Il tempo a castello Già di nuovo Natale, aspetto martedÏ grasso e la Pasqua mi assopirà mentre penso al tedio delle vacanze, sogno agosto solo in città e già l’autunno mi entra nelle ossa mentre cominciano a vedersi le prime luminarie natalizie‌ Questo, ogni anno, è il mio anno; un tunnel concentrico, ma per fortuna con incolmabili fessure.
So che non vincerò la guerra con il tempo, soprattutto continuerò a restare immobile sulla mia sedia. Ne sono piÚ che convinto, ma comunque trascorro le giornate davanti a una tastiera a passare in rassegna le mie truppe. Senza saperne il perchÊ, sono padrone e succubo perfetto di un GHPRQH 8Q HVVHUH VLOHQ]LRVR FKH PL KD LQFKLRGDWR DI¿QFKp TXL io mi consumi. Spesso mi accorgo della sua presenza come misura del tempo che è passato; dovrei provare rimorso, invece ciò mi mette allegria, perchÊ solo i ricordi che si affastellano mi consentono di mettere l’uno sull’altro il maggior numero possibile di futili pensieri. Costui è una moltitudine che riempie lo spazio esiguo a mia disposizione; è un numero, una cifra, un codice, un progetto‌ Insomma, è qualcuno che per ordinare i ricordi m’impone un tempo a castello, sovrapposto e vivibile a piÚ livelli. Sono passati esattamente venti anni da quando attribuii per la prima volta a questa presenza le caratteristiche di un Golem. Mi rendo conto di avere seguito in ogni dettaglio le tappe operative degli antichi costruttori di schiavi d’argilla; anch’io non riesco piÚ a ricordare la formula per rendere inoffensivo quello che pensavo fosse solamente un mio robot faccendiere. Ora non faccio piÚ caso a questa irruzione continua di pensieri che spesso trasformo in parole, e che so bene non generati da me. Parlo di ogni argomento, posso farlo per lungo tempo, anche penVDQGR DG DOWUR ULVSHWWR DO ¿OR GHO PLR GLVFRUVR +R IDWWR GL TXHVWR
il mio mestiere, quindi sono in parte compensato dal non essere piÚ padrone del mio discorrere. Tutto quello che io penso, mi arriva senza che io lo cerchi. A me sta solamente organizzarlo; per questa ragione, quando ho necessità di attingere a uno dei tanti tempi sovrapposti, lui appare e io DOOXFLQR XQD WRUUH GL EUDQGH 2JQXQD q LQ¿ODWD VXOOœDOWUD Da quando sono il volontario prigioniero di questa creatura, di FXL VRQR VWDWR LR VWHVVR LO FUHDWRUH ¿QDOPHQWH ULHVFR D SHQVDUH il tempo. Dal mio punto di vista immutabile, mi vedo circondato dalle pareti di una torre cava, costruita con moduli identici, DFFDYDOODWL H ULSHWXWL D SL OLYHOOL +R LQL]LDWR D YHGHUOD XQ WDUGR pomeriggio di febbraio; quando alzai gli occhi dal tavolo, mi acFRUVL FKH LO PLR VWXGLR VL WURYDYD DO FHQWUR GL XQ JUDQGH DQ¿WHDWUR semicircolare e composto da piÚ piani, che non sono mai riuscito D FRQWDUH ,Q RJQL SLDQR FRPLQFLDL D YHGHUH DI¿DQFDWH GHOOH EUDQde, erano di ferro verniciato grigio, come quelle che arredano le camerate di una caserma. Penso siano state necessarie migliaia di EUDQGH SHU HULJHUH TXHOOD VWUXWWXUD q TXDVL XQ HGL¿FLR FRVWUXLWR GD XQœLQ¿QLWj GL