ALLE ORIGINI DEL MADE IN ITALY
N°8 Maggio 2015 Rivista Bimestrale
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EL M M A N ILA AD AS N E I CI O N TA ITA D LY EL
MEDIOEVO DOSSIER
Dossier
EDIO VO M E
Imprese, bellezza e grandi firme nell ’Italia medievale
€ 7,90
ALLE ORIGINI DEL
MADE IN ITALY
alle origini del made in italy l’economia milanese e italiana fra tre e quattrocento di Maria Paola Zanoboni
6. Presentazione Milano, un paradiso dell’ingegno Prima parte Mestieri
78. Il vetro Il fascino della trasparenza
12. I battiloro Lo sfarzo corre sul filo
90. La produzione della carta
26. Il ricamo Tesori di stoffa
94. Dove e quando I musei da visitare
42. I fabbricanti di pietre false 48. Gli armaioli Fucine come sartorie
Seconda parte Canali e industrie
60. Gli armaioli-orefici
96. Chiare, dolci, ricche acque
68. L’ottone Un mondo di chose piccole...
112. I mulini Quando girano le ruote...
74. I maestri salariati
124. La pesca
ALLE ORIGINI DEL MADE IN ITALY
Presentazione
milano
un paradiso dell’ingegno
«C
hi faceva una cosa e chi un’altra, tal che chi intrava in quella buttiga vedendo un travaglio di tante persone credo che cosi gli paresse come pareva a me intrare in uno inferno, anzi in contrario in un paradiso, dove era un spechio in che resplendeva tuta la bellezza de lingegno, el poter del arte, et io tal cosa considerando mentre che stei in Milano con grandissimo mio piacere, non fu mai giorno che non vandasse a passarmi il tempo». Con queste estasiate parole il chimico, mineralogista e metallurgista senese Vannoccio Biringuccio (1480-1537) esprimeva al massimo grado la sua ammirazione per la capitale del ducato sforzesco, che aveva visitato all’inizio del Cinquecento, rimanendo affascinato da una bottega per la lavorazione dell’ottone. Le sue frasi manifestano nel modo piú compiuto quel clima, di cui doveva essere intrisa la Milano rinascimentale, improntato all’esaltazione di ogni attività in quanto specchio dello splendore dell’ingegno e del potere dell’arte. Da almeno due secoli, infatti, la città era una sorta di «grande fabbrica», in cui si producevano merci di ogni tipo – spesso di lusso e di altissima qualità –, che fin dal Trecento trovavano sbocco nei principali mercati europei, e, soprattutto, in quello raffinato di Avignone, divenuta sede, nel XIV secolo, della corte papale. La sperimentazione incessante in ogni campo dello scibile umano che aveva dominato l’attività del suo piú illustre «cittadino adottivo», Leonardo da Vinci, caratterizzava a Milano, sul finire del Quattrocento la maggior parte dei settori, favorita dal fervore che la corte rinascimentale degli Sforza promuoveva, soprattutto all’epoca di Galeazzo Maria e di Ludovico il Moro. A dominare la poliedricità delle botteghe milanesi era il concetto di «unità delle arti», attraverso il ruolo fondamentale del disegno, definito da Filarete come «forma sensibile dell’idea», «fondamento e via d’ogni arte
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made in italy
Miniatura raffigurante i mestieri che si svolgono sotto l’influenza del pianeta Mercurio, dalla prima copia a stampa del Tractatus de sphaera mundi, un compendio di nozioni astronomiche scritto dallo studioso inglese John Holywood (1190 circa-1250 circa). 1472. Modena, Biblioteca Estense Universitaria.
titolo
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ALLE ORIGINI DEL MADE IN ITALY
Presentazione
Dal barbarossa a ludovico il moro 1311 Matteo Visconti riceve il vicariato imperiale per Milano e il suo territorio.
1162 L’imperatore Federico Barbarossa «distrugge» la città di Milano.
1328 Azzone Visconti prende il potere.
1176 A Legnano i Milanesi, alla testa della Lega Lombarda, sconfiggono gli eserciti imperiali. 1209 Si concludono i lavori per l’apertura del Naviglio Grande, che deriva il corso del Ticino fino al canale circolare di Milano.
1216 Redazione del Liber consuetudinum Mediolani, primo Statuto comunale di Milano. 1183 Pace di Costanza: l’imperatore riconosce la sovranità dei Comuni.
1402 Morte di Gian Galeazzo Visconti.
1330 Redazione degli Statuti urbani milanesi, presto imitati dalle altre città lombarde. 1354 alla morte dell’arcivescovo Giovanni Visconti la signoria si divide tra i suoi nipoti Matteo II, Bernabò e Galeazzo II.
