di marco di Branco
LA GRANDE RAZZIA
L’AVVENTUROSA STORIA DEI FURTI D’ARTE DALL’ANTICHITÀ AI GIORNI NOSTRI
LA GRANDE RAZZIA Timeline Publishing srl - POSTE ITALIANE S.P.A. – SPEDIZIONE IN ABBONAMENTO POSTALE – AUT. N° 0702 PERIODICO ROC
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N°58 Dicembre 2023/Gennaio 2024 Rivista Bimestrale
LA
ARCHEO MONOGRAFIE
MONOGRAFIE IN EDICOLA IL 30 DICEMBRE 2023
€ 7,90
LA GRANDE RAZZIA L’AVVENTUROSA STORIA DEI FURTI D’ARTE DALL’ANTICHITÀ AI GIORNI NOSTRI di Marco Di Branco
4. presentazione Possedere la bellezza
6. mesopotamia Ladri di statue tra il Tigri e l’Eufrate
22. egitto
I primi «tombaroli» della storia
34. grecia e roma Graecia capta. I Romani e l’appropriazione dell’arte greca
50. obelischi Souvenir d’Egitto
60. mondo islamico
Sulla via di Dio Distruzioni e furti di opere d’arte degli «infedeli»
70. crociate e razzie
All’ombra della Croce. 1204: il sacco di Costantinopoli
88. napoleone Dalle Alpi alle piramidi
100. asia centrale
Diavoli stranieri sulla via della seta
114. prede di guerra Sotto il segno della svastica
120. furti e musei
Dai Marmi Elgin alla Gioconda
possedere la bellezza I
furti d’arte avvengono da sempre. O, almeno, da quando si è cominciato ad attribuire valore a un manufatto, a un dipinto, a un’opera nata dalla fantasia e dal talento creativo dell’uomo. Prima della nascita del mercato delle opere d’arte, ad attrarre erano essenzialmente la fattura dell’oggetto, il suo potere di seduzione, la sua magia, che inducevano a desiderarlo, a volerlo a ogni costo, fino al punto di rubarlo. Il ladro di opere d’arte è, lui per primo, vittima di un rapimento. D’altra parte, la religiosità primitiva prevedeva – e prevede tuttora – in molti contesti l’adorazione di feticci, ovvero di oggetti antropomorfi o zoomorfi che si riteneva fossero dotati di magici poteri (il termine «feticcio» deriva dal portoghese feitiço, «artificiale», usato per definire gli oggetti di culto delle popolazioni africane) e il cui possesso era fonte di ricchezza e prestigio. Il modo originario di articolazione dell’opera d’arte dentro il contesto della tradizione trova la sua espressione nel culto: le opere d’arte piú antiche sono nate al servizio di un rituale, dapprima magico, poi religioso. Occorre inoltre considerare che, fino alle soglie dell’epoca contemporanea, le opere d’arte non erano tecnicamente riproducibili. I Greci, per esempio, conoscevano soltanto due procedimenti per la riproduzione tecnica delle opere d’arte: la fusione e il conio. Bronzi, terrecotte e monete erano le uniche opere d’arte che essi fossero in grado di produrre in quantità. Tutte le altre erano uniche e, per ciò stesso, tanto piú desiderabili. Tra il XIX e il XX secolo, la riproducibilità tecnica delle opere d’arte diviene pressoché totale, eppure, come ha notato Walter Benjamin in un saggio molto fortunato (L’opera d’arte nell’epoca della sua riproducibilità tecnica, pubblicato per la prima volta in Italia nel 1966), anche nel caso di una riproduzione altamente perfezionata, viene a mancare un elemento: l’hic et nunc dell’opera d’arte – la sua esistenza unica e irripetibile
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Particolare della decorazione di un vaso in porcellana raffigurante il trasporto delle opere d’arte fatte prelevare in Italia da Napoleone e trasferite in Francia. Manifattura di Sèvres, 1813. Sèvres, Manufacture et Musée nationaux. Si riconoscono, a sinistra, la Venere Capitolina (una variante della Venus pudica) e, qui sotto, il gruppo del Laocoonte.
