LA MISSIONE, UNA QUESTIONE D’AMORE
Numero 190 - 2026
LA MISSIONE, UNA QUESTIONE D’AMORE Bollettino UISG
Numero 190, 2026
Presentazione
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La missione, una questione d’amore P. David Glenday, MC
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Un sogno che interpella la nostra missione... Il nostro modo di essere e di vivere in mezzo al popolo (Gn 28) Sr. Mariana Zossi, OP Che cosa cerchi? Fratel Matthew, priore di Taizè Una nuova frontiera per la missione della Vita Religiosa: Abitare la cultura digitale con un intento evangelico e carismatico Sr. Thérèse Raad, SDC
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La vita religiosa e gli orizzonti trasformativi della missiologia Sr. Rosalia Meza Moreno, VDMF
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La missione: un elemento fondamentale della vita consacrata Sr. Anthonia Bolanle Ojo, SSMA
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La Vita della UISG
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Comitato Direttivo della UISG (2025-2028)
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Staff della UISG
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PRESENTAZIONE
La missione, una questione d’amore
La missione cristiana, oggi più che mai, si rivela nella sua essenza più profonda: una questione d’amore. Le riflessioni raccolte in questo numero nascono dall’esperienza concreta di uomini e donne consacrati, immersi nelle sfide del mondo contemporaneo, e trovano un filo conduttore nell’intuizione condivisa dal magistero recente: l’amore di Cristo è l’origine, la forma e il fine di ogni autentica missione. Dall’esperienza missionaria emerge con forza che l’annuncio del Vangelo non è anzitutto trasmissione di contenuti, ma testimonianza di un incontro che trasforma la vita. La missione diventa così partecipazione viva all’amore di Dio per l’umanità, specialmente per i poveri e i dimenticati.
UISG - Bollettino n. 190 , 2026
In un mondo segnato da crisi, migrazioni, violenze e profonde disuguaglianze, la vita consacrata è chiamata a rileggere se stessa in chiave profetica. L’immagine delle “Donne dell’alba” e il sogno di Giacobbe offrono icone potenti per comprendere una presenza che non si fonda sulla sicurezza, ma sulla condivisione della vulnerabilità e della speranza dei popoli. È proprio “nel cuore della notte” che si apre lo spazio per riconoscere la presenza di Dio e rinnovare la fiducia nella vita. Le domande che attraversano il cuore dell’umanità — “Che cosa cerchi?”, “Qual è il mio posto?” — risuonano con particolare urgenza tra i giovani e nei contesti segnati da guerra, ingiustizia e precarietà. In queste inquietudini si cela una ricerca autentica di senso, alla quale la missione è chiamata a rispondere non con soluzioni immediate, ma con vicinanza, ascolto e solidarietà concreta. Nuove frontiere si aprono anche nel mondo digitale, oggi spazio reale di relazione e ricerca spirituale. Abitarlo con profondità evangelica significa rendere visibile una presenza discreta ma significativa, capace di accompagnare e creare comunione.
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Presentazione
Infine, la riflessione missiologica contemporanea invita a vivere la missione come dialogo profetico: un incontro rispettoso e trasformativo con le culture e le realtà umane, illuminato da una fede che si fa coscienza critica e impegno per la giustizia. In questo orizzonte, la vita consacrata riscopre la missione non come attività tra le altre, ma come espressione della propria identità più vera: essere segno vivo dell’amore di Dio nel mondo. La missione, una questione d’amore P. David Glenday, MC La missione come amore: sì, questa è la realtà straordinaria e meravigliosa che fa da ponte tra le due lettere dei Papi e che ci offre anche la chiave per iniziare a leggere, pregare e vivere «Dilexi te». E vogliamo farlo non tanto per raccogliere alcune idee interessanti, quanto piuttosto per crescere come missionari, ciascuno nel suo contesto. Un sogno che interpella la nostra missione... Il nostro modo di essere e di vivere in mezzo al popolo (Gn 28) Sr. Mariana Zossi, OP Analizzeremo in che modo il racconto del sogno di Giacobbe (Genesi 28,10-22) possa condurci a scoprire un nuovo modo di far parte del popolo. Si tratterà di abbandonare le nostre certezze per affrontare le avversità legate al suo destino. Un sogno notturno caratterizzato dalla vulnerabilità di coloro che si trovano lungo il cammino, come le Donne dell’Alba, nel cuore del viaggio da Bersheba a Harane. Che cosa cerchi? Fratel Matthew, priore di Taizè Tantissime persone cercano un senso alla propria vita. Cercano qualcosa di più grande delle facili promesse che riempiono così spesso i nostri schermi. Gli esseri umani non sono forse stati creati per una vera ragione d’essere? Cosa può permetterci di scoprirlo? Quando cerchiamo di vivere con la fiducia della fede, a volte ci chiediamo: cosa vuole Dio da me? I desideri che abbiamo sono così tanti. Qual è la strada che posso percorrere con Dio?