HOHPHQWL SUREDELOPHQWH WDQWL TXDQWL QH VHUYDQR per accogliere interi battaglioni di soldati dormienti. Sono rudimentali letti di ferro, costruiti con degli incastri, in modo da poter essere sovrapponibili. Si usano per far entrare il maggior numero possibile di soldati nello spazio del dormitorio; nel mio caso, è probabile che il tempo a castello preferisse mostrarsi sotto quell’allegoria per rendermi piÚ comprensibile la sua struttura, fatta di porzioni uniformi che si alternano con una VFDQVLRQH GH¿QLWD H SUHYHGLELOH SHU FROORFDUVL LQ XQD JULJOLD VSDziale che li restituisca perfettamente allineati e coperti. Le brande non sono mai vuote: intravedo i dormienti silenziosi e marziali anche da stesi. Alcuni li scorgo per intero, di altri posso distinguere solamente le suole degli scarponi che appoggiano alla spalliera del letto. I soldati riposano in uniforme con l’arma DO ¿DQFR 3HU TXHVWD UDJLRQH VXSSRVL VLQ GDOOœLQL]LR FKH SRWHVVHro costituire il gruppo addetto alla guardia, il quale, dopo essersi dato il cambio con quello successivo, per consegna deve comunque essere pronto a un eventuale attacco del nemico. 9
A periodi ricorrenti i pensieri escono, scandendo il passo, per alternarsi ad altrettanti pensieri, reduci, almeno immagino, dal loro turno di guardia. Questa dunque è la corvè ininterrotta dei miei tanti tempi possibili, tradotti in pensieri che marciano verso L JLDFLJOL D FDVWHOOR FUHDQGR XQ QXPHUR LQGH¿QLELOH GL DFFDGLPHQti che io vivo nello stesso tempo. Io osservo a uno a uno ogni milite addormentato. Per i piÚ, il sonno equivale a sprofondare in un pozzo di tenebra, da cui si emerge con il fragore della tromba che scandisce il giÚ dalle brande!: inizia cosÏ il nuovo turno di guardia. Costoro equivalgono a quelle ]RQH GHO WHPSR FKH QRQ q SRVVLELOH ULSRUWDUH LQ VXSHU¿FLH VRQR L buchi nella partitura di un hard disk, dentro ci potrebbero essere universi, ma non li posso scorgere. Al contrario, alcuni dei dormienti mi permettono di vedere o meglio, non sono io a farlo, ma quella specie di cosa che ho accanto. Quando credo di cogliere i primi segni di una tenue nebbia addensarsi con il respiro di qualcuno dei soldati in branda, il demone comincia a smaniare. Io capisco che è pronto a produrmi l’icona sulla quale potrò costruire una catena di ricordi. Dovessi però dire di vederlo prendere qualche cosa che assomigli a una matita o un pennello, mentirei. Mentre scrivo, posso solo rappresentare la sensazione di nausea provata al formarsi di una nuova immagine sulla pagina. I framPHQWL GL PHPRULD VL SUHVHQWDQR FRPH GHOOH ¿JXUH FKH VRQR IRUPDWH da un ammasso di parole scritte. I concetti mi appaiono come testo
