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N. 60 - Costantino

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COSTANTINO

«sotto questo segno vincerai» Timeline Publishing srl - POSTE ITALIANE S.P.A. – SPEDIZIONE IN ABBONAMENTO POSTALE – AUT. N° 0702 PERIODICO ROC

MONOGRAFIE IN EDICOLA IL 26 APRILE 2024

N°60 Aprile/Maggio 2024 Rivista Bimestrale

N L’I C M O UOVA PE S RA TA EDIZI TO N ONE RE T DI IN CR O IS TO

ARCHEO MONOGRAFIE

€ 7,90

COSTANTINO


COSTANTINO «sotto questo segno vincerai» di Furio Sampoli

6

Un mondo nuovo

6. L’imperatore di Cristo

28

La tetrarchia nel caos

28. Roma in subbuglio

44 28 ottobre 312, la resa dei conti 44. L’illusione di Massenzio 66. L’arco di Costantino

76

Verso il potere assoluto

76. Un uomo solo al comando 96. Il ritorno del Colosso

102

Una monarchia universale 102. L’opera è compiuta


Sulle due pagine fotocomposizione nella quale sono compresi il volto e la mano appartenenti alla statua colossale di Costantino oggi conservati nel cortile del Palazzo dei Conservatori, sul Campidoglio, e il chrismon scolpito sul sarcofago dell’Anastasis (IV sec. d.C.; Città del Vaticano, Musei Vaticani, Museo Pio Cristiano). Formato dalla chi e dalla rho, le due lettere iniziali del nome di Cristo, il monogramma è detto anche «costantiniano», perché, secondo la tradizione, è quello che l’imperatore avrebbe fatto mettere sulle insegne dei soldati durante la battaglia di Ponte Milvio.

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IG N O S C

N C ES VI

FLAVIO VALERIO COSTANTINO NASCE A NAISSO, NELL’ATTUALE SERBIA, INTORNO AL 280. A 26 ANNI VIENE ACCLAMATO IMPERATORE DALL’ESERCITO. NEL 325, CON IL CONCILIO DI NICEA DA LUI PRESIEDUTO, IL CRISTIANESIMO DIVIENE RELIGIONE DI STATO

IN H O

L’IMPERATORE DI CRISTO


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ROMA IN SUBBUGLIO LE SPEDIZIONI DI SEVERO E DI GALERIO DEVASTARONO LA PENISOLA E SUSCITARONO IL FORTE MALCONTENTO DELLA POPOLAZIONE. A CUI MASSENZIO CERCÒ DI RIMEDIARE IMPEGNANDOSI NELLA RICONQUISTA DELL’AFRICA, COSÍ DA SCONGIURARE IL PERICOLO DI CARESTIE CAUSATE DAL MANCATO AFFLUSSO DI GRANO

Un tratto delle mura fatte costruire a Roma dall’imperatore Aureliano nel III sec. d.C. Come Costanzo Cloro, padre di Costantino, anche Aureliano era di origine illirica.

