PARCO ARCHEOLOGICO DI CERVETERI E TARQUINIA
CERVETERI
TARQUINIA
CAPITALI D’ETRURIA
Timeline Publishing srl - POSTE ITALIANE S.P.A. – SPEDIZIONE IN ABBONAMENTO POSTALE – AUT. N° 0702 PERIODICO ROC
MONOGRAFIE IN EDICOLA IL 18 APRILE 2023
N°54 Aprile/Maggio 2023 Rivista Bimestrale
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ARCHEO MONOGRAFIE
€ 7,90
CERVETERI CAPITALI D’ETRURIA
TARQUINIA
testi di Gloria Adinolfi, Caterina Agostino, Giovanna Bagnasco Gianni, Valentina Belfiore, Vincenzo Bellelli, Enrico Benelli, Luca Bianchi, Melania Bisegna, Francesco Bordo, Lidia Caputo, Rodolfo Carmagnola, Beatrice Casocavallo, Adele Cecchini, Orlando Cerasuolo, Raffaella Ciuccarelli, Rita Cosentino, Enrico Cuccia, Daniele Deidda, Nicola Dibiase, Lucio Fiorini, Laurent Haumesser, Benedetta Lepore, Emiliano Li Castro, Alessandro Mandolesi, Matilde Marzullo, Attilio Mastrocinque, Massimo Osanna, Eva Pietroni, Chiara Pizzirani, Paola Porretta, Carmelo Rizzo, Maria Antonietta Rizzo, Alessandra Sileoni, Maria Taloni, Maria Cristina Tomassetti, Alberto Villari, Marina Zingarelli
4. PRESENTAZIONE di Massimo Osanna 8. INTRODUZIONE di Vincenzo Bellelli Nasce il PACT, cuore d’Etruria
12. CERVETERI LA CITTÀ SCAVATA NELLA ROCCIA
14. Inquadramento topografico • 18. L’occhio del cielo: la necropoli della Banditaccia vista dall’alto • 22. Un giardino arredato con rovine parlanti: il paesaggio archeologico e naturalistico della Banditaccia • 26. I segni del potere: i grandi tumuli della necropoli della Banditaccia • 30. Il tumulo di Campo della Fiera e l’olpe di Bruxelles • 32. Da Caere a Bruxelles • 36. Un’ipotesi per il Sarcofago degli Sposi • 40. Le necropoli all’esterno del «Recinto»: il Laghetto, Via degli Inferi e la Bufolareccia • 44. L’iscrizione di Larth Lapicanes sulla via degli Inferi • 46. Tombe a dado e a caditoia: un salto evolutivo nell’architettura funeraria • 50. I grandi ipogei di età ellenistica: le Tombe del Comune • 54. La Tomba «Bella» 57. Disegni e facsimili di un monumento insigne • 58. Cippi e segnacoli
60. UN MUSEO PER L’ANTICA CAERE
61. L’edificio • 63. I corredi del Sorbo, di Monte Abatone e della Bufolareccia • 64. Racconti per immagini • 66. Capolavori della scultura in terracotta 70. Un storia a lieto fine: i capolavori di Eufronio • 74. Il Charun di Greppe Sant’Angelo 76. Le risorse multimediali: Cerveteri nel progetto «e-Archeo»
78. TARQUINIA LA STORIA E I COLORI
80. Il quadro topografico • 84. L’architettura delle tombe a camera tarquiniesi • 88. Il «Progetto Tombe Dipinte» 90. La pittura funeraria tarquiniese: cronologia e stile • 96. La tecnica pittorica • 98. I problemi della conservazione 100. Giochi, danze e banchetti: i temi iconografici delle tombe arcaiche • 104. Dalla vita alla morte • 106. Il paesaggio sonoro degli Etruschi 110. Scrivere nelle tombe • 113. Un autoritratto... scurrile • 114. Grandi ipogei del periodo tardoclassico e dell’età ellenistica • 116. «Il volto di donna più bello e famoso della pittura etrusca» 118. Documentare le tombe dipinte • 120. Gli acquerelli di Adolfo Ajelli
122. CAPOLAVORI CON VISTA
