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Archeo n. 423, Maggio 2020

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ATENA PENSOSA

MISTERI DELTOFET

CRISI

IL COLLASSO DELLE CIVILTÀ

IL LIMES/1

Dalla fine dell’età del Bronzo alla caduta dell’Impero romano

VICHINGHI

LIMES

SPECIALE 1200 A.C.: CROLLARE PER CAMBIARE

AI CONFINI DEL MONDO

SCOPERTE

L’ULTIMA DIMORA DEI VICHINGHI

FENICI

MOLOCH E IL SACRIFICIO DEI FANCIULLI

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www.archeo.it

IN EDICOLA IL 10 MAGGIO 2020

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CO L’I M NC LE E F HI CI INI EST VI RO A LT N ww À? O w. a

2020

Mens. Anno XXXV n. 423 maggio 2020 € 5,90 Poste Italiane Sped. in A.P. - D.L. 353/2003 conv. L. 46/2004, art. 1, c. 1, LO/MI.

ARCHEO 423 MAGGIO

SPECIALE

€ 5,90


EDITORIALE

I SEGNI DEL CAMBIAMENTO Le crisi sono una componente ineludibile della nostra esistenza. Oggi, questa consapevolezza è penetrata in profondità nei comportamenti che stiamo sperimentando e che forse (nessuno al momento lo sa) dovremo ripetere e amplificare nel prossimo futuro. Nei mesi passati abbiamo sottratto alla vita di ogni giorno gli autobus e i treni affollati, la didattica e l’apprendimento gomito a gomito nelle aule scolastiche, i musei, i concerti, gli impianti sportivi, le tradizionali code all’ufficio postale. Le automobili sono ferme per strada o chiuse nei garage, bloccate da un nemico molto piú autorevole e potente di qualsiasi aumento del costo della benzina. I mille canali del transito umano si sono arrestati. E ci stiamo preparando a ubbidire a nuove regole. Da «esperti del passato» ci siamo trovati tante volte a scavare strati nei quali, sotto depositi di detriti informi, emergono splendidi pavimenti a mosaici colorati, ancora capaci di emozionarci; oppure strati di fango reso nerastro da ceneri, carboni e ristagni d’acqua che hanno coperto, millenni fa, i resti di abitati preistorici un tempo fiorenti. Come archeologi, conosciamo bene i segni delle grandi crisi del passato. Oggi, però, viviamo l’esatto contrario: siamo molto ben informati su quanto sta succedendo, ma non siamo ancora in grado di decifrare i segni del cambiamento in corso. Azzardiamo qualche ipotesi: cosa rimarrà, al di là della memoria storica degli eventi e delle contorsioni della politica, di questo strano periodo? Sul piano tecnologico, «subiremo» un nuovo, rapido passo in avanti nella digitalizzazione, poiché dovremo sempre piú lavorare, insegnare e studiare in remoto. Vi saranno, poi, i morti che, in numero straordinario, abbiamo dovuto frettolosamente abbandonare: futuri studi potranno facilmente dimostrare come, in questi mesi, il virus abbia scardinato i normali rapporti tra la consolidata struttura demografica dei vivi (cioè la composizione della società in termini di classi di età e di sesso) e quella dei morti. Inoltre, vi sarà certamente una sensibile decrescita del carbonio disperso nell’atmosfera (causata dal limitato consumo di carburanti), i cui isotopi si stanno accumulando oggi negli organismi viventi, piante o animali che siano, in proporzioni minori del consueto. Il «calendario chimico» delle nostre ossa sta registrando il cambiamento in modo sensibile. Dopo l’accumulo anomalo degli isotopi del carbonio dovuto ai test nucleari della guerra fredda a partire dagli anni Cinquanta, oggi, per la seconda volta, le vicende umane intervengono a mutare rapidamente, e in profondità, il rapporto tra il pianeta e questo elemento chimico, cosí fondamentale per la vita che vi si è creata. Torniamo al passato, però, e alle pagine di questo numero, molte delle quali dedicate al tema richiamato in copertina. Non abbiamo gli strumenti, né, tantomeno, la pretesa per suggerire paralleli, soluzioni o consigli, in un frangente cosí critico per la nostra stessa esistenza. Abbiamo tuttavia cercato di analizzare accadimenti, cause ed effetti che, nella storia dell’umanità, sono stati forieri di trasformazioni epocali, a partire da quel vero e proprio cataclisma (militare, tecnologico, culturale) abbattutosi sulle civiltà mediterranee al volgere del XIII secolo a.C. (vedi lo Speciale alle pp. 90-105). Cambiamenti dai quali l’umanità non è piú potuta tornare indietro. Andreas M. Steiner e Massimo Vidale


