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ROMA BARBARICA
Stranieri nel cuore dell’impero di Umberto Roberto
N°46 Dicembre 2021/Gennaio 2022 Rivista Bimestrale
€ 7,90
ROMA BARBARICA
Timeline Publishing srl - POSTE ITALIANE S.P.A. – SPEDIZIONE IN ABBONAMENTO POSTALE – AUT. N° 0702 PERIODICO ROC
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ARCHEO MONOGRAFIE
MONOGRAFIE
IN EDICOLA IL 18 DICEMBRE 2021
ROMA BARBARICA
Stranieri nel cuore dell’impero di Umberto Roberto
6.
introduzione
Storie di gentes externae 18.
stranieri e barbari in età imperiale
Una capitale al centro del mondo 52.
la guardia imperiale
I Germani, custodes del principe 62.
alarico a roma
Il grande oltraggio 74.
valentiniano e i vandali
Il trionfo di Genserico 86.
la roma di ricimero
L’uomo della provvidenza 100.
il terzo sacco di roma
Una guerra civile
106.
la roma di flavio valila
Un benefattore alla fine dell’impero d’Occidente 118.
il regno ostrogoto
Quei barbari che ammiravano Roma
INTRODUZIONE
INTRODUZIONE
STORIE DI GENTES EXTERNAE LA DISPONIBILITÀ DI ROMA AD ACCOGLIERE GLI STRANIERI RAPPRESENTA UN SUO CARATTERE IDENTITARIO SIN DALLE ORIGINI. LA CITTÀ SI ERA SEMPRE AVVALSA DEL COINVOLGIMENTO DEGLI STRANIERI PIÚ CAPACI, INTELLIGENTI E AMBIZIOSI. A UNA CONDIZIONE PERÒ: QUELLA DI AMMETTERE LA SUPREMAZIA DEL POPOLO ROMANO E DI ESSERGLI DEVOTI E FEDELI | BARBARI A ROMA | 6 |
Ravenna. Giustiniano e il suo seguito. Particolare di uno dei mosaici della basilica di S. Vitale. 540-547. L’imperatore bizantino, raffigurato al centro, con il capo nimbato e una grande patena in mano, si adoperò con grande energia per ristabilire la supremazia dei Romani sui barbari.
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STRANIERI E BARBARI IN ETÀ IMPERIALE
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L’impero romano da Augusto a Traiano (30 a.C.-117 d.C.) I territori di Roma alla vigilia della battaglia di Azio (31 a.C.)
Conquiste e annessioni di Ottaviano Augusto (27 a.C.-14 d.C.) degli imperatori giulio-claudi (14-68 d.C.) degli imperatori flavi (69-96 d.C.) di Traiano (98-117 d.C.) Massima estensione dell’impero nel 117 d.C. Asia
Province senatorie
T h ra c i a
Province imperiali Battaglie di Ottaviano per la supremazia interna Altre battaglie di espansione e consolidamento dei confini
Cartina che mostra la progressiva espansione dell’impero romano, che raggiunse la sua massima estensione al tempo di Traiano.
