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Archeo Monografie n. 51, Ottobre/Novembre 2022

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GIULIO CESARE

L’ULTIMO DITTATORE

GIULIO CESARE

Timeline Publishing srl - POSTE ITALIANE S.P.A. – SPEDIZIONE IN ABBONAMENTO POSTALE – AUT. N° 0702 PERIODICO ROC

VI G TA IU , T LI RI O O C NF ES I E AR M E O RT E

ARCHEO MONOGRAFIE

MONOGRAFIE

€ 7,90

N°51 Ottobre/Novembre 2022 Rivista Bimestrale

IN EDICOLA IL 18 OTTOBRE 2022


GIULIO CESARE l’ultimo dittatore di Furio Sampoli

6. L’ascesa

L’ascesa di un predestinato 22. Guerra

e politica

Campagne militari e guerre intestine 44. La

conquista della

Gallia

La Gallia consacra l’«uomo forte» 66. La

guerra civile

«Il dado è tratto» 100. La

fine

Ventitré pugnalate


L’ASCESA DI UN PREDESTINATO NATO DA UNA DELLE PIÚ NOBILI FAMIGLIE CAPITOLINE, LA GENS IULIA, GAIO GIULIO CESARE SI IMPONE PRESTO PER LE SUE BRILLANTI CAPACITÀ MILITARI. MA È DOPO LA MORTE DEL DITTATORE SILLA CHE LA SUA CARRIERA DECOLLA: È L’INIZIO DI UNA PARABOLA DESTINATA A FARE DEL PERSONAGGIO L’ARBITRO SUPREMO DELLE SORTI DI ROMA

L

ucio Cornelio Silla, il dittatore, era stato lapidario nel giudizio: «Esultate pure e tenetevelo stretto, ma questo Cesare, che volete salvare a ogni costo, sarà un giorno la rovina dell’aristocrazia. In Cesare, vi dico, si nascondono mille Marii». Era l’anno 81 a.C. e Sulla Felix cedette alle preghiere delle Vergini Vestali e dei parenti di Cesare (fra i quali, soprattutto, il fratello della madre Aurelia), cancellandolo dalle liste di proscrizione. La guerra civile fra i popolari e l’oligarchia senatoriale, ridotta ben presto al protagonismo esasperato di Mario e di Silla, durava da sette anni. A Roma e in Italia distruzioni, campi bruciati, donne violentate, schiavi che denunciavano e uccidevano i loro padroni, e massacri e atrocità da una parte e dall’altra che si erano ripetuti secondo un rituale accettato di odio e di morte. La battaglia di Porta Collina (1° novembre 82 a.C.) chiuse le porte alla guerra guerreggiata, non al tempo delle vendette. Primo atto, l’indomani, con l’efferata carneficina degli ottomila prigionieri sanniti, ammassati

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come bestie nell’ippodromo. Per piú giorni sullo spazio grigio delle gradinate rimase sospeso quel loro ululato di bestie sgozzate. La città inondata di sangue, mentre nel tempio di Bellona, dèa della guerra, ai senatori riuniti in seduta permanente Silla, annoiato di vincere, «Che cos’è questo baccano?» diceva sprezzante. «Fateli tacere». Nell’81 a.C. nessuno a Roma, prima del riluttante perdono di Silla, avrebbe scommesso sulla vita di Cesare, meno che mai sul suo avvenire politico. Di anni ne aveva diciannove. A quindici gli era morto il padre. L’anno dopo gli viene conferita la carica di flamen Dialis, riservata ai patrizi. Lui ha abbracciato la causa dei popolari contro gli oligarchi, un gesto spavaldo di indipendenza e di tradimento politico. Rimaneva, comunque, un patrizio della gens Iulia che vantava la discendenza da Iulo, figlio di Enea, nato a sua volta da Venere, e quindi non solo la piú antica, eroica nobiltà del Lazio, ma addirittura di origine divina. Vero è che sua zia, sorella del padre, era stata la moglie di Caio Mario, un provinciale di Arpino, vincitore dei Cimbri e dei Teutoni, sette volte console, e che lui, Cesare, giovanissimo, in seconde nozze, si era unito in matrimonio con Cornelia, figlia di Cornelio Cinna, ex console e, morto Mario, capo dei popolari.

