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Archeo Monografie n. 48, Aprile/Maggio 2022

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ARCHEOLOGIA NEL CUORE DI ROMA

PALATINO • COLOSSEO • FORO ROMANO • DOMUS AUREA

N°48 Aprile/Maggio 2022 Rivista Bimestrale

€ 7,90

ARCHEOLOGIA NEL CUORE DI ROMA

Timeline Publishing srl - POSTE ITALIANE S.P.A. – SPEDIZIONE IN ABBONAMENTO POSTALE – AUT. N° 0702 PERIODICO ROC

ARCHEO MONOGRAFIE

MONOGRAFIE

IN EDICOLA IL 23 APRILE 2022


ARCHEOLOGIA NEL CUORE DI ROMA

PALATINO • COLOSSEO • FORO ROMANO • DOMUS AUREA testi di Martina Almonte, Roberta Alteri, Ines Arletti, Francesca Boldrighini, Stefano Borghini, Paolo Castellani, Francesca Cesari, Fulvio Coletti, Livia Colopardi, Irma Della Giovampaola, Fiorangela Fazio, Maria Grazia Filetici, Luciano Frazzoni, Giulia Giovanetti, Alessandro Lugari, Barbara Nazzaro, Angelica Pujia, Federica Rinaldi, Antonella Rotondi, Alfonsina Russo, Maddalena Scoccianti, Arianna Santelli, Gabriella Strano e Sabrina Violante

6. PRESENTAZIONE Un grande museo diffuso

14. IL FORO ROMANO 14. Presentazione 26. Il nuovo Museo del Foro 30. Nuove indagini nell’area del Comizio e della Curia Iulia 32. I Rostra imperiali e la loro manutenzione 38. Il ritorno dei dodici dèi 42. Nella casa delle sacerdotesse di Vesta 50. Quell’antica via per l’Esquilino 52. La devozione in forme colossali

56. IL PALATINO 56. Presentazione 66. La Domus Tiberiana: sperimentare per tutelare 70. Horti e fontane, tra antichità e Rinascimento 74. I frutti dalla terra degli imperatori 76. Le Curiae Veteres e le pendici nord-orientali del Palatino

80. IL COLOSSEO 80. Presentazione 86. L’arena dei gladiatori e il rinnovato spazio degli ipogei 90. Gerusalemme, il dipinto ritrovato 92. L’arena che verrà, tecnologica ed ecosostenibile 98. Il cantiere del Colosseo

102. LA DOMUS AUREA 102. Presentazione 108. Luce Aurea

114. GLI AUDITORIA DI ADRIANO 114. Presentazione 118. Monitoraggio e manutenzione per proteggere il patrimonio 121. Un codice per il Fundraising 122. La Carta del Rischio per la tutela di mosaici e pavimenti marmorei

124. LA COLONNA TRAIANA 124. Presentazione 128. Cosí romana, cosí europea


I

l centro monumentale di Roma antica accoglie testimonianze archeologiche tra le piú rilevanti dell’Occidente e non solo. Si tratta di un patrimonio universale, visitato, ogni anno, da milioni di persone provenienti da tutto il mondo. Eppure, la visita di questo complesso fatto di grandi edifici, frammenti architettonici, sculture e «semplici» lastricati viari non è impresa facile. La presenza «simultanea» di monumenti imponenti per dimensioni e per immediata bellezza, riuniti all’interno di un perimetro relativamente circoscritto ma risalenti a epoche ed eventi distanti tra di loro spesso anche centinaia di anni, richiede una conoscenza preliminare tutt’altro che scontata. Vi sono poi gli interventi architettonici e urbanistici di età moderna che rendono ancora piú ardua la comprensione del tessuto antico: basti citare l’Altare della Patria, intorno al quale si accalcano i turisti, ammirati dalla sua bianca mole ma ignari della sua smisuratezza, cosí incongrua se messa a confronto con le dimensioni dei resti antichi su cui insiste. O, ancora, la strada moderna (già via dell’Impero e oggi via dei Fori Imperiali) che di un simbolo di Roma, l’Anfiteatro Flavio o Colosseo, offre un colpo d’occhio «da cartolina», sacrificando al contempo ogni corretta prospettiva dei monumenti del Foro Romano, costretti a essere visti «di spalle». Il centro di Roma antica è un palinsesto straordinario ma di ardua lettura, la cui comprensione non può che avvenire gradualmente, e alla cui conoscenza vuole contribuire questa nuova Monografia di «Archeo». I suoi autori (tanto numerosi da non poter essere, qui, menzionati singolarmente) sono i protagonisti di quell’«archeologia nel cuore di Roma» evocata dal titolo. Sono gli archeologi di un’istituzione – il Parco archeologico del Colosseo – creata nel 2017, a cui è affidata la «vita contemporanea» delle millenarie vestigia di un villaggio divenuto capitale di un impero. Andreas M. Steiner