1240 La famiglia Della Torre prende la guida della fazione popolare a Milano e presto impone il suo dominio sulla città (1266-1277). 1277 L’arcivescovo Ottone Visconti caccia i Della Torre e si impadronisce della signoria.
1398 Il duca di Milano firma una tregua con i suoi nemici.
1396 Fondazione della Certosa di Pavia.
1338 Morte di Azzone Visconti. 1372 Si costituisce una lega anti-Visconti.
1302 I Comuni di Novara, Vercelli, Pavia, Como, Cremona si alleano contro i Visconti. Ritorno dei Della Torre a Milano.
1395 L’imperatore riconosce Gian Galeazzo Visconti duca di Milano. 1385 Comincia il cantiere del duomo di Milano. 1378 Gian Galeazzo Visconti succede al padre Galeazzo II.
che di mano si faccia» e indispensabile tanto alla pittura, alla scultura e all’architettura, quanto all’oreficeria, al ricamo, alla realizzazione dei tessuti e a quella delle vetrate. A loro volta, l’oreficeria, l’arte vetraria e la pittura trovavano un punto di contatto nell’arte dello smalto, nella realizzazione di paste vitree a imitazione delle pietre preziose e nella composizione delle vetrate di cui molti pittori importanti non disdegnavano di disegnare i cartoni, come non disdegnavano quelli per il ricamo. D’altra parte, per gli artisti quattrocenteschi, la sperimentazione attraverso molteplici tecniche rappresentava uno strumento d’indagine funzionale alla ricerca espressiva e conferiva dignità intellettuale alla realizzazione pratica, mettendola sullo stesso piano dell’ideazione. Al tempo stesso la pittura e il disegno, che nel XV secolo (al contrario che all’epoca di Dante) erano considerate «arti liberali», in quanto fondate su criteri matematici, elevavano al rango di artista anche l’artigiano dedito alle «arti applicate». In questo clima di sperimentazione incessante si collocava la maggior parte delle arti milanesi, molte delle quali (come la manifattura della seta, l’arte dei battiloro, e la lavorazione del vetro) introdotte nella capitale del ducato sforzesco nel corso del Quattrocento, grazie al patrimonio di conoscenze tecniche portate da maestranze provenienti da tutta la Penisola, e talvolta anche d’Oltralpe. Gli artigiani e gli imprenditori milanesi seppero assimilare e rielaborare questo patrimonio, facendolo proprio e reinterpretando8
made in italy
A sinistra Bonifacio Bembo, Ritratto di Francesco Sforza, affresco strappato e trasportato su tela. 1462. Cremona, S. Agostino.
1412 Morte del capitano di ventura Facino Cane. Filippo Maria Visconti prende il potere. 1421 Presa di Genova. 1434 Francesco Sforza passa nel campo dei nemici dei Visconti. 1450 Francesco Sforza. entra a Milano e si fa riconoscere nuovo duca.
1480 Esecuzione di Simonetta. Ludovico il Moro governa in nome del giovane nipote, Gian Galeazzo Sforza, duca di Milano.
1483 Leonardo da Vinci raggiunge la corte di Milano. 1494 Morte di Gian Galeazzo Sforza. Ludovico il Moro diventa duca i Milano. 1495 Ludovico il Moro intraprende una politica sistematica di alienazione dei redditi pubblici. 1499 Luigi XII si impadronisce del Milanese.
1456 Fondazione dell’Ospedale Maggiore di Milano.
1454 Viene firmata la pace di Lodi che stabilisce l’equilibrio delle potenze della Penisola. 1447 Morte di Filippo Maria Visconti. Si instaura il regime della «Repubblica ambrosiana». 1425 Francesco Sforza entra al servizio del duca di Milano.
Benedetto Briosco, medaglione marmoreo con il profilo di Ludovico Sforza. 1490-1494. Washington, National Gallery of Art.
