Timeline Publishing srl - POSTE ITALIANE S.P.A. – SPEDIZIONE IN ABBONAMENTO POSTALE – AUT. N° 0702 PERIODICO ROC
MONOGRAFIE
Avventure, storie e misteri di 16 capolavori dell’antichità
GLI IMPERDIBILI
di Daniele F. Maras
GLI IMPERDIBILI
IN EDICOLA IL 26 GIUGNO 2024
N°61 Giugno/Luglio 2024 Rivista Bimestrale
DA 16 C NO AP N OLA PE VO RD R ER I E
ARCHEO MONOGRAFIE
€ 7,90
GLI IMPERDIBILI AVVENTURE, STORIE E MISTERI DI 16 CAPOLAVORI DELL’ANTICHITÀ di Daniele F. Maras, con contributi di Stefano Mammini
6. Presentazione
60. Sarcofago degli Sposi
A che serve un Museo? La missione culturale degli «Imperdibili»
Un abbraccio per l’eternità
68. Olpe Chigi Il golpe sull’olpe
14. Patera di Parabiago L’universo in una coppa
76. Guerriero di Lanuvio L’ultimo viaggio del guerriero
20. Stele dei Veneti Melting pot nella terra dei cavalli
82. Tazza Farnese Una magnifica scudella...
26. Fegato di Piacenza Tutto il cosmo in una mappa
92. Mosaico di Alessandro Echi di un’antica gloria
32. Statue stele della Lunigiana
98. Tomba del Tuffatore
Gli antenati scolpiti nella pietra
Tuffarsi nell’ignoto
40. Bronzi di Cartoceto
104. Zeus di Ugento
Un enigma tutto d’oro
La folgore e l’aquila
46. Chimera di Arezzo
112. Venere Landolina
Un mistero ruggente
Splendida pudicizia
54. Guerriero di Capestrano
118. Statue di Mont’e Prama
Chi era veramente quel soldato?
Eroi in parata
INCREDIBILI | | 14 | GLI IMPERDIBILI
L’UNIVERSO IN UNA
COPPA
RECUPERATA AI PRIMI DEL NOVECENTO, LA SPLENDIDA PATERA DI PARABIAGO PRESENTA UNA DECORAZIONE DEDICATA AL TRIONFO DELLA DEA CIBELE. È DUNQUE UNA TESTIMONIANZA PREZIOSA DELLA SOPRAVVIVENZA, NEI PRIMI SECOLI DEL CRISTIANESIMO, DELL’ANTICHISSIMO CULTO DELLA GRANDE MADRE
N
el 1929 l’ingegner Guido Sutermeister, infaticabile appassionato delle antichità del territorio milanese, era intento a raccogliere materiale e informazioni per una carta archeologica del Comune di Parabiago. Si imbatté allora nella notizia di un prezioso oggetto archeologico conservato nella collezione privata di Felice Gajo, Senatore del Regno e proprietario di una villa in loco. Si trattava di una coppa d’argento con figurazioni a rilievo che, secondo le informazioni fornite dal possessore, era stata ritrovata nel 1907, durante i lavori per la sistemazione del giardino intorno alla villa, all’interno di «un ricco loculo», che, in base alle note di Sutermeister, conteneva: «Un’anfora peduncolata contenente alcuni fittili, due cucchiai di bronzo e altri oggetti non ben identificabili (forse due piattini d’argento)». La coppa d’argento faceva da coperchio dell’anfora, la cui imboccatura era stata segata, evidentemente per utilizzarla come urna cineraria. Il vaso fu segnalato prontamente all’allora soprintendente, Alda Levi Spinazzola, che avviò una trattativa con la famiglia Gajo, grazie alla quale esso venne ceduto alle collezioni statali, potendo cosí essere esposto
dapprima nella Pinacoteca di Brera (1933) e poi nel Civico Museo Archeologico di Milano, dove tuttora è custodito, dopo aver subito interventi di restauro tra gli anni Cinquanta e Sessanta. Nulla si sa, purtroppo, del restante materiale del contesto archeologico, rimasto separato dalla coppa e oggi probabilmente andato disperso. La coppa appartiene a una categoria di vasi preziosi decorati a rilievo con scene mitologiche o di tradizione cristiana e datati nel corso del tardo periodo imperiale, con particolare addensamento fra il IV e il V secolo. Al di là del pregio del metallo – argento quasi puro, con una modesta percentuale di rame e con l’aggiunta di alcune coloriture in oro – la coppa è arricchita da una decorazione a rilievo realizzata a fusione piena, che rappresenta il trionfo di Cibele nel contesto di un’allegoria cosmica.
