LA MONETA ANTICA
ARTE • PROPAGANDA • RELIGIONE
di Francesca Ceci
Timeline Publishing srl - POSTE ITALIANE S.P.A. – SPEDIZIONE IN ABBONAMENTO POSTALE – AUT. N° 0702 PERIODICO ROC
L’ALTRA FACCIA DELLA MEDAGLIA
N°62 Agosto/Settembre 2024 Rivista Bimestrale
AN L’ TI ART CH E E M DE O LLE NE TE
ARCHEO MONOGRAFIE
MONOGRAFIE IN EDICOLA IL 16 AGOSTO 2024
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L’ALTRA FACCIA DELLA MEDAGLIA
L’ALTRA FACCIA DELLA MEDAGLIA LA MONETA ANTICA
ARTE • PROPAGANDA • RELIGIONE di Francesca Ceci
Come antiche cartoline
6. INTRODUZIONE
74. COME SCAVARE UN RIPOSTIGLIO
18. UNA QUESTIONE D’IMMAGINE
78. STRENNE DI CAPODANNO
18. Il doppio volto della propaganda 22. Gli sguardi dell’impero 26. L’altra metà del potere 30. Quando i ritratti vengono al pettine
34. ISTANTANEE DA ROMA 34. Splendori capitolini 38. Monumenti e monetazione
82. TESTA O CROCE? 86. COME SI REALIZZA UNA MONETA 86. Dalla miniera alla zecca 90. Una «familia» molto numerosa 94. Tra l’incudine e il martello
42. A SPRON BATTUTO
98. UNA LUPA DAVVERO SPECIALE
46. DIVINITÀ E PERSONIFICAZIONI
102. UNA MONETAZIONE MITICA
46. Raffigurare gli dèi 50. Il pantheon in un tondello
102. Il pio Enea 106. Maialini e amori divini
54. TRA PAGANESIMO E CRISTIANESIMO
110. LE SABINE, LA MISTERIOSA TARPEA E LE ORIGINI DI ROMA
54. Un solo dio per il padrone del mondo 58. La croce e la vittoria
62. DA DOVE VENGONO TUTTI QUESTI SOLDI? 66. IL CONTO DI DIONISO 70. RIPOSTIGLI E TESORI
114. QUASI UN’ANTOLOGIA 118. ANIMALI DA TERRE LONTANE 122. MOSTRI E GIGANTI 126. UMANO, TROPPO UMANO...
STORIE DI MONETE
DA DOVE VENGONO TUTTI QUESTI SOLDI? LA GRANDE QUANTITÀ DI MONETE ROMANE PERVENUTECI RAPPRESENTA SOLTANTO UN RESIDUO DELL’EFFETTIVA MOLE DI EMISSIONI ANTICHE. EPPURE PERMETTE DI AVANZARE IPOTESI VEROSIMILI SU COME E PERCHÉ ESSE USCIRONO DALLA CIRCOLAZIONE DELLA LORO EPOCA PER DIVENIRE PARTE DI UN CONTESTO ARCHEOLOGICO
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e centinaia di migliaia di monete romane giunte sino ai giorni nostri e ritrovate sia negli scavi, sia in maniera fortuita costituiscono soltanto una minima parte della reale quantità di denaro che circolava nell’antichità; le stesse scoperte sono a loro volta condizionate dalla casualità delle sopravvivenze e dei reperimenti. Tuttavia, tale materiale costituisce, per alcuni periodi storici, l’unica fonte che permette di ricostruire, seppur in maniera parziale, alcuni aspetti determinanti dei meccanismi che regolavano l’economia antica, sia nell’ ambito urbano, sia in quello regionale. Le fonti letterarie, infatti, sono relativamente scarne sull’argomento, e il moderno dibattito sull’utilizzo effettivo della moneta come mezzo di scambio corrente da parte delle popolazioni
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In alto monete romane rinvenute nel Tevere. A sinistra salvadanaio in terracotta di età imperiale. Ptuj (Slovenia), Museo Archeologico.
