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Creature

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S H A U N TA N

tunué

QUADRI, DISEGNI E RIFLESSIONI


C R E AT U R E QUADRI, DISEGNI E RIFLESSIONI

tunué


SHAUN TAN

C R E AT U R E


IN DICE Introduzione

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Cose smarrite

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Compagni

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Mito e metafora

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Uccelli

159

Postfazione

195

Note sulle opere

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T R E D I NOSAU R I , 197 7


I N TRO DUZION E La prima cosa che ricordo di aver disegnato è stata una creatura. Anche se non è stata la prima cosa che ho disegnato, è la prima che ricordo di aver disegnato, forse perché anche all’età di tre anni l’azione della penna sul retro della carta da lettere dell’ufficio da architetto di mio padre era così fluidamente pressante e le macchie di acquerello così divertenti da realizzare. Nell’immagine ci sono tre dinosauri: una madre, un padre e un bambino, quest’ultimo visibile come una piccola spirale all’interno della pancia della mamma. Credo che fosse la risposta alle generiche storie sui bambini e alla visione, in un’enciclopedia, della strana immagine di un embrione, una cosa che io stesso dovevo essere stato, con tanto di coda. Col senno di poi, ritengo sia un disegno sul fatto di essere umano, sul mistero dell’esistenza e sull’importanza della famiglia nel perpetuare quel mistero. A quel tempo, ovviamente, la mia mente non aveva preso in considerazione questo significato, almeno non consapevolmente. Volevo solo fare una creatura, prendere carta e penna, appoggiare i gomiti sul tavolo da pranzo in alto e disegnare un occhio, una bocca, un naso e un collo molto lungo. Poi la spina dorsale a zigzag di un rettile e così via. Non è cambiato molto da allora. Continuo a disegnare creature in tutte le loro innumerevoli forme, un’attività che sembra eternamente infantile nella migliore accezione possibile: elementare, semplice, istintiva; tutte le qualità artistiche di cui ho imparato a fidarmi attraverso i tentativi e gli errori realizzati con tanti mozziconi di matita affilati. Disegno molte altre cose, ma per qualche motivo, quando la mia mente e il mio taccuino di schizzi sono sgombri da tutto il resto, ritorno spesso a una creatura, conosciuta o sconosciuta. Se mi forniscono un blocco di argilla mi metto a realizzare automaticamente almeno quattro zampe, se non di più, una coda e da lì proseguo, come se le mie mani pensassero da sole. Dopo molte rielaborazioni potrei

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tornare a qualcosa di più antropocentrico, persino un semplice umano, come per la storia dell’immigrato nell’Approdo (2006), originariamente concepito come una specie di uccello-creatura con una valigia di grandi dimensioni. È come se avessi bisogno, a ogni inizio, di lanciare lontano il sassolino artistico sullo stagno delle stranezze per vedere un significato nelle increspature, che poi ritornano verso la riva della normalità. All’interno di quell’eco lontana si trova qualcosa di intimo e familiare. Qualcosa che ha senso. Qualcosa di umano. Non credo di essere l’unico. Proviamo tutti una fondamentale attrazione verso le creature non umane, specialmente quelle immaginarie. Le creature sono le costanti protagoniste e antagoniste della mitologia, dei disegni rupestri preistorici, dei soffitti delle cappelle e del cinema contemporaneo. Sono gli agenti delle leggende; le fantasie di esploratori, scienziati e filosofi; l’essenza delle fiabe. A un livello più primario, sono il cast irrisolto dei nostri sogni, che aspetterà per sempre dietro le quinte e comparirà quando chiudiamo gli occhi e cala il sipario della notte. Nell’arte e nella letteratura, le creature immaginarie sono i canali naturali delle espressioni di profonda paura e amore, insieme a tutte le emozioni intermedie, comprese quelle che troviamo difficili da nominare. Soprattutto quelle che troviamo difficili da nominare. I disegni di questo volume riguardano le opere prodotte negli ultimi venticinque anni per libri illustrati e per illustrare altre storie, compresi film e graphic novel. Altre sono state create senza nessuno scopo specifico se non il desiderio di vedere che aspetto avrebbe avuto una certa cosa, o solo di seguire una linea abbozzata per vedere dove mi avrebbe condotto, sicuramente uno dei motivi più semplici e affascinanti per disegnare. Passando in rassegna vecchi quaderni di schizzi, pagine di grande formato e pile di tele, la tendenza naturale è quella di cercare un tema portante, se non altro per ridurre la sensazione di casualità superficiale o controllare che l’insieme sia più grande della somma delle sue parti. Anche se sarebbe chiedere troppo (una certa casualità e incoerenza sembrano parte integrante di qualunque pratica creativa onesta), permane almeno un elemento, come un sogno ricorrente, l’indizio per una preoccupazione più profonda e l’oggetto di questa raccolta. Faccio fatica a pensare a una bella storia o immagine fatta nel corso degli anni che non contenga una creatura di qualche tipo; torno indietro a quando ero bambino e preparavo le file di statuine di argilla e cartapesta che avevo realizzato, allineate lungo le aiuole del giardino e le mensole della cucina, oppure appese al soffitto della camera da letto, incuranti della gravità, con fili da pesca quasi invisibili. Nei disegni, prima da bambino e successivamente da adulto, l’attenta realtà di ogni scena spesso doveva essere bilanciata da qualche strano intruso: un alieno di un blu brillante dietro un muro, l’illusione di occhi sospesi nei lampioni, l’ombra di qualcosa di curioso drappeggiato in primo piano. Perfino i miei schizzi

