IT TI TI
SP EC IA LE
Timeline Publishing srl - POSTE ITALIANE S.P.A. – SPEDIZIONE IN ABBONAMENTO POSTALE – AUT. N° 0702 PERIODICO ROC
ARCHEO MONOGRAFIE
MONOGRAFIE
ITTITI UNA CIVILTÀ RISCOPERTA N°49 Giugno/Luglio 2022 Rivista Bimestrale
€ 7,90
ITTITI UNA CIVILTÀ RISCOPERTA
a cura di Stefano de Martino, Massimiliano Marazzi e Clelia Mora
IN EDICOLA IL 28 GIUGNO 2022
ITTITI UNA CIVILTÀ RISCOPERTA testi di Silvia Alaura, Metin Alparslan, Andrea Balletta, Paolo Andrea Bartorelli, Stefano de Martino, Massimiliano Marazzi, Nicolò Marchetti, Clelia Mora, Hasan Peker, Andreas Schachner, Giulia Torri e Gokhan Yazgı
6. Presentazioni 6. Türkiye, un museo a cielo aperto 10. Un «ufficio» per l’archeologia italiana all’estero 14. La storia Il paese dei Grandi Re 28. Le immagini del potere Il potere scolpito nella roccia 40. L’organizzazione dello Stato In nome del dio della Tempesta 50. La lingua e la scrittura Cosí parlavano (e scrivevano) nella «terra di Hatti» 74. La mitologia e la magia C’era una volta un’ape... 82. Sacerdoti, esorcisti e rituali magici 86. Hattusa Nascita di una metropoli 96. Il concetto di «capitale» secondo gli Ittiti 102. Il santuario di Yazılıkaya Al cospetto degli dèi 114. Karkemish Una capitale sull’Eufrate 124. La riscoperta Il popolo che non c’era
UN «UFFICIO» PER L’ARCHEOLOGIA ITALIANA ALL’ESTERO L’attività della Direzione Generale per la diplomazia pubblica e culturale del MAECI di Paolo Andrea Bartorelli e Andrea Balletta
L
a ricerca archeologica rappresenta uno dei cardini all’interno di una complessa agenda culturale, che, da parte italiana, viene messa in pratica e portata avanti, su scala internazionale, dal Ministero degli Affari Esteri e della Cooperazione Internazionale (MAECI). I rapporti tra Italia e Turchia, basati su legami storici duraturi all’interno di un comune contesto mediterraneo, si sono nel tempo consolidati grazie a un proficuo dialogo politico e a relazioni economico-commerciali sempre piú strette. Si tratta di uno sviluppo delle relazioni diplomatiche consolidato nel tempo e che risale ufficialmente al 1856 quando Roma, Milano e Napoli furono designate come sedi principali delle Missioni diplomatiche turche e continuato, successivamente, con la nascita della Repubblica di Turchia (Türkiye Cumhuriyeti) nel 1923. Le Missioni archeologiche italiane in Turchia rappresentano uno dei molti asset nelle relazioni culturali bilaterali tra i due Paesi. Frutto di una collaborazione iniziata piú di sessant’anni fa, hanno contribuito in modo significativo al recupero e alla promozione del vasto patrimonio culturale turco, avvalendosi della grande esperienza e competenza degli archeologi italiani. Nel 2022 MAECI ha finanziato tredici Missioni archeologiche in Turchia, organizzate da alcune tra le piú prestigiose istituzioni italiane del settore.
L’Italia riscopre gli Ittiti Come noto, l’ittitologia, ovvero lo studio della lingua, della cultura e della civiltà degli Ittiti, è la denominazione applicata dagli studiosi moderni in riferimento alla realtà politica che occupava la cosiddetta «Terra di Hatti» nell’Anatolia centro-settentrionale tra l’età del Bronzo Medio e Tardo (XVII-XII sec. a.C. circa).
| 10 | ITTITI |
In alto la Porta dei Leoni di Hattusa. A destra i resti del karum di Kanesh, oggi Kultepe.