Con la corona turrita Il carro della dea, trainato da quattro leoni «al galoppo», corre da sinistra a destra, circondato da tre figure di coribanti (sacerdoti orgiastici), che danzano agitando scudi e pugnali. Cibele è seduta sul carro, avvolta in un’ampia veste, e sostiene nella destra uno
Particolare della decorazione della coppa in argento nota come Patera di Parabiago. IV sec. d.C. Milano, Civico Museo Archeologico.
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FEGATO DI PIACENZA
TUTTO IL
COSMO IN UNA MAPPA
AL MOMENTO DELLA SCOPERTA, FU GIUDICATO COME UN OGGETTO DI SCARSO VALORE, E IL CURIOSO BRONZETTO OGGI NOTO COME «FEGATO DI PIACENZA» RISCHIÒ DI FINIRE NEL DIMENTICATOIO. È GRAZIE ALL’INTUIZIONE DI UN NOBILE ERUDITO, IL CONTE FRANCESCO CARACCIOLO, CHE POSSIAMO TUTTORA AMMIRARE (E CERCARE DI COMPRENDERE) IL PIÚ IMPORTANTE MONUMENTO DEL POLITEISMO ANTICO
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I
Romani consideravano i loro vicini etruschi un popolo molto attento alla religione e al rispetto delle leggi divine. Fu questa particolare disposizione d’animo a determinare il notevole sviluppo delle scienze divinatorie, cioè dei metodi di predizione del futuro e di interpretazione della volontà degli dèi. Le pratiche divinatorie piú importanti nella Disciplina Etrusca (come veniva chiamata la scienza degli aruspici) erano la brontoscopia, basata sull’osservazione di tuoni e fulmini, e l’aruspicina, che si affidava invece all’osservazione delle viscere degli animali sacrificati. Una branca specifica di quest’ultima era l’epatoscopia, ovvero l’osservazione del fegato delle vittime, ritenuto un organo privilegiato per la divinazione.
si rivelò un documento unico ed eccezionale, in grado di illustrare le credenze etrusche in materia di epatoscopia e il funzionamento delle pratiche divinatorie degli aruspici. Nel 1906 un volume dello studioso tedesco Karl Thulin inaugurò una stagione di studi sul fegato e sulla disciplina etrusca, che, a distanza di oltre un secolo, non può dirsi conclusa e ancora in tempi recentissimi ha portato novità e sorprese. Il Fegato è una piccola scultura in bronzo a fusione piena (12,6 × 7,6 × 6 cm), probabilmente realizzata con il metodo della cera persa, databile all’inizio del I secolo a.C. Il modello riproduce a grandezza naturale il corrispondente organo di una pecora, completo sulla faccia anteriore della cistifellea o vescicola
Nella pagina accanto il modello in bronzo di fegato detto «di Piacenza». 100 a.C. circa. Il manufatto è esposto nei Musei Civici della città, in una sala del Palazzo Farnese (foto in basso).
