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Medioevo Dossier n. 19, Marzo 2017

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MEDIOEVO DOSSIER

EDIO VO M E Dossier

FEDE, POLITICA E CROCIATE: L’ INARRESTABILE ASCESA DEI PONTEFICI DA GREGORIO MAGNO AD ALESSANDRO VI

UOMINI DI DIO € 7,90

UOMINI DI DIO

N°19 Marzo 2017 Rivista Bimestrale

IN EDICOLA IL 21 FEBBRAIO 2017 My Way Media Srl - Poste Italiane Sped. in A.P. - D.L. 353/2003 conv. L. 46/2004, art. 1, c.1, LO/MI.


UOMINI DI DIO

TUTTI I PAPI DEL MEDIOEVO a cura di Francesco Colotta 6 Presentazione L’imperatore di Dio 8 Gregorio I Magno L’uomo nuovo

72 Innocenzo III Il «papa-sole»

18 Leone III Il patto di ferro

82 Celestino V Gli enigmi dell’eremita

28 Silvestro II La leggenda del papa mago

90 Bonifacio VIII Sono io l’imperatore

di Francesco Colotta

di Francesco Colotta

di Francesco Colotta

di Domenico Caiazza

di Massimo Oldoni

di Agostino Paravicini Bagliani

38 Gregorio VII Il profeta della riforma

106 Benedetto XI Il vendicatore sottomesso

56 Urbano II «Dio lo vuole»

116 Pio II In nome dell’«uomo re»

64 Pasquale II Il grande pacificatore

124 Alessandro VI Una pietra divina

di Agostino Paravicini Bagliani

di Francesco Colotta

di Francesco Colotta

di Francesco Colotta

di Francesco Colotta

di Massimo Miglio e Anna Maria Oliva


L’IMPERATORE DI DIO «I

l vero imperatore è il papa». La citazione, contenuta nel commentario anonimo del XII secolo Summa Parisiensis, tratteggia un profilo a tinte forti del pontefice medievale. La conquista di una posizione dominante sulle istituzioni temporali da parte di chi allora sedeva sul trono di Pietro fu, però, il risultato di un’ascesa lenta che, nell’Alto Medioevo, sembrava impensabile. Fino alla prima metà dell’XI secolo, il papa non riusciva ad avere il pieno controllo nemmeno della Chiesa, della quale era solo il vescovo piú illustre, con una carica quasi onorifica: lontano da Roma, infatti, le sedi vescovili seguivano spesso una linea autonoma che poteva anche contraddire le direttive del pontefice. Solo con l’avvento di Gregorio VII il papato rafforzò la sua dimensione centralista, con l’ambizione di diventare un organismo di tipo monarchico nell’ambito della propria giurisdizione spirituale. In seguito, grazie al concordato di Worms (accordo stipulato il 23 settembre 1122 tra l’imperatore Enrico V e papa Callisto II, con cui si pose termine alla lotta fra papato e impero per le investiture: distinguendo tra investitura episcopale e investitura feudale, si convenne che la prima, conferita con anello e pastorale, spettasse esclusivamente al papa o a un suo rappresentante, mentre la seconda, conferita con lo scettro, competesse all’imperatore, n.d.r.), il papa si trovò in dote il dominio assoluto sulla cristianità, con la benedizione dell’impero che di lí a poco, però, avrebbe subito un ridimensionamento della propria autorità a opera della stessa Chiesa di Roma. Ma che cosa spinse i pontefici dell’età di Mezzo alla grande scalata al potere temporale? Non certo solo l’ambizione o un calcolo strategico, ma anche la necessità di riproporre nel corso della storia «l’incarnazione della Fede», rifiutando quelle tesi esclusivamente «spirituali» della funzione ecclesiale che in seguito ispirarono, per esempio, Celestino V, l’uomo del «grande rifiuto». I papi che ambivano al controllo del potere imperiale furono spesso definiti semplicisticamente «teocratici», senza