Bronzetto raffigurante un nano danzante, appartenente al carico di una nave affondata nelle acque al largo di Mahdia (Tunisia). Età tardo-ellenistica. Tunisi, Museo del Bardo. L’imbarcazione colata a picco trasportava statue di marmo e di bronzo di varie dimensioni, verosimilmente destinate a Roma, dove l’arte greca, all’indomani della conquista, aveva scatenato la caccia ai tesori del Paese sottomesso.
nel luogo in cui si trova. Di conseguenza, l’opera, per quanto riprodotta all’infinito, non cessa di essere bramata e desiderata. Anzi, sempre di piú si fa valere l’esigenza di impossessarsi dell’oggetto da una distanza il piú possibile ravvicinata. E, inequivocabilmente, la riproduzione si differenzia dall’immagine diretta, dal quadro o dalla statua originali. In questi ultimi, l’unicità e la durata s’intrecciano quanto la labilità e la ripetibilità nella prima. Se tra l’antichità e il Medioevo il furto d’arte, accanto a cause squisitamente economiche, ha spesso motivazioni legate alla sfera religiosa, con l’avvento del mercato delle opere d’arte e con l’estendersi del fenomeno del collezionismo l’aspetto finanziario diviene di gran lunga prevalente. Il collezionista, lo sfrenato e appassionato cultore di opere d’arte, oggi si nasconde nelle pieghe di un sistema criminale che, come affermano fonti dell’UNESCO, fattura decine di milioni di dollari ogni anno: il volume d’affari del traffico clandestino delle opere d’arte è secondo solo a quello del traffico di droga. Si tratta di una vera e propria emergenza, che è tanto piú drammatica per l’Italia, Paese in cui sono conservati moltissimi capolavori: un patrimonio immenso, unico, inestimabile che, oltre ad attirare l’attenzione e la meraviglia di turisti, visitatori, appassionati e studiosi, richiama inevitabilmente anche le brame di ladri e criminali, pronti a impossessarsi di una tela o di una scultura, magari dietro le indicazioni e i desideri di committenti internazionali, disposti a sborsare somme ingenti pur di avere quel determinato pezzo nella loro collezione privata. Fortunatamente, però, accanto a questi veri e propri geni del crimine, esistono in tutto il mondo importanti istituzioni che si battono strenuamente per tutelare il patrimonio culturale dell’umanità. E va detto che, in questo campo, l’Italia è all’avanguardia nel mondo, essendo stata la prima nazione a dotarsi di un organismo di polizia specializzato nel settore, anticipando la raccomandazione della Conferenza Generale dell’UNESCO, che nel 1970 indicava agli Stati aderenti l’opportunità di adottare varie misure volte a impedire l’acquisizione di beni illecitamente esportati e favorire il recupero di quelli trafugati. Le origini del Comando Carabinieri Tutela Patrimonio Culturale risalgono infatti al 3 maggio 1969, allorché il Comando Generale dell’Arma dei Carabinieri, sulla base di una lungimirante intuizione del Capo di Stato Maggiore pro tempore, il generale Arnaldo Ferrara, determinò di costituire, presso il Ministero della Pubblica Istruzione e d’intesa con questo, il Nucleo Tutela Patrimonio Artistico. Proponiamo dunque ai nostri lettori un viaggio nello spazio e nel tempo sulle tracce dei piú celebri furti d’arte della storia: un viaggio che ci porterà dalla Mezzaluna fertile del III millennio a.C. alla Valle dei Re dell’età della XX dinastia, alla Grecia caduta sotto il giogo romano; dall’Oriente islamico alla Costantinopoli saccheggiata dai crociati; dalla Samarcanda di Tamerlano alla Parigi di Napoleone; dal bunker di Hitler ai grandi musei dell’Occidente. Una piccola storia globale del furto d’arte dedicata a tutti coloro che, come Indiana Jones, sanno bene che le opere veramente importanti «dovrebbero stare in un museo». Buona lettura.