Tale designazione fu assegnata sulla base della supposta identificazione, sviluppatasi nel corso del XIX secolo, tra gli abitanti della cosiddetta «Terra di Hatti» e gli Ittiti attestati nelle fonti bibliche (definiti anche Etei) e conosciuti anche dalle minuziose testimonianze egiziane. L’identificazione della regione di questa civiltà affascinò gli studiosi degli ultimi anni del XIX secolo, tra cui l’egittologo italiano Luigi Schiaparelli. L’orientalista italiano Cesare Antonio De Cara suggerí varie interpretazioni (1894, 1902), pur avendo riconosciuto quali ittiti i siti di Boghazköy e Yazılıkaya. Solo a seguito della spedizione del francese Ernest Chantre a Boghazköy, la capitale ittita, nell’Anatolia centrale (150 km a est di Ankara) nel 1893-94, fu possibile ottenere maggiori informazioni. Attualmente opera a Hattusa la Missione congiunta (italo-turco-tedesca), che vede impegnate le Università Federico II e «Suor Orsola Benincasa» di Napoli per parte italiana. Dall’inizio del XX secolo, la disciplina dell’ittitologia si sviluppò notevolmente in Germania, oltre che in Inghilterra e Francia. In Italia, invece, l’ittitologia e gli studi anatolici in genere furono insegnati dapprima nelle Università di Pavia e di Firenze, grazie, rispettivamente, a Piero Meriggi (1899-1982), che contribuí ad attribuire la lingua lidia alla famiglia indoeuropea e alla comprensione del luvio e del licio, e Giovanni Pugliese Carratelli (1911-2010), di cui si ricordano, tra gli altri, i contributi nel campo degli studi minoici e micenei, e loro successori. Nel 1968 è stato fondato, anche grazie al contributo dei due studiosi, il Centro di Studi Micenei ed Egeo-Anatolici del Consiglio Nazionale delle Ricerche (CNR), dal 2013 unitosi all’Istituto di studi sul Mediterraneo antico. Oggi la cattedra di ittitologia è presente in cinque università italiane: Torino, Pavia, Firenze, «Sapienza» Università di Roma e Napoli (L’Orientale e Scuola di Specializzazione in Beni Archeologici «Suor Orsola Benincasa»/Università Vanvitelli) con approfondimenti, workshop e seminari presso diversi altri atenei. Gli archeologi italiani sono operativi in diversi siti anatolici, che mostrano stratigrafie e tracce materiali di epoca ittita. Tutte queste Missioni mostrano un approccio multidisciplinare e interdisciplinare all’archeologia, con una costante collaborazione di specialisti, tra cui geologi, chimici e fisici. Ciò è chiaramente espresso in diverse pubblicazioni, per esempio per quanto riguarda lo studio dei rilievi rupestri di Yazılıkaya, un santuario ittita situato 2 km circa a nord-est di Hattusa/Boghazköy. L’Ufficio VI-DGDP (Direzione Generale per la diplomazia pubblica e culturale), nel
| ITTITI | 11 |
IL PAESE DEI GRANDI RE La parabola ittita si snoda nell’arco di circa sei secoli, nel corso dei quali la terra «di Hatti» si struttura dapprima come regno e poi come un vero e proprio impero. Sempre all’insegna di un assetto sociale fortemente assolutistico di Stefano de Martino
N
ei primi secoli del II millennio a.C. l’Anatolia era divisa in potentati indipendenti e spesso in lotta fra loro, ognuno dei quali controllava un territorio di estensione limitata. In alcuni di essi si erano stabiliti empori commerciali gestiti da famiglie assire. Uno dei centri principali era la città che gli Assiri chiamavano Kanesh e che è stata parzialmente riportata alla luce presso il sito moderno di Kültepe: ha un’estensione di circa trenta ettari, per quanto riguarda l’area del palazzo reale e della città anatolica, mentre la città bassa, dove si trovava l’emporio commerciale assiro, è molto piú vasta. A Kanesh sono state distinte fasi principali – II (1970-1835 a.C.) e I (1835-1700 a.C.) – e soprattutto dalle rovine della fase II proviene una ricca documentazione testuale