dell’impero non è ancora giunto a conclusioni univoche e definitive. È evidente, quindi, come la conoscenza dei luoghi di rinvenimento dei materiali numismatici possa contribuire significativamente alla soluzione del problema, contestualizzando le scoperte nell’ambito dei luoghi d’origine e delle relazioni sociali che vi si svolgevano. L’ingente numero di monete perdute (e da noi trovate), per esempio in un mercato, lungo una strada o negli edifici soggetti a un grande afflusso di pubblico – come terme, teatri, circhi – e anche nei condotti fognari, attesta un uso del denaro assai diffuso in tutte le classi sociali. Tale impiego poteva poi anche convivere con forme residue di baratto tra merci di valore equivalente. Molto spesso i ritrovamenti consistono in monete correnti di piccolo taglio e valore limitato, corrispondenti alla quantità di
contante portata con sé quotidianamente dalle persone e formata generalmente da pezzi in bronzo: quadranti, assi, dupondi e sesterzi nella piena età imperiale, frazioni bronzee in età tardo-antica. La preponderante presenza di nominali di scarso valore è chiaro indice di un contesto sociale che fa uso consolidato e generale dello scambio monetario anche negli acquisti quotidiani. È evidente poi come le frazioni bronzee, una volta perse, venissero ricercate con minore attenzione rispetto ai pezzi di valore piú rilevante: azzardando un paragone con l’età contemporanea, è piú facile ritrovare a terra centesimi, piuttosto che esemplari da uno o due euro. Tali materiali consentono di rilevare, approssimativamente, quali erano le monete piú usate in determinati luoghi e ambiti cronologici; il confronto tra piú esemplari accomunati da simili provenienze contribuisce alla ricostruzione dei contesti di microeconomia quotidiana, scarsamente testimoniati dalle fonti letterarie. La quantità e la qualità delle monete provenienti invece da una casa privata o una villa può differenziarsi anche sensibilmente dall’esempio precedente; in questo caso è possibile trovare singole monete andate perdute, ripostigli che spesso fungevano da cassa privata, o ancora veri e propri salvadanai in terracotta e tesori nascosti in momenti critici, quali invasioni o eventi bellici.
Osti e banchieri a Pompei La conferma del generale impiego del denaro nelle compravendite effettuate dal popolo ci giunge anche dai graffiti iscritti sulle pareti degli edifici di Pompei. L’iscrizione su un muro ricorda la taverna di una locandiera di nome Hedone, che cosí pubblicizzava i suoi vini, adatti a ogni tipo di palato e di tasca: «Con un asse qui puoi bere; se ne paghi due, berrai del vino migliore; se poi ne pagherai quattro avrai del Falerno» (CIL, IV, 1679). Un’altra testimonianza proveniente da una casa privata attesta un momento di economia domestica: su una parete furono annotati nove giorni di conti quotidiani relativi al sostentamento di una
Affresco da Pompei, raffigurante la bottega di un fornaio. I sec. d.C. Napoli, Museo Archeologico Nazionale. La città vesuviana è una miniera di informazioni anche per ciò che riguarda la circolazione delle monete e il commercio della popolazione comune; anche le iscrizioni sui muri della città forniscono elementi importanti sui prezzi e sui conti familiari.
famiglia con alcuni schiavi, spesa corrispondente a poco meno di sei sesterzi giornalieri (CIL, IV, 5380). Ancora a Pompei sono state scoperte 154 tavolette cerate archiviate nella casa dell’argentarius, una sorta di moderno banchiere, Lucio Cecilio Giocondo, che registrano diligentemente pagamenti di media entità che il banchiere anticipò ai compratori in alcune vendite all’asta di terre, bestiame e schiavi. Accanto a queste ricevute vi erano anche quietanze di affitto ed esazioni di tasse dovute all’amministrazione della città. Come è facile dedurre, l’insieme di queste certificazioni rispecchia ancora una volta la complessità e la diffusione delle transazioni commerciali nella società romana. Ma quali sono le modalità di trasmissione attraverso cui il denaro è uscito dalla circolazione antica per pervenire sino a noi? I fattori antichi che portarono le monete a
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STORIE DI MONETE
COME SCAVARE UN RIPOSTIGLIO IL RITROVAMENTO DI UN CONTENITORE RIPIENO DI MONETE IN UN CONTESTO ARCHEOLOGICO RAPPRESENTA SOLTANTO L’INIZIO DI UN PROCESSO DI MICROSCAVO CHE SI SVOLGE NEL LABORATORIO DI RESTAURO
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a moderna ricerca storico-archeologica considera la moneta proveniente da scavi, dalla piccola frazione tardo-antica sino agli esemplari d’oro, alla stregua di ogni altro rinvenimento, quale parte del contesto stratigrafico di provenienza e in rapporto con il materiale di diverse classi a cui è associata. Le particolari caratteristiche del nominale antico – il lungo utilizzo, la possibilità di essere tesaurizzato, di circolare in estesi ambiti geografici e cronologici e addirittura di mutare funzione divenendo un gioiello o un amuleto – richiedono poi specifiche cautele metodologiche e lo studio da parte di un numismatico-archeologo. Non è infatti raro che una moneta trovata in uno scavo venga
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Affresco dai Praedia di Giulia Felice, a Pompei. I sec. d.C. Napoli, Museo Archeologico Nazionale. Sul ripiano piú alto sono allineati, da sinistra, un gruzzolo di monete d’argento, una borsa di tela contenente del denaro e un secondo gruzzolo di monete d’oro; sul ripiano piú basso, strumenti per la scrittura.