123. Palazzo Vitelleschi: un «contenitore» straordinario • 125. Nel segno della leggibilità e dell’eleganza • 126. Vetrine piene di storia • 130. Le collezioni storiche • 132. Il corredo della tomba di Bocchoris • 134. Dalla Grecia all’Etruria: la collezione vascolare • 138. Storie di pietra: i lastroni a scala • 140. Ex Oriente lux • 142. I capolavori del Museo Archeologico Nazionale di Tarquinia • 146. Il gruppo statuario di Mitra • 148. Il lapidario • 151. Gli Elogia degli Spurinnae 152. Il santuario emporico di Gravisca • 156. Le grandi famiglie di Tarquinia • 160. La Società Tarquiniense d’Arte e Storia
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partire dal 2014 l’attuale Ministero della Cultura è stato oggetto di riforme strutturali, che ne hanno completamente modificato la fisionomia. Tra queste, la novità che piú di tutte ha mutato il modo di concepire e di gestire il patrimonio culturale pubblico è stata l’attribuzione dell’autonomia organizzativo-gestionale e finanziariocontabile, oltre che tecnico-scientifica, ai principali musei, complessi monumentali e parchi archeologici dello Stato, cresciuti dai venti iniziali ai quarantaquattro attuali. Accanto ai piú noti Parchi archeologici del Colosseo e di Pompei, insieme alle Gallerie degli Uffizi di Firenze e a quelle dell’Accademia di Venezia, oltre alla Pinacoteca di Brera a Milano e alla Reggia di Caserta, è possibile annoverare realtà meno conosciute dal grande pubblico. Le quali, per rilevanza storico-monumentale e cospicuità delle collezioni a livello nazionale, si è ritenuto di dotare della cosiddetta «autonomia
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In alto, sulle due pagine uno scorcio della necropoli etrusca della Banditaccia, a Cerveteri. In basso cartina dell’Etruria propria, l’area che si estende fra l’Arno e il Tevere.
speciale», che, prima di tutto, rappresenta un’opportunità di crescita gestionale e di costruzione di identità valoriale. Il Parco archeologico di Cerveteri e Tarquinia, oggetto della trattazione di questo fascicolo, è cosí stato individuato come compagine ministeriale con una sua fisionomia, topografica e archeologica, solo di recente, nel giugno 2021. Cerveteri e Tarquinia sono due vivaci cittadine di medie dimensioni sul versante tirrenico del Lazio, la prima piú vicina a Roma, da cui dista circa 30 km, l’altra piú a nord, in provincia di Viterbo, a 80 km dalla capitale. Entrambe furono preminenti città-stato etrusche, fiorenti per economia e commerci grazie alla prossimità del mare, di cui a tutt’oggi rimane traccia dell’importanza rivestita nell’Italia preromana nelle estesissime aree cimiteriali, le piú vaste dell’antica Etruria. Non a caso, nel 2004, la necropoli dei Monterozzi di Tarquinia e quella della Banditaccia di Cerveteri sono state iscritte, con i loro 327 ettari di superficie, circondati da quasi 5000 ettari di buffer zones, nella Lista del Patrimonio mondiale UNESCO, a riconoscimento di quello straordinario valore universale che esse rappresentano per la storia dell’umanità. Un valore universale che si declina, come è proprio dei parchi archeologici, in una densa stratificazione di evidenze monumentali, di memorie storiche – dall’VIII al I secolo a.C. – e culturali, di elementi naturalistici e contesti paesaggistici, propri di un «museo all’aperto» (cfr. Codice dei beni culturali e del paesaggio, art. 101). Il riconoscimento UNESCO, preesistente dunque alla
A sinistra Massimo Osanna, Direttore generale Musei del Ministero della Cultura.
