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Archeo Monografie, n. 6, Aprile 2015

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LA TERRA SANTA AL TEMPO DI GESÚ

N°6 Aprile 2015 Rivista Bimestrale

My Way Media Srl - Poste Italiane Sped. in A.P. - D.L. 353/2003 conv. L. 46/2004, art. 1, c.1, LO/MI.

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LA

TERRA SANTA AL TEMPO DI

GESÚ

L’archeologia in Israele alla scoperta della storia, dei protagonisti, dei luoghi

€ 7,90


TERRA SANTA

LA

AL TEMPO DI

GESÚ

L’archeologia in Israele alla scoperta della storia, dei protagonisti, dei luoghi di Andreas M. Steiner con contributi di Giuseppe Barbaglio, Maria Giulia Amadasi Guzzo, Ehud Netzer, Anna Provenzali e Renata Salvarani Reportage fotografico di Duby Tal (foto aeree) e Mimmo Frassineti

6. Presentazione 8. Il quadro storico

Greci, Romani e Giudei 10. Tolomei e Seleucidi 20. La rivolta dei Maccabei e la dinastia degli Asmonei 28. L’avvento di Roma

42. Qumran

I Manoscritti del Mar Morto 62. I protagonisti 62. Chi era Gesú? 74. Flavio Giuseppe, un cronista d’eccezione 75. Ponzio Pilato, prefetto di Giudea 76. Erode il Grande

82. Reportage

Viaggio in Terra Santa, ieri e oggi 98. I luoghi

100. Nella Cittadella di Gerusalemme 106. Gli scavi di Khirbet Qumran 108. Cesarea Marittima 112. Sefforis 116. Tiberiade 117. La barca di Ginosar 118. Magdala 120. Cafarnao 122. Hippos Susita 126. Banias 128. L’età delle sinagoghe Veduta del lago di Tiberiade, con il Monte Tabor sullo sfondo.


«L

a Palestina è una terra di molte tragedie e ci sentiamo di affermare, senza tema di essere considerati irriverenti, che

tra queste tragedie figurano i turisti moderni. Solo pochi viaggiatori vi soggiornano sufficientemente a lungo per lanciare al Paese piú di uno sguardo fugace. In genere vi fanno una puntata frettolosa e ritornano, qualcuno profondamente impressionato, altri disillusi, alcuni in preda a una sorta di dolorosa inquietudine». A formulare questo giudizio, puntuale sebbene certo poco generoso verso i suoi «compagni di viaggio», non è un nostro contemporaneo, ma un pastore statunitense vissuto a cavallo tra l’Otto e il Novecento, Harry Emerson Fosdick. Protestante, di vedute liberali, fu protagonista di una importante disputa che negli anni Venti vide contrapposti «fondamentalisti» e «modernisti». Nel 1927 pubblicò un volume, A Pilgrimage to Palestine, frutto di un lungo soggiorno nella Terra Santa, allora appena divenuta mandato britannico dopo secoli di dominio ottomano. Da questo straordinario (e attualissimo!) reportage sono tratte le righe appena citate. Fosdick compie il suo viaggio piú o meno negli stessi anni in cui un altro americano, Eric Matson, stava «salvando» atmosfere e immagini di quell’antica Terra Santa in centinaia e centinaia di scatti fotografici (di cui vi offriamo un saggio alle pp. 82-97). Entrambi si uniscono a una schiera di viaggiatori colti (religiosi e laici, scrittori, giornalisti e archeologi) che, in quei decenni, si imbarca alla riscoperta della terra della Bibbia e delle gesta di Gesú. Le grandi imprese archeologiche erano ancora lí da venire, pensiamo soltanto alla scoperta dei Manoscritti del Mar Morto, della fine degli anni Quaranta. Lo stesso Fosdick, nel capitolo dedicato alla Galilea, scrive che «delle nove città riunite, al tempo della predicazione di Gesú, come un anello intorno alla riva del lago di Gennesaret, solo Tiberiade rimane». Oggi, i siti di Cafarnao, Magdala, Tabga, Corazin e molti altri sono stati scavati e formano altrettanti parchi archeologici. Potreste chiedervi, a buon diritto, se sia ancora possibile rivivere, a distanza di quasi un secolo, quelle emozioni, quella passione per la scoperta di luoghi e memorie che hanno accomunato i due pellegrini americani. Vi invitiamo, allora, a sfogliare le pagine che seguono... Andreas M. Steiner | terra santa | 6 |


(da A Pilgrimage to Palestine, New York 1927)


Iraq el-Amir (Giordania). Rilievo raffigurante un leone facente parte della decorazione del complesso monumentale noto come Kasr el-Abd (ÂŤil Palazzo dello SchiavoÂť). II sec. a.C.