«Archeo» ringrazia la società cooperativa Coperarte, e il suo presidente Camillo Macone, per il generoso contributo finanziario alla realizzazione di questa Monografia.


FORO ROMANO

IL FORO ROMANO NELLA VALLE RACCHIUSA FRA IL CAMPIDOGLIO E IL PALATINO SI CONSERVANO LE TESTIMONIANZE DI UNA STORIA MILLENARIA. UN PALINSESTO STRAORDINARIO E UNICO AL MONDO E LA CUI «VITA CONTEMPORANEA» È, OGGI, AFFIDATA ALLE CURE DEL PARCO ARCHEOLOGICO DEL COLOSSEO di Luciano Frazzoni

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Il Foro Romano in un dipinto di Giovanni Paolo Pannini. XVIII sec. L’area si presentava all’epoca con un aspetto ben diverso dall’attuale: nel tempo, la piazza e i suoi monumenti erano andati progressivamente interrandosi e il piano di campagna era dunque assai piú elevato.

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FORO ROMANO

I

l Foro Romano è un’area molto complessa nel suo insieme, con monumenti compresi in un arco di tempo che va dalle fasi di vita piú antiche della città fino a quelle tardo-imperiali. La sua descrizione è perciò impegnativa e in questa trattazione cercheremo di seguire sia l’evolversi cronologico dell’area, sia un percorso che seguirà un ordine topografico, a prescindere dai vari periodi. La conoscenza delle piú antiche epoche di frequentazione del Foro si deve soprattutto agli scavi condotti da Giacomo Boni tra il 1899 e il 1900 e, in particolare, alle scoperte effettuate nell’area del Comizio. La valle compresa tra il Campidoglio e il Palatino si presentava in origine paludosa e inospitale, percorsa da un corso d’acqua, il Velabro, che si riversava poi nel Tevere. I primi centri abitati si svilupparono infatti sulle estreme propaggini delle colline circostanti del Palatino e del Campidoglio, mentre la pianura era utilizzata come area sepolcrale, come testimonia il sepolcreto dell’età del Ferro (X-IX secolo a.C.) individuato presso il Tempio di Antonino e Faustina e i cui corredi funerari sono esposti nel Museo del Foro (vedi alle pp. 26-27). Dopo essere stata utilizzata esclusivamente per sepolture infantili dalla fine del IX al VII secolo a.C., a seguito dell’ampliamento dell’abitato del Palatino verso la parte settentrionale del colle e la Velia, l’area sepolcrale si spostò sull’Esquilino, segno evidente che anche la zona del Foro era entrata a far parte del nucleo urbano. Risale infatti alla fine del VII secolo a.C. la prima pavimentazione in terra battuta della piazza, al tempo della dinastia etrusca dei Tarquini. Al loro primo re, Tarquinio Prisco, si deve la realizzazione della Cloaca Maxima, prima grande opera di regimentazione delle acque che, canalizzando il corso del Velabro e attraversando l’area centrale del Foro, rese questa parte della città utilizzabile per le attività connesse al commercio e alla vita politica della città, diventando luogo di riunione dei cittadini, dei senatori e dei magistrati romani, nonché centro religioso. Nel Comizio si trova, infatti, uno dei