SOMMARIO EDITORIALE

quantità nella costruzione delle case di Ercolano e Pompei 12

RELIGIONE

di Andreas M. Steiner e Massimo Vidale

PAROLA D’ARCHEOLOGO Catastrofi naturali, rivoluzioni tecnologiche e imprese militari hanno segnato la «fine» di molte civiltà del mondo antico, dalla scomparsa dell’Uomo di Neandertal alla «caduta» dell’impero romano 18

di Sergio Ribichini

I segni del cambiamento 3

Attualità NOTIZIARIO

SCOPERTE Da un riparo nella regione dell’Ardèche, in Francia, una nuova e clamorosa conferma della «modernità» dell’Uomo di Neandertal

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LA DEMOCRAZIA NEL CUORE

38

di Louis Godart

STORIA

Atena pensosa 6

Moloch e i misteri del tofet 38

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Il limes/1

Ai confini del mondo 56

PASSEGGIATE NEL PArCo Un percorso, fra Palatino e Colle Oppio, alla scoperta dei luoghi che avrebbero dovuto costituire il cuore della «nuova Roma» sognata da Nerone 8 A TUTTO CAMPO Recenti studi suggeriscono nuove ipotesi sulla provenienza del legno d’abete utilizzato in gran

di Maria Aurora Salto von Hase

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In copertina bronzetto nuragico raffigurante un guerriero con spada e scudo, da Monte Arcosu (Cagliari). Cagliari, Museo Archeologico Nazionale.

Presidente

Federico Curti Anno XXXVI, n. 423 - maggio 2020 Registrazione al tribunale di Milano n. 255 del 07.04.1990

Comitato Scientifico Internazionale

Editore Timeline Publishing S.r.l. Via Calabria, 32 – 00187 Roma tel. 06 86932068 – e-mail: info@timelinepublishing.it

Comitato Scientifico Italiano

Direttore responsabile Andreas M. Steiner a.m.steiner@timelinepublishing.it Redazione Stefano Mammini s.mammini@timelinepublishing.it Lorella Cecilia (ricerca iconografica) l.cecilia@timelinepublishing.it Impaginazione Davide Tesei Amministrazione amministrazione@timelinepublishing.it

Maxwell L. Anderson, Bernard Andreae, John Boardman, Mounir Bouchenaki, Yves Coppens, Wim van Es, M’Hamed Fantar, Otto H. Frey, Louis Godart, Svend Hansen, Friedrich W. von Hase, Thomas R. Hester, Donald C. Johanson, Vassos Karageorghis, Venceslas Kruta, Richard E. Leakey, Henry de Lumley, Javier Nieto, Patrice Pomey, Paul J. Riis Enrico Acquaro, Ermanno A. Arslan, Andrea Augenti, Sandro Filippo Bondí, Francesco Buranelli, Carlo Casi, Francesca Ceci, Francesco D’Andria, Giuseppe M. Della Fina, Paolo Delogu, Francesca Ghedini, Piero Alfredo Gianfrotta, Pier Giovanni Guzzo, Eugenio La Rocca, Daniele Manacorda, Danilo Mazzoleni, Cristiana Morigi Govi, Lorenzo Nigro, Sergio Pernigotti, Marcello Piperno, Sergio Ribichini, Claudio Saporetti, Giovanni Scichilone, Paolo Sommella, Romolo A. Staccioli, Giovanni Verardi, Massimo Vidale, Andrea Zifferero Hanno collaborato a questo numero: Andrea Augenti è professore di archeologia medievale all’Università di Bologna. Luciano Calenda è consigliere del CIFT, Centro Italiano Filatelia Tematica. Carlo Casi è direttore scientifico della Fondazione Vulci. Francesca Ceci è archeologa presso la Direzione dei Musei Capitolini di Roma. Francesco Colotta è giornalista. Alessandro D’Alessio è funzionario archeologo presso il Parco archeologico del Colosseo. Giampiero Galasso è archeologo e giornalista. Louis Godart è stato professore di civiltà egee all’Università Federico II di Napoli. Paolo Leonini è giornalista e storico dell’arte. Alessandro Mandolesi si occupa di comunicazione archeologica per conto del Parco archeologico di Pompei. Flavia Marimpietri è archeologa e giornalista. Sergio Ribichini è stato dirigente di ricerca del Consiglio Nazionale delle Ricerche. Federica Rinaldi è funzionario archeologo del Parco archeologico del Colosseo. Maria Aurora Salto von Hase è studiosa di storia romana. Massimo Vidale è professore di archeologia delle produzioni all’Università degli Studi di Padova. Andrea Zifferero è professore associato di etruscologia e antichità italiche e di musealizzazione e gestione del patrimonio archeologico all’Università di Siena.

