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Medioevo Dossier n. 27, Luglio 2018

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MEDIOEVO DOSSIER

EDIO VO M E Dossier COME

FUNZIONAVA MILLE ANNI DI RIVOLUZIONI TECNOLOGICHE

N°27 Luglio 2018 Rivista Bimestrale

€ 7,90

COME FUNZIONAVA IL MEDIOEVO

Invenzioni e marchingegni che hanno cambiato la storia

IN EDICOLA IL 30 GIUGNO 2018 Timeline Publishing Srl - Poste Italiane Sped. in A.P. - D.L. 353/2003 conv. L. 46/2004, art. 1, c.1, LO/MI.

IL MEDIOEVO


COME

FUNZIONAVA IL MEDIOEVO

MILLE ANNI DI RIVOLUZIONI TECNOLOGICHE di Flavio

Russo

INTRODUZIONE

6 Un’epoca a due velocità

TECNOLOGIA CIVILE

TECNOLOGIA MILITARE

ARCHITETTURA

22 Il mulino galleggiante Farina di fiume

66 Spade e pugnali In due per l’arma perfetta

106 Le fortificazioni Imbattibili bersagli

24 Le fosse da grano Chicchi in cassaforte

70 I ferri di cavallo e le staffe Una rivoluzione che parte dal basso

112 Le merlature Quasi come dei ricami

30 Le gualchiere Stoffe e carte a percussione 36 Lo svegliarino monastico «Fratelli, è ora di pregare...»

76 Il fuoco greco Quelle acque incendiarie

42 La bussola magnetica Guai a perderla!

94 Il solenarion La potenza di un ibrido

48 I blue jeans All’inizio fu (forse) una faccenda di marinai

100 Le torri d’assedio Colossali, ma inutili

54 Il volo umano Alla conquista del cielo 60 Il tornio Macchine rotanti

82 La balestra In principio era l’arco...

118 Il ponte levatoio Le due facce della mobilità 124 Le torri costiere La salvezza appesa a un filo... di fumo


Miniatura raffigurante un soldato mentre spara un colpo con una spingarda, da un’edizione manoscritta del Bellifortis di Konrad Kyeser, trattato di strategia e ingegneria militare. 1400 circa. Gottinga, Biblioteca Universitaria.

Un’epoca a due velocità D

elle tre grandi «età» della storia – antica, medievale e moderna –, il Medioevo fu l’epoca piú longeva e, sotto ogni punto di vista, anche la piú disomogenea. Per questo motivo, a seconda dei casi, venne in seguito ritenuta come una fase di totale regressione oppure considerata fortemente suggestiva e ricca di valori umani. Alle spalle di approcci tanto divaricati, vi è proprio la multiformità dell’età di Mezzo: l’Alto Medioevo, per esempio, fu in effetti un periodo per molti versi buio se non tenebroso, pesantemente condizionato dall’indigenza e dall’ignoranza, da razzie e scorrerie, tanto indiscriminate quanto atroci. Flagelli che contribuirono al collasso demografico dell’Europa, la cui popolazione, secondo le stime piú accreditate, passò dai 70 milioni di persone del IV secolo alla scarsa trentina di pochi secoli dopo. Il ripopolamento iniziò solo dopo il Mille, grazie alla migliorata sicurezza sociale e alla diffusione di tecniche agricole piú redditizie. Del tutto diverso appare il contesto del Basso Medioevo, caratterizzato dalla rinascita culturale e scientifica che produsse straordinarie opere artistiche e del pensiero, la cui eredità è tutt’ora viva. In conclusione, si può affermare che, nell’arco di mille anni, il Medioevo visse inizialmente quasi un ritorno alla preistoria, e, nel suo epilogo, una fuga nel futuro: dalle asce dei barbari si pervenne ai missili a tre stadi sperimentati aegli inizi del Cinquecento. I prodromi del Medioevo si possono ravvisare già nella seconda metà del III secolo quando la pressio6

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ne dei barbari sui limes (il confine) dell’impero romano crebbe fino a farsi insostenibile. Tra il 257 e il 260, infatti, i Franchi – dopo avere varcato il Reno – scesero fino alla Spagna, devastandola e saccheggiando, fra le altre, Tarragona, e, quando non vi fu piú nulla da poter razziare, s’impossessarono delle imbarcazioni ormeggiate nei porti e, raggiunta la Mauritania, la posero ugualmente a sacco. Nel frattempo, gli Alamanni, a loro volta, attraversato il Danubio e scavalcate le Alpi Retiche, puntarono su Milano, per poi proseguire fino a Ravenna e dirigersi verso Roma, che, almeno per quella volta, riuscí a stornare la terribile minaccia.

