L’ITALIA DEI COMUNI
N°40 Settembre/Ottobre 2020 Rivista Bimestrale
IN EDICOLA IL 15 SETTEMBRE 2020
CO A M TLA UN N I M TE ED DE IEV I AL I
MEDIOEVO DOSSIER
Dossier
L’ ITALIA DEI
COMUNI
LA STORIA
€ 7,90 ●
I PROTAGONISTI ●
L’EREDITÀ
di Jean-Claude Maire Vigueur, Alessandro Barbero e Furio Cappelli
Timeline Publishing Srl - Poste Italiane Sped. in A.P. - D.L. 353/2003 conv. L. 46/2004, art. 1, c.1, LO/MI.
EDIO VO M E
L’ITALIA DEI
COMUNI
La storia, i protagonisti, l’eredità testi di Jean-Claude
Maire Vigueur, Alessandro Barbero e Furio Cappelli
5. PRESENTAZIONE LA MILITIA 6. Tutto cominciò con i milites LA NOBILTÀ URBANA 20. Poteri di famiglia IL REGIME PODESTARILE 34. È arrivato il podestà I REGIMI POPOLARI 48. Cittadini alla riscossa LA LEGA LOMBARDA 64. Uniti contro l’impero ATLANTE DELL’ITALIA COMUNALE 86. Verona 92. I broletti della Pianura Padana 98. Perugia 104. Firenze e Siena 111. Pistoia, Volterra, Massa Marittima, Assisi, Bevagna e Gubbio 116. Venezia, Genova e Ancona 120. Bologna 126. San Gimignano, Ascoli Piceno e Tarquinia
Padova, basilica di S. Antonio, cappella di S. Giacomo. Particolare del Consiglio della Corona, affresco di Altichiero. 1376-1379. I personaggi indossano abiti tipici del tempo, che possiamo immaginare simili a quelli dell’età comunale.
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VIVERE DA SIGNORI
Tutto cominciò con i milites
di Jean-Claude Maire Vigueur
Sulla nascita del Comune è ancora oggi vivace il dibattito storiografico. Un dato, tuttavia, vede concordi gli studiosi: determinante fu il ruolo giocato da quanti avevano scelto di garantirsi l’esistenza affidandosi al mestiere delle armi
C
hi ha mai sentito parlare del notaio Giovanni Codagnello? I medievisti di professione senza dubbio, perlomeno quelli che studiano il periodo comunale, poi coloro che si interessano di storiografia comunale e infine, dalle parti di Piacenza, qualche erudito ferrato in storia locale. Codagnello è infatti un Piacentino, vissuto a cavallo del 1200, autore di una breve cronaca, scritta in latino – com’era d’uso a quel tempo – e conosciuta sotto il nome di Annales Placentini Guelfi. Codagnello possedeva sicuramente tutti i crismi del buon notaio, poiché tale era la sua professione, ma come scrittore non vale un granché, e del resto la sua cronaca non ha alcuna pretesa letteraria: si accontenta di registrare, anno dopo anno, le principali operazioni militari alle quali ha preso parte il Comune di Piacenza, in un periodo di tempo che corrisponde probabilmente alla vita dell’autore e va quindi dagli ultimi decenni del XII secolo al 1231. Talvolta vengono indicati i motivi del conflitto, altre volte no, ma non ci vuole molto per capire che, al di là delle ragioni avanzate per giustificare le campagne militari di Piacenza – si tratti di rispondere all’aggressione di città tradizionalmente nemiche, come Pavia, Cremona o Parma, o di allargare la dominazione del Comune ai margini del suo contado –, la guerra è al 90% affare esclusivo di una parte ben precisa della popolazione, che la conduce a proprio vantaggio e secondo regole che fanno parte del suo stile di vita e del suo sistema di valori. Chi
Assisi, basilica di S. Francesco, Chiesa inferiore. Due cavalieri raffigurati nell’affresco della Crocifissione, dal ciclo delle Storie della Passione di Cristo di Pietro Lorenzetti. 1310-1319.