superficialmente considerata come fondamentale elemento di datazione: ma essa, prescindendo dal suo valore intrinseco, data solamente se stessa, mentre acquista ulteriori valenze nel momento in cui diviene parte di un ambito archeologico e cronologico complesso. Quando viene scoperto un ripostiglio o un tesoretto monetale racchiuso entro un contenitore – sia esso di ceramica, metallo o, nei casi in cui l’ambiente nel quale fu deposto ne abbia consentito la conservazione, di materia deperibile (legno, stoffa, fibra vegetale) –, occorre applicare apposite metodologie, che preservino il piú possibile il ritrovamento. Per esempio, una cassettina di legno o una borsa di pelle fortunatamente mantenutesi,
devono essere prelevate da un restauratore presente sullo scavo, che operi seguendo tecniche finalizzate alla massima salvaguardia del reperto. Anche nel caso in cui si tratti di un vaso ceramico o metallico intero ma fratturato, l’intervento del restauratore sul campo ne garantisce l’integrità, cosí come quella del suo contenuto.
LE MILLE MONETE DI NEFTENBACH
Scavo in laboratorio Una volta giunti in laboratorio, per il contenitore e le monete al suo interno inizia una nuova fase di scavo, o meglio di microscavo. Infatti nella rimozione dei singoli pezzi è bene operare, laddove sia possibile, secondo la stessa metodologia stratigrafica adottata sul campo e non vuotando semplicemente il recipiente. Le informazioni che un tale procedimento può fornire sono potenzialmente molteplici e permettono di rilevare eventuali criteri di suddivisione adottati dagli antichi proprietari quando collocarono il proprio bene nel vaso. Anche oggi, infatti, chi ripone denaro può inserirlo alla rinfusa, per esempio entro un salvadanaio, oppure disporlo in un qualsiasi tipo di recipiente e impilarlo secondo il valore, il diametro, l’immagine che riporta o l’anno di emissione, o, ancora, creare gruppi che raggiungano ognuno una determinata cifra. Va poi considerata anche la possibilità di ritrovare, insieme alle monete, altri oggetti, a volte preziosi. Lo scavo stratigrafico delle monete, che prevede il loro posizionamento all’interno del contenitore e documenta i rapporti tra i singoli pezzi, permette quindi di verificare la (eventuale) successione con cui essi sono stati depositati. Tale procedimento, lungo e delicato, potrebbe a prima vista sembrare fin troppo impegnativo rispetto ai risultati ottenibili, ma pure il determinare come
Disegni del ripostiglio di Neftenbach (Cantone di Zurigo, Svizzera). A sinistra, sezione con la ricostruzione del vaso in bronzo, del suo contenuto e della posizione di occultamento; a destra, riproduzione grafica dello strato superficiale delle monete con evidenziati quattro rotoli. Si tratta, in tutto, di 1243 denari e antoniniani del III sec. d.C. In basso il tesoro monetale ritrovato durante gli scavi condotti dall’École Française di Roma nell’insediamento etrusco di Musarna (nei pressi di Viterbo), composto da 994 denari d’argento databili tra il III sec. a.C. e il 67/64 a.C. L’olla di terracotta, ricoperta con il fondo di un altro vaso, era stata nascosta nel pavimento di una bottega del mercato urbano.
potevano essere – o non essere – disposte le monete da conservare, aggiunge un ulteriore tassello alla ricostruzione della vita e del pensiero dell’epoca antica.
