IN EDICOLA L’11 GIUGNO 2020
eo .it
2020 EUFRONIO PACIFISTA
ESCLUSIVA
ACHILLE E ODISSEO IL LIMES/2 SPECIALE TRIESTE ARCHEOLOGICA
Mens. Anno XXXV n. 424 giugno 2020 € 5,90 Poste Italiane Sped. in A.P. - D.L. 353/2003 conv. L. 46/2004, art. 1, c. 1, LO/MI.
MISSIONE A HATRA
MISSIONE A HATRA
ACHILLE, ODISSEO E LA QUESTIONE OMERICA Una nuova, grande indagine dello scrittore Matteo Nucci
SPECIALE
TRIESTE CAPITALE DELL’ARCHEOLOGIA
LA DEMOCRAZIA NEL CUORE
IL VASAIO PACIFISTA LIMES
L’IMPERO SENZA FRONTIERA
www.archeo.it
AR T CH RI EO ES LO TE ww GI w. a rc CA h
ARCHEO 424 GIUGNO
€ 5,90
EDITORIALE
IL RITORNO DI SHAMASH
Una città-fortezza, non particolarmente vasta, né ricca. Costruita in una terra arida e brulla, infestata da sciami di mosche e investita da devastanti tempeste di sabbia inviate da Shamash, il dio del Sole, implacabile contro i nemici come la stessa calura che emana dal suo astro. Un’aura di sacralità e testimonianze di inquietanti prodigia accompagnano il nome di Hatra, le cui rovine si ergono, ancora oggi, meno di cento chilometri a sud di Mosul, in Iraq, in quella parte settentrionale della Mesopotamia denominata Giazira, «l’isola». Progettata intorno al suo santuario principale, dedicato all’assiro dio solare, la sede del piccolo principato indipendente resistette alla minaccia delle guerre romano-persiane, tenendo testa alle mire di Traiano, il quale, nel 117 d.C., cercò invano di conquistarla (l’imperatore morí nell’agosto dello stesso anno, piegato dalla malattia contratta in quelle terre insalubri). Decenni dopo, tra il 199 e il 200 d.C., fu la volta di Settimio Severo: venti giorni di incessante assedio non bastarono, però, a penetrare le difese della città. A narrare le sorti invincibili di Hatra fu lo storico Cassio Dione (155-253 d.C.), scomparso prima di poter assistere alla fine del principato, dovuta all’ascesa di Shapur I, il dinasta sasanide che conquista la città nel 244 d.C. Hatra viene abbandonata e la sua gloria finisce. Per secoli, nessuno metterà piede nelle sue rovine, nessun nuovo insediamento occuperà lo spazio dei santuari grecoromani e delle imponenti volte che si aprono sul vasto recinto sacro, tipiche dell’architettura persiana. Un sonno indisturbato di oltre 1700 anni consentirà agli archeologi (tedeschi, iracheni e italiani) di riscoprire, intatto, l’universo artistico e architettonico di questo piccolo ma straordinario regno al confine tra Oriente e mondo classico. Possiamo ipotizzare che gli Arabi musulmani – i nuovi padroni di quelle terre a partire dalla prima metà del VII secolo – abbiano riservato alle vestigia di Hatra lo stesso giudizio espresso nei confronti delle meraviglie architettoniche di Palmira, i cui templi e vie colonnate venivano attribuite «all’opera del profeta Salomone, figlio di Davide» (cosí al Yacubi, storico e geografo vissuto nel IX secolo). Con la celebre metropoli carovaniera – situata appena 400 chilometri piú a ovest – Hatra ha, inoltre, condiviso la cronaca nefasta delle distruzioni perpetrate dallo «Stato Islamico» nel 2015: sono ancora ben impresse nella nostra memoria le immagini delle statue prese a picconate nel Museo di Mosul e sulla facciata dello stesso santuario del dio solare. Una misteriosa mano protettiva, tuttavia, ha salvaguardato gli edifici stessi dalla distruzione (contrariamente a quanto è accaduto a Palmira), aprendo la strada a una loro «nuova vita». Ce ne parla la nostra inviata Stefania Berlioz, di ritorno da Hatra… Andreas M. Steiner Hatra. La facciata del «Grande Tempio» («Main Temple»), il piú imponente dei corpi di fabbrica del santuario hatreno, caratterizzato da una successione di iwan, sale rettangolari coperte a volta e con il lato breve frontale completamente aperto, di tradizione iranica.
