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MEDIOEVO DOSSIER
EDIO VO M E Dossier
CAPOLAVORI DELL’ ITALIA MEDIEVALE N°21 Luglio 2017 Rivista Bimestrale
CAPOLAVORI DELL’ITALIA MEDIEVALE
€ 7,90
Dai Longobardi a Piero della Francesca, nuovi itinerari alla scoperta di un patrimonio millenario
♦ CASTELSEPRIO SANTA MARIA FORIS PORTAS ♦ MONZA CAPPELLA DI TEODOLINDA ♦ PADOVA PALAZZO DELLA RAGIONE ♦ PARMA BATTISTERO ♦ FIRENZE CAPPELLA DEI MAGI ♦ AREZZO LE STORIE DELLA VERA CROCE ♦ PERUGIA FONTANA MAGGIORE ♦ ROMA BASILICA DI SANTA PRASSEDE ♦ ANDRIA CASTEL DEL MONTE
IN EDICOLA IL 20 GIUGNO 2017 My Way Media Srl - Poste Italiane Sped. in A.P. - D.L. 353/2003 conv. L. 46/2004, art. 1, c.1, LO/MI.
CAPOLAVORI DELL’ ITALIA MEDIEVALE testi di Chiara Mercuri, Elena Percivaldi e Furio Cappelli 6 Presentazione Nove gioielli 8 Castelseprio (Varese) S. Maria foris portas 22 Monza Cappella di Teodolinda 38 Padova Palazzo della Ragione 50 Parma Battistero 64 Firenze Cappella dei Magi 78 Arezzo Le Storie della Vera Croce 92 Perugia Fontana Maggiore 104 Roma Basilica di S. Prassede 118 Andria Castel del Monte
Nove gioielli L’
infanzia di Cristo, narrata da un vangelo apocrifo e riprodotta con colori attenuati dal tempo sulle pareti di una chiesetta riscoperta casualmente solo nel 1944; un palazzo che, ricorrendo ad ardite soluzioni tecniche e formali, celebra l’autonomia, l’orgoglio e l’intraprendenza di una città comunale; il ricordo di un’antica favola indiana, appresa e nuovamente narrata attraverso il geniale linguaggio scultoreo di un artista vissuto a cavallo tra XII e XIII secolo… Sono solo alcune delle mille suggestioni incontrate lungo l’itinerario che proponiamo ai nostri lettori con questa nuova raccolta di nove, eccellenti luoghi della memoria storicoartistica medievale. Riprendiamo, così, il discorso avviato con la pubblicazione - nella primavera dello scorso anno - di una prima guida ai monumenti del nostro Medioevo («I grandi monumenti dell’Italia Medievale», Medioevo Dossier, marzo 2016): come in quel caso, la partenza – obbligata - è dal nord del Paese, ma questa volta ci siamo spinti fino a Roma e, ancora oltre, alle terre di Puglia. Ci piace immaginare che, durante l’estate (o anche nei mesi autunnali e invernali che seguiranno), alcuni dei nove gioielli potranno essere riscoperti dai nostri lettori, guidati e «illuminati» proprio dalla lettura delle pagine di questa monografia. Perché, come ricordava già Johann Wolfgang Goethe, «si vede solo quello che si sa. O meglio: si riconosce solo quello che già conosciamo e comprendiamo». Buona lettura e buona visita. Andreas M. Steiner
Monza, Duomo, cappella di Teodolinda. Un particolare delle Storie di Teodolinda, affrescate dagli Zavattari. Il grandioso ciclo venne realizzato in due fasi, tra il 1440 e il 1446. MEDIOEVO IN GUERRA
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Scene da un matrimonio Secondo la leggenda, il Duomo di Monza sorse nel luogo che lo Spirito Santo avrebbe indicato alla regina Teodolinda. Al suo interno, nella celebre cappella dedicata alla sovrana, si può ammirare un magnifico ciclo di affreschi: che racconta un capitolo importante della storia della presenza longobarda in Italia di Elena Percivaldi
S
econdo una bella espressione della storica dell’arte Renata Negri, aprire la porta della cappella di Teodolinda è come sollevare il coperchio di un cofanetto prezioso: 500 metri quadrati di affreschi popolati da centinaia di nobili volti, istoriati da raffinate stoffe, eteree architetture e oggetti preziosi, vivificati dalla presenza di eleganti cavalcature e numerosi animali. Il tutto in un tripudio di oro, argento e lacche colorate. Collocato nel braccio settentrionale del transetto del Duomo di Monza, il ciclo di affreschi è visibile appena varcata la cancellata ottocentesca: l’ambiente è completato dall’altare neogotico che custodisce la