1476 Galeazzo Maria Sforza è assassinato. Cicco Simonetta prende la guida del consiglio della reggenza.
1500 Ludovico il Moro cerca di tornare al potere, ma viene fatto prigioniero ed è esiliato in Francia.
1468 Morte di Bianca Maria Sforza, madre di Galeazzo Maria, che cerca di imporre un governo autoritario. 1466 Morte di Francesco Sforza. Gli succede il figlio Galeazzo Maria Sforza.
lo in modo originale, ottenendo in ogni campo prodotti (dalle armi ai tessuti, agli oggetti metallici, alla gioielleria e alla bigiotteria) apprezzati ovunque in Europa. All’inizio del Cinquecento erano proprio i mercanti milanesi, insieme a quelli fiorentini, a dominare le Fiere internazionali di Lione. Protagoniste di questo processo di assimilazione e di innovazione non furono solo le maestranze, ma anche gli imprenditori, ovvero quei mercanti-imprenditori milanesi, tra i quali figuravano spesso nobili e funzionari dell’entourage ducale, che, godendo di adeguati appoggi a corte e di altrettanto adeguati capitali, riuscivano ad assicurarsi le commesse ducali mettendosi al tempo stesso al riparo dai rischi insiti nel contatto con l’autorità pubblica, che, allora come oggi, era perennemente insolvente. Nella seconda metà del Quattrocento (l’epoca cioè del dominio sforzesco, da Francesco Sforza a Ludovico il Moro) questi mercanti-imprenditoribanchieri furono i primi a buttarsi letteralmente su attività nuove per la città e che si intuivano remunerative – prime fra tutte la produzione dei drappi auroserici e la manifattura del vetro – non solo finanziandole, ma accaparrandosi le maestranze straniere che ne conoscevano i segreti, e assumendole affinché le insegnassero ai loro figli. Tale sinergia di risorse economiche, mezzi tecnici e capitale umano proveniente da tutta la Penisola, e talvolta anche d’Oltralpe, fece della Milano sforzesca uno dei poli produttivi e commerciali piú importanti d’Europa, nonostante la disastrosa politica economica dei suoi ceti dirigenti.
Bottega di Benedetto Briosco, medaglione marmoreo con il profilo di Gian Galeazzo Maria Sforza. 1490-1494. Washington, National Gallery of Art.
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i fabbricanti di pietre false
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a novità nei prodotti, che caratterizzava tanto la magnificenza pubblica quanto lo splendore privato, con un’ansia di migliorare la forma, l’aspetto e la funzionalità anche degli oggetti piú banali, e di imitare con materiali poveri i prodotti preziosi, è uno dei tratti salienti dell’epoca rinascimentale. Le teorie piú recenti estendono il concetto di Rinascimento all’arco cronologico compreso tra il Trecento e il Seicento e individuano le caratteristiche fondamentali di questo periodo nel cambiamento dei comportamenti e degli atteggiamenti relativi al consumo e nell’aumento della domanda di prodotti di lusso, (sorretta dalla straordinaria capacità delle manifatture italiane di adattarsi rapidamente al mutare delle esigenze dei consumatori). Anche ai livelli piú alti, dalle botteghe polivalenti degli «artisti imprenditori», spesso attenti organizzatori forse prima che artisti – pronti a cogliere le esigenze del mercato e a
Fronte (a destra) e retro di una croce astile in diaspro rosso, oro e gemme, donata da Ottone Visconti all’abate Paolo da Besana, 1296. Chiaravalle, Museo dell’Abbazia.
diversificare la tipologia dei prodotti per poterli piú facilmente smerciare –, potevano uscire articoli di ogni sorta e del piú diverso valore, dall’alta oreficeria alle imitazioni di vetro, in grado di soddisfare la crescente domanda di prodotti di lusso. In tale ottica si inserisce la produzione di gioielli falsi, in vetro o cristallo, montati su materiali non preziosi, diffusa in tutta la Penisola, ma che godeva di una notorietà particolare soprattutto a Milano, dove, nel XV secolo, i fabbricanti di pietre artificiali avevano persino costituito una corporazione. Il 19 novembre 1488 il duca di Milano approvò alcune norme da loro proposte per il buon andamento dell’arte, il cui testo ci è stato tramandato dagli Annali della Fabbrica del Duomo (in quanto alla Fabbrica della Cattedrale appunto venivano destinate le multe comminate dalla corporazione). Non si tratta degli statuti di un organismo corporativo, che sembrerebbe a questa data già costituito, ma semplicemente di una serie di regole finalizzate a evitare frodi, sia con particolari tecnici da adottare nella lavorazione per rendere evidenti i falsi, sia sottoponendo allo stretto controllo dell’arte (e della Fabbrica del Duomo che riscuoteva le multe), tutti coloro che esercitavano l’attività, tanto a Milano quanto fuori dalle mura cittadine. Il duca non tardò ad approvare i capitoli proposti, per l’utilità pecuniaria che ne sarebbe derivata alla Fabbrica della Cattedrale, ma anche, e in primo luogo, perché cosí era stato consigliato dagli orafi stessi che ritenevano di poter porre in questo modo un freno alle falsificazioni. A questo punto appare evidente che la produzione di gemme artificiali, esercitata a Milano da lunga data, non veniva affatto considerata illegale, ma coesisteva, accanto all’arte orafa, rivelandosi anzi talora a essa complementare. E persino Benvenuto Cellini lodava la perfezione delle imitazioni realizzate a Milano, difficilmente riconoscibili anche dai
A destra Milano, basilica di S. Ambrogio. Particolare dell’Altare d’oro, rivestito da formelle istoriate in lamina d’oro e d’argento, con inserti di pietre preziose, realizzato dal magister phaber Vuolvinio. 830 circa.
