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Medioevo Dossier n. 22, Settembre 2017

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MEDIOEVO DOSSIER

EDIO VO M E Dossier GLI ARABI IN ITALIA

Identikit del «Saraceno» ● La conquista della Sicilia ● La minaccia alle porte di Roma ● Palermo normanna, emblema di civiltà ●

N°22 Settembre 2017 Rivista Bimestrale

€ 7,90

GLI ARABI IN ITALIA

IN EDICOLA IL 22 AGOSTO 2017 My Way Media Srl - Poste Italiane Sped. in A.P. - D.L. 353/2003 conv. L. 46/2004, art. 1, c.1, LO/MI.

di Marco Di Branco


GLI ARABI IN ITALIA di Marco Di Branco

6 Presentazione Il vero volto del «Saraceno» 8 Gli esordi Storia di una presenza 24 Le prime conquiste Guerra e diplomazia 42 L’intervento imperiale La campagna di Ludovico 64 La conquista della Sicilia Signori della «terra grande» 82 I Fatimidi E venne il tempo dei discendenti di Fatima 108 I Normanni I Mille di Ruggero 122 Lucera Storie di una Civitas Sarracenorum


Il vero volto del «Saraceno» L

e vicende affascinanti della presenza arabo-islamica in Italia costituiscono un campo in cui la storiografia italiana ha prodotto frutti straordinari: dall’insuperata (e forse insuperabile) Storia dei musulmani in Sicilia di Michele Amari, mirabilmente annotata da Carlo Alfonso Nallino (1933-19392), al saggio di Giosuè Musca sull’emirato di Bari (19672), alla storia dell’Italia meridionale longobarda di Nicola Cilento (19712), fino alla grande opera di sintesi sugli Arabi in Italia curata da Francesco Gabrieli e Umberto Scerrato, apparsa a Milano, per i tipi di Scheiwiller, nel 1979. Accanto a questi capolavori, si collocano poi numerosi saggi, dedicati ad aspetti regionali (i musulmani in Calabria, in Basilicata, in Puglia, nel Lazio, ecc.), e alcune opere di divulgazione di qualità varia, in cui talvolta trionfa purtroppo lo stereotipo e il racconto storico si stempera nel mito del malvagio «Saraceno», assetato di sangue. Recentemente, il vuoto bibliografico ormai trentennale sul tema è stato colmato da una monografia di Alex Metcalfe (The Muslims of Medieval Italy, Edinburgh University Press, Edimburgo 2009) e dal lavoro divulgativo di Amedeo Feniello, Sotto il segno del leone. Storia dell’Italia musulmana (Laterza, Roma-Bari 2011). Questo Dossier di «Medioevo» nasce allora dal desiderio di fare il punto della situazione, presentando alcune delle ricerche sui musulmani in Italia condotte negli ultimi anni, dalle quali emerge un quadro molto piú complesso e sfaccettato di quello abitualmente delineato nella storiografia che si è occupata del tema. Siamo certi che i lettori di «Medioevo», da sempre attenti alle novità e agli approcci innovativi, sapranno apprezzare il taglio particolare di questo Dossier davvero «speciale».

Uno scorcio della Sala della Fontana nel Palazzo della Zisa, a Palermo. Il magnifico edificio – che prende nome dall’arabo al-aziz, «nobile», «splendido» – fu voluto da Guglielmo II d’Altavilla come luogo di delizie e si ispira ai canoni dell’architettura araba. XII sec. 6

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la Chronica Monasterii Casinensis affermano che, dopo la conquista di Bari, Radelchi, non potendo cacciare i musulmani dalla città, si alleò nuovamente con loro, e intraprese alcune operazioni militari comuni, scontrandosi anche con Siconolfo. Poiché tali operazioni non possono essere state condotte dopo la stipula della Divisio ducatus Beneventani, quest’ultima costituisce il terminus ante quem della presa di Bari da parte di Halfun.