Un’aratura fortunata Un ritrovamento fortuito, avvenuto oltre cento anni fa, ci ha restituito uno dei piú preziosi documenti in materia: nel 1877, un contadino che arava un campo in una tenuta della nobile famiglia Arcelli, a Settima di Gossolengo, pochi chilometri a sud di Piacenza, si imbatté in un piccolo oggetto di bronzo, dalla forma bizzarra, con una faccia letteralmente coperta di iscrizioni etrusche. Il proprietario del terreno, giudicandolo di poco valore, lo lasciò al contadino, che si affrettò a mostrarlo al parroco del paese. Ne giunse cosí voce al conte Francesco Caracciolo, il quale lo acquistò e fece eseguire ricerche sul luogo di rinvenimento, che però non diedero alcun frutto. Negli anni successivi la comunità scientifica si interessò all’eccezionale manufatto, con contributi di Vittorio Poggi (1878) e Wilhelm Deecke (1880), che ne dimostrarono l’autenticità e il riferimento delle iscrizioni alle divinità del pantheon etrusco. Nel 1894 il cimelio fu donato al Museo Civico di Piacenza, ma solo dopo il volgere del secolo Antonio Milani (1900) e Gustav Körte (1905) vi riconobbero la riproduzione di un fegato animale, simile ad altri raffigurati nelle mani di aruspici etruschi su urne cinerarie e altre raffigurazioni. Il «Fegato di Piacenza», quindi,
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CHIMERA DI AREZZO
UN MISTERO
RUGGENTE
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LA STATUA SIMBOLO DELL’ARTE ETRUSCA RAPPRESENTA UNA TERRIFICANTE BELVA MITOLOGICA. FIN DALLA SUA SCOPERTA SUSCITÒ NOTEVOLI SUGGESTIONI, A CUI FECERO SEGUITO IPOTESI SPESSO FANTASIOSE. MA QUAL È, ALLORA, LA VERA «IDENTITÀ» DELL’OPERA?
«A
ddí 15 novembre 1553, mentre fuori le mura della città di Arezzo, presso Porta S. Lorentino, si scavava terra per portarla nel nuovo bastione che vi si sta costruendo, fu trovato il seguente insigne monumento degli Etruschi. Era un leone di bronzo fatto con maestria e eleganza, di grandezza naturale, di aspetto feroce, furente, forse per la ferita che aveva sulla coscia sinistra, teneva irte le chiome e spalancate le fauci, e come un trofeo da ostentare portava sopra la schiena una testa di capro ucciso, che perde sangue e vita». Con queste parole il registro delle Deliberazioni del Magistrato, dei Priori e del Consiglio Generale di Arezzo descrive la scoperta di uno dei capolavori dell’arte etrusca, destinato a riportare alla ribalta la cultura indipendente dei popoli dell’Italia preromana, grazie alla fortunata coincidenza con gli interessi della corte fiorentina rinascimentale. Il ritrovamento ebbe luogo sotto l’egida di Cosimo I de’ Medici, duca di Firenze da ormai 16 anni, che da tempo aveva iniziato un’attività di recupero di antichità, allo scopo di reintegrare le collezioni di famiglia, drasticamente ridottesi in seguito alle burrascose vicende del ducato. Fu quindi accolta con entusiasmo la notizia della scoperta aretina, avvenuta proprio in seguito ai grandi lavori di edilizia militare voluti da Cosimo, anche in previsione delle future campagne contro la Repubblica senese. Grazie alla sua evidente «maniera» artistica etrusca, sottolineata da tutti i commentatori
dell’epoca, la Chimera non solo costituiva una novità assoluta nel panorama delle collezioni antiquarie rinascimentali, ma aveva anche un altissimo valore potenziale di propaganda. L’autonomia culturale degli Etruschi, considerati precedenti ai Romani e quindi piú «puri» in un’ottica di recupero dell’originaria identità italiana, era infatti destinata a diventare la bandiera di una rivendicazione di indipendenza anche politica, tanto dalla Roma papalina, quanto dall’impero, erede della potenza romana.
