme respiratorie più gravi. I sintomi più comuni includono febbre alta, dolori muscolari, tosse e spossatezza, ma in alcuni casi l’infezione può evolvere in complicazioni serie.

I bambini sotto i quattro anni sono tra i più colpiti, con un’incidenza tripla rispetto alla media della popolazione. La vaccinazione resta uno strumento efficace, anche se somministrata tardivamente, mentre precauzioni come mascherine e igiene delle mani aiutano a proteggere i soggetti più fragili. La durata media dei sintomi varia da 7 a 10 giorni, ma può prolungarsi nei soggetti vulnerabili.

Tracoma: per la prima volta meno di 100 milioni di persone a rischio nel mondo

La popolazione mondiale che necessita di interventi contro il tracoma, principale causa infettiva di cecità, è scesa per la prima volta sotto i 100 milioni. Dal 2002, quando a rischio erano 1,5 miliardi di persone, gli sforzi globali hanno portato a una riduzione del 94%, grazie a campagne di prevenzione, antibiotici e interventi chirurgici nelle aree più colpite. La strategia SAFE dell’OMS – che combina chirurgia, antibiotici, igiene del viso e miglioramento ambientale – ha consentito progressi significativi in 27 Paesi già convalidati come liberi dal tracoma come problema di salute pubblica. Progetti come il Global Trachoma Mapping Project e Tropical Data hanno permesso di monitorare milioni di persone, ottimizzando gli interventi. Nonostante i risultati, quasi 100 milioni di individui restano vulnerabili e sono necessari fondi aggiuntivi per completare l’eliminazione globale entro il 2030, in linea con gli Obiettivi di sviluppo sostenibile.

Entro il 2030 mancheranno oltre 11 milioni di operatori sanitari

Secondo l’ultimo Rapporto Annuale sulle Statistiche Sanitarie Mondiali, entro il 2030 il mondo rischia una carenza di circa 11,1 milioni di operatori sanitari. Le disuguaglianze tra Paesi restano ampie, con servizi sanitari fragili soprattutto nei contesti più poveri. Parallelamente, i progressi nella prevenzione e nella salute pubblica hanno migliorato la vita di oltre 1,4 miliardi di persone, riducendo tabacco, malattie tropicali neglette e inquinamento. Tuttavia, l’obesità e la dipendenza da nicotina rappresentano ancora sfide importanti, insieme alla necessità di garantire vaccinazioni, parto sicuro e cure essenziali a chi vive in povertà. L’OMS – Organizzazione Mondiale della Sanità – sollecita maggiori investimenti pubblici, assistenza sanitaria gratuita per i più vulnerabili e rafforzamento dei sistemi sanitari locali, puntando a ridurre le disuguaglianze e a prevenire milioni di morti evitabili entro il 2030.

pLastiCa bruCiata in Casa: una minaCCia nasCosta per La saLute nei paesi a basso e medio reddito

Uno studio globale pubblicato su Nature Communications mostra che la combustione domestica di rifiuti di plastica, utilizzata per cucinare o riscaldare, è molto più diffusa di quanto si pensasse nei Paesi a basso e medio reddito.

La pratica riguarda famiglie che non possono permettersi combustibili più puliti e vivono in aree con raccolta dei rifiuti inefficiente. La ricerca, condotta dall’Università di Calgary e dal Curtin Institute for Energy Transition di Perth, ha coinvolto oltre 1.000 intervistati in 26 Paesi di Asia, Africa e America Latina. I dati mostrano che una persona su tre conosce famiglie che bruciano plastica, mentre il 16% l’ha fatto personalmente. L’inalazione dei fumi tossici e la contaminazione degli alimenti espongono a rischi seri, poiché la plastica rilascia diossine, furani e metalli pesanti. Gli autori sottolineano l’urgenza di migliorare la gestione dei rifiuti, garantire accesso a combustibili sicuri e promuovere campagne educative per ridurre il rischio.

