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Archeo Monografie n. 19, Giugno 2017

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My Way Media Srl - Poste Italiane Sped. in A.P. - D.L. 353/2003 conv. L. 46/2004, art. 1, c.1, LO/MI.

MONOGRAFIE

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Alla del

QUANDO L’UOMO ADDOMESTICÒ LA MATERIA L’invenzione del fuoco e della ceramica • Sale, seta e miele • I metalli: rame, ferro e piombo • La lana e il cuoio • Avorio, selce e bitume • L’olio e il vino • La palma, pianta perfetta •

di Massimo Vidale

€ 7,90 N°19 Giugno 2017 Rivista Bimestrale

ALLA CONQUISTA DEL MONDO

MONDO

IN EDICOLA IL 20 MAGGIO 2017

ARCHEO MONOGRAFIE

O A M O TUR U L’ NA O D LA N A NÒ U Q MI DO


CONQUISTA

Alla del

MONDO

quando l’uomo addomesticò la materia di Massimo Vidale

6. Presentazione

70. Olio

Homo ludens, faber, pestifer

Tesoro mediterraneo

14. Sale

80. Palma da dattero

I mille riflessi dell’oro bianco

La pianta «perfetta»

22. Tessitura

88. Lana

Lungo il filo della storia

Questioni di lana caprina

30. Rame e ferro

96. Cuoio

Il rosso e il nero

La seconda vita della pelle

38. Miele Alla conquista della dolcezza

104. Vino

46. Intonaco

E l’uomo scoprí l’ebbrezza

Il pallido volto del potere

54. Selce e pietre dure Trasparenze di pietra

62. Avorio e corno Fra arte e superstizione

114. Piombo Pallore mortale

122. Ambra e bitume Storie di resine e di giganti


Homo ludens, faber, pestifer I

mmaginate un ragazzino di 10 o 11 anni, di media statura, che, a New York, alzi lo sguardo alla volta delle nubi, cercando di vedere la vetta dell’Empire State Building, a 381 m di altezza: ebbene, il rapporto delle grandezze tra il ragazzo e il grattacielo è pressappoco quello che esiste tra i sette millenni e mezzo passati da quando i nostri antenati – in un enorme teatro continentale che si estendeva dall’Anatolia ai piedi delle montagne dell’Hindukush, tra Afghanistan e Pakistan – iniziarono a fondere il rame, e il tempo trascorso dall’inizio della «vita tecnica» di Homo, cioè dalla comparsa delle prime pietre scheggiate in Africa e dei corrispondenti segni di taglio sulle ossa degli animali scarnificati o macellati, circa 2,5 milioni di anni fa. Proseguendo nella similitudine, nel nostro grattacielo, dall’altezza del banco della reception alla sommità dell’edificio, si celerebbe un abisso temporale durante il quale Homo, almeno in apparenza, non avrebbe fatto altro che cercare

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Disegno ricostruttivo della fabbricazione di vasi in ceramica all’interno di una grotta. La scoperta delle potenzialità offerte dall’argilla fu tra quelle che maggiormente rivoluzionarono il modus vivendi delle piú antiche comunità umane e viene oggi collocata nel Paleolitico Superiore, ma la fabbricazione standardizzata di vasellame è invece ascrivibile al Neolitico.


radici e carne, e scheggiare – se fossero state disponibili nei pressi del proprio territorio – pietre silicatiche del gruppo del quarzo, per ricavarne margini di taglio. Lo scenario storico (perché di storia dobbiamo comunque parlare) sarebbe quindi quello di sparute bande di Ominidi, ancora coperti di pelame e incerti sul da farsi, che, per oltre 1 milione di anni, avrebbero ciondolato tra savane e sponde lacustri invocando la fortuna di imbattersi in un ippopotamo decomposto da contendere tra urla, fughe e sassate alle iene. In realtà, questo immaginario un po’ deprimente corrisponde a una nostra profonda e persistente ignoranza sulla vita degli Ominidi che si diffusero prima delle forme umane moderne. Un esempio? Nel 1948 l’archeologo statunitense Hallam Movius (1907-1987), un bel mattino prese un righello e tracciò su una carta geografica una linea obliqua che correva da nord-ovest a sud-est, lungo il margine settentrionale dell’India. Quella linea separava una