VIVERE DA SIGNORI
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Poteri di famiglia di Jean-Claude Maire Vigueur
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VIVERE DA SIGNORI
Le città comunali vedono l’emergere di grandi famiglie, pronte a imporre la propria supremazia anche con la violenza. E il cui potere si esprime attraverso la costruzione di palazzi e torri che ridisegnano il volto di interi quartieri
A
ttraverso il cinema, la televisione, una certa letteratura di evasione, la gente si fa oggi del cavaliere medievale un’immagine che ha ben poco da vedere con la realtà del Medioevo. Il fenomeno del resto non è recente. Anzi è vecchio quanto il Medioevo se è vero che i primi a forgiare del cavaliere un’immagine mitica e idealizzata sono stati gli autori dei romanzi di cavalleria, a cominciare dal famoso Chrétien de Troyes (1140 circa-1190 circa), grande divulgatore in Occidente della «materia di Bretagna», ossia di quel complesso di leggende che ruotano intorno a personaggi come re Artú, il mago Merlino, Lancillotto e via di seguito. Se la distanza tra mito e realtà è già abissale trattandosi del cavaliere francese, che combatte per lo piú al soldo di signori rurali e vive quindi lontano dal mondo delle città, figuriamoci se non lo è nel caso dei milites italiani, ossia di quei cavalieri cittadini che dedicano gran parte della loro esistenza a organizzare lucrose spedizioni contro i nemici del Comune! Va anche detto che il sistema politico in vigore nelle città dell’Italia centro-settentrionale, almeno per tutta la prima fase della sua storia, obbedisce a regole formulate dalla militia e quindi ben lontane dai principi elaborati, in una fase posteriore, dai teorici del regime comunale. L’abbinamento militia/Comune non ha del resto niente di casuale: l’uno e l’altra sono, fino alla prima metà del XIII secolo, due facce di una stessa realtà, che è poi quella della società cittadina, e non possono essere dissociate se vogliamo capire qualcosa circa il funzionamento del sistema politico comunale e lo stile di vita della militia. Cominciamo con il dato piú evidente: l’abitazione del cavaliere cittadino, il suo radicamento fisico all’interno della città. Sappiamo tutti che ogni centro urbano, nel Medioevo, era cinto di mura e irto di torri. In Italia, dove la maggior parte delle città è di origine antica, la prima cinta risale generalmente al III o IV secolo ed è rimasta in uso fino ai decenni centrali del XII, quando la crescita demografica ha reso necessaria la costruzione di una seconda cerchia di
Nella pagina accanto Asti. Veduta della Torre dei Comentini. XIII sec.
mura, che sarà seguita, tra la fine del XIII e la metà del XIV secolo, da una terza cinta, abbastanza capiente per contenere fino a tutto il XIX secolo le successive variazioni della popolazione cittadina. Di torri, invece, non c’è traccia prima dell’XI secolo e anche nel loro periodo di maggiore fioritura, ossia nei secoli XII e XIII, quando in alcune città si arriva a contare fino a duecento e talvolta trecento torri, la maggior parte di esse appare collocata nel cuore del centro urbano, nella «città vecchia», come molto spesso veniva allora chiamata la parte compresa nel perimetro della prima cinta muraria. Ora, se è vero che ogni lignaggio di milites aspira a possedere una torre o perlomeno un moncone di torre, ciò vuol dire che la maggior parte dei cavalieri continua, in piena età comunale, a risiedere nelle zone piú centrali della città, laddove i loro antenati dei tempi carolingi o postcarolingi erano già insediati.