Illustrazioni e immagini: Shutterstock: copertina (e pp. 92/93) e pp. 51, 56/57, 90/91, 104/105 – Mondadori Portfolio: p. 45; Werner Forman Archive/Heritage Images: p. 3 (e pp.


SCOPERTE

Navigatori per sempre

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di Elena Percivaldi

78

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Rubriche

SPECIALE

SCAVARE IL MEDIOEVO

Crollare per cambiare

Un monastero chiamato Desiderio 106 di Andrea Augenti

1200 a.C.

90

di Massimo Vidale

L’ALTRA FACCIA DELLA MEDAGLIA La guerra delle donne

106

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di Francesca Ceci

LIBRI

96/97); Album/Prisma: pp. 35, 92; AKG Images: pp. 36, 40, 42-43, 91; The Print Collector/ Heritage Images: p. 37; Index/HeritageImages: pp. 40/41; Erich Lessing/Album: pp. 46-47, 102/103; CM Dixon/Heritage Images: p. 98; Ann Ronan Picture Library/Heritage Images: p. 101 – Marie-Hélène Moncel: pp. 6/7, 7 (sinistra) – S. Deryck: p. 7 (destra) – Cortesia Parco archeologico del Colosseo: pp. 8-9, 10, 11; Simona Murrone: pp. 10/11 – Cortesia Parco archeologico di Pompei: pp. 12-13 – Cortesia Parco Naturalistico Archeologico di Vulci: pp. 14-15 – Cortesia Attilio Scienza: p. 16 – Cortesia Gaetano Di Pasquale: p. 17 – Doc. red.: pp. 19-24, 27-30, 48/49, 52/53, 58-60, 62-65, 66, 67 (alto), 68-77, 82, 86-87, 88-89, 94-95, 110-111 – Cortesia Dennys Frenez: p. 25 – Bridgeman Images: pp. 38/39, 44, 93, 100/101 – Cortesia NIKU (Norsk institutt for kulturminneforskning): pp. 78-79, 80 (basso), 81, 83 – Cortesia Università di Verona/Progetto Leno-Monastero S. Benedetto: pp. 106-107; Dario Gallina: ricostruzioni 3D alle pp. 108-109 – Cippigraphix: cartine alle pp. 61, 67, 80. Riguardo alle illustrazioni, la redazione si è curata della relativa autorizzazione degli aventi diritto. Nel caso che questi siano stati irreperibili, si resta comunque a disposizione per regolare eventuali spettanze.

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Pubblicità e marketing Rita Cusani e-mail: cusanimedia@gmail.com – tel. 335 8437534 Distribuzione in Italia Press-di - Distribuzione, Stampa e Multimedia Via Mondadori, 1 - 20090 Segrate (MI) Stampa Roto3 Industria Grafica srl via Turbigo 11/B - 20022 Castano Primo (MI) Servizio Abbonamenti È possibile richiedere informazioni e sottoscrivere un abbonamento tramite sito web: www.abbonamenti.it/archeo; e-mail: abbonamenti@directchannel.it; telefono: 02 211 195 91 [lun-ven, 9-18; costo della chiamata in base al proprio piano tariffario]; oppure tramite posta scrivendo a: Direct Channel SpA Casella Postale 97 – Via Dalmazia, 13 – 25126 Brescia (BS) L’abbonamento può avere inizio in qualsiasi momento dell’anno. Arretrati Per richiedere i numeri arretrati: Telefono: 045 8884400 – E-mail: collez@mondadori.it – Fax: 045 8884378 Posta: Press-di Servizio Collezionisti – casella postale 1879, 20101 Milano