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Lungo il filo della

storia

La tessitura è una delle piú antiche «tecnologie avanzate» messe a punto dall’uomo. Un’attività che, al di là degli aspetti pratici, ebbe sempre implicazioni simboliche e religiose, dettate dal suo essere associata alla donna | ALLA CONQUISTA DEL MONDO | 22 |


L

Pali (Rajasthan, India). Dopo che sono state effettuate la tintura e la stampa dei motivi decorativi, una donna stende su rastrelliere di bambú i teli destinati alla fabbricazione del sari, il tipico costume indiano, impostosi come indumento nazionale almeno a partire dal X sec.

e piú antiche ceramiche a oggi note sono quelle che l’archeologo ceco Karel Absolon (1877-1960) scoprí, suo malgrado, nel sito paleolitico di Dolni Vestonice, in Moravia, non lontano da Brno. La frequentazione dell’insediamento risaliva a 25 000 anni fa circa e possiamo soltanto immaginare l’imbarazzo dello studioso quando dalla trincea dello scavo affiorò la famosa Venere in terracotta, con i suoi volumi astratti e le sue superfici levigate (e che rientra nel novero delle «Veneri» paleolitiche, statuette che ritraggono figure femminili con tratti somatici particolarmente accentuati, n.d.r.). Nessuno, infatti, aveva ancora ipotizzato l’invenzione della ceramica nel Paleolitico Superiore. E risultava piuttosto arduo sostenere che nelle remote pianure dell’Europa Centrale i cacciatori di quella fase della preistoria avessero inventato la ceramica, mentre non ve n’era traccia nelle splendide grotte dipinte dei Pirenei, frequentate dall’uomo nel medesimo orizzonte cronologico. Absolon si trasse dall’impaccio affermando che la statuetta era stata cotta al sole, e che era stata fatta con loess impastato con grasso e ossa di mammut, una circostanza che le conferiva un’aura magica compatibile con le concezioni ufficiali dell’arte paleolitica (la vicenda ebbe peraltro un esito esemplare: gli scavi portarono in luce non soltanto migliaia di altri oggetti in terracotta, ma anche due fornaci; le analisi, condotte alcuni decenni piú tardi, dimostrarono che le ceramiche erano state cotte ad alte temperature e che di grasso e ossa, nella Venere, non v’era traccia alcuna). Ma che cosa c’entra tutto questo con la tessitura? Le ceramiche di Dolni Vestonice erano state fabbricate adottando la tecnica detta «delle masserelle», cioè preparando una serie di blocchetti di argilla e saldandoli l’uno all’altro, sino a creare statuette e contenitori. Si tratta di un processo che si svolge per addizioni graduali e che dà origine, anche grazie alla fase finale della cottura, al primo materiale del tutto artificiale della storia dell’umanità. La tessitura nasce grazie alla medesima logica

di addizione graduale: i peli degli animali, come le fibre strappate alle piante, vengono attorti e fissati gli uni sugli altri, quindi gradualmente interconnessi, secondo regole precise, a formare strutture e materiali non esistenti in natura, come gli intrecci e i tessuti. In questa luce, si sarebbe tentati di identificare due grandi ambiti nelle tecnologie del Paleolitico Superiore. Il primo comprende le attività che procedevano per estrazione e per riduzione, cioè prelevando dall’ambiente naturale le materie prime e frammentandole progressivamente. Tale ambito include, in primo luogo, la caccia e la scheggiatura della selce, attività che ricadrebbero nella sfera maschile. Un secondo ambito potrebbe invece includere attività femminili, quali la fabbricazione della ceramica e la tessitura, che avrebbero potuto procedere in senso esattamente contrario, cioè aggregando parti minori in strutture complesse, e nell’invenzione di materiali artificiali.

