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TE LIBE RR RA A RE SA L NT A A
MEDIOEVO DOSSIER
EDIO VO M E Dossier
LA STORIA OLTRE IL MITO
LE CROCIATE di Franco Cardini
con contributi di Riccardo Facchini, Davide Iacono, Antonio Musarra e Franco Suitner
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LE CROCIATE
N°59 Novembre/Dicembre 2023 Rivista Bimestrale
IN EDICOLA IL 18 NOVEMBRE 2023
LELA STORIA CROCIATE OLTRE IL MITO di Franco Cardini con contributi di Riccardo Facchini, Davide Iacono, Antonio Musarra e Franco Suitner
8. Il concetto di guerra santa Un nome per molte idee
70. Addio alla Terra Santa La fine di un’avventura
16. Il controllo del Mediterraneo E il mare tornò nostrum
76. Il sogno (infranto) di Innocenzo III Abbandonati da Dio
22. Due potenze in crisi Declini paralleli
82. Regole e precetti Reprimere è lecito
28. Una nuova età dell’oro Tempo di rinascenza
88. Nuovi scenari Verso un nuovo ordine mondiale?
36. L’appello di Urbano II Se il papa chiama...
96. Vecchie e nuove interpretazioni Il dibattito è aperto
44. La conquista di Gerusalemme Dalle parole ai fatti
106. Medievalismo e crociate Il revival dei cruce signati
52. Il regno franco di Gerusalemme Un reame «europeo» in Terra Santa
116. I canti delle crociate Un’epopea in rima
62. La reazione dell’Islam Gli «infedeli» alla riscossa
Un nome per molte idee
Derivato dalla croce portata da chi aveva scelto di prendere le armi per difendere la cristianità, il termine «crociata» compare, in realtà, solo dopo le spedizioni in Terra Santa. Per poi assumere, nel tempo, accezioni molteplici e controverse di Franco Cardini
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ggi si parla molto di crociate. I temi della convivenza e della costruzione di una società multiculturale le hanno fatte tornare di moda: ma esse rappresentano, da un certo punto di vista, anche una sorta di «cattiva coscienza» dell’Occidente. Si è detto che siano state l’anticamera e il modello delle guerre coloniali, delle guerre di religione e di quelle ideologiche; che nel loro corso si siano verificati i primi casi di massacri in massa di Ebrei; che esse abbiano scavato un fossato incolmabile tra l’Europa occidentale e i mondi cristiano-orientale e musulmano, i quali all’Occidente – appunto – non hanno mai perdonato quella continua aggressione. Molti – cattolici e no – ritengono la Chiesa cattolica nel suo complesso responsabile di tali passati orrori e chiedono che essa ne faccia ammenda dinanzi all’umanità. D’altronde, però, non manca chi osserva che anche l’Islam ha la sua «guerra santa», il jihad; né addirittura chi si chiede se, di fronte a un mondo musulmano per tanti versi tornato aggressivo, l’ipotesi di una riscoperta della crociata, spoglia magari di elementi religiosi e mirante alla difesa dell’Occidente, non sarebbe oggi opportuna. Questi vari modi di considerare la storia e i problemi del presente partono forse tutti da una scarsa conoscenza della realtà effettiva di ciò che è stato, da una pervicace volontà di attualizzazione del passato e da una serie di malintesi sull’autentica, complessa natura storica sia dei molti eventi che noi, oggi, definiamo «cro-
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Reliquiario in forma di croce a doppio braccio, da Costantinopoli, databile al XIII sec. e montato su una base piú tarda, risalente al XV sec. Siena, Santa Maria della Scala, Tesoro.