oms: La resistenza agLi antibiotiCi è in aumento gLobaLe

L’Organizzazione Mondiale della Sanità avverte che le infezioni comuni stanno diventando sempre più difficili da trattare a causa della crescente resistenza agli antibiotici. Nuovi dati mostrano che una su sei infezioni batteriche a livello mondiale è resistente ai farmaci standard, con implicazioni gravi per milioni di persone e sistemi sanitari già fragili. I batteri Gram-negativi come E. coli e K. pneumoniae mostrano livelli di resistenza preoccupanti, costringendo i medici a ricorrere a antibiotici di ultima istanza, costosi e spesso non disponibili nei paesi a basso reddito. La resistenza è alimentata dall’uso improprio di antibiotici negli esseri umani, negli animali e nell’agricoltura, e dall’inadeguato controllo delle infezioni. L’OMS stima che la resistenza batterica abbia contribuito a quasi cinque milioni di decessi nel 2019. Per contrastare questa “pandemia silenziosa” servono sistemi sanitari più forti, accesso a farmaci di qualità, vaccini e innovazioni in antibiotici e test rapidi, seguendo un approccio globale integrato.

l a lariocidina : una nuova sp E ranza n E lla lotta

contro l ’ anti B ioticor E sist E nza ?

La resistenza antimicrobica (AMR) è un problema crescente a livello globale, che ogni anno causa oltre 1 milione di morti in tutto il mondo. La capacità di batteri, virus, funghi e parassiti di sviluppare resistenza agli antibiotici rappresenta una delle sfide più gravi per la medicina moderna.

Uno studio pubblicato nel settembre 2024 su The Lancet prevede che entro il 2050 oltre 39 milioni di persone potrebbero morire a causa di infezioni resistenti agli antibiotici. La ricerca, condotta dal Global Research on Antimicrobial Resistance (GRAM) Project, analizza l’evoluzione della resistenza antimicrobica (AMR) tra il 1990 e il 2021 e fornisce previsioni preoccupanti per i prossimi decenni. Questo studio esamina 204 paesi, rivelando un trend in crescita che potrebbe trasformarsi in una crisi sanitaria globale senza interventi urgenti.

Tuttavia, una recente ricerca pubblicata su Nature potrebbe segnare una svolta significativa nella battaglia contro questa minaccia sanitaria. La lariocidina, un nuovo potente antibiotico proveniente da un batterio del suolo, potrebbe essere la chiave per combattere i ceppi resistenti ai comuni antibiotici.

un’antiCa risorsa, una nuova sCoperta

La lariocidina è stata scoperta in campioni di terreno raccolti dal giardino di un tecnico di laboratorio. I ricercatori della McMaster University (Canada) e della University of Illinois (Chicago) hanno analizzato a lungo i batteri del suolo e, dopo un anno di studio, hanno individuato un microrganismo appartenente al genere Paenibacillus, capace di produrre naturalmente un nuovo antibiotico, ossia la lariocidina che ha la capacità di inibire la sintesi proteica nei batteri.

La lariocidina agisce legandosi direttamente al ribosoma, la “fabbrica” cellulare che produce le proteine.

Interferendo con questo processo fondamentale, la molecola impedisce ai batteri di sintetizzare correttamente le loro proteine, ostacolandone la crescita e la replicazione.

resistente aLLa resistenza

Una delle caratteristiche più promettenti della lariocidina è la sua capacità di evitare i comuni meccanismi di resistenza agli antibiotici sviluppati dai batteri. Inoltre, questo antibiotico non presenta tossicità per le cellule umane, un aspetto cruciale per il suo potenziale uso terapeutico.

Gli esperimenti hanno mostrato che la lariocidina ha un’efficacia sorprendente nel trattare infezioni gravi: questo conferma il suo potenziale come nuova arma nella lotta contro le infezioni batteriche difficili da curare.

Abbiamo trovato una soluzione all’AMR? Non proprio. Ne abbiamo parlato con il Prof. Gianpiero D’Offizi, Docente di Gastroenterologia presso l’Università UniCamillus nonché Specialista in Allergologia e Malattie Infettive.

