Timeline Publishing Srl - Poste Italiane Sped. in A.P. - D.L. 353/2003 conv. L. 46/2004, art. 1, c.1, LO/MI.
NU MED OV IOE I IT VO N IN ASC ER OST AR O I/2
MEDIOEVO DOSSIER
EDIO VO M E Dossier
NASCOSTO LUOGHI ♦ STORIE ♦ ITINERARI PARTE II: ITALIA CENTRO-MERIDIONALE N°62 Maggio/Giugno 2024 Rivista Bimestrale
40062 9
771127
059004
€ 7,90
MEDIOEVO NASCOSTO. I NUOVI ITINERARI. PARTE II ITALIA CENTRO-MERIDIONALE
MEDIOEVO
IN EDICOLA IL 22 MAGGIO 2024
MEDIOEVO NASCOSTO LUOGHI, STORIE, ITINERARI
PARTE II: ITALIA CENTRO-MERIDIONALE a cura di Francesco Colotta testi di Giovanni Antonio Baragliu, Vito Bianchi, Franco Bruni, Carlo Casi, Francesca Ceci, Francesco Colotta, Roberto Comunale, Luciano Frazzoni, Domenico Gambardella, Francesco Miraglia, Luca Pesante, Anita Sepe, Clara Tartaglione, Corrado Valente, Grazia Villani e Nicoletta Zullino
6 Presentazione Questioni meridionali 26 Lazio 29. Sutri. Sulla strada per Roma 34. Anagni 38. Farnese 40. Acquapendente 42 Abruzzo 44. Pacentro. Nel castello di ser Jacopo 50. Calascio 52. Santo Stefano di Sessanio 54 Molise 56. Agnone. Suona l’ora della storia 61. Bojano 62 Campania 64. Carinola. Echi catalani in Terra di Lavoro 72. Cimitile 76. Teggiano 77. Vairano Patenora
78 Puglia 80. Oria. Culla della tolleranza 88. Vico del Gargano 89. Sant’Agata di Puglia 90 Basilicata 92. Venosa. Perla del Vulture 99. Tricarico 100 Calabria 102. Gerace. Santa e fiera 108. Pentedattilo 109. Morano Calabro 110 Sicilia 112. Caccamo. L’inespugnabile rifugio dei congiurati 117. Castiglione di Sicilia 119. Gangi 120 Sardegna 122. Bosa. La roccaforte del giudicato 127. Posada 128. Iglesias
MEDIOEVO NASCOSTO
3
QUESTIONI MERIDIONALI di Luca Pesante
T
ra il VI e il XV secolo si verifica nell’Italia centromeridionale qualcosa di unico e straordinario: un confronto continuo tra forze di tradizione romanogermanica, greco-ortodossa e, in seguito, arabo-islamica, le quali, scontrandosi e integrandosi, danno vita e forma a una delle piú affascinanti civiltà del Medioevo occidentale. In bilico tra Oriente e Occidente, la storia della metà inferiore della Penisola e delle isole – a diretto contatto con le altre culture gravitanti intorno al bacino del Mediterraneo – si sviluppa secondo ritmi e caratteri del tutto singolari rispetto alla parte centro-settentrionale. Non si può negare come sia tuttora viva l’idea di una marcata marginalità del Mezzogiorno italiano rispetto alle altre regioni d’Italia e d’Europa. Eppure, a ripercorrere la storia di questo lembo meridionale del continente europeo, viene alla luce una realtà molto diversa: quella di un Meridione che si configura come crocevia delle civiltà mediterranee, al centro di una rete di legami che mette in comunicazione mondi lontani e diversi; l’Oriente islamico e l’Occidente germanico, per esempio, a riprova di come il confronto tra culture diverse sia sempre stato – ed è ancora oggi – fonte inesauribile di crescita e progresso. Fino alla seconda metà dell’XI secolo, le vicende delle regioni meridionali d’Italia seguono la storia dell’impero di Bisanzio, fondato da Roma e traslato in Oriente da Costantino (324-337). Per secoli, la nuova Roma fondata sulle rive del Bosforo esercitò un potere diretto su gran parte dell’Italia meridionale, in particolare sui domini che, al culmine della sua espansione, coincidevano con le attuali regioni di Calabria, Basilicata e Puglia. I segni della dominazione bizantina sono tuttora ben riconoscibili, non solo nelle invenzioni lessicali derivate dalla presenza di uomini di lingua greca, ma anche nell’ordinamento politico e nello sviluppo urbano di alcune aree. Mentre altrove il dissolvimento delle strutture dell’impero romano andava provocando un impoverimento generale – caratterizzato dal forte calo demografico, dall’abbandono delle campagne e dalla contrazione degli spazi urbani –, nei domini bizantini l’economia tornò a prosperare,
6
MEDIOEVO NASCOSTO
garantendo continuità di vita a molte città di antica origine, nonché la fondazione di nuovi nuclei urbani, oltre a un rinnovato uso delle campagne e delle vie di comunicazione antiche. Furono questi, in sostanza, i caratteri principali della transizione tra antichità e Medioevo in buona parte dell’Italia meridionale, e da qui si deve partire per comprendere le vicende del suo sviluppo medievale, in una dimensione orientale e mediterranea.
