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Archeo Monografie n. 28, Dicembre 2018/Gennaio 2019

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MONOGRAFIE

Timeline Publishing Srl - Poste Italiane Sped. in A.P. - D.L. 353/2003 conv. L. 46/2004, art. 1, c.1, LO/MI.

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NEL MONDO DEI PRIMI CRISTIANI

cristiani

• Il primo Natale • Il piú antico presepe • La missione di Pietro e Paolo • Cosa sono i testi apocrifi • A pranzo con i primi cristiani • L’età delle persecuzioni • La basilica della Natività • Rivelazioni sulle catacombe • Quando Roma divenne cristiana

N°28 Dicembre 2018/Gennaio 2019 Rivista Bimestrale

Nel mondo dei primi € 7,90

IN EDICOLA IL 30 NOVEMBRE 2018

ARCHEO MONOGRAFIE

I N IA E T AL RIS T NA MI C I R P N O C


Nel mondo dei primi

cristiani

• Il primo Natale • Il piú antico presepe • La missione di Pietro e Paolo • Cosa sono i testi apocrifi • A pranzo con i primi cristiani • L’età delle persecuzioni • La basilica della Natività • Rivelazioni sulle catacombe • Quando Roma divenne cristiana testi di Fabrizio Bisconti, Danilo Mazzoleni, Barbara Mazzei, Lucrezia Spera, Umberto Utro e Alessandro Vella

6. Introduzione

Cittadini del cielo

8. Le origini del Natale Santa è la notte

22. Betlemme

Mistero a Betlemme

32. Pietro e Paolo La grande missione

50. I martiri

Morire di fede

88. Le catacombe Un mito da sfatare

94. L’arte delle catacombe Dall’oscurità alla luce

112. Roma cristiana

La grande metamorfosi


CITTADINI DEL CIELO P

er ben due secoli e oltre, il «popolo dei cristiani» sembra invisibile, poiché per tutto questo lungo periodo non si incontrano manifestazioni architettoniche, cimiteriali ed epigrafiche propriamente cristiane. E questo «assordante silenzio» sembra interessare anche l’espressione artistica, che pare «frenata» dai divieti veterotestamentari di rappresentare il sacro, cosí come accade nella cultura figurativa giudaica. Il divieto, che dall’Esodo (20,4-5) rimbalza nel Deuteronomio (4,14-19), riguarda però soltanto l’uso di rappresentare statue e idoli. Questo atteggiamento viene chiarito, alla fine del II secolo d.C., dal padre della Chiesa Minucio Felice, il quale, nel suo Octavius, scrive: «Pensate che noi teniamo nascosto l’oggetto del nostro culto solo perché non possediamo santuari o altari? E perché dovrei scolpire un simulacro di Dio, quando – se ben rifletti – l’uomo stesso è simulacro di Dio? Perché dovrei erigergli un tempio, quando tutto il mondo creato da lui non riesce a contenerlo? E mentre io, semplice mortale, ho bisogno di vivere in uno spazio, dovrei, per questo, circoscrivere l’immagine di Dio nello spazio di un modesto ambiente? Forse non è meglio dedicargli un altare nella nostra anima?». Questa fonte diviene preziosa quando apprendiamo che l’atteggiamento antidolatrico ostacola la creazione di ogni forma di edificio di culto e che il mito delle cosiddette «domus ecclesiae», ovvero delle abitazioni adibite a primitivi luoghi riservati alle prime manifestazioni liturgiche, sembra, pian piano, sgonfiarsi. In verità,

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Nella pagina accanto affresco raffigurante Cristo che guarisce il paralitico, dal battistero della cosiddetta domus ecclesiae di Dura Europos. 232 d.C. circa. New Haven, The Yale University Art Gallery. In basso Dura Europos (Siria). I resti dell’edificio di culto cristiano scoperto nel corso degli scavi condotti nella prima metà del Novecento e comunemente designato come domus ecclesiae.