SOMMARIO EDITORIALE
Il ritorno di Shamash
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di Andreas M. Steiner
Attualità NOTIZIARIO
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SCAVI Indagini preventive condotte a Valle Mura, nell’Aquilano, rivelano la lunga frequentazione di un’area scelta per le sue ricche risorse, prima fra tutte l’argilla 6 PASSEGGIATE NEL PArCo L’intrico di stanzette che si cela fra la via Sacra e il Palatino è ancora oggi un enigma. In attesa della cui soluzione, il monumento sarà restaurato e aperto al pubblico 8 IN DIRETTA DA VULCI La scoperta della Tomba del Peso di Piombo, nella Necropoli dell’Osteria, offre un contributo significativo alla ricostruzione del
sistema ponderale messo a punto dagli Etruschi 14
LA DEMOCRAZIA NEL CUORE Il vasaio pacifista
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di Louis Godart
PAROLA D’ARCHEOLOGO Uscire dall’emergenza sanitaria causata dal COVID-19 non deve far venire meno le esigenze della tutela, della ricerca e del restauro. Ecco le opinioni in proposito di Francesco di Gennaro, Giuliano Volpe e Paolo Pastorello 18
DA ATENE
Il restauro si prende la scena
26
di Valentina Di Napoli
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Missione a Hatra
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di Stefania Berlioz
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32 In copertina un militare statunitense in perlustrazione a Hatra, nel luglio del 2008, nel corso di operazioni volte a proteggere il sito dalle incursioni di gruppi terroristici.
Presidente
Federico Curti Anno XXXVI, n. 424 - giugno 2020 Registrazione al tribunale di Milano n. 255 del 07.04.1990
Comitato Scientifico Internazionale
Editore Timeline Publishing S.r.l. Via Calabria, 32 – 00187 Roma tel. 06 86932068 – e-mail: info@timelinepublishing.it
Comitato Scientifico Italiano
Direttore responsabile Andreas M. Steiner a.m.steiner@timelinepublishing.it Redazione Stefano Mammini s.mammini@timelinepublishing.it Lorella Cecilia (ricerca iconografica) l.cecilia@timelinepublishing.it Impaginazione Davide Tesei Amministrazione amministrazione@timelinepublishing.it
Maxwell L. Anderson, Bernard Andreae, John Boardman, Mounir Bouchenaki, Yves Coppens, Wim van Es, M’Hamed Fantar, Otto H. Frey, Louis Godart, Svend Hansen, Friedrich W. von Hase, Thomas R. Hester, Donald C. Johanson, Vassos Karageorghis, Venceslas Kruta, Richard E. Leakey, Henry de Lumley, Javier Nieto, Patrice Pomey, Paul J. Riis Enrico Acquaro, Ermanno A. Arslan, Andrea Augenti, Sandro Filippo Bondí, Francesco Buranelli, Carlo Casi, Francesca Ceci, Francesco D’Andria, Giuseppe M. Della Fina, Paolo Delogu, Francesca Ghedini, Piero Alfredo Gianfrotta, Pier Giovanni Guzzo, Eugenio La Rocca, Daniele Manacorda, Danilo Mazzoleni, Cristiana Morigi Govi, Lorenzo Nigro, Sergio Pernigotti, Marcello Piperno, Sergio Ribichini, Claudio Saporetti, Giovanni Scichilone, Paolo Sommella, Romolo A. Staccioli, Giovanni Verardi, Massimo Vidale, Andrea Zifferero Hanno collaborato a questo numero: Andrea Augenti è professore di archeologia medievale all’Università di Bologna. Stefania Berlioz è archeologa. Francesca Boldrighini è funzionario archeologo del Parco archeologico del Colosseo. Luciano Calenda è consigliere del CIFT, Centro Italiano Filatelia Tematica. Carlo Casi è direttore scientifico della Fondazione Vulci. Francesca Ceci è archeologa presso la Direzione dei Musei Capitolini di Roma. Francesco Colotta è giornalista. Giuseppe M. Della Fina è direttore scientifico della Fondazione «Claudio Faina» di Orvieto. Valentina Di Napoli è archeologa. Giampiero Galasso è archeologo e giornalista. Giulia Giovanetti è funzionario archeologo del Parco archeologico del Colosseo. Louis Godart è stato professore di civiltà egee all’Università Federico II di Napoli. Paolo Leonini è giornalista e storico dell’arte. Alessandro Mandolesi si occupa di comunicazione archeologica per conto del Parco archeologico di Pompei. Flavia Marimpietri è archeologa e giornalista. Matteo Nucci è scrittore. Elena Percivaldi è giornalista e storica del Medioevo. Maria Aurora Salto von Hase è studiosa di storia romana. Mara Sternini è professore associato di archeologia classica all’Università degli Studi di Siena.
