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Archeo Monografie n. 57 – Ottobre/Novembre 2023

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ARCHEO MONOGRAFIE

TERRA SANTA

LA

AL TEMPO DI

GESÚ

L’archeologia in Israele alla scoperta della storia, dei protagonisti, dei luoghi

€ 7,90

LA TERRA SANTA AL TEMPO DI GESÚ

N°57 Ottobre/Novembre 2023 Rivista Bimestrale

Timeline Publishing srl - POSTE ITALIANE S.P.A. – SPEDIZIONE IN ABBONAMENTO POSTALE – AUT. N° 0702 PERIODICO ROC

MONOGRAFIE

IN EDICOLA IL 9 NOVEMBRE 2023


Veduta del sito di Beit Shean (Nysa-Scythopolis in età ellenistica), nella valle del Giordano a sud del lago di Tiberiade.


TERRA SANTA

LA

AL TEMPO DI

GESÚ

L’archeologia in Israele alla scoperta della storia, dei protagonisti, dei luoghi di Andreas M. Steiner con contributi di Giuseppe Barbaglio, Maria Giulia Amadasi Guzzo, Ehud Netzer, Anna Provenzali e Renata Salvarani Reportage fotografico di Duby Tal (foto aeree) e Mimmo Frassineti

6. Presentazione 8. Il quadro storico

Greci, Romani e Giudei 10. Tolomei e Seleucidi 20. La rivolta dei Maccabei e la dinastia degli Asmonei 28. L’avvento di Roma

42. Qumran

I Manoscritti del Mar Morto 62. I protagonisti 62. Chi era Gesú? 74. Flavio Giuseppe, un cronista d’eccezione 75. Ponzio Pilato, prefetto di Giudea 76. Erode il Grande

82. Reportage

Viaggio in Terra Santa, ieri e oggi 98. I luoghi 100. Nella Cittadella di Gerusalemme 106. Gli scavi di Khirbet Qumran 108. Cesarea Marittima 112. Sefforis 116. Tiberiade 117. La barca di Ginosar 118. Magdala 120. Cafarnao 122. Hippos Susita 126. Banias 128. L’età delle sinagoghe Veduta del lago di Tiberiade, con il Monte Tabor sullo sfondo.


Tolomei e Seleucidi N

el 336 a.C. Alessandro Magno divenne re di Macedonia, succedendo al padre, Filippo II. In un brevissimo lasso di tempo, conquistò la Persia, l’Egitto e tutti i territori che oggi chiamiamo Vicino e Medio Oriente. Nel 332 fu la volta di una piccola fascia di terra stretta tra il Mediterraneo e il Giordano, la Giudea. Dopo la morte di Alessandro, però, il suo vasto ed eterogeneo impero si spezzò e le sue parti furono distribuite tra gli eredi politici e militari del Macedone: ad Antigono andò l’Asia Minore, Seleucio ottenne la Mesopotamia e la Siria settentrionale, l’Egitto divenne il regno di Tolomeo. E la Giudea, posta al confine tra i domini di questi ultimi due – e dopo aver a lungo vissuto al margine degli interessi di potere del mondo antico – entrò nel vortice degli avvenimenti politici, diventando, nel secolo che segue, territorio conteso dalle dinastie rivali dei Tolomei e dei Seleucidi. La conquista della Giudea da parte dei Greci di Alessandro non rappresentò, però, soltanto un episodio militare. Come avvenne anche nelle altre terre del suo impero, essa ebbe un impatto dirompente sull’esistenza della popolazione locale, segnata dalla diffusione di idee, lingua, regole politiche e istituzioni improntate al modello greco. L’ellenismo cominciò a imporsi all’antico modo di vivere degli Ebrei, dando luogo a un fenomeno di trasformazione, osmosi e reazione vasto e dalle mille implicazioni. Come reagí la società giudaica alle sollecitazioni del nuovo mondo ellenistico? E in che modo l’isolamento culturale, religioso, ma anche territoriale degli Ebrei (insediatisi perlopiú nelle aree collinari dell’interno) determinò una reazione particolare alla nuova cultura, diversa rispetto a quella delle comunità pagane che vivevano nelle aree costiere del Levante? Tra le molte ipotesi, un dato sembra emergere con forza dalle ricerche storiche e archeologiche: l’avvento dell’ellenismo produsse e approfondí divisioni interne alla società giudaica, esasperando le disparità economiche tra le diverse componenti sociali e mettendo in discussione un sistema tradizionale di credenze e pratiche religiose vissuto, per secoli, al riparo da interferenze esterne. Questa conflittualità «endemica»