Pilette monetali Anche le fonti letterarie e iconografiche confermano diverse modalità adottate per facilitare il conteggio e la conservazione in deposito del denaro: le monete potevano essere suddivise in cestini, riposte entro sacchetti di stoffa o pelle dopo essere state avvolte in rotolini di di materiale vario quale fibre, pelle e tessuto; a loro volta i sacchetti, solitamente contenenti
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STORIE DI MONETE
del VI secolo a.C., la introdusse nella propria economia. Subito adottato dalla Grecia intorno al 580 a.C., il sistema fondato sullo scambio monetale si diffuse in tutto l’Occidente sino a Roma, che tuttavia lo fece proprio solo intorno alla seconda metà del IV secolo a.C. La realizzazione di quel piccolo tondello di metallo, piú o meno prezioso, contraddistinto sulle due facce da un’impronta riconosciuta dall’autorità statale che la emette e ne garantisce la valenza quale mezzo di scambio, ha alle spalle un percorso lunghissimo, che prevedeva la collaborazione di molteplici e ben distinte professionalità.
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Come una condanna a morte
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COME SI REALIZZA UNA MONETA/1
DALLA MINIERA ALLA ZECCA LA MONETA È L’ESITO FINALE DI UN LUNGO PERCORSO, FATTO DI TECNOLOGIE, SCHIAVI, ARTIGIANI E INCISORI. UNA CATENA OPERATIVA A PIÚ MANI, DUNQUE, DA CUI NASCE IL MEZZO DI SCAMBIO PIÚ DIFFUSO NEL MONDO ANTICO E MODERNO
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e fonti letterarie e i ritrovamenti archeologici concordano nell’attribuire l’invenzione della moneta all’intraprendenza dei Lidi, popolazione dell’Asia Minore che, tra la fine del VII e l’inizio Ricostruzione grafica della fabbricazione di tondelli: 1. fusione del metallo; 2. il metallo fuso viene versato nello stampo; 3. stacco dei tondelli con una tenaglia dopo il raffreddamento (disegni di Inventario s.r.l. /L. Cesari, D. Cotti, da Romanizzazione e moneta, catalogo della mostra allestita nel 2004 al Museo Civico Archeologico di Castelfranco Emilia, Modena).
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Innanzitutto, era necessario procurarsi la materia prima. L’origine stessa del termine metallo risale, come attestato in Omero, al verbo metallào («ricercare, indagare»), mentre il sostantivo métallon ne indica il luogo d’origine, cioè le miniere e le cave, il cui scavo è indicato dalla parola metalleia. L’attività estrattiva era una delle piú dure e prevedeva una condizione di lavoro del tutto disumana, svolta nel mondo greco e in quello romano da schiavi e condannati: una delle pene piú terribili che un tribunale romano poteva comminare, e che, di fatto, equivaleva a una lenta e amara condanna a morte, era la damnatio ad metalla, ovvero allo scavo forzato in cave e miniere. A partire dal II secolo d.C. si cominciò a ricorrere anche all’impiego di manodopera libera, come documentato da testimonianze epigrafiche relative alle miniere iberiche di Vipasca, in Lusitania. Naturalmente il metallo, e soprattutto l’argento, che fu l’elemento piú utilizzato nell’antichità per la realizzazione di monete, poteva anche provenire dalla fusione di oggetti preziosi, adottata nel caso di difficoltà di reperimento della materia prima in natura e particolarmente utile lí dove si necessitava di una rapida fonte di approvvigionamento. Lo storico greco Erodiano (vissuto tra la fine del II e il III secolo d.C.), nella sua Storia
dell’impero romano dopo Marco Aurelio (VII, 3,5) racconta come Massimino il Trace, imperatore tra il 235 e il 238 d.C., avendo urgente bisogno di denaro per le ingenti spese militari del suo breve regno, non esitò a requisire doni, offerte e statue che costituivano il tesoro di templi e gli ornamenti di edifici pubblici, destinandoli alla fusione e alla trasformazione in denaro sonante.