Una sfida aperta Ritornato a Roma sulla punta delle spade, Silla impone a Cesare il ripudio della moglie. Non era da Cesare inchinarsi a ordini o imposizioni. Silla, indispettito, gli toglie la carica di flamine, la dote della moglie, le eredità di famiglia. Ma Cesare non si piega. Piú che una prova di carattere o una esibizione di coraggio la sua fu una sfida aperta alla intangibilità del dittatore. Nella desolazione delle paure, adulazioni, ipocrisie e delazioni, di colpo il nome di

Due immagini di un ritratto di Giulio Cesare in scisto verde, di provenienza ignota ma probabilmente dall’Italia, datato alla prima metà del I sec. d.C. Berlino, Staatliche Museen, Antikensammlungen.


Affresco nel quale si immagina Cicerone mentre pronuncia la sua requisitoria contro Catilina, che ascolta, isolato, dal proprio seggio. Il dipinto fa parte del ciclo realizzato da Cesare Maccari per una sala di Palazzo Madama, a Roma, sede del Senato della Repubblica italiana. L’artista senese, che aveva vinto nel 1880 il relativo concorso, ultimò l’opera nel 1888.

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CAMPAGNE MILITARI E GUERRE INTESTINE GRAZIE AI TRIONFALI SUCCESSI BELLICI, IL POTERE DI CESARE CRESCE A DISMISURA. COSÍ COME L’INVIDIA E IL RANCORE DEI SUOI DETRATTORI E NEMICI «IN CASA»...


GUERRA E POLITICA

Ritorno di Cicerone dall’esilio, dipinto murale del Franciabigio (al secolo, Francesco di Cristofano). 1521. Poggio a Caiano, Villa Medicea.

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LA CONQUISTA DELLA GALLIA

LA GALLIA CONSACRA L’«UOMO FORTE» NEL 52 A.C. LA RESA DI VERCINGETORIGE SEGNA L’EPILOGO DELLA CAMPAGNA GUIDATA AL DI LÀ DELLE ALPI. A ROMA, PERÒ, SONO IN MOLTI A CONSIDERARE IL VINCITORE DI ALESIA COME UN PERICOLO CRESCENTE... | 44 | GIULIO CESARE |


Vercingetorige al cospetto di Cesare (o Vercingetorige getta le sue armi ai piedi di Cesare), olio su tela di Lionel Royer. 1899. Le-Puy-en-Velay, Musée Crozatier.

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LA CONQUISTA DELLA GALLIA

Britannia

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54

Oceano Atlantico

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Cesare, passaggio del Reno, 55, 53

Belgio

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Samarobriva (Amiens)

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57 Agedincum (Sens)

Loira

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52 Avaricum (Bourges)

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52 Alesia

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52 Gergovia

Brigantium (La Coruña)

C e ltic a

51 Uxellodunum

Galizia

Corsica

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Roma

49 Corfinio

S a r de gn a 45 Ategua

45 Munda

45 mbre sette

Una vita sui campi di battaglia La cartina mostra le campagne militari condotte da Giulio Cesare tra il 61 e il 45 a.C., evidenziando le località che furono teatro delle battaglie cruciali nel corso delle diverse imprese. N

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Emporiae (Ampurias)

Ba l e ar i

Hispalis (Siviglia)

0

49 Rubicone

Lucca

Citeriore

Cordoba

Gades Urso (Cadice)

Gallia Cisalpina

l

Ulteriore

49 Massalia (Marsiglia)

Aquileia

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S p a g n a

Genava (Ginevra)

se n eGinevra o rb Narbo Martius (Narbona)

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49 Ilerda (Lérida)

58 Bibracte

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mag gio 6 1

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56 Veneti

500 Km

Cartagine Hippo Diarrhytus Carpis Rusicade (Biserta) (Henchir Panormus Utica (Skikda) Mraïssa) (Palermo) Tàbraca Lilibeo Chullu (Tabarka) Sicilia (Collo) Catana (Catania) Milieu Clupea (Mila) Citra (Kélibia) (Costantina) Syracusae Curubis (Siracusa) Nu mid ia (Courba) Neapolis Adrumeto (Nabeul) (Susa) Tisdro (El-Djemè) Ea (Tripoli)


Roma prima del consolato di Cesare 59 a.C. Accordi di Lucca 56 a.C. Province di: Cesare Crasso

Pompeo

Campagne di Cesare Spedizione di Spagna 61 a.C.