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LA TETRARCHIA NEL CAOS

F

ino al 306 l’Italia e Roma in primis erano state quasi esenti da regolari tassazioni (Roma lo era dalla conquista della Macedonia). Adesso, però, i funzionari inviati da Galerio e preposti all’estimo, temendo occultamenti o frodi, usavano non pochi mezzi coercitivi e perfino la tortura. Fu la causa o il principio piú saldo per la rivolta. Machiavelli dice che un principe, nella pratica di governo, deve soprattutto fuggire l’odio, e questo lo può quando si astenga «dalla roba de’ sua cittadini e de’ sua sudditi (…) perché gli uomini sdimenticano piú presto la morte del padre che la perdita del patrimonio». Era un pensiero di Tacito, ma Arbelio, vicarius in urbe Roma, l’aveva scordato o non l’aveva mai letto o temeva piú le ire di Galerio che le dimostrazioni popolari. Furono spogliate le famiglie piú ricche e non solo quelle; carri pieni di suppellettili, argenteria, vasi dorati, statue, attraversavano ogni giorno le strade. La loro vista eccitava la folla. Per contro le guardie di Arbelio erano insolenti, volutamente spregiose. Accadde che da Ostia per quattro o cinque giorni non arrivassero i barconi con il grano. La città era alla fame, ma ci voleva un capo che prendesse su di sé l’onere e l’orgoglio di riscattare la grandezza di Roma, come la libertà dell’Italia dal dispotismo di un armentario illirico. Per il nome e la volontà di riscatto Massenzio era l’uomo. Galerio, ovvero Arbelio per lui, commise l’errore definitivo: minacciò una riduzione drastica delle coorti pretoriane, addirittura la loro soppressione. Fu una fiammata: Arbelio ucciso, saccheggiato il palazzo vicariale, Massenzio acclamato imperatore romano. Era il 28 ottobre 306. Per Galerio franava il mondo. Nel giro di appena diciotto mesi i legami, le aspettative, le leggi, la struttura medesima della tetrarchia, di cui si vantava di essere ora il capo supremo, gli si disfecero tra le mani, divennero passato. Non era mai stato un abile politico, pensava da soldato come in un campo di battaglia. E adesso la rivolta in atto non era in un angolo dell’impero, ma in Italia, e il capo era suo genero. Non cercò neppure un approccio.

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Era offeso: Massenzio si tenesse pure sua figlia in ostaggio; Severo, che da Milano si sarebbe subito mosso con un esercito, non avrebbe incontrato difficoltà o resistenza, doveva combattere con una plebaglia, quella romana, avvezza solo ai giochi del circo e a vivere di congiari (le distribuzioni alla plebe di olio e di vino, n.d.r.); e Massenzio – il genero impostogli da Diocleziano – non era che un imbelle vizioso.

Una situazione inaspettata La sorpresa Severo l’ebbe non appena si trovò di fronte alle mura di Roma. Fino allora si era figurato di compiere una rapida spedizione punitiva: vide sulle Mura Aureliane macchine da lancio e armati spavaldi pronti a resistere a qualunque assedio. Inoltre, già nei primi giorni, successe un fatto increscioso e assolutamente imprevisto e che ebbe conseguenze devastanti: un numeroso contingente di cavalleria maura disertò, passando a Massenzio. Certo era stato adescato con il miraggio di donativi speciali, ma era proprio questo che inquietava. Arrivarono altre defezioni. Infine, una mattina di gennaio, il pallido sole invernale, alzatasi la nebbia, scoprí nella campagna intorno a Roma la desolazione che segue all’abbandono di un esercito. Severo fuggí a Ravenna in attesa di aiuti e ordini precisi da parte di Galerio. Quanto era

Nella pagina accanto altri rilievi dell’arco di Galerio a Salonicco. IV sec. d.C. In alto, l’ingresso in città (Adventus Augusti); in basso, una battaglia fra Romani e Persiani. In basso rilievo raffigurante Tyche, dea della fortuna e patrona di Salona, dalla Porta Cesarea della città dalmata, eretta durante il regno di Costanzo (337-361 d.C.), figlio di Costantino. Spalato, Museo Archeologico. Nella mano destra tiene un vessillo su cui si legge MIVSF (Martia Iulia Valeria Salona Felix), acronimo del nome completo della città; con il braccio sinistro si appoggia ad un moggio colmo di grano, simbolo di prosperità.