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STRANIERI E BARBARI IN ETÀ IMPERIALE
Germania transrenana. In un suggestivo passo, lo stesso Tacito ci racconta che il fratello di Arminio, Flavo, era rimasto leale all’imperatore romano, tanto da partecipare al fianco di Germanico alla guerra contro i ribelli. Inoltre, appartenendo a stirpe regale, Flavo aveva sposato una figlia di Actumero, capo dei Catti, un’altra importante gente germanica. Come segno di riconoscimento della fedeltà di Flavo, il figlio Italico era stato ospitato a Roma e qui era stato educato insieme ai giovani dell’aristocrazia romana. Come suo padre Flavo e suo zio, il traditore Arminio, anche Italico rappresenta una suggestiva personalità di mediatore tra culture. Era infatti un cittadino romano, come il padre e lo zio; ed era anche un esponente della piú alta nobiltà germanica, tanto sul versante dei Cherusci quanto su quello dei Catti. Afferma infatti Tacito: «Era bello di aspetto, e conosceva l’uso delle armi e il modo di cavalcare tanto della nostra quanto della sua gente». Quando se ne presentò l’occasione, l’impero non tardò a richiederne il servizio. Nel ricordare il colloquio tra Italico e
l’imperatore Claudio, Tacito descrive il principe preoccupato di chiarire bene al giovane nobile la sua posizione: «Era lui il primo che, nato a Roma, non in condizione di ostaggio, ma in qualità di cittadino romano, si recava a regnare su un paese straniero». Nel caso di Italico il processo di integrazione nel mondo romano appare pienamente riuscito. E tuttavia, pur essendo a giudizio dello stesso principe un Vedute dei resti dell’antica Volubilis (Marocco), città in cui i principi dei Mauri incontravano il governatore romano della Mauretania (vedi, nel testo, alle pp. 48-49). In basso, la porta di Tingis (l’antica Tangeri); sulle due pagine il tempio capitolino.
ALARICO A ROMA PREISTORIA
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ALARICO A ROMA
IL GRANDE OLTRAGGIO NELL’ESTATE DEL 410 SI VERIFICÒ QUELLO CHE I CONTEMPORANEI INTERPRETARONO COME UN EVENTO DI PORTATA APOCALITTICA: LA CADUTA DI ROMA, CITTÀ DISARMATA E INDIFESA, A OPERA DEI VISIGOTI, SI CONSUMÒ IN TRE GIORNI, IN UN CLIMA DI BRUTALE VIOLENZA E OFFESA ALLE PERSONE E AI MONUMENTI. MA DI CHI FU, DAVVERO, LA RESPONSABILITÀ POLITICA DI QUELLA TRAGEDIA?
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Nella pagina accanto Il sacco di Roma da parte dei barbari, di JosephNoel Sylvestre. 1890. Sète, Musée Paul Valéry. Nel 410 d.C. i Visigoti di Alarico saccheggiarono Roma per tre giorni e l’evento ebbe un’enorme risonanza emotiva.
ll’inizio del V secolo, poco prima del sacco di Alarico, Roma era la piú grande e popolosa metropoli dell’impero romano. Metropoli, ovviamente, rispetto alle dimensioni delle altre città del mondo romano. Ed era già una cittàmuseo: un’affascinante galleria di simboli e tesori che – grazie ai suoi monumenti, ai suoi palazzi, alle sue piazze – custodiva la memoria storica della grandezza dei Romani, del loro impero, della loro storia piú che millenaria. Anche se l’imperatore non vi abitava piú da oltre un secolo, era certamente la città piú ricca e prospera dell’impero. Un luogo di sublime bellezza, di opulenza, di lusso, caratteri congeniali alla presenza della piú facoltosa aristocrazia dell’impero: i membri delle grandi famiglie che componevano l’assemblea senatoria dell’Urbe. Le loro dimore erano come città in miniatura, splendidamente adorne di giardini, di statue, di ninfei per ostentare la potenza e il blasone della nobiltà familiare. La ricchezza dei grandi senatori proveniva dalle loro proprietà sparse per tutta l’Italia centro-meridionale e per tutto il Mediterraneo. Il loro enorme prestigio era magnificamente amplificato dalle relazioni con altre aristocrazie, con altre comunità urbane – che aspiravano ad averli come patroni – con le corti d’Occidente e d’Oriente, dove sovente ricoprivano anche importanti incarichi politici. Spettava a loro, su delega imperiale, il controllo amministrativo della metropoli e la tutela delle
sue splendide vestigia; e la plebe urbana e la numerosa popolazione si rimettevano alla loro tutela e riponevano fiducia nella loro benevolenza, soprattutto nei momenti di incertezza ed emergenza. Su questo mondo, tra l’autunno del 408 e la fine d’agosto del 410, si abbatté l’esasperazione dei Visigoti.