| 14 | ITTITI |
relativa alle attività dei mercanti assiri, che fornisce importanti notizie anche sull’assetto politico dell’Anatolia del Medio Bronzo. Alla fine del XVIII secolo a.C. Pithana, re della città di Kussara, si impadronisce di Kanesh e ne assegna il governo a suo figlio Anitta. Una tavoletta conservata nelle collezioni di testi ittiti celebra le campagne militari condotte da questo sovrano, che conquista molti centri in Anatolia settentrionale e sud-orientale dando vita al primo regno di grandi dimensioni dell’Anatolia del II millennio a.C. Kanesh diventa residenza e centro direzionale di Anitta, ma i testi ittiti chiamano Nesa questa città. Entrambi i toponimi, Kanesh e Nesa, sono verosimilmente la resa, rispettivamente in accadico e in ittita, del nome originario del sito, che era Knesh. Anitta e Nesa restano nella
Resti dell’insediamento di Kanesh, presso l’odierno Kültepe. Qui gli Assiri crearono un centro commerciale il cui scavo ha restituito notizie preziose per ricostruire il contesto storico dell’Anatolia nel Medio Bronzo, alla vigilia dell’avvento degli Ittiti.
memoria culturale degli Ittiti che si definivano proprio «popolo di Nesa» e chiamavano la loro lingua «lingua di Nesa», evidentemente riconoscendo in questa città il nucleo da cui si è sviluppato il loro regno.
I primi sovrani Non abbiamo notizie certe sui successori di Anitta: conosciamo il nome del re Zuzzu, ma non sappiamo se Huzziya I gli succeda direttamente, o se vi siano stati altri sovrani prima di lui. I documenti ittiti riconoscono in Huzziya I il fondatore della dinastia regia di Hatti. A lui succede Labarna, il cui nome diviene poi titolo regio nella forma l/tabarna. Moglie di Labarna era Tawananna e questo nome proprio è anche il titolo che indica la regina di Hatti. Labarna designa come suo
successore il figlio del fratello della regina sua consorte. Tale successione indiretta rientra nella volontà della casa reale di Hatti di coinvolgere diversi clan familiari nella gestione del potere, nell’ottica di trovare alleanze in una situazione ancora di generale instabilità politica. Sale dunque al trono Hattusili I, che era stato il re della città di Kussara, e quindi discendente piú o meno diretto della dinastia di Anitta. Il suo nome significa «quello di Hattusa» e ciò conferma l’ipotesi che questa città fosse divenuta la sua residenza regia, anche se verosimilmente essa aveva svolto una funzione importante già al tempo di Huzziya I e Labarna. Questo re promuove l’adozione del sistema grafico cuneiforme di tradizione paleobabilonese, presumibilmente attraverso la mediazione di scribi siriani. Con Hattusili I
| ITTITI | 15 |
IL POTERE SCOLPITO NELLA ROCCIA Sigilli realizzati seguendo precisi canoni decorativi e, soprattutto, spettacolari rilievi rupestri: ecco come i sovrani ittiti esaltavano – e comunicavano – il proprio status regale di Clelia Mora
| 28 | ITTITI |
Fraktin (Anatolia centro-meridionale). Il rilievo rupestre con iscrizione geroglifica nel quale sono rappresentati il re Hattusili III e la sua consorte Puduhepa nell’atto di offrire una libagione di fronte alle immagini del dio della Tempesta e alla sua paredra.
