LA BELLEZZA nel mondo antico di Eugenio De Carlo e Massimo Vidale, con un contributo di Sergio Pernigotti
6. Introduzione
Arbitrio, bellezza e cultura 16. Preistoria
Comunicare col volto 30. Egitto
Colori nell’oscurità 62. Nefertiti
Colei che viene nella bellezza 78. Vicino Oriente
«Ginocchia succose come mele» 102. Grecia
e
Roma
Quell’ossessione subdola e magnifica
ECOLOGIA
ARBITRIO, BELLEZZA E CULTURA
«L
a sete di bellezza è condivisa da ogni popolo. È un fenomeno universale, che si ritrova in ogni luogo e in ogni tempo. Per la civiltà occidentale, gli aspetti della bellezza, come si materializzarono nel mondo dell’antica Grecia, rappresentano conquiste estetiche con le quali l’umanità si è confrontata nel corso dei secoli, fino a oggi. Dall’età preistorica, dai mondi cicladici, minoici e micenei all’espressione dell’ideale classico, ma anche con i suoi riflessi sull’arte e il senso del bello che a Occidente emersero per la prima volta nel pensiero di Platone e Aristotele, l’antichità greca crea forme ideali, modelli e regole di eccellenza estetica nelle arti visuali, nell’architettura e nella letteratura...». Stiamo citando le parole di un viceministro che cosí ha introdotto, nel 2018, una importante mostra organizzata al Museo Archeologico Nazionale di Atene, intitolata «Gli infiniti aspetti della bellezza». Attenzione, però: possono sembrare parole gratificanti e, a prima vista, non contestabili; ma se ci fermiamo a riflettere, dubbi e domande non mancheranno. In primis, non sarà per caso, questa, una visione un po’ etnocentrica? L’esperienza estetica dell’arte classica si è evoluta in modo cosí lineare, e ha avuto davvero un valore tanto universale? Nel viaggio che stiamo per intraprendere, cominceremo col discostarci dai dettami dell’estetica del mondo classico (e, se vogliamo, dai preconcetti che tali dettami hanno instillato nella cultura occidentale)
| BELLEZZA | 6 |
Nascita di Venere, tempera su tela di lino di Sandro Botticelli. 1484-1485. Firenze, Galleria degli Uffizi. Il dipinto è considerato il riassunto e la massima espressione dei canoni di bellezza femminile del Rinascimento, a loro volta fortemente influenzati dall’arte classica.
La centuriazione
E
t volupta quundis velestiatem andi sam, con re dollupiti rem comnihic tem andame soluptame dipsam nessim inimusa peruptibus, qui diaerum faccum eicias et explistium solorum faccusd andempe raeceris susciis ex et lab inctenis cusape eum sitasit errovit ommod quid molore voluptium, que aut verum simped quias es aut lanti con conet aliquas estrum ercimus rest, sim asperci alignimagnis ea volorias que natum nos dolorep eriatemperci numqui occabo. Solupidebis volore coratio officia volore vendae sunt ex esed quunto il imust ad enihil maionseque doloritem hitam volore ea nim enturer rovitis vitiam, suntur? To dolupta platemp orepratis voluptae dolo excerfe risqui dolorro rporaeperem quam quam, tet es que qui sed qui delit dolestore cullitiumet quunt quos et erspereptat etusandes re maio. Nemquis suntint ad quae remolor simus, sus resti inime preius iderorerchil ipiti cullores et aut vera venda corerias qui ipsanihit que vendes aligenis dolupta volupic itendi alia quaest, volenim cus dis essumquis exeratu riosandae re sequas doluptas volecab ipsum aboris id ut perovit auda andanti nctur?
| BELLEZZA | 7 |
LA TRADIZIONE BIBLICA EGITTO
| BELLEZZA | 30 |
COLORI NELL’OSCURITÀ ABITI, ACCONCIATURE E PARRUCCHE, PROFUMI E COSMESI: L’IDEALE ESTETICO, QUALE TRASPARE DALLE PITTURE, DAI RILIEVI E DALLA STATUARIA DELL’ANTICO EGITTO, SI AVVALEVA DI OGNI MEZZO PER COMBATTERE I NEMICI DELLA BELLEZZA. E IL TRUCCO FEMMINILE ERA PRATICA QUOTIDIANA E COMUNE A TUTTE LE CLASSI SOCIALI
«S
Elaborazione fotografica del busto di Nefertiti oggi conservato a Berlino e del rilievo raffigurante la regina insieme ad Akhenaton custodito al Museo Egizio del Cairo (per entrambi gli originali, si vedano le descrizioni nel capitolo successivo, alle pp. 62-79).