Il duca restauratore La Chimera venne subito portata a Firenze, in Palazzo Vecchio, dove ottenne un posto d’onore nella sala di Leone X, mentre il cospicuo gruppo di bronzetti trovato insieme alla statua venne posto al piano superiore, nello studiolo privato di Cosimo, in seguito denominato «Scrittoio di Calliope». Come racconta Benvenuto Cellini nella propria autobiografia, Cosimo si dilettava a restaurare con attrezzi da orafo sia la Chimera, sia le statuette piú piccole, dell’altezza di un piede ciascuna (pari a 30 cm circa), che raffiguravano giovinetti, animali (tra cui alcuni uccelli e un cavallo) e uomini barbuti. Purtroppo la collezione andò in seguito dispersa e soltanto due o tre di questi reperti sono stati riconosciuti tra le antichità ancora conservate nel Museo Archeologico Nazionale di Firenze. La propaganda politica si mise subito all’opera, dapprima con la presentazione del bronzo al mondo artistico dell’epoca, suscitando i commenti ammirati di figure del calibro di La Chimera d’Arezzo, rinvenuta nella città toscana nel 1553.
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GUERRIERO DI CAPESTRANO
CHI ERA VERAMENTE QUEL
SOLDATO? SONO NUMEROSI I SEGRETI SVELATI DAGLI STUDIOSI INTORNO AL CELEBRE GUERRIERO DI CAPESTRANO, A PARTIRE DALLA RESA PIÚ CHE PARTICOLAREGGIATA DELL’EQUIPAGGIAMENTO, QUASI UNA FOTOGRAFIA DELL’ANTICA ARMATURA. MA, A OTTANT’ANNI DAL SUO RITROVAMENTO, RIMANE APERTA LA QUESTIONE DEL SIGNIFICATO DI UN’ENIGMATICA ISCRIZIONE INCISA SULLA SCULTURA...
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Nella pagina accanto il Guerriero di Capestrano nell’allestimento ideato dall’artista Mimmo Paladino all’interno del Museo archeologico nazionale d’Abruzzo di Chieti.
I
l ritrovamento della statua nota come «Guerriero di Capestrano» avvenne nel settembre del 1934 nei pressi dell’omonima cittadina abruzzese, in provincia dell’Aquila. Durante l’impianto di una vigna, un contadino, Michele Castagna, s’imbatté in un grande masso, che, a un’osservazione piú attenta, si rivelò parte di un’elaborata scultura, relativamente ben conservata. Proseguendo le ricerche negli immediati dintorni, lo scopritore trovò altri frammenti della statua e, qualche metro piú in là, il grande «cappello» rotondo che ne costituisce una delle caratteristiche piú emblematiche. Proprio sotto il cappello, poi, raccolse un grosso spezzone di un’altra statua, di dimensioni appena piú piccole, raffigurante un personaggio femminile, oggi nota con il nome di «Dama di Capestrano». Ignaro di aver legato il proprio nome a una delle maggiori scoperte del secolo, Castagna accantonò in un angolo quegli oggetti, che erano d’intralcio al suo lavoro. Solo una ventina di giorni piú tardi, il comandante della locale stazione dei Carabinieri si accorse della rilevanza dei ritrovamenti e informò la Soprintendenza. I resti furono raccolti e portati al restauro presso le Terme di Diocleziano a Roma e, già nel dicembre dello stesso anno, l’archeologo Giuseppe Moretti condusse sul sito una campagna di scavo, che mise in luce parte di una necropoli comprendente 33 tombe. Una quindicina erano attribuibili all’età arcaica e, tra queste, un gruppo di cinque mostrava un orientamento diverso rispetto al resto della necropoli (condizionato dalla presenza di un asse stradale). Le tombe numerate dal 12 al 15, infatti, erano disposte approssimativamente a raggiera attorno alla piú grande tomba 3, orientata nord/sud e dotata di una nicchia laterale per ospitare il corredo. Sembra evidente che questa sepoltura eminente fosse segnalata sul terreno da un circolo di pietre, tipico degli usi funerari italici, forse coperto da un tumulo. La statua del Guerriero – e forse anche la sua compagna di soggetto femminile – era con ogni probabilità