Il primo assedio Dopo la morte di Teodosio il Grande (17 gennaio 395), «amico della pace e del popolo dei Goti», iniziò presto a vacillare l’intesa tra impero romano e Visigoti, che aveva garantito per un ventennio la pace dopo il disastro di Adrianopoli (9 agosto 378). Dopo aver abbandonato le terre concesse loro da Teodosio, i Visigoti si spostarono verso la Tracia e la Grecia. Li guidava un nuovo re, Alarico, un principe cresciuto nell’impero romano e un guerriero ambizioso; allo stesso tempo, un mediatore capace tra il governo imperiale e le esigenze della sua gente. E queste esigenze erano l’insediamento su nuove terre piú fertili, la pace e un incarico militare nell’esercito, adeguato al rango di Alarico. L’imperatore d’Oriente, Arcadio, e il suo governo rifiutarono ogni concessione e, dopo alterne vicende che lo portarono anche a prendere Atene, Alarico si volse verso l’Occidente. Tra il 401 e il 402 i Goti sconvolsero la Pianura Padana. Furono fermati dal generale Stilicone che riuscí a batterli prima a Pollenzo poi a Verona. Anche Stilicone era un barbaro al servizio dell’impero e, soprattutto,
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VALENTINIANO E I VANDALI PREISTORIA
VALENTINIANO E I VANDALI
IL TRIONFO DI GENSERICO
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INTORNO AL 450, VALENTINIANO III DALLA SUA RESIDENZA RAVENNATE FA RITORNO A ROMA, MA LA DECISIONE NON METTE IN SICUREZZA LA CITTÀ. CHE SOLO CINQUE ANNI PIÚ TARDI SUBIRÀ UN DEVASTANTE SACCHEGGIO. PERPETRATO, QUESTA VOLTA, DA UNA NUOVA, EMERGENTE POTENZA, QUELLA DEI VANDALI
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l sacco dei Visigoti del 410 non cambiò il volto e la storia dell’Urbe. L’impatto delle distruzioni sulla città fu tutto sommato modesto, anche grazie alla pronta reazione delle autorità e delle ricche famiglie aristocratiche che si diedero da fare per ripristinare il decoro urbano. E in effetti, i segni della violenza e della devastazione sparirono quasi ovunque o vennero abilmente occultati. Abbiamo varie testimonianze al riguardo, che provengono da voci diverse: lo storico Olimpiodoro, pagano e diplomatico al servizio dell’imperatore d’Oriente; e lo storico cristiano Orosio, autore di una Storia universale contro i pagani che, insieme alla Cronaca di Gerolamo, rappresentò un modello di riferimento per la storiografia universale cristiana del Medioevo. Abbiamo anche le tracce archeologiche, con la conferma di lavori di intervento e ripristino o, nelle aree piú colpite, di risanamento e riqualificazione. Abbiamo infine una prova molto significativa della splendida ripresa di Roma. Dall’epoca di Diocleziano e dei primi tetrarchi (284-306) – con l’eccezione di Massenzio (306312) – Roma non aveva piú ospitato il principe e la sua corte. Al tempo di Diocleziano, i tetrarchi dovevano viaggiare per l’impero, dapprima per risolvere i gravi problemi che minacciavano le frontiere imperiali; poi, per verificare la buona riuscita delle riforme avviate. Residenze
Ravenna. L’interno del mausoleo commissionato nella prima metà del V sec. da Galla Placidia, figlia di Teodosio il Grande e sorella dell’imperatore Onorio, morta a Roma (dove venne seppellita) nel 450.