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più semplici basati sull’osservazione di strade locali, parchi e case conterranno una macchia di vernice o uno scarabocchio a matita su un filo o una recinzione: l’accenno di un uccello, di una farfalla o di una lumaca (spesso l’unico elemento immaginario) che osserva in silenzio dal bordo del campo come se, in primo luogo, fosse necessaria tale coscienza perché la scena esista. Nelle narrazioni più elaborate le macchie e i segni fanno crescere arti, occhi e code. Assumono nuove forme: robot spazzatura, giganti senza volto, improbabili animali domestici e changeling sfollati, ma anche quelle di animali terrestri più familiari, sebbene si tratti di quelli rari, che si sentono fuori posto nella vita urbana: bufali d’acqua, dipnoi, coccodrilli, orsi. Sono tutte permutazioni della stessa idea di base? Forse un tentativo di autoritratto o di rappresentazioni di amici, familiari, esperienze quotidiane, cose che tendo a evitare di trattare in modo diretto, letterale e lineare. Sento che questo straniamento del carattere, sgombro dal riconoscimento o dalla familiarità, costituisce un esame più soddisfacente, attinge a sentimenti più universali ed è più aperto alla riflessione e all’intrattenimento. Soprattutto, è divertente, una parola che dovrebbe essere usata molto più spesso quando si parla di arte e letteratura. È divertente valutare una vita di monotono lavoro da ufficio attraverso una cicala che fa il colletto bianco invece che con un normale impiegato umano. Un mostro tentacolare su una spiaggia tocca una nota di compassione a cui la rappresentazione più convenzionale di un animale domestico smarrito, come un cane o un gatto, potrebbe non essere in grado di accedere senza collegamenti prevedibili… e anche questo lo rende divertente. Le teste senza bocca e non umane offrono l’invito leggero a una conversazione profonda. Gli animaletti a orologeria dimostrano un gran cuore che chiaramente non hanno. Esseri indefinibili in strade e bar indistinti desiderano ardentemente la nostra compagnia e, per qualche motivo stimolante che richiede elaborazione, noi desideriamo ardentemente la loro. A giudicare dalla popolarità delle mie storie che coinvolgono creature, dal bizzarro randagio nella Cosa smarrita (2000) allo studente straniero delle dimensioni di una noce in Eric (2010), questi sentimenti sono tanto universali quanto personali e per nulla strani. Inoltre trascendono l’età, essendo interessanti sia per i lettori molto giovani sia per quelli molto anziani, così come per i lettori di estrazione culturale e letteraria diversa. La vera bellezza della creatura senza nome è che può trovare un significato ovunque vada, consentendo a ciascun lettore di trarre le proprie associazioni e interpretazioni all’interno del proprio immaginario privato, grandi o piccole che siano. Dopo tutto, una creatura non rappresenta necessariamente una cosa o un’altra ma, semplicemente, è. Un essere misterioso in un mondo misterioso, proprio come voi e me, che cerca di integrarsi, cerca di essere unico o cerca semplicemente di dare un senso alle cose, nel miglior modo possibile, per esistere.

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L’A D D E T TO A L L E P U L I ZI E