Interpretazioni rischiose Il rischio di queste interpretazioni è che esse si basano sui modelli di divisione del lavoro del mondo moderno; nessuno può escludere, in realtà, che esistessero cacciatrici abilissime, o che gli splendidi coltelli solutreani fossero stati fabbricati da donne (il Solutreano è una delle maggiori culture del Paleolitico Superiore, che prende nome dal sito di Solutré, nel dipartimento di Sâone-et-Loire, in Aquitania, n.d.r.) È certo, invece, che i piú antichi ornamenti, che dovevano essere affissi mediante fili (perline, alamari, bottoni), si datano a 30 000 anni fa circa; mentre le piú antiche raffigurazioni di copricapi e perizomi intrecciati, e forse di tessuti, si ritrovano proprio sulle statuette delle Veneri che, come quella di Dolni Vestonice, risalgono a 23 000 anni fa circa, quando fanno la comparsa anche i primi aghi in osso. Lavorazione delle pelli, cucitura, intreccio delle fibre, decorazione mediante affissione di perline e conchiglie: il panorama tecnologico della creazione degli abiti si è fatto, quasi di

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RAME E FERRO

L’ematite derivò il suo nome dalla credenza che potesse fluidificare il sangue

In alto chiodi e una catena in ferro di produzione gallo-romana. Châtillon-sur-Seine, Musée du Pays Châtillonnais. A sinistra figurina di guerriero in bronzo e oro, da Biblo (Libano). II-I mill. a.C. Parigi, Museo del Louvre. Nella pagina accanto Timma, Deserto del Negev (Israele). I cosiddetti «Pilastri di Salomone», presso le omonime miniere di rame.

costantemente esibita e riaffermata nel corso dei momenti cruciali della vita di ognuno. Questo mondo, molto complesso e allo stesso tempo ingenuo, venne improvvisamente incrinato dalla scoperta delle potenzialità di un metallo meno versatile e certo molto piú brutto, ma estremamente piú comune. Il ferro è uno degli elementi piú comuni del nostro pianeta e, di conseguenza, è presente in molte forme diverse. Gli antichi lo conoscevano da età immemorabili sotto forma di ossido: minerali di consistenza terrosa come limonite e goethite erano stati raccolti, scaldati, macinati e mescolati a liquidi per ricavare pigmenti rossi e gialli sin dal Paleolitico, e, certamente, ai cacciatori della preistoria non erano sfuggite le proprietà magiche della nera magnetite. L’ematite, cosí chiamata perché gli antichi credevano che potesse fluidificare il sangue, si trovava in forma di noduli compatti di colore nero o grigio, dall’attraente lucentezza metallica; era stata usata in Egitto per fabbricare perline già 6000 anni fa.

Il metallo venuto dal cielo In alcune regioni dell’Europa settentrionale, nei fondi delle paludi, processi naturali di deposizione selezionavano spessi accumuli di sabbie ferrose (il bog iron, o «ferro di palude», sfruttato dagli abili fabbri scandinavi). Magico era anche il ferro puro che piombava dal cielo nel lucore dei meteoriti, giudicato particolarmente prezioso e trasformato in amuleti, ornamenti e piccoli strumenti per mezzo di faticose operazioni di martellatura. Ancora oggi, in italiano, parole derivate dal greco come «siderale» e «siderurgia» alludono all‘origine celeste del ferro (mentre il nome del principale solfuro di ferro, la pirite, ossia «pietra del fuoco», è dovuto alla credenza che la pietra bruciasse la mano di colui che la impugnava). I cercatori e i raffinatori del rame, a furia di cuocere solfuri misti di rame e ferro, come la


Nel segno del chiodo

P

artita da piccoli ornamenti e sviluppatasi negli ambiti degli armamenti e della loro esibizione simbolica, la rivoluzione del ferro avanzò con grande lentezza nella sfera della vita comune. Per secoli, infatti, la metallurgia rimase appannaggio delle classi piú elevate: in Italia si dovette attendere la maturazione dello Stato romano e l’unificazione politica della Penisola affinché il costo dei manufatti in ferro li ponesse alla portata della «classe media», dei settori agricoli e artigianali. Non è un caso che una delle direttrici di espansione piú intensamente perseguite da Roma sia stata quella di nord-est, che portò alla veloce fondazione di Aquileia, con deportazioni di massa dall’Italia centrale, già nel 181 a.C., e una seguente rapida espansione alla volta del Norico e della Pannonia. Qui, nel cuore dell’Europa, si trovavano quelli che