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MESOPOTAMIA
LADRI DI STATUE
TRA IL TIGRI E L’EUFRATE
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DA QUEL CHE RACCONTANO LE FONTI E DA QUANTO TESTIMONIANO LE RICERCHE ARCHEOLOGICHE, LA PALMA DI «PRIMI RAZZIATORI DELLA STORIA» VA ASSEGNATA AI POPOLI MESOPOTAMICI. PER I QUALI, APPROPRIARSI DELLE OPERE D’ARTE NON ERA SOLTANTO UNA DELLE CONSEGUENZE NATURALI DEI SUCCESSI OTTENUTI SUL CAMPO DI BATTAGLIA, MA RAPPRESENTAVA ANCHE UN’OPERAZIONE DALLE FORTI VALENZE SIMBOLICHE Disegno ricostruttivo nel quale si immagina il trasporto di una statua di culto dorata all’interno di una ziqqurat, la tipica torre templare a base quadrangolare mesopotamica che si elevava per terrazze digradanti, fino ad accogliere sull’ultima un tempio o cella templare, residenza di un dio.
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EGITTO
3 giugno 1886. Nel Museo di Bulaq, quartiere del Cairo che ospitò la prima sede del futuro Museo Egizio, l’egittologo francese Gaston Maspéro, alla presenza del khedivè Tawfiq, sbenda la mummia di Ramesse II, trovata nella cachette dei Deir el-Bahari. Illustrazione tratta dal settimanale francese Le Monde Illustré.
LA PIAGA DEI SACCHEGGI E DELLE RAZZIE, SOPRATTUTTO AI DANNI DEI MONUMENTI FUNERARI, HA ORIGINI ANTICHE. NE SONO PROVA I NUMEROSI EPISODI VERIFICATISI NELL’ANTICO EGITTO, DOVE SI GIUNSE PERFINO A CREARE UN NASCONDIGLIO PER SALVARE LE MUMMIE DEI FARAONI PIÚ CELEBRI | 22 | LA GRANDE RAZZIA |
I PRIMI «TOMBAROLI» DELLA STORIA
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EGITTO
LA VALLE DEI RE I
n una valle desertica situata vicino all’antica città di Tebe (l’odierna Luxor), il cui accesso è a meno di 3 km dalla riva occidentale del Nilo, nel periodo compreso tra la XVIII e la XX dinastia (XVI-XI secolo a.C.) sorse una grande città dei morti, nella quale furono sepolti quasi tutti i faraoni del tempo. L’ancor oggi impressionante maestosità del luogo, sovrastato dalla piramide naturale rappresentata dalla vetta del monte Qurn, può essere stata una delle
ragioni della scelta di questa valle, a cui si aggiunse anche la venerazione della dea Hathor, che aveva il suo centro di devozione presso la vicina parete rocciosa di Deir el-Bahari, dove anche la regina Hatshepsut e il grande faraone Tuthmosi III avevano eretto templi per il loro culto funebre. Le tombe della Valle dei Re, insieme alle piramidi, costituiscono la testimonianza piú suggestiva del culto dei morti dell’antico Egitto. Splendide per la ricchezza dei tesori che contengono, per le decorazioni che le abbelliscono, per la raffinata simbologia che celano, esse rappresentano una fonte inesauribile per la conoscenza della concezione egizia dell’oltretomba e fanno della Valle dei Re uno dei siti archeologici piú importanti del mondo, visitato, fin dall’antichità, da pellegrini, viaggiatori, filosofi e studiosi provenienti da ogni parte della terra. Fino al 1922, la piú importante tomba della Valle dei Re era quella di Sethi I, rinvenuta dal padovano Giovanni Battista Belzoni all’inizio del XIX secolo. Ma questa scoperta fu completamente oscurata da quella della tomba di Tutankhamon e del suo spettacolare corredo, compiuta il 4 novembre del 1922 da Howard Carter. In alto ushabti (statuette funerarie) del faraone Sethi I. 1306-1290 a.C. Parigi, Museo del Louvre. A sinistra Howard Carter intento a esaminare il sarcofago del faraone Tutankhamon.