PAROLA D’ARCHEOLOGO Flavia Marimpietri

IL MONDO A UN BIVIO, MA NON È LA PRIMA VOLTA... La crisi non ha un volto solo, ma tante facce. Non una velocità, ma tanti tempi. Non una causa, ma molte e di natura diversa. Ci siamo interrogati su questa parola – «crisi» – declinandola in verticale, nel tempo, e in orizzontale, dall’Est all’Ovest del nostro globo, per cercare di capire che cosa abbia portato alla fine (se di «fine» si può parlare) di Etruschi, Egizi, Persiani, Greci, Minoici e Micenei, Romani e popoli antichi dalle Americhe fino alla Civiltà dell’Indo. Abbiamo indagato un arco cronologico che va dall’uomo di Neandertal, 50 000 anni fa, fino al nostro Rinascimento, rivolgendo la stessa domanda a un numero di archeologi e specialisti di materie molto diverse tra loro nel tempo e nello spazio – qui presentati volutamente in modo non cronologico – per arrivare a scattare un’«istantanea» della crisi delle civiltà che hanno segnato la storia dell’uomo, al momento delle attuali conoscenze di studio. Un’occasione unica, in un momento in cui la civiltà contemporanea si trova a un bivio «critico» La civiltà etrusca ha svolto un ruolo importante nella storia dell’Italia antica, attraversando di fatto quasi l’intero I millennio a.C. La sua «fine» politica non coincise con quella della sua cultura, come ci spiega Gisueppe M. Della Fina, Direttore scientifico della Fondazione per il Museo «Claudio Faina» di Orvieto e collaboratore storico di «Archeo». «Quando si parla di crisi o di fine di una civiltà, ci si deve chiedere preliminarmente quando è terminata l’indipendenza politica di un popolo e quando è finita la sua vitalità culturale dato che, nella

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storia, i due momenti non coincidono quasi mai. Vi sono casi in cui è finita prima l’indipendenza politica e poi la vitalità culturale. Altri casi, invece, in cui è subentrata prima una crisi culturale e solo successivamente una politica. Nel caso degli Etruschi i due momenti sono distanti cronologicamente in maniera significativa. Analizziamo la fine dell’indipendenza politica: nel 396 a.C. Roma conquistò Veio, la prima grande città-stato dell’Etruria a cadere in mano romana. Poi vi fu la guerra cosiddetta “romanotarquiniese” (358-351 a.C.) e, infine, le vicende decisive degli inizi del III secolo a.C. In particolare va ricordata la battaglia di Sentino, presso Sassoferrato, nelle Marche, nel 295 a.C., una delle piú cruente avvenute nella penisola italiana durante l’antichità: alcune fonti

parlano di 100mila morti, un numero enorme per le categorie moderne e ancor piú per il mondo antico, quando la demografia era decisamente piú ridotta. Altre fonti, probabilmente piú vicine al vero, parlano di 25mila morti. In quella battaglia gli Etruschi, alleati con i Celti, i Sanniti e gli Umbri, affrontarono Roma e vennero sconfitti. Nel 283 a.C. vi fu un nuovo scontro presso il Lago Vadimone, nei dintorni di Orte, nel Viterbese, e gli Etruschi con i loro alleati furono sconfitti di nuovo. Negli anni tra il 295 e il 280 a.C. gli Etruschi persero la loro indipendenza politica». La vitalità culturale, invece, non si spense? «No, durò molto piú a lungo. Una delle stagioni piú alte dell’arte etrusca è quella della produzione delle urne di Volterra, realizzate in


romana dell’Etruria, gli Etruschi rimasero fedeli a Roma. Per quale ragione? I Romani avevano saputo inserire le aristocrazie etrusche nelle dinamiche politiche, economiche e sociali del mondo romano, quindi queste pensarono che era meglio rimanere con Roma piuttosto che ribellarsi e passare ad Annibale. Vincente, nella politica romana, fu proprio la capacità d’integrare le classi dirigenti dei popoli conquistati, o, almeno, una parte di esse». Lastra con figure di guerrieri, dal tempio dell’Arce di Veio. Prima metà del VI sec. a.C. Roma, Museo Nazionale Etrusco di Villa Giulia. gran parte quando l’indipendenza politica era già perduta». Per quali ragioni gli Etruschi vennero sconfitti da Roma? «Le motivazioni possono essere diverse. Le principali a me sembrano due. La prima: gli Etruschi rimasero legati sino alla fine della loro storia alla forma politica e istituzionale della cittàstato, non comprendendo che nella “globalizzazione”, che preparò e caratterizzò l’ellenismo, si trattava di un assetto istituzionale divenuto troppo limitato. Gli Etruschi affrontarono le nuove sfide disuniti, sempre come singole città-stato. Non compresero che il mondo era mutato profondamente». Questo errore può essere d’insegnamento per i nostri tempi? «In un mondo decisamente piú globalizzato come quello contemporaneo, probabilmente la forma politica e istituzionale dello Stato-nazione non è piú sufficiente. Se l’Europa vorrà giocare un ruolo nei prossimi secoli potrà farlo solo unita: anche oggi le nazioni piú forti, Germania e Francia (come allora Tarquinia, Cerveteri, Vulci, Orvieto, ecc.), da sole non ce la potranno fare. La città-stato si dimostrò non piú adatta a fronteggiare le sfide, come adesso lo Stato-nazione potrebbe non essere piú idoneo per affrontare le