| ITTITI | 29 |
IN NOME DEL DIO DELLA TEMPESTA Un Grande Re, destinato a diventare divino egli stesso, coadiuvato da una pletora di príncipi e funzionari, specializzati nelle piú diverse discipline amministrative: ecco come funzionava la «macchina» dell Stato ittita di Clelia Mora
| 40 | ITTITI |
«I
l Tabarna, il re, sia caro agli dèi. Il paese appartiene al dio della Tempesta; il cielo, la terra, gli uomini appartengono al dio della Tempesta. Egli ha fatto il re suo amministratore e a lui ha affidato tutto il paese di Hatti». Questo passo di un famoso testo d’epoca antico-ittita, ma anche altri testi, delineano l’ideologia della regalità ittita: il re esercita il potere affidatogli dalla divinità suprema (il dio della Tempesta, a cui si affiancherà, secondo altri documenti, anche la dea del Sole di Arinna). La conferma del potere regale da parte della divinità, e la conseguente protezione accordata dagli dèi al sovrano, collocava la figura del re in una speciale posizione rispetto agli
altri umani: come vedremo, nella cultura ittita il re diventa dio solo dopo la morte, ma per tutto il periodo di regno mantiene un rapporto privilegiato con la divinità. Il re era capo religioso, sovrintendeva alle festività e ai riti piú importanti celebrati nel corso dell’anno ed era assistito dalla divinità anche nelle sue funzioni di capo militare: nei resoconti annalistici di battaglie è frequente il riferimento, da parte del re, al «dio che cammina davanti a me», per aprire la via e favorire la vittoria. Anche per aumentare il livello di protezione divina, i re di epoca piú tarda godevano della protezione di divinità specifiche, «personali», citate nei testi e talvolta anche raffigurate, sui rilievi rupestri o sui sigilli, mentre cingono in un abbraccio il re. Il sovrano ittita si occupava ovviamente in prima persona anche della politica estera, Hattusa. Il tratto delle mura della Città Bassa ricostruito in età moderna per mostrare il probabile aspetto originario della fortificazione.
| ITTITI | 41 |
LA LINGUA E LA SCRITTURA
COSÍ PARLAVANO
(E SCRIVEVANO) NELLA
«TERRA DI HATTI» Una «geografia linguistica» di estrema complessità, un universo di iscrizioni rupestri, sigilli e tavolette cuneiformi rimasti, per lungo tempo, muti e incomprensibili. Ma sarà proprio l’enigma della scrittura a segnare la riscoperta stessa della civiltà ittita... di Massimiliano Marazzi
| 50 | ITTITI |
S
otto il profilo linguistico, l’Anatolia del II millennio a.C. rappresenta un’eccezione nel panorama delle varianti, prevalentemente semitiche, diffuse nel Vicino Oriente antico. Essa appare infatti caratterizzata da popolazioni linguisticamente appartenenti alla famiglia detta «anatolica». Si tratta di un ramo della grande famiglia linguistica indoeuropea che presenta però, sia sotto il profilo morfologico che sintattico, tratti particolarmente arcaici; un fatto, questo, che ha portato la maggioranza dei linguisti comparatisti a ipotizzare un
Kültepe (Anatolia centrale). Resti del karum, una sorta di centro-mercato, installato dagli Assiri, all’epoca in cui l’insediamento era noto come Kanesh. La creazione di simili impianti favorí la diffusione della scrittura cuneiforme.
