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Archeo Monografie n. 31, Giugno/Luglio 2019

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N°31 Giugno/Luglio 2019 Rivista Bimestrale

IN EDICOLA IL 7 GIUGNO 2019


EBREI IN ITALIA GLI

DALLE ORIGINI AL GHETTO DI VENEZIA testi di Giulio Busi, Anna Foa, Fabio Isman, Giancarlo Lacerenza, Fabrizio Lelli, David Noy, Mauro Perani, Alessandra Veronese e Fausto Zevi

6. Presentazione

84. Il Sefer Massa’ot

8. Introduzione

Il viaggio di Beniamino da Tudela

Una storia italiana

20. Roma La comunità piú antica

40. La menorah Un candelabro per due capitali

52. L’impero cristiano Lo specchio rovesciato del cristianesimo

68. Le comunità italiane «Da Bari uscirà la Torah e la parola del Signore da Otranto»

92. Le scienze Medici senza frontiere

102. Tradizioni mistiche Conoscitori di misteri

108. Il Rinascimento Il Rinascimento parla ebraico

128. Glossario


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Un particolare dell’allestimento del MEIS-Museo Nazionale dell’Ebraismo Italiano e della Shoah di Ferrara, con una ricostruzione grafica della città di Ferrara in epoca rinascimentale e, in primo piano, un capitello con Cena di Erode e Decollazione del Battista (1200 circa. Ferrara, Museo della Cattedrale).

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uesta nuova Monografia di «Archeo» presenta, in maniera piú estesa e organica, un argomento che, in vario modo, ha informato le pagine della nostra rivista a partire dalla sua nascita nel lontano 1985. È interessante notare, tuttavia, come tale argomento – nonostante la rilevanza che

riveste per la storia antica, medievale e moderna del nostro Paese – non sembri ancora appartenere al «sapere comune» nazionale. Una circostanza, quest’ultima, su cui, credo, valga la pena riflettere. Eppure, l’ebraismo italiano delle origini (le quali, come leggeremo nelle pagine seguenti, risalgono a ben prima dell’inizio dell’era volgare) può vantare un «monumento» tra i piú universalmente noti e visitati: parliamo dell’Anfiteatro Flavio, meglio conosciuto come «Colosseo». Ma come può, quel celeberrimo simbolo della Roma imperiale, associato (sebbene impropriamente) al martirio dei primi cristiani, configurarsi come luogo di una memoria ebraica? Troverete la risposta nelle pagine di questa Monografia, interamente dedicata alla grande, affascinante, drammatica e – come teniamo a rimarcare – fino a oggi sconosciuta epopea degli Ebrei in Italia. Una storia che dall’antichità si dipana, senza sostanziali soluzioni di continuità, fino all’età moderna e contemporanea; una storia «archeologica», eminentemente documentata e narrata – almeno per i secoli piú antichi, che tanta rilevanza assumono nel quadro complessivo della storia dell’ebraismo italiano – proprio dalla documentazione di scavo. Ma anche di un’altra «epopea» – piú recente e ancora in fieri – desideriamo dare conto: quella del giovane Museo Nazionale dell’Ebraismo Italiano e della Shoah (MEIS) di Ferrara, già promotore di due mostre fondamentali, intitolate rispettivamente «Ebrei, una storia italiana. I primi mille anni» e «Il Rinascimento parla ebraico» (ancora in corso mentre usciamo in edicola). La presente Monografia, infatti, non si sarebbe potuta realizzare senza la collaborazione degli ideatori e curatori di questi due eventi espositivi: Simonetta Della Seta (direttore del MEIS), Anna Foa, Giancarlo Lacerenza, Daniele Jalla, Giulio Busi e Silvana Greco, a cui vanno i nostri ringraziamenti. Nel Museo di Ferrara, dunque, il lettore potrà trovare un riscontro «tridimensionale» di quanto è narrato in queste pagine (la collezione permanente del MEIS ha conservato gran parte dei reperti allestiti in occasione della mostra dedicata ai «primi mille anni»). Inoltre, se incuriosito al punto giusto, potrà approfondire gli argomenti trattati ricorrendo ai cataloghi delle due esposizioni, pubblicati rispettivamente dagli editori Electa e Silvana Editore. Nel frattempo, però, il viaggio nei secoli di una storia italiana ancora inesplorata può iniziare subito, seguendo i capitoli del nostro avvincente racconto… Andreas M. Steiner