I militari amministrano il potere
Nel tentativo di restaurazione della civiltà romana imperiale, l’imperatore Giustiniano (482-565) riuscí nell’impresa di riconquistare le province occidentali perdute e di riorganizzare gli ordinamenti politico-territoriali. Il centro del potere, però, gravitava ormai intorno a Costantinopoli e alla sua corte, mentre la Penisola, riordinata attorno a Ravenna, era ridotta alla condizione di semplice provincia amministrata non piú da membri dell’aristocrazia senatoria, ma da funzionari militari, come il generale Narsete (478-574), residente, appunto, a Ravenna. Tuttavia, la restaurazione imperiale fu ben presto interrotta dall’invasione longobarda. L’instabilità provocata dagli interventi di Giustiniano contribuí ad attrarre i Franchi dal Reno e i Longobardi dalla Pannonia. Questi ultimi, guidati dal re Alboino (560-562), erano entrati in Italia tra il 568 e il 569, spingendosi rapidamente oltre la pianura padana, fino alla Tuscia e all’Umbria. Alcuni gruppi autonomi, privi di un coordinamento unitario, giunsero fino alla Calabria, percorrendo la dorsale appenninica. La presenza longobarda sconvolse profondamente ogni precario equilibrio stabilito precedentemente e portò alla formazione, nell’Italia centro-meridionale, di nuclei territoriali indipendenti, controllati da duchi che mal sopportavano la volontà accentratrice della corte di Pavia (che con Teodorico era divenuta una delle sedi principali del regno ostrogoto, n.d.r.). In questo contesto si colloca la genesi dei ducati di Spoleto e di Benevento, quest’ultimo forse a opera di quel Zottone (571-591), citato dallo storico Paolo Diacono (720-799), che riuscí
Amalfi. La sommità del campanile del Duomo, dedicato a sant’Andrea. La torre campanaria (XII-XIII sec.) conserva la policromia, tipica dell’architettura romanica della zona.
PACENTRO Nel castello di ser Jacopo di Francesco Colotta
S
’econdo una leggenda popolare, l’eroe troiano Pacinus, compagno di Enea, si sarebbe stanziato in terra d’Abruzzo, sulle pendici del Monte Morrone, dopo aver attraversato il Sannio. La storia, invece, conduce nell’epoca meno remota dell’incastellamento, quando i Longobardi intuirono le potenzialità strategiche di quell’altura che dominava la Valle Peligna e la dotarono di una torre d’avvistamento, donando poi l’area edificata all’abbazia di S. Vincenzo al Volturno. Qualche secolo piú tardi – la prima menzione risale al 951 nelle pagine del Chronicon Casauriense – nel luogo sorse un castello, oggi monumento simbolo del borgo di Pacentro, uno dei gioielli architettonici dell’Aquilano. Progressivamente, intorno alla rocca cominciò a svilupparsi un centro abitato che negli anni sopravviverà a devastanti fenomeni sismici, in particolare nel XVIII secolo e nel recente 2009. Nel XII secolo, secondo le informazioni riportate nel Catalogus baronum del Regno di Sicilia, il nucleo abitativo di Pacentro era composto da quasi cinquanta famiglie.
Una stagione di guerre
Un secolo piú tardi il borgo passò sotto il controllo di Federico II di Svevia, che provvide ad ampliarne il castello. La fortificazione seguí poi il destino – e in età moderna ne prese il nome – del nobile Jacopo Caldora, protagonista della battaglia contro il condottiero Braccio da Montone, suo ex comandante, nel quadro piú ampio della guerra dell’Aquila, che vide coinvolti anche il Regno di Napoli, il Ducato di Milano, la Repubblica di Firenze e lo Stato della Chiesa. Con la sconfitta di Braccio nel 1424, Jacopo Caldora acquisí territori nella Valle Peligna, tra i quali figuravano Pacentro e il suo ambito castello, 44
MEDIOEVO NASCOSTO
Veduta aerea di Pacentro (L’Aquila).