Illustrazioni e immagini: U.S. Marine Corps: Lance Cpl. Albert F. Hunt: copertina – Cortesia Missione italo-irachena a Hatra: pp. 3, 32-35, 36 (basso), 37-49 – Cortesia SABAP Abruzzo:
STORIA
Attenti a quei due
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di Matteo Nucci
52
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STORIA
Il limes/2
Lungo il viale del tramonto
66
di Maria Aurora Salto von Hase
SPECIALE
Trieste in vetrina
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di Giuseppe M. Della Fina
L’ALTRA FACCIA DELLA MEDAGLIA
Rubriche
Il figlio del serpente 110
SCAVARE IL MEDIOEVO
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Istantanea di un massacro di Andrea Augenti
pp. 6-7 – Cortesia Parco archeologico del Colosseo: pp. 8-9 – Cortesia Parco archeologico di Pompei: pp. 10-11 – Cortesia NIKU (Norsk institutt for kulturminneforskning): p. 12 – Cortesia Parco Naturalistico Archeologico di Vulci: pp. 14-15 – Cortesia degli autori: p. 16 – INRAP: Denis Gliksman: pp. 16/17; Anne Fourès: p. 17 – Doc. red.: pp. 18-22, 28-29, 31, 53, 58, 66, 68-76, 77, 78-79, 80, 81, 82, 83, 84-87, 92-93, 96-99, 101, 102-103, 106/107, 107 (alto), 108-109, 111 – Soprintendenza Ellenica alle Antichità della Tessaglia: pp. 26, 27 – Mondadori Portfolio: Erich Lessing/Album: pp. 30, 62/63; AKG Images: pp. 52, 56/57, 60, 110; Album/Joseph Martin: pp. 54/55; Album/The Metropolitan Museum of New York: p. 57; Archivio dell’Arte Luciano Pedicini/Luciano Pedicini: pp. 58/59; Electa/Luigi Spina: p. 61; CM Dixon/Heritage Images: p. 64; Fine Art Images/Heritage Images: pp. 104/105 – The J. Paul Getty Museum, Los Angeles: pp. 64/65 – Shutterstock: pp. 88/89, 100/101, 107 (basso) – Marka: hwo/imageBROKER: p. 90 –Bridgeman Images: pp. 94-95 – Cippigraphix: cartine alle pp. 27, 36, 66/67, 77, 81, 82/83, 91. Riguardo alle illustrazioni, la redazione si è curata della relativa autorizzazione degli aventi diritto. Nel caso che questi siano stati irreperibili, si resta comunque a disposizione per regolare eventuali spettanze.
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di Francesca Ceci
LIBRI
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Pubblicità e marketing Rita Cusani e-mail: cusanimedia@gmail.com – tel. 335 8437534 Distribuzione in Italia Press-di - Distribuzione, Stampa e Multimedia Via Mondadori, 1 - 20090 Segrate (MI) Stampa Roto3 Industria Grafica srl via Turbigo 11/B - 20022 Castano Primo (MI) Servizio Abbonamenti È possibile richiedere informazioni e sottoscrivere un abbonamento tramite sito web: www.abbonamenti.it/archeo; e-mail: abbonamenti@directchannel.it; telefono: 02 211 195 91 [lun-ven, 9-18; costo della chiamata in base al proprio piano tariffario]; oppure tramite posta scrivendo a: Direct Channel SpA Casella Postale 97 – Via Dalmazia, 13 – 25126 Brescia (BS) L’abbonamento può avere inizio in qualsiasi momento dell’anno. Arretrati Per richiedere i numeri arretrati: Telefono: 045 8884400 – E-mail: collez@mondadori.it – Fax: 045 8884378 Posta: Press-di Servizio Collezionisti – casella postale 1879, 20101 Milano
PAROLA D’ARCHEOLOGO Flavia Marimpietri
SALVARE, CONSERVARE, RESTAURARE: COME E PERCHÉ?