La scelta della materia prima Anche i bottini di guerra costituivano una sorta di miniera a cielo aperto, come l’oro proveniente dal sacco della Gallia conquistata da Giulio Cesare, trasformato subito in materiale per una prestigiosa serie aurea a suo nome, mentre sino ad allora l’oro era stato utilizzato soltanto da Tito Quinzio Flaminino vittorioso su Filippo V di Macedonia, da Silla e da Pompeo Magno. Una volta procurato il metallo puro, potevano essere realizzate leghe essenzialmente a base di rame, come quelle largamente impiegate nel mondo romano (bronzo e oricalco); in Grecia, infatti, si preferí sin dagl’inizi l’argento, anche se non mancano rari esperimenti di monetazione bimetallica nella Sicilia magno-greca del V secolo a.C., attestata da nominali di basso valore in bronzo ritrovati a Selinunte e Agrigento. Altre monete di bronzo fuso provengono dall’area del Mar Nero, prodotte nell’insolita forma di freccia e di delfino. L’economia monetale adottata dall’autorità statale doveva preventivamente avvalersi di un complesso processo di fabbricazione che contemplava officine specializzate, poste in luoghi sicuri, nelle quali operavano tecnici
adibiti alle varie fasi di lavorazione. La moneta poteva essere realizzata essenzialmente attraverso due procedimenti: la fusione e la coniazione. Mentre il mondo greco preferí subito creare un prodotto raffinato dal punto di vista tecnico ed estetico, coniando i suoi esemplari, Roma iniziò a battere moneta in proprio (escludendo quindi la serie detta «romano-campana») emettendo pezzi in bronzo fuso. Ben presto però, a partire dalla prima metà del III secolo a.C., tutti i nominali romani sia in bronzo che in argento, vennero realizzati tramite coniazione, abbandonando completamente l’obsoleta tecnica precedente, eccezion fatta per la fabbricazione
Stampi per fusione di tondelli in serie: matrice bivalve con accanto il relativo prodotto metallico di forma globulare o lenticolare (in alto); matrice aperta con sezione e prodotto metallico tronco-conico (in basso). In basso due monete in bronzo fuso a forma di delfino, dalla colonia greca di Olbia, sul Mar Nero (oggi in territorio ucraino). Fine del VI sec. a.C. Londra, The British Museum.
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STORIE DI MONETE
COME SI REALIZZA UNA MONETA/2
UNA «FAMILIA» MOLTO NUMEROSA RIGOROSAMENTE ORGANIZZATE, LE ZECCHE VEDONO ALL’OPERA UNA SQUADRA DI TECNICI E ARTISTI CHE TRASFORMA IL METALLO FUSO NEL PRINCIPALE MEZZO DI PAGAMENTO PROMOSSO DALL’AUTORITÀ STATALE
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oma adottò la moneta quale emissione ufficiale dello Stato solo negli ultimi decenni del IV secolo a.C., ben piú tardi rispetto a quanto avvenne nel mondo greco-orientale dalla seconda metà del VII secolo a.C. Nella penisola italiana già battevano moneta le città della Magna Grecia e, nel V secolo a.C., se ne dotò anche l’Etruria. Quando Roma aderí al nuovo mezzo di scambio, poteva dunque avvalersi di un sistema di fabbricazione ampiamente sperimentato, fondato su officine efficienti, preposte a una produzione su vasta scala. Il termine italiano che definisce questi laboratori, «zecca», trae origine da una parola derivante dall’arabo medievale, sikka – il cui spettro semantico comprende i significati di «conio», «moneta», «strumento per coniare» –, giunta
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Ricostruzione grafica del tempio di Giunone Moneta, sull’acropoli di Segni. II sec. a.C. Posto a difesa della rocca dell’antica Signia, la denominazione dell’edificio sacro attesta l’epiteto «Moneta» come tipico delle divinità femminili tutelari delle acropoli cittadine.
probabilmente in Italia attraverso le officine arabo-normanne attive in Sicilia. Si sono quindi perdute nel linguaggio corrente le terminologie greche e romane, rispettivamente argyrokopeîon («il luogo dove si batte moneta») e officina moneta o piú semplicemente moneta.
Le oche di Giunone L’origine del nome latino è di particolare interesse e vale la pena di ripercorrerne la storia, avendo prodotto il nostro vocabolo «moneta», ampiamente usato al pari di «denaro». Presso la cima settentrionale del colle capitolino, l’Arx, si trovava un tempio dedicato a Giunone, qui venerata con l’epiteto di Moneta derivatole dal verbo monere (avvertire, ammonire). Ma quale avvertimenti aveva dato la grande dea ai Romani? Secondo Cicerone (Div. I, 101), in un momento storico indeterminato, una voce misteriosa si sarebbe levata dal tempio ammonendo i cittadini di effettuare una espiazione a seguito di un terremoto; Livio racconta invece (V, 47) che nel 390 a.C. il plebeo Marco Manlio Capitolino si era opposto vittoriosamente alla sortita notturna dei Galli sul Campidoglio, svegliato dal clamore delle oche sacre a Giunone che si trovavano nel recinto del suo tempio, clamore evidentemente ispirato ai pennuti dalla dea per avvertire del pericolo incombente.