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e disegni che sembrano animati da una vita autonoma. All’inizio WXWWR q FRPH XQD PDFFKLD LQFRORUH FKH FRPLQFLD DG DIÂżRUDUH VXOOR schermo del mio computer. Poi si allarga e si fa spazio, le lettere salWHOODQR FRPH VH QRQ YROHVVHUR HVVHUQH FRQWDPLQDWH GDOOH ÂżJXUH GLVHJQDWH ,O WHVWR FKH DYHYR VFULWWR ÂżQR D TXHO PRPHQWR VL DPPXFchia ai bordi del monitor, vittima di quel tracimare implacabile. Il WXWWR SXz DYYHQLUH LQ SRFKL VHFRQGL FRPH LQ YDULH RUH PD DOOD ÂżQH un disegno nitido s’impossessa dello spazio a lui necessario: solo allora permette alle parole di ricostituirsi attorno ai suoi margini. A volte il senso della pagina ne è completamente stravolto, altre si auto conclude spontaneamente per farmi riprendere a scrivere, partendo da quel disegno contenente una porzione navigabile del lago senza fondo del mio tempo perduto. Mi sono cosĂŹ abbandonato alla dissennata destrutturazione del fantastico che la costruzione postuma appioppa a ogni epoca. L’aria che è respirata per ogni decade celebrata storicamente è una sensazione che rimane impressa nel nostro sentire; al contrario di quello che comunemente si crede, non è la musica, non sono i grandi eventi, non le mutazioni globali, a permetterci quei ricordi condivisi, che attribuiscono sensi ÂŤepiciÂť a un decennio. Ăˆ piĂš profondamente radicato in noi quel particolare sapore sottile che ogni periodo vissuto ha seminato nel nostro ricordo. Ogni giorno della nostra vita ha un suo modo di farsi percepire esclusivo e irriproducibile, tutti lo proviamo, ma raccontarlo non è facile. Eppure, quel particolare gusto che ha ogni epoca ognuno di noi l’ha assaggiato e lo può ricordare. Il ricordo della vita sbocconcellata è per me tradotto nel tempo a castello, come fosse un continuo cambio della guardia, tra militi che hanno appena vigilato, con altri che hanno appena dormito. Oggi esistono fantastiche applicazioni che permettono di aggiungere patine di altre epoche alle proprie foto digitali. Sembrerebbe quasi che sia esplosa una follia iconoclasta per ogni rappresenta]LRQH ÂłVHQ]D ÂżOWUL´ GHOOD FRQWHPSRUDQHLWj OD OXVVXULD GHOOÂśLQYHFchiamento si sta divorando ogni scorcio del presente, ingoiandolo LQ XQD QHEELROLQD GL XQ FRORU VHSSLD YDJDPHQWH QHFURÂżOR 11
A ogni rappresentazione della modernitĂ deve essere sottratta la cifra distintiva del tempo attuale, spostando a ritroso le lancette del proprio orologio verso un vago passato che tende al dagherrotipo digitalmente resuscitato. Ăˆ probabile che questa sia una fase necessaria all’evoluzione di una maggiore consapevolezza del ÂŤtempo GLJLWDOHÂŞ FKH HYRFD FRPH IRVVH XQ PHGLXP RJQL SUHVHQ]D VWUDWLÂżcata nella nostra memoria profonda. Sono operazioni di volontaria e struggente immersione nella condivisione dell’anacronismo, ulteriore dimensione – oggi – della socialitĂ attraverso protesi emotive. ,O UHFXSHUR GHO UHVSLUR SDVVDWR q XQÂśRSHUD]LRQH GLIÂżFROWRVD D YROte lancinante. Ci riesco perchĂŠ ho la tendenza a sentirmi astratto in una sospensione deliberata dal tempo attuale. Quando scrivo sono circondato da molti dei miei frammenti di vissuto. Le frazioni di tempo sono appoggiate l’una sull’altra come i tanti soldati addormentati sulle loro brande a castello. Io posso solo cogliere GDO ORUR VRQQR SLFFROL