IL MILLENNIO DEGLI ANIMALI
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N°43 Maggio/Giugno 2021 Rivista Bimestrale
IN EDICOLA IL 18 MAGGIO 2021
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MEDIOEVO DOSSIER
Dossier
IL MILLENNIO DEGLI
ANIMALI STORIE DI UOMINI, FIERE E LUPI MANNARI
€ 7,90
Timeline Publishing Srl - Poste Italiane Sped. in A.P. - D.L. 353/2003 conv. L. 46/2004, art. 1, c.1, LO/MI.
EDIO VO M E
IL MILLENNIO DEGLI
ANIMALI
STORIE DI UOMINI, FIERE E LUPI MANNARI testi di
Duccio Balestracci, Hippolyte Courty, Claudio Corvino, Enrico Faini, Paolo Galloni, Lorenzo Lorenzi, Alessandro Savorelli e Domenico Sebastiani
PRESENTAZIONE 6. Un rapporto molto speciale
ANIMALI SELVATICI ED ESOTICI 66. Liberi per natura
NOI E GLI ANIMALI 8. Insieme da sempre
LA SCIMMIA 76. Quel «parente» poco amato
IL CANE 20. Compagni di caccia
IL LEONE 86. Sia lode al re!
L’ORSO 28. Cosí bestiale, cosí umano!
ANIMALI FANTASTICI 98. Prodigi viventi
LA LEPRE 48. O la fuga o la vita
I LUPI MANNARI 108. Stregati dalla luna
IL CAVALLO 56. Una storia al galoppo
LA FENICE 120. La magnifica illusione
MAGIA
Presentazione
Un rapporto molto speciale Miniatura raffigurante un segugio che, tenuto da un valletto, segue una pista, da un’edizione del Livre de la chasse di Gaston Fébus illustrata sotto la direzione del Maestro dell’Épître d’Othéa. 1408-1410. Parigi, Bibliothèque nationale de France.
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GLI ANIMALI NEL MEDIOEVO
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rovavano affetto per gli animali gli uomini del Medioevo? Erano sensibili ai loro bisogni e alle loro sofferenze? Se lo chiede Chiara Frugoni, in apertura di un suo libro dedicato alla storia di un rapporto molto speciale (Uomini e animali nel Medioevo. Storie fantastiche e feroci, il Mulino, Bologna 2018).
Il Medioevo, come i lettori potranno scoprire sfogliando le pagine di questo Dossier, è stato anche «il millennio degli animali». Nessun’altra epoca, infatti, ci ha trasmesso una tale profusione di immagini – scolpite, dipinte, miniate e narrate – di animali reali e quotidiani, ma anche fantastici e spaventosamente ibridi. Attingendo – e non potrebbe essere altrimenti – al grande patrimonio «animalistico» del mondo antico, con l’aggiunta, però, di una propria, inconfondibile cifra. Perché, come sottolinea Enrico Faini nel capitolo introduttivo di questo Dossier, il Medioevo «è, per molti, il periodo del dominio della natura sull’uomo, delle foreste brulicanti di lupi famelici, della peste, del freddo e del buio». È l’età della paura, e a pagarne lo scotto sono, su molteplici piani, proprio gli animali. Addomesticati e sfruttati, temuti e raramente amati, impersonano – esorcizzandolo – l’altro da sé, l’ignoto, il pericolo. Eppure all’uomo medievale quegli animali, infinite volte immaginati e raffigurati, erano essenziali quanto gli esemplari in carne e ossa... Torniamo, però, alla domanda iniziale: esisteva, nelle donne e negli uomini di quel millennio, una qualche consapevolezza «animalista»? Per Chiara Frugoni la risposta è, perlopiú, negativa, con un’unica, vistosa eccezione, naturalmente: quella di Francesco, il santo che agli animali aveva estorto, con religiosa gentilezza, un privilegio altrimenti irraggiungibile: quello di poter parlare con loro. Chiara Frugoni ci ricorda un argomento su cui è necessario continuare a riflettere. Lo dobbiamo a quei nostri, meravigliosi, «fratelli minori»...