Gaio Valerio Massimiano Galerio

D

i modestissima famiglia, guardiano di armenti e proveniente dalla Dacia, si arruolò giovanissimo nell’esercito, subito distinguendosi per coraggio, aggressività, valore, fermezza d’animo. Era il campione dell’alta ufficialità nella frontiera danubiana, quando Diocleziano lo aggregò alla tetrarchia come Cesare dell’impero d’Oriente. E, rispedito sulla frontiera del Danubio, combatté per due anni contro Sarmati, Carpi, Goti. Ma la sua gloria militare è legata soprattutto alla campagna di Persia. Il primo anno, imbaldanzito dalle vittorie sul Danubio e temerario com’era, si lasciò trascinare in una pianura piatta, sabbiosa, senza una collina o un albero e, a distanza di trecentocinquanta anni, ripeté l’errore fatale di Marco Licinio Crasso. Alla notizia Diocleziano l’umiliò, costringendolo a camminare, addirittura un miglio, dietro il suo cocchio per le strade di Antiochia, dove l’aspettava. Galerio ne uscí distrutto nell’orgoglio, non nella rabbia di rivalsa. L’anno dopo arruolò veterani illirici, contingenti goti, cambiò strategia. Per due notti di seguito, con la scorta di due soli cavalieri, perlustrò in lungo e in largo l’accampamento dei Persiani. Dai tempi di Senofonte non usavano steccati di protezione. La quinta notte Galerio li sorprese, attaccandoli da piú parti. La carneficina fu superiore a ogni aspettativa. Narsete, il re, fuggí, ma lasciò nelle mani dei Romani, oltre a un bottino ingentissimo, i padiglioni con mogli, concubine, sorelle, figli. Fu la piú grande vittoria romana sulla Persia.

Fruttò all’impero cinque province al di là del Tigri, piú una pace sicura di quarant’anni. L’abdicazione dello Iovius suocero (305) innalzò Galerio al primato della tetrarchia, ma proprio di questa, nemmeno un anno dopo, avvertí gli scricchiolii. Cominciò a rivoltarglisi Roma; poi Massenzio, marito di sua figlia, è eletto imperatore dai pretoriani. La spedizione «punitiva» di Severo fallisce miseramente. Allora si muove lui con l’esercito dei veterani: ma scorge appena le mura di Roma; in compenso distrugge campagne, brucia villaggi e città. Intanto in Britannia è morto l’altro Augusto, Costanzo Cloro, e i legionari delle Gallie hanno eletto «loro» imperatore Costantino. Esacerbato, impotente, Galerio si rivolge al vecchio Diocleziano e si inventa il convegno di Carnuntum. È un fuoco di paglia. Senza un esercito al suo comando, lo Iovius è un titolo vano. Lo sfascio della tetrarchia non si arresta. E quel che è peggio e irreparabile per lui, gli si sfascia anche il corpo. Improvvisamente gli si aprono piaghe nel basso ventre e pullulano di vermi. «È la vendetta di Dio per la persecuzione dei cristiani» grida Lattanzio. Valeria, la moglie, chiama medici cristiani. Niente. Il disfacimento del corpo non lasciava a Galerio nemmeno un minimo di orgoglio. Arrivò anche all’editto di ritrattazione a favore dei cristiani (aprile 311). Ma non gli serví a placare il Dio di Lattanzio. Morí a Sardica ai primi di maggio del 311, sei anni dopo essere stato eletto primo Augusto della tetrarchia.

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L’ILLUSIONE DI MASSENZIO DOPO LA VITTORIA OTTENUTA NELL’OTTOBRE DEL 312 AL PONTE MILVIO, ROMA È NELLE MANI DI COSTANTINO, IL QUALE, POCO PIÚ CHE TRENTENNE, SI PREPARA ALLA RIUNIFICAZIONE DELL’IMPERO, PROCLAMANDOSI «STRUMENTO DI DIO»

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Città del Vaticano, Stanze di Raffaello, Sala di Costantino. Battaglia di Ponte Milvio, affresco eseguito su disegno di Raffaello, ma la cui esecuzione pittorica spetta materialmente all’allievo Giulio Romano, che lo ultimò dopo la morte prematura del maestro prima della fine dei lavori (1520).

