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Archeo Monografie, n. 26, Agosto/Settembre 2018

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L’IMPERO ALLA CONQUISTA DEL MONDO

L’ARTIGLIERIA ROMANA: I SEGRETI DI UNA MICIDIALE MACCHINA DA GUERRA

€ 7,90

IN EDICOLA IL 24 LUGLIO 2018

L’IMPERO

ALLA CONQUISTA DEL

Timeline Publishing Srl - Poste Italiane Sped. in A.P. - D.L. 353/2003 conv. L. 46/2004, art. 1, c.1, LO/MI.

MONDO

N°26 Agosto/Settembre 2018 Rivista Bimestrale

ARCHEO MONOGRAFIE

LA M

AA M D A O N RACCHI RA R E U G

MONOGRAFIE


L’IMPERO ALLA CONQUISTA DEL

MONDO

L’ARTIGLIERIA ROMANA: I SEGRETI DI UNA MICIDIALE MACCHINA DA GUERRA di Flavio Russo, con contributi di Giovanni Brizzi, Filippo Donvito, Marco Di Branco e Andreas M. Steiner

6. Presentazione Al confine tra il bene e il male 8. Gli archetipi 8. Una rivoluzione venuta dall’Oriente 12. Kestrosphendone Quelle fionde molto «speciali» 18. Gastrafete La mossa del tiranno 25. Scorpioni e baliste Dalla Spagna con fragore 40. Balista di Hatra La piú potente di tutte 48. Innovazioni al tempo dell’impero 52. Cheiroballistra Quasi come un fucile 58. Variazioni d’autore 60. Armi di nuova generazione Perdendo s’impara 68. Onagro A colpi... d’asino 76. Armi sperimentali 77. Catapulta a molle di bronzo La catapulta di Ctesibio 84. Balista a molle d’aria Anche l’aria può uccidere 89. Catapulta a trazione Una tensione vincente 92. Teutoburgo Domani, nella battaglia... 108. Guerre partiche Uomini come macchine 118. Assedio di Gerusalemme Un’estate di fiamme e di sangue


ARTIGLIERIA

Rilievo raffigurante due frombolieri assiri impegnati in un assedio, da Ninive. 700-629 a.C. Londra, British Museum.

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AL CONFINE TRA IL BENE E IL MALE

A

ripercorrere il dipanarsi dell’evoluzione umana non è difficile constatare il ruolo basilare della guerra. Ed è altrettanto facile verificare come, oltre all’eliminazione del nemico di turno, la sua immutabile essenza consista nel reciproco scagliarsi contro quantità di energia crescenti, da distanze sempre maggiori. Si tratti del pugno inferto dal braccio, della piccola pietra scagliata dalla fionda pastorale o della sottile asticella di legno appuntita scoccata da un arco, di un vorticante boomerang o, ancora, della pallottola di piombo sparata dalla polvere pirica, la concezione non muta. Mutano, di volta in volta, l’entità della spinta, la distanza raggiunta, la massa del proiettile e, persino, la sua letalità: rimane però inalterato il criterio informatore dell’intera sequenza. Anche un vettore balistico con testata nucleare è pur sempre una quantità di energia – enorme nella fattispecie –, destinata a percuotere il contendente del momento, ovunque si trovi. Se millenni di avanzamento culturale non sono riusciti a superare tanta rudimentale contrapposizione polemologica, ma solo a renderla piú devastante, appare ovvio che proprio nell’evolversi delle armi si rintracci la storia della conoscenza e della tecnologia umana, nel bene e nel male, a partire dalle piú arcaiche, che, non a caso, hanno dato origine a una precisa disciplina d’indagine: l’oplologia (dal greco hoplon, l’armatura del fante greco, n.d.r.). Armi, senza dubbio, ma anche presupposto di tecnologia avanzata e stimolo frenetico per l’affinamento dell’indagine scientifica. Fra i dotti del Rinascimento, il matematico veneziano Giovanni Battista Benedetti (1530-1590) anticipò piú di chiunque altro la scienza moderna, tanto da poter essere oggi considerato come l’immediato predecessore di Galileo Galilei. Ma fu anche, e soprattutto, un artigliere, in quanto studioso della balistica. Lo stesso Galileo tradisce la frequentazione dell’Arsenale di Venezia quale stimolo per le sue ricerche teoriche. E come non osservare che il termine balistica deriva da balla, cioè da palla, non però da quella gigantesca sfera di pietra sparata dalle enormi bombarde medievali, ma da quella piú minuta e molto piú grezza tirata dalle baliste, nome anch’esso derivato dalla comune radice greca bàllein, scagliare il sasso! Studio di traiettorie e di gittate, si dirà, per meglio uccidere: certamente, ma anche studio della correlazione tra causa ed effetto, tra impulso e moto, tra energia e lavoro, tra macchina e fatica. Nell’antichità, il confine tra il male e il bene passò anche di qui...