VSUD]]L VXL TXDOL FRVWUXLVFR ÂżOL QDUUDWLYL IDWWL di pensieri, storie, immagini. ,O WHVWR q FRQWLQXDPHQWH VSH]]DWR GD ÂżJXUH L ULFRUGL VRQR YLVLRni, a volte nitide a volte confuse, quindi bisognose di una ÂŤlegendaÂť che ne bilanci i vuoti. Le compensazioni sono narrazioni parallele, derive improvvise, ricongiungimenti inaspettati. Questo è un po’ il mio metodo di racconto dell’attualitĂ , almeno come uso da decenni farlo alla radio. Il felice incontro con Roberto Ronchi mi ha permesso di ancorarmi realmente a delle illustrazioni, che mi hanno aiutato a riprendere il passo ogni volta che mi fermavo. I suoi disegni sono stati come i sassi che attraversano un guado: solo saltando dal proprio punto fermo si può andare avanti. Roberto ha disegnato dove piĂš si è sentito ispirato, e da lĂŹ io riuscivo a recuperare i codici che mancavano per accedere a un successivo livello del mio ÂŤtempo a castelloÂť. Le immagini, da qui in poi, fanno parte del testo al punto tale da rappresentare le porte d’entrata alle pagine successive a quelle in cui compaiono. Ciò che segue non nasce come un testo scritto e poi illustrato, ma è una continua partenogenesi di testo e immagini che si riproducono ogni volta che s’incontrano tra un capitolo e l’altro. 12
0HQWUH RUD VFULYHYR FLz q DFFDGXWR ULVSHWWRVD TXHVWD ¿JXUD q DQGDWD D SRVL]LRQDUVL DSSHQD WHUPLQDWD OD PLD SDJLQD HVSOLFDWLYD ,PPDJLQR FKH QHOO¶LOOXVWUD]LRQH GL PH LQWHQWR D VFULYHUH FRQ OXL DOOH PLH VSDOOH YRJOLD UDI¿JXUDUH LO PLR WHDWUR GHOOD PHPRULD JXDUGDWR LGHDOPHQWH GDO SXQWR GL YLVWD GL FKL OHJJH ,R VFRUJR VROR SDUHWL DOWLVVLPH GL OHWWL D FDVWHOOR 0L ULFRUGDQR OH DFTXH GHO 0DU 5RVVR FKH VL DSULYDQR SHU IDU SDVVDUH 0RVq H L VXRL LQVHJXLWL GDL VROGDWL GHO IDUDRQH FDWWLYR FRPH QHOOD YLVLRQH FKH QH FRQVHUYR GHO ¿OP I dieci comandamenti GL &HFLO % 'H 0LOOH FKH PL FRVWULQVHUR D YHGHUH GD EDPELQR $QFRUD VRSUDYYLYH FRPH FRQGL]LRQDPHQWR LQGHOHELOH GL RJQL PLD SHUFH]LRQH GHO VDFUR /H XQLFKH ODFXQH UHVWDQR L SDVVL ELEOLFL ¿OPLFDPHQWH UDFFRQWDWL DWWUDYHUVR OH VFHQH SL FUXHQWH FKH SHU PH ELPER HUDQR WURSSR LPSUHVVLRQDQWL &KLHGHYR GL HVVHUH SRUWDWR DO EDJQR RJQL YROWD FKH SUHVDJLYR GL HVVHUH VXO SXQWR GL YHGHUH XQR VYHQWUDPHQWR TXLQGL VXSSRQJR FKH PL PDQFKHUDQQR SHU VHPSUH SDVVDJJL IRQGDPHQWDOL GHOOD VWRULD GHO SRSROR HOHWWR
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La foto predittiva La vita mi tartassa un po’ tanto, su tutti i fronti e sto perdendo fantasia e intrepidezza maliarda.
La mia prima traccia memorabile è del 3 settembre 1954, avevo venti giorni. In assoluto è la piÚ antica foto della mia vita, il piÚ remoto fermo immagine di un attimo della mia esistenza. Mi spiace che non potrò mai sapere quale sarà l’estremo. Se solamente potessi avere a disposizione quella che sarà l’ultima foto della mia vita, mi piacerebbe metterla accanto a questa, che mi ritrae avvolto come un bozzolo nella copertina scozzese. Potrei cosÏ facilmente fare un confronto fra la mia immagine Alfa e quella Omega.