ciate», sia dell’idea di crociata come in effetti essa si sviluppò in una dinamica durata molti secoli e ricca di mutamenti. Alla comprensione della realtà storica non giova l’abuso che della parola si fa a livello giornalistico. Si usa definire, al negativo, «crociata» ogni intensa campagna politica o morale i cui fini sono, dal punto di vista di chi la considera, ottusi e reazionari: per esempio, la stampa laica ha rimproverato spesso quella cattolica di scatenare delle «crociate» contro il divorzio, l’aborto, i metodi contraccettivi e cosí via. In questo modo di usare la parola sopravvive, ancor oggi, la polemica degli illuministi del XVIII secolo, come Diderot e Voltaire, che consideravano la crociata un tipico frutto dell’ignoranza, dell’intolleranza e del fanatismo medievali. Ma in altri ambiti si usa invece la parola in un contesto positivo: per esempio, quando diciamo che è necessaria una «crociata» contro il fumo, contro l’alcol, contro certe malattie. In questo modo di esprimersi è ancora viva l’eco del linguaggio del Romanticismo ottocentesco di autori come René de Chateaubriand che, appunto in polemica con l’illuminismo del secolo precedente, vide nelle crociate medievali il frutto di Nella pagina accanto miniatura raffigurante uno scontro fra crociati e musulmani nel corso dell’assedio di Antiochia (1098), durante la prima crociata, da un’edizione del Roman de Godefroi de Bouillon illustrata da Richard de Montbaston. 1337. Parigi, Bibliothèque nationale de France.
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E il mare tornò nostrum Le spedizioni crociate si inseriscono nel piú ampio contesto della secolare rivalità fra Occidente e Islam. Di cui l’egemonia sul Mediterraneo fu una delle cause principali Santiago di Compostella (Galizia, Spagna). La facciata barocca della cattedrale intitolata a san Giacomo Apostolo, dovuta alle trasformazioni sei-settecentesche dell’originario edificio romanico.
di Franco Cardini
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l «cammino di Santiago», che attraverso l’Europa conduceva ai passi pirenaici e alla Spagna per giungere in Galizia, divenne durante l’XI secolo – auspice anche la grande abbazia benedettina di Cluny in Borgogna, motore culturale e liturgico nonché politico dell’epoca – il vettore dell’apporto europeo al movimento della Reconquista iberica. La Spagna musulmana, dopo la liquidazione nel 1031 del califfato di Cordova, era divisa tra vari emirati in lotta tra loro (reiños de taifas) e dilaniata dai conflitti tra famiglie arabe e berbere. La situazione rimase comunque in uno stato di instabile equilibrio, perché anche i regni cristiani, a nord, erano percorsi da rivalità e da inimicizie. Le cose cambiarono verso il 1055, quando Ferdinando I – dal 1037 acclamato re di Castiglia e di León – si sentí in grado di scatenare un’offensiva che mise in suo potere la bassa valle del Duero. Coimbra venne conquistata nel 1064, dopo che il sovrano aveva compiuto un pellegrinaggio a Compostella per chiedere l’aiuto dell’apostolo Giacomo nell’impresa: e in tale occasione cominciò ad affermarsi la fama dell’apparizione di Santiago Matamoros («uccisore di Saraceni»), che sarebbe avvenuta un paio di secoli prima, durante la battaglia di Clavijo. Frattanto, il fronte aragonese rischiava un tracollo per la morte del re Ramiro I durante l’assedio alla fortezza saracena di Graus. Poiché l’infante Sancho era ancora minorenne, spettò a papa Alessandro II prende-
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Declini paralleli Dopo essersi affermati tra le grandi potenze del primo Medioevo, alle soglie dell’anno Mille l’Islam e l’impero bizantino entrano in crisi. Aprendo la strada alla ridefinizione degli equilibri geopolitici dell’intero scacchiere euroasiatico di Franco Cardini