una rigorosa indagine sulla reale natura del loro progetto politico. Attraverso il governo laico, i successori di Pietro volevano, in sostanza, essere presenti nel loro tempo, immergendo la vocazione al trascendente in uno scenario in cui si decidevano davvero i destini dei propri fedeli. Senza cadere, però, nella tentazione di riprodurre i vizi tipici delle corti imperiali. Non a caso, due grandi teocrati come Innocenzo III e Gregorio VII si batterono strenuamente per liberare la Chiesa dalla corruzione e dalla secolarizzazione, propugnando forme di rigore morale di chiara derivazione mistica. La politica, per i pontefici, non era una materia sconosciuta. Fin dal V secolo avevano dovuto occuparsene, loro malgrado, in seguito al declino dell’autorità imperiale, nel periodo in cui infuriavano le invasioni barbariche: incombenze come l’amministrazione della giustizia, il trattare con nemici quali gli Unni e i Goti o il procacciare viveri per la popolazione rappresentarono in quel periodo un impegno pressoché costante per il vescovo di Roma. I vari pontefici lo assolsero con cognizione di causa, grazie alla loro provenienza da ambienti aristocratici, nei quali avevano appreso l’arte della gestione del governo temporale. Con l’invasione longobarda, un secolo dopo, il papato si trovò obbligato a firmare un’alleanza con il regno dei Franchi. Quell’atto fu il primo vero salto di qualità politico per i pontefici, i quali, appoggiandosi a un nuovo, forte impero assunsero maggior influenza sulla Chiesa Occidentale e piú autorevolezza anche nelle questioni secolari. Per giustificare il proprio diritto di governo, i papi cominciarono a utilizzare in quel periodo un falso documento apocrifo, il Constitutum Constantini, secondo il quale l’imperatore Costantino I aveva assegnato loro in età antica la sovranità sull’Impero Romano d’Occidente. Solo con Gregorio VII prese definitivamente forma il progetto di «papa-imperatore», padrone della cristianità investito direttamente da san Pietro e supervisore anche del potere politico. Grazie al contributo di Bernardo di Chiaravalle il progetto «assolutista» si affinò anche dal punto di vista dottrinale, giungendo alle estreme conseguenze: il papa traeva il proprio potere direttamente dal Messia (come Vicarius Christi), non piú solo da san Pietro, ed era ingiudicabile da qualsiasi autorità. Il pontefice, in pratica, gestiva il proprio mandato come lo avrebbe fatto Cristo in persona, anche se si occupava troppo spesso di questioni di mera natura giuridicoamministrativa. Nemmeno Federico Barbarossa, con i suoi sogni di restaurazione del Sacro Romano Impero a guida secolare, riuscí a fermare l’attuazione dell’ambizioso disegno del papato, che trovò la sua formulazione piú compiuta in Innocenzo III. Con lui il conferimento del potere all’imperatore rappresentava una sorta di «favore apostolico» diretto a un mero funzionario della cristianità, a un «dipendente». Il declino del primato temporale del papa, dopo lo scontro con Federico II, coincise con il proliferare delle moNella pagina accanto Firenze, basilica di S. Croce, Cappella Bardi di Vernio. Papa Silvestro I ritratto in una delle scene che compongono il ciclo con storie della sua vita affrescato da Maso di Banco. L’opera venne ultimata dall’artista poco dopo il 1340.