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Moneta in oro battuta al tempo di Tolomeo III Evergete (285 circa-221 a.C.). Londra, British Museum. Figlio di Tolomeo II, sposò la cugina Berenice (qui ritratta insieme a lui) erede del regno di Cirene che riuní cosí all’Egitto. Nella terza guerra siriaca (246-240), giunse con le sue armi fino al Tigri e ottenne vasti territori in Siria, Asia Minore e Tracia.


traeva ulteriore alimento dallo scontro tra i due potenti regni – quello dei Seleucidi in Siria e quello dei Tolomei in Egitto – in perenne rivalità e guerra tra di loro. Uno degli strumenti piú espliciti della nuova politica culturale messa in atto dall’ellenismo fu la fondazione di città «greche» o, anche, la trasformazione in poleis di insediamenti preesistenti, con tutto quello che ciò comportava sul piano sociale, religioso e culturale. Le poleis erano rette da un sistema amministrativo greco, il quadro religioso si presentava dominato dalle divinità del pantheon ellenico, il ginnasio (istituzione chiave della cultura greca) e le altre istituzioni pubbliche seguivano il modello della madrepatria. Durante il primo secolo successivo alla conquista della Giudea da parte del Macedone, furono fondate città lungo la costa mediterranea, nell’entroterra e anche a est del Giordano. E la stessa Gerusalemme – centro religioso, politico e culturale dell’ebraismo, divenne – un secolo e mezzo dopo la conquista della Giudea – una città greca a tutti gli effetti. Come reagirono gli abitanti della Giudea alla nuova situazione? Fino a quando rimasero sotto il dominino dei Tolomei (301-198 a.C.), agli Ebrei non fu impedito di continuare a vivere secondo le loro antiche tradizioni e di onorare il culto del loro dio unico. Nei confronti dell’ellenismo, i membri delle classi sociali piú

Pentadramma aureo di Tolomeo I Sotere (366 circa-283 a.C. circa). Londra, British Museum. Satrapo d’Egitto dall’estate del 323, si proclamò re nel 304 e conquistò varie regioni, tra cui la Palestina e Cipro (301-286).

Tutti i nomi della Terra Santa Il toponimo piú antico attribuito alla terra oggi compresa entro i confini di Israele è «Canaan», la «Terra Promessa» degli Ebrei che, in seguito, verrà a coincidere, dal punto di vista geografico, con la «Terra Santa» della tradizione cristiana. Nell’Antico Testamento questa terra viene già chiamata «Israele». In seguito alla conquista di Pompeo del 63 a.C., essa diviene provincia romana con il nome di Giudea, in riferimento all’antico regno di Giuda del VI secolo a.C. L’uso del termine Palestina per designare tutto il territorio in questione risale all’epoca adrianea: venne, infatti, adottato dai Romani nel 135 d.C., all’indomani della repressione della seconda rivolta ebraica, quando l’intera regione fu ribattezzata Syria Palaestina e, in questo senso, è rimasto in uso sino a oggi. «Palestina» è la forma greca dell’aramaico Pelishtaijn, l’ebraico Peleshet,

e, in origine, designava soltanto l’area di insediamento dei Filistei, lungo la costa del Mediterraneo. Il nome venne, inoltre, riesumato in età moderna per designare il territorio all’epoca del mandato britannico, vale a dire nel periodo compreso tra il 1919 e la proclamazione dello Stato di Israele nel 1948. Al tempo di Gesú, la Giudea era una regione ad altissima conflittualità sociale: la maggior parte dei suoi abitanti erano Ebrei, ma vi risiedevano anche i Samaritani (una comunità separatasi dai primi per motivi religiosi e che non mancava di sottolineare il suo antagonismo nei confronti dei suoi ex correligionari), gli Idumei (forzatamente convertiti all’ebraismo alla fine del II secolo a.C.) e le popolazioni greche di città come Cesarea Marittima e Samaria, che spesso cercavano lo scontro con gli Ebrei.