posta a coronamento del tumulo, che venne poi rispettato dalle successive deposizioni. Nel 1937, una ulteriore campagna di scavo mise in luce altre due basi di statue, una delle quali probabilmente pertinente alla Dama, ma purtroppo entrambe sono andate perdute. Le ricerche sul sito sono state poi riprese dall’Università di Pisa e dalla Soprintendenza Archeologica dell’Abruzzo, tra gli anni Sessanta e Novanta. Da ultimo, nel 2003, Vincenzo d’Ercole, allora ispettore archeologo presso la medesima Soprintendenza, ha condotto uno scavo nella necropoli, che ha permesso di ricostruirne la storia e la topografia, mettendo in luce svariate decine di tombe. La statua riproduce una imponente figura maschile stante, di dimensioni leggermente maggiori del vero, che tocca un’altezza di 209 cm, comprendendo la base e l’elmo. È ricavata da una lastra di pietra calcarea, nella cui cornice sono scolpiti due pilastrini di sostegno, congiunti alla base e alle spalle della figura e decorati ai lati da due lance a rilievo con la punta rivolta in alto. I piedi, calzati, sono scolpiti in un blocco unico con la base, che era originariamente infissa nel terreno; ciononostante, sia i pilastrini che le gambe si ruppero, all’altezza della caviglia.
Quell’elmo simile a un sombrero La figura è lavorata con forme piene e arrotondate, che le conferiscono un aspetto sensuale e morbido, al punto che non è mancato chi ha proposto di riconoscervi un personaggio femminile. La natura maschile, in realtà, è provata sia dall’equipaggiamento militare, sia dall’assenza di indicazione del seno, che spicca ancor di piú per confronto con il busto della Dama. L’elmo con ampia tesa – che lo rende simile a un sombrero – era scolpito a parte, in una pietra diversa, e connesso alla testa grazie a un sistema a incastro. Di enorme interesse antiquario è l’equipaggiamento del Guerriero, che corrisponde all’armamento militare delle aristocrazie italiche arcaiche, come confermano i ritrovamenti di armi in tombe
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SARCOFAGO DEGLI SPOSI
UN
ABBRACCIO PER L’ETERNITÀ
UNO DEI MONUMENTI PIÚ FAMOSI DELL’ARTE PREROMANA, IL SARCOFAGO DEGLI SPOSI, NON È SOLO L’ESPRESSIONE SUBLIME DI UNA BOTTEGA DI ARTIGIANI DI CERVETERI. LA COMPOSIZIONE, INFATTI, È ANCHE UNA SORTA DI MANIFESTO DELLA VISIONE PARITARIA SVILUPPATA DALLA CIVILTÀ ETRUSCA, CHE ALLA DONNA ASSEGNAVA UN RUOLO PUBBLICO DI GRANDE RILEVANZA
I
l Sarcofago degli Sposi è uno dei monumenti piú famosi dell’arte dell’Italia preromana, divenuto un simbolo del lusso e della raffinatezza degli Etruschi, ma anche del ruolo speciale che la donna ricopriva nella loro società (vedi box a p. 66). Gli appassionati di archeologia lo conoscono bene, ma forse non tutti sanno che sono due i monumenti cosí denominati: uno è conservato a Roma, nel Museo Nazionale Etrusco di Villa Giulia; l’altro è invece custodito a Parigi, nel
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Museo del Louvre. Entrambi i capolavori vengono dall’antica Caere (Cerveteri) e sono stati prodotti dalla stessa officina di plasticatori, che operava nella metropoli etrusca nella seconda metà del VI secolo a.C. E nel Museo Nazionale Archeologico Cerite di Cerveteri e ancora una volta al Louvre sono esposte versioni di dimensioni ridotte dello stesso soggetto, generalmente ricordate come Urne degli Sposi: si tratta, probabilmente, di imitazioni o riduzioni realizzate dalla stessa
Il Sarcofago degli Sposi, grande urna in terracotta per le ceneri dei defunti in forma di letto ospitante una coppia banchettante, da Cerveteri. 530-520 a.C. Roma, Museo Nazionale Etrusco di Villa Giulia. L’opera, rinvenuta in oltre 400 frammenti nel 1881, nella necropoli della Banditaccia, fu ricomposta ed esposta per la prima volta nel 1889 nell’allora neonato museo romano.