narchie nazionali in Europa. La Chiesa si era appoggiata al sistema imperiale per estendere il suo controllo territoriale e si trovava all’improvviso obbligata a trattare singolarmente con una pluralità di interlocutori. L’ascesa della borghesia, inoltre, comportò un processo di progressiva laicizzazione del potere politico, rendendolo spesso insensibile alle direttive provenienti da un’autorità spirituale. Dopo il tentativo di ritorno allo splendore perduto, operato da Bonifacio VIII, i pontefici cercarono, senza fortuna, di rallentare l’inevitabile inversione di tendenza del rapporto di forza tra papato e potere dei sovrani. Lo fece Clemente V, per esempio, che riuscí a non far condannare post mortem Bonifacio dal re francese Filippo IV il Bello, temendo di veder cancellato il principio della «ingiudicabilità del papa». Il declino, a ogni modo, si stava già compiendo. Fu proprio il regno d’Oltralpe a segnare il definitivo distacco della Chiesa dai fasti universalistici. Lo spostamento della sede del papato da Roma ad Avignone, nel XIV secolo, contribuí a provincializzare la figura del pontefice, riducendolo a referente del monarca di Francia e a titolare di un virtuale potere centrale sulla Chiesa. Il papa, per lungo tempo padrone assoluto della comunità dei cristiani, fu spogliato della sua identità di «monarca» e tornò a essere solo il vescovo di Roma, garante del depositum fidei. Figure di sterili «papi re», contemporanee all’incedere del Rinascimento, non incisero in un processo ormai avviato di distribuzione in senso orizzontale del potere ecclesiastico, che vide crescere d’importanza il concilio e il collegio dei cardinali. Anche i fedeli sembravano non subire piú il fascino del grande capo della Chiesa, aderendo invece a quella visione individualistica del rapporto tra credente e Dio, senza piú la mediazione dell’autorità ecclesiastica. Il Medioevo volgeva al tramonto con la scomparsa della personalizzazione dell’apostolato della Chiesa in una sola figura: quel pontefice, che qualora consacrato in modo canonico diventava «senza dubbio santo per i meriti del beato Pietro», come teorizzato da Gregorio VII. Una santità automatica, garantita dalla carica rivestita, che prescindeva anche da possibili malefatte compiute: «Gli eccessi e i crimini non tolgono nulla ai papi della santità e del potere insiti nella loro carica», sentenziava il Corpus Iuris Canonici nel XII secolo. Il Medioevo dei papi, tuttavia, non fu soltanto il lungo racconto di una vocazione gerarchica, lo spegnersi di un sogno teocratico e lo scatenarsi della repressione dell’eresia. A suo modo può essere definito anche un passo verso la modernità. Alcuni pontefici recepirono, per esempio, le istanze provenienti dal basso per una maggiore moralità di costumi da parte del clero e sostennero, seppur con alti e bassi, gli Ordini monastici. Altri diedero impulso alla diffusione della cultura, contribuendo in modo determinante alla nascita e allo sviluppo delle prime università: il clima era propizio anche in virtú del dominio incontrastato in campo teologico e filosofico della Scolastica, con il suo tentativo, forse insuperato, di conciliare scienza e fede. PAPI DEL MEDIOEVO

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PAPI DEL MEDIOEVO

Gregorio VII

La basilica e i palazzi del Laterano 1. La chiesa intitolata a san Giovanni sorse a opera dell’imperatore Costantino all’indomani dell’editto di tolleranza in un’area marginale della città antica, il Campus Lateranensis (già Horti Laterani), su terreni di proprietà imperiale, a ridosso delle Mura Aureliane. L’interno è a pianta basilicale a cinque navate, divise da colonne. L’aspetto attuale è frutto dei restauri eseguiti, alla metà del XVII sec., da Francesco Borromini. La facciata, realizzata su progetto di Alessandro Galilei, risale invece al 1732. 2. Il Palazzo Lateranense, edificato a pianta quadrata secondo il progetto di Domenico Fontana (1586-1589), fu costruito da Sisto V (1520-1590), in sostituzione dell’antico Patriarchio, distrutto da un incendio nel XIV sec.

3. La Loggia delle Benedizioni fu costruita da Domenico Fontana nel 1586, sul lato meridionale della piazza, in contiguità con il Palazzo Lateranense. La facciata è aperta da cinque arcate di travertino su due ordini ed è coronata da una balaustra. I due campanili gemelli sono del XlII sec., mentre le cuspidi furono aggiunte intorno al 1370.