celebre Corona Ferrea (vedi box a p. 36) e dal sarcofago nel quale, nel 1308, il corpo della regina fu traslato dall’originaria sepoltura terragna. Smontati i ponteggi, ecco dunque rivelarsi, in tutta la loro bellezza, le Storie di Teodolinda, l’opera piú pregevole e meglio conservata degli Zavattari, famiglia di pittori milanesi attivi presso la corte dei Visconti: cinque registri sovrapposti, con quarantacinque episodi (vedi schema alle pp. 28-29). Monza, Duomo, cappella di Teodolinda. Un particolare delle Storie di Teodolinda, affrescate dagli Zavattari. Il grandioso ciclo venne realizzato in due fasi, tra il 1440 e il 1446. SAPER VEDERE
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Un battistero da favola Voluto come teatro solenne del rito del battesimo, l’edificio consacrato dal vescovo Obizzo Sanvitale è uno dei monumenti piú insigni dell’arte medievale italiana. A caratterizzarlo, è soprattutto il complesso scultoreo realizzato da Benedetto Antelami, che affida alla pietra la singolare rivisitazione in chiave cristiana di un’antica leggenda tramandata nella lontana India
di Furio Cappelli Parma, piazza Duomo. Veduta complessiva della Cattedrale (a sinistra) e del Battistero.
U
n’antica storia di origini indiane narra le peripezie di un uomo che fugge terrorizzato. Lo insegue un paossente unicorno imbizzarrito. In preda alla paura, l’uomo non vede bene dove mette i piedi e scivola cosí in un burrone. Fortunatamente, sull’orlo del precipizio si protende un solido arbusto, che il malcapitato riesce ad afferrare e, per un momento, pensa cosí di aver trovato un nascondiglio perfetto.
Ma poi si avvede che due grossi topi, uno bianco, l’altro nero, stanno rosicchiando la base della pianta su cui ha trovato rifugio. Il loro lavoro è ormai alla fine e, di lí a poco, l’arbusto si schianterà. Sul fondo del burrone attende ansioso un drago, dalle cui narici si protendono lingue di fuoco. A quel punto, la vittima guarda verso l’alto. Ignora la pianta che sta per schiantarsi e il drago pronto a divorarlo e riesce ad assaporare una goccia di miele che stilla da un
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Arezzo e le storie di Piero La Cappella Maggiore della basilica aretina di S. Francesco custodisce uno dei capolavori dell’arte del Quattrocento: è il ciclo con le Storie della Vera Croce affrescato da Piero della Francesca, riscoperto nel XIX secolo da viaggiatori inglesi. Un racconto per immagini tanto spettacolare quanto insolito, che il maestro di Sansepolcro elaborò sulla base di un testo favoloso: la Legenda Aurea di Iacopo da Varazze di Chiara Mercuri
A
lla metà dell’Ottocento, la costruzione della linea ferroviaria tra Firenze e Arezzo portò verso quest’ultima un consistente flusso di turisti e appassionati, in particolare inglesi, innamorati dell’arte e della storia della Toscana. Tra i tanti tesori, Arezzo nascondeva – in una chiesa intitolata a san Francesco – un ciclo di affreschi ormai quasi dimenticato, che catturò presto l’interesse dei nuovi arrivati. Le condizioni delle pitture erano gravemente compromesse: la scarsa manutenzione aveva provocato infiltrazioni d’acqua, con conseguente danneggiamento dell’intonaco murario; altri problemi erano stati portati dalle polveri e dalle resine impiegate in occasione dei primi tentativi di restauro; ma soprat-
Arezzo, basilica di S. Francesco, Cappella Maggiore. L’incontro tra la regina di Saba e Salomone, una delle scene del ciclo delle Storie della Vera Croce. Gli affreschi, realizzati da Piero della Francesca tra il 1452 e il 1466, si basano sulla Legenda Aurea, una raccolta di vite di santi composta dal domenicano Iacopo da Varazze alla metà del XIII sec. Salvo diversa indicazione, tutte le pitture riprodotte nell’articolo fanno parte del ciclo dipinto da Piero della Francesca ad Arezzo, nella Cappella Maggiore della basilica di S. Francesco.