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La rivolta dei Maccabei e la dinastia degli Asmonei L’

ellenizzazione forzata e le repressioni messe in atto da Antioco avevano oltrepassato il limite. Due anni dopo, un episodio accaduto nella cittadina di Modi’in segna l’avvio dell’insurrezione. Nel mese di kislev (dicembre) del 167 a.C. un sacerdote di nome Mattatia, della famiglia degli Asmonei, si rifiuta di sacrificare in onore di Zeus e accoltella un giudeo e un funzionario seleucide intenti a compiere il rito. La fonte biblica narra che, subito dopo, Mattatia e i suoi cinque figli (Giuda, Simone, Giovanni, Eleazaro e Gionata), insieme a una schiera di uomini pii (gli Chassidim o Asidei) in attesa di un divino intervento salvifico, si rifugiarono nel deserto di Giuda. Negli anni che seguirono, i ribelli diedero vita – prima sotto la guida dello stesso Mattatia e, dopo la sua morte avvenuta nel 166 a.C., del figlio Giuda – a una resistenza antiellenica nota come la «rivolta dei Maccabei», dal soprannome dato a Giuda e, in seguito, a tutta la sua stirpe, dalla quale ebbe poi origine la dinastia regale degli Asmonei (dal nome del leggendario progenitore di Mattatia). L’origine e il significato del soprannome «Maccabeo» rimangono a tutt’oggi incerti: molti propendono a farlo derivare dalla parola ebraica maqqabah, «martello», con riferimento alla forza dimostrata da Giuda nella sua lotta contro il nemico. Dopo aver battuto i Seleucidi nelle battaglie di Emmaus (166 a.C.) e Bet Zur (164 a.C.), Giuda riconquistò Gerusalemme e, nel dicembre del 164 a.C., a un mese dalla morte di Antioco IV, purificò e riconsacrò il Tempio. Ancora oggi, questo evento viene ricordato dagli Ebrei di tutto il mondo durante la festa di Chanukkà, o «festa dei lumi» (con riferimento al candelabro

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Nella pagina accanto Il trionfo di Giuda Maccabeo, olio su tela di Pieter Paul Rubens. 1635. Nantes, Musée des Beaux-Arts. Patriota e capo militare, Giuda guidò il movimento antiellenico dei Giudei e riportò numerose vittorie; occupò Gerusalemme e vi riconsacrò il tempio. In basso incisione raffigurante Mattatia che uccide con la sua spada gli Ebrei che, secondo il comandamento di Antioco, nella città di Modi’in avevano sacrificato sull’altare di una divinità pagana.


In basso et utem net laut facient et quam fugiae officae ruptatemqui conseque vite es sae quis deris rehenis aspiciur sincte seque con nusam fugit et qui bernate laborest, ut ut aliquam rentus magnim ullorepra serro dolum quis et volenimenis dolorib ercillit fuga. Accationes reperiam res sa conemolorum nis aliaepu danditatur sequae volore.


Sulle due pagine veduta del sito di Khirbet Qumran, nelle cui grotte, a partire dal 1946/47, furono rinvenuti i celebri manoscritti detti «del Mar Morto». In alto particolare del Rotolo dei Salmi, copia del 30-50 d.C., contenente una collezione di salmi liturgici.

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I Manoscritti del Mar Morto Una delle piú emozionanti avventure archeologiche della storia ha inizio negli anni Quaranta del Novecento: da alcune grotte del deserto di Giuda emergono rotoli scritti dai membri di una setta vissuta al tempo di Gesú di Maria Giulia Amadasi Guzzo

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Ecce Homo (particolare), olio su tela di Antonio Ciseri. 1871. Firenze, Galleria d’arte moderna di Palazzo Pitti. Ponzio Pilato, governatore romano della Giudea, presenta Gesú al popolo, dalla balconata del Pretorio. Sulla destra, la moglie del funzionario distoglie lo sguardo dalla scena, preoccupata del giudizio della folla.