+R VFULWWR WUDFFLD PHPRUDELOH PD TXHVWD IRWR QRQ KD DOOœDSSDUHQ]D XQ SDUWLFRODUH VLJQL¿FDWR QHOOD PLD HSLFD LQGLYLGXDOH $Q]L come certezza di documentazione è pure piuttosto ambigua. Immagino fosse stata una zia svampita ad avere scritto sul retro la
località Ferro di Cavallo, dove abitavano i miei genitori, ma per la data si era sbagliata collocandola nell’anno 1953. Qualcun altro, forse mia madre, molto tempo dopo ha corretto il 3 con un 4, riportando la data all’anno giusto in cui sono nato. Si può dire che in assoluto questa immagine, per un certo tempo, ha anticipato la mia nascita. Se fosse stata una foto digitale, il giorno, l’ora e altre caratteristiche dello scatto avrebbero fatto SDUWH LQWHJUDQWH GHOOH LQIRUPD]LRQL FKH FRGL¿FDYDQR PH ODWWDQWH non ci sarebbe stata confusione, la foto sarebbe interiormente legata all’attimo temporale che aveva immobilizzato. Invece era un’antica foto analogica, dove ognuno poteva scrivere quel che voleva; forse potrei ipotizzare che fu scattata con la Ferrania di un altro giovane zio che aveva la passione della fotoJUD¿D H IX VHPSUH LQYHVWLWR GHO UXROR GœLPPRUWDODWRUH GL IDPLJOLD L’unica epigrafe storica è quella data scritta a penna sul retro, che a sua volta riproduceva una datazione addirittura precedente alla mia venuta al mondo: in basso a destra si legge ancora 3 Se‌, che era 3 settembre, la data poi riportata, forse scritta con OD FDOOLJUD¿D GL PLR SDGUH /D IRWR q VWDWD WDJOLDWD FRQ OH IRUELFL H io che nell’originale ero orizzontale, sono stato verticalizzato. In sintesi, avevano eliminato tutto quello che era attorno a me nella prima foto della mia vita. La foto originale era piÚ grande e, con somma probabilità , era anche quella datata come fosse stata scattata nell’anno precedente alla mia nascita. Se la prima datazione l’aveva scritta mio padre, come ha fatto a sbagliarsi? Ero il suo primogenito, poteva confondere l’anno? In effetti era possibile, io stesso non ricordo sempre bene giorno H PHVH GL QDVFLWD GHL PLHL ¿JOL UDPPHQWR VROR JOL DQQL FKH VRQR il ’95 e il ’98, perchÊ sono due memorabili versioni di Windows. Forse lui non aveva paletti emotivi cosÏ indelebili per ancorarci l’anno esatto della mia venuta al mondo. +R LQYHFH FRQVDSHYROH]]D FKH DOOD ¿QH QDVFHUH QHO œ q VWDWD XQD buona sorte. Posso dire di aver attraversato tutti i fantastici decenQL GL FXL VL SDUOD DQFRUD RJJL FRQ VWUXJJHQWH QRVWDOJLD +R UHVSLUDWR 15
dagli anni Cinquanta agli anni Dieci del secondo millennio. Al momento che scrivo, di fantastico generazionale si è smesso di parlaUH GRSR JOL DQQL 2WWDQWD 6LJQL¿FD FKH KR IDQWDVWLFDPHQWH ODPELWR TXDWWUR HSRFKH SRL ¿QH La prima trance della mia vita la circoscrivo nel periodo che va GDOOD QDVFLWD DOOD ¿QH GHOOH VFXROH HOHPHQWDUL OD TXLQWD OœKR IDWWD QHO 1965. Mi ricordo bene quasi tutto delle elementari. Forse proprio quel periodo segna l’appartenenza della mia generazione a una fase arcaica della storia contemporanea, che a me sembra impossibile avere vissuto ed essere ancora in grado di parlarne lucidamente. Come mai non sono ancora morto, o per lo meno in preda alla demenza senile, se io ho una parte della mia vita intrisa dell’ultimo strascico cruento della Seconda guerra mondiale? Forse dipende dal fatto che, anche se la guerra è terminata nel ’45, per i venti anni successivi la mia generazione ne restò fortemente impressionata, FRPH XQD ODVWUD IRWRJUD¿FD FKH VL EHFFD XQD VEDIIDWD GL OXFH La guerra è stata una realtà ancora presente, per quelli della mia HWj DQFKH PROWL