tutto, durante l’occupazione napoleonica del 1799, la chiesa era stata adibita ad accampamento per le truppe, e ciò aveva causato ulteriori danni. Il degrado del ciclo aveva quindi trascinato nell’oblio perfino il nome dell’artista che, secoli prima, li aveva realizzati. Ma alle cattive condizioni si aggiungeva il fatto che le tematiche dipinte apparivano quanto mai inusuali, di difficile interpretazione. Del resto, senza la conoscenza del testo che aveva ispirato l’artista, i temi apparivano del tutto oscuri; vi erano, per esempio, accostamenti poco comprensibili, quali quelli tra un vetustissimo Adamo morente, la regina di Saba e il re Salomone. Enigmatica appariva anche la rappresentazione dell’Annunciazione legata al sogno di Costantino, o la battaglia di Ponte Milvio, messa in relazione con il rinvenimento delle tre croci che, invece di Gerusalemme, aveva come sfondo una squillante Arezzo rinascimentale.
Dalla fama all’oblio
Il ciclo di affreschi si basava su un testo ormai quasi dimenticato: la Legenda Aurea, un libro notissimo nel Medioevo, ma poco conosciuto a partire dall’età della Controriforma (XVI secolo). Era stato scritto dal domenicano Iacopo da Varazze (1228/30-1298), il quale aveva raccolto SAPER VEDERE
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Il racconto della fontana Perugia, la Fontana Maggiore. Artefici dell’opera, realizzata nel 1277-1278, furono Nicola e Giovanni Pisano (subentrati ad Arnolfo di Cambio), per la gran parte degli elementi scultorei, e il fonditore Rubeus (Rosso) per la coppa di bronzo.
Al di là della sua pur vitale funzione originaria, uno dei monumenti simbolo di Perugia fu voluto a maggior gloria della città. E, per farlo, furono chiamati a realizzarlo Nicola e Giovanni Pisano, che assolsero al mandato plasmando un’opera straordinaria, in cui l’eleganza delle forme si unisce a un affascinante gioco di allegorie ed evocazioni
di Furio Cappelli
«G
uarda tu che passi la gioconda vita di questa Fontana. Se osservi bene puoi vedere cose mirabili. Sant’Ercolano, san Lorenzo, continuate a implorare. Che conservi le acque Colui che siede sopra gli astri». Inizia cosí la lunga iscrizione in esametri latini che si legge sulla Fontana Maggiore di Perugia, lungo la cornice che cinge la vasca superiore, in basso. I santi patroni della città, il martire locale Ercolano e san Lorenzo, al quale è dedicata la cattedrale prospiciente, rappresentano i Perugini al cospetto dell’Eterno, e si assicurano la sua benevolenza con le loro suppliche. È bene, infatti, che l’acqua continui a sgorgare senza sosta. Vengono poi menzionati gli artefici dell’opera. Perugia, innanzitutto, deve al sovrintendente fra’ Bevignate gli stessi onori che si devono a un padre. Egli infatti, su incarico del comune, «ha diretto ogni cosa». Perugino di nascita, oppure oriundo di Cingoli (Macerata), era un monaco benedettino, appartenente alla congregazione rigorista dei Silvestrini. Vantava molteplici competenze che oggi definiremmo ingegneristiche, e fu assai coinvolto nel grande fervore edilizio che caratterizzò il capoluogo umbro alla fine del Duecento.