Miniatura raffigurante un astronomo, da un trattato di astrologia del XIV sec. Venezia, Biblioteca Nazionale Marciana.
GLI ANIMALI NEL MEDIOEVO
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IL CANE di Paolo Galloni
Compagni di caccia Dall’omerico Argo al cinematografico Lassie, il legame tra l’uomo e il suo «migliore amico» ha attraversato i millenni. E, in particolare nel Medioevo, un’arte venatoria senza la presenza del fido animale era inimmaginabile...
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a millenni il cane accompagna il cacciatore – lo testimoniano numerose pitture rupestri preistoriche. In epoche in cui la caccia aveva un peso culturale ed economico ben maggiore di oggi, anche i cani costituivano una presenza costante ed erano spesso compagni di lavoro piú che «amici». Non bisogna dunque commettere l’errore di proiettare verso il passato la percezione del presente. Quella medievale era una cultura venatoria avanzata e articolata che, quando possibile, utilizzava i cani in modo straordinariamente mirato. La caccia si indirizzava spesso ad animali che oggi non sono piú né prede né minacce, ma specie protette. Il lupo, per esempio, era considerato il principale rivale dell’uomo e, di conseguenza, perseguitato fino all’ossessione. Non stupirà, quindi, che esistessero cani addestrati a lottare contro i lupi, fatto lontanissimo dall’orizzonte odierno. Questo tipo di cane non era comunque il piú prezioso. Le leggi dei Frisoni e dei Bavari, per esempio, stabilivano che il «cane che sa uccidere il lupo» valeva un soldo in meno di bracchi e mastini impiegati nell’inseguimento di cinghiali od orsi e del «cane che accompagna l’astore». Quest’ultimo, per il quale le fonti non usano un termine latino, ma il germanico Hapuhunt, era probabilmente un levriero specializzato nella caccia a gru e aironi. Il valore del cane
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GLI ANIMALI NEL MEDIOEVO
Miniatura raffigurante una muta di cani che si avventa sul cinghiale abbattuto dai cacciatori, scena scelta come allegoria del mese di Dicembre per il manoscritto Les Très Riches Heures du duc de Berry. XV sec. Chantilly, Musée Condé. pastore incaricato di custodire le greggi era inferiore, segno che la caccia godeva di un prestigio maggiore rispetto ad altre attività produttive già in epoca precoce.
Razze specializzate
In generale, le varie raccolte di leggi germaniche altomedievali prendono in considerazione diversi casi di infrazioni concernenti i cani. Vi sono menzionati cani specializzati nella caccia all’orso, al cervo, all’uro (il grande bovino selvatico estintosi nel XVII secolo), ai volatili e perfino nello stanare lontre e castori – due prede da secoli uscite dall’orizzonte dei cacciatori, ma all’epoca, quando la frequentazione con le foreste e i fiumi che le traversavano era affare quotidiano, suscitavano ancora un certo interesse. Questa tendenza alla specializzazione è andata affinandosi con il passare dei secoli. Gli addestramenti erano differenziati non solo in base alla razza canina, ma anche alla preda. Cosí i bracchi ricevevano uno specifico dressage a seconda che fossero destinati ad accompagnare il cacciatore negli sfiancanti inseguimenti dei
L’ORSO di Claudio Corvino
Cosí bestiale, cosí umano!