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Una nuova frontiera per la missione della Vita Religiosa: Abitare la cultura digitale con un intento evangelico e carismatico Sr. Thérèse Raad, SDC La missione digitale della vita religiosa non è né una moda passeggera né una semplice strategia di visibilità. Si inserisce nella continuità della sua missione: essere segno di vicinanza, di comunione e di servizio nel cuore del mondo contemporaneo. Non si tratta solo di diffondere contenuti di carattere religioso, ma di rendere percepibile, negli ambienti digitali, un modo evangelico di abitare il mondo: sobrio, fraterno, attento e profondamente umano.
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Presentazione
La vita religiosa e gli orizzonti trasformativi della missiologia Sr. Rosalia Meza Moreno, VDMF La vita religiosa, vista attraverso la lente della missiologia, si presenta come un dialogo vivo tra tradizione e contesto, contemplazione e azione, fedeltà e innovazione. La sua identità non è statica, ma dinamica, plasmata dalla costante chiamata a incarnare il Vangelo in modi che parlino alle realtà contemporanee. La missione: un elemento fondamentale della vita consacrata Sr. Anthonia Bolanle Ojo, SSMA
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Con il mandato divino «Andate in tutto il mondo e predicate il Vangelo» (Marco 16,15), la Chiesa è missionaria per natura. La missione è quindi un dovere fondamentale di ogni cristiano battezzato e, in modo particolare, delle persone consacrate, in virtù della loro speciale vocazione che comporta la prosecuzione della missione di Gesù.
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LA MISSIONE, UNA QUESTIONE D’AMORE
P. David Glenday, MC Padre David Glenday, missionario comboniano, è stato Superiore Generale della sua congregazione dal 1991 al 1997. Padre Glenday ha trascorso 11 anni nelle Filippine e altri anni in Uganda. Ha ricoperto la carica di Segretario Generale dell’Unione dei Superiori Generali (USG). Questa riflessione è stata pubblicata con il permesso di Padre David. E’ stata in parte pubblicata in italiano sulla rivista “SettimanaNews” (I numeri tra parentesi si riferiscono alle sezioni pertinenti di Dilexi Te.)
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1. La missione, una questione d’amore Ho avuto la fortuna, nel corso della mia vita come missionario comboniano, di trascorrere undici anni al servizio delle Filippine. Ricordo che un giorno, proprio lì, un giovane laico impegnato mi rivolse questa domanda: «Padre David, voi comboniani parlate spesso con entusiasmo della vostra vocazione e del vostro fondatore, san Daniele Comboni. Ci racconti dei suoi sogni, della sua determinazione, dei suoi viaggi, delle sue speranze e delle sue delusioni, del suo retaggio e della sua memoria – ed è tutto molto bello e stimolante. Ma ora quello che vorrei sapere è questo: qual è il cuore, il fulcro, il motore della missione di San Daniele Comboni e della tua missione oggi?».