allora erano i piú importanti giacimenti di minerali ferrosi del continente. Il crollo dei costi del ferro fu reso possibile dall’accesso a queste miniere, dal miglioramento delle tecniche manifatturiere, dallo sviluppo e dalla manutenzione delle reti stradali e dalla generale sicurezza dei traffici. Chiunque abbia partecipato allo scavo di un abitato che abbia stratigrafie protostoriche coperte da livelli romani, sa che l’arrivo di Roma, piú che dalle ceramiche e dai mosaici, è segnalato dal rinvenimento, nei depositi, di umili chiodi arrugginiti. I Romani, infatti, furono grandi fabbricanti e utilizzatori di chiodi in ferro: prodotti in enormi quantità con tecniche semplici e ripetitive, essi agevolarono la carpenteria e, soprattutto, il lavoro nei grandi cantieri edilizi che, sulle ali degli interessi di Roma, iniziarono a fiorire in ogni angolo d’Italia.

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Giochi di perle di

pietra

La scheggiatura della selce, sperimentata dagli uomini della preistoria, segna il primo passo nel fondamentale e mai interrotto «rapporto di lavoro» con una materia prima fra le piú comuni e facilmente reperibili. «Sassi» che, tagliati e perforati, potevano trasformarsi in monili scintillanti | ALLA CONQUISTA DEL MONDO | 54 |


S

Gemme di diversa natura, rinvenute in un ambiente della residenza imperiale degli Horti Lamiani a Roma, che impreziosivano un manufatto decorativo in lamine sbalzate. Roma, Musei Capitolini, Centrale Montemartini. Vi sono ametiste, lapislazzuli, cristalli di rocca, agate, zaffiri, quarzi che provenivano dall’Estremo Oriente.

iamo nel tempo che chiamiamo Paleolitico Superiore, in un luogo oggi chiamato Étiolles, situato in un lembo dell’Europa occidentale che 18 000 anni piú tardi sarebbe appartenuto alla Francia (il sito si trova oggi 27 km a sud-est di Parigi). Si tratta di una vasta stazione di lavorazione della selce, dove, insieme alle loro famiglie, alcuni cacciatori di cavalli, cervi e renne maddaleniani (il Maddaleniano è una cultura del Paleolitico Superiore, attestata fra il 18 000 e il 12 000 a.C., che prende nome dal sito francese de La Madeleine, in Dordogna, n.d.r.) si recano – stagionalmente – per scheggiare la pietra e ricavarne nuclei, lame e altri strumenti per tagliare e perforare. Sono famiglie che da sempre hanno coltivato, in questa attività, un’abilità manuale superiore a quella dei comuni cacciatori. Vediamo un virtuoso della scheggiatura che, con la tecnica detta «a pressione» (spingendo con il diaframma un grande punzone in avorio sulla superficie di un nucleo preparato), si diverte a staccare lame di forma eccezionalmente regolare, lunghe piú di 50 cm, cosí lunghe da avere scarse possibilità di uso pratico; piú in là, su un cumulo di selce di scarso valore, ricca di impurità calcaree e difficilmente lavorabile, si cimentano i bambini, veri e propri apprendisti, intenti a esercitarsi in questa difficile arte. In molti si tagliano, e a terra cadono schegge macchiate di rosso; i segni dell’accanimento con cui i meno esperti hanno cercato di staccare schegge e lame da blocchi difettosi: saranno per gli archeologi di oggi la testimonianza di quella che è forse la piú antica, e probabilmente dolorosa e difficile, «scuola tecnica» del mondo. Scheggiare la pietra in modo efficiente e creativo richiede una particolare forma di intelligenza, percettività e sensibilità manuale, che non tutti gli individui della nostra specie possiedono. Se il quadro delineato dalle scoperte di Étiolles si riferisce alle fasi centrali del Paleolitico Superiore, individui particolarmente dotati nella scheggiatura e capaci di sfruttare la propria abilità per ricavarne vantaggi devono essersi distinti già a partire da

tempi ben piú remoti. I primi «artigiani specializzati» nella lavorazione di quarzite e selce furono senza dubbio creature capaci di parlare e di creare manufatti complessi, ma erano certamente molto diversi, almeno nelle fattezze, dall’uomo attuale.