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piú antichi santuari, da identificare con il Volcanal, luogo dedicato a Vulcano, comprendente un altare a tre ante, la base di una statua e un cippo con iscrizione arcaica databile alla metà del VI secolo a.C. Benché incompleta, l’iscrizione è interpretabile come una legge sacra, in cui sono indicati gli atti rituali che il rex doveva svolgere sull’altare. L’importanza di questo luogo è sottolineato dal fatto di trovarsi al di sotto di un’area distinta dal resto del pavimento del Foro, perché ricoperta da marmo nero (da cui il nome di Lapis Niger) e circondato da una balaustra. Le fonti indicano inoltre che qui Romolo fu ucciso o volò in cielo, trasformandosi nel dio Quirino, ossia la divinità protettrice delle curie, le circoscrizioni gentilizie istituite da Romolo, in cui il popolo romano era organizzato sia per l’arruolamento militare che per le assemblee civiche, che si svolgevano nel Comizio, il centro politico e giudiziario di Roma. Qui si trovavano la Curia Hostilia, nella quale si riunivano i senatori, i

L’archeologo/ architetto Giacomo Boni (1859-1925) posa accanto a una delle tombe del sepolcreto arcaico da lui scoperto nei pressi del Tempio di Antonino e Faustina.


Operai di Giacomo Boni impegnati nei lavori di sistemazione della via Sacra al termine dello scavo.

tribunali per i processi e la tribuna degli oratori, che, dopo la vittoria di Anzio durante la guerra latina nel 338 a.C., prese il nome di Rostra, in quanto vi furono affissi i rostri delle navi catturate ai nemici.

Il trasferimento dei tribunali Nella prima metà del III secolo a.C., all’inizio della prima guerra punica, la piazza del Comizio assunse una forma circolare con gradinata interna. La parte a sud corrispondeva ai Rostra, quella a est era occupata dalla Graecostasis, una piattaforma sopraelevata dove gli ambasciatori stranieri, in particolare greci, assistevano alle riunioni del Senato; la parte piú settentrionale, ai lati della Curia Hostilia, era probabilmente occupata dai tribunali dove si svolgevano i processi. Dopo varie trasformazioni avvenute intorno all’80 a.C. a opera di Silla, che comportarono tra l’altro la ricostruzione della Curia, ampliata fino a contenere ben 1000 senatori, i tribunali vennero trasferiti e fu realizzata la prima

pavimentazione in travertino della piazza forense e del Comizio. L’aspetto di questa parte del Foro mutò nuovamente al tempo di Giulio Cesare, tra il 54 e il 44 a.C.: scomparve definitivamente il Comizio e, per costruire il Foro Iulio, fu spostata la Curia, che prese il nome di Iulia, collocata a diretto contatto con il nuovo Foro, mentre i Rostra vennero ricostruiti nell’angolo corto nord-occidentale della piazza. L’aspetto odierno dei Rostra, con la facciata rettilinea in blocchi di tufo su cui sono ben visibili i fori sui quali erano affissi i rostri di bronzo delle navi, si deve a un ampliamento di Augusto e a restauri successivi (vedi alle pp. 32-37). A nord dei Rostra, tra l’Arco di Settimio Severo e il Tempio di Saturno, si trova un edificio rotondo in mattoni, risalente a epoca severiana, ma che sostituisce quello piú antico del II secolo a.C., da identificare con l’Umbilicus Urbis (Mundus), ossia con il luogo che indicava il centro della città della fondazione romulea, e punto di contatto tra il mondo dei vivi e quello dei morti. Resti di una