Greci, Romani e Giudei Nell’anno 323 a.C. muore, a Babilonia, Alessandro Magno, la cui opera di condottiero e re determinerà, per i secoli a venire, la vita politica, culturale e religiosa degli abitanti delle terre da lui conquistate, piú o meno tutto il mondo all’epoca conosciuto. Aveva 33 anni. Circa tre secoli dopo muore, a Gerusalemme, un altro re. Anche lui, secondo la tradizione, all’età di 33 anni. Le conquiste di quest’ultimo influenzeranno solo in parte l’esistenza degli abitanti della terra in cui è nato e vissuto, l’antica Palestina. Partendo da quella piccola fascia di terra stretta tra il mare e il deserto, tra l’Asia e l’Africa, eserciteranno, però, un’influenza sempre crescente, prima sulle genti del Mediterraneo e, in seguito, sul mondo intero, fino ai giorni nostri. Per comprendere meglio gli avvenimenti che hanno concorso a caratterizzare il momento storico e culturale in cui nasce e opera Gesú di Nazaret, è proprio ai secoli che intercorrono tra questi due fatidici eventi che dobbiamo rivolgere la nostra attenzione. di Andreas M. Steiner

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Ancora durante il dominio tolemaico sull’antica Palestina, si verificò un fatto di grande rilevanza dal punto di vista storico-religioso: la scissione dei Samaritani dal corpo della società giudaica. Per alcuni studiosi, l’evento sarebbe da mettere in relazione con la «storica» rivalità tra le popolazioni settentrionali e meridionali della Palestina, ma furono soprattutto due le cause determinanti: con l’avvento di Alessandro Magno, Samaria – un tempo capitale del regno settentrionale – era divenuta una città pienamente ellenizzata, cosicché gli abitanti fedeli al culto di Yahweh furono costretti ad abbandonarla e a rifondare una nuova città nei pressi della biblica Sichem.

Un nuovo tempio per i Samaritani A questi ex abitanti di Samaria si unirono alcuni sacerdoti del Tempio di Gerusalemme, da tempo insofferenti nei confronti delle norme emanate dall’ortodossia gerosolimitana, che prevedevano, tra le altre misure repressive, il divieto di unirsi in matrimonio con donne non giudee, comprese quelle della regione settentrionale di Samaria. I religiosi fondarono, insieme ai Samaritani di Sichem, un nuovo culto di Yahweh e, a questo scopo, costruirono sul vicino Monte Garizim un nuovo tempio, a immagine e somiglianza di quello A sinistra una foto scattata negli anni Venti del Novecento che mostra un gruppo di Samaritani alla vigilia del pellegrinaggio pasquale al Monte Garizim. A destra veduta del Monte Garizim, che a mezzogiorno domina la valle e la città di Nablus, la romana Neapolis e la biblica Sichem. Sul monte (881 m d’altezza) i Samaritani eressero un tempio che avrebbe dovuto rivaleggiare con quello di Gerusalemme. Al centro si riconoscono i resti di un vasto edificio di epoca bizantina, mentre le strutture in primo piano risalgono al periodo persiano ed ellenistico.

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In basso et utem net laut facient et quam fugiae officae ruptatemqui conseque vite es sae quis deris rehenis aspiciur sincte seque con nusam fugit et qui bernate laborest, ut ut aliquam rentus magnim ullorepra serro dolum quis et volenimenis dolorib ercillit fuga. Accationes reperiam res sa conemolorum nis aliaepu danditatur sequae volore.


alla repressione romana e inaugurare una nuova era messianica, vi furono anche i cristiani (o meglio, i «seguaci di Gesú» come dovremmo definirli, poiché il termine «cristiani» venne applicato loro solo nei decenni successivi). La politica di sfruttamento e di repressione raggiunse l’apice sotto i procuratori Lucceio Albino (62-64 d.C.) e Gessio Floro (64-66 d.C.). Nell’estate del 66, scontri tra Giudei e pagani scoppiarono nella città costiera di Caesarea Maritima. Nell’autunno dello stesso anno, un prelievo arbitrario (di 17 talenti) dal tesoro del Tempio, disposto da Floro a titolo di compensazione per tasse non pagate, segnò l’inizio della rivolta. A Gerusalemme, gli insorti – guidati da un tale Eleazar, figlio del gran sacerdote Anania – occuparono il Tempio e massacrarono le truppe romane ivi stazionate. Da Gerusalemme l’insurrezione si diffuse in tutto il paese: gli Ebrei si impossessarono di postazioni strategiche, tra cui Masada e l’Herodium. A Nord, nella Galilea, i rivoluzionari erano capeggiati da un certo Yosef ben Mattatia, il futuro storico Flavio Giuseppe.