La scelta di Gallieno

Negli anni successivi le scorrerie dei Goti si moltiplicarono e, non di rado, essi si spinsero fino alla Macedonia e all’alta Italia; incursioni contrastate a fatica da eserciti romani allestiti alla bell’e meglio. La medesima sorte toccò poco dopo anche all’Asia Minore e alla Grecia, tanto che il giovane Gallieno, imperatore tra il 253 e il 268, si vide costretto ad abbandonare la difesa avanzata in favore di quella arretrata. Gravi furono le conseguenze di quella scelta: se in precedenza gli abitanti delle regioni a ridosso dei limes erano in qualche modo protette, da quel momento finirono con il trovarsi in piena zona di guerra. Una situazione che si acuí progressivamente provocando il crescente esodo di quei malcapitati. Sotto il profilo strettamente tattico, la difesa arre-


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TECNOLOGIA MEDIEVALE sin dalla preistoria e nella sua razionale costruzione dagli inizi della nostra era, soltanto nel Medioevo divenne un congegno imprescindibile, ruolo mai piú dismesso. Simile è il caso del mulino idraulico, conosciuto e usato dai Romani, come pure del ferro di cavallo: solo nel Medioevo, però, entrambe le invenzioni ebbero un impiego talmente vasto da farle ritenere quasi come sue peculiari invenzioni. Nell’età di Mezzo, insomma, fino all’avvento rivoluzionario della povere pirica, la tecnologia non incrementa in modo significativo il suo patrimonio culturale e, per contro, spende oculatamente quello accumulato nel passato. La storiografia di settore ha finito per ravvisare in questa peculiarità una connotazione preminente rispetto alla mera invenzione, finendo perciò per considerarla l’indiscussa origine. Si tratta senza dubbio di un artificio culturale al quale, tuttavia, è coerente attenersi. Scriveva al riguardo Jacques Le Goff: «L’interesse fecondo per la storia delle tecniche ha spinto i numerosi ammiratori del Medioevo anche a dotare quest’epoca di una genialità inventiva che non troverebbe

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Presentazione confronto con nessun altro periodo della storia (...) Ma vorrei che si riconoscesse, come dimostrava Marc Bloch, che il Medioevo ha diffuso, e lo si vedrà, piuttosto che inventato delle tecniche. D’altronde questo è per lo storico un fenomeno di gran lunga piú importante e piú significativo dell’evento spesso effimero di un’invenzione isolata, oggetto di curiosità e non di storia, poiché il vero oggetto storico deve, se non sconvolgere, per lo meno cambiare con la sua azione in estensione e in profondità le strutture di una società».

Diffusione orizzontale

Al di là della significativa distinzione fra invenzione originale e adozione generalizzata, se ne ravvisa un’altra, non meno rilevante, circa la modalità di propagazione di una qualsiasi invenzione, sicuramente attiva anche in età classica, ma in maniera del tutto diversa. La diffusione della tecnologia medievale, infatti, potrebbe considerarsi di tipo orizzontale, cioè di massa, a differenza della piú antica, che è di tipo verticale, cioè d’élite. Una dif-

Sulle due pagine progetti per una torre semovente con la quale attaccare una fortificazione (a destra) e per una bombarda di grosso calibro per tiri a lunga gittata, illustrazioni di Matteo de’ Pasti per un’edizione del De re militari di Roberto Valturio. 1470. Padova, Biblioteca Capitolare.


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LO SVEGLIARINO MONASTICO

«Fratelli, è ora di pregare...»