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IL TERZO SACCO DI ROMA
IL TERZO SACCO DI ROMA
UNA GUERRA CIVILE SIAMO ALLA FINE DEL 471. DALLA SUA NUOVA SEDE DI GOVERNO, MILANO, RICIMERO, A CAPO DI UN ESERCITO DI BARBARI, INIZIA LA MARCIA SU ROMA. PER LUNGHI MESI LA CITTÀ VIENE MESSA SOTTO ASSEDIO E, ANCORA UNA VOLTA, VIENE ESPUGNATA…
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el 471 l’Italia era spezzata in due. Da Milano, Ricimero governava il Nord della Penisola, l’Italia Annonaria. Aveva con sé l’esercito di stanza nella Pianura Padana, al quale si erano uniti seimila uomini usciti con lui da Roma. L’Italia centro-meridionale (Italia Suburbicaria) era invece sotto il controllo di Antemio, che teneva saldamente Roma, la sua capitale. Tra l’inverno e la primavera del 471 si fece un ultimo tentativo per evitare una guerra che le aristocrazie della Penisola non volevano. La tregua, tuttavia, durò poco e presto la situazione precipitò. Ricimero, infatti, si mosse, approfittando di un nuovo disastro che colpí lo sventurato Antemio. Fino all’estate del 471, questi disponeva di un esercito e, nonostante la tensione in Italia, aveva deciso di inviarlo nella Gallia del Sud per arginare l’arrogante espansione di Eurico, re dei Visigoti. Le truppe erano al comando di suo figlio Antemiolo e di altri ufficiali di stirpe barbarica rimasti a lui fedeli. Entrato a contatto con i Visigoti, Antemiolo fu gravemente sconfitto e morí nella campagna. Cosí, oltre a perdere un figlio, Antemio rimase anche privo di truppe. Alla notizia del disastro in Gallia, Ricimero pensò che fosse arrivato il momento di chiudere la questione con Antemio. Probabilmente negli ultimi mesi del 471, Ricimero marciò contro Roma e la mise sotto
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assedio. Era al suo seguito un esercito composto prevalentemente da militari di stirpe barbarica e da alleati provenienti dai territori sotto il controllo dei barbari. Ne dovevano verosimilmente far parte i soldati che avevano lasciato Roma con lui nel 470, oltre alle truppe stanziate nel Nord Italia e alle sue guardie personali, i bucellarii. A queste unità si affiancarono altri barbari. Le fonti, per esempio, indicano che tra i guerrieri al seguito di Ricimero si trovava anche Odoacre, figlio del re sciro Edecone.
Il contingente burgundo
Solido battuto al tempo di Antemio dalla Zecca di Roma. 468. Al dritto, busto elmato e diademato dell’imperatore; al rovescio, Antemio e Leone che reggono un globo crucigero.
Per rinforzare la sua armata Ricimero sfruttò i vincoli di alleanza con i regni romano-barbarici che gli venivano dai suoi legami di parentela. Un contingente dei Burgundi si uní nell’impresa. Calarono contro Roma al comando di Gundobado, principe burgundo che era nipote di Ricimero. In precedenza, infatti, il magister aveva concesso in matrimonio sua sorella al re dei Burgundi, Gondioc. Ora il figlio di Gondioc s’univa allo zio nella speranza di prendere Roma e accumulare un ricco bottino. Un esercito di barbari, dunque, che non dobbiamo tuttavia ritenere troppo numeroso. Secondo i parametri dell’epoca, Ricimero avrà avuto a sua disposizione tra i 10 000 e i 20 000 uomini, ai quali si aggiungeva il corpo di spedizione burgundo.
In basso et utem net laut facient et quam fugiae officae ruptatemqui conseque vite es sae quis deris rehenis aspiciur sincte seque con nusam fugit et qui bernate laborest, ut ut aliquam rentus magnim ullorepra serro dolum quis et volenimenis dolorib ercillit fuga. Accationes reperiam res sa conemolorum nis aliaepu danditatur sequae volore.
Testa in alabastro tradizionalmente identificata con un ritratto dell’imperatore bizantino Leone I, montata su un busto moderno non pertinente. 450-475. Parigi, Museo del Louvre.
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