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IL PALATINO SUL MAESTOSO COLLE, SECONDO LA LEGGENDA, TUTTO EBBE INIZIO. QUI, INFATTI, AVREBBE ABITATO IL FONDATORE EPONIMO DI ROMA E SUO PRIMO RE, ROMOLO. DOPO DI LUI, SULL’ALTURA SI AVVICENDARONO PERSONAGGI ILLUSTRI, ARISTOCRATICI E, INFINE, GLI IMPERATORI di Luciano Frazzoni

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S

econdo la leggenda, riportata anche da Virgilio, il colle Palatino fu abitato da antiche genti greche, immigrate dall’Arcadia sotto la guida del re Evandro e di suo figlio Pallante, che su quell’altura fondò la città di Pallanteum, un abitato di pastori; queste genti vengono dapprima incontrate da Ercole e poi dai Troiani ed Enea (Eneide, VIII, 51-54; 115-119). Il Palatino doveva essere occupato da insediamenti umani, e probabilmente marinai e commercianti greci frequentavano l’area, già

Sulle due pagine Paesaggio romano con rovine, olio su tavola di Pieter Anthonisz. van Groenewegen. 1629-1630 circa. Amsterdam, Rijksmuseum. Sulla sinistra, il Palatino, e, sulla destra la valle del Foro Romano.

In questa pagina, dall’alto i resti di tre capanne della prima età del Ferro, scoperti nel 1948 sul Palatino: sono ben visibili i fori per l’alloggiamento dei pali di sostegno della copertura; ricostruzione grafica, pianta e sezioni di una delle capanne.

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A

lla morte di Nerone, la politica della dinastia flavia fu volta a restituire al popolo romano gli spazi che il tiranno aveva espropriato per la sua dimora esclusiva e personale. L’attività edilizia di Vespasiano e dei suoi figli e successori, Tito e Domiziano, demagogica e

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determinata a ottenere il maggior consenso, si concretizzò dunque nella realizzazione di edifici pubblici dove prima sorgevano quelli privati di Nerone: il caso piú eclatante è l’Anfiteatro Flavio, sorto nel luogo già occupato dal grande stagno della Domus Aurea. Benché risulti molto complessa, la struttura

L’Anfiteatro Flavio, piú noto come Colosseo, visto dal Tempio di Venere e Roma. Il grandioso edificio venne inaugurato nell’80 d.C.


IL COLOSSEO ANCORA OGGI, IL SIMBOLO DI ROMA STUPISCE, NON SOLTANTO PER LE SUE DIMENSIONI, MA ANCHE PER ESSERE STATO UNA PERFETTA «MACCHINA» DA SPETTACOLI, ANIMATI DA UOMINI E ANIMALI, CON CONTINUI CAMBI DI SCENA di Luciano Frazzoni

del Colosseo è riassumibile in alcuni elementi fondamentali, individuabili nel tipo di materiale utilizzato (travertino, tufo e laterizio) e nella tecnica di messa in opera. La sua realizzazione è infatti basata su tre moduli architettonici principali: il pilastro con semicolonna, l’arco e la cornice. Come ha osservato Giuseppe Lugli

(1890-1967), il Colosseo è il miglior esempio di utilizzo razionale dell’opera quadrata, realizzata a secco unendo i blocchi squadrati con perni e grappe metalliche. Tale tecnica, che permetteva il lavoro contemporaneo di almeno quattro cantieri diversi, assicurò solidità e rapidità nella costruzione.

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E l’esperienza di visita del monumento cambierà quindi in modo radicale, sia dalla cavea che dal centro del monumento.