Il culto di Giunone Moneta sembra comunque già attestato sul Campidoglio in età arcaica, come testimoniano terrecotte architettoniche databili tra la fine del VI e gli inizi del V secolo a.C.; il nome «Moneta» è ritenuto tipico delle divinità femminili tutelari delle acropoli, come prova il tempio di Giunone Moneta posto a difesa della rocca laziale di Segni. È ancora Livio (VI, 20, 13 e VII, 28, 47) a tornare in piú occasioni sulla dislocazione del tempio, a proposito dell’ascesa e declino di Manlio Capitolino, il quale, poco dopo i fasti ottenuti sui Galli, fu condannato a morte nel 384 a.C. da quello stesso popolo che, dopo averlo osannato, lo accusò poi di cospirare contro la repubblica, avendo proposto l’abolizione dei debiti e la distribuzione di terre ai plebei. In questo passo lo storico situa l’abitazione del condannato «dove ora si trovano il tempio e la zecca di Moneta (officina Moneta)». Cosí con Moneta si arrivò a indicare sia il tempio di Giunone sul Campidoglio, sia la zecca, evidentemente localizzata nei suoi pressi, sia anche il prodotto dell’officina, le monete, come testimoniano passi di Cicerone (Filippiche 7, 1: «de Moneta consul», a proposito di Marco Antonio), Ovidio, Marziale e Plinio. Questa identità semantica, non ancora del tutto definita, ha indotto eruditi e lessicografi a cercarne l’origine affidandosi a esegesi anche piuttosto elucubrate, come quelle del santo vescovo Isidoro di Siviglia (560 circa-636 d.C.), il quale, nell’opera Etymologiarum (16, 18, 8), definisce Giunone come Moneta poiché la dea ammonisce da frodi nel metallo e nel peso delle monete;
Segni (Roma). Veduta della chiesa medievale di S. Pietro, sorta sui resti del tempio di Giunone Moneta, del quale si riconosce, in primo piano, una parte del basamento. In basso denario in argento di T. Carisius recante al dritto la testa di Giunone Moneta, 46 a.C. Roma, Museo Nazionale Romano, Palazzo Massimo alle Terme, Medagliere.
ancora, nell’XI secolo, la Suda (un lessico bizantino di autore ignoto) alla voce «Moneta» unisce in un sol luogo tempio e zecca. Scavi e resti architettonici sul Campidoglio hanno localizzato il tempio di Iuno Moneta sulla sommità dell’arce e sono ancora riconoscibili le sue mura in blocchi di tufo nei giardinetti tra il Tabularium e la scalinata che conduce al convento dell’Ara Coeli. Mancano invece sicure attestazioni delle officine della zecca repubblicana, di ancora incerta collocazione nell’area, e che alcuni studi tendono a identificare nei pressi dell’Ara Coeli, oppure in alcuni antichi ambienti affacciati sul Foro e poi inglobati nel Tabularium sillano (78 a.C.), la cui struttura e isolamento parrebbero garantire le condizioni di sicurezza richieste in tali edifici. Inoltre, poco lontano da qui, nel Foro Romano, vi era l’erario pubblico, allestito nel tempio di Saturno: una stretta scalinata coperta metteva probabilmente in comunicazione il colle capitolino con il luogo in cui era conservato il tesoro dello Stato, che si può immaginare strettamente connesso alla zecca. Vani del Tabularium posti di fronte ai resti del tempio di
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STORIE DI MONETE
LE SABINE, LA MISTERIOSA TARPEA E LE ORIGINI DI ROMA GLI SCONTRI TRA LA CITTÀ DI ROMOLO E I VICINI SABINI, CONCLUSISI CON LA VITTORIA DELL’URBE, VIDERO SPESSO PROTAGONISTE LE DONNE, RICORDATE IN VARIE EMISSIONI DELLA FINE DEL I SECOLO A.C.