í, cose meravigliose» (in inglese, «Yes, wonderful things»): questa breve frase è, forse, la piú famosa mai detta da un archeologo. Secondo i diari dello stesso scopritore, la pronunciò Howard Carter il 26 novembre 1922 intravedendo oltre una luce fioca («Guardammo dentro con una torcia elettrica, e con l’aiuto di una candela») il bagliore dei primi oggetti accatastati nella tomba di Tutankhamon. E non aveva ancora visto nulla, rispetto ai tesori che lo attendevano all’interno. Per la cultura e la religione egizia, la casa e il tempo dell’aldilà erano piú importanti della vita terrena: la tomba, custode di parte delle sue anime (perché molteplice era la natura dello spirito individuale dell’uomo e della donna egizia), veniva arredata con iscrizioni e rappresentazioni figurative, corredi funerari e oggetti della vita quotidiana, a perenne sostegno della complessa, pericolosa e ultima spedizione dell’anima in viaggio verso la vita eterna. Quello che piú colpisce degli ambienti sepolcrali egizi è il contrasto abbagliante, quasi doloroso, tra la luce sfolgorante dei margini del deserto, dove le necropoli sorgevano senza sprecare un metro di terra coltivabile, e il buio dei corridoi, dei passaggi e delle camere scavate nella roccia per i morti. Quando si trattava delle tombe di uomini o donne potenti o di elevato
| BELLEZZA | 31 |
EGITTO
Ritratto di Elisabetta I Tudor (1533-1603). Londra, National Gallery. La regina era solita stendere sul viso una pasta cosmetica derivata dal piombo, la biacca, che le donava la caratteristica carnagione spettrale. Nella pagina accanto parte superiore della mummia di una donna egizia. II sec. d.C. Parigi, Museo del Louvre. Anche in questo caso, nella caratterizzazione del ritratto, spicca il biancore del volto.
| BELLEZZA | 52 |
Piombo sul viso: buono o cattivo?
P
uò sorprendere l’uso, già dalla preistoria, di cosmetici formati in larga misura da piombo e da suoi composti. Un comune sentire, ampiamente divulgato dalla cultura allarmista del web, continua a sottolineare gli effetti tossici del metallo, e, con impliciti toni moralisti, a stigmatizzare come le donne, da sempre, sembrino essere state disposte ad avvelenarsi pur di apparire belle. Naturalmente, non vi sono dubbi sul fatto che il piombo ingerito in quantità significative sia tossico. Tuttavia, questa non è tutta la verità. Il chimico Francese Christian Amatore ha studiato sperimentalmente l’effetto del piombo contenuto nei cosmetici del passato sulle cellule cutanee, dimostrando un incremento del livello di stress ossidativo cellulare, in sostanza, un aumento delle difese immunitarie locali. Queste osservazioni suggeriscono che, con l’applicazione del make up a base di piombo attorno alle palpebre, gli occhi degli Egizi fossero piú resistenti alle contaminazioni batteriche che, in un clima tropicale umido e paludoso, e soprattutto nei periodi di piena del Nilo, dovevano essere frequenti, come ci informano anche le cronache di viaggio di Giovanni Battista Belzoni (1778-1823). Peraltro, lo studio dell’interazione fra piombo e cute indica che il metallo, anche se addizionato con materiali oleosi, si fissa in realtà nel primo strato dell’epidermide, lo strato corneo, senza penetrare in profondità. Queste recenti osservazioni possono forse spiegare perché oggi composti di kohl a base di galena continuano ad essere abbondantemente usati nel Medio Oriente, a quanto pare con limitata incidenza di avvelenamento.