M

assenzio era troppo pigro per cullare sogni o fantasie di conquiste. Non aveva mai amato, né amava ora gli esercizi militari, la vita dura degli accampamenti, le lunghe marce sotto il sole o nel freddo dell’inverno. Lo interessavano piuttosto le giovani mogli o figlie di senatori o di popolari capaci di stuzzicare i suoi appetiti sessuali. In una città dai costumi licenziosi come Roma non c’erano in pratica donne belle e amanti del lusso che non fossero disposte a compiacerlo in uno qualunque dei suoi giochi erotici. E c’era, comunque, anche il risvolto della medaglia: la loro compiacenza lo veniva a

privare del sapore piú piccante, quello dell’oltraggio gratuito, arbitrario, provocatorio, inaspettato, oltre naturalmente allo sfregio della violenza fisica. Eusebio di Cesarea (Historia Ecclesiastica) ricorda una giovane matrona che si uccise per sottrarsi alla lussuria di Massenzio. Precisa che era cristiana, moglie del prefetto di Roma e che il suo nome era Sofronia. La testimonianza del panegirista, anche se di parte, non può essere messa in dubbio. Ma rimane accidentale il fatto (per Eusebio, primario) che la donna fosse cristiana. A ogni buon conto, è assolutamente certo che nel 311, subito dopo l’editto emanato in aprile da Galerio, Massenzio concesse ai cristiani –

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VERSO IL POTERE ASSOLUTO

UN UOMO SOLO AL COMANDO

FURIOSI SCONTRI CAMPALI INSANGUINANO L’IMPERO, MA, ALLA FINE, COSTANTINO PREVALE. FORTE DELL’APPOGGIO DEI SUOI PANEGIRISTI CRISTIANI, CHE VEDONO IN LUI UNO «STRUMENTO DI DIO»

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A

Mosaico di frammenti marmorei (opus sectile) con figure geometriche e, al centro, il Cristo, da un edificio presso Porta Marina, a Ostia Antica. IV sec. d.C. Ostia Antica, Museo Archeologico.

gli occhi di Lattanzio la sconfitta di Adrianopoli ha i colori miracolistici: al paragone, quella di Massenzio a Ponte Milvio si riduce a una cronaca nuda e cruda. Lo strano, soprattutto, è in questo: che Lattanzio ed Eusebio di Cesarea, ma in particolare il primo, non si siano posti nemmeno il dubbio di riscrivere copioni già usati con sogni e apparizioni e collocati al medesimo punto del racconto, con l’aggiunta in Lattanzio di una specie di intontimento collettivo che sarebbe sopravvenuto ai soldati di Massimino Daia, impedendo loro di scagliare i dardi e di mettere mano alle spade. Quanto a Massimino Daia, neppure Nicomedia gli sembrò abbastanza protetta. Prese con sé moglie e figli a scappò in Cappadocia con il proposito di raccozzare un altro esercito. Era feroce, grosso, tracotante, ma militarmente incapace di competere con Licinio o con Costantino. Nonostante avesse a disposizione l’intera Asia, non riuscí a organizzare una qualunque linea di difesa in Cappadocia o in Cilicia. Lo fecero i suoi generali, fortificando i passi del Tauro, mentre lui, come un forsennato, passava giorni e notti in orge e correndo dall’Egitto alla Siria, alla Cilicia. Delle sconfitte militari si vendicò alla sua maniera: ferocemente. Riuní tutti i sacerdoti, profeti, indovini che gli avevano annunciato vittorie e perfino il dominio universale, e li fece sgozzare davanti ai suoi occhi, inebriandosi e sghignazzando ai loro lamenti. Aveva anche torturato e impalato gli eunuchi cristiani che erano a corte; ma ora, d’improvviso, fu colto da rigurgiti di pentimento. La paura, la viltà gli fecero emettere un editto in favore dei cristiani. Piú o meno uguale a quello di Galerio.