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ra la fine dell’Ottocento e la prima metà del Novecento, una tradizione storiografica di tipo evoluzionistico aveva proposto il termine di «precrociate» per definire le imprese della Reconquista nella Penisola Iberica e quelle delle città marinare italiche nel Mediterraneo durante l’XI secolo. Non c’è dubbio che l’episodio che noi chiamiamo «prima crociata» sia, nel suo contesto, nei suoi precedenti e nei suoi esiti, strettamente connesso con quelli qui finora ricordati. Ciò nondimeno, l’espressione «precrociate» appare rigidamente legata a una concezione deterministica della storia. Anziché usare quindi una terminologia necessitante sul piano delle parole, completiamo il quadro del contesto storico dell’XI secolo e seguiamo senza forzature preconcette il concreto processo storico che in quel tempo venne a maturare. A tale scopo, due elementi sono ancora necessari: uno sguardo sintetico alla coeva storia dell’Islam e dell’impero bizantino e una panoramica sullo sviluppo demografico e socioeconomico dell’Europa del tempo. Nel corso del VII secolo una nuova religione, l’Islam, strettamente connessa con ebraismo e cristianesimo, era riuscita a unificare le genti arabe. In seguito alla predicazione del profeta
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Muhammad (Maometto, 570-632) gli Arabi – una popolazione d’idioma semitico originaria del Meridione della penisola che da essa prende nome, e che era divisa in tribú caratterizzate sia dalla tradizione nomade (prevalentemente nel nord) sia dai costumi agricoli e sedentari (al sud) – avevano abbandonato il politeismo in favore della fede nel Dio creatore Allah (Islam: «fede», «abbandono in Dio», «intima concordia con la volontà di Dio»; affine a Salam, «pace»). Questo aveva conferito loro unità religiosa e politica e nello stesso tempo le motivazioni per l’avvio del jihad («sforzo spirituale sulla via del Signore») e dell’espansione della fede che, tra VII e IX secolo, li portò a conquistare – anche attraverso la rapida conversione delle genti circostanti – un’area immensa compresa tra il Caucaso e il Corno d’Africa e tra lo Stretto di Gibilterra e il Pamir.
Meglio convertiti che oppressi
Le ragioni della rapida diffusione dell’Islam tra le popolazioni mediterranee rivierasche, fino ad allora soggette all’impero bizantino, sono da ricercarsi tra l’altro nel fatto che il cristianesimo diffuso soprattutto in Siria e in Egitto era quello monofisita, considerato eretico da Bi-
Foglio di un’edizione manoscritta del Corano, vergata in caratteri cufici, dalla Grande Moschea di Kairouan (Tunisia). Inizi del X sec. Parigi, Institut du Monde Arabe. Nella pagina accanto miniatura raffigurante l’arcangelo Gabriele che rivela a Maometto la sura 8 del Corano, da un manoscritto prodotto nello scriptorium regio del sultano Murad III, che illustra il Siyar-i Nabi (Vita del Profeta), completato da Darir di Erzurum intorno al 1388. 1594-1595. Parigi, Museo del Louvre.
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Tempo di rinascenza A dispetto delle paure che l’avevano attanagliato, l’Occidente supera indenne il fatidico anno Mille e si appresta a vivere, anzi, una stagione di eccezionale fioritura economica e culturale
Sulle due pagine miniature tratte da un’edizione manoscritta del De Universo di Rabano Mauro. XI sec. Montecassino, Archivio dell’Abbazia. Dall’alto, in senso antiorario, la città di Gerusalemme; un carro agricolo; una scena di vita all’interno di un monastero.