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IL GOLPE SULL’OLPE SCENE DI CACCIA E DI GUERRA, EROI, SIMBOLI E MITOLOGIA: È UNA VERA E PROPRIA «CRONACA ILLUSTRATA» QUELLA CHE ORNA IL PIÚ CELEBRE VASO GRECO TROVATO IN ETRURIA
E
ra il 20 gennaio del 1882, quando il principe don Mario Chigi Albani della Rovere ricevette una lettera da Pio Gui, Ministro della sua casa, inviato a prendere provvedimenti per fermare il trafugamento di reperti archeologici trovati nei sepolcri appena scoperti sulla vetta del Monte Aguzzo, nella campagna di Formello. «I scavi – scriveva il dipendente – furono fatti
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da Lorenzo Marini figlio di Andrea, non credo troppo accidentalmente e per trovar pozzolana come essi asseriscono». Evidentemente Gui sospettava di trovarsi di fronte a un gruppo organizzato di «tombaroli», che avevano ottenuto licenza per aprire una cava sulla sommità della collina e avevano poi proceduto a «svaligiare» un antico sepolcro lí ritrovato. Il sospetto non venne mai confermato e il
Scena di battaglia tra due schiere di opliti, una delle quali accompagnata da un flautista, particolare del fregio superiore dell’Olpe Chigi, rinvenuta nel 1882 all’interno del
Tumulo Chigi, nella campagna di Formello (Roma), non lontano dall’area della città etrusca di Veio. 650-640 a.C. circa. Roma, Museo Nazionale Etrusco di Villa Giulia.
Marini, trattenuto dalla forza pubblica, fu presto rilasciato, anche perché considerato persona al di sopra dei sospetti in quanto vicesindaco di Formello. In ogni caso, prima che il padrone del terreno venisse a sapere della scoperta e inviasse un proprio incaricato a fermare gli scavi illeciti, una parte dei ritrovamenti aveva già preso il volo, per non essere mai piú rintracciata.
Il che dovette presumibilmente destare il disappunto del principe: all’epoca, infatti, la legge di tutela attribuiva il possesso dei reperti archeologici al proprietario del terreno in cui erano stati ritrovati. Per procedere nel modo migliore, don Mario decise di rivolgersi a un celebre scavatore dei suoi tempi: Rodolfo Lanciani (1845-1929), astro nascente dell’archeologia romana, il quale, all’epoca dei
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Elmo a calotta e la corazza facenti parte della tomba del «Guerriero di Lanuvio» (descrizione a p. 79). Inizi del V sec. a.C. Roma, Museo Nazionale Romano, Terme di Diocleziano.
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In alto, sulle due pagine Roma, Palazzo dei Conservatori, Sala dei Capitani. Particolare dell’affresco di Tommaso Laureti raffigurante la Vittoria del Lago Regillo. 1587-1594.