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l E gal and E thical p E rsp E ctiv E s on B alancing

i nnovation and h E alth r ights

This chapter delves into the legal and ethical perspectives surrounding the complex relationship between pharmaceutical innovation, intellectual property (IP) rights, and the global right to health. While patents and other forms of IP protection are critical for fostering innovation in the pharmaceutical industry, they often create barriers to accessing life-saving medicines, particularly in LMICs. Striking a balance between the need to incentivize innovation and ensuring global access to essential medicines is one of the most pressing challenges in contemporary global health policy. This chapter will explore the ethical responsibilities of pharmaceutical companies, the role of governments and international organizations, and alternative IP models aimed at balancing these competing interests.

the ethicAl reSPonSibility of PhArMAceuticAl coMPAnieS

Pharmaceutical companies play a pivotal role in the global health ecosystem. They are responsible for developing new treatments and cures that save millions of lives each year. However, these companies are also profit-driven entities, and their primary obligation is often seen as maximizing shareholder value. This tension between corporate profit motives and broader public health needs raises important ethical questions about the role of pharmaceutical companies in society. [...]

Questo capitolo approfondisce le prospettive legali ed etiche che circondano la complessa relazione tra innovazione farmaceutica, diritti di proprietà intellettuale (IP) e diritto globale alla salute. Mentre i brevetti e altre forme di protezione della proprietà intellettuale sono fondamentali per promuovere l’innovazione nell’industria farmaceutica, spesso creano ostacoli all’accesso ai farmaci salvavita, in particolare nei LMIC. Trovare un equilibrio tra la necessità di incentivare l’innovazione e garantire l’accesso globale ai farmaci essenziali è una delle sfide più urgenti nella politica sanitaria globale contemporanea. Questo capitolo esplorerà le responsabilità etiche delle aziende farmaceutiche, il ruolo dei governi e delle organizzazioni internazionali e i modelli di PI alternativi volti a bilanciare questi interessi concorrenti.

lA reSPonSAbilità eticA delle Aziende fArMAceutiche

Le aziende farmaceutiche svolgono un ruolo fondamentale nell’ecosistema sanitario globale. Sono responsabili dello sviluppo di nuovi trattamenti e cure che salvano milioni di vite ogni anno. Tuttavia, queste società sono anche entità orientate al profitto e il loro obbligo principale è spesso visto come la massimizzazione del valore per gli azionisti. Questa tensione tra le motivazioni del profitto aziendale e le più ampie esigenze di salute pubblica solleva importanti questioni etiche sul ruolo delle aziende farmaceutiche nella società. [...]

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ricerche / A b S tr A ct

unA Selezione delle ricerche Più recenti e intereSSAnti condotte dAi ricercAtori unicAMilluS.

A disposizione, l’abstract del lavoro. Per consultare il testo completo è necessario inquadrare il relativo QR Code. La fruizione delle ricerche è subordinata ad abbonamenti o affiliazioni specifiche alle piattaforme che contengono il lavoro esteso.

2025 National Guidelines on the Mediterranean Diet: Executive Summary of a Joint Report by Italian Scientific Societies and the National Institute of Health Task Force on Clinical Practice Guidelines

Nicola Veronese , Vincenza Gianfredi , Massimo Volpe , Michela Zanetti , Graziano Onder , Marco Silano , Daniele Nucci, MSc , Luigi Fontana , Alessandro Laviano , Cornel Sieber , Stefania Maggi , Italian Mediterranean Guideline Group

The paradox of sleep where sleep is no longer possible: a neurophysiological perspective and a human rights imperative

Di Gennaro, G., Romigi, A. The paradox of sleep where sleep is no longer possible: a neurophysiological perspective and a human rights imperative. Neurol Sci 47, 30 (2026). https:// doi.org/10.1007/s10072-025-08722-6

Preclinical evidence and therapeutic perspectives on carnosine for the treatment of neurodegenerative disorders

Saviana Antonella Barbati 1,2 , Giuseppe Carota 3 , Konstantinos Partsinevelos 3 , Lucia Di Pietro 3 , Anna Privitera 4 , Vincenzo Cardaci 5 , Andrea Graziani 1 , Renata Mangione 1,2, Giuseppe Lazzarino 6 , Barbara Tavazzi 1,2 , Valentina Di Pietro 7 , Emiliano Maiani 1,2, Francesco Bellia 3 , Angela Maria Amorini 3 , Giacomo Lazzarino 1,2 , Shahid Pervez Baba 8,9, Giuseppe Caruso 1,2

Hypoprolactinemia: Biology, Clinical Relevance, and Diagnostic Challenges

Rosa Maria Paragliola, Andrea Corsello, Gianluca Cera, Pietro Locantore, Manolo Piccirilli, Roberto Salvatori