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4. Il Battistero di S. Giovanni in Fonte, eretto da Costantino, ha pianta ottagonale e copertura a cupola. Sisto lII (432-440) aggiunse l’atrio; a llaro (461-468) e a Giovanni V (640-642) si devono le cappelle. Nel 1540 la cupola fu sostituita dal tiburio, e, nel XVII sec., si ebbero i restauri di Domenico Castelli e Francesco Borromini.

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In alto la pagina della Bibbia di Carlo il Calvo che reca la dedica dell’opera a «rex Carolus» da parte del suo autore, da identificare con un monaco attivo in un monastero di Reims, nel IX sec. Il prezioso volume si conserva oggi a Roma, nell’abbazia di S. Paolo fuori le Mura, alla quale fu probabilmente affidato da Gregorio VII prima della sua fuga a Salerno (1084). dere le proprie origini sociali, il nome di due Romani di antica e nobile stirpe, Alberico e Cencio, con i quali disse di essere stato educato in gioventú «nel palazzo romano».

Allievo di un maestro coltissimo

Ildebrando ricevette dunque la sua formazione nella prestigiosa scuola presso il Palazzo lateranense, tenuta dai canonici della basilica di S. Giovanni, ed ebbe come maestro il coltissimo Lorenzo arcivescovo di Amalfi. Molto meno sicura è invece la notizia secondo cui Ildebrando sarebbe stato educato da uno zio, abate di S. Maria del Priorato sull’Aventino. Molti anni piú tardi, in occasione del sinodo quaresimale del 7 marzo 1080, il papa ebbe a precisare di avere ricevuto gli ordini minori «non volentieri». PAPI DEL MEDIOEVO

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INNOCENZO III

Il «papa-sole» Con Innocenzo III, eletto al soglio di Pietro nel 1198, il disegno teocratico papale assume una delle espressioni piú aggressive: il potere regio viene declassato a istituzione sterile, che vive solo di luce riflessa anche nelle questioni politiche. Negli anni del suo pontificato, Lotario dei conti di Segni si batté duramente contro ogni forma di eresia e si fece promotore della quarta crociata

Nascita

Gavignano o Anagni, 1160

Pontificato 1198-1216

Morte

Perugia, 16 luglio 1216

di Francesco Colotta

Sepoltura

I

cardinali si riuniscono in tutta fretta la sera, appena qualche ora dopo la morte di Celestino III. Si ritrovano nel Septizonio, un edificio-fortezza a piú piani situato ai margini del Palatino. Aprono un conclave storico, che per la prima volta prevede l’utilizzo delle schede per la votazione. Schede che, alla fine della conta, verranno bruciate, per ragioni di segretezza e per impedire al neopontefice di prendere nota dei nomi degli ecclesiastici che non gli avevano accordato fiducia. La fumata bianca arriva subito: quasi all’unanimità, l’8 gennaio 1198, i cardinali eleggono Lotario dei conti di Segni, che prende il nome di Innocenzo III. Anche il nuovo titolare della cattedra di Pietro non si perde in indugi: già pochi mesi dopo l’elezione, vuole lasciare il segno con un attacco frontale al potere imperiale. Il 30 ottobre vara la bolla Sicut universitatis conditor, un vero e proprio inno alla teocrazia. Innocenzo appare assai determinato nel suo radicale proponimento di rovesciare i rapporti di forza che in quel periodo dominavano il mondo: «Cosí, come la luna riceve la sua luce dal sole e per tale ragione è inferiore a

Nome

Lotario dei conti di Segni

Roma, basilica di S. Giovanni in Laterano Nella pagina accanto Subiaco, monastero del Sacro Speco, Chiesa Inferiore. Affresco che ritrae papa Innocenzo III. XIII sec. Il cardinale Lotario dei conti di Segni era nato a Gavignano, nei pressi di Roma, nel 1160. Quando, alla morte di Celestino III, salí al soglio pontificio, aveva meno di quarant’anni. Era il 1198 e, per la prima volta, i cardinali riuniti in conclave utilizzarono le schede per esprimere il proprio voto.

lui, per quantità e qualità, dimensione ed effetti, similmente il potere regio deriva dall’autorità papale lo splendore della propria dignità, e quanto piú è con essa a contatto, di tanto maggior luce si adorna, e quanto piú ne è distante, tanto meno acquista in splendore».