SCEGLIAMO ANCORA UNA VOLTA LA FORMULA DELL’INCHIESTA «CORALE», IN QUESTO CASO PER CERCARE DI CAPIRE CHE COSA SIGNIFICHI «SALVARE» L’ARCHEOLOGIA E QUALI SIANO LE PRIORITÀ DI QUESTO COMPITO OGGI, MENTRE IL PAESE CERCA MODI E FORME NUOVE PER RIPARTIRE DOPO LO STOP IMPOSTO DALL’EMERGENZA SANITARIA
A
priamo la nostra rassegna con Francesco di Gennaro, archeologo da sempre impegnato sul campo, oltre che nella pubblica amministrazione, già Soprintendente del Museo Nazionale d’Arte Orientale e del Museo Pigorini a Roma, poi all’Archeologia della Calabria e dell’Abruzzo, infine Soprintendente Archeologia, Belle Arti e Paesaggio del Nord Sardegna. «Credo che in questo momento sia urgente, ai fini della tutela, o, piú esplicitamente, per non perdere in pochi giorni un’enorme massa di dati archeologici, mandare un messaggio ai responsabili del Ministero dei Beni Culturali. È possibile che l’imprenditoria e i rappresentanti politici, sostenendo l’importanza della ripresa dell’attività edilizia nella nazione, ne propongano (cogliendo con malafede lo spunto dalla crisi economica) un’impennata, riuscendo ad affrancarsi dall’onere dei controlli archeologici. L’unica soluzione a fronte di una malaugurata svolta in questa direzione è che il Ministero stesso
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appronti un pacchetto di nuove procedure per il sostegno all’occupazione nell’ambito dei beni culturali. E forse si dovrebbe giocare d’anticipo, perché balbettare a fronte di decisioni altrui vorrebbe dire perdere tutto». Qual è il rischio piú grande per i nostri beni archeologici, nell’immediato futuro? «Uno dei problemi piú gravi è la mancanza di archeologi sul territorio; oggi è piú difficile esplorare come facevamo dagli anni Sessanta agli Ottanta. Un altro rischio è, appunto, l’intento di scrollarsi finalmente di dosso le indagini preventive. E in proposito c’è un aspetto critico: attualmente i saggi sono obbligatori per le opere pubbliche, ma non per quelle private, che, complessivamente, sono preponderanti per quantità di suolo sottratto per sempre alle ricerche. Bisognerebbe istituire anche in Italia un fondo per finanziare saggi archeologici nei terreni privati in occasione di nuove opere, cosí da non gravare sui proprietari». Beni archeologici sconosciuti che emergono all’interno delle proprietà private potrebbero quindi andare persi per sempre? «Sí. Che non si prevengano e controllino i cantieri privati è grave per l’enorme corrispondente
consumo di suolo, ma anche perché chi edifica sul suo terreno non è tenuto a far entrare gli archeologi e potrebbe manomettere resti archeologici che danno fastidio». Quanta archeologia c’è ancora da scoprire in Italia? «Molta piú di quanto si creda. C’è l’idea diffusa che, dal Settecento in poi, sia stato scoperto quasi tutto. Non è cosí; c’è ancora tantissimo di non visto o sepolto. I musei archeologici non possono basarsi su “collezioni” chiuse e messe al sicuro; devono invece avere rifornimenti continui dal territorio ed essere luoghi di studio e di educazione». Ma quando si può parlare di «scoperta»: nel momento in cui si trova un oggetto o quando se ne interpreta la funzione? «Si definiscono banalmente scoperte archeologiche fatti molto diversi. Una cosa è il ritrovamento materiale, bruto, un’altra l’acquisizione di dati scientifici per la ricostruzione storicoantropologica. Quindi, in un certo senso, i materiali trovati da non addetti o con scavi clandestini non sono scoperte, perché non sono passati al vaglio scientifico dell’archeologo, oltre a essere spesso decontestualizzati. Ci sono, poi, scoperte su oggetti già disponibili, come un’iscrizione
Il Bronzo A di Riace. 450 a.C. circa. Reggio Calabria, Museo Archeologico Nazionale.