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NASCE IL PACT, CUORE D’ETRURIA | 8 | CERVETERI E TARQUINIA |
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on l’istituzione del Parco archeologico di Cerveteri e Tarquinia (PACT), nel 2021, il Ministero della Cultura ha dato nuova consistenza al sito UNESCO «Necropoli etrusche di Cerveteri e Tarquinia», iscritto dal 2004 nella World Heritage List (vedi box alle pp. 10-11). Il risultato è l’area archeologica aperta al pubblico piú importante del mondo per estensione e concentrazione di monumenti della civiltà etrusca, un parco archeologico «a rete», che viene a candidarsi – sia dal punto di vista geografico sia simbolico – a essere il cuore del distretto culturale a matrice etrusca nell’alto Lazio. Al Parco sono stati aggiunti, come ricco complemento, i due musei archeologici territoriali, entrambi di rango nazionale, attualmente ospitati nelle storiche sedi di Castello Ruspoli a Cerveteri e Palazzo Vitelleschi a Tarquinia. Qui sono custoditi i tesori rinvenuti in secoli di ricerca archeologica condotta sia nelle necropoli sia nelle aree urbane delle due antiche metropoli, molti dei quali già entrati nell’immaginario collettivo per la loro iconicità, altri meno conosciuti, ma non meno interessanti. Se ne renderà ben conto il lettore sfogliando le pagine di questo fascicolo, nel quale troverà sia «immagini da copertina» che gli sono già familiari, sia scorci inediti, vedute e riprese di oggetti, che abbiamo selezionato per l’occasione con spirito di novità.
Le «regine» della dodecapoli
Veduta aerea della necropoli della Banditaccia, con l’area del Recinto sulla sinistra e, al suo esterno, i grandi tumuli delle Tombe del Comune. A destra, in alto Vincenzo Bellelli, direttore del PACT.
Per comprendere la sfida e le potenzialità del nuovo istituto autonomo del MiC, chiamato a gestire aree archeologiche e musei, è opportuno ricordare che le due antiche città, le piú potenti della dodecapoli etrusca, nell’antichità erano centro e non periferia, diversamente da oggi. Come autentiche capitali, Cerveteri e Tarquinia, in un dialogo fra pari, intrattenevano rapporti commerciali e culturali con tutti i grandi centri del mondo antico, a cominciare dalle poleis greche continentali e microasiatiche e dagli insediamenti di cultura fenicio-punica, oltre che con Roma e con il mondo italico. L’archeologia di queste due grandi città, come ben sanno gli studiosi, è specchio fedele di questa importanza strategica dell’Etruria meridionale nel contesto del Mediterraneo del I millennio a.C. Quello che forse non tutti sanno, al di fuori della cerchia degli specialisti, è che tale importanza si è tradotta, sul piano delle testimonianze archeologiche, in siti e collezioni museali unici al mondo, che possono essere ammirati soltanto in situ. In un contesto globalizzato come quello contemporaneo in cui anche la comunicazione archeologica è soggetta, fatalmente, alle leggi dell’enfatizzazione mediatica e in cui ogni scoperta è definita eccezionale (anche quando in realtà non lo è), sembra opportuno ricordare che Cerveteri e Tarquinia sono siti archeologici unici al mondo, i piú importanti in assoluto per la civiltà etrusca. A dircelo con la semplice chiarezza delle dichiarazioni ufficiali, è la motivazione dell’UNESCO per l’inserimento della necropoli dei Monterozzi, insieme a quella ceretana della Banditaccia, nella lista del patrimonio mondiale dell’Umanità. In tale motivazione, come sempre accade nelle deliberazioni dell’UNESCO, il perno concettuale è il valore universale del sito/complesso monumentale, sia che si tratti di un centro storico, sia di un sito archeologico. Ebbene, nel caso dei due siti confluiti nel PACT, questo valore universale è evidente. Le tombe dipinte di Tarquinia, oltre che un documento straordinario di arte pittorica
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UN’IPOTESI PER IL SARCOFAGO DEGLI SPOSI di Orlando Cerasuolo
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l Sarcofago degli Sposi, conservato nel Museo Nazionale Etrusco di Villa Giulia, a Roma, è forse l’opera d’arte piú iconica mai rinvenuta in Etruria. È realizzato in terracotta e rappresenta una donna e un uomo, a grandezza naturale, distesi su un letto, come se partecipassero a un banchetto. È stato ricomposto da centinaia di frammenti e conserva tracce di pittura che doveva donare realismo alla composizione. Il coperchio del sarcofago è realizzato in due pezzi, cosí come la cassa, e l’intera struttura poggia su esili gambe, che rivestivano una struttura lignea portante. In base allo stile il sarcofago viene datato al 530-520 a.C. Poco sappiamo del contesto funerario di cui esso faceva parte. Il ritrovamento avvenne il 9 aprile 1881. A trovarlo furono i fratelli Boccanera, cercatori e commercianti di beni archeologici, che a quel tempo operavano nella necropoli della Banditaccia a Cerveteri. I loro scavi, condotti senza metodi e intenti scientifici, erano tuttavia eseguiti con regolare licenza di scavo. Dai resoconti disponibili si ricavano solo scarne informazioni sul ritrovamento: «Si è trovata una tomba [a camera] la quale è in buona parte piena di terra, si è incominciato lo spurgo della strada [cioè il corridoio di ingresso] donde si sono trovati frammenti di statue in terracotta», «si è proseguito lo
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spurgo della tomba e della sua rispettiva strada ove rinvendosi i frammenti di due statue in terracotta ed inoltre quelli del suo rispettivo sarcofago». Assieme ai frammenti del sarcofago sono ricordati solo sei «lacrimari ordinari ben conservati» e un «vaso etrusco rotto nella sua parte inferiore (...) con due manichi bassi» su cui sono dipinti animali e uomini con elmo.