È l’unico animale a combattere in posizione eretta, proprio come l’uomo. Un’ambivalenza che, però, non finisce qui: sebbene temuto per la sua forza bruta, all’orso furono riconosciuti, a piú riprese, tratti tutt’altro che ferini
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el momento in cui King Kong cade dall’Empire State Building crivellato dai colpi delle mitragliere aeree, nella versione cinematografica del 1933, un poliziotto, soddisfatto, dice al protagonista Carl Denham: «Gli aerei hanno avuto ragione di lui!». «No – replica lui mesto – non sono stati gli aerei. È stata la bella a uccidere la bestia». Dal 1933 al 2005 è stata girata una decina di pellicole (tra rifacimenti e sequel) aventi come leitmotiv il tema del gigantesco scimmione che si innamora della bella. «È il mito piú poderoso che il cinema abbia trasmesso al ventesimo secolo», sentenziava qualche anno fa l’Enciclopedia del Cinema De Agostini e certamente è cosí. Come pure è indubitabile la vicinanza della trama al mito della Bella e la Bestia (altra pellicola famosa di Jean Cocteau, del 1946), che GabrielleSuzanne Barbot trasformò nel racconto l’Histoire de la bête, apparso nel 1740 nel romanzo La jeune Américaine et les contes marines. Eppure entrambi i film, entrambe le trame, sembrano avere un prototipo comune, diremmo quasi un archetipo, il cui tetto cronologico è antichissimo, quasi impossibile da datare. Di un’unione tra la «bella» e la «bestia», in questo caso un orso, parla Olaus Magnus, nome latinizzato dello svedese Olof Maansson, nato a Linköping nel 1490, e poi vescovo di Uppsala. Nel libro XVIII (capitolo XXV: Della rapina d’una fanciulla, e come fu generato Ulfone, huomo astu-
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GLI ANIMALI NEL MEDIOEVO
Stampa da una miniatura raffigurante un gruppo di orsi, da un’edizione del Livre de la chasse di Gaston Fébus illustrata dal Maestro di Egerton. 1408-1410. Parigi, Bibliothèque nationale de France. tissimo, e gagliardissimo) della sua Storia delle genti settentrionali (Roma 1555), racconta: «Essendo in Svetia, uscita fuori scherzando alla campagnia, con alcune sue serve, una fanciulla di molta bellezza, figliola d’una persona onorata, un Orso d’estrema grandezza, spaventate tutte le compagne, l’abbracciò, e rapilla, e presala piacevolmente con l’unghie, la portò alla sua solita cava, nascosta nel bosco, e assalendo con nuova spetie di cupidità, le sue belle membra, poneva piú cura, e piú mostrava di volerla carnalmente abbracciare, che divorare, e convertí in uso di nefaria libidine quella, che aveva predata per smembrare, e mangiare, et in un subito di rubatore divenuto amante, risolvè la fame in libidine, e compensò l’ingordigia della gola, con la sazietà della lussuria. E per nutrir la sua amica piú delicatamente, con piú spesse correrie del usato travagliava gl’armenti vicini (…) e la bellezza di quella cattiva spezzò per si fatta maniera la crudeltà efferata di quel rubatore, che dove prima lo teneva come ingordo del suo sangue, a l’hora lo trovava tutto infiammato d’amore…». Tornano alla mente le scene della prima versione di King Kong, quando la «bestia», la bella sul palmo della zampa, le tirava via i vestiti come fossero petali di un fiore. Ma il nostro orso-
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LA LEPRE di Lorenzo Lorenzi
O la fuga o la vita 48
GLI ANIMALI NEL MEDIOEVO
Piccola e veloce, la lepre aveva nella corsa la sua «arma segreta». Tuttavia, al di là delle sue caratteristiche di natura etologica, l’orecchiuto erbivoro fu elevato a simbolo di concetti filosofici e dogmi religiosi
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el Medioevo un uomo debole era considerato «pauroso come la lepre» secondo la definizione aristotelica e dei peripatetici posteriori, perché la diffusione della Physiognomica dello Pseudo-Aristotele veicolava una salda conoscenza sui tratti emotivi insiti nel volto, indizio dei moti dell’anima. Riflessioni e approfondimenti di Michele Scoto (1175-1235 circa) nel Liber phisionomiae hanno strutturato l’equivalenza uomo-animale fondata sui segni emotivi, effetto dei vizi e delle virtú morali. In età moderna, Giovan Battista Della Porta pubblicava, nel 1586, il De humana physiognomonia, pervenendo alle medesime considerazioni, mentre Cesare Lombroso, nell’Ottocento, applicava tali risultanze alla criminologia forense sui tipi violenti.