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Una storia

italiana di Anna Foa e Giancarlo Lacerenza

Una sconfitta che ha segnato la storia Questo dipinto di David Roberts, L’assedio e la distruzione di Gerusalemme (1850), rievoca – avvalendosi di un contesto fantastico costellato da architetture di impronta classica – la battaglia che segnò la fine della grande rivolta ebraica, terminata con la caduta Gerusalemme il 9 del mese di Av dell’anno 70. Tito guidò l’esercito romano davanti alla città. Secondo lo storico Giuseppe Flavio, i difensori potevano contare su una forza di 23 500 uomini, mentre i Romani avevano effettivi quasi tre volte superiori. Gerusalemme, pur protetta da un possente sistema di mura e validamente difesa dagli insorti, fu espugnata. La battaglia si spostò poi nell’area del Tempio, ove i ribelli cercarono un’ultima, disperata difesa, ma gli uomini di

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Tito non lasciarono loro scampo e nel corso di questi combattimenti il Tempio stesso fu dato alle fiamme. I capi della rivolta furono catturati nell’arco di pochi giorni, gli oggetti sacri del Tempio requisiti e migliaia di Giudei furono resi schiavi, aggiungendosi a quelli che erano già caduti in mano romana nel corso della guerra. Per ordine di Tito, Gerusalemme fu rasa al suolo e villaggi interi giacquero spopolati. Per celebrare la vittoria, si iniziarono a coniare le famose monete con la legenda Iudaea capta, le cui emissioni continuarono, con numerose varianti, anche sotto Tito e Domiziano. L’evento segnò l’inizio della seconda, grande diaspora del popolo ebraico, dopo l’esilio babilonese del 586 a.e.v.


Il nostro Paese vanta una frequentazione ebraica che risale, verosimilmente, al primo secolo a.e.v. Una presenza piú che bimillenaria, dunque, e sostanzialmente ininterrotta. Ma in cosa consiste la «specificità» della straordinaria avventura storica e culturale dell’ebraismo italiano? Ed è possibile affermare che sia proprio la nostra Penisola la culla dell’ebraismo europeo?

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SALE

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Un candelabro per due capitali Il piú importante oggetto simbolo dell’ebraismo, la menorah, rappresenta anche un potente e drammatico legame tra Gerusalemme e Roma. Portata nell’Urbe all’indomani del saccheggio del Tempio, scomparve dopo qualche secolo. E sul destino del prezioso reperto, storia e leggenda, mistero e mistificazione si confondono in un intreccio dai connotati internazionali… di Fabio Isman

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Nella pagina accanto La distruzione del Tempio di Gerusalemme (particolare), olio su tela di Francesco Hayez. 1867. Venezia, Gallerie dell’Accademia.

ultimo domicilio conosciuto era a Roma, nel Tempio della Pace, edificato nel 75: cosí significativo, da conferire il nome a un’intera regio dell’Urbe, la IV. Plinio scrive che non ne aveva mai visti di piú belli; Flavio Giuseppe afferma che «superava ogni umana concezione». Ma l’ultima impronta è in un rilievo sotto l’Arco di Tito: celebra la presa di Gerusalemme, il corteo dei vincitori romani e dei vinti; un gruppo di schiavi trasporta, evidentemente a fatica, la menorah: il mitico candelabro a sette bracci, tutto d’oro, del tempio di Gerusalemme. Per gli Ebrei, l’oggetto piú sacro dopo le Tavole della Legge: il simbolo piú antico. Dice il rabbino capo di Roma, Riccardo Di Segni: «Precede di gran lunga addirittura la stella a sei punte, o di David, che compare appena da tre o quattro secoli, anche se è al centro della bandiera di Israele». L’emblema dello Stato, tra due rametti d’ulivo, è proprio il candelabro che ardeva perennemente davanti all’Arca dell’Alleanza con le Tavole della Legge: anche a sinagoga vuota, o chiusa; fin dal tempo degli Asmonei, durante il regno di Giuda, nel II secolo a.e.v. Per il