Statua di balestriere facente parte dell’Esercito di Terracotta di Xi’an (Shaanxi, Cina), deposto nel grandioso mausoleo del primo imperatore cinese (Qin Shi Huangdi), al cui interno sono contenuti almeno 6000 guerrieri e resti di carri da battaglia. 221-210 a.C.

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GLI ARCHETIPI

UNA RIVOLUZIONE VENUTA DALL’ ORIENTE nell’evoluzione delle macchine ideate per scagliare proietti di varia dimensione e natura, la svolta decisiva fu la messa a punto di dispositivi che permettevano di controllare il momento del lancio. un’innovazione sperimentata per la prima volta nella lontana cina

N

é l’arco composito, né la fionda pastorale possono essere considerati come altrettanti archetipi delle due tipologie di artiglierie meccaniche, lancia-dardi, oxibole, e lancia-sassi, litobole, anche nel caso in cui siano munite entrambe di teniere (impugnatura). La vera novità

Particolare del dispositivo di sgancio della ricostruzione di uno scorpione romano di epoca imperiale.

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Ricostruzione grafica di una balestra cinese di epoca Han e, qui sotto, a destra, del suo dispositivo di sgancio.

In basso un dispositivo originale, in bronzo, e alcune punte dei dardi. 137-122 a.C. Guangzhou, Nan Yue Wang Gong Museum.

pacificamente, il tasto di un ascensore o di una lavatrice: in breve, di ogni macchina ad avviamento discrezionale.

Un segreto custodito gelosamente Per quanto è possibile appurare, il primo propulsore del genere – e che, senza dubbio, è anche il piú noto e ricorrente nella storia – fu la balestra, che, stando a un testo del XII secolo a.C., ebbe origine in Cina. Di notevole interesse risulta il dispositivo di scatto adottato sulla balestra dell’epoca Han (dinastia che resse l’impero cinese dal 206 a.C. al 220 d.C., n.d.r.) e gelosamente custodito dai suoi inventori. A oggi non si conoscono altre testimonianze

rivoluzionaria, infatti, non fu quel supporto, che può ritenersi piuttosto un ingegnoso accessorio, ma il dispositivo di sgancio, cioè il congegno che rende possibile attendere con l’arma carica il momento piú propizio per tirare, spostando semplicemente una leva o un ritegno, eliminando cosí ogni stress muscolare. Concettualmente, si tratta della stessa potenzialità del premere il grilletto di un’arma da fuoco, oppure il pulsante di lancio di un missile, o, piú

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GASTRAFETE

LA MOSSA DEL

TIRANNO


nel 397 a.c., l’assedio portato dai greci alla città punica di mozia, in sicilia, segnò il debutto del gastrafete. un’arma individuale che possiamo considerare alla stregua di una carabina ante litteram