L’ULTIMO VIAGGIO DEL
GUERRIERO GLI STRAORDINARI REPERTI RINVENUTI, OTTANT’ANNI FA, NELLA TOMBA DI UN CAPO MILITARE LATINO RIEVOCANO ALCUNI EVENTI FONDAMENTALI PER LA STORIA DI ROMA. E, AL CONTEMPO, TESTIMONIANO DEGLI ANTICHI IDEALI DI PERFEZIONE FISICA E ABILITÀ, TIPICI DELL’EPOCA TARDO-ARCAICA
«A
llo spuntar del giorno Camillo fece la sua comparsa, con le armi che splendevano al sole, alla testa dei Romani che avevano ritrovato il coraggio»: con questa immagine epica lo storico greco Plutarco introduce la riscossa dei Romani contro i Galli di Brenno, che, nel 390 a.C., avevano osato conquistare la loro città (sia pure per un breve periodo). Allo stesso tempo, la descrizione letteraria ci restituisce il valore estetico dell’armatura del soldato romano, capace di incutere timore e rispetto già solo con la sua apparizione. In queste pagine ci occupiamo quindi di armi e armature, prendendo a modello un equipaggiamento piú antico di un secolo rispetto all’episodio di Furio Camillo e Capena
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Spelunca
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Mare Tyrrhenicum
proveniente da un ambito funerario esterno a Roma, ma inserito nell’universo culturale latino. Ottant’anni fa, nel gennaio del 1934, lavori agricoli condotti nella campagna di Lanuvio, il piú meridionale dei Castelli Romani, portarono alla scoperta casuale di una tomba di eccezionale valore scientifico e documentario, rimasta senza uguali nel panorama delle necropoli del Lazio. Per pura fortuna, lo scasso per la costruzione di una vasca di irrigazione raggiunse, senza danneggiarla, una fossa sepolcrale contenente un sarcofago di peperino. La zona era già nota agli archeologi per la presenza dei resti di una villa romana, ma nessuna testimonianza di necropoli era stata fino ad allora segnalata. Di propria iniziativa gli operai sfondarono la parete della cassa e recuperarono un elmo cesellato di bronzo e una lunga spada ricurva di ferro, che vennero prontamente consegnati alla Soprintendenza. Venne presto eseguito uno scavo archeologico piú accurato, portando alla luce l’intera «camera» tombale: in realtà una fossa trapezoidale di 2 x 2 m, preceduta da una breve rampa o scivolo di terra. Il sarcofago di pietra era accostato presso un angolo della fossa e protetto da un coperchio configurato a forma di tetto a due spioventi. Era evidente che la tomba era rimasta inviolata nei millenni, anche grazie al suo isolamento dalle altre aree di necropoli dell’antica città.
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MOSAICO DI ALESSANDRO
ECHI DI UN’ANTICA
GLORIA
È IL PIÚ FAMOSO MOSAICO DELL’ANTICHITÀ E, ALLO STESSO TEMPO, UNA TESTIMONIANZA STRAORDINARIA DELLA GRANDE PITTURA GRECA CLASSICA: IL SUO AUTORE ERA APELLE, IL MAESTRO PIÚ INSIGNE DEL SUO TEMPO E L’UNICO DAL QUALE ALESSANDRO MAGNO SI LASCIASSE RITRARRE
I
l 24 ottobre del 1831 gli scavatori di Pompei esploravano una grande e ricca abitazione che era stata battezzata «Casa di Goethe», in ricordo di una visita di August von Goethe, figlio del grande poeta tedesco. La residenza aveva già restituito raffinati mosaici policromi e oggetti d’arte, ma nulla faceva presagire che di lí a poco un vero e proprio capolavoro sarebbe venuto alla luce, in grado di eclissare tutti i ritrovamenti precedenti. In un’esedra di rappresentanza della casa, infatti, si scoprí un pavimento a mosaico in tessere minute che riproduceva un grandioso affresco di battaglia, poco danneggiato dall’eruzione e dai secoli, e che
Il Mosaico di Alessandro, dalla Casa del Fauno a Pompei. Copia della fine del II a.C. da un originale dipinto da Apelle alla fine del IV sec. a.C. Napoli, Museo Archeologico Nazionale.
