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Archeo Monografie n. 42, Aprile/Maggio 2021

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ARCHEO MONOGRAFIE

MONOGRAFIE

VIAGGIO NELLE ANTICHE

Timeline Publishing srl - POSTE ITALIANE S.P.A. – SPEDIZIONE IN ABBONAMENTO POSTALE – AUT. N° 0702 PERIODICO ROC

CITTÀ DEL TUFO PITIGLIANO • SORANO SOVANA • VITOZZA

€ 7,90

VIAGGIO NELLE ANTICHE CITTÀ DEL TUFO

N°42 Aprile/Maggio 2021 Rivista Bimestrale

IN EDICOLA IL 15 APRILE 2021


VIAGGIO NELLE ANTICHE

CITTÀ DEL TUFO

PITIGLIANO • SORANO • SOVANA • VITOZZA a cura di Carlo Casi con contributi di Lara Arcangeli, Antonello Carrucoli, Luciano Frazzoni, Luca Nejrotti, Manuela Paganelli, Enrico Pellegrini, Simona Rafanelli, Debora Rossi e Fabio Rossi dedicato a Enrico Pellegrini

6. Introduzione

Paesi di pietra e gole boscose... 8. Pitigliano

La regina della rupe 46. Sorano

Il paese di pietra 64. Sovana

Nella città delle sirene 112. Ildebrando da Sovana

Il monaco che volle farsi papa 122. Vitozza

Nella città fantasma


A Pitigliano «pendio, rupe e sporgenze, sono crivellati di tombe. Vi sono anche tratti dell’antica strada, tagliati nel tufo, con dei colatoi laterali, e nicchie nelle pareti» (George Dennis, Città e Necropoli d’Etruria, 1848) | CITTÀ DEL TUFO | 8 |


Pitigliano. Un tratto della via cava del Gradone, una delle testimonianze del passato comprese nel Museo Archeologico all’aperto «Alberto Manzi». Le vie cave sono percorsi tagliati nel banco roccioso, soprattutto in epoca etrusca, e riutilizzati sino a pochi decenni fa quali importanti arterie viarie di collegamento tra l’abitato e la campagna limitrofa. Per questo continuo riuso, raggiungono spesso notevoli profondità.

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Una veduta di Pitigliano (Grosseto). Arroccata su uno sperone tufaceo a poco piú di 300 m slm, la cittadina si presenta oggi nelle forme assunte soprattutto fra il XV e il XVI sec., quando era governata dalla casata degli Orsini.

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REGINA DELLA RUPE AL VIAGGIATORE APPARE QUASI SOSPESA NEL VUOTO... ARROCCATA SU UNO SPERONE TUFACEO E DIFESA DA VERTIGINOSI STRAPIOMBI, PITIGLIANO, LA PIÚ GRANDE DELLE CITTÀ DEL TUFO, RACCHIUDE LE VESTIGIA DI UNA STORIA MILLENARIA di Carlo Casi, Enrico Pellegrini e Debora Rossi


«È posto Sorano in luogo piano ed aperto e dalla parte di occidente ha una bellissima veduta, e quasi per un miglio discende per un colle molto ripido all’ingiú; all’incontro del luogo sorge un monte ripido parimenti difficile a salirsi, con alcune lunghe vie scavate nel sasso» (Francesco Sansovino, 1565) | CITTÀ DEL TUFO | 46 |


Una veduta di Sorano. La cittadina sorge su un poderoso masso roccioso ed è dominata dalla sagoma imponente della Fortezza Orsini.

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IL PAESE DI PIETRA SEBBENE IL TERRITORIO DI SORANO FOSSE FREQUENTATO GIÀ IN EPOCA ETRUSCA E POI ROMANA, LE PRIME NOTIZIE SULL’INSEDIAMENTO SORTO SULLA RUPE CHE DOMINA IL FIUME LENTE RISALGONO AL MEDIOEVO. DA ALLORA IN POI, IL BORGO FU AL CENTRO DI ASPRE CONTESE, OGGI TESTIMONIATE DAI POSSENTI FORTILIZI POSTI ALLE DUE ESTREMITÀ DELL’ABITATO di Carlo Casi e Luciano Frazzoni


Sorano. Sullo sfondo, si staglia la mole del Masso Leopoldino, la fortificazione che sfrutta la naturale difendibilità del sito.


LA NASCITA DELLA CITTÀ

Uno scorcio della necropoli di Poggio Felceto, con tombe a edicola e semidado.