Venere, Marte e Amore, olio su tavola di Piero di Cosimo. 1485-1490. Berlino, Gemäldegalerie. Si noti la lepre bianca che fa capolino accanto alla dea dell’amore e a suo figlio.
In tutti i trattati vi è sempre un riferimento a questo animale a connotare terrore e pavidità. Piú di altri, la lepre ha goduto di una raffigurazione multiforme ed espressiva: uno sguardo attonito, un sorriso beffardo o una fuga improvvisa ne riflettevano il tratto psichico (come, per esempio, nel Giovane leprotto di Dürer; vedi foto a p. 51). Leonardo, fondatore della fisiognomica moderna, scrive «figurerai (…) le gambe dirietro de la lepre, le quali son molte muscolose e di muscoli spediti perché non sono impedite da grossezza» (Corpus di studi anatomici... f.R.L.12631 r, K/P 89r). L’arte figurativa ne ha evidenziato maggiormente il carattere introspettivo e fugace in situazioni di pericolo e a differenza della furbizia della volpe, della forza del leone o della violenza (a protezione della prole) tipica GLI ANIMALI NEL MEDIOEVO
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GLI ANIMALI NEL MEDIOEVO
IL CAVALLO di Hippolyte Courty
Una storia al galoppo È impossibile immaginare un Medioevo senza cavalli: dai purosangue di milites e principi agli animali aggiogati agli aratri dei contadini, la loro era una presenza diffusa e indispensabile Miniatura raffigurante la regina Isabella di Gerusalemme a cavallo, dalle Chroniques de Jerusalem Abrégées. 1455 circa. Vienna, Österreichische Nationalbibliothek.
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ucefalo di Alessandro Magno, Baiardo del paladino Orlando – veri e propri eroi equini tra i tanti con cui cavalieri di ieri e di oggi hanno identificato le loro cavalcature – testimoniano al meglio come il nome e la personalità di un cavallo possano giungere attraverso i secoli fino ai giorni nostri. La tendenza a dare un nome a un cavallo, riconoscendogli dunque una personalità individuale, è già attestata alla fine del Medioevo e in età rinascimentale. «Re degli animali», che «ritien dopo l’huomo il primo grado (…) et per essere in molte qualità di sentimenti et di affetti somigliante et conforme a l’huomo istesso» secondo Pasquale Caracciolo (La gloria del cavallo, Venezia 1567), il cavallo rappresenta a quell’epoca una passione condivisa da molti. Leonardo traccia con frenesia lo schizzo del «Siciliano», il suo modello equino preferito, mentre Borso d’Este compare a piú riprese in groppa a «Dame», la sua bella giumenta. Tale intimità fra l’uomo e il cavallo fa sí che quest’ultimo sia considerato nel tardo Medioevo «ben piú di un semplice animale», per usare le parole di Michel Pastoureau. E proprio questa singolare posizione del cavallo, a metà fra il mondo animale e quello umano, vorremmo qui GLI ANIMALI NEL MEDIOEVO
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ANIMALI SELVATICI ED ESOTICI di Duccio Balestracci
Liberi per natura Là dove l’uomo non abita o non pratica le sue attività, gli animali regnano incontrastati. E destano curiosità, terrore, ma anche stupore: come quando Marco Polo incontrò l’«unicorno»
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egli anni Quaranta del Duecento, nelle campagne emiliane c’è la guerra: quella contro Federico II. Come secoli prima, i coltivi e i pascoli abbandonati sono di nuovo diventati il regno incontrastato degli animali selvatici: lepri, caprioli, cervi, cinghiali, volpi... Hanno tutti rioccupato gli spazi che gli uomini avevano loro conteso con i dissodamenti. Ma la guerra ha fatto anche altro: sparite le pecore, spariti i buoi, sparito il bestiame domestico, è sparita anche una maglia fondamentale della catena alimentare degli animali da preda. E cosí branchi di lupi si presentano sotto i fossati delle città ululando il loro agghiacciante canto di fame. Di notte, alcuni di essi riescono a penetrare dentro l’abitato e, se trovano qualcuno addormentato sotto i portici o sul pianale di un