resta importante un esempio – oramai celebre – noto come domus ecclesiae di Dura Europos, ossia un abitazione romana di una città carovaniera nell’attuale Siria, sulle sponde dell’Eufrate, fondata dai Seleucidi, diventata città di frontiera dell’impero parto nel I secolo a.C. e conquistata dai Romani nel 165 a.C.. Ebbene, questa colonia romana, nel 256 d.C., viene obliterata, in quanto vinta dai Sasanidi. La città, ricoperta di sabbia, rimase tale finché, negli anni centrali del Novecento, fu interessata da una campagna di scavo condotta da una missione statunitense, guidata da Carl Hermann Kraeling. Durante quegli scavi, emersero alcuni edifici templari dedicati a Zeus e agli dèi palmireni, un mitreo, una sinagoga e un edificio di culto cristiano, riconosciuto, appunto, come domus ecclesiae. Tutti questi edifici ci parlano di un clima multireligioso, che anima una città di frontiera negli anni centrali del III secolo. Mentre gli affreschi, che decoravano la sinagoga, furono sistemati nel Museo Archeologico di Damasco, quelli che interessavano un ambiente-battistero della cosiddetta domus ecclesiae furono strappati e musealizzati nella Yale University. La casa-chiesa di Dura Europos mostrò una importante fase costruttiva e decorativa da riferire agli anni Trenta del III secolo, con l’allestimento di un ambiente-battistero dipinto con scene cristologiche (Buon Pastore, Samaritana al pozzo, Pietro salvato dai flutti, la guarigione del paralitico, le donne al sepolcro) e veterotestamentarie (Adamo ed Eva e Davide e Golia). È sintomatico poter constatare che i temi proposti dal battistero di Dura Europos trovano motivi di confronto, quasi palmari, con i programmi decorativi di alcuni cubicoli della piú antica regione della catacomba romana di S. Callisto, del vestibolo inferiore delle catacombe di S. Gennaro a Napoli, di un arcosolio della necropoli di Cimitile (Napoli), di una pittura del cimitero cagliaritano di Bonaria, di un ambiente delle catacombe siracusane di Vigna Cassia. Simultaneamente, nella prima metà del III secolo, nasce una civiltà paleocristiana, sia per quanto riguarda gli edifici di culto, sia per quanto attiene le catacombe, che, alle origini, erano definite coemeteria, ossia luoghi di riposo, del sonno provvisorio in attesa della resurrezione. I cimiteri cristiani rappresentano una vera rivoluzione nella ritualità funeraria della tarda antichità, non solo e non tanto perché realizzati nel tufo, attraverso una escavazione verticale, che si organizza su piani diversi e con la moltiplicazione della tomba-base, ossia il loculo, ma anche per l’esclusività del monumento e per lo spirito di eguaglianza delle tombe, perlopiú semplici e assai sobrie, che rispecchiano un sentimento religioso nuovo, che sembra realizzare il pensiero della Lettera a Diogneto, un testo cristiano in greco di un autore anonimo della seconda metà del II secolo. Lo scritto prende avvio con queste suggestive parole: «I cristiani non si differenziano dagli altri uomini né per territorio, né per il modo di parlare, né per la foggia dei loro vestiti. Infatti, non abitano in città particolari, non usano qualche strano linguaggio e non adottano uno speciale modo di vivere (…) Risiedono in città greche o barbare e, pur seguendo nel modo di vestirsi, nel modo di mangiare e nel resto della vita i costumi del luogo, propongono una forma di vita meravigliosa e, come tutti pensano, incredibile. Abitano ognuno nella propria patria, ma come fossero stranieri, rispettano tutti i doveri dei cittadini e si sobbarcano tutti gli oneri come se fossero stranieri; ogni regione straniera è la loro patria, eppure ogni patria per essi è terra straniera (…) vivono nella terra ma hanno la loro cittadinanza in cielo». Fabrizio Bisconti

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La grande

missione

Fra i piú ferventi seguaci di Cristo, Pietro e Paolo svolsero un ruolo determinante nella diffusione della sua dottrina. La loro impresa segnò un’epoca e si concluse, come noto, con la fine tragica, e al contempo gloriosa, dei due protagonisti di Fabrizio Bisconti