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P. David Glenday, MC - La missione, una questione d’amore
Una domanda davvero molto pertinente, alla quale, nel corso dei miei quasi cinquant’anni di missione, ho spesso cercato di rispondere, alla ricerca delle parole giuste e, ancor più, delle azioni giuste. Se oggi il mio giovane amico mi ponesse la stessa domanda, non esiterei a ricorrere all’aiuto non di uno, ma di ben due Papi: Francesco e Leone. È davvero sorprendente, infatti, che l’ultima importante lettera di Papa Francesco, intitolata “Dilexit Nos”, trattasse dell’amore – «l’amore umano e divino del Cuore di Gesù Cristo» – e che la prima lettera di Papa Leone a tutta la Chiesa, Dilexi Te, tratti proprio… dell’amore – «l’amore per i poveri». È chiaro quindi: come dice Papa Francesco, «la missione diventa una questione d’amore», e i missionari sono degli « innamorati che, affascinati da Cristo, si sentono in dovere di condividere questo amore che ha cambiato la loro vita». La missione come amore: sì, questa è la realtà straordinaria e meravigliosa che fa da ponte tra le due lettere dei Papi e che ci offre anche la chiave per iniziare a leggere, pregare e vivere «Dilexi te». E vogliamo farlo non tanto per raccogliere alcune idee interessanti, quanto piuttosto per crescere come missionari, ciascuno nel suo contesto. Quali profonde scoperte sulla missione possiamo quindi sperare di fare in questo percorso, con la lettera di Papa Leone come nostra guida? Il nostro Dio è un Dio missionario La missione è una questione di amore, e in fondo ciò è dovuto al fatto che la missione nasce da Dio, la Trinità dell’amore. Tutto ciò che Gesù dice e fa nei Vangeli, per opera dello Spirito, lo rende evidente: il nostro Dio non è distante, distaccato, indifferente, disinteressato. No, il nostro Dio è in movimento, aperto, impegnato, interessato, vicino, appassionato.
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E noi siamo battezzati nel nome di questo Dio missionario. Con il nostro battesimo, la Trinità viene a dimorare nel profondo del nostro cuore e si mette all’opera per plasmarci e farci diventare missionari – proprio come loro! Questa idea, questa realtà della Trinità missionaria, era presente in modo molto incisivo nell’insegnamento e nella testimonianza di Papa Francesco (si pensi, ad esempio, alla sua prima lettera Evangelii Gaudium) ed è stato ripreso con grande slancio da Papa Leone. Entrambi esortano la Chiesa a trovarsi là dove le Tre Persone Divine sono già presenti: ai margini, nelle periferie, accanto a coloro che sono considerati lontani. Nell’enciclica Dilexit Nos, Papa Francesco insiste sul fatto che i nostri cuori devono essere trasformati nel Cuore di Gesù, un cuore che va incontro ai feriti e ai deboli, mentre Papa Leone approfondisce e rafforza questo appello missionario. La missione è quindi una questione di amore, perché Dio è amore, e l’amore di Dio è un amore missionario, che va verso gli altri. Incontrare Dio nella missione La Trinità dell’Amore ci spinge quindi alla missione, ma ci attende anche lì. Durante gli anni trascorsi nelle Filippine – dove ho svolto il mio ministero in un minuscolo angolo della megalopoli di Manila – ho avuto la grazia di imparare la lingua nazionale,
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P. David Glenday, MC - La missione, una questione d’amore
il Tagalog, e di poter così accompagnare da vicino una piccola comunità nei quartieri poveri della città. Con loro ho fatto quella scoperta commovente che è il tesoro della vita di tanti missionari: il Dio che è amore ci precede nel nostro cammino missionario, e noi impariamo a conoscere questo Dio in modo sempre nuovo nelle vite e soprattutto nei cuori dei poveri ai quali siamo inviati. Prendendo esempio dalle loro vite, la missione diventa una scuola dove si impara l’amore, dove l’amore ha il volto della solidarietà, della gratitudine, del coraggio, della gioia, della perseveranza, del buon senso, della tolleranza.
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Collaborare con Dio nella missione
Nella missione con e verso i poveri, noi missionari impariamo ad amare.
Poiché la missione è una questione di amore, è anche una questione di opere, di lavoro, di azione. Come dice Gesù in Giovanni 5, 17: «Il Padre mio opera sempre, e anch’io opero», e lo approfondisce in Giovanni 15, offrendoci l’immagine ricca del Padre come vignaiolo. Il Padre si rallegra dei nostri frutti abbondanti, ci dice Gesù, e san Giovanni sottolinea la stessa visione quando ci incoraggia ad amare nei fatti e non con le parole.