carro, per lui è la fine. Cosí come lo è per quelle persone che sono meno pronte a scappare: le donne e i bambini prima di tutto. E nemmeno basta, perché qualche volta i lupi si intrufolano dentro le abitazioni, e allora per i bambini sorpresi nella culla non c’è scampo. «Non lo si crederebbe se uno non lo avesse visto con i propri occhi come è successo a me», commenta il cronista Salimbene de Adam che racconta questi anni da incubo. Quello con il lupo non è il solo «incontro ravvicinato» che l’uomo medievale può avere con gli animali selvatici (fa parte della quotidianità il rapporto con gli animali da cacciare; è usuale 66
GLI ANIMALI NEL MEDIOEVO
Miniatura raffigurante una battuta di caccia al lupo, da un’edizione del Livre de la chasse di Gaston Fébus illustrata sotto la direzione del Maestro del duca di Bedford. 1408-1410. Parigi, Bibliothèque nationale de France. quello con la volpe, della quale si devono temere solo i danni economici, non le aggressioni agli umani), ma è sicuramente il piú traumatico e il piú paventato: che nell’immaginario collettivo religioso si sia assimilata al lupo la figura dell’eretico la dice tutta sulla sovrapposizione di due nemici antropologici dell’umanità.
Da conviventi a concorrenti
Eppure, non è sempre stato cosí. L’antichità classica ha attribuito, sí, al lupo uno statuto di negatività, ma lo ha circoscritto alla sfera del rapporto con gli animali domestici, quasi mai a quello con l’uomo. L’assalto agli esseri umani era considerato un fatto eccezionale, tutt’al piú un segno infausto, ma anche, altrettanto, una possibilità remota. Le cose sono cambiate quando è cambiato il clima, quando il ruolo della pastorizia, dell’allevamento, della caccia hanno reso uomini e lupi concorrenti sullo stesso territorio; quando il bosco è diventato una risorsa da sfruttare e da amministrare al meglio e quando i dissodamenti hanno ridotto, anche se parzialmente, l’ambiente vitale dei carnivori. La leggenda di san Sola di Eichstatt (eremita,
GLI ANIMALI NEL MEDIOEVO
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LA SCIMMIA di Lorenzo Lorenzi
Quel «parente» poco amato 76
GLI ANIMALI NEL MEDIOEVO
Pur essendo l’animale piú simile alla nostra specie, la scimmia ha avuto un destino singolare nel Medioevo, che ne ha sottolineato la natura bestiale, se non addirittura diabolica
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ell’età medievale, la rappresentazione dell’animale occupa un posto privilegiato nell’arte e nella letteratura, in tutte le sue sfaccettature, siano esse simboliche e allegoriche: tali dimensioni riflettono uno sconfinato universo fantastico nel quale fa la sua comparsa, come presenza inattesa e inquietante, la scimmia effigiata in miniature, tavole, bassorilievi, citata nei piú importanti bestiari dei secoli XII-XIV alla stregua dei rapaci, dei pennuti notturni e dei rettili mostruosi. Tradizionalmente rappresenta la degenerazione dell’essere umano, poiché imita goffamente l’uomo – creatura razionale e sociale –, senza però averne le capacità intellettive. Sua caratteristica principale è l’esibizione provocatoria della parte corporea nell’insensatezza dei gesti, a cui si accompagnano l’immoralità del comportamento e la conseguente lontananza da Dio. Il pensiero medievale la vede come un umanoide senza coscienza, avendo coda e lungo pelo, dall’anima prava, perché ingorda e subdola: Satana stesso è additato dagli apostoli quale scimmia dell’uomo-icona rappresentata da Cristo, come riferisce il Vangelo di Giovanni (12.31), che afferma come la simia dei (Lucifero) ami corrompere quanto già creato dall’Onnipotente, animata com’è dalla smania di appropriazione e distruzione di ogni bontà divina. Nel suo Bestiario (XIII secolo), il monaco e poeta francese Filippo di Thaon la descrive come uno strumento diabolico, capace di sedurre in virtú della sua frivolezza e slealtà, incline all’imitazione come alla contraffazione, quasi una specie di mutante.