DQQL GRSR OD VXD ¿QH $ SDUWH L UDFFRQWL IDPLOLDUL sui bombardamenti, oscuramenti, atrocementi vari, bisognerebbe aprire una lunga parentesi su di noi (forse concepiti sul tavolo di un cucinino di formica davanti a un televisore acceso con Mike Bongiorno), almeno quelli nati da settembre in poi, ma forse pure qualche settimino. Di certo, tutti allevati con l’incubo che durante OD JXHUUD FKL QRQ FRPEDWWHYD IRVVH RVVHVVLRQDWR GDO SHQVLHUR ¿VVR di trovare qualcosa da mettere sotto i denti. Pensai anni piÚ tardi a quell’assillo alimentare durante una di TXHOOH ³YDFDQ]H PDVVDFUR´ FKH VL IDFHYDQR HJOL DQQL 6HWWDQWD DXtostop, tenda, pochissimo denaro e lunghe serate passate a descrivere con i compagni di viaggio cosa ci saremmo fatti cucinare dalle rispettive madri al nostro ritorno. Ê FKLDUR FKH WDOH YRORQWDULR VXSSOL]LR HVWLYR SRWHYD LQÀLJJHUVHOR solo una generazione allevata sull’epica familiare di stenti, fame, tessere annonarie, borsa nera. Erano i motivi dominanti per cui dovevamo sentirci in dovere di mangiare, se non altro per compensare la fame che avevano patito i nostri genitori. 16
Solo molti anni dopo sentiremo parlare di disturbi alimentari, di anoressia, di angoscia per l’ingestione da cibaria. Era un segno dei tempi; almeno per noi lo spauracchio della guerra e della carestia aveva creato un costante ostacolo alla possibilità di mettere in rapporto il cibo con il desiderio di morte. Piuttosto che la concupiscenza della dissoluzione, fu il fascino dell’indistruttibile a fare parte del nostro piÚ tenace LPSULQWLQJ. Non fummo allevati con l’idolatria del naturale e banalmente biologico: si pensi che tra i miti alimentari della nostra epoca nulla pretendeva parentele con tali modelli. Noi amavamo la minestra fatta con il dado, ne riconoscevo l’origine organica unicamente dai mini frammenti di prezzemolo che galleggiavano sulla super¿FLH GHOOR SVHXGR FRQVRPPp LQFRUSRUDWL VDSLHQWHPHQWH QHO FXbetto che era già l’anticipazione domestica del cibo in pillole degli astronauti, mito sub gastronomico che tutti pensavamo avrebbe presto sostituito ogni altra forma di alimentazione. Il gioco da desco piÚ frequente di me bambino era fare delle palOLQH GL PLGROOD GL SDQH PHWWHUOH LQ ¿OD VXO SLDWWR H LPPDJLQDUH che fossero le famose pillole degli astronauti che avrebbero presto preso il posto dell’odiata fettina, che puntualmente pre-masticavo e smaltivo sotto al tavolo, boccone dopo boccone, dandola ai gatti che a casa non mancavano mai. Era pure l’epoca in cui i nostri appetiti erano stimolati, soprattutto, da quegli oggetti avvolti nella stagnola che venivano chiamati IRUPDJJLQL 7XWWL SURGRWWL DG DOWR SUR¿OR JDVWUR LQJHJQHULVWLFR ma a detta dei vecchi benpensanti e luddisti, che preferivano la caciotta comperata a peso, scarsamente dotati di autentico buon formaggio. Di certo, girava qualche voce che avrebbe dovuto allarmarci, ma erano tutte talmente paradossali, come ad esempio FKH DOFXQL IRUPDJJLQL IRVVHUR IDWWL FRQ OH XQJKLH FKH DOOD ¿QH VWLmolavano in noi quel meraviglioso senso di azzardo che ce li faceva sembrare addirittura piÚ buoni. Altra induzione alla nostra progressiva idolatria per il sintetico, erano le polveri che trasformavano l’acqua del rubinetto in acqua da tavola, un sortilegio di retaggio autarchico. Si usava un’apposita bottiglia con il tappo ermetico, quelle con il ferret17