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P. David Glenday, MC - La missione, una questione d’amore
Per amore, noi siamo collaboratori di Dio, come sottolinea san Paolo, e questo è al tempo stesso una gioia e una sfida. È una grande gioia sapere che il Signore vuole che ci uniamo a Lui nell’amare i poveri, che desidera la nostra compagnia e la nostra solidarietà: è un modo nuovo di apprezzare la nostra grande dignità e il nostro potenziale nella grazia del battesimo. Ed è anche una sfida, perché ciò significa che dobbiamo prima discernere come Dio ama i poveri qui e ora, in modo da poter rispondere a questa iniziativa divina. Dio ama i poveri innanzi tutto. Trasformati dall’amore Quando comprendiamo e viviamo la missione come un atto d’amore, in queste differenti forme, accade qualcosa di meraviglioso e potente: noi veniamo cambiati, trasformati. Ci rendiamo conto poco a poco che ciò che conta davvero nel nostro servizio ai poveri è soprattutto chi siamo, e scopriamo che stiamo diventando un segno, un sacramento della presenza amorevole di Dio. Sì, noi siamo trasformati, ma per grazia di Dio lo sono anche coloro ai quali siamo inviati, poiché vengono guidati verso una nuova consapevolezza del loro infinito valore e della loro dignità, nonché del loro potenziale come esseri umani, figli e figlie del Padre che li ama in modo del tutto speciale. Mentre ci apprestiamo a pregare e a studiare Dilexi Te, faremo bene a riflettere sulle parole conclusive di Papa Leone: « L’amore cristiano supera ogni barriera, avvicina i lontani, accomuna gli estranei, rende familiari i nemici, valica abissi umanamente insuperabili, entra nelle pieghe più nascoste della società. Per sua natura, l’amore cristiano è profetico, compie miracoli, non ha limiti: è per l’impossibile. L’amore è soprattutto un modo di concepire la vita, un modo di viverla. Ebbene, una Chiesa che non mette limiti all’amore, che non conosce nemici da combattere, ma solo uomini e donne da amare, è la Chiesa di cui oggi il mondo ha bisogno.» (n. 120). 2.
Incontrare Dio
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La croce della signora Kikilai: toccare la carne sofferente di Gesù (49) Durante la fase della mia formazione missionaria, nota come noviziato, desideravo ardentemente scoprire cosa significasse guadagnarsi da vivere con il lavoro manuale, e i miei superiori incoraggiarono me e i miei compagni in questo intento. Fu così che mi ritrovai a lavorare come operaio in un cantiere edile nelle Midlands inglesi. Ovviamente, io e il mio compagno dovevamo trovare un posto dove stare, e abbiamo avuto la fortuna di affittare una stanza da una signora ungherese che portava il nome memorabile di signora Kikilai. Era una delle centinaia di migliaia di ungheresi costretti a fuggire dal proprio Paese quando, a metà degli anni ’50, i carri armati sovietici invasero la loro nazione e imposero un regime oppressivo. La signora Kikilai era una cuoca eccellente e generosa – le cene che preparava per noi erano sempre il momento clou della giornata – ma per il resto era una persona molto tranquilla e discreta. Quando però giunse il giorno del nostro ritorno al noviziato, mi
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P. David Glenday, MC - La missione, una questione d’amore