non notata prima o il colore su una statua; ci sono scoperte fatte in biblioteca dall’archeologo, leggendo e comparando fonti in genere già note. La scoperta ha luogo quando i “reperti” vengono documentati e letti, quindi vidimati dagli archeologi come documenti di storia». E invece, come vengono visti dalla società contemporanea i beni archeologici? «Oggi prevale (di nuovo!) la tendenza a considerarli “beni”, a individuare “capolavori”, che servono per fare cassa: non viene compresa la loro profonda specificità rispetto ad architetture, documenti d’arte e paesaggi. Un’idea ben diversa dall’archeologia vera, che è ricostruzione storica e antropologica attraverso lo studio delle «fonti dirette». Si tratta di un ambito, come scuola e salute, in cui le spese non devono essere compensate da ricavi, perché serve per educare. In ambito archeologico valgono in modo particolare le parole di Giulio Carlo Argan: “I beni culturali non sono di nessuno, e non sono beni. Sono l’oggetto di una ricerca scientifica e la scienza è la struttura della cultura contemporanea”. Per questo, accanto ai messaggi storici e tecnici dei bronzi di Riace, per esempio, dobbiamo spiegare come gli antichi organizzavano il villaggio o realizzavano i vasi per talea, oppure come conservavano gli alimenti». Anche i reperti archeologici trafugati e poi recuperati sono completamente muti… «È vero. Si presentano al pubblico come scoperte archeologiche oggetti recuperati o acquistati dopo il trafugamento. Il cratere di Eufronio, sotto il profilo archeologico, vale meno di un kantharos di bucchero trovato dove non ce lo aspetteremo, o di una fibula maschile trovata in una
tomba di donna. Rimanendo incerti i dettagli del suo ritrovamento alle Greppe di Sant’Angelo a Cerveteri, il capolavoro è un documento di storia dell’arte antica come tanti». C’è poi un paradosso legislativo, da lei già sottolineato, che mette seriamente a rischio i ritrovamenti archeologici… «Alcune modifiche apportate a leggi di tutela che hanno gloriosamente sfidato il tempo sono peggiorative: l’art. 47 della Legge 1089 del 1939, che recitava “le cose ritrovate appartengono allo Stato”, nel Codice Urbani del 2004 è stato modificato in “le cose ritrovate nel sottosuolo o sui fondali marini, appartengono allo Stato (art. 91)”. Cosicché monumenti in alzato non ancora noti o censiti, che prima diventavano di proprietà pubblica non appena scoperti, nonché tutti i ritrovamenti di superficie (un coccio, una spada o una statua) diventano di proprietà dei privati detentori dei terreni... un bel regalo!». Quindi, oggi, se si rinvenisse in un campo un elmo di bronzo, per esempio, non sarebbe di proprietà dello Stato, ma del privato? «A rigore sí. E cosí, se a Sovana o a Norchia trovassi una tomba rupestre sconosciuta, oppure il muro di un antico tempio da sempre coperto da fitta vegetazione, non essendo nel sottosuolo, sarebbero del proprietario e non dello Stato. Bisogna correre ai ripari». Che cosa potrebbe – e dovrebbe – fare l’Amministrazione, per scongiurare tutti questi rischi? «Anzitutto ovviare drasticamente al vergognoso deficit del personale. Nelle Soprintendenze mancano geometri, assistenti tecnici, disegnatori, insomma tutto il personale tecnico e di supporto. I numerosi assunti con la Legge 285 del 1977 sono andati in pensione e non c’è stato ricambio.
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LA DEMOCRAZIA NEL CUORE Louis Godart
IL VASAIO PACIFISTA MAESTRO DELLA PITTURA VASCOLARE, EUFRONIO SCELSE UNO DEI SUOI MASSIMI CAPOLAVORI PER LANCIARE UN VIBRANTE MESSAGGIO CONTRO LA GUERRA
T
ra i capolavori restituiti all’Italia e oggetto della mostra «Nostoi. Capolavori ritrovati» allestita nel 2007 nelle sale dell’Ala Sista del Quirinale, spiccavano due opere di straordinario valore che
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portano la firma di Eufronio. La prima è una kylix attica a figure rosse con scene della presa di Troia da parte dei Greci. Il vaso, che si trovava al J.Paul Getty Museum di Malibu, è stato restituito all’Italia
nel 1999 dopo che gli scavi in località Sant’Antonio ne hanno dimostrato, con il ritrovamento di altri due frammenti combacianti, la provenienza da Cerveteri. Databile al 500-490 a.C., la kylix è firmata da
Sulle due pagine: il magnifico cratere a calice attico a figure rosse plasmato da Eussiteo e dipinto da Eufronio. 510 a.C. Cerveteri, Museo Nazionale Archeologico Cerite. In questa pagina, giovani ateniesi indossano le armi prima della battaglia; nella pagina accanto, il trasporto del corpo di Sarpedonte, eroe che combatté a fianco dei Troiani e venne ucciso da Patroclo.