C OS E S MA R R IT E Un mondo ossessionato da idee normative di appartenenza non è un posto così fantastico dove stare. Il primo libro illustrato che ho scritto e disegnato era incentrato su una creatura senza nome che si trova nel posto sbagliato, una cosa non dissimile dalla mia pratica artistica dell’epoca. Mi ero appena laureato in Belle Arti e Letteratura Inglese e, nonostante tutta la spinta accademica, venni lasciato un po’ alla deriva nel mercato del lavoro. Ero riuscito a raggranellare quello che mi bastava per vivere come illustratore freelance, saltando tra la fantascienza e l’editoria per bambini, oltre a dipingere una serie di paesaggi per il mio piacere personale quando il lavoro retribuito era scarso. Le gallerie non erano molto interessate a queste opere e, come illustratore, cercando l’approvazione dei clienti, mi stavo infilando sempre più in un angolo stilistico. Realizzavo disegni professionali ma privi di significato a livello personale, un rischio noto del lavoro. Le strade per una vera espressione artistica in quel campo, specialmente nella periferia di Perth, dove vivevo all’epoca, sembravano diventare sempre più strette fino al punto di chiudersi. Ma questo problema probabilmente ne copriva uno ancora più grande. Avevo, in primo luogo, qualcosa che valesse la pena esprimere? Sicuramente la sensazione di un bisogno creativo che non ha una direzione chiara è ben nota a molte persone con inclinazioni artistiche. Alla fine, mi resi chiaramente conto che quella sensazione era sincera come qualsiasi altra, forse anche interessante. Ai margini del lavoro retribuito, scarabocchiavo macchine-animali strane, senza volto e con arti deboli, principalmente per il mio diletto, senza considerarle particolarmente degne di nota. Ma continuavo a disegnarle, a pensarci, a vedere qualcosa di sincero in loro, le piccole creature che chiamavo “cose per le persone con cose più importanti a cui prestare attenzione”. L’ossessione crebbe e in seguito divenne il sottotitolo del libro illustrato che ne derivò, intitolato La cosa smarrita (2000). Ironia della sorte, è diventato il mio lavoro più importante: emerso da un periodo di profonda incertezza, dopo decenni è ancora stampato, è ampiamente tradotto ed è stato adattato in un cortometraggio di successo. Vale anche la pena ricordare che l’altro lavoro “serio” da freelance dell’epoca si è dissolto nell’oscurità. La storia parla di un ragazzo che trova su una spiaggia una grande creatura non identificabile. Credendola smarrita, inizia a cercarle una casa, ma nessun altro vuole saperne: non gli amici, la famiglia, e nemmeno il governo… comprensibilmente.

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Non ha alcuna funzione o significato reale, è grande in maniera fastidiosa, difficile da nutrire e oscura fino al punto di essere invisibile. Dopo una breve disavventura, la storia si risolve e la Cosa Smarrita trova un rifugio. Il ragazzo, tuttavia, ritorna alla sua vita “seria” molto meno stimolante. È importante sottolineare che la questione centrale dell’appartenenza continua a esistere. La creatura salvata rimane decisamente una “cosa smarrita”, ma è meglio che sia così, perché un mondo ossessionato da idee normative di appartenenza non è un posto così fantastico dove stare. Questa storia ha fornito il tono filosofico di molti altri libri e dipinti che ho sviluppato da allora. I lettori chiedono regolarmente se le mie “cose smarrite” rappresentano qualcosa. Direi di sì, ma i miei pensieri su cosa siano esattamente sono cambiati spesso da quando il libro è stato pubblicato per la prima volta. Nel raccogliere tutti i disegni delle cose smarrite prodotti nel corso degli anni, ipotizzerei che hanno a che fare con l’atto del disegno stesso. Al suo meglio, un buon disegno non ha uno scopo o un luogo. Non è richiesto o commissionato, non soddisfa un’esigenza esistente, non trasmette un messaggio, è spesso il più modesto degli scarabocchi. Tuttavia, cerca di riflettere su osservazioni o sentimenti sinceri. Cerca di suggerire qualcosa di reale nell’unico modo in cui può legittimamente farlo: essere consapevolmente irreale e marginale, persino assurdo. Nel caso di queste strane creature semi-meccaniche, la sensazione è egualmente di gioia e inquietudine. Penso che abbia a che fare con la divisione tra natura e cultura che vediamo ogni giorno; il conflitto tra la società umana e la natura, dove l’industria moderna è spesso in contrasto con il proprio ecosistema, scagliandosi contro gli schemi ciclici della terra, del clima e di tutti gli esseri viventi. Vediamo ovunque un grande fiume di invenzioni dirette verso una discarica (elettrodomestici, mobili, gadget), un’obsolescenza pianificata che si riflette nella tecnologia superflua delle mie bestiole, i figli mutanti di un futuro antiquato. Nella storia originale ho immaginato un luogo in cui non rimane nulla di naturale, solo le persone e le macchine, una metafora più ampia della carenza di spirito, poiché penso che questo comporti anche la morte dell’arte, della musica e della letteratura, dell’immaginazione. Tutto ha uno scopo, un significato e un luogo chiaro, ma nessuno ne ricorda la ragione generale, e anche se fosse così, nessuno avrebbe il tempo o lo spazio per pensarci. Sono troppo occupati a fare, in modo integralista, “cose più importanti”. In questo mondo le cose smarrite appaiono come estrusioni strane, punti interrogativi contorti, fiori che crescono dalle crepe. Non sanno cosa sono e non hanno alcun significato o scopo reale. In breve, sono momenti di speranza, di significato senza restrizioni, qualcosa di nuovo che emerge in un mondo dissonante, un monito che la vita (e il bisogno artistico) troverà sempre il proprio percorso.


I L PO L LO D EL L A LU CE C H I ED E L A S T R A DA


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CO R NO ER EM I TA , TA RTA RU G A F RO N TG A M M O N E C A M PA N A SU B ACQ U E A D I PRO F O N D I TÀ


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So pra: CU S TO D E

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ISBN 978-88-6790-484-6

tunué 9 788867 904846

Euro 29,00

Una creatura senza nome troverà sempre il proprio significato.


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