Una visione completa Lo spazio del Colosseo potrà essere dunque percepito nella sua completezza e maestosità. Anche il parapetto perimetrale del piano non sarà solo un elemento di sicurezza, ma diventerà elemento architettonico – ricreando la suggestione del muro del podio – e museografico, offrendo il collocamento per i blocchi in marmo che riportano l’iscrizione in origine posta sopra il muro, cosí da riproporre,

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almeno idealmente, una lettura filologicamente piú corretta, esaltandone l’importanza e aumentandone la visibilità. Infine, la realizzazione del nuovo piano dell’arena, garantendo una superficie piana e omogenea e consentendo l’accesso in quota con la Porta Libitinaria e con la Porta Triumphalis, rappresenterà un eccellente hub in grado di raccogliere i flussi dei visitatori provenienti da diverse direzioni, redistribuendoli secondo un principio di assoluta efficacia, riducendo le minime distanze da percorrere e, soprattutto, restituendo uno spazio di visita pienamente accessibile per chiunque.

Rendering dell’asse trasversale del piano con le lamelle dei corridoi centrali ruotate e traslate al fine di restituire la visione delle strutture ipogee dall’alto (Milan Ingegneria, Fabio Fumagalli, Labics, Consilium, Croma).


Per la realizzazione del piano sono stimati due anni di lavori durante i quali le attività si svolgeranno per settori, senza mai precludere la visita del monumento e degli ipogei recentemente riaperti al pubblico, dopo due anni di restauri. La demolizione dell’attuale piano dell’arena, risalente al 2000, sarà realizzata per ultima. Sono inoltre previste le attività di manutenzione ordinaria e straordinaria dell’opera realizzata per una durata di 5 anni dal collaudo. Nei criteri relativi all’offerta migliorativa è prevista l’attribuzione di punteggi piú alti agli operatori economici che forniranno un incremento del

periodo di manutenzione e di assistenza alla Stazione Appaltante per l’utilizzo dei sistemi di gestione e controllo. Con la realizzazione della nuova arena, inoltre, sarà possibile proporre eventi artistici di altissimo livello, rivolti a un pubblico non piú fruitore passivo di uno spazio musealizzato, ma pienamente partecipe delle emozioni che la cultura, in tutte le sue espressioni, è in grado di offrire. Il Colosseo, quindi, quale sorgente vivificante della creatività contemporanea in un dialogo permanente e fecondo con i valori e le manifestazioni artistiche della classicità. Alfonsina Russo

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LA DOMUS AUREA LA GRANDIOSITÀ DELLA RESIDENZA DI NERONE È DIVENUTA LEGGENDARIA, MA OGGI SOPRAVVIVE SOLTANTO IN UNA PARTE DEL COMPLESSO ORIGINARIO. CHE, TUTTAVIA, OFFRE UN SAGGIO ELOQUENTE DELLA MAGNIFICENZA DI UNA DIMORA GRANDE COME «UNA CITTÀ» di Luciano Frazzoni

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G

Sulle due pagine ricostruzione virtuale della Domus Aurea: sulla destra è il palazzo innalzato sul Colle Oppio, la sola porzione del complesso giunta fino a noi, perché utilizzata nelle fondazioni delle Terme di Traiano. Gli edifici di questo settore della Domus digradavano verso la valle in cui Nerone fece realizzare un grande stagno artificiale, al di là del quale sorse un grande vestibolo-atrio che accoglieva la statua colossale dell’imperatore come dio Sole (ricostruzione virtuale Katatexilux).

rande dovette essere lo stupore dei primi artisti-esploratori che nel XV secolo, calandosi come funamboli dai campi sul colle Oppio attraverso le aperture praticate sulle volte degli ambienti interrati della Domus Aurea, poterono ammirare, alla luce fioca e tremolante delle fiaccole, le splendide decorazioni che ornavano la sontuosa dimora di Nerone, popolate da creature reali e fantastiche come arpie, satiri, priapi, tigri, uccelli, caproni. Sembra che il primo sia stato Pinturicchio nel 1478, anche se la data piú antica graffita sugli intonaci risale al 1495, da parte di un certo Bacio, forse l’architetto fiorentino Baccio d’Agnolo. La riscoperta di questo apparato decorativo portò all’esplosione di una vera e propria moda, quella delle «grottesche», praticata per l’intero Rinascimento e anche oltre e il cui iniziatore fu proprio il Pinturicchio. Il termine per definire queste decorazioni ispirate alle pitture della Domus Aurea deriva proprio dal fatto che gli ambienti della residenza si presentavano ai visitatori (costretti a camminare spesso carponi nelle varie stanze interrate) come vere e proprie grotte. Il sinonimo di «raffaellesche» per questo tipo di pittura si deve invece a Raffaello, che fu il primo a identificare in quelle strutture sepolte i resti della Domus Aurea di Nerone, come scrive in una lettera a Leone X del 1519.