di Franco Cardini
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in dai primi anni dell’XI secolo, a fronte d’una sia pur relativa crisi dei mondi bizantino e musulmano, era ormai l’Europa occidentale ad apparire dinamica e vitale. Una fase climatica positiva aveva determinato l’arretramento delle malattie (specie broncopolmonari) che erano forte causa di mortalità infantile e, al tempo stesso, aveva causato una congiuntura agricola favorevole caratterizzata dal susseguirsi di buone annate, con raccolti abbondanti. Questo aveva reso piú rare le ricorrenti carestie e le conseguenti epidemie, che infierivano piú crudelmente su popolazioni le cui difese naturali fossero compromesse da un’endemica sottoalimentazione. Tali condizioni avevano determinato una decisa crescita demografica, con forti conseguenze positive sul piano dell’economia, della società e della cultura. Alla base della rinascita demografica europea va quindi posto questo miglioramento climatico, avvertibile sin dalla fine del X secolo: in questo senso può esserci qualcosa di vero nella vecchia leggenda dei «Terrori dell’Anno Mille» e, soprattutto, nell’ottimismo che si sarebbe impadronito degli animi all’inizio del secondo millennio, visto che la temuta fine del mondo non si era verificata e che, anzi, i nuovi tempi si annunziavano con un piú dolce tepore.
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Dalle parole ai fatti Nella primavera del 1096 una schiera, assai composita, di «soldati di Cristo» dà inizio alla prima crociata. Destinata a concludersi, tre anni piú tardi, con la presa di Gerusalemme
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di Franco Cardini
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unque, cominciò cosí. Due o tre concili regionali tra Italia settentrionale e Francia centrale, indetti da un pontefice vincitore eppur fuggiasco dalla sua città; una tumultuosa primavera di partenze suscitate dalla predicazione di personaggi raminghi e quasi marginali; indisciplinate torme di pellegrini che talvolta si muovevano spingendosi dinanzi delle oche, secondo un vecchio superstizioso costume germanico, e che all’apparir lontano di ogni nuova torre, di ogni nuova cerchia muraria, si chiedevano l’un l’altro se quella fosse Gerusalemme; i massacri degli Ebrei renani e boemi. Fu questa la peregrinatio, alla quale tenne dietro l’iter dei principi e dei baroni con il loro seguito di milites e talora anche con le loro nobili consorti e le loro grandi o piccole corti. Fu questa la «prima crociata». Durò tre anni e qualche mese, dalla primavera del 1096 al luglio del 1099. Si concluse con la conquista di Gerusalemme e un orribile massacro dei suoi abitanti musulmani ed Ebrei: fu una fortuna che alla vigilia dell’assalto dei «Franchi» il governatore della città ne avesse fatto uscire i cristiani orientali, forse per non coinvolgerli in una lotta che li avrebbe visti forzatamente indecisi tra degli estranei, ch’erano pur sempre loro fratelli in Cristo, e della gente che parlava la loro stessa lingua e viveva come loro ma che apparteneva a un altro credo, sia pur affine. Se fossero rimasti in città, è probabile che i peregrini, i cruce signati, avrebbero massacrato anche loro. Guerrieri coperti di ferro e gente inerme – che in quei lunghi mesi aveva forse imparato a combattere e certo si era scoperta feroce pur restando animata da un profondo, oscuro senso di pietà religiosa – avevano attraversato la pianura anatolica e poi la Siria in due successive estati, disorientando i generali bizantini di Alessio I Comneno e cogliendo del tutto di sorpresa i Turchi selgiuchidi e gli Arabi fatimidi, che si contendevano da alcuni decenni l’area che oggi piú o meno corrisponde al territorio siro-libano-israelo-palestinese.
Fallimenti in sequenza
La «prima crociata» resta un enigmatico magma di casualità e di fatalità, e forse riuscí proprio in virtú del suo essere strampalata: prova ne sia che le successive sette (secondo il computo ordinariamente invalso), tutte pensate e organizzate con miglior logica e maggior cura tattico-strategica, fallirono inesorabilmente l’una dopo l’altra, oppure conseguirono risulta-
In alto miniatura raffigurante l’assedio di Gerusalemme da parte dei crociati nel 1099, da un’edizione delle Chroniques de Jérusalem abrégées. 1462-1468. Vienna, Österreichische Nationalbibliothek. In primo piano, sulla destra, la tenda di Goffredo di Buglione, che ne è uscito ed è ritratto al centro. Nella pagina accanto capolettera miniato raffigurante Boemondo I di Antiochia e il patriarca di Gerusalemme, Daiberto da Pisa, che navigano verso la Puglia, nel corso della prima crociata, da un’edizione della Historia rerum in partibus transmarinis gestarum di Guglielmo di Tiro. 1250-1259. Londra, British Library.