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È questo un periodo di grave crisi per il Paese, in cui si registrano un notevole squilibrio nel sistema amministrativo delle risorse, l’evidente diminuzione dei bottini di guerra e, soprattutto, il fortissimo aumento dei costi dei generi alimentari di prima necessità, fenomeni a cui si aggiunge la corruzione generalizzata dei funzionari. Ne conseguirono l’esplosione di rivolte di vario genere e, appunto, saccheggi a catena di sepolcri reali e privati, alla ricerca di oggetti preziosi. Ed è proprio su questa realtà che i documenti summenzionati gettano una vivissima luce. Esaminiamone alcuni.
La banda di Amon-em-heb Il primo testo del «dossier egizio» dedicato ai furti di oggetti preziosi nella Valle dei Re è un papiro contenente gli atti di un processo avvenuto nel XVI anno di regno di Ramesse IX (anni Dieci del XII secolo a.C.). Esso allude alle imprese di una banda capeggiata da un contadino, di nome Amon-em-heb e composta da altri due contadini, uno scalpellino, un cavatore e un commerciante di acqua fresca. Questi sei individui avevano saccheggiato varie tombe della necropoli tebana e tolto ad alcuni sarcofagi l’oro e l’argento che li rivestivano. Nel verbale, uno dei ladri entra nei dettagli e descrive la razzia operata nella tomba di Cia-nefer, primo sacerdote di Amon (vedi box alla pagina accanto). Quando furono fermati, uno degli imputati diede allo scriba del territorio 36 grammi d’oro, e lo scriba chiuse un occhio: la corruzione dei magistrati era una piaga non meno purulenta dei furti e dei saccheggi. Al sedicesimo anno di regno di Ramesse IX risale anche una serie di documenti relativi all’inchiesta condotta su furti e saccheggi nelle tombe della necropoli tebana, che coinvolse a vario titolo anche il prefetto di Tebe Pa-ser, il sindaco di Tebe ovest Pa-uraa, e il vizir Kha-emUaset. In base a una doppia denuncia, il prefetto accusò infatti alcuni operai di essersi resi colpevoli di crimini passibili della pena di morte, insinuando implicitamente che il sindaco di Tebe ovest – responsabile della sicurezza della necropoli – avesse lasciato
saccheggiare in maniera fraudolenta le sepolture della riva occidentale del Nilo, fra cui, appunto, alcune tombe della Valle dei Re, e suggerendo altresí che il vizir Kha-em-Uaset, che non aveva preso provvedimenti contro il Sindaco, non fosse stato all’altezza della situazione. Si procedette quindi agli interrogatori dei ladri di tombe, che descrissero minuziosamente il loro modus operandi ed elencarono il bottino: oro, argento, vasellame in bronzo, pietre dure. A questo punto, il vizir inviò un gruppo di controllori a ispezionare le tombe dei re e dei nobili: su dieci sepolture reali esaminate, si trovò profanato solo il sepolcro di Sobek-em-Saf, un faraone della XVII dinastia. Al contrario, il cimitero della gente comune era stato completamente saccheggiato. Il sindaco di Tebe ovest e i membri dell’ispezione inviarono al vizir un nuovo rapporto, contenente anche i nomi dei ladri, che, arrestati e posti sotto tortura, confessarono le loro imprese. Subito dopo, un uomo venne accusato ingiustamente di aver violato la tomba della regina Iside, moglie di Ramesse III, ma quando si verificarono i sigilli del sepolcro, li si trovarono intatti. Ciò provocò una grande manifestazione di gioia che coinvolse i poliziotti, gli operai della tomba e la squadra di approvvigionamento. Tale manifestazione non risultò gradita al prefetto di Tebe, Paaser, che la considerò una provocazione nei suoi confronti e minacciò di riferire direttamente al faraone. Furono interrogati anche i fabbri del Ramesseum, accusati di furto nella tomba della regina Iside, ma anch’essi risultarono innocenti. La causa fu quindi archiviata e i suoi verbali vennero depositati negli archivi del vizir. Gli unici a essere perseguiti furono i ladri della tomba di Sobek-em-Saf. Il tentativo del prefetto di Tebe di lucrare politicamente sulla questione non ebbe dunque successo.