Quando le Regole monastiche fissarono i tempi da dedicare alla preghiera, i religiosi e le religiose dovettero far fronte alla necessità di rispettare gli appuntamenti fissati nel corso del giorno e... della notte. Un’esigenza che, nel XIII secolo, portò alla fabbricazione degli svegliarini, antesignani dei moderni orologi

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er circa sette secoli e fino a pochi decenni or sono,il tic tac è stato sinonimo di orologio, percezione sensoriale del continuo fluire del tempo, verificato di tanto in tanto portando all’orecchio il piccolo congegno che regola i nostri giorni col suo incedere. Paradossalmente, alla nascita era molto piú grande e non serviva di giorno, dal momento che il sole col suo corso apparente ne suggeriva il trascorrere insieme alla fame. Di notte, invece, cessavano entrambi i riferimenti e, poiché non tutti potevano dormire, si avvertí l’esigenza di valutare con discreta precisione il passare delle ore, in ambito militare e religioso. Vigilia, infatti, fu definito il turno di guardia notturno speso dalle ronde a perlustrare il perimetro dell’accampamento; veglia, invece, la parentesi notturna spesa dai sacerdoti a pregare. Ambedue le attività erano finalizzate alla salvezza della comunità d’appartenenza, e andavano perciò svolte con la massima dedizione e meticolosità. Notte dopo notte, si avvicendavano le ronde e le salmodie, che, per avere le medesime scansioni, richiesero un idoneo segnatempo, cioè un congegno in grado di quantizzare e rendere misurabile una realtà astratta come il tempo. Le soluzioni escogitate furono sempre ricavate per analogia – come ancora lo sono – con il di-

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panarsi di fenomeni fisici noti e ripetibili; nettamente diverso, invece, fu il sistema adottato per produrli, contemplando il defluire dell’acqua da un recipiente, il consumarsi di una candela o lo scendere di un peso, solo per menzionare i piú frequenti. Nei corpi di guardia legionari ben presto fu adottata una clessidra per i turni di ronda: strumento ideale per lo scopo, poiché non indica l’ora, ma la durata di un intervallo, simile a un nostro cronometro sportivo.

Sveglia nel cuore della notte

Il problema della determinazione dell’orario notturno si ripresentò ai monaci nel Tardo Medioevo, i quali, a differenza dei legionari, non avevano interesse a conoscere la durata della veglia, determinata dalla preghiera, ma il suo inizio nel cuore della notte. Occorreva, pertanto, uno strumento in grado di svegliarli. Certamente esistevano orologi ad acqua in grado di battere le ore, ma erano estremamente complessi, costosi, poco affidabili e dal suono flebile: occorreva invece un congegno robusto, semplice, relativamente economico e, soprattutto, dal suono squillante, capace di destare dal sonno profondo. In pratica una sveglia, diffusa dalla squilla per antonomasia, una campanella bronzea: questo il criterio informatore dello

In alto uno dei primi svegliatori monastici. Nella pagina accanto Mantova. La Torre dell’Orologio, costruita nel 1472 su progetto di Luca Fancelli e dotata, nel 1473, dell’orologio tuttora visibile realizzato da Bartolomeo Manfredi, in grado di segnalare le fasi lunari, i giorni adatti per moltissime attività lavorative e la posizione del sole nei segni zodiacali.


TECNOLOGIA MILITARE

SPADE E PUGNALI

In due per l’arma perfetta


Se già l’uso del ferro aveva nettamente migliorato l’efficienza delle armi bianche, l’introduzione dell’acciaio fece compiere un ulteriore salto qualitativo. Fino a raggiungere condizioni ottimali con l’impiego combinato del primo e del secondo