Cinque volte piú ricchi
Concentrazione delle torri è sinonimo di concentrazione delle ricchezze, almeno finché i beni immobili costituiscono la principale componente dei patrimoni cittadini. In una città come Perugia, che non brilla per l’intraprendenza dei suoi uomini d’affari, questo è ancora vero alla fine del XIII secolo: sulla base del catasto del 1285, è stato calcolato che gli abitanti della «terra vecchia», dove risiedeva la maggior parte delle famiglie di milites, erano cinque volte piú ricchi di quelli della «terra nuova», dove solo un piccolo numero di milites aveva scelto di trasferire la sua residenza. Perugia, Siena, Cortona, Todi e tante altre città toscane, umbre e marchigiane possiedono ancora oggi un impianto urbanistico che risale, salvo pochi interventi successivi, alla piena età comunale. Per di piú, una parte talvolta cospicua del loro patrimonio edilizio ha conservato caratteristiche chiaramente riferibili all’architettura degli ultimi secoli del Medioevo. Ma non illudiamoci: non è percorrendo e ripercorrendo le strade di Siena o di Perugia che riusciremo a farci un’idea della fisionomia e della morfologia L’ITALIA DEI COMUNI
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È arrivato il
podestà!
di Jean-Claude Maire Vigueur
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VIVERE DA SIGNORI
Di fronte al moltiplicarsi delle lotte intestine, seppur con tempi e modalità differenti, i Comuni scelgono una soluzione drastica e sovvertono l’ordine costituito. Il potere viene sottratto alla gestione collegiale e passa nelle mani di un uomo solo, spesso forestiero: il podestà
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l bello dell’Italia comunale è che ogni città possiede una storia diversa dalle altre. Ma ciò non vuol dire che lo storico non debba per prima cosa individuare ciò che accomuna una città a tutte le altre. Prendiamo il caso di Genova. Di primo acchito, essa presenta un profilo di assoluta originalità: un’impetuosa espansione marittima e commerciale che la porta, in meno di tre secoli, a contendere a Venezia la leadership degli scambi nel Mediterraneo ma, al contrario di Venezia, un tipo di sviluppo che esalta l’iniziativa individuale e rifiuta ogni intromissione del Comune nello svolgimento della vita economica; un senso dell’interesse collettivo che le consente di riunire, in caso di bisogno, la piú forte flotta da guerra del Mediterraneo, ma, a differenza di Pisa che farà nel 1284, con il disastro della Meloria, la crudele esperienza della sua superiorità navale, nes-
In alto Pistoia, Palazzo Pretorio. Stemma di capitano dipinto nell’atrio. Nella pagina accanto Siena, Palazzo Pubblico. Tarsia lignea raffigurante la Vergine che raccomanda Siena al podestà.
sun investimento di natura simbolica, nessun desiderio di erigere un monumento alla gloria della comunità cittadina. Con il risultato che Genova non avrà mai un palazzo comunale degno di questo nome e neppure un complesso monumentale in grado di competere con il Camposanto di Pisa. Si tratta sicuramente di comportamenti anomali all’interno del mondo comunale ma che nulla tolgono al fatto che lo storico possa cogliere a Genova meglio che altrove alcuni dei fenomeni piú tipici dell’esperienza comunale. È già di per sé non privo di valore il fatto che Genova sia stata una delle prime città italiane a dotarsi, nel 1099, di un collegio consolare. È anche l’unico Comune di cui possediamo l’elenco di tutti i consoli in carica da quella data fino alla prima apparizione, nel 1190, della magistratura che avrebbe, dopo un periodo di alternanza, definiL’ITALIA DEI COMUNI
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parola, che detengono il potere e lo esercitano tramite i loro rappresentanti all’interno del Consiglio, ossia i capi delle Arti e dei Quartieri. Si è dunque verificata a Orvieto, tra la fine del XII secolo e i primi decenni del XIII, un’evoluzione analoga a quella della maggior parte delle città italiane: nuovi soggetti si sono affacciati alla vita politica e, intorno al 1230, sono già riusciti, almeno in un certo numero di città, a privare i milites della loro vecchia supremazia politica all’interno del Comune. Non occorre soffermarsi a lungo sull’identità di questi nuovi soggetti. Si tratta soprattutto di nuovi ricchi che non hanno alcuna voglia di fondersi nella militia e intendono portare avanti, senza perdere tempo con spedizioni e divertimenti tipici dello stile di vita militare, le attività commerciali, finanziarie e artigianali che li hanno arricchiti e grazie alle quali l’Italia dei Comuni si va affermando proprio allora come la prima potenza economica del mondo occidentale. Ma ne fanno parte anche persone di rango piú modesto, piccoli possidenti agricoli, semplici artigiani, gente del Popolo insomma che non sopporta piú l’arroganza dei milites e intende porre fine ai disordini causati dalle rivalità interne alla nobiltà. Tali aspirazioni sono all’origine degli scontri, talvolta molto duri, che in numerose città segnano i rapporti tra nobiltà e Popolo all’inizio del XIII secolo.