Venditore di animali esotici, olio su tela di Joachim Beuckelaer. 1566. Napoli, Museo di Capodimonte. Tra le bestie, si notano due scimmie, animali esotici particolarmente apprezzati dalle corti europee. GLI ANIMALI NEL MEDIOEVO
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IL LEONE di Domenico Sebastiani
Sia lode al re!
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GLI ANIMALI NEL MEDIOEVO
Al leone è sempre stata riconosciuta una supremazia indiscussa. Rafforzata dalla ricorrente associazione con gli dèi pagani e, in seguito, con le principali figure della religione cristiana
«L
a volpe scherniva la leonessa, rinfacciandole di non saper mai mettere al mondo piú di un figlio alla volta. “Sí – rispose quella – uno solo, ma un leone”». Cosí raccontava Esopo, intorno al VI secolo a.C., in una delle sue favole. Gli faceva da contraltare Fedro, attivo a Roma intorno al I secolo: «Mucca, pecora e capra si allearono nella foresta con il leone. Quando catturarono un cervo di grande stazza, il leone ne fece le parti e disse cosí: io mi prendo la prima perché il mio nome è re, la seconda me la dovete concedere in quanto vostro socio, la terza mi spetta perché sono piú forte, e chi tocca la quarta, guai a lui!». Già nel genere favolistico classico la figura del leone appare condensare le caratteristiche del capo, ma anche vizi e virtú propri dell’uomo. Come ha evidenziato la studiosa Maria Pia Ciccarese, al leone viene da millenni attribuita la palma di primo tra gli animali, e la sua regalità è giunta sino a noi come un archetipo mentale indiscusso. Nel leone si identificavano le doti richieste al sovrano ideale: prestanza fisica, forza e coraggio, ma anche giustizia e clemenza. La lotta contro il leone, d’altra parte, ha sempre assunto un valore che va al di là di una prova di coraggio, acquisendo invece il significato di uno scontro primordiale tra sfere contrapposte, mondo umano e ferino, spirituale e materiale, bene e male. Allo
Daniele nella fossa dei leoni, olio su rame di Jan Bruegel il Vecchio (1568-1625). 1610. Milano, Pinacoteca Ambrosiana. Daniele, capo consigliere del sovrano persiano Dario, viene rinchiuso nella fossa per la gelosia dei satrapi del regno; ma, miracolosamente, le belve lo risparmiano per la sua fede in Dio. Il leone compare spesso negli scritti biblici, assumendo sia un ruolo positivo, simbolo di forza, che negativo, assimilato al diavolo che divora le anime. GLI ANIMALI NEL MEDIOEVO
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I LUPI MANNARI di Domenico Sebastiani
Stregati dalla luna
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GLI ANIMALI NEL MEDIOEVO
Un incubo collettivo, popolato da creature sinistre: feroci come animali e malvage come l’uomo, i lupi mannari attraversano le notti dell’età di Mezzo…
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a licantropia (dal greco lukos, lupo, e anthropos, uomo) pone innanzitutto un problema di tipo antropologico in quanto essa si presenta, cosí come il fenomeno del vampirismo, nel filone mitologico della trasformazione dell’uomo in animale e, comunque, in un’entità diversa e inquietante. Se il vampirismo è legato soprattutto all’area slava e centroeuropea, la licantropia è diffusa ovunque in Europa e ci interroga sul perché tali credenze si siano originate. D’altra parte, il tema della trasformazione dell’uomo in bestia è fortemente influenzato dal contesto geografico: in aree diverse dall’Europa le tradizioni vedono dèi e uomini mutarsi nelle specie piú diverse (orso, leone, tigre, volpe, uccelli e cosí via), non sempre con connotazioni negative, anzi