S

econdo Diodoro Siculo, il tiranno Dionisio il Vecchio di Siracusa, pressato dalla incombente minaccia cartaginese, avviò, sul finire del V secolo a.C., un colossale programma di potenziamento militare, nel cui ambito oltre alla costruzione di armi convenzionali, profuse enormi quantità di denaro per realizzarne di avanzatissime e misteriose. Le memorie piú antiche sono al riguardo abbastanza concordi, facendo spesso riferimento a un enigmatico tipo di macchina da lancio, verosimilmente antiuomo e d’impiego individuale, ricordata con il curioso nome di gastraphetes, in greco «arco da pancia». Essa sembrerebbe costituita da un arco composito fissato a un fusto, a sua volta munito di arresti laterali, ma privo del verricello. Pertanto, a tendere la corda provvedeva un secondo elemento longitudinale, appena piú piccolo del fusto e che scorreva nello stesso tramite un incastro a coda di rondine, la slitta, sul cui dorso veniva ricavato un piccolo canale longitudinale, al termine del quale stava fissato un arpione comandato da una apposita leva. Sin dai primi esemplari, all’estremità posteriore del fusto dei gastrafeti, viene menzionata una staffa arcuata, con la concavità verso l’esterno.

La massima tensione

Veduta aerea di Mozia. L’antica città venne fondata e si sviluppò sull’isola di San Pantaleo, una delle quattro che punteggiano la laguna dello Stagnone di Marsala (Trapani).

Al momento di caricare l’arma, il tiratore la faceva aderire alla fascia muscolare gastrica – da cui, per inciso, il suo nome –, quindi collocava la punta della slitta, che fuoriusciva per circa 2/3 dal fusto, contro un ostacolo. Spingendo con il peso dell’intero corpo, ne provocava il rientro, trascinando, tramite l’arpione, la corda dell’arco, che veniva perciò portato alla massima tensione. Quando l’estremità anteriore della slitta e del fusto coincidevano, il caricamento si arrestava e l’arma era pronta al tiro. In ogni fase della sequenza, il bloccaggio veniva garantito da una doppia cremagliera laterale, nei cui denti giocava una coppia di nottolini d’arresto solidali alla slitta stessa. Molto probabilmente un listello di ferro fungeva da scatto del dispositivo: rimuovendolo, si consentiva alla

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CHEIROBALLISTRA

QUASI COME UN FUCILE

E

rone di Alessandria descrisse un’eclissi lunare, la cui cronologia è stata fissata al marzo del 62 d.C.: se ne può perciò dedurre che lo scienziato fosse vissuto – almeno in parte – nel corso del I secolo. Del resto, le artiglierie da lui ideate presentano differenze sostanziali rispetto a quelle di Vitruvio, che non giustificano il silenzio del loquace autore, se fosse stato posteriore. È perciò lecito reputarlo l’ultimo perfezionatore delle baliste e delle catapulte, ideatore e costruttore di una tipologia intermedia, quasi interamente in ferro, che adottava il movimento palintone delle grandi baliste sulle piú piccole catapulte, trasformandole cosí in una sorta di balista manesca, in latino manuballista, cheiroballistra in greco. Tale modifica non fu meramente materiale, perché l’ampliamento del settore di rotazione dei bracci – che grazie a quella innovazione passò dai tradizionali 50° ai circa 120° – consentí quasi di raddoppiare la gittata utile, portandola a superare i 400 m, e riducendo, al contempo, gli ingombri e il peso dell’arma, che divenne perciò realmente campale e individuale.

dettagliato, si apre con la costruzione dei due regoli che formano il fusto, le sole componenti in legno dell’arma, il maggiore fisso e il minore scorrevole su di esso, mediante un incastro longitudinale a coda di rondine. Due sono gli incavi nel lato inferiore del primo,

Le prime assonometrie Fra le opere pervenuteci di Erone, vi è anche un breve trattato sulla cheiroballistra, che si conserva in quattro esemplari, il piú noto dei quali è il Codex Parisinus Inter Supplementa Greca 607, custodito presso la Biblioteca Nazionale di Parigi, che contiene anche alcune raffigurazioni delle componenti dell’arma. Si tratta delle prime rappresentazioni in assonometria esplosa e, ancora per la prima volta, compaiono indicazioni dimensionali relative a unità di misura precise e non a un modulo arbitrario, il diametro della matassa elastica, come fino ad allora praticato. Il testo, redatto in greco ed estremamente

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La cheiroballistra di Erone fu la prima artiglieria elastica individuale a montare un gruppo motopropulsore interamente metallico, con le componenti statiche in ferro e le rotanti in bronzo. Il movimento adottato per i bracci è di tipo palintone, fino ad allora precipuo delle piú potenti baliste.


