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Archeo Monografie n. 21, Ottobre 2017

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di Marco Di Branco e Filippo Donvito

My Way Media Srl - Poste Italiane Sped. in A.P. - D.L. 353/2003 conv. L. 46/2004, art. 1, c.1, LO/MI.

Avventure e scoperte tra oriente e occidente

€ 7,90

SULLA VIA DELLA SETA

IN EDICOLA IL 20 SETTEMBRE 2017

O ILE I G AB G A TIC I V N N U IME D IN

N°21 Ottobre 2017 Rivista Bimestrale

ARCHEO MONOGRAFIE

A ET S A LL E AD VI

MONOGRAFIE

Sulla Via della Seta


Sulla Via della Seta Avventure e scoperte tra oriente e occidente di Marco Di Branco e Filippo Donvito

6. Presentazione Un simbolo globale

16. Le origini Prima della via

52. Le grandi potenze Imperi a confronto

70. Le religioni Un mosaico di fedi

96. Samarcanda e Bukhara Gemme d’Oriente

118. gli occidentali in asia L’età della riscoperta


UN SIMBOLO

GLOBALE


«NON È UNA SOLA STRADA, MA MOLTE»: COSÍ LO SCRITTORE DI VIAGGIO COLIN THUBRON DEFINISCE QUELLA STRAORDINARIA RETE DI PERCORSI CAROVANIERI CHE, SIN DALL’ANTICHITÀ, METTEVA IN CONTATTO L’OCCIDENTE CON L’ORIENTE, E VICEVERSA I resti di Jiaohe, nei pressi dell’oasi di Turfan (Xinjiang). La città si sviluppò verosimilmente dal III sec. a.C. fino al XV sec., quando fu abbandonata.


LE ORIGINI

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Sulle due pagine recipienti in terracotta contenenti ossa animali, pigmenti colorati, sigilli in bronzo e qualche vaso in alabastro, dalle tombe comuni di Gonur. Tardo III mill. a.C.

successivi furono dissotterrate altre maestose cittadelle fortificate a Togolok (Turkmenistan), Jarkutan e Sapalli Tepe (Uzbekistan) e Dashli (Afghanistan). Lo stile delle fortificazioni era leggermente diverso da regione a regione, ma la suddivisione degli spazi si ripeteva secondo uno schema costante: un palazzo fortificato al centro, affiancato da un tempio, e uno o piú quartieri residenziali racchiusi da altrettante sezioni di mura concentriche, come a Togolok; oppure palazzo e tempio separati, ma protetti comunque da imponenti strutture difensive, come a Jarkutan e Dashli. Questo tipo di architettura si inseriva perfettamente nella piú vasta ecumene delle «civiltà palaziali» diffuse nell’Eurasia dell’età del Bronzo e presenta significative affinità con i grandi centri della Grecia micenea e dell’Anatolia ittita e con le città-fortezza della Cina di epoca Shang. Con quest’ultima le antiche città dell’Asia centrale condividevano anche il tipo di economia idraulica, basato sulla costruzione di imponenti opere di canalizzazione dei fiumi per lo sviluppo di un sistema di agricoltura

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LE ORIGINI

Illustrazione raffigurante l’imperatore Wu di Han, al secolo Liu Che, con due attendenti. II-I sec. a.C.

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Il re greco e il monaco buddhista

I

ntorno al 150 a.C., assediato dai nemici, di ritorno da una spedizione militare, il grande re indo-greco Menandro era in preda a un’angoscia esistenziale, che né i filosofi greci al suo seguito, né i saggi brahmani (bramini) che aveva incontrato nelle varie città indiane erano stati in grado di alleviare. In preda allo sconforto, quando seppe dell’arrivo di un grande saggio buddhista nella città di Sagala (Sialkot, Pakistan), la capitale del regno indo-greco, il sovrano decise di invitarlo a corte per iniziare un dibattito con lui. Menandro conversò con Nagasena, questo il nome del saggio monaco, per tutta la notte, ponendogli domande d’ogni tipo, a cui Nagasena rispose sempre brillantemente, illustrando di volta in volta le dottrine dell’incarnazione e dell’illuminazione, la vita del Buddha e i modi che conducono ai meriti e ai demeriti di ciascuno. All’alba, finalmente, i due si salutarono, lodandosi reciprocamente, sebbene il re dovette concludere con rammarico di non poter seguire appieno la via del Buddha, poiché troppi nemici attendevano di trovarlo inerme per piombargli addosso e ucciderlo. Il resoconto di questo incredibile dialogo è contenuto nel Milindapanha (letteralmente, Le domande di Menandro), una delle opere piú antiche del Tripitaka (I tre canestri), il canone del buddhismo Theravada scritto in lingua pali, un dialetto sanscrito. Nagasena era figlio di un brahmano del Kashmir e aveva avuto come maestro uno dei missionari di Ashoka, un buddhista greco (yavana, cioè «ione») conosciuto col nome indiano di Dhammarakkhita. L’incontro con Menandro testimonia il grado compartecipazione e influenza reciproca tra il mondo ellenistico e il buddhismo indiano, che, almeno fin dai tempi di Ashoka, doveva aver attirato non pochi Greci allo studio delle sue dottrine. Menandro, in particolare,