A cento quasi passi... I resoconti di scavo non consentono di localizzare con precisione il sepolcro, ma le informazioni disponibili inquadrano l’area del ritrovamento in una zona non lontana dalla Tomba dei Rilievi (all’epoca detta degli Stucchi). I Boccanera avevano compiuto una prima campagna di scavi già nel 1874, in un’area «a cento quasi passi dalla celebre
Il Sarcofago degli Sposi. 530-520 a.C. Roma, Museo Nazionale Etrusco di Villa Giulia.
Planimetria del settore della necropoli della Banditaccia in cui potrebbe essere stato rinvenuto il Sarcofago degli Sposi. I fratelli Boccanera, che lo trovarono nel 1881, scrissero che la scoperta aveva avuto luogo a circa «cento passi» dalla Tomba dei Rilievi. Quella misura, pari a 70 m circa, permette di tracciare l’areale, qui evidenziato dall’anello di colore grigio, nel quale ricade la Tomba dei Vasi Greci (compresa nel Grande Tumulo II ed evidenziata), che potrebbe aver accolto lo splendido manufatto.
Tomba degli Stucchi». Nel 1877, avevano fatto indagini «non lungi» dalla stessa tomba. Infine, gli scavi che portarono alla scoperta del sarcofago furono eseguiti «in continuazione di quelli sospesi negli anni precedenti». Non conoscendosi la direzione dei cento passi che dividevano la Tomba dei Rilievi da quella del sarcofago, si deve cercare questa tomba in una fascia circolare a circa 70 m di distanza dalla prima. Dopo gli scavi ottocenteschi la necropoli della Banditaccia è stata di nuovo parzialmente scavata per conto della Soprintendenza da Raniero Mengarelli, tuttavia mancano informazioni sulla parte a sud e a nord. Se la tomba del sarcofago si trova in queste zone, di essa si è persa la
memoria e oggi sarà forse interrata. A ovest, est e sud-est della Tomba dei Rilievi invece conosciamo in pratica tutti i sepolcri. Tra le tombe nella zona ipoteticamente indagata dai Boccanera, ve ne sono alcune di cronologia compatibile con il sarcofago. Tralasciando quelle di aspetto secondario e dimensioni ridotte, le tombe piú rilevanti sono la Tomba della Casetta, verso est, le due Tombe delle Cornici, verso sud-est, e la Tomba dei Vasi Greci, a ovest. Sono tutti sepolcri familiari, caratterizzati da piú camere, con strutture planimetriche confrontabili con le uniche altre due tombe note che hanno restituito frammenti di altri sarcofagi (Tomba degli Scudi e Sedie, Tomba 2021/466 di Monte Abatone).