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epos omerico e poi quello virgiliano costituiscono un ciclo mitostorico comune, che avvicinava Greci e Romani riguardo la fondazione di Roma; esisteva poi un patrimonio leggendario propriamente romano, incentrato sulle vicende successive alla creazione della città da parte di Romolo. Queste narrazioni piú antiche, imperniate sul mito delle origini e tramandate da molteplici fonti letterarie, si concludono con la scomparsa-morte di Romolo e la sua trasformazione in divinità con il nome di Quirinus. Appena innalzata, Roma si manifestò come una potenza aggressiva e conscia della forza e spregiudicatezza della sua popolazione, prevalentemente maschile e spesso di incerta origine. La mancanza di donne, richieste alle popolazioni vicine e da queste non concesse, indusse Romolo a prendere con la forza ciò che riteneva necessario per completare la sua opera di fondatore. È Tito Livio a narrare nella sua Storia di Roma (I, 13) lo stratagemma ideato da Romolo per rifornire di donne la nuova città. Il condottiero convogliò in gran massa i popoli vicini, insieme alle rispettive famiglie, a Roma con la scusa di uno spettacolo solenne e, approfittando della loro buona fede e violata ogni sacra legge sull’ospitalità, ne fece rapire le donne, e in particolare le belle Sabine. La storia è nota, e la cronaca liviana nobilita il gesto abbietto, sottolineando che alle donne fu
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subito assegnata dignità di spose e condivisione dei beni. Ma i Sabini, sdegnati per l’affronto subito e intesi a riscattare il proprio onore, attaccarono Roma guidati dal loro re Tito Tazio; giunti allo scontro finale, le donne rapite, ormai stabilizzate nel loro ruolo di mogli e madri felici e implorando i contendenti di non versare il sangue dei parenti dei loro figli, riuscirono a porre fine alla guerra. Fece allora seguito un’alleanza, e Tazio fu associato al regno da Romolo, unendo cosí le due etnie. Nella ricca tipologia monetaria romana – e segnatamente repubblicana –, l’episodio del ratto fu scelto solo da un monetiere di evidente origine sabina, L. Titurius Sabinus, che, nell’89 a.C., effigiò sui propri denari la testa regale di Tito Tazio al dritto e, al rovescio, due soldati che rapiscono due donne. L’efficacia e il senso di movimento richiesto all’immagine, resa secondo il concetto della pars pro toto, sono affidati alle due coppie e all’atteggiamento delle fanciulle, trasportate di forza dagli uomini, mentre cercano di divincolarsi e le loro vesti svolazzano nell’impeto della fuga.
Il valore politico dell’emissione Con questa emissione il nostro magistrato, forse padre del Quinto Titurio Sabino che fu ufficiale sotto Giulio Cesare nella guerre galliche, intendeva celebrare la regia antichità della propria gens, la Tituria, come discendente diretta dal re sabino Tito Tazio
Le Sabine, olio su tela di JacquesLouis David. 1799. Parigi, Museo del Louvre. Al centro è la sabina Ersilia, che cerca di fermare lo scontro tra Romani e Sabini, e alla cui vista Romolo, che l’aveva sposata, sospende in aria la lancia.
riprodotto sul dritto, e la vetusta origine dal ceppo sabino. La scelta del tipo sul rovescio, pur riproponendo il momento del ratto e dunque un episodio di grave prevaricazione perpetrato da Roma, sottintendeva nello stesso tempo anche le benefiche conseguenze del misfatto, che apportò linfa vitale alla città e condusse all’alleanza e alla fusione tra Romani e Sabini. La scelta di ricordare tale episodio sulle monete aveva poi uno specifico significato anche sul piano politico, considerando la temperie storica che le vide immesse sul mercato nel corso della guerra sociale, combattuta tra il 91 e l’88 a.C. dai Romani contro alcune popolazioni italiche e conclusasi con la concessione della cittadinanza romana a tutti gli Italici.
Il denario di Titurius Sabinus, datato all’89 a.C., sembra infatti alludere al prodromo della pacificazione tra Romani e Italici, nell’ambito di alcuni provvedimenti – le leggi Iulia, Plautia Papiria e Pompeia – miranti a migliorare le condizioni di larga parte degli alleati italici. È facile quindi comprendere come il fatto brutale del ratto e la successiva alleanza ben si accordassero alle lotte ancora una volta in corso tra i Romani e quelle popolazioni che desideravano vedersi riconosciuta, insieme ai propri diritti sociali, la cittadinanza romana.
Fu vero tradimento? Un secondo episodio della guerra romanosabina riprodotto nelle monete è la vicenda di Tarpea o Tarpeia, scelto sempre da L. Titurius Sabinus e databile nello stesso anno
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STORIE DI MONETE
UMANO, TROPPO UMANO... DALLA DRAMMATICA VICENDA DI TESEO E IL MINOTAURO A QUELLA DEL RATTO DI EUROPA, LA FIGURA DEL TORO È PROTAGONISTA DI FAMOSI RACCONTI MITOLOGICI. LA CUI FORTUNA È CONFERMATA DALLE IMMAGINI RIPRODOTTE SU MONETE ANTICHE, MA ANCHE MODERNE
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el capitolo precedente abbiamo concluso il nostro excursus sulle creature fantastiche attestate dalla numismatica con un bel toro a testa umana, il benefico Acheloo, prototipo della forza generatrice delle acque, il cui solo capo bastava a simboleggiare abbondanza, tanto da essere estremamente diffuso in forma di amuleto. Riprendiamo qui il discorso ancora con un essere tauriforme, marcato, al contrario del dio dei fiumi, da testa taurina e corpo umano. Si tratta, come è facile immaginare, del Minotauro, l’infelice e sanguinario abitante del Labirinto di Creta. Gruppo bronzeo con Teseo che atterra il Minotauro, da Afrodisia (Turchia), II sec. a.C. Berlino, Staatliche Museen.