Dall’amigdala al computer Il silicio, combinato con elementi, costituisce, in peso, quasi un terzo dell’intera crosta terrestre. Non sorprende quindi che questo elemento, nelle sue innumerevoli e spesso sorprendenti modificazioni, abbia accompagnato e costantemente condizionato l’evoluzione tecnica dell’uomo, in una traiettoria ininterrotta che si estende dalle prime asce a mano o amigdale (denominazione attribuita a strumenti bifacciali di forma allungata, dal greco amigdale e poi dal latino amygdala, cioè «mandorla», n.d.r.) del Paleolitico Inferiore, all’invenzione delle sostanze vetrose e a quella dei microchip delle industrie informatiche. Le forme piú frequenti in cui si presenta il silicio sono i silicati (una vastissima famiglia di minerali che compongono gran parte delle rocce piú comuni) e gli ossidi, che rientrano tutti nel grande gruppo del quarzo. Il quarzo ha caratteristici cristalli, formati da un prisma mediano e da due romboedri appuntiti alle estremità; ma la forma, le dimensioni e il modo di aggregarsi dei cristalli sono talmente variabili che le rocce del gruppo del quarzo sono a loro volta tanto diverse ed eterogenee, da rendere intricate le classificazioni dei geologi, alle quali si sovrappongono, per somma confusione, quelle ben piú variabili e incerte fatte da artigiani e mercanti di pietre dure. Per chi ama le classificazioni, il quarzo può essere macrocristallino (cioè formato da cristalli di grandi dimensioni), e comprendere varietà incolori (cristallo di rocca), violacee (ametista), gialle (quarzo citrino), brune (quarzo affumicato); oppure microcristallino. A quest’ultima suddivisione appartengono varietà traslucide con finissime strutture granulari opache, come la selce e il diaspro, nelle loro molteplici varietà cromatiche, varietà

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La pianta

«perfetta» Originaria, come specie domestica, delle sponde del Golfo Persico e delle valli del Baluchistan, la palma da dattero permise lo sviluppo delle società umane nelle oasi dei deserti, e ne promosse l’economia con molti, e spesso sorprendenti, «prodotti derivati» | ALLA CONQUISTA DEL MONDO | 80 |


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el Sud della Penisola Indiana, milioni di persone parlano ancora oggi lingue dravidiche (non indoeuropee): le principali sono il tamil (Tamil Nadu e Sri Lanka), il telegu (Andhra Pradesh) e il malayam (Kerala). E proprio due parole proto-dravidiche cintu e íntu, secondo alcuni linguisti, avrebbero dato il nome all’intero Paese. Il termine India, infatti, viene dal persiano hind e dal sanscrito sindhu (l’Indo e l’attuale terra del Sindh, nel Pakistan meridionale, bagnata dallo stesso fiume).

Che cosa significavano le due parole preistoriche cintu e íntu? «Palma» e «dattero». Secondo alcuni studiosi, quindi, l’India sarebbe stata da tempo immemorabile «la terra dei datteri»; e il piccolo e dolce frutto avrebbe dato il nome a una delle piú diffuse, intricate e sorprendenti religioni del mondo. Tuttavia, basta una breve ricerca per rendersi conto di quanto poco si sappia sulle origini della palma da dattero o Phoenix dactylifera (il nome latino ha origini poco chiare: la tradizione antica lo spiegava associando la pianta a uccelli mitici o divini, oppure al popolo dei Fenici, che ne avrebbe propagato la coltivazione). Le regioni o i Paesi che oggi sembrano contendersene la «primogenitura» includono, oltre all’India, la Penisola Arabica e l’Oman, le sponde del Golfo Persico, l’insieme formato da Egitto e lraq, la Siria, Israele, diversi Paesi e regioni del deserto nord-africano, il Senegal e perfino la Spagna. Al di là delle pretese nazionalistiche, possiamo basarci sui dati parziali, ma oggettivi, dei rinvenimenti archeologici.