Una fine ingloriosa E appunto come Galerio, che dall’editto si aspettava la guarigione dalle piaghe che gli insozzavano il corpo, Massimino Daia sperò in impossibili rivincite. Si era rinchiuso in Tarso, trepidante, ma quando seppe che le difese del Tauro all’arrivo di Licinio si erano liquefatte, prese il veleno. Il guaio è che aveva una

struttura fisica robusta, una sorta di grosso orso bruno, e nell’avvilimento aveva mangiato e bevuto a strippapelle, e il veleno non ebbe effetto. Si trascinò, urlando, per le sale e le stanze del palazzo. Il corpo gli si disfece e gli si riempí di piaghe; si sentiva bruciare le viscere. Divenne anche cieco. Morí a Tarso, sbattendo la testa contro il muro per i dolori e la disperazione. Era agosto, il cielo affocato, e il fiume Cnido – che trecentocinquantaquattro anni prima aveva visto Cleopatra, novella Afrodite, arrivare in nave dal mare per l’incontro con Marco Antonio – aveva le rive bianche di sassi. Se Massimino Daia si era impigliato nella fangaia di sangue dei sacerdoti, indovini, profeti, perché ingannato dalle loro predizioni, Licinio per crudeltà non gli fu da meno. Appena giunto a Tarso, fece uccidere parenti e amici dello sconfitto, quelli almeno che poté raggiungere, cominciando dalle concubine e dai figli (anche una figlia di sette anni, che era stata promessa al bastardo di Galerio, Candidiano). Una piú accurata, metodica carneficina la compí comunque ad Antiochia, rivelando una implacabilità omicida fino a quel momento ignorata o nascosta, forse perché gli erano mancati i modi e le occasioni per manifestarla. Per prima fu gettata nei gorghi dell’Oronte la moglie di Massimino Daia, che pure era stata da lui abbandonata, privata dei figli, infine ripudiata; poi ricercò scrupolosamente ministri, cortigiani, favoriti e a spregio tolse loro la vita non tanto perché accusati di crimini o di ingiustizie, quanto colpevoli di aver scelto e servito un imperatore piú volte vinto in battaglia. Si erse anche a difensore dei cristiani condannando a morte tutti quelli del seguito di Massimino Daia che fossero stati loro contrari o in una qualunque circostanza avessero manifestato ostilità alla loro religione. Ma Licinio, uomo dai rancori e risentimenti indelebili, aveva da prendersi ancora una rivincita. Coniugato, come si è detto, con la sorellastra di Costantino, bella, giovane (fra loro correvano piú di quarant’anni), non aveva dimenticato il rifiuto e lo sgarbo subiti da Valeria

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Affresco raffigurante Costantino che offre a papa Silvestro I la tiara imperiale, simbolo del potere temporale. 12431254. Roma, chiesa dei Ss. Quattro Coronati, cappella di S. Silvestro.

L’OPERA È COMPIUTA ORMAI PADRONE DEL MONDO, COSTANTINO CONSOLIDA IL SUO POTERE, FONDA LA «SUA» CAPITALE IMPERIALE, E RENDE SEMPRE PIÚ SALDO IL LEGAME CON LA RELIGIONE CRISTIANA. CHE SUGGELLA, IN PUNTO DI MORTE, FACENDOSI BATTEZZARE