NELLA CITTÀ DELLE SIRENE IMMERSA IN UN PAESAGGIO DI GRANDE SUGGESTIONE, PUNTEGGIATO DA SPETTACOLARI MONUMENTI RUPESTRI E STRADE SCAVATE NELLA ROCCIA, SOVANA VANTA UNA STORIA PLURISECOLARE. SEGNATA, NEL MEDIOEVO, DALLE GESTA DI UN PATRONO MISTERIOSO E DALL’IMPERIOSO PONTIFICATO DEL SUO FIGLIO PIÚ ILLUSTRE, IL MONACO ILDEBRANDO di Lara Arcangeli, Carlo Casi ed Enrico Pellegrini


SOVANA

QUASI COME UN ROMANZO di Carlo Casi

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iamo nel 2004, e a Sovana fervono i lavori di recupero della vecchia chiesa diruta di S. Mamiliano, che si affaccia sulla piazza del Pretorio, destinata a diventare sede del museo cittadino, donando alla storica città un altro monumento da visitare. Ma intanto il cantiere è in piena attività e mentre si stanno completando gli scavi di verifica nella cripta per porre poi in sicurezza statica l’edificio, sotto il muro perimetrale nord della chiesa, avviene una scoperta eccezionale. Dalla poca terra rimasta emerge un’olletta d’impasto, in parte frammentaria, ma completamente ricolma di monete d’oro! Ben 498 solidi (vedi box alle pp. 96-97), tutti riferibili al V secolo d.C. Da Onorio, primo imperatore romano d’Occidente, che regnò dal 395 al 423, a Zenone, che resse la corona imperiale dal 474 al 491, con una maggiore presenza di quelle coniate sotto Leone I tra il 457 e il 474. Compaiono anche solidi di Valentiniano

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Sulle due pagine il tesoretto monetale rinvenuto nel 2004 nella chiesa di S. Mamiliano. Nella pagina accanto particolare del monumento funebre che un tempo ospitava le spoglie di Mamiliano.

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ILDEBRANDO DA SOVANA

IL MONACO CHE VOLLE FARSI PAPA

FORSE DISCENDENTE DEI NOBILI ALDOBRANDESCHI, ILDEBRANDO È SENZA DUBBIO IL SOVANESE PIÚ ILLUSTRE. SALITO AL SOGLIO PONTIFICIO NEL 1073, CON IL NOME DI GREGORIO VII, SI FECE INTERPRETE DELLE ASPIRAZIONI DI RINNOVAMENTO MORALE E DI SUPREMAZIA DELLA CHIESA SUL POTERE TEMPORALE. E LE DIFESE CON TENACIA NEL DURO SCONTRO CON L’IMPERATORE ENRICO IV di Antonello Carrucoli

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tabilire con certezza la data di nascita di Gregorio VII – al secolo, Ildebrando da Sovana – è ancora oggi impossibile e, in attesa di nuove ed eventuali precisazioni, non si può far altro che indicare la periodizzazione convenzionale, ovvero quella compresa tra il 1025 e il 1035. Una datazione che trovò peraltro conferma nella ricognizione sulla salma del grande pontefice, effettuata nel 1984 da Francesco Mallegni e Gino Fornaciari, membri del gruppo di Paleontologia umana dell’Istituto di Antropologia dell’Università di Pisa. In quell’occasione, cosí scrisse Valeria Caldelli su La Nazione del 14 giugno 1984: «Papa Gregorio VII era assai corpulento e artritico (…) e lo studio delle ossa ha permesso di indicare con una certa sicurezza la data di nascita tra il 1025 e il 1035 e non intorno al 1020 come in genere si credeva (…). Era alto un metro e sessantadue e doveva pesare parecchi chilogrammi vista la sua corporatura robusta, con omeri e femori che avrebbero fatto invidia ad un guerriero». Le analisi dello scheletro rilevarono anche che il pontefice aveva sofferto nell’ultima fase della sua esistenza di un’artrosi diffusa un po’ in tutto il corpo e aveva una profonda flebite alle gambe, messa in evidenza da alcuni segni particolari rimasti

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sulle tibie; in piú camminava piegato verso sinistra, come dimostra una deformazione riscontrata sulle vertebre. Sul luogo di nascita non tutta la storiografia concorda, ma in tre redazioni del Liber Pontificalis si afferma chiaramente che Gregorio, chiamato Ildebrando, è toscano di nascita del borgo di Raovaco-RoancoRovaco. Se a queste informazioni coniughiamo sia l’importantissima precisazione territoriale di questo borgo fatta dal cardinale inglese Bosone († 1178) – secondo il quale Ildebrando era «di nazione toscana, originario di Sovana, del villaggio di Rovaco» –, sia l’informazione riportata dallo storico pitiglianese Evandro Baldini, il quale, parlando del torrente Roiana-Rovana, individuava lungo questo corso d’acqua (che nasce a Pian di Corano, nel territorio del Comune di Pitigliano, e sfocia nel fiume Fiora, di fronte a Poggio Buco, in località Carboniere) i resti di una fortificazione «da identificarsi forse con l’antico oppidum Rovanacum», traiamo forti indizi circa l’individuazione del luogo di nascita di uno dei piú grandi papi della storia. Dell’oppido Rovaco, un altro storico locale, Giuseppe Giusti, scrive: «È certo che sul poggio delle Rocchette erigevasi sopra un alto masso tufaceo, un castello; tale poggio è bagnato da un fosso detto la Roiana, fosso che antiche carte che risalgono