dolore di quel trasporto e la schiavitú dei 700 connazionali, destinati a infittire la piú remota comunità della diaspora che precede addirittura la nascita di Cristo, gli Ebrei romani hanno sempre evitato di passare sotto quell’arco, compiendo un passo a lato e deviando. Assai rare sono state le eccezioni; la prima, nel 1948, quando nacque lo Stato d’Israele.

Quel destino «infelice» Ma il Tempio della Pace, che custodiva le spoglie piú preziose delle maggiori conquiste, nel 192 va a fuoco; è restaurato, ma perde precocemente ogni funzione pubblica. Già nel IV secolo, l’edificio era adibito ad attività produttive. Il candelabro, però, era già scomparso: rubato non dai Visigoti di Alarico, che razziano per quattro giorni l’Urbe nel 410, ma nelle due settimane di spoliazione dei Vandali di Genserico, nel 455. Esso viene portato in Africa, poi in trionfo a Costantinopoli, nel 534, quando Belisario conquista Cartagine: un Ebreo ne chiede invano la restituzione all’imperatore Giustiniano; «l’infelice destino dei tesori d’Israele non si era ancora compiuto», dice Ferdinand Gregorovius, lo

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LA MENORAH Concepita da Dio e forgiata da Mosè Le origini Secondo il Libro dell’Esodo (25, 31-40), la prima menorah, lampada a olio a sette bracci, sarebbe stata concepita da Dio e realizzata grazie a Mosè. XI-X sec. a.e.v. Per volere di re Salomone, la menorah (plurale menorot) viene portata nel Primo Tempio di Gerusalemme e posta, con altri 9 candelabri, davanti all’Arca Santa. 586 a.e.v. Distruzione totale del Tempio da parte dei Babilonesi. Nabucodonosor II porta la menorah a Babilonia.

539 a.e.v. Il re persiano Ciro il Grande conquista Babilonia.

del Tempio che viene portato a termine nel 64 e.v.

536 a.e.v. Fine della cattività babilonese. Ritorno a Gerusalemme degli Ebrei. Della menorah biblica non si hanno piú notizie, forse viene trafugata dal re persiano. Inizia la ricostruzione del Secondo Tempio a Gerusalemme.

66-70 e.v. Prima guerra giudaica: le legioni romane intervengono per sedare la ribellione in Giudea.

515 a.e.v. Si conclude la costruzione del Secondo Tempio. Viene forgiata una seconda menorah per il Sancta Sanctorum dell’edificio. 19 a.e.v. Erode il Grande dà inizio a un intervento di ampliamento

storico tedesco dell’Ottocento celebre per i suoi studi sulla Roma medievale. Questa, almeno, è la versione piú accreditata. Perché sulla sparizione, esistono mille leggende. E tutte vogliono misteriosamente in vita l’oggetto ebraico piú identitario. Perché non può sparire per sempre il reperto/emblema di una religione e di un popolo, tanto provato dalla storia e dagli uomini; in qualche modo, «deve» continuare a

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70 e.v. Tito distrugge Gerusalemme e porta a Roma il candelabro d’oro. La scena del trionfo con la menorah e gli altri oggetti del bottino appare in un celebre rilievo dell’arco dedicato all’imperatore. 455 e.v. I Vandali entrano a Roma e mettono a fuoco la città. Secondo una leggenda il vandalo Genserico avrebbe trafugato la menorah.