riservò una bellissima sorpresa, porgendomi in silenzio un piccolo crocifisso d’ottone, che aveva senza dubbio portato con sé dalla sua casa in Ungheria: i suoi tratti erano stati consumati da chissà quante generazioni, possiamo supporre, all’interno della sua famiglia e dei suoi amici. Questo piccolo crocifisso, che conservo ancora con me e che mi ha accompagnato nelle mie missioni in Uganda e nelle Filippine, racconta di tanti uomini, donne e bambini che hanno teso le mani per toccare la carne di Gesù crocifisso, speranza e conforto dei poveri nel corso dei secoli. «Toccare la carne sofferente di Gesù»: questa è un’immagine dell’amore della Chiesa per i poveri, che ricorre più volte in Dilexi Te: «La realtà è che i poveri per i cristiani non sono una categoria sociologica, ma la stessa carne di Cristo. Infatti, non è sufficiente limitarsi a enunciare in modo generale la dottrina dell’incarnazione di Dio; per entrare davvero in questo mistero, invece, bisogna specificare che il Signore si fa carne che ha fame, che ha sete, che è malata, carcerata. «Una Chiesa povera per i poveri incomincia con l’andare verso la carne di Cristo. Se noi andiamo verso la carne di Cristo, incominciamo a capire qualcosa, a capire che cosa sia questa povertà del Signore. E questo non è facile» (110). Pollo arrosto di notte: quando i poveri vivono il Vangelo (102) Alla fine di gennaio del 1986 Yoweri Museveni salì al potere in Uganda (Africa orientale), dove all’epoca prestavo servizio come missionario, dando inizio a un periodo di rinnovati conflitti civili e militari. Insieme a cinque miei confratelli, mi ritrovai coinvolto in questa situazione e, per motivi di sicurezza, dovetti abbandonare la nostra missione e cercare rifugio presso persone amichevoli che vivevano più all’interno della savana e lontano dalla strada principale. Una notte, quando la situazione si fece più pericolosa, ci addentrammo nelle campagne meno popolate e alla fine decidemmo di fermarci a riposare presso una famiglia di braccianti agricoli che ci offrì ospitalità. La mattina seguente, alle prime luci dell’alba, ci stavamo già allontanando, quando la padrona di casa ci corse dietro chiamandoci e affidando un pacco a uno di noi.
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Quella giornata si rivelò provvidenziale e alla fine ci ritrovammo al sicuro. Soltanto dopo ci ricordammo che avevamo fame! Aprimmo il pacchetto della signora e trovammo un pollo arrosto, che lei aveva preparato per noi durante la notte: «Solo la vicinanza che ci rende amici ci permette di apprezzare profondamente i valori dei poveri di oggi, i loro legittimi desideri e il loro modo di vivere la fede. [...] Giorno dopo giorno, i poveri diventano soggetti di evangelizzazione e di promozione umana integrale: educano i figli alla fede, vivono una costante solidarietà tra parenti e vicini, cercano costantemente Dio e danno vita al pellegrinaggio della Chiesa. Alla luce del Vangelo ne riconosciamo l’immensa dignità e il valore sacro agli occhi di Cristo, povero come loro ed escluso tra loro. » (100).
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Avevo appena celebrato una “messa di strada” in uno dei quartieri più poveri di Quezon City, nelle Filippine, ed ero circondato, come al solito e secondo l’usanza, da bambini vivaci che volevano ricevere una benedizione individuale, quando ho sentito un colpetto insistente sullo stomaco. Davanti a me c’era il piccolo «JP» (abbreviazione di John Paul!), che da un po’ di tempo dichiarava a chiunque volesse ascoltarlo di essere il migliore amico di padre David. «Sì, JP, che c’è?» «Padre David, masaya po kami dahil nandidito po kayo. Siamo felici che lei sia qui». Mi sono detto: «JP, sarai anche piccolo, ma a modo tuo sei un grande teologo; hai colto il senso della Chiesa, il senso della missione». La missione della Chiesa consiste nell’«essere qui», in una presenza che porta gioia e crea comunità. Mi hai aiutato a comprendere il senso della mia vocazione missionaria: grazie! Come dice Papa Leone: «... i più poveri non sono solo oggetto della nostra compassione, ma maestri del Vangelo. Non si tratta di “portar loro” Dio, ma di incontrarlo presso di loro. Servire i poveri non è un gesto da fare “dall’alto verso il basso”, ma un incontro tra pari, dove Cristo viene rivelato e adorato. » (79).