Dodici mesi per un capolavoro
L’epigrafe si concentra quindi sugli autori principali del vasto apparato scultoreo, Nicola Pisano e suo figlio Giovanni, e ricorda infine Boninsegna da Venezia, un esperto di idraulica. Già impegnato a Orvieto, fu convocato dal Comune perugino per concludere la difficile impresa dell’acquedotto che doveva rifornire la fontana. Questa dovette essere realizzata in tempi assai brevi, nell’arco di un anno, visto che l’epigrafe è datata 1278, mentre il progetto era ancora in discussione nell’autunno 1277. Come attesta un’altra iscrizione, d’altronde, nel 1277 era già pronto il catino bronzeo sommitale, opera del fonditore Rubeus (Rosso), un maestro non meglio definito, attestato anche nel cantiere del Duomo di Orvieto, per l’architrave bronzeo istoriato della Porta della Postierla (o del Vescovado). Se per realizzare la fontana bastarono dodici mesi, l’acquedotto che giungeva fin lí richiese invece una gestazione di ventitré anni. La sorgente si trovava ben lontana, sul Monte Paciano, a quasi 4 km di distanza dalle mura urbiche, a nord di Porta Sant’Angelo. Realizzata interamente con tubature in piombo, la condotta necessitava di molteplici accorgimenti per vincere SAPER VEDERE
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Castel del Monte (Andria). Una veduta del piú famoso tra i castelli fatti costruire dall’imperatore Federico II di Svevia. A oggi, non si hanno notizie certe sulla data di realizzazione dell’edificio, ma è probabile che i lavori abbiano avuto inizio nel 1240, come proverebbe la lettera inviata dall’imperatore a un suo funzionario, affinché assicuri la fornitura del materiale necessario.
Nel castello perfetto Con il suo gioco di simmetrie impostate sulla figura dell’ottagono, la «corona di pietra» di Castel del Monte è l’espressione piú felice dell’architettura federiciana. Ma qual era, nelle intenzioni dello stupor mundi, la funzione a cui lo splendido edificio doveva effettivamente assolvere? di Elena Percivaldi
I
solato su una lieve prominenza, nel mezzo della porzione pugliese dell’altopiano delle Murge, Castel del Monte è il piú celebre dei monumenti legati alla figura di Federico II di Svevia (1220-1250). Scarne sono le informazioni sulla sua origine ed è ancora aperto e intenso il dibattito sulle finalità di un edificio cosí singolare. Affascinante per la sua cristallina definizione geometrica e per il legame con un personaggio cosí poliedrico e discusso come lo stupor mundi (celebre appellativo attribuito a Federico II dal cronista coevo Matthew Paris), il castello ha infatti ispirato una lunga e non esaurita sequela di proposte interpretative. Le posizioni piú caute cercano di ricavare quanti piú indizi dalla struttura viva dell’edificio e dalle testimonianze di chi lo ha visitato nei secoli trascorsi, mentre le ipotesi piú impegnative, speculando sui suoi aspetti generali, vi ravvisano esoterici significati nascosti, con inevitabili implicazioni fantascientifiche. Dal castello come residenza di lusso, padiglione di caccia o simbolica manifestazione del potere federiciano, si giunge cosí al riconoscimento di una sorta di laboratorio magico, teatro di esperimenti e riti misteriosi. È invece certo che Castel del Monte risponde alla volontà di Federico II e rientra nel sistema di insediamenti fortificati che egli promosse nel suo regno, realizzandoli ex novo (come in
questo caso) o rielaborando preesistenze normanne. Con il suo ampio sistema castellare, l’imperatore dette luogo a una variegata fioritura di complessi, le cui esigenze funzionali (sede di rappresentanza, luogo di svago, presidio, magazzino per le merci) si uniscono in misura diversa alla cura degli aspetti estetici. E Castel del Monte ha senza dubbio molti legami con le altre strutture fortificate promosse da Federico II, come Castel Maniace a Siracusa o Lagopesole (Potenza), ma si distingue per la spiccata valenza monumentale, che tuttora si esprime nell’insieme della sua realtà architettonica cosí come nei dettagli residui della sua ornamentazione.
Le disposizioni dell’imperatore
Un solo documento ci fornisce alcuni dati sull’origine del castrum di S. Maria del Monte, nome originario del castello, derivante da un vicino monastero benedettino che dovette probabilmente chiudere i battenti quando Federico si stabilí nell’area. Orbene, il 29 gennaio 1240, mentre si trova a Gubbio, l’imperatore impartisce disposizioni straordinarie a un suo funzionario (che non era ufficialmente preposto a queste incombenze), affinché metta a disposizione il materiale edilizio necessario per il castrum «che noi vogliamo realizzare». L’informazione non permette di accertare se in SAPER VEDERE
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