Le testimonianze piú antiche L’uomo deve avere avuto dimestichezza con le piú importanti proprietà alimentari delle piante della famiglia della palma da tempi molto remoti. Per esempio, alcune popolazioni aborigene dell’Australia, tra le pochissime comunità di raccoglitori e cacciatori ancora viventi, sfruttano la palma selvatica chiamata Livistona sp. per raccoglierne i frutti, arrostirne le noci e mangiarne il contenuto. Per quanto ne so, i piú antichi noccioli di dattero rinvenuti in un sito archeologico si datano al V millennio a.C. e vengono dall’insediamento di Mehrgarh, nelle pianure di Kacchi (Pakistan), estremo lembo settentrionale della valle dell’Indo che si incunea nel cuore montuoso del Baluchistan settentrionale. Potrebbe trattarsi di datteri A sinistra palme da dattero e un ostrakon sul quale è dipinta una scenetta raffigurante scimmie che staccano datteri dalle palme, da Deir el-Medina. XIX-XX dinastia, 1295-1069 a.C. Parigi, Museo del Louvre.

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VINO

dai sigilli dei faraoni. Il simbolo della vite fu subito adottato nelle versioni piú antiche della scrittura geroglifica; i segni sembrano testimoniare sin dagli inizi l’uso di far alzare le viti su pergole di sostegni verticali, forse per irrigarle artificialmente, e sembrano alludere a torchi usati per la spremitura, e forse alla presenza di giardini murati: come se la viticoltura fosse stata improvvisamente dotata in uno stadio di sviluppo già avanzato. Nella tomba del «re Scorpione» scavata ad Abido (3150 a.C. circa) 700 giare, disposte in origine in obliquo, avevano contenuto in gran parte vino resinato (in totale 4500 litri), simile a quello trovato nei siti dell’Iran. Le analisi delle ceramiche rivelarono che le «bottiglie di vino» erano state prodotte nella regione palestinese e importate in Egitto, ma tappate sul luogo della sepoltura o comunque in Egitto. Nelle epoche successive, dalla II dinastia in poi, il grande senso pratico degli Egiziani suggerí loro di sospendere la distruzione rituale di enormi quantità di offerte nelle sepolture regali, e piuttosto di raffigurarle in immagine. Lo si fece dapprima su stele in pietra, poi nei famosi rilievi e nelle pitture delle camere funerarie dei burocrati statali, e ancora in innumerevoli modellini in legno dipinto.

I maestri di spremitura Nelle pitture della IV dinastia, sono cosí illustrati l’uva matura (sempre blu), il taglio dei grappoli con una lama, il trasporto in cesti fino ai tini, dove i contadini salgono in piedi, sostenuti da un compagno. Intorno, i «maestri di spremitura» dirigono l’operazione con una bacchetta. Nelle scene piú antiche, spiega McGovern, non si vede il mosto colare fuori (questo avviene solo nelle immagini della seconda metà del II millennio a.C., come poi avverrà nelle scene dipinte sulla ceramica greca); si presume quindi che il vino piú antico fosse il rosso che si ottiene lasciando la polpa a contatto con bucce, semi e tralci.

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Le nuove frontiere della ricerca

G

li archeologi erano soliti venerare la ceramica come indicatore di cronologie e stili. Oggi, estremamente preziosa si è rivelata la capacità della ceramica di assorbire vari tipi di sostanze organiche nei propri pori e, in determinate condizioni, di preservare tali residui per periodi lunghissimi. Basta sfogliare le ultime decadi di una rivista specializzata per vedere come le ricerche di chimica organica e molecolare in archeologia siano in costante incremento; esse rappresentano una delle piú importanti frontiere archeologiche del futuro. I primi analisti all’opera su residui organici nelle ceramiche usavano il microscopio per riconoscere visivamente resti di piante, semi e altre sostanze. Molto è affidato a due campi di grande applicabilità pratica, la gas-cromatografia e la gas-cromatografia con spettrometria di massa. La gas-cromatografia è una grande famiglia di metodi analitici che osservano il comportamento dinamico delle molecole del materiale prelevato a contatto con due diverse fasi, una stazionaria (un solido o un liquido assorbito in un solido) e una mobile (un gas o un liquido che scorre a contatto con la prima). Le molecole della sostanza analizzata, a seconda del peso molecolare, della composizione ionica e di altre caratteristiche, sono immesse nella fase mobile e passano continuamente da una fase all’altra con tempi noti, il che consente l’identificazione dei composti. La spettrometria di massa identifica invece la natura delle molecole scindendole con speciali processi di ionizzazione (alterando quindi l’equilibrio dei singoli atomi) e separando i diversi ioni di massa diversa. I risultati dell’analisi sono uno spettro fatto di righe o picchi, piú o meno visibili a seconda dell’abbondanza degli ioni presenti. La tecnica identifica molecole di natura complessa, come quelle, appunto, che formano i comuni composti organici, e consente misurazioni di altissima sensibilità. Grande anfora da vino, da Abydos, Egitto. 1500-1070 a.C. Parigi, Museo del Louvre.