esistere: oltre che nella memoria, magari nella speranza. Cosí, si dice, di volta in volta, che la menorah sia sepolta, celata; magari inabissata. Ma che, da qualche parte, continui a esistere. Trionfa davanti al Parlamento di Gerusalemme, la Knesset, una copia offerta dal governo inglese nel 1956, bronzo di 5 m. Ogni casa ebraica ne possiede una: significa custodire l’unico ricordo palpabile dell’era di Israele

A sinistra Tiberiade, Sinagoga. Particolare del mosaico policromo pavimentale nel quale compaiono due menorah ai lati dell’armadio sacro (Aron ha kodesh) che contiene il rotolo della Legge (Torah) insieme ad altri oggetti di culto. IV-V sec. e.v. Nella pagina accanto una composizione analoga a quella del mosaico della Sinagoga di Tiberiade raffigurata sul fondo di un vaso in vetro di produzione romana, da Roma. IV sec. e.v. Berlino, Staatliche Museen.


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LE COMUNITÀ ITALIANE

«Da Bari uscirà la Torah e la parola del Signore da Otranto» La prima Italia ebraica è – se si esclude il caso di Roma – soprattutto quella meridionale. Qui, nel corso del primo millennio, la presenza degli Ebrei in Puglia, Calabria, Basilicata e Campania, ma anche in Sicilia e Sardegna, si afferma sullo sfondo di un quadro storico caratterizzato da contese e dominazioni straniere. Una storia a lungo dimenticata e oggi riscoperta, grazie a numerose e preziosissime testimonianze archeologiche e epigrafiche…

Puglia

L

a presenza di comunità ebraiche in Italia meridionale è attestata già durante il principato di Augusto e Tiberio, ma è probabilmente a seguito della distruzione del Tempio di Gerusalemme (intorno al 70 e.v.) e delle conseguenti deportazioni di prigionieri, che gruppi di profughi dalla Giudea dettero vita a un insediamento piú capillare nei centri portuali adriatici. I nuclei ebraici in Puglia furono dunque tra i piú antichi della Diaspora europea occidentale. La favorevole posizione geografica della regione, aperta ai traffici marittimi tra Oriente e Occidente, permise il mantenimento di rapporti intellettuali, oltre che commerciali, con l’ebraismo balcanico e palestinese per tutto il Medioevo. Grazie al costante transito di viaggiatori, maestri itineranti e inviati dalle comunità orientali, la Puglia ebbe il ruolo di ponte e crocevia, ove si attivarono, prima che in altri centri del giudaismo europeo, significative dinamiche dell’evoluzione dell’ebraismo antico

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che avrebbero influenzato tradizioni quotidiane, rito e pensiero delle comunità occidentali medievali e moderne. Ancora a distanza di secoli dal loro trasferimento in altre zone della penisola italiana, nella Valle del Reno e nella penisola balcanica – principali direttrici delle migrazioni giudaiche dalla regione – i discendenti degli

Epitaffio del poeta liturgico Mosheh ben Eliyyah, da Bari, contrada San Lorenzo. VIII-IX sec. Bari, Palazzo Simi-SABAP Città Metropolitana di Bari.


A sinistra e qui sotto due immagini della stele funeraria bilingue latino-ebraica di Anna, figlia di Giulio. VIII sec. (?). Oria, Museo archeologico «Francesco Milizia».

cronaca del X secolo intitolata Sefer Yosippon – in riferimento al nome dello storico Flavio Giuseppe – spiega il toponimo Pul, attestato in Isaia 66:19, in riferimento alla Puglia. In quest’ottica è rilevante l’autopercezione dell’autore del Sefer yuchasin (Libro delle genealogie, 1054), Achima‘atz ben Palti’el (1017dopo il 1054), la cui famiglia si era trasferita a Capua da Oria, il quale sottolinea nella sua opera le analogie tra Gerusalemme, donde provenivano i suoi antenati, e la città pugliese in cui la sua famiglia aveva prosperato. Intorno al X-XI secolo a Otranto fu attivo uno scriptorium, dipendente da un’accademia locale in cui si studiava l’ampia letteratura rabbinica. Della ricchezza dell’attività di ricerca talmudica, fiorente nelle scuole di Venosa e di Oria già nel IX secolo, e che