Benevento occupata e liberata

In effetti, la Divisio, cioè il trattato di pace tra Radelchi e Siconolfo, che appare in larga parte originata dalla consapevolezza del «pericolo saraceno», presuppone la presenza a Benevento del rex Italiae Ludovico, ed è comunemente datata tra l’848 e l’849. Sembra però possibile restringere ulteriormente questo arco cronologico: infatti, poiché gli Annales Bertiniani testimoniano che, nel corso dell’848, Benevento subí una nuova invasione musulmana che non trovò alcuna opposizione nell’esercito franco – evidentemente già ritiratosi dalla città –, la ratifica dell’accordo dovette avvenire tra il 12 maggio 848, giorno della liberazione di Benevento da parte delle truppe imperiali, e un momento imprecisato prima della fine dello stesso anno. Di conseguenza, la conquista di Bari dev’essere collocata tra l’agosto 847 e gli ultimi mesi dell’848. In questa prima fase, il dominio musulmano su Bari sembra comunque ancora strettamente le-

COS’È UNA MOSCHEA? Di fondamentale importanza è anche la decisione di Mufarraj di costruire una moschea congregazionale (masjid jami‘). La moschea, infatti, è il centro della vita islamica: non un tempio, ma il majlis, il modesto parlamento della tribú, la tenda del consiglio in cui si concentrava la vita sociale. La moschea congregazionale è il risultato finale di una lenta evoluzione, della trasformazione di un edificio destinato all’uso domestico in un luogo di ritrovo dei credenti, in modo da costituire non solo un centro religioso, ma anche politico. Per la stessa ragione, la moschea è anche il centro amministrativo e il luogo nel quale si esercitano le funzioni giuridiche, dal momento che viene usata quale tribunale. La costruzione della moschea congregazionale, insomma, è un atto che segna in maniera inequivocabile l’acquisizione di Bari e del suo territorio nella sfera islamica (dar al-Islam).

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A sinistra particolare di una miniatura dalle Makamat di Hariri, illustrate da Yahya ibn Mahmoud al-Wasiti, raffigurante un sermone in una moschea, in cui si vedono le donne che assistono da una terrazza sopraelevata, separate dagli uomini. 1273. Parigi, Bibliothèque nationale de France.


gato alle strategie della leadership aghlabita. Le fonti menzionano per l’ultima volta Khalfun in relazione a eventi dell’848. Nello stesso anno, si registrano la «liberazione» di Benevento per mano del rex Italiae Ludovico (eletto imperatore nell’850) e successivamente un nuovo attacco islamico alla città, che segna la fine dell’alleanza tra i musulmani di Bari e Radelchi. Dopo l’848, il signore di Bari adotta una politica estremamente aggressiva, che inquieta gli abati di Montecassino e S. Vincenzo al Volturno e induce Ludovico a cercare di eliminare alla radice il problema. Ma chi è in questo periodo il signore di Bari? I dati cronologici a nostra disposizione mostra-

In basso Venafro (Isernia), Castello Pandone. Una veduta dell’imponente fortificazione. X-XVI sec.

no che si tratta ancora di Khalfun. Se quest’ultimo riuscí a superare con abilità e acume politico le grandi sfide diplomatiche e militari del quinquennio tra la conquista di Bari e l’attacco di Ludovico, a gestire la nuova fase apertasi con il fallimento dell’assedio franco fu invece colui che le fonti latine chiamano «Ferraci», cioè, come sappiamo da Baladhuri, Mufarraj ibn Sallam (851-854 circa). Dal racconto di Baladhuri risulta evidente che il secondo signore di Bari, dopo aver consolidato il suo potere occupando una serie di postazioni strategicamente rilevanti, prese un’iniziativa politica estremamente significativa: quella di richiedere a Baghdad l’investitura a wali, governatore a capo di una provincia dell’impero abbaside. E tuttavia, Mufarraj non ebbe il tempo di vedere i frutti delle sue risoluzioni e dei suoi provvedimenti: dopo tre anni e sei mesi di governo, nel dicembre dell’854, i suoi uomini insorsero contro di lui e lo uccisero, mettendo al suo posto quel Sawdan che già da tempo doveva avere un ruolo di primo piano fra le milizie musulmane stanziate presso Bari e che attendeva paziente-

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L’intervento imperiale


Monte Sant’Angelo (Foggia), Santuario di S. Michele Arcangelo. Veduta della facciata principale della chiesa del complesso. XIII sec.