to a incastro, e la preparazione dell’acqua frizzante, di fronte ai bambini in attesa con il bicchiere in mano, assomigliava a quella di una molotov prima di un assalto alla polizia. La miscelazione era interdetta a donne e minori, solo uomini ardimentosi poteYDQR IDU VFLYRODUH QHOOD ERWWLJOLD SLHQD GœDFTXD ¿QR DOOœLQL]LR GHO collo, con precisione e misurata lentezza, prima la polverina della bustina rossa, poi quella contenuta nella bustina blu, che rappresentava l’innesco alla generazione repentina delle bollicine. Bisognava quindi chiudere velocissimamente la bottiglia, sennò sarebbe schizzata fuori tutta l’acqua in ebollizione. I piÚ sventati la capovolgevano per accelerare il processo idrogassoso. Le donne di casa si chiudevano le orecchie e imploravano di non insistere in quell’innaturale maneggio. Giravano voci leggendarie di bottiglie esplose e di occhi frantumati dalle schegge di vetro. CosÏ come ci sembrava buonissima la carne in scatola sotto gelatina, perchÊ la vedevamo a Carosello e quando la madre della pubblicità la portava in tavola erano tutti raggianti di felicità . Quel cilindro di materia rossastra e tremolante aveva perso ogni idea di forma ed essenza della bella mucca al pascolo stampata sulla latta della scatoletta, e forse proprio per quello l’apprezzavamo. Andavamo pazzi anche per presidi voluttuari che ci accompagnavano in istanti paradisiaci, come la maionese in tubetto, la pasta d’acciughe, lo sciroppo di frutta da allungare con l’acqua. Tutti capolavori dell’immaginario gastronomico che reinterpretava pesci, salse, prodotti della terra.
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GIANLUCA NICOLETTI La massima parte di tutto quello che negli anni ha fatto, detto, scritto e pensato galleggia sparpagliato in rete. In sintesi, il tempo che Änora ha vissuto può essere diviso in tre ere: 1) Fase perugina: fanciullezza, adolescenza, vitellonismo (1954y1983). 2) Fase romana: il seppellimento glorioso di fronte a un cavallo agonizzante (1984y2004). 3) Fase extraterritoriale: la leggera follia del post mortem (2005y……). Questo Libro Infame è il prequel della sua vita attuale. Oggi sogna di poter costruire una città utopica per la felicità dei ragazzi autistici, ma anche di bersi qualche Margarita in buona compagnia.
ROBERTO RONCHI Illustratore e creatore di personaggi e progetti editoriali, disegna da svariati anni per Disney (Italia, Usa, Giappone) nei settori libri, fumetti e consumer product. Collabora e/o ha collaborato nell’editoria anche con De Agostini, Piemme, Mondadori, Dalai B&D, Fabbri, Corriere della Sera, Egmont, Hachette, Hearst e Eaglemoss. Inoltre ha realizzato progetti per Kinder Ferrero e Macdue giocattoli. Pure lui gradirebbe un Margarita ogni tanto, ma soffre di acidità di stomaco.
Gianluca Nicoletti fa il punto sul fantastico generazionale, attraversando, in un suo personale teatro della memoria, dagli anni Cinquanta agli anni Dieci del secondo millennio. E i ricordi sono visioni, che le suggestive illustrazioni, le elaborazioni graÄche e i fumetti di Roberto Ronchi materializzano in una narrazione parallela, codici di accesso che continuamente alimentano e arricchiscono Il Libro Infame.
ISBN 978-88-97165-75-0
9 788897 165750
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Il tempo digitale rievoca ogni presenza stratiÄcata nei nostri ricordi, e la lussuria dell’invecchiamento applica patine di altre epoche alla contemporaneità. Questo diario, in forma di romanzo allucinato, cerca di destrutturare e comprendere il senso del fantastico che la costruzione postuma assegna a ogni periodo storico.
Illustrazioni di copertina di Roberto Ronchi