| BELLEZZA | 53 |
NEFERTITI
COLEI CHE VIENE NELLA BELLEZZA
IL CELEBRE RITRATTO DI NEFERTITI, SPOSA DEL FARAONE ERETICO AKHENATON, È UN’ICONA DEL FASCINO FEMMINILE. MAGNIFICO ED ENIGMATICO, IL SUO VOLTO SEMBRA NASCONDERE I MISTERI CHE NE HANNO ACCOMPAGNATO LA SCOPERTA...
di Sergio Pernigotti
N
ella storia dell’antico Egitto pochi personaggi possono vantare una fama paragonabile a quella della regina Nefertiti, sposa del faraone Amenhotep IV/ Akhenaton, che regnò per diciassette anni, dal 1351 al 1334 a.C. circa, e del quale condivise il destino in un periodo particolarmente tempestoso per il Paese. Per gli appassionati della civiltà egiziana e, in particolare, della sua storia dell’arte, Nefertiti si identifica quasi esclusivamente con la regina raffigurata nel magnifico busto conservato al Museo di Berlino e in alcune teste incompiute, in granito rosso, che si trovano al Museo Egizio del Cairo e sono la testimonianza di uno dei momenti piú importanti della scultura egiziana. Opere che appaiono improvvisamente, senza precedenti, e che non avranno alcun seguito apprezzabile: capolavori irripetibili, che si devono a uno scultore del quale eccezionalmente conosciamo il nome, Thutmosi (le opere d’arte egiziane sono perlopiú anonime), meteore che si sono salvate dal disastro generale e che l’archeologia ci ha restituito. Per gli storici la situazione è ben diversa, almeno in apparenza, perché i documenti che riguardano la regina sono numerosi, ma, paradossalmente, la sua figura rimane sfuggente e ben poche sono le certezze sui fatti che la riguardano. Cerchiamo dunque di mettere ordine in ciò che sappiamo.
| BELLEZZA | 62 |
Sulle due pagine il busto di Nefertiti, in pietra calcarea e stucco dipinto, rinvenuto nel 1912 nell’atelier dello scultore Thutmosi, a Tell el-Amarna. XVIII dinastia, regno di Akhenaton, periodo amarniano (1352-1334 a.C.). Berlino, Neues Museum.
VICINO ORIENTE
Rilievo in pietra con l’immagine di una dea sumera dalla fluente capigliatura, da Lagash, Mesopotamia. Metà del III mill. a.C. Berlino, Vorderasiatisches Museum.
| BELLEZZA | 78 |
«GINOCCHIA
SUCCOSE COME MELE» NASI FORTI CHE SFIDANO LO SPAZIO, OCCHI SBARRATI E L’ONNIPRESENTE KOHL, MA ANCHE UN REALISMO SESSUALE ESPLICITO E PRIVO DI OGNI «ROMANTICISMO»: LA RICERCA DELLA VANITÀ NELL’UNIVERSO VICINO E MEDIO-ORIENTALE RIVELA RADICI ANTICHISSIME E… SORPRENDENTI
L
a «Dama di Warka», o «Signora di Uruk» (le due denominazioni sono riferite al toponimo antico e a quello moderno del sito) viene unanimemente considerata il ritratto femminile che meglio impersona l’ideale di bellezza dell’antica Mesopotamia. Si tratta della testa in marmo bianco di una statua polimaterica, probabilmente fatta in origine, oltre che di questa pietra, di legno, bitume e appliques metalliche, e forse anche, come altre sculture del IV e III millennio a.C., di conchiglia e lapislazzuli (vedi foto a p. 81) Dato che il retro della figura è piatto, in quanto andava fissato su un’altra parte della statua, la testa viene spesso, ma erroneamente, chiamata «maschera». Datata alla fine del IV millennio a.C., la testa era stata rinvenuta il 22 febbraio 1939 dalla missione dell’Istituto Archeologico Germanico nell’antica città di Uruk (nell’attuale Iraq meridionale), diretta da Arnold Nöldeke (1875-1964), nel corso degli scavi dell’Eanna, il grande santuario urbano dedicato al culto della dea Inanna e forse la scultura rappresenta proprio la divinità titolare del complesso. La critica storico-artistica riconosce alla testa un carattere di unicità, ed è unanime nel lodare la delicatezza della resa dei volumi delle guance, di bocca e mento e il forte contrasto visuale con i profondi incassi che ospitavano occhi e sopracciglia, fatti quasi certamente di bitume, lapislazzuli e altri materiali fortemente colorati. E in che modo giudicheremmo il famoso capolavoro