Un decisionista ambizioso

Di ascendenza nobile, Innocenzo III nacque nel 1160 vicino Roma, a Gavignano. Venne elevato a cardinale dallo zio, Clemente III, e si distinse fin da giovane per doti intellettuali fuori dal comune. Prima di diventare papa scrisse il saggio De contemptu mundi, un violento manifesto «ascetico» che invitava al disprezzo totale per il mondo e per i vizi umani: «L’uomo è putredine e il verme è il figlio dell’uomo (…) L’uomo viene concepito dal sangue putrefatto per l’ardore della libidine, e si può dire che già PAPI DEL MEDIOEVO

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BENEDETTO XI

Il vendicatore sottomesso Il domenicano Benedetto XI gestí la difficile eredità del suo predecessore, Bonifacio VIII, con una politica arrendevole nei riguardi del regno di Francia. Ma nel suo pontificato diede anche prova di coraggio e determinazione, processando piú volte i responsabili dello «schiaffo di Anagni»

Nome

Niccolò Boccasini

Nascita

Treviso, 1240

Pontificato 1303-1304

Morte

Perugia, 7 luglio 1304

Sepoltura

Perugia, basilica di S. Domenico

di Francesco Colotta

N

iccolò Boccasini, il futuro Benedetto XI, nacque nel 1240 a Treviso e, rimasto orfano di padre, visse praticamente sempre nel convento presso il quale la madre lavorava come lavandaia. A quattordici anni entrò nell’Ordine dei Domenicani e, nel 1262, si trasferí a Milano, dove conobbe Tommaso d’Aquino e completò la sua formazione culturale. Il ritorno nella sua città d’origine coincise con l’accesso alla docenza teologica, esercitata in seguito anche a Genova. Poco piú che quarantenne, nel 1286, fu eletto provinciale di Lombardia (che all’epoca contava 51 conventi), assumendo cosí il primo incarico di responsabilità anche politica all’interno dell’Ordine. Governò imponendo un certo rigore disciplinare, in base a quanto emerge dalle deliberazioni dei capitoli da lui presieduti, che contengono richiami ai frati su una maggiore fedeltà all’etica conventuale, soprattutto nell’ambito degli studi e della gestione delle finanze. Ben presto, però, emerse la sua linea moderata, che prevalse nella gestione di vicende turbolente come per

esempio quella del convento di Parma, che nel 1287 fu preso d’assalto dalla cittadinanza inferocita in seguito alla condanna al rogo di alcuni eretici da parte degli inquisitori domenicani. Niccolò, con pazienza e abilità, calmò la popolazione e convinse i frati, nel frattempo fuggiti, a tornare nel monastero.

Conflitti politici e religiosi

Nel 1296, in occasione del capitolo generale di Strasburgo, Niccolò venne eletto maestro generale dell’Ordine Domenicano. La nomina cadeva in un periodo particolarmente delicato sia sul versante politico che su quello religioso: in Europa infuriava il conflitto tra Francia e Inghilterra, tra Filippo IV il Bello ed Edoardo I, mentre a Roma il contrasto fra il neopontefice Bonifacio VIII e la potente famiglia dei Colonna sembrava destinato a sfociare in una vera e propria guerra. Il papa appena eletto era infatti un Caetani e aveva favorito l’ascesa dei propri parenti anche attraverso acquisizioni territoriali attuate, sembra, con metodi non del tutto ortodossi.