Nove giorni di devastazione La storia di queste pitture aveva avuto inizio molti secoli prima, nella notte tra il 18 e il 19 luglio del 64 d.C., quando da una bottega del Circo Massimo, favorito dal forte vento caldo estivo, si sviluppò uno dei piú grandi incendi della storia di Roma, dovuto a un fatto casuale e che, in nove giorni, distrusse gran parte dei 14 quartieri in cui era divisa la città, solo quattro dei quali rimasero intatti. Benché le fonti storiche siano scarse, occorre sfatare il mito della notizia secondo cui l’incendio fu voluto da Nerone. E falso è anche l’episodio, riportato da Svetonio, Tacito e Cassio Dione, secondo il quale l’imperatore avrebbe contemplato

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ITINERARI DI VISITA

GLI AUDITORIA DI ADRIANO NEL SOLCO DELLA RISISTEMAZIONE URBANISTICA AVVIATA DA TRAIANO PER REALIZZARE IL SUO GRANDIOSO FORO, IL SUO SUCCESSORE DISPOSE LA COSTRUZIONE DI UN COMPLESSO PUBBLICO, CON AULE DESTINATE AD ATTIVITÀ ORATORIE, GIUDIZIARIE, MA ANCHE DI INSEGNAMENTO di Antonella Rotondi

L’

area archeologica recintata compresa fra le odierne piazze della Madonna di Loreto e Venezia circoscrive i resti murari in laterizio di un monumentale complesso pubblico, costituito originariamente da tre aule collegate e prospicienti una strada o un percorso incluso nell’area del Tempio del Divo Traiano, risalente al II secolo d.C. Del complesso si possono ora riconoscere solo i resti di due aule, in quanto la terza si trova sotto il Palazzo delle Assicurazioni Generali e fu rinvenuta all’inizio del Novecento. I due vani ora

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visibili, maggiormente indagati dagli scavi condotti in occasione dei lavori per la realizzazione della Metro C a partire dal 2007, sono a pianta rettangolare con gradonate interne affrontate, divise da un corridoio centrale. L’aula meglio conservata è larga 12,80 m e lunga 22,30 e presenta resti del corridoio in lastre di granito grigio e giallo antico, delle balaustre e delle gradonate rivestite in marmi bianchi, anch’essi di importazione. Per motivi di conservazione le gradonate e il corridoio centrale sono stati coperti con tessuto non tessuto traspirante e sabbia di

In alto i resti delle aule degli Auditoria di Adriano. Nella pagina accanto ricostruzione virtuale che mostra la posizione degli Auditoria (in rosso) rispetto alle strutture del Foro di Traiano (in bianco; Progetto Katatexilux).