MEDIOEVO NASCOSTO
45
ITINERARI
Abruzzo
SANTO STEFANO DI SESSANIO
S
anto Stefano di Sessanio è un piccolo Comune montano in provincia dell’Aquila, all’interno dello splendido scenario del Parco Nazionale del Gran Sasso-Monti della Laga. Si tratta di un borgo medievale dai nobili trascorsi, di cui troviamo tracce certe e numerose nelle fonti, a partire dal XIII secolo. Centro strategico e nevralgico lungo la grande via della transumanza che scendeva ai pascoli delle Puglie, Santo Stefano conosce la massima fioritura dal 1579, quando diventa possedimento dei Medici. Strettissimo è il rapporto con Firenze, soprattutto grazie al fiorente commercio della lana nera, detta «carfagna», ricavata da pecore allevate in loco. Passano i secoli e l’Italia diventa unita. Con la scomparsa della transumanza, il borgo si ritrova tagliato fuori dalle rotte del progresso e comincia a essere decimato da un’emigrazione pesantissima. Il regio censimento del 1901 conta nel piccolo Comune la presenza di 1407 anime. Un secolo dopo, nel 2001, le anime sono 116. Ma un giorno arriva in paese un giovanotto biondo, a cavallo di una motocicletta: è Daniele Kihlgren, figlio di un’italiana e di uno svedese: Kihlgren si guarda intorno e ciò che vede gli piace: senza sapere bene perché, compra una di quelle case vuote, poi un’altra e un’altra ancora. L’incontro tra Daniele e un architetto pescarese produce un’idea: far rinascere il borgo attraverso un restauro filologicamente corretto, nel pieno rispetto dell’autenticità e dell’identità autoctona, e restituire a ogni edificio e a ogni ambiente l’aspetto e la destinazione originari, sposando la storia alla tecnologia. Il progetto ha significato la trasformazione del borgo mediceo in «albergo diffuso». Ciò vuol dire che non c’è «una» struttura in grado di accogliere i turisti, ma che il paese stesso è «la» struttura: quelle in cui si dorme sono proprio le camere da letto di quattro o cinque secoli fa, cosí come i laboratori artigiani sono le autentiche botteghe e ogni cosa, dai materassi alle coperte alle lenzuola, proviene dagli antichi corredi o è realizzata con le stesse tecniche di una volta. Dietro tutto questo, nell’ombra, sta anche un paziente e scrupoloso lavoro di ricerca, compiuto con la collaborazione del Museo delle Genti d’Abruzzo, dell’Università di Pescara, di tanti storici e studiosi abruzzesi e, infine, della memoria di ferro degli anziani del posto. La bontà del recupero di Santo Stefano di Sessanio ha convinto e affascinato tutti: dai numerosi turisti italiani e stranieri alla piccola comunità di Inglesi che qui si è stabilita, preferendo il borgo abruzzese all’affollato «Chiantishire». Nicoletta Zullino
Sulle due pagine scorci del borgo di Santo Stefano di Sessanio. Nella foto grande, a destra, si riconosce la sagoma della poderosa torre cilindrica, risalente al XIV sec.
52
MEDIOEVO NASCOSTO
In basso, a destra i resti della Torre Medicea, simbolo del borgo, sormontati da una struttura in metallo che ne simula lo sviluppo originario: la costruzione è stata distrutta dal sisma che ha colpito l’Abruzzo il 6 aprile 2009. Il terremoto ha gravemente danneggiato anche numerose abitazioni. MEDIOEVO NASCOSTO
53
ITINERARI
Molise
AGNONE
Suona l’ora della storia
56
MEDIOEVO NASCOSTO
A destra una campana prodotta dalla Fonderia Marinelli di Agnone (Isernia), attiva fin dal Medioevo. Sulle due pagine una veduta del borgo di Agnone, arroccato su un’altura, a oltre 800 m di quota.