Campagna d’Oriente di Tessaglia, 48 a.C. d’Egitto, dal 48 al 47 a.C. contro Farnace II, re del Bosforo, 47 a.C.

Campagna d’Africa, 46 a.C.

Battaglie

2a campagna di Spagna, 45 a.C.

Conquista della Numidia, 46 a.C.

Colonie fondate da Cesare

Conquista della Gallia dal 58 al 51 a.C. Conquista dell’Italia 49 a.C. Ritorno verso la Spagna 49 a.C.

Stati vassalli di Roma

2a colonizzazione di Narbona

R.

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B o s f o r o

Ponto Eusino

Danubio

I l l i ri a

Sinope Eraclea Pontina

Dyrrachium (Durazzo)

Macedonia

Brundisium Brindisi

Corcira (Corfù)

Larissa Butroto (Butrinto)

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Bisanzio

Cappadocia

Pergamo Atene

Licaonia

i a c i i l Tarso

Efeso

Corinto

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Licia

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Armenia

Tigri

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Mitilene

48 Farsalo

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Antiochia

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Siria

Rodi C i pr o Creta

Mar Mediterraneo Gerusalemme

Cirenaica 47 Alessandria

Pelusio

47 Battaglia del Nilo

A r a b i a

48 Assassinio di Pompeo

Egitto

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LA CONQUISTA DELLA GALLIA

«grandissimo amore». Vi arrivava dopo due anni e il completo assoggettamento della Gallia. Ornate le vie, le porte delle case, i luoghi dove passava. Incontro gli andò tutta la popolazione con i figli: si immolarono vittime; templi e piazze erano pieni di mense imbandite. Finiva l’autunno e Roma era avvolta da un persistente cielo grigio, basso, in un miscuglio di vento e di polvere che minacciava tempesta. I tuoni venivano scambiati per tamburi di guerra. L’oligarchia

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senatoriale quanto piú era cosciente di essere arrivata a un bivio, tanto piú si abbandonava a impennate rancorose di superbia. In segreto, però, rivelava improvvise debolezze e finí per rifugiarsi nel segno di un capo carismatico: Gneo Pompeo Magno. Anzi, onde svalutare le gesta di Cesare (Gallia, Reno, Britannia), rivalutò le vittorie di Pompeo in Asia, anche se alla luce livida della catastrofe di Carre. Sulla fedeltà dell’esercito della Gallia a Cesare, disse che bastava togliergli la


Disegno ricostruttivo ideale del Foro Romano in epoca imperiale: da sinistra, il tempio di Cesare, la Casa delle Vestali, la statua equestre di Vespasiano, il tempio di Castore e Polluce, la basilica Giulia; sullo sfondo, i palazzi imperiali del Palatino.

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LA GUERRA CIVILE

«IL DADO È TRATTO» ALEA IACTA EST: CON QUESTE PAROLE GIULIO CESARE, SECONDO LA TRADIZIONE, RUPPE GLI INDUGI E, ATTRAVERSATO IL RUBICONE, MARCIÒ VERSO ROMA, PRONTO A FAR VALERE LE PROPRIE RAGIONI ANCHE CON LE ARMI. MA CHE COSA LO AVEVA SPINTO A PRONUNCIARE UNA FRASE DIVENUTA ORMAI PROVERBIALE?