distacco precoce di questo gruppo dalla grande famiglia indoeuropea. Tempi e modi dell’arrivo e stabilizzazione in Anatolia di queste popolazioni rimangono oggetto di diverse ipotesi.Tuttavia, il fatto che le diverse varietà del gruppo anatolico fossero stanziate sul territorio già nel corso dei primi decenni del II millennio a.C., è indirettamente testimoniato dall’onomastica e da alcuni particolari termini di carattere giuridico-amministrativo che ricorrono nei documenti paleoassiri provenienti dai piú importanti centri politici dell’epoca. La varietà ittita diviene lingua del potere politico
| ITTITI | 51 |
C’ERA UNA VOLTA UN’APE... Poemi declamati per assicurare pioggia e fertilità, «invocazioni» rivolte a ottenere benevolenza e protezione divina: il ricco patrimonio mitologico degli Ittiti tramandatoci dalle tavolette iscritte, si avvale di protagonisti d’eccezione, tra cosiddetti «nomi parlanti» e animali abilissimi, reali e fantastici di Stefano de Martino
L
e collezioni di testi cuneiformi rinvenute nella capitale e in altri siti del regno ittita documentano svariate narrazioni di carattere mitologico. Quella che noi chiamiamo la civiltà ittita è il risultato dell’incontro e dell’interazione tra popoli di lingue e culture diverse, gli Ittiti e i Luvi, di origine indoeuropea, i Hattici, la popolazione di adstrato accanto a cui le comunità ittite
| 74 | ITTITI |
hanno convissuto in Anatolia settentrionale nei primi secoli del II millennio a.C. e i Hurriti che risiedevano in Anatolia orientale e nel vicino regno di Mittani, con il quale Hatti ha avuto intense relazioni. Le composizioni mitologiche tramandate dagli scribi ittiti riflettono l’eterogeneità del mondo ittita e l’eclettismo culturale della corte che costituiva l’audience di queste narrazioni.
Nella pagina accanto scene del mito di Kumarbi sulla coppa in oro rinvenuta a Hasanlu (Iran). Teheran, Museo Nazionale.
Dunque, possiamo distinguere tra opere a carattere mitologico di tradizione anatolica, che in gran parte risalgono al patrimonio culturale hattico, e composizioni di origine hurrita, che ci sono giunte in redazioni in ittita e in hurrita. Le traduzioni di opere in lingua straniera che venivano fatte dagli scribi anatolici non sono mai letterali, come si fa oggi nel tradurre un romanzo da una lingua all’altra, ma erano redazioni che adattavano il racconto ai gusti e alle conoscenze degli ascoltatori. Ovviamente non poteva essere ignorato dagli scribi ittiti il «best seller» del Vicino Oriente del II millennio a.C, cioè il Poema di Gilgamesh. Il nucleo di questa lunga composizione è stato concepito nella Mesopotamia di tradizione sumerica del III millennio a.C., ma le redazioni in accadico della prima metà del II millennio hanno goduto di una grossa fortuna nelle corti non solo della Mesopotamia, ma anche dell’Anatolia, Siria ed Egitto, tanto da essere tradotte in altre lingue, quali il hurrita e l’ittita. Gli Ittiti arrivano a conoscere il Poema di Gilgamesh prima nella sua traduzione in hurrita e poi anche in versioni in accadico. Le narrazioni mitologiche quali quelle di tradizione hurrita e il Poema di Gilgamesh erano note in Anatolia attraverso le tavolette cuneiformi e anche attraverso bardi itineranti che declamavano questi testi. L’apporto della tradizione orale, dunque, è stato fondamentale nella trasmissione di questo patrimonio culturale e cosí si spiegano anche le diversità riscontrabili tra redazioni differenti della stessa opera.