Gli armaioli-orefici
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el XIV e ancor piú nel XV secolo, le armature da parata costituivano spesso dei veri e propri capolavori di oreficeria: i bacinetti a protezione del capo erano smaltati o adorni di perle e pietre preziose, e altrettanto accadeva per le altre parti del completo. Pezzi di questo genere vennero commissionati, per esempio, dal duca di Borgogna Carlo il Temerario (1467) e da Enrico VIII d’Inghilterra (1513); armature altrettanto preziose si utilizzavano anche per i cavalli. Questo genere di oggetti raffinatissimi andò arricchendosi e perfezionandosi nel corso del XVI secolo, quando alla crisi del settore, che colpí ovunque e sempre di piú questo articolo – soprattutto a partire dalla seconda metà del Cinquecento –, si cercò di far fronte indirizzandosi verso prodotti di lusso di
Uno scudo da parata (a destra) e una borgognotta (tipo di celata con cresta e visiera saliente, spesso munita anche di guanciali mobili) forgiati da Filippo di Iacopo e Iacopo Filippo Negroli per l’imperatore Carlo V. 1541 e 1533. Madrid, Real Armería. Attivi tra la metà del XV e il XVI sec., i Negroli, dei quali, in quattro generazioni, sono documentati almeno 26 armaioli, misero in mostra notevoli abilità e gusto decorativo, sia nella realizzazione di armature di linea classica, sia in quelle ispirate a modelli ispano-moreschi. altissimo livello, la cui domanda non era toccata dal declino. Si andò cosí progressivamente formando un gruppo ristretto di armaioli-orefici-scultori, che grazie alla loro particolare formazione, fatta di un lungo apprendistato nelle botteghe di ciascuno di questi specialisti,
MESTIERI
Il vetro materiale del lavoro alla fornace, da maestranze specializzate provenienti dal centro ligure di Altare. Queste ultime, nel capoluogo lombardo, erano contese dagli imprenditori toscani e da quelli locali con i salari piú alti in assoluto riscontrati per l’epoca. Il sapere degli Altaresi era cosí importante che a Milano prosperavano quegli imprenditori che, disponendo di capitali adeguati – come i da Montaione –, riuscivano ad assicurarsene i servigi. Chi, invece, poteva investire
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capitali piú modesti spesso non riusciva ad assumerli e finiva talora per perdere la bottega e i mezzi di produzione. Giovanni da Montaione venne favorito sicuramente anche dall’interesse della corte sforzesca, sviluppatosi a partire dagli anni Cinquanta del Quattrocento, grazie alla duchessa Bianca Maria Visconti, moglie di Francesco Sforza, e del figlio Galeazzo Maria, e in seguito grazie a Beatrice d’Este, moglie di Ludovico il Moro.
Del resto già l’architetto e scultore Antonio Averlino, detto il Filarete (1400 circa-dopo il 1465), anch’egli toscano, durante il suo soggiorno milanese si era interessato molto alla produzione vetraria, affermando che avrebbe fatto realizzare le finestre della chiesa dell’Ospedale Maggiore e del Duomo al piú esperto artista di Murano, il suo amico Angelo Barovier, che soggiornò effettivamente a Milano nel 1455. Il Filarete aveva anche alcune cognizioni in proposito che si ripro-
mise di indicare in un trattatello non pervenutoci. Pare anzi che avesse tentato di introdurre l’arte vetraria nella capitale sforzesca chiamando il maestro veneziano Antonio del Bello. Almeno a partire dai primi decenni del XV secolo, esistevano a Milano, per la produzione di oggetti di uso comune (boccali, bicchieri, alambicchi da farmacia), due fornaci: una accanto al Duomo, gestita appunto dai valdelsani Montaione, e l’altra da un vetraio
Calici cinquecenteschi in vetro cristallino. Milano, Museo Poldi Pezzoli. La collezione milanese possiede vari esemplari di questi manufatti, realizzati non con un semplice vetro incolore, ma con una varietà di particolare purezza e trasparenza, ottenute grazie all’impiego di una migliore materia vetrificante (ciottoli quarzosi) e a ripetuti trattamenti. La messa a punto di questi complessi procedimenti è attribuita ad Angelo Barovier e viene fatta risalire al 1450 circa.