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«Il mio migliore amico»: un incontro tra pari (79)
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Un viaggio del cuore
Khartoum, Sudan, 10 ottobre 1996: insieme a migliaia di cristiani sudanesi esultanti, ho avuto la fortuna di partecipare a una grande, colorata e profondamente commovente celebrazione eucaristica. Sotto un cielo azzurro e limpido, in un clima piuttosto caldo e umido, stavamo celebrando per la prima volta, proprio nel giorno della sua festa, la santità del vescovo missionario Daniele Comboni, padre della Chiesa in Sudan, che era stato beatificato a Roma da Papa San Giovanni Paolo II pochi mesi prima. L’atmosfera era, a dir poco, elettrizzante. Spettava a me, in qualità di allora superiore generale dei Missionari Comboniani, tenere in alto e portare in processione all’arcivescovo di Khartoum, Gabriel Zubeir, la reliquia di Comboni. Mentre lo facevo, ho potuto leggere le parole dipinte a colori vivaci sullo sfondo dell’altare: «Bentornato, Comboni, dove batte il tuo cuore». Parole commoventi e appropriate, poiché la vita di Daniele Comboni, dedicata alla missione e quindi alla scelta dei poveri, era stata davvero un lungo e arduo cammino, e questa giornata di festa rappresentava un ritorno a casa speciale per quest’uomo che aveva percorso con tanto coraggio la strada indicatagli dal suo Maestro. Sì, come afferma Papa Leone nella Dilexi Te, Dio sceglie davvero i poveri, e le vite di donne e uomini come San Daniele Comboni dimostrano come il nostro partecipare alla scelta di Dio ci conduca a nostra volta in un percorso e in un’avventura personali, con le Tre Persone della Trinità come compagni di viaggio. Quando il cuore decide di mettersi in viaggio Ma da dove inizia questo cammino d’amore verso i poveri? A questo proposito, Papa Leone tiene a non lasciarci alcun dubbio: per ben tre volte in altrettante pagine parla in modo commovente del cuore di Dio «pieno d’amore» (16), «che riserva un posto speciale… a coloro che sono discriminati e oppressi» (16, 17). Poco prima, nella sua lettera, aveva scritto: «Nell’ascoltare il grido dei poveri, ci viene chiesto di entrare nel cuore di Dio… Se restassimo insensibili a quel grido… ci allontaneremmo dal cuore stesso di Dio» (8).
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E questo movimento del cuore stesso di Dio dà origine a un cammino che è una scelta: la «discesa e la venuta in mezzo a noi» di Dio (16) spinge la Trinità verso i più poveri e i più deboli, in una decisione che è ben nota come l’opzione preferenziale di Dio per i poveri, la sua cura speciale per coloro di cui nessuno si prende cura. La conseguenza di tutto ciò, per coloro che sono figli di questo Dio in cammino, è evidente: «Dio chiede anche a noi, alla sua Chiesa, una decisa e radicale scelta di campo a favore dei più deboli.» (16). Anzi, Papa Leone esprime con franchezza un senso di stupore: «Tante volte mi domando perché, pur essendoci tale chiarezza nelle Sacre Scritture a proposito dei poveri, molti continuano a pensare di poter escludere i poveri dalle loro attenzioni. » (23). Gesù è Dio-con-noi, questo lo sappiamo, ma forse ciò che il Papa ci sta dicendo ci invita ad aggiungere una precisazione importante: Gesù è la presenza tra noi del Dio che
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Gesù vive la sua vita in povertà sotto molti aspetti: nasce in una famiglia di condizioni economiche molto modeste e impara a guadagnarsi da vivere con il lavoro delle sue mani; fin dal primo giorno della sua vita su questa terra subisce varie forme di emarginazione; durante il suo ministero attivo dipende dall’ospitalità e dal sostegno dei suoi amici e seguaci; sa cosa significa essere stanchi, tristi e ansiosi; deve convivere con il rifiuto e il sospetto. Muore su una croce fuori dalle mura della città, tra lo scherno e la derisione di coloro che si sono radunati per assistere allo spettacolo, abbandonato da quasi tutti i suoi discepoli. Eppure questa non è tutta la storia del cammino di Gesù con i poveri; la questione va ben più in profondità. Rispondendo con generosità senza limiti all’invito di amore e misericordia del Padre verso l’umanità smarrita, Gesù si spoglia del suo splendore e della sua gloria celeste e assume la condizione di servo. Il significato profondo di tutto questo è ben espresso dalle parole stesse di Gesù: «In verità, in verità io vi dico: il Figlio da se stesso non può fare nulla, se non ciò che vede fare dal Padre; quello che egli fa, anche il Figlio lo fa allo stesso modo» (Gv 5, 19). Gesù ha imparato dal Padre ad amare i poveri e ad essere povero.