A blood-based DNA damage signature in patients with Parkinson’s disease is associated with disease progression

Sproviero, D., Payán-Gómez, C., Milanese, C. et al. A blood-based DNA damage signature in patients with Parkinson’s disease is associated with disease progression. Nat Aging 5, 1844–1861 (2025). https://doi.org/10.1038/s43587-025-00926-x

Protecting the future of vaccine development amidst US funding withdrawal for mRNA vaccine research

Eskild Petersena ∙ Giuseppe Ippolitob ∙ Markus Maeurerc ∙ Francine Ntoumid,e ∙ Jean B Nachegaf,g ∙ David S Huih ∙ Alimuddin Zumlai,j

Duchenne Muscular Dystrophy: Integrating Current Clinical Practice with Future Therapeutic and Diagnostic Horizons

Costanza Montagna1 Emiliano Maiani1,2, Luisa Pieroni1,2 and Silvia Consalvi1,2,*

Real- world data and patient- reported outcomes in diabetes in Emilia–Romagna (REWINDER): protocol of a federated cohort study for the regional evaluation of quality of care during and after COVID- 19

Fabrizio Carinci,1 Rossella Messina,2,3 Massimo Michelini,4 Amelia Bici,4 Arianna Berardo,2 Alessandra Dei Cas,5,6 Elisa Iezzi,6 Concetta Tania Di Iorio,7 Stefano Gualdi,8 Raffaella Aldigeri,5 Maria Pia Fantini , 3 Riccardo C Bonadonna,5,9,10 Massimo Massi Benedetti,11 Paolo Di Bartolo 2,3

It seems that medicine, technology, and knowledge are advancing faster than our ability to understand them and make them accessible to everyone. Even in the most advanced societies, forms of inequality and exclusion persist, silently undermining public health. Ageism, or age-based discrimination, is one such form. In a culture of efficiency and productivity, age is sometimes seen as a limitation rather than an asset. We must remember that ageing is not a problem to be solved, but a process to be supported and appreciated. Combating ageism means promoting dignified medicine, where every person—young or old—is welcomed, listened to, and cared for with humanity and dignity. In this issue, our academic community addresses the topic from many perspectives, including mental health, ethics, communication, medical treatments, and sexuality in old age. This is a journey of knowledge and reflection that encourages us to look beyond prejudice in order to build a culture of health that is more equitable and respectful. However, the concept of inclusion is not limited to age. UniCamillus pursues its humanitarian mission with the same conviction: health is a universal right, not a geographical privilege. Our projects in Africa —in countries such as Benin, Somalia, Cameroon, Ethiopia, and Libya—demonstrate our commitment to developing local healthcare skills and providing assistance to areas affected by conflict, fragile healthcare systems, and limited resources. This issue will also address these topics. The experience of our tutors and students in the field brings UniCamillus' humanitarian mission to life: for example, Massimo Gravante, a lecturer in Dermatology at UniCamillus and Vice-President of the non- profit organisation ‘Medici e Professionisti Senza Vacanze’, travels several times a year to the La Croix hospital in Zinvié, Benin, where he treats patients with leprosy, albinism, and congenital malformations. He also restores dignity and hope through dermatological surgery and local support programmes. Meanwhile, UniCamillus is developing structured training projects such as the CPD course in Traumatology in Libya and the ITESHS (Integrated Transcultural Educational Synergy in Health Sciences) project, which aims to strengthen orthopaedic, nursing, and psychological skills in Somalia, Cameroon, and Ethiopia. Thanks to state-of-the-art laboratories, collaborations with local hospitals, and practical internship programmes for students, these initiatives build enduring capacity and create a real and measurable impact on the health and well-being of communities, rather than being limited to temporary interventions. UniCamillus is more than just an academic institution: it is a university that cares, teaches and learns simultaneously, bringing medicine where it is most needed and training professionals with a global and humanistic outlook.