spesso con valenza benefica. Il caso del lupo è diverso: nella tradizione dei popoli del ceppo indogermanico, il lupo si pone come l’esempio di animale feroce, predatore e portatore di morte, minaccia continua per l’uomo, greggi e mandrie. È quindi naturale che il lupo sia diventato il protagonista delle mitologie relative a trasformazioni malefiche, eversive e repellenti, presenti in tutta la favolistica popolare occidentale. Tale sua caratterizzazione si è accentuata nel Medioevo, quando il carnivoro predatore fu identificato, sulla scorta di quanto espresso nei Vangeli («lupi sono i falsi profeti», Mt. 7: 15; «lupi sono i nemici del gregge del buon pastore», Gv. 10:12), con gli eretici. Basti pensare che sant’Eucherio, vescovo di Lione nel V secolo, declamava che «lupus, diabolus, vel haereticus». Miniatura raffigurante un gruppo di uomini dalla testa di lupo nelle isole Andamane, dal Livre des Merveilles. 1410-1412. Parigi, Bibliothèque nationale de France. GLI ANIMALI NEL MEDIOEVO
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LA FENICE di Domenico Sebastiani
La magnifica illusione Uccello meraviglioso, da molte civiltà associato al sole, la fenice si è consolidata, nel tempo, come un mito potente e dalle significative riletture in chiave religiosa, ispirate dalla sua capacità di rinascere
«È
la fede degli amanti come l’Araba Fenice: che vi sia, ciascun lo dice; dove sia, nessun lo sa»: con questi celebri versi, contenuti nel Demetrio (1731), il poeta e drammaturgo italiano Pietro Metastasio, in pieno Settecento, fece della fenice l’essere che non esiste per antonomasia, ovvero un ideale irrealizzabile, paragonandola alla fedeltà degli amanti. Fu però Giacomo Leopardi, poco piú che adolescente, che nel dotto e ironico Saggio sopra gli errori popolari degli antichi (1815) pose fine in maniera quasi emblematica alla storia millenaria di un mito, aprendo forse quella di un nuovo mito fatto di «assenza e illusione», come ha osservato acutamente Francesco Zambon, specialista della letteratura allegorica e simbolica del Medioevo romanzo. La leggenda di questo uccello fantastico, che si autorigenera periodicamente, è stata caratterizzata a sua volta da successive «risorgenze». Pur mantenendo costanti nel tempo i suoi elementi fondamentali, come il concetto di morte e resurrezione, il legame con l’astro solare e l’«unicità», il mito dell’unica avis è andato adattandosi ai vari periodi storici e culturali, incarnando di volta in volta diverse tematiche religiose, filosofiche e letterarie. 120
GLI ANIMALI NEL MEDIOEVO
La maggior parte degli autori ritiene che il mito della fenice rappresenti una rielaborazione, da parte del mondo greco-romano, di nozioni cosmologiche e religiose dell’antico Egitto, riferite alla figura di un uccello «solare» di nome benu, da identificarsi probabilmente con l’airone grigio o purpureo. Le prime notizie su tale animale fantastico provengono dalle Storie di Erodoto (484-425 a.C.) il quale, con perplessità in proposito, narra di come in Egitto esistesse un uccello sacro di nome fenice, simile a un’aquila e con le piume rosse e dorate. Esso faceva la sua comparsa ogni cinquecento anni, alla morte del padre: a questo punto, muovendo dall’Arabia, portava il genitore nel santuario di Helios nella città di Eliopoli (la città del sole), modellando un uovo di mirra cavo, all’interno del quale ne collocava il corpo, e, con altra mirra, ricopriva la parte dell’uovo in cui aveva praticato la cavità per introdurvelo. I riferimenti del racconto Mosaico policromo con l’immagine di una fenice. XIII sec. Roma, Museo di Roma.