Furti nel Ramesseum Ma le spoliazioni e i furti non si limitavano alla Valle dei Re. Durante il regno di Ramesse XI si verificarono episodi analoghi anche nel
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OBELISCHI
SOUVENIR
D’EGITTO ELEMENTI TIPICI DEL PAESAGGIO EGIZIANO, GLI OBELISCHI SUSCITARONO GLI APPETITI DEGLI IMPERATORI ROMANI. UN GRAN NUMERO DI QUEI GRANDIOSI MONOLITI PRESE DUNQUE LA VIA DELLA CAPITALE DELL’IMPERO E LE LORO SAGOME AFFILATE ABBELLISCONO ANCORA OGGI ALCUNE DELLE PIAZZE PIÚ IMPORTANTI DELLA CITTÀ
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Roma, Piazza del Popolo con l’Obelisco Flaminio, dipinto di Giovanni Capranesi. 1865. Roma, Museo di Roma, Gabinetto Comunale delle Stampe. Il monolite, eretto originariamente da Ramesse II a Heliopolis nel XIII sec. a.C., fu portato nell’Urbe da Augusto, per ornare il Circo Massimo.
F
ra i resti monumentali di maggior interesse della civiltà faraonica, gli obelischi, antichi oggetti di culto dedicati al dio sole, contendono il primato alle piramidi. Ma mentre le piramidi, per ovvi motivi, non furono mai spostate dai luoghi in cui erano state erette, gli obelischi, anche a causa della loro relativamente facile trasportabilità, furono tra gli oggetti egiziani piú depredati dagli imperatori, anche allo scopo di potenziare la sacralità dei santuari romani dedicati a Iside, il cui culto, in epoca imperiale, divenne sempre piú diffuso. Fatto sta che Roma ne possiede piú di qualsiasi altra città del mondo: sui ventuno obelischi ancora esistenti, ben tredici si innalzano ancora oggi nella capitale d’Italia. Tutti furono trasportati dall’Egitto, sebbene le decorazioni di alcuni siano state completate solo dopo il loro arrivo a Roma. Sette sono stati iscritti da faraoni, due da imperatori romani, uno reca un’iscrizione pseudo-egizia, mentre i rimanenti non presentano iscrizioni di alcun tipo. Furono invece i Greci a chiamare gli obelischi con questo nome (essi erano designati dagli Egizi con il termine tekhenu, di etimologia incerta), che si è poi diffuso in quasi tutte le lingue moderne. In greco, obeliskos significa infatti «spiedino», con una chiara allusione alla sua forma allungata e sottile.
Da Eliopoli a piazza del Popolo Il primo obelisco egiziano trasferito a Roma, su iniziativa di Augusto, è quello che si trova attualmente in piazza del Popolo. Alto piú di 23 m, con un peso di 235 t e proveniente dal tempio del sole di Eliopoli, questo monolito fu commissionato dal faraone Sethi I e completato da suo figlio Ramesse II. Nelle iscrizioni geroglifiche incise su di esso, Sethi I è definito «Colui che riempie Eliopoli di obelischi, perché i loro raggi possano illuminare il tempio di Ra», mentre Ramesse II appare come «Colui che produce monumenti innumerevoli come le stelle del cielo». Il suo invio a Roma fu considerato degno di tanta ammirazione che la nave usata per il trasporto fu addirittura
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MONDO ISLAMICO
SULLA VIA DI DIO
DISTRUZIONI E FURTI DELLE OPERE D’ARTE DEGLI «INFEDELI»
Il Colosso di Rodi, olio su tavola di Louis de Caullery. 1600 circa. Parigi, Museo del Louvre. Nel 228 a.C., la statua fu abbattuta da un terremoto e può darsi che fosse stata in qualche modo restaurata in età romana, ma all’epoca dell’invasione araba essa era certamente scomparsa da tempo. Non ha dunque alcun fondamento la tradizione che attribuisce la distruzione dell’opera agli Arabi che nel VII sec. conquistarono Rodi.