A sinistra miniatura raffigurante un crociato in ginocchio, dal Salterio di Westminster. 1250 circa. Londra, British Library.
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Un reame «europeo» in Terra Santa Per consolidare il controllo dei territori conquistati, i principi venuti dall’Occidente danno vita a un singolare esperimento politico: creano un loro nuovo regno, con base a Gerusalemme di Franco Cardini
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ate l’entità numerica e l’eterogeneità qualitativa dei partecipanti, la spedizione del 1096-1099 somigliava piú a una migrazione di popoli che a un pellegrinaggio: almeno per gli standard del tempo. È vero che molti principi e prelati di quel secolo avevano intrapreso anche negli anni precedenti la strada del pellegrinaggio gerosolimitano portandosi dietro, oltre al seguito di armati, una vera e propria grande o piccola corte: ma, pure rispetto a quelle esperienze, la crociata si configurava come una troppo ampia e soprattutto inaspettata variante. In effetti – per quanto si possa ipotizzare che l’idea della conquista armata di Gerusalemme circolasse negli ambienti della Chiesa riformatrice fin dai tempi di Gregorio VII – si deve arrivare all’indomani della presa di Antiochia, quindi all’estate del 1098, per constatare come l’ipotesi che fosse possibile e opportuno spingersi fino 52
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all’assalto della Città Santa, sviluppata forse in ambiente popolare, avesse messo radici anche tra i principi, a partire dalla cerchia di Raimondo di Tolosa. La carenza di fonti impedisce di capire con chiarezza – a parte qualche indizio sparso – quale fosse intanto l’azione pontificia e come si comportasse Urbano II che guidava a distanza l’iter-peregrinatio. Di sicuro, dopo la conquista di Antiochia, morto il legato Ademaro di Le Puy, i principi si erano sentiti quasi abbandonati e, esitando ad affrontare il braccio di ferro tra loro per la leadership, avevano inviato una lettera al papa chiedendogli di raggiungerli o di guidare comunque in modo diretto la loro impresa. Ormai l’ambiguo legame di fedeltà che essi avevano stipulato a Costantinopoli con l’imperatore bizantino, legittimo signore dei territori da loro conquistati secondo la tradizione dell’impero romano, si era infranto. In quel
Sulle due pagine miniature tratte da un’edizione della Historia rerum in partibus transmarinis gestarum di Guglielmo di Tiro. 1280 circa. Lione, Bibliothèque municipale. A sinistra, i crociati sotto le mura di Gerusalemme: dall’alto, un’apparizione divina e un momento di preghiera nell’accampamento. Nella pagina accanto, dall’alto: Goffredo di Buglione prega sul Santo Sepolcro e poi si riunisce con i capi latini della spedizione.
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Gli «infedeli» alla riscossa L’Islam, in parte sorpreso dalla determinazione dei «soldati di Cristo», dopo lo sbandamento iniziale seppe presto riorganizzarsi e recuperare gran parte delle posizioni perdute Veduta d’insieme e particolare di una miniatura raffigurante un attacco proditorio dei Saraceni ai danni di un manipolo di crociati, da un’edizione delle Chroniques de France ou de Saint Denis. Secondo quarto del XIV sec. Londra, British Library.