Eufronio come vasaio e attribuita a Onesimo come ceramografo. La seconda è lo straordinario cratere a calice attico a figure rosse con il trasporto del corpo di Sarpedonte. Firmato da Eussiteo come vasaio e da Eufronio come ceramografo, è databile intorno al 515 a.C. Conservato dal 1972 al Metropolitan Museum of Art di New York, il vaso proveniva dal saccheggio, avvenuto nel 1971, di una tomba etrusca nella zona di Cerveteri. Il museo l’aveva acquistato per un milione di dollari da un commerciante americano, Robert Hecht Jr., che aveva dichiarato di averlo ottenuto da un mercante libanese, Dikran Sarrafian. Le successive indagini hanno invece evidenziato che costui l’avrebbe acquistato nello stesso 1972 da Giacomo Medici, un mercante d’arte italiano, già condannato nel 2004 per aver venduto oggetti d’arte rubati.
In seguito a un accordo firmato nel 2006, la proprietà del reperto è stata restituita all’Italia, dove esso è definitivamente tornato nel 2008. Oltre alle firme degli autori, il vaso reca l’iscrizione «Leagros kalos», ovvero «Leagro il bello», che ha fornito un prezioso elemento per la datazione del reperto, poiché l’adolescenza di Leagro, un personaggio storico ateniese considerato come uno dei piú bei fanciulli greci del suo tempo, è da collocare nel decennio 520-510 a.C.
UNA FAMA INDISCUSSA Eufronio sta alla pittura greca della tarda età arcaica come Leonardo o Raffaello stanno a quella del Rinascimento. Nato forse ad Atene intorno al 540 a.C. e lí deceduto verso il 470, Eufronio appartiene alla prima generazione di pittori che decorarono i vasi nella tecnica a figure rosse, i cosiddetti «pionieri». In un’iscrizione proveniente
dall’Acropoli di Atene, su un monumento da lui dedicato, viene ricordato come «il vasaio». Nelle sue opere, perfette sul piano esecutivo e dalle forme eleganti, Eufronio predilige soggetti impegnativi, raggiungendo una monumentalità compositiva ineguagliata. Si conoscono circa cinquanta vasi dipinti o plasmati dall’artista, di cui una ventina firmati; famosi sono un cratere con Eracle e Anteo attualmente al Louvre, il cratere con Sarpedonte, restituito all’Italia, e una coppa con cavaliere oggi custodito presso le Antikensammlungen di Monaco di Baviera. La tecnica a figure rosse, di cui Eufronio è l’esponente forse piú illustre, comprende figure su sfondo dipinto con vernice nera, alle quali sono aggiunti particolari con vernice nera piú diluita. Lo stile naturalistico delle rappresentazioni, con scorci e spazio illusionistico, è
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REPORTAGE • IRAQ
MISSIONE A HATRA
SONO PASSATI TRE ANNI DALLA CADUTA DEL CALIFFATO ISLAMICO IN IRAQ. TANTO CI È VOLUTO PERCHÉ UNA MISSIONE DI ARCHEOLOGI, RESTAURATORI E ARCHITETTI ITALO-IRACHENI POTESSE RAGGIUNGERE, UN CENTINAIO DI CHILOMETRI A SUD-OVEST DI MOSUL, HATRA, SITO ARCHEOLOGICO CHE L’UNESCO HA DICHIARATO PATRIMONIO DELL’UMANITÀ, VANDALIZZATO DAI MILITANTI JIHADISTI. ECCO UN PRIMO REPORTAGE, IN ESCLUSIVA PER «ARCHEO» di Stefania Berlioz
Hatra. La facciata del cosiddetto «Grande Tempio» («Main Temple»), il piú imponente dei corpi di fabbrica del santuario hatreno, caratterizzato da una successione di iwan, sale rettangolari coperte a volta e con il lato breve frontale completamente aperto, di tradizione iranica. 32 a r c h e o
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REPORTAGE • IRAQ
M
an mano che ci si allontana da Mosul, base della nostra missione, il paesaggio si fa sempre piú arido e brullo. Siamo nel settore iracheno della Giazira («isola» in arabo), vasta distesa pianeggiante racchiusa dal corso del Tigri e dell’Eufrate e, a settentrione, dalle pendici del
Jebel Sinjar. Una regione semidesertica, a carattere stepposo, rimasta ai margini dei grandi fenomeni insediativi che hanno interessato, nel corso dei millenni, le valli fluviali che la delimitano. Percorriamo la strada costruita da Saddam Hussein per collegare Mosul alla capitale, Baghdad. C’è
Qui sotto: l’interno del Grande Iwan Nord. In basso, sulle due pagine: un tratto delle mura di Hatra, scandite da imponenti torri quadrangolari.