quella di aver assestato con le persecuzioni e la distruzione dei monasteri un colpo mortale alla civiltà buddhista del Gandhara, la quale, da poco passata la sua fase «classica» sotto i Greci e i Kushana, si accingeva a vivere una sorta di periodo «gotico», caratterizzato da uno stile forse piú cupo e austero, ma non meno privo di espressività e originalità, che invece

In alto: testa in scisto raffigurante il bodhisattva Maitreya, il futuro Buddha, dal Pakistan. Arte gandharica. Collezione privata. In basso: dritto di un tetradramma in argento del re Menandro I, il Grande, con il profilo del sovrano.

dimostrò un sincero interesse per questa filosofia, tanto da adottare sulle sue monete il simbolo del Dharma, la ruota a otto raggi, probabile segno dell’intenzione del re indo-greco di presentarsi alla maniera di Ashoka come un Chakravartin, un «sovrano universale» protettore della legge buddhista. Egli poteva cosí giustificare il suo intervento contro Pataliputra, al fine di proteggere i monaci buddhisti dalle persecuzioni del re Pushyamitra Sunga, successore dei Maurya nella valle del Gange, e ardente sostenitore del brahmanesimo tradizionale.

venne praticamente troncato sul nascere da questi «Unni». In realtà, se vi furono monarchi eftaliti ostili al buddhismo, ve ne furono altrettanti a esso favorevole, che protessero i monaci e ricostruirono i monasteri distrutti. La questione meriterebbe perciò un’analisi piú approfondita, come pure l’origine e la storia degli Eftaliti in Asia centrale.

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LE GRANDI POTENZE

passarono al contrattacco, cogliendo anche qualche grande vittoria, ma il confine venne infine riportato sull’originaria linea del fronte in alta Mesopotamia. Si era giunti cosí al punto in cui i due grandi avversari si eguagliavano in potenza e, sebbene nei secoli successivi continuassero a scoppiare guerre a intermittenza lungo la frontiera, l’equilibrio era destinato a rimanere immutato.

La sfida sasanide Il rinnovato vigore con cui l’Iran sfidò Roma in Oriente era dovuto principalmente a una serie di riforme politiche e militari che caratterizzarono la nascita e lo sviluppo dell’impero sasanide. A differenza dei Parti, i Persiani organizzarono lo Stato in maniera molto piú accentrata, imponendo il mazdeismo come religione ufficiale. L’esercito sasanide si distingueva per l’impiego sistematico della cavalleria corazzata, che cominciò a utilizzare anche armature di maglia, piú flessibili e leggere; l’introduzione di nuovi reparti, come gli elefanti da guerra e,

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Xi’an (Shaanxi, Cina). La Pagoda della Grande Oca Selvatica (Dayan Ta). Periodo Tang, VII-VIII sec.


soprattutto, per lo sviluppo di una valida tecnica d’assedio. Quest’ultima modifica si rivelò di fondamentale importanza, perché sanò quella grave lacuna che sempre aveva impedito ai Parti di condurre offensive su larga scala contro i numerosi centri fortificati della Siria romana. Una percezione non del tutto positiva del commercio, influenzata da alcuni dettami religiosi, non ostacolò il grande sviluppo dei traffici che attraversavano i territori dell’impero persiano, favoriti dall’impegno della dinastia nella costruzione di infrastrutture quali ponti, strade, dighe ecc., al fine di incrementare popolazione e ricchezza, e dalla posizione strategica per i contatti tra il Mediterraneo e la Cina. I sovrani sasanidi fondarono o rifondarono numerose città, quasi sempre sulla base di esigenze agricole, commerciali, artigianali o strategiche. La lunga durata del periodo sasanide e soprattutto la sua collocazione a cavallo tra l’età antica e quella medievale rendono netta la distinzione tra la prima fase, compresa tra il III e il IV secolo, in cui l’impero si