L

a grande avventura dell’evangelizzazione del mondo antico iniziò tra il 45 e il 48 d.C. quando Paolo, con il fedele Barnaba, mosse alla volta di Antiochia di Siria. Da qui raggiunse Seleucia e poi l’isola di Cipro. «Giunti a Salamina – ricordano gli Atti degli Apostoli (capp. 13-14) – annunziarono la parola di Dio nelle Sinagoghe (…) attraversata tutta l’isola, fino a Pafo, vi trovarono un tale, mago e falso profeta giudeo, di nome Bar-Iesus, al seguito del proconsole Sergio Paolo, che aveva fatto chiamare a sé Barnaba e Saulo e desiderava ascoltare la parola di Dio». Quel primo viaggio continuò, sino a raggiungere l’Asia Minore, toccando le importanti città di Perge, di Antiochia di Pisidia, di Listra, di Derbe e dintorni. In tutte queste tappe, la dinamica dell’evangelizzazione prevede sempre un primo impatto con le comunità giudaiche per poi rivolgersi ai pagani; ma, quasi in tutti i casi, proprio i Giudei accolsero piú tiepidamente gli evangelizzatori, tanto che Paolo e Barnaba furono spesso costretti a fuggire, braccati dalle autorità e dalle popolazioni istigate dagli ambienti ebraici. Nonostante queste fughe improvvise, le città toccate da Paolo conobbero presto la genesi e

l’evoluzione di comunità vive e guidate da anziani prescelti dall’apostolo delle genti, come era già successo ad Antiochia e a Gerusalemme. I Giudei divenuti cristiani, in seguito all’attività evangelizzatrice di Paolo, crearono il primo grave problema interno della Chiesa nascente. Alcuni Giudei gunti da Gerusalemme, infatti, pretendevano che i pagani divenuti cristiani fossero circoncisi; ma, in una solenne assemblea, che si tenne proprio a Gerusalemme e durante la quale presero la parola anche Pietro e Giacomo, si decise, secondo il giudizio paolino, di lasciar liberi i cristiani di osservare le leggi del giudaismo.

I viaggi di Paolo Mentre le comunità nascenti soffrivano per questi precoci problemi di coesione interna, nei primi mesi del 50 d.C. Paolo intraprese il secondo viaggio: questo durò circa tre anni e toccò, in un primo tempo, le città già evangelizzate durante il primo viaggio, per portarlo infine in Europa. Paolo, accompagnato da Sila, Timoteo e Silvano, fondò alcune chiese in Macedonia e in Acaia e, segnatamente, a Filippi, Tessalonica, Berea, Atene e Corinto. Di questo secondo viaggio rimane indelebile il ricordo del discorso che Paolo fece dinnanzi

La predicazione di san Paolo a Efeso, olio su tela di Eustache Le Sueur. 1649. Parigi, Museo del Louvre.

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I MARTIRI

Morire di fede

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Motivazioni politiche, sociali e giuridiche indussero le autoritĂ di Roma ad arginare la diffusione della nuova religione. Il mezzo per mettere in atto questo programma fu violentissimo. Ma quale fu la vera storia delle persecuzioni? di Danilo Mazzoleni e Fabrizio Bisconti

Ravenna, basilica di S. Apollinare Nuovo. Particolare del mosaico raffigurante una teoria di santi martiri. 561-569.

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I MARTIRI

Q

uali furono i motivi determinanti delle persecuzioni? A questo interrogativo, che può sembrare banale a un primo impatto, gli studiosi non rispondono ancora in maniera univoca. Le cause puramente religiose sembrano intrecciarsi e combinarsi con quelle di ordine politico; ma sentiamo dalla viva voce dei contemporanei quali erano le accuse piú ricorrenti nei confronti dei cristiani. Se Tacito e Svetonio definiscono in modo generico i cristiani rispettivamente «odiosi per le loro nefandezze» e «razza di uomini appartenenti a una setta superstiziosa nuova e malefica», piú esplicita e circostanziata è la testimonianza di Minucio Felice, un avvocato e scrittore che, tra il II e il III secolo, si convertí al cristianesimo e che, per questo motivo, dovette meglio conoscere le accuse assurde rivolte agli aderenti alla nuova dottrina dalla parte avversa. «I cristiani – egli scrive – non sono altro che un gruppo di ignoranti, di donne credulone; si riuniscono notte tempo, digiunano e poi consumano pasti mostruosi. Si chiamano fratelli e sorelle, per cui i normali amplessi si trasformano in incesti (...) venerano una testa di asino (...) adorano i genitali del loro sommo sacerdote (...) venerano un uomo punito con il supplizio della croce (...) Cosí avviene la loro iniziazione: un bambino viene infarinato, poi viene ucciso e mangiato». Le accuse di ateismo, infanticidio, cannibalismo, incesto ritornano ossessionanti in tutti gli autori antichi e tradiscono voluti fraintendimenti di pratiche rituali, come i banchetti eucaristici, e della effettiva consuetudine dei cristiani di chiamarsi fratelli; non manca poi il sospetto che talune sette eretiche commettessero veramente alcuni di questi sacrilegi. L’odio per i cristiani era gratuito e incondizionato, tanto che Tertulliano tristemente osserva: «Di ogni pubblico disastro, di ogni disgrazia collettiva fin dall’inizio dei tempi sono accusati i cristiani. Se il Tevere inonda la città, se il Nilo non irriga i campi, se il cielo è fermo, se la terra si muove,