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piú vita su questa striscia di asfalto che non ai suoi lati: file di camion, convogli militari, auto civili, piccoli assembramenti umani che, in attesa del passaggio di un autobus, si scaldano dando fuoco a pneumatici abbandonati. A dividere le due carreggiate di percorrenza non è un guardrail, ma un accumulo quasi ininterrotto di terra e macerie, tra le quali spuntano ricoveri improvvisati. Vi fanno capolino bambini, anche molto piccoli, che offrono the ai viaggiatori, versandolo in minuscoli bicchieri di vetro. Tutto intorno è quiete. A dar vita al paesaggio sono villaggi sparsi, molti costruiti in terra cruda. Sembrano piccoli insediamenti fortificati, con quella linea continua di mura che li circonda e le case affacciate su cortili interni, all’orientale. Vi abitano raggruppamenti familiari piú o meno estesi, facenti capo a una qualche tribú araba. Rowaed, collega archeologo e anima della missione, di queste tribú conosce tutti i nomi, e la storia. Beduini nomadi, raggiunsero queste terre nella seconda metà dell’Ottocento, per poi sedentarizzarsi (o semi-sedentarizzarsi) progressivamente. Solo alcuni gruppi familiari hanno mantenuto le antiche tradizioni, e ancora oggi si spostano, greggi e tende al seguito, lungo i percorsi della transumanza.
Il paesaggio Il paesaggio stepposo della Giazira, nei dintorni di Hatra. Al centro, il corso dell’Uadi Tharthar con, in primo piano, i resti di un pilone dell’antico ponte che lo attraversava.
Il paesaggio odierno, caratterizzato dalla compresenza e interazione tra comunità sedentarie e comunità nomadi, non doveva essere molto dissimile da quello dei primi tre secoli della nostra era, periodo in cui Hatra – citta araba alla frontiera tra impero romano e partico – raggiunse il suo massimo sviluppo, conquistandosi un posto nella storia.
L’EQUILIBRIO SI SPEZZA Nel I secolo d.C. il corso dell’Eufrate fungeva da confine tra impero romano e regno dei Parti, retti dalla dinastia degli Arsacidi. Un confine sostanzialmente stabile, nonostante i continui attriti: entrambe le parti erano consapevoli che una politica di conquista territoriale a danno dell’avversario era praticamente impossibile. Questo equilibrio giunge a una rottura nel 114 d.C., con l’inizio delle campagne partiche di Traiano. Dopo la conquista di Ctesifonte, capitale partica sulla riva del Tigri (216 d.C.),Traiano «si spostò in
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TEMI E PROBLEMI • XXXX XXXXXX
UN BRINDISI AL VINCITORE
I
n una celebre immagine dipinta da un ceramografo ateniese di nome Exekias attorno al 530 a.C., Achille e Aiace sono ritratti di profilo, seduti di fronte a un tavolo e concentrati sulla partita a cui si stanno sfidando. Dadi. Dadi rotolano sulla tavola. Numeri sono incisi sull’anfora ritrovata a Vulci, la magnifica città etrusca, e conservata nei Musei Vaticani. Numeri che, come in un fumetto dei nostri tempi, sembrano fluire dalla bocca o dal pensiero dei due ragazzi che giocano. Ma di che gioco si tratta? Dadi – dicono tutti. Ep-
pure le dita di Achille e Aiace sembrano piantate su pedine, non su dadi. Pedine che dunque sarebbero mosse seguendo il responso dei dadi. Non c’è nulla di cui sorprendersi. Si tratta probabilmente del gioco che inventò Palamede, l’astutissimo re di Eubea che svelò l’inganno di Odisseo quando si fingeva pazzo e che per questo fu poi intrappolato dalle astuzie odissiache e messo a morte. È un gioco eterno dalla Grecia all’Oriente. A tal punto capace di intrappolare la mente di chi lo pratica da invadere, nella sua versione piú semplice, anche