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uando l’uso del ferro, per la sua superiore durezza e abbondanza in natura, soppiantò quello del bronzo nella fabbricazione delle armi, il nome di quel metallo si fece sinonimo di tutti gli strumenti da offesa e da difesa individuali. Cuspidi di lance, spade, pugnali e persino il semplice coltello, promossi ad attrezzi del mestiere di guerriero, divennero i «ferri» per antonomasia, e il binomio «ferro e fuoco» stigmatizzò le due estrinsecazioni piú cruente dei conflitti. Uscendo dal generico, si distinsero armi da taglio – quali spade, sciabole, scimitarre, asce e coltelli, lame che, munite di uno o due bordi affilati, erano in grado di infliggere ampie ferite e gravi amputazioni – o da punta, come lance, stocchi, punteruoli, stiletti, misericordie, pugnali e, buon ultime, baionette, armi prive di fili laterali, ma dotate di punta acuminata, capaci di causare lesioni profonde penetrando anche le cotte d’acciaio. Si distinsero ancora in lunghe, medie e corte, in base alla diversa lunghezza delle rispettive lame – compresa fra il metro abbondante delle seconde, la trentina di centimetri delle terze – e dei relativi manici delle prime, che, a loro volta, andavano dal mezzo metro delle asce agli oltre cinque delle picche. Fra gli estremi, le armi individuali, usate abitualmente nei combattimenti dalle milizie e perciò reputate leali, a differenza delle corte, molte delle quali essendo occultabili fra i vestiti erano considerate insidiose. Connotazioni tanto diversificate per forma e dimensione sottintendevano altrettante divergenze d’impiego nel combattimento, tanto che, se una spada consentiva di battersi con un avversario a breve distanza dal proprio corpo, una corta, invece, implicava uno stretto contatto fisico. Ambiti decisamente antitetici, che si avvicendavano nel corso dei confronti come altrettante fasi successive, il cui fattore comune era il progressivo decrescere delle distanze, poiché si passava dal cimento con le lance in resta a quello con le spade, per finire con i pugnali, quali che fossero.

A destra spada da conestabile (uno dei grandi ufficiali della corona di Francia) con il suo fodero. Produzione francese, 1480 circa. Parigi, Musée de l’Armée. Si tratta di un’arma da parata, quasi del tutto priva dei requisiti richiesti per un ferro utilizzabile in combattimento. Nella pagina accanto miniatura raffigurante il minnesänger Corrado di Hohenburg, che, con la spada sguainata, si lancia all’inseguimento di un nemico, dal Codice Manesse. 1300-1340 circa. Heidelberg, Biblioteca Universitaria. Tecnicamente, quindi, si andava dagli iniziali ferri lunghi a quelli corti finali, fase che coincideva con la conclusione spesso mortale della contesa: da cui l’espressione di essere ormai «ai ferri corti», ovvero al momento piú violento e letale del combattimento.

Opposte esigenze d’impiego

Prima di approfondire alcuni aspetti dell’impiego dei ferri lunghi, medi e corti, s’impone una breve digressione sulle peculiarità tecnologiche e metallurgiche delle lame nell’ultimo scorcio del Medioevo. Per i fabbri che sin dall’antichità si cimentarono con la produzione di lame, il massimo problema da superare derivava dalle opposte esigenze d’impiego, notificate dal mondo militare. La lama, soprattutto se lunga, doveva risultare abbastanza dura da riuscire a penetrare o a tranciare scudi e corazze senza deformarsi e, al contempo, anche abbastanza elastica dal sopportare gli urti piú violenti e le sollecitazioni piú gravi senza danneggiarsi, cioè senza compromettere la sua parte tagliente, o filo. La durezza si otteneva temprando acciai a basso contenuto di carbonio, tra lo 0,7 e lo 0,8%, ovvero riscaldandone la verga al calore bianco per poi immergerla nell’acqua o in soluzioni liquide di varia natura, incrementandone cosí la rigidità. La lama risultava perciò di gran lunga piú dura che in precedenza e manteneva bene il filo, ma, come ben sapevano sia i fabbri TECNOLOGIA MEDIEVALE