Ebrei pugliesi continuarono a vantare la loro origine e a nutrirsi dei frutti dell’eredità dei loro avi. A tutt’oggi, per esempio, la comunità di Corfú si fregia con orgoglio del titolo Qehillah Qedoshah Apulianit (Comunità Santa Pugliese) e a Salonicco, nonostante le distruzioni dell’ultimo conflitto, si ricordano ancora due sinagoghe denominate «Pulya» (vecchia e nuova) e una «Otranto». Gli Ebrei di Corfú continuarono a parlare un dialetto «pugghisu» fino all’inizio del XX secolo e, almeno fino al XIX secolo, conservarono nel loro rito elementi linguistici e letterari dell’antica tradizione liturgica pugliese. Essere un Ebreo pugliese significava, già in età medievale, far risalire la propria genealogia alle famiglie sacerdotali di Gerusalemme. Nei Divre ha-yamim le-Yerachme’el (Cronache di Yerachme’el, probabilmente composte nel XII secolo in Italia meridionale), si legge che «(Tito) stabilí a Taranto, a Otranto e in altre città della Puglia circa cinquemila (deportati)»; cosí la

raggiunse livelli elevati anche a Bari (e a Trani, in età successiva), resta oggi la testimonianza di alcuni codici e numerosi frammenti membranacei riutilizzati in legature posteriori conservate in archivi e biblioteche di tutta Italia e perlopiú provenienti da Otranto. Dalla città salentina proviene, per esempio, uno dei piú importanti testimoni della Mishnah, oggi conservato a Parma, che contiene alcune glosse marginali in una koinè neolatina meridionale, vergate in caratteri ebraici e finalizzate a spiegare voci ebraiche e aramaiche di difficile interpretazione. Il lascito intellettuale di queste accademie fu raccolto da altre comunità, attive soprattutto nella Valle del Reno e nella Francia settentrionale tra XI e XIII secolo: non è un caso che il celebre detto «Da Bari uscirà la Torah e la parola del Signore da Otranto» sia riportato nel XII secolo dall’autore del Sefer hayashar, forse il francese Ya‘aqov ben Me’ir, discendente di Ebrei renani. Fabrizio Lelli

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IL RINASCIMENTO

rendono invisi ai loro potenziali concorrenti, e facile bersaglio di risentimenti sociali. Inveterati pregiudizi religiosi – viene loro rivolta l’accusa di deicidio, per cui sarebbero colpevoli della morte di Gesú, e quella di «perfidia», ovvero l’ostinato rifiuto di aderire alla fede cristiana – si mescolano alle polemiche per le presunte «usure» ebraiche. Uno dei piú clamorosi casi di persecuzione è il processo inscenato a Trento, sotto il governo del principe vescovo Johann Hinderbach e sfociato nella condanna e messa a morte di 15 Ebrei della locale comunità, accusati di aver ucciso un bimbo cristiano di nome Simon Unverdorben, durante la Pasqua 1475. La venerazione di Simonino da Trento, ammessa ufficialmente nel 1588, è stata soppressa dalla Chiesa cattolica nel 1965.

Incontri Il racconto degli scontri, dell’antigiudaismo, della discriminazione è una verità. C’è però un’altra parte della vita ebraica nell’Italia dei secoli XIII-XVI che è fatta d’un colore diverso, molto meno cupo. Curiosità reciproca, contatti quotidiani, persino amicizia. Sarebbe un errore sopravvalutarla, questa parte piú chiara, e fare dell’Italia del tardo Medioevo e del Rinascimento un’isola felice e idilliaca. Ma è altrettanto parziale non voler vedere la compenetrazione tra cultura ebraica e cristiana. Anzi, non vederla, è quasi impossibile, almeno per chi abbia occhi per guardare. Basta scorrere i dipinti dei grandi maestri della pittura italiana dell’epoca, per accorgersi che i soggetti ebraici, e la stessa lingua santa, sono messi in bella evidenza, risaltano in primo piano. E non nelle opere minori. Sono i grandi a sciorinare davanti ai fedeli in chiesa, e ai ricchi committenti nei palazzi e nei castelli, un ebraismo antico, autorevole, quasi sempre rispettato e preso a modello. Giotto, Beato Angelico, Cosmè Tura, Ghirlandaio, Mantegna, Carpaccio, Michelangelo, Raffaello. Non sono tutti i nomi di quest’albo dell’ebraistica in punta di pennello (e di scalpello), ma bastano per capire con chi si ha a che fare. Tra la fine del Duecento e gli inizi del