di Francesco Colotta
A
gnone, la «città delle campane» (e per alcuni, non senza una certa enfasi, l’«Atene del Sannio»), era abitata fin dal III secolo a.C., epoca in cui si ipotizza la presenza nel suo territorio di profughi provenienti dall’Irpinia: si trattava di gruppi di reduci sanniti, sconfitti dai Romani nella battaglia combattuta nel 293 a.C. presso Aquilonia (città sannitica nell’alta valle dell’Ofanto). Un vero e proprio borgo cominciò a prendere forma in età altomedievale, negli anni dell’occupazione longobarda e conobbe i primi fasti architettonici nel XII secolo, con la dominazione della famiglia Borrello, originaria della vicina Pietrabbondante e legata politicamente alla Repubblica di Venezia. Questo stretto connubio favorí l’afflusso di numerosi artigiani lagunari, della cui permanenza si trova traccia nella parte piú antica dell’abitato, denominata «rione veneziano» e in alcuni monumenti cittadini sui quali compare l’effigie del leone di San Marco. I Veneziani che si stanziarono ad Agnone sarebbero stati esuli in fuga dalle zone dei Balcani occupate dall’impero ottomano; ma vi è anche chi ha ipotizzato che provenissero dalle colonie pugliesi della Serenissima. Grazie alla loro presenza, sorsero nuove attività artigiane, in particolare nel settore della lavorazione dell’oro, dell’argento, del ferro battuto e del rame. All’era luminosa della Serenissima fecero seguito un breve periodo di governo dei MEDIOEVO NASCOSTO
57
ITINERARI
Puglia
ORIA
Culla della tolleranza
80
MEDIOEVO NASCOSTO
Oria (Brindisi). La cupola, decorata da mattonelle policrome, della cattedrale di Maria Santissima Assunta in Cielo.
di Francesco Colotta
O
ria ha ricevuto dal destino il dono della posizione geografica e orografica: a pari distanza da due mari, l’Adriatico e lo Ionio, svetta su un’altura che domina la circostante pianura salentina. Secondo lo storico greco Erodoto, la città venne fondata da un pugno di Cretesi, che, scampati a un naufragio, erano alla ricerca di un rifugio sicuro, lontano dal mare. L’abitato fu chiamato Hyria, nome che nel tempo mutò piú volte prima di approdare all’attuale versione. Durante la dominazione romana la città divenne municipio, sfruttando a proprio vantaggio la favorevole posizione costiera e la vicinanza con la via Appia. Conservò prestigio anche nel periodo di transizione fra Bizantini e Longobardi, diventando in seguito sede vescovile e rendendosi indipendente dal patriarcato di Costantinopoli. Nell’867 l’imperatore Ludovico II accorse per scacciare dalla città i Saraceni, ma non poté evitare il ripetersi dei loro attacchi. La spedizione mirava, comunque, anche a eliminare il dominio longobardo su Oria e andò a buon fine. Tra il IX e il X secolo la città irruppe sul palcoscenico della storia, intrecciando la sua sorte con l’ampio capitolo della presenza ebraica nel territorio, i cui primi segni s’erano già manifestati in epoca paleocristiana. L’impero romano d’Oriente aveva mostrato poca tolleranza nei confronti delle comunità israelitiche: Giustiniano aveva infatti disposto che tutte le sinagoghe venissero trasformate in chiese e che la lingua ebraica fosse sostituita con quella locale ai fini dell’insegnamento religioso. Ma in Puglia, per scarsa volontà politica dei funzionari adibiti all’applicazione degli editti imperiali, tali imposizioni rimasero lettera morta. Tanto che, nel IX secolo, la «lingua proibita», caduta l’intransigenza iniziale, s’era diffusa in maniera capillare. Anche quando un altro imperatore d’Oriente, Leone Isaurico, ordinò che tutti gli Ebrei fossero battezzati, ottenne risultati inferiori alle attese: molti fuggirono in terra musulmana e altrettanti finsero di convertirsi.
Il libro delle discendenze
Oria non fu peraltro investita dall’ondata persecutoria e ciò contribuí a far divenire la città un centro di presenza e cultura ebraica importante, inferiore solo a Roma. Non subí contraccolpi neppure quando, sotto Basilio I, la conversione divenne obbligatoria e fu spesso MEDIOEVO NASCOSTO
81
ITINERARI
Basilicata
VENOSA Perla del Vulture Statua in bronzo del poeta latino Quinto Orazio Flacco, nato a Venosa nel 65 a.C. La scultura, opera di Achille D’Orsi, corona il monumento che venne inaugurato nel 1898.