di Franco Cardini
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l regno si andò rapidamente assuefacendo alle circostanze climatiche, geografiche e culturali del Vicino Oriente: le aristocrazie feudo-cavalleresche, discendenti dai conquistatori dell’impresa del 1096-1099, si adattarono ai costumi, alle lingue, alla cucina del luogo e sovente s’imparentarono con lignaggi locali, specie con grandi famiglie nobiliari armene o siriane-cristiane, allora potenti e numerose. Anche le «borghesie» urbane e i medi e piccoli proprietari terrieri fecero altrettanto: mentre gli Arabi musulmani, passato il primo sanguinoso periodo della conquista, ripresero le loro attività di contadini nelle campagne e di mercanti, di artigiani, di pescatori nelle città. Per quanto le istituzioni conservassero e anzi imponessero un regime di reciproca separazione fra etnie, confessioni e religioni diverse, e le lingue delle leggi scritte restassero il latino e il franco-settentrionale (ma si usavano anche gli idiomi italico e occitano), la tendenza della Terra Santa crociata era quella della progressiva realizzazione di una «società coloniale»: ben se ne rendevano conto gli osservatori che provenivano dall’Europa e che, per i componenti di quella società, coniarono il termine di poulain, che sostanzialmente significa «meticcio», «bastardo». Tuttavia, comunque, la Terra Santa crociata restava una sorta di protesi transmarina d’Europa: e difatti la si definiva ordinariamente Outremer, «terra d’Oltremare». Era chiaro che senza un continuo, stretto legame con l’Europa,
essa non avrebbe potuto sopravvivere: dall’Europa giungevano merci delle quali i «Franchi» e i «Latini», residenti in Siria e in Palestina, non potevano fare a meno, cosí come giungevano tendenze culturali e stili architettonici, per quanto le maestranze locali non mancassero poi di rielaborarli talvolta in modo geniale. E dall’Europa, vale a dire dal papato e dai regni europei, giungevano il sostegno e la legittimazione necessari alla monarchia feudale gerosolimitana per sopravvivere.
Un amaro risveglio
Intanto, però, il mondo musulmano circostante si stava riavendo dalla sorpresa e riorganizzando. La riscossa partí dalle città siro-mesopotamiche del Nord, cioè da Aleppo e da Mosul, governate nel nome del califfo di Baghdad e del suo consigliere-protettore turco-selgiuchide, il sultano, da una dinastia di energici atabeg (in turco: «padre dei capi», cioè governatore generale), fondata da Imad ad-Din Zenqi. La caduta nel 1146 in mani turche della città armena di Edessa (oggi Urfa, in Turchia), che Baldovino di Boulogne (futuro re di Gerusalemme) aveva eretto in capitale di contea circa mezzo secolo prima, costituí per l’intera cristianità d’Occidente, ormai abituata a sentire la Terra Santa come propria, un amaro risveglio. Zenqi non faceva mistero di voler rigettare in mare i conquistatori franchi, ma aveva mire ancor piú ampie: in realtà, era evidente che CROCIATE
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Reprimere è lecito Nel solco degli ideali di Clermont, la Chiesa definisce un apparato dottrinario e giuridico minuzioso, utile a giustificare le crociate bandite senza sosta per tutto il Trecento e oltre 82
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tedeschi della Lega Anseatica e ne convertivano con la forza le genti. Dopo la metà del Duecento, una volta placatasi la tempesta mongola che aveva sconvolto quasi per intero il continente eurasiatico, si sviluppò un intenso movimento di missionari, diplomatici, mercanti, esploratori che condusse gli Europei fino alla Cina e all’India sulla base della speranza – utopica – di convincere i temibili conquistatori a far causa comune con la cristianità europea contro l’Islam. Ancora una volta, la crociata dispiegava e dimostrava intera la sua vitalità: ma in ambiti diversi da quello che era il suo dichiarato scopo principale. Il fatto è anche che essa era divenuta uno strumento di polizia contro i nemici della Chiesa. Dopo averla impiegata contro i catari, che erano avversari religiosi, la si usò contro i nemici politici del papato, per esempio i ghibellini italiani. Crociate furono predicate contro Manfredi e poi Corradino di Svevia, verso la metà del Duecento contro Ezzelino e Alberico da Romano, alla fine del secolo contro la famiglia romana dei Colonna, piú tardi ancora contro i Visconti di Milano, gli Ordelaffi di Forlí e altri signori ghibellini d’Italia.