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TOMBE A DADO E A CADITOIA: UN SALTO EVOLUTIVO NELL’ARCHITETTURA FUNERARIA di Carmelo Rizzo
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opo la stagione dei grandi tumuli e l’affastellarsi, tutt’intorno, di una miriade di tumuli di minori dimensioni, appartenenti a gruppi familiari con diretti legami con le strutture piú grandi, nella prima metà del VI secolo a.C. inizia una differente gestione degli spazi comuni nella necropoli della Banditaccia. Uno dei primi segnali di svolta è la definizione della via sepolcrale, che potrebbe essere datata entro gli inizi del VI secolo a.C., come sembra evidenziare la costruzione della rampa piú recente del Grande Tumulo II. Quest’ultima fu orientata verso la strada sepolcrale e collocata tra le due tombe piú recenti del tumulo in sostituzione di quella piú antica, posta in corrispondenza della Tomba dei Dolii; dunque la via sepolcrale doveva già esistere quando fu realizzata la Tomba dei Vasi Greci (600-575 a.C.). L’esecuzione di un’opera di pubblica utilità quale una strada all’interno di un sepolcreto, con annessi sottoservizi,
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evidenzia la responsabilità di una forte autorità centrale costituita. Tale ipotesi sembra avvalorata dalla realizzazione di un sistema regolare di strade parallele fiancheggiate da file di tombe cosiddette a dado, che per la pianta quadrangolare meglio si prestavano a essere inquadrate in schemi regolari. Questo sistema, ovviamente, trae ispirazione da criteri urbanistici di tipo «civile», con implicazioni di tipo «catastale»; nella necropoli della Banditaccia viene adottato già dalla prima metà del VI secolo a.C., prima nell’area del Recinto e qualche anno dopo alla Bufolareccia.
Sepolcri «a schiera» Nel Recinto furono pianificate le tombe con l’ingresso su via dei Monti della Tolfa, a ridosso dei tumuli della fine del VII e degli inizi del VI secolo a.C., e successivamente, anche se di poco, le tombe con ingresso su via dei Monti Ceriti. Le strutture sepolcrali, undici per ogni
Tombe a dado della necropoli della Banditaccia. affacciate sulla via dei Monti della Tolfa. Metà del VI sec. a.C.
Pianta delle tombe a dado della necropoli della Banditaccia. Le strutture si caratterizzano per la loro serialità e seguono schemi architettonici ricorrenti.
strada, sono tutte a «schiera» e seguono un modello standardizzato. La tomba a dado è costituita da camere ipogee collegate con la strada da una ripida scalinata, mentre la parte alta della struttura è composta in parte dal banco di tufo, con il fronte strada realizzato con blocchi squadrati di tufo non legati da malte. La struttura esterna presenta alcune differenze nella decorazione della facciata, che può essere liscia o scandita da tori o fasce rilevate nella parte alta della struttura, coronata da blocchi sagomati che trattengono la piattaforma superiore ricoperta di terra, ora piatta e non a forma di tumulo. La distribuzione interna degli spazi della tomba prevede due camere coassiali, di cui la prima piú sviluppata in larghezza rispetto a quella di fondo e ognuna dotata di due letti funerari, di solito quello a forma di kline (letto da banchetto) maschile a sinistra, quello con i frontoni triangolari femminile a destra. La porta di accesso alle camere ipogee è solitamente trapezoidale e si restringe verso
l’alto, occasionalmente sormontata da una lunetta incassata. La porta di accesso alla camera di fondo, invece, è incorniciata da una modanatura a rilievo cosiddetta dorica, sulla quale a volte si conserva il colore nero con cui era dipinta e ai cui lati erano due finestrelle sormontate da una lunetta incassata, anch’essa dipinta in nero. Una peculiarità è la presenza, accanto all’ingresso, di uno o due tronetti ricavati nel tufo che alludono al culto degli antenati: un’evidenza già diffusa a Caere dall’Orientalizzante (basti pensare alla Tomba delle Cinque Sedie) e che persiste nei tumuli del VI secolo a.C., per esempio nella Tomba della Cornice e nella Tomba dei Capitelli. Lo schema planimetrico e i soffitti delle camere displuviati rimandano ancora alla riproposizione della struttura abitativa dei vivi. Sebbene queste tombe seriali presentino occasionali eccezioni nello schema di base – quali due camere ai lati della scalinata d’ingresso o due camere sul fondo al posto di una sola – è piú che una suggestione l’ipotesi