Feste propiziatorie Tra queste narrazioni possiamo distinguere due filoni che avevano finalità diverse. Uno è rappresentato da composizioni che venivano recitate nel corso dello svolgimento di cerimonie religiose, e altre che avevano lo scopo di chiedere l’aiuto di divinità ed erano definite dagli scribi ittiti con il termine mugawar, «invocazione». Al primo gruppo appartengono due composizioni declamate nel corso della festa di tradizione hattica chiamata
purulli. Questa festa veniva celebrata all’inizio della primavera e doveva assicurare la fertilità dei campi e l’arrivo della pioggia cosí da avere raccolti sufficienti a sfamare la popolazione. Come leggiamo nelle tavolette che conservano queste narrazioni, esse furono trasmesse attraverso le parole di un sacerdote di nome Kella che era attivo nel tempio del dio della Tempesta di Nerik, città dell’Anatolia settentrionale, le cui rovine sono state riportate alla luce nel sito di Oymaaghaç. Tema centrale di queste narrazioni è lo scontro tra il dio della Tempesta e un drago, o serpente, che lo ha sconfitto e reso incapace di svolgere le sue funzioni, principalmente quella di assicurare la pioggia, indispensabile in Anatolia dove l’agricoltura era di tipo pluviale, non essendoci grandi fiumi, a differenza dell’Egitto e della Mesopotamia. Questo drago o serpente è chiamato Illuyanka, nome che significa appunto «serpente, rettile». Tratto caratteristico delle opere mitologiche vicino-orientali è l’attribuzione di «nomi parlanti» ai vari protagonisti della storia che si presentano cosí all’ascoltatore con caratteri ben definiti fino dalla loro prima menzione. In entrambe le narrazioni il dio della Tempesta, in un primo tempo vinto dal nemico, riesce poi a prevalere su di lui. Nella prima versione il dio riceve l’aiuto di un’altra divinità di nome Inar, che, con la collaborazione di un uomo, riesce ad attirare il serpente in una trappola. Questi, infatti, viene invitato a un banchetto, fatto ubriacare, cosí da renderlo inoffensivo, e ucciso dal dio della Tempesta. Tema centrale di questa narrazione è la cooperazione tra divinità e uomini, indispensabile per la sopravvivenza del paese, anche se viene ribadita la sostanziale disparità tra il mondo divino e quello umano. Nella seconda versione il serpente ha non solo vinto il dio della Tempesta, ma gli ha anche strappato gli occhi e il cuore, rendendolo cosí del tutto inerme. Il dio della Tempesta concepisce, allora, un piano di vendetta complesso. Concede il proprio figlio
| ITTITI | 75 |
NASCITA DI UNA METROPOLI Hattusa prende forma attorno alla metà del XVII secolo a.C. come capitale del nascente regno ittita. Già cento anni piú tardi il suo volto cambia radicalmente e la città si trasforma in uno dei centri urbani piú vasti del mondo allora conosciuto. Dotandosi di fortificazioni, templi, quartieri residenziali e di un affascinante santuario rupestre di Andreas Schachner
L
a storia dell’insediamento di quella che diventerà la capitale ittita inizia già alla fine del VI millennio a.C. Gli scavi condotti in quest’area, e segnatamente a Yarıkkaya, Büyükkaya e Çamlıbel Tarlası, forniscono informazioni sulla situazione in questa regione dell’Anatolia. I piccoli insediamenti, di breve durata, erano
| 86 | ITTITI |
situati su altipiani fino al III millennio a.C., per lo piú collocati nelle valli laterali. Al contrario, nelle regioni piú meridionali dell’Anatolia centrale, i villaggi si erano già trasformati in centri urbani nel corso di questo millennio. A Boghazköy, il nucleo dell’insediamento che si sviluppò nella città del periodo ittita apparve per la prima volta alla fine del III millennio a.C.
Veduta generale, verso nord, dell’antica Hattusa, capitale del regno ittita. Il sito si trova presso l’odierna Boghazkale/ Boghazköy, 150 km a est di Ankara.