In basso et utem net laut facient Ritratto di et quam fugiae officae Gregorio VII ruptatemqui (al secolo conseque vitedaes Ildebrando sae quis deris Sovana), olio su rehenis aspiciura tela attribuito sincte sequeFranchi. con Giuseppe nusam fugit et qui 1608. Milano, bernate laborest, ut Pinacoteca utAmbrosiana. aliquam rentus magnim ullorepra serro dolum quis et volenimenis dolorib ercillit fuga. Accationes reperiam res sa conemolorum nis aliaepu danditatur sequae volore.


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NELLA CITTÀ FANTASMA

LE OLTRE DUECENTO GROTTE SCAVATE NELLA ROCCIA FANNO DI VITOZZA UNO DEI PIÚ IMPORTANTI SITI RUPESTRI D’ITALIA. OLTRE MILLE ANNI FA, QUELLA CHE OGGI CI SI PRESENTA COME UN LUOGO DAI TRATTI FIABESCHI ERA UN CENTRO VIVACE E FIORENTE, DOMINATO DALLE PODEROSE ARCHITETTURE DEL CASTELLO E DELLA CHIESA di Carlo Casi e Luciano Frazzoni

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A destra un’altra immagine della «Chiesaccia». Sulle due pagine pianta a volo d’uccello dell’insediamento di Vitozza: 1. abitazioni rupestri; 2. Rocca Sud; 3. II castello; 4. «Chiesaccia»; 5. colombari; 6. acquedotto.

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ntrare in una città fantasma è un po’ come perdersi nella memoria di tempi passati, che non abbiamo vissuto, ma che, grazie al fermo immagine dell’abbandono, ci sembra di poter rivivere. È questa la prima sensazione che si prova entrando a Vitozza, dove lo sviluppo ininterrotto di grotte – molte delle quali utilizzate chiaramente come abitazioni – rimanda a immagini di centri sicuramente piú famosi con cui condivide la medesima sorte, almeno sino a un passato non troppo recente. Conosciamo i nomi e le storie degli ultimi abitanti, veri e propri cavernicoli moderni, che si sono progressivamente trasferiti in alcuni paesi limitrofi e hanno dato origine al piú moderno centro di San Quirico, posto a circa 1 chilometro. Ci troviamo in quell’ultimo lembo di Toscana che si affaccia sul Lazio e sull’Umbria, protetta alle spalle dall’alto massiccio del Monte Amiata e che a sud strizza l’occhio alle sabbiose coste tirreniche vulcenti, dove sfocia il fiume principale della zona: il Fiora. Con le sue 200 e piú grotte, Vitozza risulta uno dei piú importanti ed estesi siti rupestri medievali in Italia. Sorge su uno sperone tufaceo delimitato dai

valloni dei torrenti Lente e San Quirico, ed è delimitato a sud-est da una rocca, la Rocca Sud, e da un fossato artificiale; nella parte opposta, a nord-ovest, l’insediamento ha come limite naturale il profilo del promontorio, caratterizzato da pareti molto scoscese. Un varco che si apre nella cinta muraria, collegata alla Porta Sud, assicurava il controllo e la difesa nel punto di accesso verso il lato sud-ovest, mentre un altro fossato artificiale separa la rocca dal pianoro retrostante.

Le prime descrizioni La «città diruta chiamata Vitozzo» non è stata visitata da George Dennis (1814-1898; archeologo e diplomatico inglese, che compí numerosi viaggi in Etruria, raccontati nel libro The Cities and Cemeteries of Etruria, n.d.r.), il quale dice di averla vista solamente dal lato opposto di un ampio burrone, privandoci dunque di una delle sue preziose descrizioni, ma viene comunque da lui definita di epoca medievale. Piú tardi, nel 1927, l’archeologo Ranuccio Bianchi Bandinelli (1900-1975) parla dei colombari situati presso lo sperone di Sant’Angiolino, indicandoli come di origine romana. Dopo questi sporadici riferimenti, il sito sembra di nuovo cadere nell’oblio per molti decenni. Le prime ricerche archeologiche vennero infatti condotte tra la fine degli anni Settanta e gli inizi degli Ottanta del secolo scorso, quando 67 grotte furono rilevate e

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