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I mulini
quando girano le ruote... G
ualchiere, cartiere, mulini per la rifinitura delle armi e la lavorazione delle pietre dure, seghe e mulini da seta idraulici in cui potessero lavorare per «far bindelli» fino a 100 donne: questo era il paesaggio industriale che Leonardo vagheggiava per l’Arno nell’ultimo decennio del Quattrocento, nel concepire un grandioso progetto per la risistemazione dell’alveo del fiume, la cui conformazione geologica causava costantemente piene e alluvioni. È probabile, come suggerirebbe l’espressione tipicamente lombarda utilizzata per designare i nastri (bindelli), che avesse in mente proprio il paesaggio dei navigli di Milano, città nella quale doveva aver elaborato la prima parte del progetto e messo a punto il sistema delle conche «doppie», di fondamentale importanza per il superamento di dislivelli particolarmente accentuati e, di conseguenza, per la navigazione. Questo appunto era il paesaggio industriale di Milano, quale emerge dai documenti notarili quattrocenteschi e da un inventario dei mulini sul Naviglio Grande, Ticino e Ticinello redatto nel 1561, che, elencando i 198 impianti presenti allora su tali corsi d’acqua, rivela chiaramente come i complessi di maggior valore produttivo, cioè traversere (per la rifinitura delle armi), gualchiere, peste da vetro, e un buon numero di cartiere, fossero situati in città o nelle immediate adiacenze. In ambito extraurbano si trovava112
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Xilografia settecentesca raffigurante l’interno di una cartiera. L’ampia disponibilità di corsi d’acqua favorí la diffusione di questo genere di impianti produttivi nell’area milanese e, piú in generale, lombarda.
no invece la maggior parte dei mulini da grano, molte peste da riso e qualche cartiera. Ancora in città erano concentrate le concerie, quasi esclusivamente a porta Ticinese lungo il fiume Vetra, e le tintorie. Sempre in città, infine, ben protetto in una delle torri della cinta muraria, era collocato l’unico mulino da seta a energia idraulica esistente a Milano nel XV secolo, costruito dall’ingegnere ducale Antonio Brivio (che ne era anche il proprietario e, per un certo periodo, il gestore) sul fossato nelle vicinanze di porta Nuova, e che funzionò mosso dalla corrente del Redefosso soltanto tra il 1462 e il 1473.
Un assetto di antica data
La sistemazione in ambito cittadino degli impianti che richiedevano elevati investimenti di capitali (non solo mulini, ma anche concerie e soprattutto tintorie), rilevabile dall’inventario del 1561, era in realtà di antica data: già nella prima metà del Trecento, i complessi industriali si susseguivano fittissimi nelle medesime zone, e in particolare a sud della città, nell’area di porta Ticinese (dove il Naviglio Grande, mediante la Darsena, confluiva nel Redefosso), al punto che Azzone Visconti, proprio con l’intento di proteggere fisicamente e amministrativamente i mulini, aveva provveduto ad allargare la cinta difensiva fino a comprendervi il borgo di Sant’Eustorgio. Un’idea dell’entità dei capitali che ruotavano intorno ai complessi industriali situati in ambito cittadino può essere fornita dal giro d’affari che interessò, per tutta la seconda metà del Quattrocento almeno, una tintoria sul fossato di porta Cumana, accanto alla chiesa di S. Marco. Si trattava di un grande edificio, con svariate camere e portici, alcuni dei quali affrescati, due magazzini (di cui uno per il guado) e un grande locale per la tintoria. Gli imprenditori che gestivano l’impianto – il principale dei quali si era assunto l’incarico di tingere i drappi di lana destinati al duca e ai dignitari di corte in occasione della visita a Firenze del 1471, per un importo di ben 250 000 £, utilizzando tinture del valore di 125 000 £ – avevano diviso l’immobile in ben 90 quote, ripartite tra numerosi soci. Naturalmente esistevano anche complessi molto piú modesti, privi di grandi costruzioni e il cui valore era costituito soprattutto dalle materie prime. Di questo genere era l’impianto per la tintura in nero del fustagno, situato nel 1477 sul fossato di porta Vercellina, e che non disponeva di alcuna struttura, salvo un deposito coperto lungo il fossato, in cui il proprietario svolgeva anche il commercio della legna, destinandone made in italy
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