Una doppia rappresentanza
Di questi conflitti si è già parlato e non è il caso di aggiungere altro, anche perché ogni città presenta, da questo punto di vista, peculiarità troppo complesse da esaminare in questa sede. Rimane sospesa invece una questione di primaria importanza e sulla quale è meno azzardato avanzare considerazioni di portata generale: alludo alle forme di organizzazione del Popolo, alle sue strutture di inquadramento. La risposta del podestà d’Orvieto a Goffredo dei Prefetti contiene su questo punto un’indicazione densa di significato: il Popolo, inteso nel nuovo senso del termine e quindi come espressione politica dei ceti popolari, gode in seno al consiglio di una doppia rappresentanza o, meglio, di una doppia leadership: quella dei capi delle Arti (officialium artium) e quella dei responsabili dei quartieri (anteregiones). Non penso che la prima richieda molte spiegazioni. I manuali ci hanno infatti abituati a vedere nei mercanti e negli artigiani la principale componente del Popolo e nelle associazioni di mestiere il loro normale canale di partecipazione alla vita politica. E non c’è dubbio che le corpora50
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La gente del Popolo non sopportava piú l’arroganza dei milites e volle porre fine ai disordini causati dalle rivalità interne alla nobiltà
Orvieto. Veduta del Palazzo del Popolo. XIII-XIV sec.
CIVILTÀ COMUNALE
La Lega Lombarda
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ell’autunno del 1154 il re di Germania, Federico Barbarossa, si affacciò per la prima volta al Brennero; invisibile in lontananza, oltre le rocce della Val d’Adige, si stendeva la pianura lombarda coperta di nebbia. Come tutti i suoi predecessori, il re doveva scendere in Italia per farsi incoronare sovrano di quel Regno, in quanto erede dei re longobardi, e poi affrontare il lungo viaggio fino a Roma, dove l’attendeva la cerimonia solenne dell’incoronazione imperiale. Solo allora, con la benedizione del papa, il suo vuoto titolo di re dei Romani si sarebbe trasformato in quello di imperatore, e in lui l’Europa cattolica avrebbe riconosciuto il legittimo successore di Augusto, di Costantino e di Carlo Magno. Il re Federico era giovane, allora; non poteva avere piú di trenta o trentuno anni, e sarebbe rimasto sul trono per altri quarantasei, prima di morire affogato in un fiume dell’Asia Minore, all’inizio della terza crociata. Era giovane, dunque, ma nient’affatto inesperto, e sapeva bene che quel viaggio in Italia era irto di difficoltà; e non solo perché la calura dell’estate, le vivande insolite, l’acqua cattiva e la malaria mietevano regolarmente molte vittime fra gli uomini del Nord, ogni volta che si avventuravano verso il Mezzogiorno. Il problema piú grave era politico; era la difficoltà di far accettare l’autorità imperiale a un popolo che al di là delle Alpi era considerato per tradizione infido e traditore, e che, per di piú, nell’ultimo mezzo secolo aveva conosciuto uno sviluppo profondamente diverso rispetto a quello delle terre tedesche. Lo zio del re, Ottone, vescovo di Frisinga, avrebbe piú tardi riassunto efficacemente i termini del problema, dettando a un segretario la cronaca delle imprese compiute dal nipote.