92
MEDIOEVO NASCOSTO
di Vito Bianchi
V
enosa, erede della romana Venusia, fiorente colonia latina, fu patria del poeta Quinto Orazio Flacco (I secolo a.C.) e crogiolo del suo carpe diem. Ora come allora, la cittadina si distende su un altopiano che fu il letto d’un lago preistorico, ai margini montuosi del Vulture, nell’Appennino lucano. Longobardi, Bizantini, Saraceni: le dominazioni, i saccheggi, i passaggi di mano non sono mai mancati, vista la collocazione strategica della località, lambita dalla via Appia e posta allo snodo di itinerari cruciali per i collegamenti fra Est e Ovest, Sud e Nord della Penisola. Ma gli avvicendamenti politici non hanno mai prevalso sulla laboriosità e la tenacia della popolazione indigena. Sicché, anche nell’Alto Medioevo la comunità cittadina fondava la sua ricchezza su una sagace organizzazione agro-pastorale che, per alcuni periodi, dovette essere funzionale all’industria della manifattura laniera.
Convivenza pacifica
Cosí ben inserito nella rete viaria tardo-antica e medievale, il borgo venosino annoverava una compagine etno-sociale eterogenea: oltre a famiglie d’estrazione longobarda o bizantina, dal-
Il castello di Venosa, eretto nel 1470 da Pirro del Balzo, che conservò i caratteri difensivi del periodo angioino. La fortezza fu realizzata ricalcando il modello del Castelnuovo (o Maschio Angioino) di Napoli.
la metà del IV secolo vi è attestata una folta presenza ebraica. Erano Ebrei ricchi proprietari terrieri, mercanti, personaggi di spicco della vita politica locale, nonché alcuni «patroni» della città. Un’abbondante documentazione monumentale, letteraria, epigrafica e iconografica, che si prolunga almeno fino al IX secolo, attesta una presenza giudaica che, fra l’altro (come ha riconosciuto lo studioso Cesare Colafemmina), poteva contare sulla precisa definizione e articolazione dei ruoli sociali e religiosi. Soprattutto, le indagini e gli studi sul contesto storico altomedievale documentano, per Venosa, la pacifica convivenza di ebraismo e cristianesimo. Le catacombe che si aprono presso la collina della Maddalena, intricate di cunicoli, dense di arcosoli e di tombe incassate nel pavimento, hanno restituito iscrizioni in greco, latino ed ebraico, alcune delle quali bilingui: evidentemente, la convivenza giudaico-cristiana si riverberava anche nella cultualità funeraria, come se la coabitazione continuasse a permanere in un’ideale, sempiterna staffetta dal mondo dei vivi a quello dei morti. Epigrafi ebraiche sono state rinvenute anche presso l’anfiteatro romano del I-II secolo. Lí di MEDIOEVO NASCOSTO
93
ITINERARI
Calabria
I resti del castello di Gerace, Consolidato dai Bizantini su un preesistente impianto greco-romano, fu ristrutturato e potenziato dai Normanni.
102
MEDIOEVO NASCOSTO
GERACE
Santa e fiera In basso, a destra la città di Gerace in un’incisione tratta da Il Regno di Napoli in prospettiva diviso in dodeci provincie (...) opera dell’abate Gio. Battista Pacichelli. 1703.
di Domenico Gambardella
I
n cima a quella punta di tufo in estate il caldo non è opprimente. La strada in genere è poco animata, le porte e le finestre dei palazzi un tempo appartenenti alla nobiltà sono chiusi, e nelle strette vie non c’e quel cicaleccio animato tipico delle cittadine del Sud. Gerace, paesino calabrese della Locride situato ai piedi dell’Aspromonte, si presenta cosí al visitatore moderno. Infilarsi nei vicoli è facile, cosí come è semplice scorgere all’improvviso un portale, oppure una chiesa in parte da restaurare, una delle tante chiese che un tempo facevano di Gerace una «città santa». Quando si viene a sapere che questa cittadina rientra nei borghi classificati dall’ANCI come uno dei piú belli d’Italia non ci si stupisce. Per capirlo basta visitarlo. Percorrere cioè la Statale 106 Ionica, giungere a Locri, lasciare la costa, e penetrare all’interno, verso l’Aspromonte. Già, Locri. Il legame tra Locri Epizefiri, la colonia greca fondata nella metà dell’VIII secolo a.C., e Gerace appare inevitabile. Per alcuni studiosi furono proprio i Locresi, accorsi sulla rupe nel 915 per difendersi dagli attacchi dei Saraceni, a fondare Gerace. Per altri quel luogo aveva già una sua storia. Rifugiarsi in siti imprendibili, ecco la storia tra l’VIII e il X secolo di gran parte dei paesi calabresi che dall’alto ammirano il blu del mare.