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se accadono carestie ed epidemie, subito si grida: “I cristiani al leone!”». L’odio per i cristiani viene da lontano, dai processi sommari e dalle rapide esecuzioni nei confronti di Cristo, Stefano, Giacomo, che vedono lo Stato romano corresponsabile in quei primi episodi con le autorità giudaiche. Gli evangelisti dipingono Ponzio Pilato come l’involontario esecutore di una condanna montata dai sommi sacerdoti contro Cristo con grande abilità, in quanto combinava l’accusa politica (quella di essersi proclamato re) con quella di essersi definito figlio di Dio.

La lapidazione di Stefano Secondo gli Atti degli Apostoli, anche le morti violente di Stefano (Atti, 6-7) e Giacomo (Atti, 12, 1-3) dipesero dall’odio degli Ebrei, che non cessarono mai d’imbastire accuse di ogni tipo contro i cristiani: prima fra tutte quella di pronunziare espressioni blasfeme nei confronti di Dio. Per questo, contro Stefano si scagliarono i Giudei mentre, tre anni dopo la morte di Gesú, predicava e faceva miracoli; lo trascinarono fuori della città e Io lapidarono dinanzi a Saulo, il futuro principe degli apostoli, che in quel periodo guidava in prima persona la persecuzione, cercando i cristiani nelle loro case per farli imprigionare. Un altro episodio di grave intolleranza si verificò tra il 41 e il 44, quando il governo della Giudea venne affidato al re locale, Erode Agrippa I, il quale cominciò a perseguitare alcuni membri della Chiesa e fece uccidere di spada Giacomo, fratello di Giovanni; vedendo che questo era gradito ai suoi sudditi, decise di arrestare anche Pietro. Tutti questi episodi ci fanno capire che l’impero romano si mostrò sostanzialmente favorevole L’attore statunitense Victor Mature, nei panni dello schiavo greco Demetrio, ai piedi del Cristo crocifisso, nel film La tunica, diretto nel 1953 da Henry Koster. La pellicola è ambientata agli esordi dell’era cristiana e il suo protagonista, il tribuno Marcello, dopo aver vinto ai dadi la tunica di Gesú e aver irriso la nuova dottrina, vi si converte e finisce con l’essere messo a morte dall’imperatore Caligola.


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LE CATACOMBE

Un mito da sfatare

L’uso di seppellire i propri morti in cimiteri sotterranei, le «catacombe», fu un tratto distintivo delle prime comunità cristiane. Eppure, quei luoghi sacri e solenni alimentarono, sin dal Medioevo, suggestioni e racconti fantasiosi… di Danilo Mazzoleni

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moderne ricerche archeologiche, che hanno consentito di individuare, lungo le vie consolari che si dipartivano da Roma, una sessantina di nuclei cimiteriali, fra comunitari e privati, completamente indipendenti tra di loro. È impensabile, poi, che masse di cristiani potessero trovare rifugio e sopravvivere, durante le persecuzioni, in ambienti angusti con scarsità di luce e di aria e che per giunta erano ben noti alle autorità, come tutti i luoghi di sepoltura disseminati intorno al centro abitato. Le catacombe, quindi, furono essenzialmente cimiteri, in cui i fedeli andavano a compiere i riti in onore dei propri defunti e a venerare i martiri Ií deposti, nel giorno anniversario della loro morte.

I primi nuclei cimiteriali

I martiri nelle catacombe, olio su tela di Jules-Eugène Lenepveu. 1855. Parigi, Museo d’Orsay.