se, come è probabile, le labbra le fossero state dipinte di rosso vivo? Non ci nasconderemo, inoltre, che parte del fascino dell’opera deriva direttamente dalla sua conservazione parziale. Al volto infatti è stato troncato il naso, che, come in altre sculture sumeriche, prorompeva con forza e spregiudicata vitalità in avanti; mentre, una volta ricomposta la capigliatura-parrucca alla sfaccettata superficie del capo, e ricollocata la testa sul resto dell’immagine, è chiaro che la forza della massa corporea, forse delle vesti, e la policromia avrebbero avuto il sopravvento sull’apparente delicatezza dell’incarnato della faccia. Insomma: la marmorea «Signora di Uruk» affascina in quanto, come testa mutila, ha assunto un che di greco classico... Al di là di simili fraintendimenti, come dobbiamo allora immaginare lo charme e il sex appeal – l’attrattività fisica (hili in sumerico, kuzbu in akkadico) – delle donne della Mesopotamia di 5000 anni fa, e, piú in generale, i canoni della bellezza? Se torniamo a guardare le sculture del periodo detto Dinastico Antico (2900-2300 a.C. circa) siamo lontanissimi dagli ideali estetici a noi piú familiari: la bellezza delle statue, sia maschili sia femminili, sta nella loro prorompente vitalità: nei forti nasi che sfidano lo spazio, nelle geometriche stilizzazioni delle acconciature, come negli occhi sbarrati di lapislazzuli, nelle labbra per sempre immobilizzate in sorrisi enigmatici, e nei rigidi, massicci equilibri geometrici dei corpi. Ricerche recenti stanno pienamente
| BELLEZZA | 79 |
GRECIA E ROMA
| BELLEZZA | 102 |
QUELL’OSSESSIONE
SUBDOLA E MAGNIFICA BUONO, GIUSTO E NATURALE O DECISAMENTE «AL DI LÀ DEL VERO»? DALLA GRECIA DI POLICLETO AI CONSIGLI DI OVIDIO, DAI RITRATTI BIOGRAFICI DEL FAYYUM ALL’ETERNA GIOVINEZZA DI UN’IMPERATRICE BIZANTINA, MILLECINQUECENTO ANNI DI RICERCA DELLA BELLEZZA «CLASSICA»
S
Cratere a colonnette attico a figure rosse con scena di toletta, da Cortona. Metà del V sec. a.C. Vienna, Kunsthistorisches Museum.
e guardiamo alla nostra esperienza quotidiana, osserva Umberto Eco, il buono non è solo ciò che ci piace ma anche quello che vorremmo avere per noi: si può considerare buona un’azione virtuosa, e allora vorremmo averla compiuta noi. È buono un cibo raffinato, e allora vorremmo gustarlo. Il bello, infatti, ci appare come un valore in sé, indipendente dal suo possesso; qualcosa che ci piacerebbe fosse nostro, ma che rimane tale anche se appartiene a qualcun altro. Se ci riferiamo alla persona, il bello può essere visto in questi precisi termini, ma anche come qualcosa che genera attrattività insieme a condivisione, quindi coesione, a sua volta premessa... per la prosaica continuazione della specie. È in questo senso che la bellezza si identifica anche con qualcosa di archetipicamente buono. È questo il filtro che abbiamo ereditato dal mondo classico? Bello, anche allora, era l’aggettivo piú spesso usato per indicare ciò che piaceva. Ma ciò che era «bello» sembrava necessariamente anche «buono» e, non a
| BELLEZZA | 103 |