Una piana sterminata
La Lombardia, termine con il quale si designava allora tutta l’immensa pianura solcata dal Po, da Torino fino a Bologna, era una terra di città; ovunque, lungo le strade romane e i corsi d’acqua, il viaggiatore vedeva sorgere in lontananza le torri e i campanili dei centri urbani, qualcuno ancora rinserrato nella cerchia delle antiche mura romane, altri, ormai, di gran lunga troppo popolosi per non soffocarvi, e dunque ferventi di attività edilizia nei sobborghi fuori porta. E queste città non erano a molte 66
L’ITALIA DEI COMUNI
Federico Barbarossa sapeva bene che la discesa in Italia sarebbe stata irta di difficoltà giornate di marcia l’una dall’altra, separate da paludi e foreste impenetrabili, come avveniva in Germania, ma a poche ore appena di strada selciata, cosí come i Romani antichi le avevano edificate via via che colonizzavano l’Italia. Ma se si fosse trattato soltanto dell’onnipresen-
Sulle due pagine carta geografica della Pianura Padana disegnata da Giacomo Gastaldi. 1570. Roma, Istituto Nazionale per la Grafica. Nella pagina accanto acquerello di Albrecht Dürer raffigurante la corona del Sacro Romano Impero. XVI sec. In basso illustrazione ritraente l’imperatore Federico Barbarossa con il mantello e la corona imperiale.
da soli, a nominare giudici e magistrati, a riscuotere imposte e battere moneta; proclamando, beninteso, la propria illimitata devozione alla Corona imperiale, ma usurpandone, di fatto, tutte le prerogative.
Che siano autonome, purché fedeli
Usurpando, abbiamo detto; ma bisogna pur dire che per molti anni i predecessori del Barbarossa avevano chiuso un occhio. Assorbiti com’erano dalla fatica mai conclusa di tenere a bada i principi tedeschi, e di riaffermare il proprio ascendente universale sulla cristianità, contro le analoghe e concorrenti pretese dei papi, quegli imperatori avevano accettato di buon grado che le città lombarde si organizzassero come volevano. A loro, in fondo, bastava che quando scendevano in Italia per l’incoronazione romana le strade fossero sicure, i ponti riparati, i mercati pieni di vettovaglie; bastava che al loro passaggio le autorità
za delle città, pazienza; dopo tutto, un centro urbano voleva dire un vescovo, e i vescovi, di solito, rispettavano l’autorità dell’imperatore ed erano disposti a concedergli uomini e finanziamenti, quando ce n’era veramente bisogno. Il problema consisteva piuttosto nell’intraprendenza di quelle città e dei loro abitanti, che non erano soltanto mercanti e artigiani, pronti a inchinarsi davanti ai nobili, come avveniva in Germania, ma in parte erano nobili essi stessi, padroni di castelli e fortezze, muniti di armi e cavalli, e tuttavia, cosa inaudita nel resto d’Europa, avvezzi a risiedere in città piú volentieri che sulle loro terre. Le competenze militari e la capacità di comando dei nobili, unite al denaro e all’industriosità di mercanti e artigiani, facevano di questi cittadini, quando erano concordi, una forza poderosa. Tanto che, anziché obbedire tranquillamente ai loro vescovi e principi, come avveniva altrove, gli abitanti delle città lombarde ormai da molto tempo si erano abituati a governarsi L’ITALIA DEI COMUNI
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Atlante dell’Italia comunale L’avvento dei Comuni segna l’inizio di una stagione cruciale nel Medioevo del nostro Paese, con mutamenti politici e sociali che si riflettono anche sugli assetti urbanistici, ridisegnando il volto delle città. Ecco dunque, nella seconda parte di questo Dossier, una guida alla riscoperta dei casi piú significativi di Furio Cappelli
Nella pagina accanto l’assetto geopolitico dell’Italia nell’età comunale (fine dell’XI-XIV sec.). A destra Bologna. Le Torri Garisenda (o dei Garisendi; a sinistra) e degli Asinelli, simbolo della città. Sorsero entrambe nei primi due decenni del XII sec. L’ITALIA DEI COMUNI
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