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TECNOLOGIA MILITARE

Balestra

LA DIFESA PIOMBANTE E IL BALESTRONE DA POSTA 1

Qui accanto ricostruzione virtuale di apparato a sporgere posticcio in legno, atto alla difesa piombante. Constava di travi di legno, infisse in buche pontaie, sorreggenti i tavoloni dell’impiantito fra i quali, dietro le schermature, si aprivano le piombatoie, da cui venivano fatti cadere sassi e liquidi ustori sugli attaccanti. 1. Copertura di tavoloni spioventi, posti sopra l’incastellatura a sbalzo dell’apparato a sporgere posticcio. La sua funzione era quella di proteggere dalle palle e dai dardi, scagliati da molto lontano, che cadevano con traiettoria quasi verticale. 2. Merlatura di tipo arcaico costruita a filo, cioè senza fuoriuscire in aggetto sul muro sottostante, disposizione che frustrando un’efficace difesa piombante, rese necessario un apparato a sporgere posticcio. A destra miniatura raffigurante una battuta di caccia alla gru condotta da un personaggio che imbraccia una balestra, da un’edizione del Theatrum Sanitatis. XIV sec. Roma, Biblioteca Casanatense.

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A sinistra ricostruzione di un balestrone da posta basata sull’esemplare disegnato dell’architetto e storico dell’arte francese Eugène Viollet-Le-Duc. Per le sue notevoli dimensioni, non poteva essere caricato con un semplice verricello, ma richiedeva l’impiego di due cremagliere trascinate da due opposte coppie d’ingranaggi. Sempre per la grandezza, la punteria poteva avvenire soltanto agendo sulla coda dell’arma mediante un dispositivo a vite, sistema che sarà ripreso anche nelle artiglierie a polvere. 3. Le matasse nervine erano portate alla giusta tensione di torsione da due coppie di leve inserite nelle loro spire e bloccate da apposite funi. A suggerirne l’adozione fu la constatazione che raramente la siderurgia dell’epoca garantiva semi-balestre di pari elasticità. 4. Ancoraggio della matassa nervina che compensava le differenti elasticità delle opposte semi-balestre d’acciaio a piú foglie sovrapposte, frenate a loro volta contro i montanti dell’arma. 3 5

Il nome «balestra» discende da balla, cioè dalla sfera di pietra che veniva utilizzata come proietto

A destra ricostruzione virtuale di una delle due scatole di ingranaggi riduttori per il trascinamento delle cremagliere di caricamento del balestrone da posta. Scatole analoghe, piú piccole e singole, vennero adottate anche su balestre del XIV-XV sec. 5. La leva di caricamento del balestrone è una manovella ormai perfettamente definita, organo che, non a caso, viene ritenuto di epoca medievale. In realtà, a questo periodo storico va ascritto

soltanto il suo perfezionamento. 6. I denti degli ingranaggi del riduttore sono ancora triangolari, connotazione arcaica e di rapida usura per l’eccessivo gioco. Piú interessante il rocchetto che impegna con i suoi denti cilindrici la cremagliera. 7. Il riduttore è alloggiato in una scatola di lamiera che lo preserva dalla corrosione e dal rischio di incepparsi per frammenti finiti fra i denti degli ingranaggi, evento non raro nel corso dei combattimenti.

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ARCHITETTURA

A sinistra San Felice a Cancello, Caserta. I resti del castello federiciano, per il quale furono sperimentate soluzioni architettoniche e ingegneristiche insolite rispetto allo schema canonico delle fortificazioni sveve. In particolare, la disposizione delle torri permetteva l’accentuazione della difesa attiva, che aumentava sensibilmente l’area che gli assediati potevano agevolmente interdire in caso di attacco. Nella pagina accanto miniatura raffigurante Federico II di Svevia, dal Libro dei Privilegi della città di Palermo. XIII sec. Palermo, Biblioteca Comunale.

LE FORTIFICAZIONI

Imbattibili bersagli Insieme alle armi e alle macchine d’offesa progredí anche l’evoluzione delle opere di difesa. E cosí, pur non potendo garantire l’inespugnabilità assoluta, spesso si progettarono strutture di eccezionale efficacia, come il castello federiciano di San Felice a Cancello, presso Caserta

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n prima approssimazione, una fortificazione tende a fornire una superficie interna non raggiungibile da eventuali aggressori, né direttamente, né indirettamente, ovvero con il tiro delle armi. Può essere perciò assimilabile a un anello murario continuo, passivo, penetrabile soltanto dalla porta, perlopiú di dimensioni ridottissime. Definiti questi termini elementari, che coincidono con gli archetipi nei quali non sussisteva alcuna differenza significativa tra la facciata interna ed esterna del muro, va sottolineato che tale simmetria cessò presto, perché se ne strutturarono l’estradosso, per renderne ardua la scalata agli assedianti, e l’intradosso, per agevolarla agli assediati, che dalla sua sommità