La pasta era poi torchiata mettendola in un sacco teso tra due pali e torcendolo. Seguono infine scene che illustrano il travaso del vino con brocche entro le giare dei magazzini. La vinificazione sembra a volte essere illustrata puntualmente, fase per fase, con un dettaglio ben maggiore di altre attività, forse in


birra d’orzo (secondo un mito greco, proprio per questo motivo Dioniso era dovuto fuggire dalla piana del Tigri e dell’Eufrate). Nel mito di Gilgamesh, la vite è trasfigurata in una pianta soprannaturale, con chicchi simili alla rossa cornalina e al blu lapislazzuli. Ideogrammi per «vigneto» e «vino» compaiono comunque già nelle tavolette piú antiche e non mancano testi, per quanto scarni, che, per il III millennio a.C., ci informano dell’importazione di vino dall’Elam (valli degli Zagros meridionali) e che vigneti erano custoditi in diverse città di pianura.

Problemi di lettura

conseguenza di un forte interesse regale per l’industria del vino. Anche nel periodo «oscuro» della penetrazione in Egitto degli asiatici Hyksos (1670-1550 a.C. circa) la produzione e l’importazione di vino continuarono in massa (si è calcolato che solo ad Avaris, capitale degli Hyksos, siano sepolti circa 2 milioni di orcioli di vino importati dalla Palestina meridionale). Questo la dice lunga sulla profondità della penetrazione del vino e dell’enologia lungo le sponde del Nilo. Ben presto troveremo la rossa bevanda, associata simbolicamente al sangue, in innumerevoli espressioni religiose e rituali. La piú importante legava il vino alla morte e alla resurrezione di Osiride, con valenze non troppo lontane dai sistemi simbolici che la fede cristiana avrebbe poi sviluppato. In Mesopotamia, tradizionalmente, si beveva invece

In alto placchetta in avorio con una fanciulla tra pampini e fiori di loto, dall’Egitto. 1353-1337 a.C. Parigi, Museo del Louvre.

Ci sono molti problemi di lettura: per esempio, un ideogramma letto come «vite» + «sole» per alcuni significa «vino bianco», mentre per altri si tratterebbe di «uva passa». Il vino divenne un ingrediente importante della cura e dell’alimentazione simboliche delle divinità che abitavano nei templi, ma era servito anche in taverne comuni; il codice di Hammurabi (1790 a.C.) prescrive il rogo per le sacerdotesse sorprese a bere in una bettola. Anche qui troviamo due divinità, Dumuzi (dio della primavera) e Geshtinanna (forse «vite frondosa») scendere nell’oltretomba e risalirne per perpetuare i cicli della fertilità universale. Compaiono qui anche scene di banchetto, occasioni riservate ai sovrani, ma che, comunque, prefigurano il consumo collettivo del vino come momento di unione e coagulo delle sfere superiori della società. Nel I millennio a.C., infatti, il vino e la cultura

Le anfore e il vino

C

hi è venuta prima, l’anfora o la produzione del vino? È un quesito che appassiona gli archeologi ed è alimentato dalle scoperte piú recenti. Qui si vedono una brocca e un’anfora da vino da Deir el-Medina. XVIII dinastia. Torino, Museo Egizio.

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