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N
È OPINIONE DIFFUSA CHE L’ISLAM ABBIA SEMPRE RIFIUTATO L’USO DELLE IMMAGINI, MA SI TRATTA DI UN PREGIUDIZIO, NATO DA ERRORI DI INTERPRETAZIONE. E CHE, NEL TEMPO, HA ALIMENTATO LA CONVINZIONE CHE ALLE GENTI MUSULMANE ANDASSE IMPUTATA LA DISTRUZIONE DI ALCUNI DEI GRANDI CAPOLAVORI DELL’UMANITÀ
el corso delle grandi conquiste islamiche le truppe musulmane ebbero occasione di entrare in contatto con le grandi civiltà del mondo tardo-antico, che avevano elaborato importanti tradizioni culturali e figurative. Nella vulgata storiografica, la storia dei rapporti con tale tradizione è spesso rappresentata sotto un segno esclusivamente negativo, in cui l’elemento prevalente sembra essere quello del rifiuto e dell’annichilimento: secondo questa visione, per l’Islam, l’arte degli «infedeli» Greci, Romani e Bizantini, in quanto arte demoniaca, non avrebbe potuto essere neppure oggetto di preda o di razzia, ma il suo unico destino possibile e plausibile sarebbe stato la distruzione. In realtà, come vedremo subito, l’atteggiamento islamico nei confronti delle opere letterarie e artistiche prodotte dalla civiltà greco-romana e bizantina, fu assai piú complesso e sfaccettato. Ma, per rendercene pienamente conto, si deve esaminare piú da vicino il problema del rapporto fra la cultura islamica e l’arte figurativa. Le vignette satiriche sul Profeta dell’Islam comparse di recente su alcuni quotidiani europei, oltre a suscitare in tutto il mondo il disgusto, la protesta e la rivolta di un gran numero di musulmani, hanno provocato in Occidente, come «effetto collaterale», il riaccendersi della curiosità sul tema affascinante del ruolo e della liceità delle immagini nel mondo islamico. Chiunque abbia visitato una moschea sa bene come tali luoghi siano privi di immagini sacre, e come, in generale, non vi si trovino rappresentazioni di esseri viventi; e tuttavia, la consapevolezza di questa diffidenza per le immagini – che l’Islam peraltro condivide con l’ebraismo – è spesso fonte di equivoci. Per esempio, si ritiene comunemente che il divieto delle immagini sia connesso con lo «spirito semitico», senza considerare che questo stesso «spirito» si è espresso nella creazione di grandi correnti artistiche ricche di rappresentazioni di esseri animati: si pensi all’arte assirobabilonese, a quella palmirena o a quella dei Nabatei di Petra. L’avversione per le
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NAPOLEONE
DALLE ALPI ALLE PIRAMIDI | 88 | LA GRANDE RAZZIA |
SULLA SCIA DEGLI ESPROPRI OPERATI IN FRANCIA IN NOME DELLA RIVOLUZIONE, NAPOLEONE BONAPARTE FECE DELLE OPERE D’ARTE UNO DEGLI OBIETTIVI DELLE CAMPAGNE CONDOTTE IN ITALIA E POI IN EGITTO. UN «DANNO COLLATERALE» CHE VIDE PARTIRE PER PARIGI UN NUMERO QUASI INCALCOLABILE DI CAPOLAVORI, CHE SOLO IN PARTE HANNO RIACQUISTATO LA LORO COLLOCAZIONE ORIGINARIA
Il gladiatore Borghese, firmato da Agasia di Efeso, da Anzio. 100 d.C. Parigi, Museo del Louvre. Nella pagina accanto il gruppo del Laocoonte, attribuito a tre scultori di Rodi, Atenodoro, Agesandro e Polidoro. Scoperta a Roma nel 1506, l’opera si data tra il 40 e il 20 a.C. Città del Vaticano, Musei Vaticani. Confiscato e portato a Parigi da Napoleone dopo la campagna d’Italia, il gruppo tornò in Vaticano nel 1815.