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Chi era Gesú? Al nome di Gesú fa riferimento una delle piú numerose comunità religiose del mondo, composta da oltre 2 miliardi di persone. Eppure, intorno all’anno 30, quando fu condannato e crocifisso, il Nazareno rappresentava, per le autorità politiche e religiose del tempo, ma anche per ampia parte dei suoi contemporanei comuni, una figura marginale, un predicatore settario come, in quel periodo, ve ne erano tanti. Della sua vita e del suo pensiero, egli stesso non ci ha lasciato testimonianze «dirette» e tutto quello che sappiamo di lui ci è stato tramandato da altri, prima per tradizione orale e, in seguito, dopo diversi decenni dalla sua morte, per iscritto. Cosa possiamo sapere, dunque, della sua figura storica? È possibile tracciare una sorta di identikit del personaggio? Insomma, chi era, veramente, Gesú? Per rispondere a questi interrogativi abbiamo scelto di riportare le considerazioni di uno studioso italiano, Giuseppe Barbaglio, che all’argomento ha dedicato ricerche approfondite e affascinanti. E, inoltre, abbiamo dato uno sguardo alle testimonianze archeologiche (vere, ma anche «false») che sembrano fare riferimento diretto a uno dei personaggi piú straordinari di tutti i tempi… di Giuseppe Barbaglio | TERRA | TITOLO SANTA | 63 |


I PROTAGONISTI

gesú e i farisei

Ritrovamento di Gesú al Tempio (particolare), olio su tela di William Holman Hunt. 1860. Birmingham, Birmingham Museum & Art Gallery. La raffigurazione si ispira alla controversia (riportata in Luca 2, 41-50) tra Gesú e i suoi discepoli e i Farisei, a proposito della Legge.

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Il giudaismo all’epoca di Gesú Quando si parla del giudaismo durante l’età asmonea e romana, spesso si finisce per concentrarsi sui movimenti settari e sullo scontro tra questi e la religiosità «ufficiale», dimenticando, come è stato già ricordato, che solo una minoranza della popolazione faceva parte di queste «filosofie» e «scuole», come le chiamava Flavio Giuseppe, o anche solamente si ispirava ai loro precetti religiosi e comportamentali. Ma quali erano le credenze e le pratiche religiose che caratterizzavano il popolo della Giudea, ma anche quello della diaspora, del tempo? Soprattutto, e in contrapposizione con il mondo pagano che li circondava, gli Ebrei credevano in un solo Dio, al quale era dedicato un unico luogo di culto, il Tempio, in un’unica città, Gerusalemme. A ciò si aggiunge la sacralità della parola divina, la Torah (la legge scritta, corrispondente al Pentateuco, i primi cinque libri della Bibbia: Genesi, Esodo, Levitico, Numeri e Deuteronomio). L’alleanza tra Dio e il suo popolo veniva contrassegnata e rinsaldata quotidianamente da

precetti di natura rituale, tra cui particolari regole alimentari e l’osservanza del sabato. Fondamentale importanza rivestivano, inoltre, i tre pellegrinaggi annuali al Tempio di Gerusalemme, in occasione delle festività di Pesach (la Pasqua, che commemora la liberazione dalla schiavitú egiziana), Shavu’ot («Sette settimane», la Pentecoste, festa che conclude il periodo della mietitura e in cui si offrono a Dio le primizie) e Sukkot (Capanne o Tabernacoli, festività autunnale che ricorda la vita durante gli anni nel deserto prima di giungere nella Terra Promessa). Il legame del mondo giudaico (anche quello della diaspora) con il Tempio era sottolineato dall’obolo di mezzo siclo che ogni Ebreo doveva versare come contributo per il suo funzionamento. Si comprende, cosí, come dopo la distruzione del Tempio durante l’assedio di Gerusalemme del 70 d.C., il giudaismo abbia subito cambiamenti profondi, trasformandosi vieppiú in una «religione del libro», incentrata attorno a una diversa tipologia di edificio sacro, la sinagoga. A. M. S.

Il disegno illustra la scena della festività di Pesach (ebraico per «passaggio»), da cui deriva la Pasqua cristiana, all’interno del recinto del Tempio di Gerusalemme. Gli uomini indossano gli scialli da preghiera e i filatteri (piccole scatolette contenenti scritti con passaggi biblici). Sullo sfondo, la Fortezza Antonia, dalle cui torri era possibile controllare l’intera area sacra. La fortezza era sempre presidiata da una guarnigione romana. Durante le grandi festività religiose, i soldati romani erano dislocati lungo i portici con l’incarico di sorvegliare l’area e prevenire il verificarsi di incidenti che potevano sorgere dalle tensioni religiose e politiche del tempo.