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TITOLO DA FARE Il Castello Ruspoli di Cerveteri, sede del Museo TITOLO DA FARE Archeologico Nazionale Cerite. di V. Bellelli
UN MUSEO PER L’ANTICA CAERE Il Castello Ruspoli di Cerveteri ospita il Museo Archeologico Nazionale Cerite. Una raccolta che fa da complemento naturale alla visita alla necropoli della Banditaccia, documentando tutte le fasi della lunga storia della città etrusca
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L’EDIFICIO di Caterina Agostino
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icchezza e cuore della città di Cerveteri è il Castello Ruspoli, dominato dalla duecentesca rocca a pianta rettangolare, dotata di baluardi, merli e, originariamente, di quattro torri poste agli angoli della fortificazione. Il Castello attraversa numerose fasi storiche proprio a partire dall’epoca etrusca: la zona dell’attuale rocca, intorno all’VIII e al VII secolo a.C. diventa il fulcro dell’abitato, delineando un nuovo assetto urbanistico con la creazione di infrastrutture e con la monumentalizzazione dell’edificato: la località in cui sorge il Castello è cosí dominante che sicuramente, durante le varie epoche storiche, è stata il luogo maggiormente fortificato e ultima difesa della città. L’espansione dell’impero romano fagocita la civiltà etrusca tanto da farle perdere l’identità, trasformando Caere – l’antica Cerveteri – in municipio romano. Per la civiltà etrusca è un periodo buio nel quale la decadenza economica riduce progressivamente le attività locali a favore dell’ordinamento urbano romano. Fino al periodo medievale non ci sono piú notizie certe su nuovi assetti urbanistici e costruttivi, molti abitanti abbandonano la città, forse a causa di un’epidemia di malaria, trasferendosi nell’attuale Ceri e al vecchio centro resta il nome di Caere Vetus. Il borgo rivive nel XV secolo, conservando le
mura in opus quadratum, che vengono di volta in volta fortificate con materiali di recupero; poi, con l’avvento dei Cybo, intorno al 1497, il centro comincia ad ampliarsi e fortificarsi con nuove torri, soprattutto sul lato ovest. Si conserva, incastonata nelle mura della grande torre circolare, una targa marmorea con l’iscrizione «F. Cibus fecit» a firma dell’autore dei nuovi interventi di restauro delle mura.
Il primo piano del Museo Archeologico Nazionale Cerite. L’allestimento è stato realizzato su progetto dell’architetto Franco Minissi.
Nuove fortificazioni L’arrivo a Cerveteri della famiglia Orsini cambia l’orientamento costruttivo della città: Gentil Virginio Orsini, conte di Anguillara, ha intenzione di risiedervi, ma in un alloggio degno del suo nome, pertanto, amplia l’edificio esistente accanto alla chiesa – oggi Palazzo Ruspoli – e rafforza pesantemente la cinta muraria. Per meglio difendersi dagli attacchi provenienti dal mare, egli estende gli edifici della rocca, puntando su nuove fortificazioni e passando dal modello del torrione circolare costruito in blocchi di tufo al puntone poligonale, al bastione vero e proprio con fianchi rientranti, come si può notare in molte costruzioni ancora esistenti dello stesso periodo storico. Una delle due torri sarà alzata di due canne e munita di artiglieria in modo da controllare meglio gli scorci verso il mare. Fino all’arrivo della famiglia Ruspoli a Cerveteri,
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Uno scorcio della necropoli dei Monterozzi di Tarquinia: il nome del sepolcreto deriva dai tumuli che in origine coprivano i monumenti funerari e sono stati poi cancellati dall’erosione e dai lavori agricoli. In primo piano, ciste litiche utilizzate per la deposizione delle urne cinerarie; in secondo piano, una delle strutture moderne che proteggono l’accesso alle tombe dipinte.