fiume setacciata, al fine di preservare sia le lastre conservate, sia le impronte che esse hanno lasciato sulla malta, divenute visibili per via della loro asportazione o distruzione, avvenute già in epoca antica. Quest’aula conserva anche, in evidente stato di crollo (dopo il forte sisma che colpí Roma dell’847), una parte della volta a botte di copertura, che presuppone l’esistenza di un piano sovrastante e, forse, di uno ulteriore a terrazza. In un mattone bipedale, che compone la ghiera di un suo arcone di scarico crollato a terra, è presente un bollo circolare orbicolato con la seguente legenda: MYRTILUS DOM LUCILL DE LICIN PAETIN ET APRON COS, riconducibile al 123 d.C., anno di consistente produzione di mattoni durante il principato adrianeo, nel consolato di Paetino e Aproniano. Le altre due aule presentano un identico schema compositivo, con gradonate in lastre e balaustre marmoree; dalle testimonianze di scavo, documentazione bibliografica e di archivio, il corridoio centrale era però differentemente rivestito: in lastre di portasanta e pavonazzetto, nell’aula

meridionale, e in lastre di portasanta e listelli di ardesia in quella settentrionale. Tutte avevano rivestimento parietale in marmi policromi e volte a botte cassettonate in stucchi policromi.

Alla maniera di Atene Il complesso monumentale può essere identificato con ampie sale pubbliche polifunzionali a vocazione culturale o giuridica, destinate a consessi, declamazioni, processi giudiziari, lectiones; viene pertanto definito Auditoria e, in base ai bolli laterizi (datati dal 123 al 125 d.C.), è stato attribuito all’attività edificatoria monumentale dell’imperatore Adriano, nell’ambito della piú vasta sistemazione dell’area già realizzata dal predecessore Traiano con la costruzione della Basilica Ulpia e della Colonna in luogo della collina della Velia. Realizzati in prossimità degli archivi e delle biblioteche della Basilica, gli Auditoria possono essere identificati con la Schola Traiani, o, molto piú probabilmente, con l’Atheneum, il ludus ingenuarium artium (Aur. Vitt., Caes., 14, 2-3), una sorta di università e/o di accademia che Adriano volle costituire in

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LA COLONNA TRAIANA

Uno scorcio dei resti del Foro di Traiano, con, al centro la colonna voluta dall’imperatore per celebrare le vittoriose campagne condotte tra il 101 e 106 d.C. in Dacia (l’odierna Romania). Le imprese sono narrate dal fregio spiraliforme che corre per l’intero fusto del monumento.

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IL MONUMENTO VOLUTO DA TRAIANO PER CELEBRARE LE VITTORIOSE CAMPAGNE DACICHE FA ORA PARTE DEL PATRIMONIO DEL PARCO ARCHEOLOGICO DEL COLOSSEO. CON L’IMPEGNO A ESALTARNE IL VALORE POLITICO E SIMBOLICO di Luciano Frazzoni

È

un editto del Senato di Roma del 26 marzo 1162 a darci la possibilità di continuare ad ammirare la Colonna Traiana, uno dei monumenti e dei documenti storici piú importanti dell’antichità, opera di quel «Maestro delle Imprese di Traiano» che l’archeologo Ranuccio Bianchi Bandinelli definí «il piú grande artista romano e uno dei piú grandi di tutti i tempi». Durante una controversia tra un certo prete Angelo e la badessa di S. Ciriaco a proposito della chiesa di S. Nicola presso la colonna stessa, il Senato romano stabilí infatti che «la Colonna Traiana non dovrà mai essere abbattuta, né danneggiata, ma dovrà restare cosí com’è eternamente, per l’onore dell’intero popolo romano, intera e incorrotta finché il mondo duri. Se qualcuno attenterà all’integrità della Colonna, sia condannato a morte e i suoi beni incamerati dal fisco». La stessa sorte non è toccata alle altre due colonne istoriate di Costantinopoli, di Teodosio e Arcadio, abbattute dai sultani turchi. La decisione presa dal Senato romano, in un momento di incertezze e di sistematica demolizione dei monumenti antichi visti come cave per materiale da costruzione, dimostra quanto la Colonna Traiana fosse considerata una delle piú alte eredità pervenuteci dal mondo antico. Il piú importante monumento della scultura ufficiale romana, inaugurato il 12 maggio del 113 d.C., venne innalzato nel cortile compreso tra le due biblioteche (greca e latina) e la

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