MEDIOEVO NASCOSTO
103
ITINERARI
Sicilia
CACCAMO
L’inespugnabile rifugio dei congiurati 112
MEDIOEVO NASCOSTO
di Francesco Colotta Il castello normanno di Caccamo (Palermo). È una delle fortezze meglio conservate del Meridione d’Italia: databile al XII sec., sorge in prodigioso equilibrio su una rupe rocciosa a strapiombo sulla vallata.
D
efinita «Cartagine siciliana» dallo storico isolano seicentesco Agostino Inveges (che fondò la sua convinzione sull’opinione di Stefano Bizantino, secondo il quale in Sicilia era esistita una città chiamata Cartagine), l’antica Caccamo sorgeva su uno sperone roccioso, alle falde del Monte San Calogero: qui avrebbe trovato rifugio un gruppo di soldati punici sopravvissuti alla disfatta subita per mano dei Siracusani e degli Agrigentini nella battaglia di Imera del 480 a.C. (il piú grande scontro combattuto dalla grecità d’Occidente contro il barbaro). Nell’XI secolo, sull’altura si formò un piccolo centro fortificato, che il geografo arabo al-Idrisi cita con il toponimo tuttora in uso. Il borgo, all’epoca normanno, godeva dello status di baronia e venne in seguito ceduto al locale signore Goffredo de Sageyo, per poi passare, nel XII secolo, sotto il controllo dei nobili Bonello, che resero piú funzionale il castello. Proprio la rocca, in quel periodo, fu teatro di fatti di sangue che coinvolsero uno degli esponenti della famiglia Bonello, Matteo, che si pose a capo di una rivolta nobiliare contro il dispotico governatore Maione di Bari, luogotenente del re normanno Guglielmo I il Malo, odiato dall’intera popolazione. Matteo aveva preparato la sommossa insieme ad altri aristocratici e, nel giorno stabilito per l’azione, prese il comando delle operazioni: a Palermo – si presume sulla via Coperta, davanti al palazzo arcivescovile – assassinò Maione, dopo di che, rientrato nel castello di Caccamo, progettò addirittura di catturare il sovrano normanno Guglielmo. Questi, nel frattempo, si era dichiarato disposto a perdonare gli autori dell’eccidio, perché consapevole del consenso popolare di cui godevano, ma il suo atto di clemenza non lo salvò dalla violenta determinazione dei rivoltosi e pochi giorni dopo venne catturato. I congiurati non si limitarono a rapire il re, ma misero a ferro e fuoco interi quartieri di Palermo, scatenando, inoltre, una vera e propria persecuzione nei riguardi dei residenti di fede musulmana.
L’inganno di re Guglielmo
Le violenze provocarono la reazione dei fedelissimi del sovrano e la loro controffensiva costrinse i cospiratori a rifugiarsi nuovamente nella fortezza di Caccamo. Guglielmo, intanto, era stato liberato, meditava vendetta e, non
MEDIOEVO NASCOSTO
113
ITINERARI
Sicilia
Sulle due pagine altre immagini delle architetture del castello di Caccamo.
114
MEDIOEVO NASCOSTO
potendo espugnare il castello, finse di voler scendere a patti, promettendo inoltre l’emanazione di provvedimenti che avrebbero rafforzato l’autonomia dei nobili. Matteo Bonello, fidandosi delle promesse, uscí dal suo nascondiglio e si recò a corte per avviare le trattative, ignaro della trappola che il monarca gli aveva teso; venne infine arrestato, rinchiuso nel palazzo e ucciso dopo terribili torture. Alla morte di Guglielmo, Caccamo entrò a far parte dei possedimenti di un nobile francese, Giovanni Lavardino, il cui dominio non mancò di scatenare nuove rivolte. In seguito, al governo si succedettero numerosi aristocratici e ecclesiastici, tra i quali l’arcivescovo di Paler-
mo, ma verso la fine del Duecento, erano sempre le famiglie francesi a mantenere ben saldo il controllo del territorio. Solo con la guerra del Vespro (1282-1302), il destino politico di Caccamo subí un radicale cambiamento, in particolar modo con l’avvento al potere dei nobili Chiaramonte, ai quali i vincitori Aragonesi avevano concesso il borgo in feudo. In quel secolo, sorsero sontuosi palazzi, mentre sia le mura che il castello furono ristrutturati. Caccamo divenne successivamente contea, ma il periodo di splendore si interruppe presto, coincidendo con il declino politico dei Chiaramonte, entrati in rotta di collisione con l’amministrazione centrale spagnola. Nuovi ariMEDIOEVO NASCOSTO
115