In alto i grafici originali del Codex Parisinus Inter Supplementa Greca 607: dal punto di vista tecnico, si tratta dei primi disegni in assonometria esplosa, con pedante proposizione di ogni singolo componente, anche quando simile agli altri analoghi. La colorazione non ha alcun significato tecnico e va attribuita all’estro dei copisti. Va ancora osservato che la rappresentazione delle parti in legno è meno puntuale di quelle in metallo, forse perché piú note e tradizionali. A sinistra nella ricostruzione della cheiroballistra una delle matasse elastiche non è stata raffigurata, per meglio evidenziare l’assemblaggio dei suoi supporti, detti kambestrion, con le barre d’accoppiamento superiore arcuata, detta kamarion, e quella inferiore binata, detta kamakion. La scelta di unire quei vari pezzi con incastri e non con saldature, lascia intuire l’esigenza di poterli facilmente smontare, sia per sostituirli se danneggiati, sia per custodirli se inoperosi.

Le sole parti in legno residue della cheiroballistra furono il fusto, con il sottostante bipede, e la slitta che in esso scorreva grazie a un incastro longitudinale a coda di rondine. A destra del fusto, ben visibile, una della due cremagliere, a denti di sega, per il bloccaggio di sicurezza della slitta.

Qui sopra i bracci della cheiroballistra, stando ai grafici del Codex Parisinus, sono conici, realizzati in legno, ma con l’anima in tondino di ferro terminante a uncino per l’aggancio della corda arciera. Verosimilmente erano registrabili in lunghezza e stabilizzati mediante un anello di bloccaggio, nonché rivestiti di lamiera di ferro per protezione.

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BATTAGLIA DI TEUTOBURGO

da tribuno fedele a nemico dell’impero Arminio, figlio del principe dei Cherusci Segimero, nacque nel 17 a.C. Giunse in giovane età a Roma, dove ricevette l’istruzione militare. Tra il 4 e il 6 d.C., durante la campagna militare di Tiberio, in Germania, comandava, in veste di tribuno, un’unità di Cherusci. Gli fu conferita la cittadinanza romana per merito ed entrò a far parte dell’ordine equestre. La sua disposizione d’animo nei confronti dei Romani mutò, quando Publio Quintilio Varo fu nominato pretore. Le ragioni di questo cambiamento non sono note, sebbene le fonti romane riportino, quali cause principali, i modi bruschi e brutali con i quali Varo aveva introdotto le leggi romane e imponeva il pagamento dei tributi. Arminio, soldato (romano) ben istruito e di grande carisma, radunò attorno a sé i Cherusci e altre popolazioni germaniche. In questo frangente fu appoggiato dal padre. Entrambi conoscevano bene il proconsole. Fu cosí che Varo, certo della loro lealtà, non diede retta all’avvertimento di Segeste, suocero di Arminio. La rivolta dei Cherusci, arruolati nelle fila dell’esercito romano, e con il supporto degli altri Germani, ebbe inizio. Arminio aveva preso in sposa, contro la volontà del padre, Thusnelda, figlia di Segeste,

all’epoca capo dei Cherusci. Segeste disapprovava l’atteggiamento antiromano di Arminio. Il conflitto tra genero e suocero si inasprí, nel momento in cui Segeste riuscí a riprendersi sua figlia, ormai incinta. Arminio pose l’assedio a Segeste, che chiamò in aiuto Germanico. Il generale romano venne incontro alla richiesta di aiuto, liberò Maroboduo e lo fece trasferire a Roma, prendendo Thusnelda in ostaggio. Tra il 15 e il 16 d.C. si scatenò il duro scontro, tra Germanico, con a fianco il fedele legato Cecina Severo, e Arminio, appoggiato dallo zio Inguiomero. Le fortune militari di Arminio, tuttavia, erano esaurite. La moglie e il figlioletto Tumelico non gli furono riconsegnati. Nel 17 d.C., quando Germanico fu richiamato a Roma, Thusnelda e suo figlio furono fatti sfilare pubblicamente nel corteo trionfale del generale. Nello stesso anno Arminio attaccò i Marcomanni, i leali alleati di Roma. Di lí a poco, nel 19 o nel 21 d.C., Arminio sarebbe stato ucciso da alcuni suoi parenti nella lotta per il potere che si era scatenata in seno alla tribú cherusca.