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A Gerusalemme Erode il Grande fece ricostruire il Tempio, la residenza terrena di Yahweh, nel luogo esatto in cui era sorto, un millennio prima, il santuario voluto dal leggendario re Salomone. Nell’anno 70 d.C. i Romani distrussero quasi completamente la città. Del monumento erodiano si salvò soltanto l’imponente spianata, racchiusa da sostruzioni in grandi blocchi di pietra. Secoli dopo, i musulmani omayyadi vi eressero un loro santuario, la Cupola della Roccia.


VIAGGIO IN TERRA SANTA IERI E OGGI


Beduini a cammello sulla via verso Betlemme.


Le immagini di queste pagine sono state realizzate in Terra Santa nel periodo compreso tra la fine dell’Ottocento e i primi decenni del Novecento. Esse fanno parte di un archivio fotografico di straordinario valore documentaristico e artistico, la American Colony and Eric Matson Collection. Eric Matson arriva a Gerusalemme all’età di otto anni, sulla scia di un gruppo di cristiani americani che, nel 1881, si era trasferito nella Città Santa per fondarvi una comunità filantropica, in seguito nota come la «Colonia Americana». Matson raccoglie le foto scattate dai primi membri della Colonia e inizia egli stesso a fotografare, rievocando luoghi e atmosfere di un mondo scomparso, ancora molto simile a quello che vide le gesta di Gesú


Nel distretto delle nazioni

La Galilea è la regione piú settentrionale di Israele. Si distinguono l’Alta Galilea, confinante con il Libano e dominata dal Monte Meron, e la Bassa Galilea, con le sue colline e il celebre Monte Tabor. Il nome deriva dall’ebraico galil, traducibile con «cerchio» o, in senso piú esteso, con «distretto». Sin dall’antichità, fu una terra contesa e dalla popolazione notevolmente composita, tanto da guadagnarsi il nome di galil ha-goim, il «distretto delle nazioni» (Isaia 8, 23). Il limite orientale della Galilea è segnato dal lago Kinneret (dall’ebraico kinnor, «arpa») – o lago di Gennesaret, lago di Tiberiade o anche Mar di Galilea – che separa la regione dalle alture del Golan. Lungo 21 km e largo 12, è situato a circa 210 m sotto il livello del mare. Numerosi sono i siti archeologici che lo circondano, calati in un paesaggio di grande suggestione. Molti di essi ci riportano all’epoca della predicazione di Gesú. Per scoprirli, partiamo da Gerusalemme...

Sulle due pagine una suggestiva veduta del lago di Tiberiade, teatro di alcuni dei piú noti episodi della vita di Gesú. Sullo sfondo il Monte Tabor. A destra cartina delle regioni settentrionali d’Israele con l’indicazione delle principali località descritte nelle pagine che seguono.

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ITINERARI

Tiberiade Sulle sponde del Mare di Galilea, il figlio di Erode il Grande fondò una nuova città, intitolandola all’imperatore di Roma

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ondata da Erode Antipa (figlio di Erode il Grande e protagonista degli episodi neotestamentari della decapitazione di Giovanni il Battista e del processo a Gesú) tra il 18 e il 20 d.C., il nome riprende quello del suo mentore, l’imperatore Tiberio. La città divenne capitale della Galilea, al posto di Sefforis. Della città affacciata sulle sponde occidentali dell’omonimo lago, Flavio Giuseppe ci ha lasciato una descrizione dai toni entusiastici: lo storico elogia la bellezza dei suoi edifici, sottolineando lo splendore della residenza reale, ricca di decorazioni animali e altri ornamenti ricoperti d’oro. Egli fa riferimento anche a vari edifici che accoglievano il tesoro regale, ad archivi e a una grande sinagoga, in grado di accogliere un vasto numero di fedeli. Gli scavi archeologici di Tiberiade, di cui è in fase di ampliamento il parco archeologico, hanno portato alla luce parti importanti dell’antico abitato, come una basilica, il teatro e lo stadio. Su uno sperone roccioso a occidente di Tiberiade si trovano i resti di una grande basilica bizantina.

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In alto il teatro di Tiberiade, oggi compreso nel parco archeologico dell’antica città.