A questo punto, Ludovico cercò di sfruttare la situazione favorevole e di strappare ai musulmani la Puglia e la Calabria. La sua azione culminò nel breve assedio di Taranto, che tuttavia si rivelò impresa impossibile senza la collaborazione di una flotta. In realtà, nonostante la presa di Bari, la questione musulmana era ben lungi dall’essere risolta. Dal suo quartier generale di Benevento, dove si era ritirato con la moglie Engelberga e la figlia Ermengarda, l’imperatore cercò poi di riannodare i fili della diplomazia nei confronti di Bisanzio: come è ormai acclarato, la celebre lettera all’imperatore Basilio I, riportata dal Chronicon Salernitanum, venne infatti composta proprio nel periodo che va dalla presa di Bari alla rivolta contro Ludovico, che scoppiò il 13 agosto dell’871, e fu consegnata alla corte costantinopolitana dal longobardo Autprando, fratello del vescovo di Bergamo Garibaldo e familiaris e vassallo dell’imperatore.

Tensione fra le righe

In primo luogo, il tono della lettera, al di là delle forme, lascia trasparire un clima di forte tensione, solo in parte connessa alla questione del titolo imperiale, rivendicato da Ludovico e negato da Basilio: se essa, in effetti, è senza dubbio al centro della prima sezione dell’epistola, nella seconda l’oggetto del contendere diviene chiaramente il problema della presa di Bari e del futuro assetto dell’Italia meridionale e della Sicilia. Per ciò che concerne la conquista di Bari, Ludovico si sofferma sugli eventi immediatamente precedenti e successivi a essa, rivendicando il ruolo decisivo delle milizie franche, deplorando il comportamento disdicevole delle truppe bizantine e minimizzando la portata del loro contributo all’impresa. Un altro punto chiave è la «questione napoletana»: in effetti, l’imperatore paragona esplicitamente Napoli a Palermo e Qayrawan («Panormus vel Africa»), affermando che essa è ormai divenuta a tutti gli effetti una base «saracena». Si tratta ovviamente di un’esagerazione, che però coglie l’essenza della politica napoletana nei confronti dei musulmani sin dagli inizi della loro presenza in Italia meridionale, alludendo soprattutto ai suoi recenti sviluppi, che avevano condotto alla creazione di due stabili piazzeforti islamiche nell’area di Miseno e «in campo Neapolitano» e a continue scorrerie islamiche all’interno del patrimonium Petri. Naturalmente, per Ludovico tale politica era stata ed era possibile solo a causa dell’ambiguità dei Bizantini, che avevano consentito e consentivano alle ARABI

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I Fatimidi

a dottrina islamica sciita, in diretta opposizione al sunnismo, ritiene che esista un’autorità umana suprema, per quanto stabilita da Dio, responsabile di tutte le questioni religiose. Durante la sua vita, fu il Profeta a svolgere questo compito: le sue decisioni su qualsiasi argomento coincidevano sotto tutti gli aspetti con quelle di Dio stesso. Dopo la morte di Maometto, essendo venuta a mancare l’ultima interpretazione del messaggio divino, si avvertí la necessità di un altro metodo: in ogni epoca deve esistere un individuo profeticamente ispirato che, in quanto erede del Profeta medesimo, ne rivivifichi i princípi del governo in tutte le occasioni in cui la sua autorità era stata una volta suprema. Il piú compiuto tentativo di dare una concreta strutturazione politica a questa costruzione dottrinale fu messo in atto dalla fazione degli sciiti noti come ismailiti. Ai loro devoti, gli