l’Occidente e il mondo anglosassone che lo ha ribattezzato con un nome illuminante. Il backgammon, infatti, non è altro che quella partita (game) in cui i giocatori lottano per tornare indietro (back), per tornare a casa, visto che, come sanno tutti coloro i quali abbiano una minima dimestichezza con le sue regole, scopo del gioco è riportare tutte le pedine nella propria casa e dunque metterle in salvo uscendo definitivamente dal campo di lotta. Userò questo nome, allora, benché sia l’ultimo nella storia, dopo gli italiani «tric trac» e «gioco rea-
In alto: particolare della decorazione di un’anfora attica a figure nere firmata da Exekias con Achille e Aiace che giocano a dadi, da Vulci. 540-530 a.C. Città del Vaticano, Musei Vaticani, Museo Gregoriano Etrusco. Nella pagina accanto: affresco raffigurante il sacrificio di Ifigenia, dalla Casa del Poeta Tragico a Pompei. 45-79 d.C. Napoli, Museo Archeologico Nazionale. In basso, al centro, è il gruppo di Ifigenia, trasportata a forza verso l’altare del sacrificio da Ulisse e Diomede (o da Ulisse ed Achille); sulla destra, il sacerdote Calcante, vestito di una lunga tunica rossa e con una sopravveste bianca avvolta in vita, mentre all’estrema sinistra il re Agamennone volge le spalle alla scena, sotto il peso della responsabilità di aver acconsentito al sacrificio della figlia. Nella parte superiore compaiono due busti femminili che emergono dalle nuvole: sono la dea Artemide e una Ninfa che conduce una cerva. 60 a r c h e o
le», fra i molti. Il nome meno regale e tuttavia piú conosciuto. La storia dei giochi che vennero immaginati sulla tavola a ventiquattro piramidi su cui si muovono quindici pedine nere e quindici bianche, d’altronde, si perde nei millenni, ben oltre Palamede, e arriva forse addirittura a seimila anni fa, visto che quasi certamente un
esempio di antico backgammon fu ritrovato dagli archeologi nella tomba di un re sumero a Ur, città mesopotamica oggi irachena. Ma poco importa la storia. Quel che importa è che da sempre il gioco è caratterizzato da una esatta ripartizione dei meriti: cinquanta per cento all’abilità, cinquanta per cento al caso. Non si tratta cioè di una sfida
come quella degli scacchi, per esempio, in cui l’abilità del giocatore è pervasiva. I dadi immettono nel gioco quella componente legata alla sorte che rende le partite a volte assurde, rocambolesche, sconcertanti e quasi sempre appassionanti. La sorte, infatti, apre la tavola a imprevedibilità e follia quasi divine. E tuttavia tutti sanno che un bravo a r c h e o 61
SPECIALE • TRIESTE
TRIESTE IN VETRINA di Giuseppe M. Della Fina
«I
l fascino di una collezione sta in quel tanto che rivela e in quel tanto che nasconde della spinta segreta che ha portato a crearla», cosí osservava Italo Calvino in una raccolta di suoi scritti giornalistici pubblicata con il titolo Collezione di sabbia. Una chiave interpretativa che si pre-
Trieste. La facciata del Palazzo del Municipio, realizzato tra il 1873 ed il 1875 su progetto dell’architetto Giuseppe Bruni. L’edificio prospetta su piazza dell’Unità d’Italia (già piazza San Pietro) ed è preceduto dalla Fontana dei Quattro Continenti, di cui nella foto si vede la parte sommitale.
sta bene per avvicinarsi ai Musei Civici di Trieste. Centrali, infatti, appaiono le motivazioni dei loro promotori, primo fra tutti Domenico Rossetti (1774-1842), procuratore civico e studioso di storia locale, al quale si può fare risalire l’idea di un museo archeologico. Il suo amore per le antichità passava attraverso l’ammirazione per la personalità di Johann Joachim Winckelmann, il quale, proprio, a Trieste, era stato ucciso nel 1768 sulla strada di ritorno a Roma, dopo un viaggio a Vienna, dov’era stato ricevuto dall’imperatrice Maria Teresa d’Austria e dal principe Wenzel Anton von Kaunitz-Rietberg.
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