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sceglie i poveri. E questo diventa molto chiaro se pensiamo alla povertà di Gesù, «il Messia povero», come lo definisce Papa Leone.
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In cammino con Gesù Per noi che desideriamo intraprendere questo cammino con Gesù, quale sarà la nostra guida? Papa Leone ha alcuni suggerimenti da offrire: innanzitutto, dice, prendete in mano le Scritture, e specialmente quelle che raccontano la vita e la pratica delle prime comunità cristiane; poi prestate attenzione a come questi fratelli e sorelle nella fede si sono uniti a Gesù Risorto nel suo cammino verso i più poveri; accogliete tutto questo «come esempio da imitare e come testimonianza della fede che opera per mezzo della carità, e rimane quale monito permanente per le generazioni a venire.» (34). A questo punto della sua riflessione, Papa Leone non può fare a meno di pensare a Papa Francesco e a quanto questi abbia scritto nella sua lettera Evangelii Gaudium, tuttora di grande attualità: la parola di Dio è «un messaggio così chiaro, così diretto, così semplice ed eloquente, che nessuna ermeneutica ecclesiale ha il diritto di relativizzarlo. Perché complicare ciò che è così semplice?» (31). Era proprio questa Buona Novella, semplice ma potente, che i cristiani del Sudan stavano celebrando in quel lontano pomeriggio di ottobre: la Buona Novella incarnata nella vita e nella missione di un uomo straordinario, il loro padre nella fede. Per grazia di Dio, egli aveva scelto i poveri e aveva così scoperto la via verso la gioia duratura: faremo anche noi questa scelta e intraprenderemo il cammino verso quella gioia? 4. È quando ascolto che vedo Parole che fanno la differenza Ho ancora questa Bibbia con me, cinquant’anni dopo averla regalata ai miei genitori il giorno in cui sono stato ordinato diacono. All’epoca pensavo che, al massimo, le sarebbe stato riservato un posto d’onore nella libreria di famiglia, ma ciò che è successo in realtà è stato molto più bello.
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Nei mesi e negli anni successivi, ogni volta che tornavo a casa dei miei genitori, scoprivo che la Bibbia aveva trovato posto accanto alla poltrona preferita di mio padre. Non l’ho mai visto leggerla, ma quando lui non c’era mi prendevo la briga di esaminarla e trovavo tutti i segni che indicavano che quel libro veniva effettivamente letto regolarmente, senza dubbio al mattino, quando papà si alzava presto per il suo porridge e il caffè ed era solo e nessuno lo osservava. Papà non era cattolico: era scozzese e presbiteriano, e all’epoca di questa storia era felicemente sposato con mia madre, cattolica irlandese, da oltre trent’anni. Poi, una tranquilla domenica sera, ci sorprese tutti dichiarando semplicemente: «Ho deciso di diventare cattolico». E fu così che, un mese prima di partire per il mio primo incarico missionario in Uganda, ebbi la gioia di concelebrare la Messa della Prima Comunione di mio padre, che allora aveva 71 anni. Non ho alcun dubbio che la grazia di quelle tranquille mattine, trascorse da solo con la Parola di Dio, sia stata una delle chiavi fondamentali che hanno permesso a papà di compiere quel passo inaspettato e coraggioso, aprendo la nostra famiglia a una nuova e profonda comunione e a una gioia piena di gratitudine.