Le legioni imperiali assediano la città santa A Roma, l’imperatore Nerone affidò la repressione della rivolta giudaica al suo condottiero migliore, Tito Flavio Vespasiano. Nel 67 d.C., Vespasiano mosse con tre legioni verso la Galilea e, nella primavera del 68, conquistò l’Idumea e la Samaria. Nello stesso anno Nerone morí e le operazioni militari subirono un arresto. A Gerusalemme, intanto, una serie di scontri tra fazioni diverse degli insorti indebolí il fronte rivoluzionario. Il 1° luglio del 69 d.C., Vespasiano fu acclamato nuovo imperatore e il compito di domare la rivolta in Giudea passò a suo figlio, Tito. Nella primavera del 70, cinque legioni iniziarono l’assedio alla città. Nel mese di luglio le truppe di Roma penetrarono attraverso una breccia nelle mura settentrionali e conquistarono la Fortezza Antonia (costruita da Erode a protezione dell’estremità nord-occidentale della Spianata del Tempio). I legionari incendiarono il Tempio, distrussero e saccheggiarono la città, e ne massacrarono la popolazione. I capi degli insorti, Simone bar Giora e Jochanan di Gishala, vennero portati a Roma, dove sfilarono, trascinati in catene, nel corteo trionfale del condottiero vincitore (e futuro imperatore) Tito. Dopo la caduta di Gerusalemme, la resistenza giudaica si rifugiò nelle fortificazioni ereditate da Erode il Grande: l’Herodium (pochi chilometri a sud di Betlemme), il Macheronte (oggi in Giordania) e Masada (sul Mar Morto). Solo la terza, però, riuscí a resistere alla potenza militare di Roma, seppure solo per qualche anno. Nella primavera del 73 d.C., infatti, un imponente dispiegamento di truppe – e la costruzione di una gigantesca rampa d’accesso sul lato occidentale della rupe – determinò la caduta di quella che, per i secoli a venire, fu ricordata come l’ultima roccaforte della resistenza giudaica al potere di Roma. La leggenda, riportata da Flavio Giuseppe, vuole che i legionari, una volta giunti in cima a Masada, non trovarono alcun nemico da combattere: i sopravvissuti all’assedio si erano suicidati, insieme a mogli e figli, pur di non cedere all’onta della schiavitú. Erano 960 di numero, secondo Flavio Giuseppe, che descrive cosí la reazione dei soldati di Roma: «Quando furono di fronte alla distesa dei cadaveri, ciò che provarono non fu l’esultanza di aver annientato il nemico, ma l’ammirazione per il nobile proposito e per il disprezzo della morte

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Una veduta di Masada, l’altura sul Mar Morto che fu l’ultima roccaforte della resistenza giudaica al potere di Roma, prima d’essere espugnata dai legionari, nel 73 d.C., dispiegati in massa per averne ragione.


con cui tanta moltitudine l’aveva messo in atto» (Guerra giudaica 7, 406). Dopo la distruzione di Gerusalemme e la fine della prima rivolta giudaica, la Giudea divenne provincia imperiale. Banditi dalla loro città santa, gli Ebrei abbandonarono per sempre il culto e gli usi sacerdotali legati al Tempio e scelsero come definitivo contenitore della propria identità sociale e religiosa la sinagoga. I tanti «partiti» religiosi – Sadducei, Farisei, Zeloti, Esseni, Sicari – scomparvero e, al posto del sangue degli animali sacrificati a Yahweh, subentrarono la lettura e l’interpretazione dei testi sacri. E il rabbino («saggio», «maestro») divenne la figura di riferimento, sostituendo il sacerdote. Uno di essi, Rabbi Gamaliel, fu maestro dell’apostolo Paolo (Atti degli Apostoli, 22,3).


Ecce Homo (particolare), olio su tela di Antonio Ciseri. 1871. Firenze, Galleria d’arte moderna di Palazzo Pitti. Ponzio Pilato, governatore romano della Giudea, presenta Gesú al popolo, dalla balconata del Pretorio. Sulla destra, la moglie del funzionario distoglie lo sguardo dalla scena, preoccupata del giudizio della folla.

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Chi era Gesú? Al nome di Gesú fa riferimento una delle piú numerose comunità religiose del mondo, composta da oltre 2 miliardi di persone. Eppure, intorno all’anno 30, quando fu condannato e crocifisso, il Nazareno rappresentava, per le autorità politiche e religiose del tempo, ma anche per ampia parte dei suoi contemporanei comuni, una figura marginale, un predicatore settario come, in quel periodo, ve ne erano tanti. Della sua vita e del suo pensiero, egli stesso non ci ha lasciato testimonianze «dirette» e tutto quello che sappiamo di lui ci è stato tramandato da altri, prima per tradizione orale e, in seguito, dopo diversi decenni dalla sua morte, per iscritto. Cosa possiamo sapere, dunque, della sua figura storica? È possibile tracciare una sorta di identikit del personaggio? Insomma, chi era, veramente, Gesú? Per rispondere a questi interrogativi abbiamo scelto di riportare le considerazioni di uno studioso italiano, Giuseppe Barbaglio, che all’argomento ha dedicato ricerche approfondite e affascinanti. E, inoltre, abbiamo dato uno sguardo alle testimonianze archeologiche (vere, ma anche «false») che sembrano fare riferimento diretto a uno dei personaggi piú straordinari di tutti i tempi… di Giuseppe Barbaglio | terra | titolo santa | 63 |