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LE RELIGIONI

quinto gradino. Cinque età, cinque divine alleanze, attraverso cui il mondo tutto ha ricevuto compimento perché divenisse uomo». Per la gerarchia della Chiesa d’Oriente, è dunque fondamentale cogliere ed esplicitare le ragioni del comportamento paziente ma fermo adottato da Dio nei confronti della sua creazione, e l’immagine che meglio si presta a rappresentare ciò è quella della scuola e dell’educazione che vi si esercita. Ma v’è di piú: sul finire del VII secolo, la Causa della fondazione delle scuole, composta e pronunciata a Nisibi dal vescovo e teologo Barhadbeshabba di Holowan, pone sotto il segno di un’ininterrotta successione di scuole l’intera vicenda mondana, concernente gli uomini ma anche gli angeli. Un testo-chiave, che fornisce informazioni sulla tipologia delle scuole siro-orientali è il trentunesimo capitolo della Storia ecclesiastica di Barhadbeshabba ‘Arbaya, che scrive negli ultimi anni del VI secolo. In questo capitolo, l’autore narra le vicende biografiche di un pio monaco siriaco, Mar Narsai, e menziona i diversi tipi di scuola da lui frequentati: scuole di villaggio, scuole interne a monasteri e una grande scuola cittadina, quella di Edessa, matrice di quella nisibena. Si tratta di istituti tra loro indipendenti, che corrispondono a esigenze e pubblici diversi, pur se in parte tra loro correlati. Solo la terza è una scuola nel senso alto del termine, anche se solo a Nisibi evolverà fino a divenire un centro al tempo stesso di ricerca e didattica, dotato di un collegio, ovvero di proprie strutture atte a ospitare gli studenti e consentire loro una vita di studio e preghiera, disciplinata e severa. L’insegnamento al suo interno, poi, pur incentrato sulla lettura e sul commento delle Scritture, si articolerà sempre piú, prevedendo anche la lettura di libri di esegesi, oratoria, controversistica ed erudizione sacra e profana, anche al fine di venire incontro alle esigenze di formazione della classe dirigente locale, che, a partire dall’inizio del V secolo d.C. – a causa della progressiva crisi del sistema

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dell’insegnamento sofistico –, non disponeva piú di scuole adeguate. D’altra parte, le fonti danno testimonianza di percorsi di studi diversi da quello piú accentuatamente segnato dal confronto con i modelli di organizzazione del sapere prodotti in area greca. È il caso, per esempio, della scuola di Simeone di Kashkar, che non è certo riconducibile a una scuola di villaggio, ma che non è neppure collocabile tra le scuole ellenizzanti come quella edessena e poi nisibena.

Sapere cristiano, sapere profano Una questione fondamentale riguarda il rapporto che intercorre tra scuole ecclesiastiche e teologiche – come quelle di Nisibi, Seleucia-Ctesifonte, Gundishapur, ecc. – e la formazione intellettuale delle élite laiche dell’impero persiano e la vita culturale delle sue città. Nella Siria bizantina, ancora nel V secolo d.C., era in funzione il doppio circuito sacro e profano delle scuole. Personaggi come Giovanni bar Aphtonia o Giovanni di Tella hanno ricevuto un’educazione «mondana», che, accolta o rifiutata, sembra precedere e restare indipendente dall’educazione cristiana e monastica, che essi assimilano forse in ambienti diversi e in momenti prevalentemente successivi. Tuttavia, a Edessa, già con l’arrivo di Efrem e poi soprattutto con Rabbula, si erano venuti organizzando una cultura e un insegnamento siriaci, che si orientavano sempre piú insistentemente sui testi dei grandi teologi ed esegeti di lingua greca, i cui scritti erano allora oggetto di sistematica traduzione e integrazione nelle tradizioni locali. A partire dal VI secolo si avviò anche il processo di traduzioni aristoteliche, sia all’interno di un programma di diffusione degli scritti galenici in lingua siriaca, nella convinzione che la logica di Aristotele fosse uno strumento fondamentale per un’organizzazione efficace del sapere fisico, sia con l’obiettivo di fornire nuovi strumenti nelle controversie cristologiche. Sempre nel VI secolo, a Nisibi emerge una scuola medica di matrice ellenistico-romana, i

Nella pagina accanto Ritratto di sant’Efrem il Siro, olio su tela di Giuseppe Franchi. XVII sec. Milano, Veneranda Biblioteca Ambrosiana. Nato a di Nisibi nel 306 (o 307), Efrem venne battezzato a 18 anni dal vescovo Giacobbe, che alcuni anni dopo gli affidò la direzione della locale scuola catechetica. Nel 363, quando la città cadde in mano ai Persiani si trasferì a Edessa, dove diresse la scuola teologica e condusse vita monastica.