Nella pagina accanto miniatura raffigurante papa Benedetto XI, da Vaticinia de Summis Pontificibus, una raccolta di testi profetici riguardante i pontefici, a partire da Niccolò III. XVI sec. Città del Vaticano, Biblioteca Apostolica Vaticana.

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Come la maggior parte dei pontefici d’inizio Rinascimento, Alessandro VI, il discusso e dissoluto papa Borgia, concepisce progetti architettonici imponenti, con il chiaro intento di divinizzare la propria personalitĂ

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ALESSANDRO VI

Una pietra divina di Massimo Miglio e Anna Maria Oliva

«M

estre Antoni, murador, ha començat lavorar ací la porta; segons diu, al desseneyo li ha manat vostra santedat. Lavora adagio, e diu és la causa per no haver dinés» («Mastro Antonio, muratore, ha cominciato qui a lavorare la porta; dice, secondo il disegno che gli ha mandato Vostra Santità. Lavora adagio, e dice che la causa è la mancanza di soldi»). Da Castel Sant’Angelo, il 25 novembre 1493, il vescovo di Agrigento, Joan de CastrePinós, scrive ad Alessandro VI, che è a poche centinaia di metri da lui, nei palazzi pontifici, una breve lettera tutta dedicata alla rocca. Sa di scrivere cose che faranno piacere al pontefice. Mastro Antonio lavora alla porta, secondo il disegno inviato dal papa. Non ha altro da scrivere e lo saluta con umiltà. Il vescovo data la sua lettera dal «vostro castel di Sant’Angelo». Precoce interesse per la maggiore struttura difensiva della città di Roma, da parte di un pontefice che conosceva bene i meccanismi di controllo della capitale. Il capomastro, mastro Antonio, impegnato nella realizzazione di una porta, forse Antonio da Sangallo, è sicuramente ben noto al destinatario tanto da non richiedere, a precisazione, un geonimico o un patronimico; poche righe per sottolineare la scelta personale di una committenza che interviene, sembra di capire, non su un elemento della struttura militare, ma su una struttura d’apparato. Una committenza tanto precisa nelle scelte da inviare un disegno. Un corrispondente tanto preoccupato delle attenzioni e delle volontà pontificie, da informare che il capomastro «sembra» stia lavorando secondo le indicazioni del committente.

I castelli del papa

Fortezze «che sieno la briglia e il freno di quelli che disegnassino fare loro contro» (in questo caso, in generale, contro i príncipi), «e avere uno refugio securo da uno subito impeto» (Prin-

Nella pagina accanto Alessandro VI Borgia ritratto in un particolare della Madonna dei Raccomandati, tempera su tavola di Cola da Roma, detto Cola da Orte e Giovanni Antonio da Roma (l’opera intera è riprodotta a p. 126). 1500. Orte, chiesa di S. Silvestro, Museo Diocesano d’Arte Sacra.

Nome

Don Rodrigo de Borja y Doms

Nascita

Játiva, forse 1431

Pontificato 1492-1503

Morte

Roma, 18 agosto 1503

Sepoltura

Roma, chiesa di S. Maria in Monserrato

cipe, cap. XX). Ma Machiavelli rifletteva che «sono dunque le fortezze utili o no, secondo e tempi; e se le ti fanno bene in una parte, ti offendano in una altra. E puossi discorrere questa parte cosí: quel principe che ha piú paura de’ populi che de’ forestieri, debbe fare le fortezze; ma quello che ha piú paura de’ forestieri che de’ populi, debbe lasciarle indrieto». Secondo la riflessione di Machiavelli, i pontefici avevano sempre avuto piú paura dei propri sudditi che delle potenze straniere; e la sua analisi avrebbe potuto essere confortata dall’attenzione pontificia per rocche e castelli, in tempi recenti, cosí come era confortata, per i suoi tempi, dall’esempio di Cesare Borgia e delle sue imprese. PAPI DEL MEDIOEVO

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