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ismailiti offrivano il rispetto per il Corano; agli intellettuali proposero una spiegazione filosofica dell’universo ricavata dal pensiero neoplatonico; ai mistici offrivano una fede forte e personale, sostenuta dall’esempio, dalle sofferenze degli imam e dai sacrifici dei fedeli; agli scontenti, infine offrivano la seduzione di un vasto movimento di opposizione, che sembrava garantire la possibilità di rovesciare l’ordine esistente e di costruire al suo posto una società nuova e giusta.

Missionari ismailiti

Per piú di un secolo, gli imam della nuova setta restarono sostanzialmente nell’anonimato, pur promuovendo la loro causa in tutte le regioni dell’impero islamico grazie a un numero notevole di «missionari» (da‘i) e fomentando rivolte contro il califfato abbaside di Baghdad. È stato giustamente sostenuto che, per molti versi, l’atteggiamento dell’uomo medio musulmano

In basso placchetta intagliata in avorio, raffigurante un banchetto allietato da vino e musici. Civiltà fatimida, XI-XII sec. Berlino, Museum für Islamische Kunst.


verso l’ismailismo fu paragonabile a quello di molti borghesi attuali verso il comunismo; per un nonnulla si poteva essere accusati di «estremismo» (ghuluww) e di eresia, ma al tempo stesso la dottrina e la prassi ismailita attraevano molti intellettuali. Nell’899 la comunità andò incontro a una vera e propria scissione motivata da serie divergenze politico-religiose: in quell’anno, infatti, la nuova guida ismailita, ‘Abd Allah, reclamò l’imamato per se stesso. Il progetto di ‘Abd Allah provocò una divisione del movimento in due fazioni rivali: una rimase fedele al nuovo imam (e si identifica con quelli che piú tardi diverranno gli ismailiti fatimidi), sostenendo la dottrina della continuità dell’imamato; l’altra fazione, che era particolarmente forte in Iraq, Bahrein e Persia, si dette il nome di qarmati e tenne per piú di un secolo in scacco i califfi abbasidi, con rivolte e saccheggi che non risparmiarono nemmeno le città sante di Mecca e Medina.

I califfi fatimidi ‘Abd Allah al-Mahdi bi-’llah (909–934) Muhammad al-Qa’im bi-amr Allah (934–946) Isma‘il al-ManSur bi-naSr Allah (946–953) al-Mu‘izz li-din Allah (953–975) Abu ManSur Nizar al-‘Aziz bi-’llah (975-996) al-Hakim bi-amr Allah (996-1021) ‘ Ali al-Zahir (1021–1036) al-MustanSir bi-’llah (1036-1094) al-Musta‘li bi-’llah (1094–1101) a l-Amir bi-aHkam Allah (1101-1130) al-Hafiz li-din Allah (1130–1149) a l-Zafir bi-din Allah (1149–1154) al-Fa’iz bi-naSr Allah (1154–1160) al-‘Adid li-din Allah (1160-1171)

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La conquista normanna

Splendori arabo-normanni Sulle due pagine Palermo, Palazzo della Cuba. XII sec. Situata sulla strada per Monreale, la Cuba è un palazzo di piacere, edificato per volere di Guglielmo II d’Altavilla nel 1180. Boccaccio vi ambientò la sesta novella della quinta giornata del Decamerone. A destra una nicchia decorata a muqarnas nel Palazzo della Cuba. In basso Monreale (Palermo), Duomo. Uno scorcio dell’interno del chiostro: ornato di archi a sesto acuto retti da colonnine decorate con mosaici, rappresenta la fusione di elementi architettonici romanico-normanni e arabo-bizantini. XII-XIII sec. Anche l’edificazione dell’abbazia monrealese (1166-1178) viene attribuita al regno di Guglielmo II d’Altavilla.

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