ARCHITETTURA

Merlature

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e etimologie sono molteplici, ma nessuna aiuta a chiarire perché furono chiamati «merli» i rialzi sui parapetti a distanza regolare: fra le piú probabili, vi è mergula, denominazione latina della forca, con uno o piú rebbi. Per i Romani si chiamarono pinnae, con una piú puntuale aderenza al loro ergersi su un profilo orizzontale. Di certo la merlatura ha talmente caratterizzato l’architettura difensiva, dal suo debutto intorno al III millennio a.C. fino alla metà del XVI secolo, da diventarne l’emblema. La sua storia è semplice: per evitare che gli assediati, schierati sulle mura, costituissero un comodo bersaglio per i tiri delle fionde e degli archi degli assedianti, la cortina esterna s’innalzò sino all’altezza del petto – da cui «parapetto» – consentendo di defilarvisi dietro. Dovendo, però, reagire con tiri verso la campagna (ficcanti), e verso il basso (piombanti), occorreva sollevarsi sul parapetto per saettare o sporgersi per lasciar cadere massi, azioni troppo lunghe per uscirne indenni.

I MERLI: UN ESPEDIENTE PER PROTEGGERE ARCIERI E BALESTRIERI

La muraglia del faraone

La contromisura scaturí dalla constatazione che tra il fare capolino e l’essere colpiti intercorrevano pochi istanti, sufficienti tuttavia a reagire, a patto di essere già pronti a farlo, avendo spiato il bersaglio, in piedi e con l’arco in tensione, da dietro un sottile ed elevato riparo. Da simili ripari nacque la merlatura, agli albori della storia in Mesopotamia e in Anatolia, sebbene il frammento piú antico di cui disponiamo si trovi a Tebe, sulle mura merlate e turrite fatte erigere a Medinet Habu da Ramesse III, faraone della XX dinastia (1184-1153 a.C.). A partire da quella, tutte le maggiori costruzioni difensive furono merlate, tanto che Filone di Bisanzio, fra i massimi trattatisti dell’architettura militare, prefigurando pure per gli edifici civili un ruolo ostativo, in caso di aggressione nemica, suggerí di «coronare di merli le case private prospicienti la cerchia [quelle] situate ai margini degli spazi liberi [e] quelle lungo le strade principali [sempre] alla stessa maniera». I Romani sui loro limites fortificati, come i Cinesi sulla Muraglia, resero canonico l’impianto della merlatura, standardizzando le dimensioni del singolo elemento. Le Mura Aureliane di Roma (270-273), per esempio, hanno un parapetto di 1 m circa, con merli, a intervalli regolari, di due tipi: il primo alto 60 cm e largo 45, per interassi eccedenti i 3 m; il secondo (posteriore, in quanto appartenente alla ricostruzione di 114

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In alto ricostruzione di merlatura a filo con merli a coda di rondine. Il curioso profilo, definito di appartenenza ghibellina, offriva un leggero vantaggio rispetto a quello coevo squadrato, definito a sua volta guelfo, consentendo al difensore e, in particolare all’arciere, una migliore visibilità del terreno sottostante a parità di defilamento.


Qui accanto Carcassonne (Francia). Veduta dell’apparato a sporgere posticcio ricostruito in occasione dei restauri avviati nel 1853 dall’architetto Eugène Viollet-le-Duc.

A sinistra ricostruzione della merlatura a filo con profilo superiore e dell’intermerlo sfuggente e balestriere cruciformi. Ampliato il retrostante camminamento di ronda mediante ballatoio a sbalzo ligneo, per consentire ai balestrieri di restare appostati dietro i merli, con l’arma pronta a tirare, anche a lungo senza per questo intralciare il movimento dei difensori.