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UNA MONARCHIA UNIVERSALE

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uando fece l’ingresso vittorioso a Nicomedia, aveva quarantaquattro anni. Due piú di Cesare prima che desse avvio alla conquista della Gallia; ma Costantino, con la resa di Nicomedia, era padrone di un impero la cui vastità l’altro non aveva mai raggiunto. Si estendeva da Cadice alla Scozia, dal Reno al Danubio, al Tigri, al Nilo, compresa l’Africa che si affaccia sul Mediterraneo. Tra l’autunno e l’inverno del 324 gli toccarono tutte le fortune possibili: la gloria militare (in diciannove anni mai aveva subito un rovescio), il potere assoluto, l’ammirato rispetto dei soldati, il timore dei barbari, l’incensamento e la gratitudine dei cristiani, cosí come il plauso delle folle sempre pronte a inginocchiarsi davanti al vincitore; infine, dimenticato l’oltraggioso tradimento di Bassiano, la serenità e i gaudi familiari: la madre Elena elevata ad Augusta da stabularia che era in Bitinia; ossequienti i fratellastri (Dalmazio, Giulio Costanzo, Annibaliano) figli di Teodora; giovane e avvenente la moglie Fausta, cinque i figli avuti da lei, tre maschi (Costantino II, Costanzo, Costante) e due femmine; e poi Crispo, il primogenito, bastardo come era stato lui, già dimostratosi abilissimo e ardito condottiero. Ma Omero, che conosceva gli dèi, dice che erano gelosi della fortuna degli uomini, e Davide nella Bibbia, quattro o cinque secoli prima, aveva ammonito: «Il Signore dà e il Signore toglie». Fu il giovane Cesare, Crispo, che, colpevole o innocente, interruppe il corso di una fortuna che sembrava immobile. Imprecisa l’età di Crispo. Era nato a Nicomedia quando il padre faceva parte o meglio era il piú eminente della cerchia militare di Diocleziano. La madre Minervina doveva essere di Nicomedia, piú difficilmente illirica o trace o germana. Nel marzo del 307 Costantino sposa la giovanissima e avvenente figlia di Massimiano, Fausta. A quel tempo Minervina era morta o era

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A sinistra collane in grani di ambra (a sinistra) e vetro da tombe del IV sec. d.C. Karlsruhe, Badisches Landesmuseum. A destra, in alto fibule a disco in argento dorato, da una tomba femminile di Spielberg (Erlsbach). 300 d.C. circa. Oettingen/Ries, Heimatmuseum. A destra, in basso spada con guaina in lamiera dorata e manico a piastra di granati. IV sec. d.C. Karlsruhe, Badisches Landesmuseum. In basso moneta al nome di Crispo, con, al dritto il profilo dell’imperatore. 321 d.C. Chicago, The Art Institute.


Spade alemanne del V sec. d.C. con decorazioni in oro. Stoccarda, Württembergisches Landesmuseum.

stata ripudiata. Crispo doveva avere quattro o cinque anni, e di lui da allora si prese cura la nonna Elena che se lo tenne come figlio. Dal 317 Crispo ebbe come precettore il retore Lattanzio, chiamato a Treviri da Costantino. Il primo maggio dello stesso anno fu elevato a Cesare insieme con il fratellastro Costantino II, figlio di Fausta e nato da non molti giorni; fu poi console nel 318, nel 322, nel 324. Prove di grande valentia militare le aveva date nel 320 sul Reno, sconfiggendo clamorosamente Franchi e Alemanni. Di anni doveva averne diciassette o diciotto, l’età in cui Cesare Ottaviano alla testa di veterani di Calazia e di Casilino del padre adottivo marciò su Roma, e Alessandro a Cheronea comandava l’ala destra macedone dell’esercito di Filippo contro i Greci. Successivamente, nella guerra civile contro Licinio, Costantino affidò al figlio il comando della flotta. Forzare la Propontide per tagliare fuori Licinio, asserragliato a Bisanzio, dal cordone ombelicale dell’Asia, richiedeva coraggio, perizia, tempestività. Sotto ogni aspetto l’azione di Crispo fu perfetta. Si giovò, nondimeno, del grosso aiuto elargitogli dalla fortuna, quando la flotta nemica, fra l’altro numerosissima, improvvisamente travolta da un furioso vento del Sud, fu alla mercé delle sue navi.

Un erede illustre Nella strategia della guerra civile l’impresa di Crispo era stata determinante, tanto che l’unico dubbio sulla vittoria di Costantino riguardava esclusivamente la supremazia navale di Licinio. Caduta Bisanzio, le acclamazioni, i peana adulatori per Crispo non si fecero attendere. Uniti a quelli altisonanti per il padre dettero libero sfogo a un rituale tipicamente orientale. Si proclamò che il mondo era finalmente

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