conservava intatti i colori originali. La casa venne subito ribattezzata in onore del «Gran Musaico», come fu chiamato il reperto, e corrisponde a quella che oggi è nota come Casa del Fauno: una imponente residenza signorile dell’età sannitica, rimodernata alla fine del II secolo a.C. e conservata con gusto antiquario fino a quel pomeriggio del 79 d.C. in cui la città fu sepolta dal cataclisma che la consegnò all’odierno Patrimonio dell’Umanità. Il mosaico è un esempio raffinato di opus vermiculatum, la tecnica che consiste nel realizzare il contorno, le campiture delle figure e i riempimenti con pietruzze minute, disposte in file curvilinee che ricordano l’andamento
VENERE LANDOLINA
La statua di Afrodite nota come Venere Landolina. Prima metà del II sec. d.C. (da un originale greco del II sec. a.C.). Siracusa, Museo Archeologico Regionale «Paolo Orsi». Nella pagina accanto particolare della Venere di Sandro Botticelli, rilettura del motivo della Venere «pudica» che già aveva ispirato la Venere Landolina. Olio su tavola, 1460. Berlino, Staatliche Museen, Gemäldegalerie.
SPLENDIDA
PUDICIZIA ECCO LA VENERE LANDOLINA DI SIRACUSA: UNA DEA CHE NASCE DALLE ACQUE E SVELA CON GESTO PUDICO LA PROPRIA SENSUALITÀ. CARO ALLA SCULTURA DI ETÀ ELLENISTICA, IL TEMA FU ISPIRATO DA UN CAPOLAVORO DI PRASSITELE, CHE PER PRIMO OSÒ RITRARRE NUDA LA DIVINA CREATURA
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N
ei Sapienti a banchetto, opera erudita della prima metà del III secolo d.C., lo scrittore greco Ateneo narrò un aneddoto piccante che, a suo dire, sarebbe avvenuto in tempi remoti nella città di Siracusa. Due sorelle che vivevano in campagna si misero a competere per chi di loro avesse il piú bel posteriore: non trovando (ovviamente) un accordo, decisero maliziosamente di chiamare a giudice un giovane di città che si trovava a passare di là. Questi accettò di buon grado e decretò la vittoria della maggiore. In seguito, tornando a casa, il ragazzo confidò di essersi innamorato della ragazza vincitrice al fratello minore, che volle anch’egli conoscere le ragazze e fu preso da passione per la piú giovane. L’anziano padre dei due, che era molto ricco, cercò di convincere i figli a cercare mogli piú altolocate; ma, non riuscendovi, acconsentí alle nozze. Per questo motivo le ragazze, in segno di riconoscenza alla dea dell’amore, fecero costruire un tempio ad Afrodite Callipige, ovvero «dal bel posteriore».
all’opera nell’antico quartiere siracusano di Acradina, sotto il controllo del Regio Custode alle antichità per la Val Demone e la Val di Noto, il nobile archeologo Saverio Landolina (1743-1814). Qui, nella zona degli Orti Buonavia (presso l’odierno Ospedale Civile), il 7 gennaio fu ritrovata la preziosa statua di Venere tra i resti di un’antica costruzione, esattamente un mese dopo il rinvenimento, a breve distanza, di un’altra scultura di marmo, raffigurante Esculapio. Le scoperte fecero presto notizia e, come spesso avveniva all’epoca, attirarono
Un mito di fondazione L’aneddoto non ha alcuna verosimiglianza storica, ma al di là dei particolari piccanti, ha l’aspetto di un mito di fondazione (aition) del santuario siracusano. Con ogni probabilità, il riferimento al «posteriore» della dea è stato ispirato dalla statua di culto ospitata nel tempio. La sorte ha voluto che gli scavi del teatro greco di Siracusa restituissero il frammento di un rilievo marmoreo che illustra in modo sorprendente la trama del racconto di Ateneo: vi si vedono due ragazze che si tengono per mano di fronte a una terza figura perduta; quella piú a destra, vista di tre quarti da dietro, mostra le proprie grazie abbassando la veste fino alle gambe (vedi foto a p. 114). E non è sfuggito agli studiosi che questa particolare figura non è altro che una riproduzione in miniatura, e da una prospettiva insolita, della celebre Venere Landolina: la statua piú famosa del Museo «Paolo Orsi» di Siracusa. Nei primi giorni del 1804 gli scavatori erano
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