ITINERARI

Sefforis Al centro della Bassa Galilea, a metà strada tra il Mediterraneo e il lago di Tiberiade e non distante da Nazaret, si trovano le splendide rovine di un’antica capitale

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er avere le prime informazioni storiche su Sefforis (o Zippori), si deve risalire al tempo del re asmoneo Alessandro Ianneo (103-76 a.C.), quando essa divenne la piú importante città della Galilea e – per un lungo periodo – la sua capitale. Fino all’epoca bizantina fu abitata essenzialmente da Ebrei, molti dei quali avevano trovato rifugio in questa città durante la prima e la seconda rivolta contro i Romani. Sede del Sinedrio (Sanhedrin), qui si sviluppò un importante centro spirituale ebraico per lo studio della Torah (la legge). Sefforis è menzionata ripetutamente nella Mishna (la raccolta delle tradizioni orali, completata proprio a Sefforis da Rabbi Judah HaNasi alla fine del II secolo d.C.) e nel Talmud. Nel periodo del suo massimo splendore vantava la presenza di almeno 18 sinagoghe. A differenza della maggior parte degli altri insediamenti ebraici della Galilea, i suoi abitanti non parteciparono alla prima rivolta contro Roma, e per questo Sefforis venne chiamata anche «Città della pace». Conosciuta con il nome di Diocaesarea al tempo dell’imperatore Adriano, Sefforis raggiunse la massima fioritura nel 363 d.C., quando fu in ampia parte distrutta da un terremoto. Ma, una volta ricostruita, la città continuò a prosperare quando, in epoca bizantina, alla comunità ebraica si aggiunse un nutrito gruppo di cristiani. Dalla conquista araba (640 d.C.) al prosieguo del Medioevo, gli abitanti andarono scemando, fino a quando la città non venne completamente abbandonata. Sefforis sorge in cima a una collina, una sorta di acropoli naturale, in cui gli scavi archeologici hanno messo in luce un intero quartiere

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risalente alla fine dell’epoca ellenistica e che sopravvisse fino all’inizio del periodo arabo. Le abitazioni scavate erano provviste di un gran numero di cisterne e bagni rituali (mikveh, plurale mikvaot). Sul lato est dell’acropoli, Leroy Watermann (il primo archeologo a condurre scavi sul sito nel 1931) aveva scoperto un teatro romano della capienza di oltre 4000 spettatori. A sud del teatro è stata restaurata una grande villa romana del III secolo d.C., munita di un triclinio con uno dei moasici piú belli mai scoperti in Israele. Al centro del pavimento sono raffigurate 15 scene della vita di Dioniso e dei riti connessi al dio. Tutt’intorno vi sono medaglioni con scene di caccia e una processione dionisiaca. In uno dei medaglioni è ritratto il volto di una donna, un capolavoro dell’arte musiva per la squisita bellezza e la raffinata perizia tecnica, oggi noto come «la Monna Lisa della Galilea». Durante il II secolo, la città si ingrandí notevolmente in direzione di uno sperone roccioso a est. Risalgono a quell’epoca le insulae, strette da un fitto reticolo di strade e attraversate dal cardo e dal decumanus pavimentati in pietra e fiancheggiati da colonnati e botteghe. Son ben visibili i solchi delle ruote dei carri, carichi dei prodotti agricoli

A destra la «Monna Lisa della Galilea», denominazione attribuita a un ritratto femminile compreso nel magnifico mosaico pavimentale di una villa romana del III sec. d.C. (vedi foto alle pp. 114-115). In basso l’area urbana di Sefforis: si riconoscono l’incrocio tra gli assi viari principali, il cardo e il decumanus, e i resti di murature riferibili a strutture pubbliche e private (la griglia al cui interno questi ultimi ricadono è quella formata dai quadranti nei quali è suddiviso lo scavo).


In alto ricostruzione ipotetica del volto di Erode il Grande elaborata su una sultura trovata in Egitto e identificata con un ritratto del sovrano. Nella pagina accanto Erode in un dipinto di artista anonimo, cosĂ­ descritto dal suo autore: ÂŤErode, re dei Giudei, con il volto e il collo formati dagli Innocenti da lui fatti massacrareÂť. Olio su tavola, XVII sec. Innsbruck, Tiroler Landesmuseum.


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