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SAMARCANDA E BUKHARA

un nome enigmatico

P

uò sembrare paradossale, ma il significato del nome di una delle città piú affascinanti dell’Oriente non è ancora ben chiaro. Secondo alcuni studiosi, esso deriverebbe dall’avestico «Zmar-kanta», «Nascosta nel sottosuolo»; secondo altri, dal sogdiano «Smara-kanta», «Città di pietra». Nell’XI secolo, al-Biruni, un celebre dotto musulmano pensava che il nome avesse origine dal turkic «Semizkand», cioè «Città grassa». Secondo la tradizione araba, che era solita costruire genealogie immaginarie, Samarcanda sarebbe stata cosí chiamata dal nome del suo leggendario fondatore, il re yemenita Samar ibn Afrikish (o, secondo altri, l’altrettanto mitico khan turkic Samar).

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monumenti, di cui affidò la costruzione ad architetti, artisti e decoratori fatti giungere nella città da tutto il mondo islamico. Molti autori descrivono la città nell’epoca timuride, ma nessuno lo fa con la vividezza di Ruy González de Clavijo. Costui, membro di una nobile famiglia di Madrid, era ciambellano del re di Castiglia e León quando fu scelto da Enrico III per guidare una missione diplomatica a Samarcanda presso la corte di Tamerlano. Partito da Cadice nel 1403 tornò in patria nel 1406 e fino alla sua morte, nel 1412, continuò a ricoprire alte cariche sotto Enrico III e il suo successore Giovanni II. Il resoconto della sua missione, scritto al ritorno in Spagna, è un documento storico di notevole importanza e, per il lettore moderno, una straordinaria avventura di viaggio. Lungo un percorso di oltre 20 000 km, tra andata e ritorno, per mare e per terra, vengono descritti con ricchezza di particolari ambienti, personaggi e fatti dei luoghi toccati nelle varie tappe. Nella tratta mediterranea il lettore viene inizialmente


portato da Cadice – dove Clavijo s’imbarca il 21 maggio 1403 – alla costa italiana, attraverso le Baleari, le Bocche di Bonifacio, Ponza. Dopo uno scalo a Gaeta, il percorso si dirige, passando per Ischia e Capri, verso le isole Eolie – con la descrizione dell’eruzione dello Stromboli – e Messina. Da qui prosegue per il Peloponneso, Rodi, Chio, Costantinopoli e, dopo una sosta di tre mesi nella capitale bizantina per svernare, Trebisonda sul Mar Nero. Da Trebisonda inizia la marcia via terra, lungo la Via della Seta. Clavijo costeggia il monte Ararat, attraversa l’Armenia e la Persia, toccando Soltaniye, Teheran, Nishapur, valica i deserti del Turkmenistan meridionale, e infine, l’8 settembre 1404, a un anno e mezzo dalla partenza, arriva a Samarcanda, da cui, dopo una sosta di due mesi e mezzo, inizia il viaggio di ritorno. In un mondo in conflitto e denso di pericoli, il lettore rimane sorpreso dall’intensità dei traffici commerciali, dalla natura e dalla qualità dei prodotti scambiati per migliaia di chilometri, dalla presenza dei mercantili

Una panoramica della piazza del Registan e della facciata della madrasa (scuola coranica) di Tilya Kori (XVII sec.); a sinistra e a destra si distinguono le estremità, rispettivamente, della madrasa di Ulug Beg (XV sec.) e della madrasa di Sher-Dor (XVII sec.).

genovesi e veneziani nei porti piú lontani del Mar Nero, dalle carovane di centinaia di cammelli sulla Via della Seta che collegavano l’Occidente alla Cina, scambiando non solo merci, ma anche idee, culture, lingue. In questo quadro spicca la figura del «grande signore Timur Beg», Tamerlano. Conquistatore spietato e crudele, creatore di un immenso impero nell’Asia centrale, ma nello stesso tempo grande mecenate, (segue a p. 113)

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