Poco a sud della città vera e propria sorgono i resti dell’antico sobborgo di Tiberiade, denominato Hammat-Tiberiade, per le sorgenti calde di El Hammam (parola araba per «bagno»). In antico, sia la città sia il sobborgo erano protetti da una cinta muraria. A HammatTiberiade gli scavi hanno portato alla luce due sinagoghe, di cui una proprio in prossimità delle sorgenti calde. Risalente al IV secolo d.C., conserva uno splendido mosaico pavimentale, con raffigurazione dello zodiaco intorno al dio Helios e dell’Arca dell’Alleanza tra due candelabri sette braccia. Nonostante Tiberiade fosse la nuova capitale della Galilea, il Nuovo Testamento non fa menzione di una presenza di Gesú nella città. Nel Vangelo di Giovanni, però, il Mare di Galilea viene ora chiamato con il suo nuovo nome (Giovanni 6, 1) e ricorda come «Gesú si manifestò di nuovo ai discepoli sul mare di Tiberiade» (21, 1). Inoltre, dopo aver camminato sulle acque del lago, «altre barche erano giunte nel frattempo da Tiberiade» (6, 23). A. M. S.


La barca di Ginosar Il restauro di una piccola imbarcazione rinvenuta nel lago di Tiberiade offre una straordinaria finestra sull’epoca di Gesú

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ome si viveva sul lago di Gennesaret al tempo di Gesú? Quali erano le attività piú redditizie e le occupazioni piú diffuse? Sappiamo che l’esistenza dei piú era legata all’acqua, alla pesca e ai trasporti di merci che vi si svolgevano. Numerosissime sono le indicazioni riportate dai Vangeli, ma una straordinaria testimonianza diretta viene da un reperto esposto al Centro Yigal Allon di Ginosar: un’imbarcazione in legno di quell’epoca, pressoché completa. La scoperta si deve all’eccezionale siccità del 1986, durante la quale le acque del lago si ritirarono, permettendo ai fratelli Moshe e Yuval Lufan, pescatori del kibbuz Ginosar, di intravedere lo scafo che affiorava. Il successivo scavo archeologico fu condotto dai membri del kibbuz, dall’Israel Antiquities Authority e da volontari. Estrarla dal fango senza danneggiarla a contatto con l’ossigeno (prima che il livello delle acque tornasse ad alzarsi) fu un’operazione delicata che durò dodici giorni e altrettante notti, senza sosta. Il fragile scafo, completamente intriso di acqua, è stato avvolto in un «bozzolo» di fibra di vetro e schiuma di poliuretano, e quindi trasportato per galleggiamento al vicino centro Yigal Allon. Qui, all’interno di una piscina appositamente

In alto la barca rinvenuta nel lago di Gennesaret e oggi esposta nello Yigal Allon Center realizzato presso il kibbuz Ginosar. I sec. a.C.-I sec. d.C. In basso lo Yigal Allon Center, sulla riva del lago di Gennesaret, che nel 1986, grazie a una siccità eccezionale, che causò il ritiro delle acque, restituí i resti dell’imbarcazione. Sullo sfondo, la città di Tiberiade.

costruita, è stato sottoposto, per ben undici anni, a un processo di conservazione accuratamente monitorato. Successivamente, la barca è stata immersa in una soluzione chimica di cera sintetica che ha sostituito l’acqua all’interno delle cellule del legno. Dopo essere stato ripulito dalla cera in eccesso, lo scafo è oggi esposto in un ambiente del museo ad atmosfera controllata. Realizzata con dodici tipi diversi di legno, la barca misura 8,2 m di lunghezza, 2,3 di larghezza, 1,25 di altezza. Poteva accogliere un equipaggio di 5 persone (4 vogatori e 1 timoniere), e portare altri 15 passeggeri (considerato che nell’antichità gli uomini erano piú piccoli di oggi e in media avevano un peso di circa 60 kg). Sulla base dei reperti in ceramica e dei chiodi trovati all’interno, oltre che di rilevazioni al radiocarbonio e considerazioni sulle tecniche di costruzione dello scafo, la barca può essere datata tra il I secolo a.C. e il I secolo d.C. Dimensioni ed equipaggio suggeriscono che si tratti di un’imbarcazione simile a quella utilizzata dai discepoli di Gesú, nonché a quelle impiegate nella battaglia navale di Migdal (Magdala) contro i Romani del 67 d.C. R. S.


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