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Le corti dell’Italia rinascimentale sono un luogo d’incontro per eccellenza


Cinquecento, l’ebraismo entra nel cuore della creatività artistica, in alcuni dei piú importanti centri intellettuali della Penisola. Firenze, Ferrara, Mantova, Venezia, Roma sono gli scenari di questo studiarsi reciproco, che porta gli umanisti cristiani a raccogliere libri ebraici e a immergersi nella lingua santa, spesso grazie all’aiuto e all’amicizia dei dotti ebrei. L’arte non è che un segnale, splendido, di quello che avviene negli studi degli eruditi, e anche nelle corti dei potenti del Rinascimento. Proprio le corti sono un luogo d’incontro per eccellenza. Lí gli Ebrei sono di solito accolti e ben visti. Prestatori, medici, mercanti, svolgono un ruolo non secondario di

Sulle due pagine confronto tra un Aron ha-qodesh (armadio sacro adibito alla conservazione dei rotoli della Torah) in legno di noce e legni colorati, intagliati e intarsiati prodotto a Modena nel 1472 e la ricostruzione grafica dell’ambiente in cui veniva utilizzato.

sostegno economico, di consulenza, e persino d’intrattenimento. Volete un altro elenco, questa volta di principi, di filosofi, di letterati? Lorenzo de’ Medici, Federico da Montefeltro, Isabella d’Este, Giovanni Pico della Mirandola, Angelo Poliziano. Tutti patroni, collezionisti, studiosi, appassionati di cose ebraiche. È a Pico che si deve la scoperta del misticismo ebraico, e il suo inserimento nel canone della sapienza umanistica. Certo, non tutti sono d’accordo con questa corsa all’ebraico. Le Conclusiones, pubblicate da Giovanni Pico nel 1486 e tutte pervase dai misteri della qabbalah ebraica, vengono prima proibite poi bruciate per ordine di papa Innocenzo VIII. E la qabbalah cristiana, appena nata, è subito in odore di eresia. Né questa stagione di scambi, di discussioni e di diatribe, all’insegna della curiosità per l’altro, durerà a lungo. Nel 1517, Lutero, nutrito anche di studi ebraici e traduttore della Bibbia dall’ebraico in tedesco, scatena la bufera della Riforma. La Chiesa si fa piú guardinga. Se non ci fosse stata l’ebraistica cristiana, si pensa, forse la traduzione luterana della Scrittura sarebbe stata impossibile. E gli Ebrei, liberi di andare e venire, di studiare assieme ai cristiani e di far loro da maestri, non sono forse un focolaio di confusione dottrinale e d’insubordinazione? Ancor prima di passare al contrattacco contro i protestanti al di là delle Alpi, le prove di repressione del dissenso cominciano sulla soglia di casa, e sono gli Ebrei a farne le spese. Nel 1553, Giulio III ordina un primo gran falò di libri ebraici. Nel 1555 papa Paolo IV stabilisce, con la bolla Cum nimis absurdum, che gli Ebrei siano costretti a vivere solo in alcune aree, ben distinti dal resto della popolazione. È una crisi amara, non solo per l’ebraismo. Tutta la cultura e la società italiana subiscono il contraccolpo della svolta autoritaria della Controriforma. Vi si aggiunga la perdita dell’autonomia politica in vaste zone della Penisola. Il lungo crepuscolo della dominazione straniera e della decadenza politica ed economica italiana è cominciato.

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