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Vuoi vedere? Allora ascolta! «Alcune parole essenziali»: il titolo che Papa Leone ha dato al primo capitolo della Dilexi Te ci indirizza con decisione proprio in questa direzione. Vi è un’insistenza senza compromessi sul fatto che se la Chiesa, cioè noi, vogliamo davvero vedere e quindi amare i poveri, allora tutto questo dovrà iniziare con un ascolto attento. Il Papa ci riconduce al roveto ardente, dove Dio dice a Mosè: «Ho visto la miseria del mio popolo… e ho ascoltato il suo grido», e Dio non lascia alcun dubbio a Mosè sul fatto che questa è la via che anche lui è chiamato a percorrere, se vuole «entrare nel cuore di Dio» e compiere così la missione ardua che gli è stata affidata. Verso la fine del capitolo, Papa Leone ci lancia una sfida in questo senso, invitandoci a rileggere il Vangelo per ritrovare quell’amore per i poveri che, egli afferma, è «il cuore ardente» (15) della missione della Chiesa. Sottolinea questo punto richiamando l’esperienza di San Francesco d’Assisi, convertito dal contatto diretto con i poveri e gli emarginati della società (7).
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Quella Bibbia, quelle parole, quella Parola, avevano fatto la differenza. L’ascolto aveva portato alla comprensione, o come disse Gesù: «Giudico secondo quello che ascolto ». (Gv 5,30).
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Come abbiamo notato all’inizio di questa semplice riflessione, quando ascoltiamo la Parola possono accadere cose nuove. Ricordando l’omelia di San Paolo VI alla chiusura del Concilio Vaticano II, Papa Leone esprime questa convinzione: ascoltando il grido dei poveri e incontrando il Signore in loro, sia la Chiesa che la società si apriranno a nuove energie e possibilità, a «un rinnovamento straordinario» (7). Eppure il Papa chiarisce bene che non si tratta di una formula indolore e facile: vedere in questo modo nuovo comporta una profonda purificazione, «un cambiamento di mentalità» (11), e soprattutto la disponibilità a vedere le cose come stanno realmente, e come stanno realmente per tutti. Le statistiche hanno certamente la loro importanza, ma ci sono momenti in cui non rendono giustizia alla vita quotidiana delle persone reali – ed è proprio al loro grido che siamo chiamati a rispondere. Ancora una volta, vedere la povertà oggi significa prendere atto del fatto che «in generale si nota che sono aumentate le diverse manifestazioni della povertà. Essa non si configura più come un’unica condizione omogenea, bensì si declina in molteplici forme di depauperamento economico e sociale, riflettendo il fenomeno delle crescenti disuguaglianze anche in contesti generalmente benestanti. » (12). In questo contesto Papa Leone invoca in particolare una nuova sensibilità e risposta alla povertà delle donne le quali «spesso si trovano con minori possibilità di difendere i loro diritti.» (12).
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Guardare con occhi nuovi
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Sì, ascoltare e osservare richiedono una purificazione e una guarigione dalla «cecità e dalla crudeltà» (14) che attribuiscono ai poveri la colpa della loro situazione, e questo anche da parte di alcuni cristiani, i quali «in tante occasioni, si lasciano contagiare da atteggiamenti segnati da ideologie mondane o da orientamenti politici ed economici che portano a ingiuste generalizzazioni e a conclusioni fuorvianti» (15). Ascoltare il Signore Mio padre – ascoltando in silenzio, con umiltà, quasi nell’ombra – ha scoperto Gesù in un modo nuovo e vivificante e ha compiuto un passo coraggioso. Sottolineando lo stesso legame dinamico tra l’ascoltare e il vedere, Papa Leone è convinto che se oggi la Chiesa ascolta veramente i poveri, ciò la porterà a un nuovo incontro e una nuova scoperta del suo Signore: L’affetto per il Signore si unisce a quello per i poveri. Quel Gesù che dice: «I poveri li avete sempre con voi» (Mt 26,11) esprime il medesimo significato quando promette ai discepoli: «Io sono con voi tutti i giorni» (Mt 28,20). E nello stesso tempo ci tornano alla mente quelle parole del Signore: «Tutto quello che avete fatto a uno solo di questi miei fratelli più piccoli, l’avete fatto a me» (Mt 25,40). Non siamo nell’orizzonte della beneficenza, ma della Rivelazione: il contatto con chi non ha potere e grandezza è un modo fondamentale di incontro con il Signore della storia. Nei poveri Egli ha ancora qualcosa da dirci. (5).
Per la preghiera, la riflessione e la condivisione:
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Ci sono state nella mia vita «alcune parole fondamentali» che hanno alimentato il mio amore per i poveri?
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