UniCamillus is also a place where research and innovation meet science and ethics. In this issue, we explore the new frontiers of diagnosis and treatment opened through Artificial Intelligence (AI), with the help of Professor Donatella Padua, UniCamillus’ Third Mission Delegate. At the same time, we are reminded of the need to keep human beings and their dignity at the centre of all progress. These themes are united by care: not only technical care, but also care as attention, listening and responsibility. Combating ageism, training medical professionals to be sensitive to diversity, building skills in the most fragile countries and questioning the ethical use of new technologies all respond to the same vision: uniting science and humanity to promote health and justice.

UniCamillus was founded on this principle, and continues to grow with it and to nurture it.

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ArticleS, interviewS And coluMnS froM unicAMilluS MAgAzine. to view the full text, ScAn the relevAnt qr code.

AgeiSM And MentAl heAlth: iSolAtion, dePreSSion And StigMA

In contemporary societies, marked by a progressive ageing of the population, ageism—discrimination based on age—represents a significant threat to the mental health of older adults. This issue is reflected not only in overt forms of social exclusion, but also in widespread beliefs, such as the idea that loss of energy, interest or curiosity is inevitable with age. Scientific evidence disproves these stereotypes: although certain physiological changes are natural, psychological and relational well- being can remain high even in advanced age, provided that the dignity of the individual is preserved and the implicit bias that associates ‘old age’ with ‘less value’ is actively challenged. Combating ageism means ensuring equal attention, care and opportunities for social participation at every stage of life, overcoming the notion of an impoverished and passive old age.

the Age of vAlue: the PArAdox of cAre between relAtionShiPS And welfAre.

The ageing of the population is a structural and systemic transformation affecting not only demographics and healthcare, but also institutions, families, care networks, and intergenerational relationships. This has far-reaching implications for welfare and citizenship. ‘Ageing’ is not just a statistical fact, but a term that linguistically distances itself from the concept of old age, it reshapes institutions and social relationships, highlighting the paradox of care, whereby older people are both recipients and providers of assistance. This paradox is evident in family-based welfare, where grandparents, for instance, support families by caring for their grandchildren and providing educational and financial assistance, generating an estimated saving of approximately €40 billion per year in Italy.

horMoneS, Ageing And SexuAlity

Ageing is a universal and inevitable biological process, characterised by a gradual decline in bodily functions due to cellular damage and reduced resilience to stress. While it is not a disease, it is a natural condition that varies between individuals depending on genetic, environmental and behavioural factors. The increase in average life expectancy—the result of medical advances and improved socio-economic conditions—is a major achievement, but it also presents the challenge of ensuring not only a longer life, but also a healthy and fulfilling old age.

AgeiSM: between diScriMinAtion And A culture of reSignAtion

Ageism is a form of discrimination based on a person’s chronological age, expressed both socially and individually. Culturally, ageing is often associated with an inevitable decline in physical and cognitive abilities, as well as a decline in one’s social role, leading to a form of subjective resignation known as self-ageing’. This attitude limits opportunities to improve the quality of life and prevents society from valuing the experience and skills of older people

AgeiSM in Medicine: differentiAted diAgnoSeS And treAtMentS

Ageism, which is discrimination based on age, is one of the most overlooked challenges in contemporary medicine. Unlike sexism and racism, it often operates quietly, influencing diagnoses, therapies, communication, and the allocation of healthcare resources. The term was coined by Robert Butler in 1969 to describe prejudice against older people. Its roots are cultural (the valorisation of youth), social (the marginalisation of older people), and medical (the perception of old age as synonymous with illness and dependence). In clinical settings, this can result in patients being treated more as ‘elderly’ individuals than as people, with their individual variability and vulnerability being ignored.

AgeiSM And Public heAlth:

Why age discrimination harms everyone–including young people. An interview with Professor Maria Rosaria Gualano, lecturer in General and Applied Hygiene at UniCamillus Discrimination is not always easy to spot. Sometimes it is subtle, manifesting in everyday attitudes, common phrases, or deep-rooted stereotypes that shape the way we perceive age. This is the case with ageism—a form of prejudice based on age that can result in social exclusion, reduced attention to healthcare, or simple indifference to the needs of older people. When this occurs, the entire public health system is affected. Combating ageism means promoting equity, prevention, and quality care for all age groups. We discussed this issue with Professor Maria Rosaria Gualano, lecturer in General and Applied Hygiene at UniCamillus University, who has been working for years in the fields of health promotion, prevention, and health communication.

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