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TARQUINIA
LA STORIA E I COLORI Città dalla fondazione ammantata di leggenda, l’antica Tarchna seppe sfruttare al meglio la sua felice posizione, intessendo scambi commerciali e culturali di ampio respiro. E proprio dalla ricezione di modelli sviluppati in Grecia e Asia Minore nacquero le tracce piú spettacolari della sua ricchezza: le straordinarie tombe dipinte della necropoli dei Monterozzi
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SCRIVERE NELLE TOMBE di Enrico Benelli
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o sviluppo dell’epigrafia funeraria tarquiniese è collegato fin dalle origini con quella vera e propria specificità cittadina che fu la pittura sulle pareti delle tombe a camera. Come accade di norma in quasi tutte le città etrusche, è possibile distinguere una fase arcaica – nella quale l’epigrafia funeraria è piú rara e ha forme poco sistematiche – e una fase recente, contraddistinta dal forte incremento numerico delle iscrizioni e dalla progressiva standardizzazione delle forme espressive. Le iscrizioni funerarie arcaiche (VI-V secolo a.C.), a Tarquinia, sono molto poche; si segnala per la sua importanza l’iscrizione della Tomba dei Tori, posta in evidenza al centro della parete di fondo della camera di ingresso, che ricorda come l’ipogeo fu «fatto» (nel senso di «fatto fare») da un tale Arath Spurianas. Arath è la forma arcaica del comune prenome etrusco Arnth e Spurianas altro non è che una forma anch’essa arcaica del gentilizio meglio noto nella forma recente Spurina, che identifica la famiglia piú famosa della Tarquinia etrusca. Per il resto, l’epigrafia funeraria arcaica, salvo una mezza dozzina di cippi di forme variabili e un paio di testi di difficile lettura, finisce sostanzialmente qui; le altre iscrizioni di questo periodo che si trovano nelle tombe sono per lo piú didascalie riferite ai personaggi riprodotti negli affreschi. Tutt’altro volume ha invece l’epigrafia funeraria della fase recente (dal IV secolo a.C. in poi), che si può dividere in tre gruppi principali: iscrizioni sulle pareti delle tombe, sui sarcofagi e sui cippi. Il primo di questi tre gruppi è anche il piú antico a fare la sua comparsa, fin da quel monumento straordinario che è la Tomba dell’Orco, che rappresenta la prima apparizione di un nuovo sistema di comunicazione volto a esaltare le famiglie dell’aristocrazia sia attraverso il ricordo delle gesta compiute dai loro componenti piú illustri, sia sottolineandone la continuità genealogica e le importanti parentele. Nella Tomba dell’Orco convivono ancora due sistemi diversi, uno legato a tradizioni già sperimentate in passato
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(le didascalie dei personaggi mitologici raffigurati nella camera definita «Tomba dell’Orco II» e nel corridoio di collegamento fra le due camere), l’altro del tutto innovativo, nel quale le iscrizioni dialogano con le immagini della famiglia a banchetto per presentare all’osservatore un nucleo gentilizio potente e ben inserito nelle reti di parentela delle aristocrazie tarquiniesi. In questo contesto, il significato dei testi si completa con le informazioni fornite dall’apparato figurativo, che servono a definire la posizione dei singoli individui all’interno dell’albero genealogico.
La lunga iscrizione vergata nella Tomba degli Scudi, un monumento appartenuto alla famiglia dei Velkha.
Accanto a queste, compaiono anche iscrizioni lunghe e complesse, che ricordano la costruzione dell’ipogeo familiare e i cursus honorum dei defunti piú illustri; questi ultimi testi sono preziosi per ricostruire il funzionamento del sistema di governo della città etrusca di Tarquinia. Il monumento dove questo tipo di espressione epigrafica trova il suo massimo sviluppo è probabilmente la Tomba degli Scudi (vedi foto in queste pagine), appartenente alla famiglia dei Velkha, imparentata con i titolari della Tomba dell’Orco. Nel IV secolo a.C. le iscrizioni sui sarcofagi
sono ancora prevalentemente brevi e solo raramente contengono molto piú del nome del defunto che vi era deposto.
Un caso eccezionale La situazione muta nel corso della prima metà del III secolo a.C., in parallelo con la graduale semplificazione delle decorazioni pittoriche; le grandi iscrizioni contenenti i cursus honorum dei defunti illustri si spostano allora sui sarcofagi, che diventano i componenti piú importanti ed elaborati delle sepolture di rango. Spicca fra tutti questi, per la sua unicità anche
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