Massenzio, 278-312) piú grande, alto 90 cm e largo 75, con interesse oscillante fra 75 e 150 cm. Quale ne fosse l’entità lo testimonia la presenza, lungo i 19 km della cerchia, di ben 7000 merli, sempre – come tutti i predecessori – rigorosamente a filo, cioè senza alcun aggetto o sporgenza rispetto alla cortina sottostante.

Un’efficace protezione passiva

Con il Medioevo e il relativo proliferare della fortificazione, i merli si differenziarono e si fecero piú evoluti, soprattutto dopo il XII secolo per rispondere all’accresciuta potenza delle armi manesche da lancio, archi e balestre. Merli rettangolari, separati da un intermerlo di uguale larghezza, connotarono la merlatura guelfa, mentre quella ghibellina li ebbe delle stesse dimensioni, ma sagomati superiormente a coda di rondine. Garantivano un’efficace protezione passiva, e in diversi casi persino parzialmente attiva, grazie alle sottili saettiere ricavate nel loro corpo, che in opere piú tarde, divennero le feritoie cruciformi per balestre. Per alcuni studiosi, tuttavia, già con la sua presenza, la merlatura forniva una potenziale, seppure estrema, difesa attiva, poiché era possibile farla crollare sugli assalitori, amplificando in tal modo la difesa piombante che, paradossalmente, ne impose la trasformazione. La TECNOLOGIA MEDIEVALE

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IL PONTE LEVATOIO

Le due facce della mobilità Considerato come l’accessorio che garantiva l’inviolabilità dei castelli, sbarrandone le porte e trasformando i fossati in ostacoli insormontabili, il ponte levatoio nacque in realtà per ragioni opposte: in origine, infatti, costituiva il logico complemento delle torri d’assedio, ideato per scavalcare le difese nemiche

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ella nostra esistenza quotidiana ci serviamo di molti congegni inventati, o diffusi, nel Medioevo, quali, per esempio, la manovella o il caminetto domestico. Tuttavia nessuno di essi si ritrova ancora utilizzato in architettura, sugli autocarri, sui traghetti, sugli aerei e persino sugli elicotteri, tranne uno: il ponte mobile, il cui archetipo, pur perdendosi nella notte dei tempi, con lievi modifiche e l’etichetta di «ponte levatoio», conobbe la massima adozione proprio nell’età dei castelli, dei quali costituí un accessorio immancabile. Dal punto di vista tecnico, si definisce tale una struttura di collegamento impiegata per garantire una continuità di transito, in modo non stabile, ma discrezionale e discontinua. Per quanto strano possa sembrare, il portellone che abbattono i traghetti sul molo per far entrare o uscire i veicoli è un ponte levatoio e funziona esattamente come quello incernierato davanti alle porte delle fortificazioni: non scavalca l’acqua torbida del fossato, ma quella salata del

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mare. Un discorso simile, nella sostanza, vale anche per le rampe di carico usate dagli aerei cargo e da trasporto militare, cosí come dai grandi elicotteri da trasporto CH 47 Chinook.

Precedenti preistorici

Applicazioni che testimoniano la lunga vicenda di una idea concepita forse già in età preistorica. Almeno dal punto di vista concettuale, infatti, l’embrione del ponte levatoio può essere individuato nell’espediente adottato dagli allevatori neolitici che si stabilirono nell’area del Tavoliere apulo-materano, dando vita agli insediamenti che gli studiosi hanno definito «trincerati». Si tratta di villaggi la cui area è appunto circoscritta da fossati che, secondo una delle ipotesi piú probabili, avevano anche lo scopo di impedire la fuga del bestiame allevato. E che, quando si voleva uscire dall’abitato, venivano superati per mezzo di passerelle mobili. Il ponte amovibile, cioè che poteva essere levato, debuttò cosí agli albori della storia,

In alto ricostruzione grafica di una elepoli semovente con ponte levatoio abbassato. Nella pagina accanto il mese di Luglio, miniatura dalle Très Riches Heures du Duc de Berry, libro d’ore commissionato dal duca Jean de Berry ai fratelli Limbourg. 1412 circa-1416. Chantilly, Musée Condé. Al castello raffigurato, l’antico Château de Poitiers, si accedeva attraverso un ponte levatoio e una passerella di legno.


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