i romani furono profondamente colpiti dalla disfatta, primo fra tutti augusto

la triste parabola del principe tumelico Il figlio di Arminio e Thusnelda, nacque in cattività, probabilmente, nel 15 d.C. Fu costretto, insieme con la madre, a sfilare pubblicamente per le strade di Roma, come ostaggio, nel corteo trionfale di Germanico. Al nonno Segeste, che non si era mai ribellato ai Romani e che si era da subito schierato contro il genero Arminio, fu concesso di assistere alla sfilata dalla tribuna riservata agli ospiti. Tumelico, ostaggio politico fin dalla nascita, fu educato a Ravenna. Come ricorda lo storico Tacito, una triste sorte attendeva il principe germanico. Le fonti, che non riportano dettagli particolari sulla sua morte, fanno risalire al 47 d.C. la richiesta fatta pervenire a Roma, da parte dei Cherusci, di nominare re il nobile Italico, l’ultimo esponente ancora vivente della famiglia. La morte del principe, quindi, si dovrebbe poter collocare prima di quella data.

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In alto Thusnelda durante il trionfo di Germanico (particolare), dipinto di Peter Jannsen il Vecchio. 1870-73. Krefeld, Kunstmuseen, Kaiser Wilhelm. Museum. In questo dettaglio la donna è ritratta insieme al figlioletto Tumelico.


amori contrastati e alleanze politiche Thusnelda era figlia del nobile cherusco Segeste. Il padre, che l’aveva già promessa in sposa a un altro uomo, s’era opposto al matrimonio della figlia con Arminio, del quale non approvava i piani. Arminio rapí Thusnelda, con il consenso della fanciulla. Segeste riuscí a riprendere la figlia, che nel frattempo era rimasta incinta, ma, non potendo difendersi dagli attacchi del genero infuriato, chiamò in aiuto i Romani, che lo trassero in salvo, prendendo, però, in ostaggio Thusnelda, in quanto moglie di Arminio, e portandola a Roma. Nulla si sa della sorte della principessa germanica dopo questo evento. Si ritiene, tuttavia, che non le sia stato concesso di fare ritorno in Germania. A sinistra Arminio dà addio a Thusnelda, olio su tela di Johannes Gehrts. 1884. Detmold, Lippisches Landesmuseum. L’artista immagina il momento in cui il capo cherusco si congeda dalla moglie prima della battaglia di Teutoburgo. Si noti, al suo braccio destro, l’elmo alato, che nell’Ottocento divenne un attributo tipico nell’iconografia del personaggio.

nemico. Cassio Dione narra che, durante le prime due notti, Varo sia stato in grado di erigere un campo fortificato, ma invano.

La prostrazione di Augusto Il quarto giorno la disfatta è segnata, le tre legioni e le truppe ausiliarie quasi del tutto annientate. Varo si suicida insieme ai suoi ufficiali. Viene decapitato e la testa inviata a Maroboduo, principe dei Marcomanni e rivale di Arminio. Racconta Svetonio che, quando la notizia della disfatta giunse a Roma, Augusto sia caduto in una profonda prostrazione e abbia pronunciato la frase: «Quintili Vare, legiones redde!» («Quintilio Varo, rendimi le legioni»). Fin qui le fonti scritte. Ma torniamo all’archeologia. Prima che il sito archeologico di Kalkriese si imponesse – per la straordinaria quantità e qualità dei reperti rinvenuti – come «il» luogo storico della battaglia, di ipotesi circa la localizzazione della medesima se ne sono fatte piú di 700. E, benché Kalkriese si trovi effettivamente nel «Teuteburger Wald», va però anche ricordato che l’altura nei pressi della città di Osnabrück porta questo nome solo a partire dagli inizi del Seicento! Nessuna certezza, dunque, che corrisponda al saltus Teuteburgiensis di cui parla Tacito…

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