Mar Nero Istanbul
Ankara
Hattusa Kız ılır ma k
Tokat Sivas
Kayseri N
Antalya
NO
NE
SO
SE
O
Mar Mediterraneo
Diverse caratteristiche geografiche sono state decisive per la scelta di quest’area. Una catena montuosa separa la regione intorno a Boghazköy dalle steppe dell’Anatolia centrale, dove dominavano gruppi di potenziali concorrenti. D’altra parte, la conformazione topografica della zona rappresenta una protezione naturale del sito di Hattusa. La città,
E
S
infatti, si estende su un pianoro delimitato dai corsi d’acqua Budaközü a est e Yazır a ovest, cosí da farne un rifugio sicuro. Queste caratteristiche resero il sito ideale per la fondazione di un centro abitato che controllava un importante snodo di due vie che correvano da sud a nord nella rete economica che si espandeva attraverso l’Anatolia centrale nella
| ITTITI | 87 |
La teoria delle dodici divinità «ctonie» decoranti la parete occidentale della Camera B del santuario di Yazılıkaya.
AL COSPETTO DEGLI DÈI Pochi chilometri a nord-est di Hattusa, fu ricavato nella roccia il santuario di Yazılıkaya. Un monumento eccezionale, riccamente decorato da figure a rilievo comprendenti tutte le principali divinità del pantheon ittita di Massimiliano Marazzi
U
no dei complessi monumentali piú suggestivi della civiltà ittita è senza dubbio il cosiddetto santuario rupestre di Yazılıkaya (in turco, «roccia iscritta»). Esso, infatti, racchiude in sé, allo stesso tempo, le manifestazioni piú interessanti dell’arte scultorea, di quella
| 102 | ITTITI |
scrittoria e della ideologia religiosa del regno. La storia della sua scoperta è, d’altra parte, strettamente connessa con quella di Hattusa e del regno ittita in generale. Posto a 5 km circa a nord-est della capitale e ricavato all’interno delle stanze naturali di un complesso roccioso che emerge imponente sul paesaggio
Mar Nero Istanbul
Ankara
Yazılıkaya Kız ılır ma k
Tokat Sivas
Kayseri N
Antalya
NO
NE
SO
SE
O
Mar Mediterraneo
circostante, attrasse subito l’attenzione del viaggiatore-archeologo francese Charles Texier, il quale, nel 1833 scoprí per la prima volta le rovine di Hattusa. Le decorazioni scultoree, che si svolgono sulle superfici rocciose delle pareti che racchiudono il maggiore dei due grandi ambienti naturali (chiamati oggi dagli studiosi
E
S
Camera A e B), furono infatti accuratamente disegnate dalla missione francese. Le tavole grafiche composte e pubblicate nel 1839 nell’ambito del volume Description de l’Asie Mineure (vedi immagine a p. 106, in basso), pur tradendo, nella rappresentazione delle figure e nei dettagli delle iscrizioni che le
| ITTITI | 103 |
KARKEMISH, UNA CAPITALE SULL’EUFRATE La plurimillenaria storia della città fiorita su uno dei grandi fiumi della Mesopotamia comprende un’importante fase ittita. Su cui stanno gettando una luce sempre piú intensa le ricerche della missione turco-italiana di Nicolò Marchetti e Hasan Peker
G
li scavi archeologici inglesi condotti nel sito di Karkemish tra il 1878 e il 1920 hanno riportato alla luce importanti monumenti che vengono spesso citati nella letteratura scientifica; tuttavia, la loro cronologia e la relativa comprensione funzionale devono essere profondamente rivisti a seguito delle recenti indagini archeologiche, iniziate nel 2011 e ancora in corso, a opera della missione archeologica turco-italiana delle Università di Bologna, Istanbul e Gaziantep, supportata dal Ministero Italiano degli Affari Esteri e della Cooperazione Internazionale, da quello dell’Università e Ricerca, come anche dalla Sanko Holding. La missione Ortostato in basalto con due grifoni, rinvenuto nel 2017, appartenente alla decorazione del Herald’s Wall edificato da Katuwa. Ffine del X sec. a.C.
Mar Nero Istanbul Çorum
Ankara Kız ılır ma k
Antalya
Kayseri
Gaziantep
N
Karkemish
NO
NE
SO
SE
O
Mar Mediterraneo
| 114 | ITTITI |
E
S
| ITTITI | 115 |