I

l 1° gennaio 49 a.C. entravano in carica i nuovi consoli Lentulo Crure e Claudio Marcello. Rifiutano in Senato di discutere qualsiasi proposta di Cesare. Marco Antonio salta su e le enumera una dopo l’altra. Lo subissano gli improperi e le urla dei piú scalmanati. Si va avanti per sei giorni fra veti, contumelie, insulti, finché, il 7 gennaio, il Senato decide di vestire a lutto e, dopo la sospensione, proclama il Senatus consultum ultimum ne quid respublica detrimenti capiat. Era la formula di rito con cui si affidava alle supreme cariche istituzionali la difesa della patria da un pericolo mortale. Marco Antonio e Quinto Cassio, cacciati dalla Curia «affinché, essendo tribuni della plebe e dimostratisi contrari alla deliberazione, non fosse loro usata piú grave ingiuria», trovano ad accoglierli fuori dalla Curia il popolo che tumultuava e inneggiava a loro e a Cesare e chiedeva di conoscere il contenuto delle lettere del proconsole delle Gallie. Marco Antonio, urlando, accusa consoli e Senato; dice che, oltraggiando i tribuni della plebe, si è calpestata la maestà del popolo romano. Chiamati dai consoli, arrivano i soldati di Pompeo: tafferugli, grida, feriti, imprecazioni, poi un fuggi fuggi generale.

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Nella notte, vestiti in abiti servili, Marco Antonio e Quinto Cassio escono dalla città diretti a Ravenna su un cocchio a vettura. Con gli stessi abiti e stanchi, impolverati si presentano a Cesare, che subito li porta davanti all’esercito. La loro vista, l’offesa subita come tribuni della plebe, le parole infiammate di Marco Antonio eccitano di rabbia gli animi dei legionari. Cesare aveva ora l’avallo giuridico per la guerra civile: prendeva le armi in difesa del piú sacrosanto dei diritti, quello legato alla maestà del popolo romano. In realtà la vera motivazione era un’altra: il suo onore personale, la sua dignitas. Era troppo fiero estimatore di se stesso, cosciente della «sacrale deità del vincitore», per non afferrare l’occasione che l’oligarchia senatoriale gli offriva. E passa il Rubicone.

Quel giovane molto bello... Era il confine fra la Cisalpina e l’Italia. Svetonio gli mette in bocca una frase fatidica: «Andiamo dove ci chiamano i segnali degli dèi e l’ingiustizia dei nostri nemici. Il dado è tratto», giacché mentre esitava sulla riva del fiume «gli si mostrò un segno prodigioso». Improvvisamente era apparso un giovane molto bello che


Statua loricata antica sulla quale è stata inserita una testa di Giulio Cesare di epoca moderna. Napoli, Museo Archeologico Nazionale. Nella pagina accanto dado in osso, dagli scavi di Aelia Capitolina, la Gerusalemme romana.


LA GUERRA CIVILE

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Veduta panoramica del Foro Romano, cuore della vita civile e politica dell’Urbe. In primo piano, i resti del tempio di Saturno.

dei vari popoli iberici. Cesare poteva contare nella Narbonense su tre legioni al comando di Fabio, di altre tre sotto Trebonio che avevano svernato nelle vallate della Saòne e del Rodano, oltre alla VIII, XII, XIII, con le quali nel porto di Brindisi aveva tentato di impedire a Pompeo l’imbarco dell’esercito. La celerità della marcia verso la Spagna gli fu impedita dall’atteggiamento di Marsiglia. Ambigua all’inizio, si rivelò poi ostile e nemica.

Cesare credeva di averne ragione abbastanza rapidamente, invece fu respinto. Ma non poteva ritardare la campagna in Spagna; per l’imprevisto di Marsiglia fu anche costretto a lasciare dietro di sé le tre legioni di Trebonio. Doveva affrettarsi: a Ilerda in Spagna Fabio, che l’aveva preceduto, era già in difficoltà. Lo fronteggiavano due legati pompeiani: Afranio e Petreio, quest’ultimo vincitore di Catilina nel 62 a.C. vicino a Pistoia.

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LA FINE

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La morte di Catone a Utica, olio su tela di Guillaume Guillon Lethière. 1795. San Pietroburgo, Museo dell’Ermitage.

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