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ASIA CENTRALE
DIAVOLI STRANIERI SULLA VIA DELLA SETA | 100 | LA GRANDE RAZZIA |
Niya (contea di Minfeng, Regione Autonoma dello Xinjiang Uygur). Resti di uno stupa buddhista. III sec. d.C. Considerato una sorta di «Pompei della via della seta», il sito fu individuato nel 1901 da Aurel Stein, che vi scoprí varie tavolette iscritte, alcune con sigilli raffiguranti divinità ed eroi della mitologia greca.
IN TEMPI MODERNI, I PERCORSI SEGUITI DA MARCO POLO E DA TANTI ALTRI IGNOTI VIAGGIATORI SONO STATI BATTUTI DA STUDIOSI ED ESPLORATORI EUROPEI. LA CUI SETE DI CONOSCENZA SI È TRADOTTA SPESSO IN VERI E PROPRI SACCHEGGI AI DANNI DI UN PATRIMONIO DI RARA RICCHEZZA
N
el 1271 Marco Polo partí alla volta di Khanbalik, cioè Pechino, la «città del Khan» (che nel Milione è indicata come Cambaluc), nuova capitale di Kubilai, discendente di Gengis Khan. È difficile ricostruire il suo itinerario, dal momento che Marco menziona nel suo libro anche luoghi per i quali, in realtà, non passò e di cui sentí semplicemente parlare. Probabilmente transitò per Tabriz, quindi per la regione a sud del Mar Caspio, e si diresse verso Balkh e quindi alla volta di Kashgar, di Yarkand, di Khotan, per poi giungere nel Gansu e finalmente in Cina. Il percorso era uno dei tanti itinerari possibili su quella che il geografo ottocentesco Ferdinand von Richtofen aveva per primo definito «via della seta», un reticolo di strade che collegavano la Cina al Mediterraneo su cui, dal II secolo a.C. in poi, corsero incessantemente carovane cariche di merci preziose, tra cui, appunto, la richiestissima seta cinese. Questo percorso rimase in voga per molti secoli, ma, a partire dal Cinquecento, quando nei grandi commerci intercontinentali le carovane vennero sostituite dalle caravelle, iniziò un lento declino, che ebbe il suo culmine alla fine del XIX secolo, allorché la maggior parte dei centri commerciali un tempo fiorenti della via della seta fu completamente abbandonata. È proprio a questo punto che
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SOTTO IL SEGNO DELLA
SVASTICA FIN DAL SUO AVVENTO, IL REGIME NAZIONALSOCIALISTA VOLLE CHE ANCHE LE OPERE D’ARTE CONCORRESSERO AD ESALTARNE LA POTENZA. E COSÍ, SU MANDATO DELLO STESSO ADOLF HITLER, INIZIÒ UNA CACCIA SISTEMATICA, CHE EBBE TRA I SUOI PIÚ ACCANITI ESECUTORI UNO DEI PERSONAGGI DI PUNTA DEL TERZO REICH, HERMANN GÖRING
Un soldato della 101ª Divisione aviotrasportata statunitense esamina alcune tele facenti parte della collezione d’arte riunita da Hermann Göring. Le opere furono ritrovate nel maggio 1945 dall’unità americana in un nascondiglio allestito in una grotta nei pressi della cittadina bavarese di Berchtesgaden, dove Adolf Hitler aveva fatto realizzare la sua residenza nota come Nido dell’Aquila.
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