La demonizzazione del nemico
di Franco Cardini
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l movimento nato dall’esortazione di Clermont del 1095 si era andato complicando e articolando: i regnanti cristiani dell’Occidente avevano cercato di dirigerlo e di gestirlo e avevano fallito. Esso, ormai, non era altro che uno strumento di controllo politico e giuridico nelle mani della Santa Sede che cosí condizionava i governi cristiani, imponeva tasse e altre forme di prelievo di denaro, dettava alleanze. In Spagna, nel Duecento, i re di Castiglia e d’Aragona erano riusciti a ridurre l’Islam al possesso del solo Meridione andaluso; nel Nord-Est europeo, i monaci-cavalieri Teutonici e Portaspada dominavano il Baltico d’accordo con i mercanti
Trionfo di San Tommaso d’Aquino, affresco di Andrea Bonaiuti. 1366-1368. Firenze, S. Maria Novella. Cappellone degli Spagnoli.
La propaganda guelfa dipingeva questi principi – invero spesso crudeli e anche superstiziosi fino all’empietà, che si circondavano di astrologi arabi e avevano sovente al loro servizio milizie saracene – come «peggiori degli infedeli» e complici dei potentati musulmani: un’accusa che in certi momenti di crisi – come l’insorgere dell’epidemia di peste del 1347-50 – emerse anche contro gli Ebrei, accusati di congiurare con i Saraceni per la rovina dei cristiani. Di Ezzelino da Romano, era circolata perfino la leggenda che fosse figlio del diavolo: e un intellettuale padovano, Albertino Mussato, tradusse questa paurosa diceria in una bella tragedia in versi latini, l’Ecerinis, dove il tiranno vanta titanicamente quella terribile paternità definendo perciò se stesso «figlio di un dio», come si diceva fosse Alessandro Magno. La predicazione della crociata, sia quella contro gli «infedeli» o i «pagani», sia quella contro i mali christiani, è uno dei primi esempi sistematici di organizzazione del consenso che noi conosciamo, fondato sugli abili predicatori popolari, gli efficienti mercanti che appaltavano e raccoglievano le decime per la crociata e la severa Inquisizione. Essa si era d’altronde resa necessaria in quanto lo scandalo e l’indignazione per le crociate bandite in partibus fidelium, la «croce portata contro i cristiani», erano andati CROCIATE
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Il dibattito è aperto Definire il fenomeno crociato è un compito che ancora oggi impegna gli storici. Per stabilire le reali coordinate della «guerra santa», occorre infatti considerare una eccezionale molteplicità di elementi di Franco Cardini e Antonio Musarra
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osa sono state, dunque, le crociate? Guerre di religione, guerre ideologiche, guerre coloniali? Il primo esempio di aggressione sistematica dell’Occidente all’Oriente? Un lontano modello dei massacri razzisti? La pubblicistica – medievale e moderna – le presenta, spesso, come bella sacra. Talvolta, l’aggettivo sacrum è sostituito, non sempre con la necessaria attenzione ai valori teologici, da sanctum. Tuttavia, all’interno del cristianesimo non è stata mai formulata una vera e propria teologia della «guerra santa»; tantomeno le crociate, spedizioni nate dalla volontà di conquistare, conservare o recuperare i Luoghi Santi e canonisticamente fondate a partire dal Duecento su tale intenzione, sono state mai concepite come «guerre di religione» e ancora meno considerate parallele o alternative rispetto all’impegno missionario nella conversione degli infedeli. Se, malgrado tutto, episodi di conversione forzata si verificarono, essi non hanno mai ricevuto legittimazione da parte della Chiesa in quanto esito di una volontà missionaria. Ciò vale, del resto, anche per l’Islam: il jihad 96
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Miniatura raffigurante papa Urbano II che si reca a Clermont, per partecipare al Concilio indetto nell’estate del 1095, da un’edizione del Roman de Godefroi de Bouillon di Guglielmo di Tiro. 1337. Parigi, Bibliothèque nationale de France.