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el tardo Medioevo e soprattutto nei secoli XVI e XVII, in seguito alle prime esplorazioni, fiorí attorno alle catacombe, ormai da lungo tempo abbandonate, una serie di leggende, alcune delle quali persistono tuttora. In questi ambienti sotterranei i cristiani avrebbero trovato rifugio per scampare alle persecuzioni; lí si sarebbero svolte le loro riunioni liturgiche e si sarebbe organizzata la vita delle antiche comunità. Secondo altre tradizioni, il sottosuolo di Roma sarebbe stato percorso da un’unica fitta trama di gallerie comunicanti tra loro. Quest’ultima falsa credenza è stata smentita proprio dalle

Occorre inoltre tenere presente che le grandi persecuzioni, che interessarono tutto l’impero, furono in realtà solo tre e infierirono sotto Decio nel 250, sotto Valeriano fra il 257 e il 258 e sotto Diocleziano tra la fine del III e i primi anni del IV secolo. A parte fatti episodici, in genere limitati nel tempo e nello spazio, la Chiesa poté godere di lunghi periodi di relativa tranquillità e sviluppare la propria organizzazione. A partire dalla seconda metà del II secolo, ma soprattutto nel corso del III, si svilupparono infatti intorno a Roma, con maggiore o minore intensità, i primi nuclei cimiteriali ipogei (ossia sotterranei), spesso in seguito a donazioni di privati, che misero a disposizione della comunità le loro proprietà. Un’eco di questa usanza si può riconoscere, a quanto pare, proprio nella denominazione di diverse catacombe, come è il caso di Domitilla sulla via Ardeatina, di Priscilla sulla Salaria nova, di Commodilla sull’Ostiense, o di Pretestato sulla via Appia. Potrebbero essere questi, quindi, i nomi dei donatori dei fondi, in cui si svilupparono i cimiteri. In altri casi il sorgere dei nuclei ipogei poté essere favorito dalla preesistenza di gallerie appartenenti a cave abbandonate, o da ipogei pagani già scavati, o ancora dalla presenza di ambienti sotterranei anche di uso residenziale,

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grande metamorfosi La

A Roma, l’avvento del cristianesimo ebbe effetti vistosi e profondi anche sul piano urbanistico e architettonico: la città fu in larga parte rimodellata e vide sorgere nuovi e spesso grandiosi luoghi di culto. Trasformandosi al contempo in una meta irrinunciabile per pellegrini provenienti da ogni parte del mondo testi di Lucrezia Spera, Umberto Utro e Alessandro Vella

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A

chi vi fosse giunto durante il regno di Carlo Magno, Roma sarebbe apparsa completamente trasformata nel paesaggio urbano: una fitta rete di chiese era sorta nel corso dei secoli, dentro e fuori le mura, a partire dagli anni della «svolta» con cui Costantino, promulgando l’editto di tolleranza del 313, aveva favorito la definitiva visibilizzazione del cristianesimo. L’antica capitale dell’impero si era trasformata nella città degli apostoli e dei martiri. Alle soglie del IX secolo, la sua immagine esterna e la sua perimetrazione – ancora costituita dalle mura volute alla fine del III secolo dall’imperatore Aureliano e continuamente restaurate – si conservavano pressoché intatte, interventi di manutenzione avevano garantito il funzionamento dei principali acquedotti e di alcune infrastrutture e il tessuto urbanistico risultava ancora segnato da molti edifici antichi (terme, teatri, circhi e stadi, l’Anfiteatro Flavio), non piú in funzione e prestati a riutilizzi di vario tipo. In questo quadro, le novità piú significative erano le numerose fondazioni ecclesiali e gli organismi di servizio a queste afferenti – il quartiere episcopale, le chiese titolari e le diaconie, i monasteri, i centri per l’assistenza a poveri, malati e stranieri, le basiliche e gli oratori devozionali e martiriali –, che riassumevano i caratteri della rinnovata identità cittadina. Durante il Medioevo, nell’immaginario collettivo recarsi a Roma arriva significativamente a identificarsi con l’«andare alle tombe degli apostoli» (ire ad limina apostolorum), espressione ricorrente nelle fonti letterarie coeve. Pochi secoli per attuare il sogno di Costantino. O addirittura per superarlo.

Città del Vaticano, Stanze di Raffaello, Sala di Costantino. Particolare della Battaglia di Costantino contro Massenzio, affresco eseguito dagli allievi di Raffaello, sulla base di disegni del maestro, morto prematuramente prima della fine dei lavori (1520).

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