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In basso moneta ateniese in bronzo con Atena (D) e Teseo e il Minotauro (R). Metà del II sec. d.C. circa.
DEDALO, PASIFAE E LA VENDETTA DIVINA LA VERGOGNA DI MINOSSE Minosse, figlio di Zeus ed Europa, per divenire re di Creta dovette dimostrare ai fratelli che a lui era accordato particolare favore dagli dèi. A tal fine, pregò Poseidone di inviargli un toro meraviglioso, che poi avrebbe sacrificato al dio del mare. Immediatamente uscí dalla schiuma delle acque un animale possente e splendido: ciò assicurò il trono a Minosse, che però non provvide a immolare il toro al dio, venendo meno
In basso et utem net laut facient et quam fugiae officae ruptatemqui conseque vite es sae quis deris rehenis aspiciur sincte seque con nusam fugit et qui bernate laborest, ut ut aliquam rentus magnim ullorepra serro dolum
Il soggetto del Minotauro, incolpevolmente mostruoso e ucciso senza quasi potersi difendere, trovò larga fortuna nel mondo greco, etrusco e romano, ripetutamente immortalato su vasi, gemme, pitture, mosaici e gruppi statuari; essere ibrido e sfortunato, rinchiuso nel corpo di un uomo coronato dalla testa e dal sentire di un bovino, dovette comunque ispirare negli artisti antichi che lo ritrassero anche un senso di vaga pietà. Infatti, in alcune decorazioni su vasi greci, sui quali compare sin dagli inizi del VII secolo a.C., ma poi anche nelle redazioni su vari materiali databili in età romana, la creatura, rappresentata sovente nel momento in cui viene sopraffatta dall’eroe Teseo, appare piú terrorizzata che terrorizzante, quasi inerme e impreparata ad affrontare il primo e unico uomo che gli si contrappone.
Un inventore geniale In alto il Minotauro in un disegno a carboncino di Pablo Picasso. 1933. Parigi, Musée Picasso. A destra rovescio di uno statere cretese in bronzo con l’immagine del labirinto, da Cnosso. 280 a.C. Londra, British Museum.
alla promessa, ma lo immise nelle sue mandrie. Come è noto, gli dèi olimpici risultano sempre molto vendicativi contro chi non rispetta i voti. Perciò la moglie del re, Pasifae, figlia del Sole, fu presa da irrefrenabile amore contro natura per la bestia, riuscendo a soddisfare la sua passione solo entrando in una giumenta lignea costruita appositamente da Dedalo, il geniale inventore alla corte di Creta, e posta alla mercé del toro divino.
Tra il V e il IV secolo a.C. Creta celebrò sulle proprie emissioni i principali miti dell’isola, che si rifacevano alla gloriosa epoca in cui regnava Minosse, di stirpe divina e vissuto tre generazioni prima della guerra di Troia. All’epoca la civiltà minoica di Creta, ricca e potente, vantava meraviglie architettoniche, inventori geniali
Dall’insano connubio nacque allora un bimbetto a testa taurina chiamato Minotauro (toro di Minosse) oppure Asterio, che venne amorevolmente allevato dalla madre. Minosse, vergognandosi per ovvi motivi del fatto, e probabilmente non osando uccidere la creatura che era comunque nipote del Sole, la fece rinchiudere in un palazzo a forma di inespugnabile labirinto opportunamente ideato da Dedalo, e lí
il mostro crebbe abbandonato a se stesso, nutrito soltanto di carne umana. Le vittime venivano solitamente fornite dalla città di Atene, che era costretta a inviare, a intervalli annuali (da una volta all’anno oppure ogni tre o nove anni), sette giovani e sette fanciulle. L’eroe attico Teseo, giunto a Creta per mettere fine a questo tributo di sangue, uccise il Minotauro con l’aiuto della figlia del re, Arianna, e fuggí con lei dall’isola.
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