non è una «guerra santa», ma un impegno assoluto (uno «sforzo») assunto in favore di una causa ritenuta teologicamente e giuridicamente gradita a Dio, che in qualche caso può essere anche un fatto militare, ma che spesso è di tipo civile, morale o umanitario. Oggi, il termine jihadismo sembra aver sostituito quelli, precedenti, di «fondamentalismo» e di «islamismo». Vero è che esso ha, rispetto a quelli, una sfumatura di legittimità maggiore: vi sono effettivamente gruppi di musulmani che si definiscono tali in quanto impegnati nel jihad. Ma le cose sono piú articolate.
Miniatura raffigurante angeli che decorano la Ka’ba della Mecca alla nascita del profeta Maometto. 1595. Istanbul, Museo Topkapi.
Sopra la caduta di Granada (1492), in un dipinto ottocentesco di Carlos Luis Ribera. Burgos;· Cattedrale. Sotto l’impugnatura della «Spada di Boabdil» (sec. XV). Madrid, Museo del Ejército.
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Un’epopea in rima
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Gli appelli a combattere per i Luoghi Santi risuonarono anche in forma di componimenti poetici. Opere che non rispondevano solo a istanze letterarie, ma anche di autentica propaganda di Franco Suitner
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ntorno al 1270, probabilmente qualche anno prima, mentre il re Luigi di Francia sta preparandosi alla crociata, un suo suddito se ne va cavalcando tutto solo per la campagna. Riflette sulle brutte notizie che arrivano dalla Terra Santa e in particolare da San Giovanni d’Acri, sottoposta ad assedio. Immerso in questi pensieri, finisce col perdere la strada, finché giunge a una casa solitaria. Dentro ci trova dei cavalieri. Due di loro, dopo aver mangiato, si distraggono parlando dell’attualità. Uno si è fatto crociato, l’altro invece non vuole saperne. Ne nasce una disputa accanita, alla quale assiste il nuovo arrivato, che zitto zitto si pone all’ascolto e ne riferisce poi fedelmente. Potrebbe trattarsi di una discussione moderna sull’opportunità o meno di intraprendere una spedizione militare in Oriente, di un dibattito giornalistico fra partigiani della pace e alfieri delle ragioni dell’Occidente. È invece un testo medievale, immaginato e messo su carta da Rutebeuf, il maggior poeta satirico francese del XIII secolo. Pur non essendo uno dei suoi lavori piú felici, il testo emana una suggestione particolare. E il dibattito che vi è riprodotto è tutt’altro che inedito. Si trova svolto, in forme simili e spesso piú rigorose, in trattatelli specifici e soprattutto nelle prediche degli ecclesiastici che incitavano alla crociata e assumevano su di sé il compito, non sempre facile, di propagandare la spedizione e di convincere gli indecisi. Tuttavia, la forma poetica conferisce alla situazione descritta una suggestione particolare. Non è possibile qui elencare tutti gli argomenti usati dal crociato e le risposte, non sempre pertinenti, del cavaliere che vuole sottrarsi all’impegno e che alla fine, tuttavia, finirà con l’accettare le ragioni dell’antagonista. Come si può facilmente immaginare, i motivi addotti per scegliere la Croce sono intrisi di idealismo. Il cavaliere crociato fa appello alla possibilità
Uno scontro tra cristiani e Saraceni, in uno degli affreschi realizzati da Ugolino di Prete Ilario e aiuti per la Cappella del Corporale nel Duomo di Orvieto. 1357-1364.
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