nuove sfide già presenti da qualche tempo e rese ancora piú complesse dalla pandemia». Il secondo fattore che contribuí alla caduta in mano romana delle città etrusche? «Un altro aspetto che svantaggiò il mondo etrusco fu l’articolazione sociale: l’Etruria fu retta da un’aristocrazia molto ristretta, quasi un’oligarchia, spesso con una grande visione, ma troppo isolata dal resto del popolo. Usando terminologie moderne, vi era una scissione troppo forte tra le classi dirigenti e il resto della popolazione, una divisione che creò non pochi problemi nell’affrontare la sfida imposta da Roma». Perché la cultura della civiltà etrusca non si spense, quando venne meno la sua unità politica? «Nell’arco dei secoli precedenti si era creata una rete di conoscenze tecniche e di valori estetici che riuscí a sopravvivere allo scossone politico. La cultura etrusca confluí poi in quella romana. La romanizzazione fu veloce anche sul piano politico e sociale: nel 130 a.C. a Roma è attestato un console di origine etrusca, da Perugia, Marco Perperna. Ancora prima, quando Annibale era disceso in Italia, nell’ambito della seconda guerra punica (218-201 a.C.), di fatto solo pochi decenni dopo la conquista

Quali fattori contribuirono al crollo delle grandi civiltà che scrissero la storia dell’antico Egeo? Lo abbiamo chiesto a uno dei piú illustri studiosi della materia, Louis Godart, già Consigliere per la Conservazione del Patrimonio Artistico dei Presidenti Ciampi e Napolitano, nonché Accademico dei Lincei. Professore, che cosa portò al tramonto delle civiltà palaziali fiorite a Creta e nella Grecia continentale tra il III e il II millennio a.C.? «Si deve distinguere tra civiltà minoica e civiltà micenea. Quella minoica, all’apice del suo potere, è caduta per mano dei Micenei del continente che, intorno al 1450 a.C., si sono impadroniti di Creta. Nel XVI secolo a.C., L’esplosione del vulcano di Thera-Santorini ha provocato uno tsunami di proporzioni gigantesche che invase il Mediterraneo orientale. Tracce dell’eruzione sono state rinvenute dall’Egitto alla costa siro-palestinese. I vulcanologi che hanno studiato il maremoto hanno ritenuto che fosse superiore a quello provocato dall’eruzione del Krakatoa nel 1883. Fu un evento

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RELIGIONE • IL TOFET

serva: Tinnit non sempre compare accanto a Baal Hammon, mentre a Cartagine, dal V secolo, prende il primo posto nelle dediche. Per entrambi, inoltre, la documentazione evidenzia aspetti di divinità benevole, protettrici della famiglia e della discendenza, difficili da conciliare con l’idea di divinità destinatarie di sacrifici d’infanti. Ci manca in proposito, e purtroppo, una «mitologia» che ne illustri le caratteristiche e ne racconti la personalità. Si è parimenti contestato il metodo di affiancare, alla documentazione classica e archeologica del mondo fenicio d’Occidente, i dati biblici sul tofet, in un presunto «cerchio ermeneutico» che rischia di essere, piuttosto, solo un circolo vizioso: con una simile procedura, ha osservato recentemente Claudio Balzaretti, ogni interpretazione si muove entro un quadro di riferimento costituito in partenza, comunque troppo lacunoso e tale da suscitare una selva di problemi connessi. I tofet del mondo punico non sono la «prova archeologica» di quel che si legge nella Bibbia e questa non prova l’interpretazione sacrificale dei riti praticati nei santuari punici. Di piú: sulla base dell’analisi filologica dei passi biblici relativi, Stefano Franchini ha dedotto che presso Gerusalemme si cremavano e seppellivano cadaveri speciali, sconciati,

mutilati, e, piú in generale, individui deceduti con il corpo imperfetto, per qualche infermità o malformazione, nonché i feti abortiti anzitempo e i bimbi nati morti. Anche l’accostamento dei dati letterari classici all’archeologia dei tofet non sembra pienamente giustificato. Le allusioni al sacrificio punico dei fanciulli sono piuttosto numerose, ma perlopiú reiterate. Nessun autore greco o latino parla di un’area consacrata a tale rito, né di un luogo destinato a raccogliere i resti delle vittime. Pochissime, inoltre, sono le fonti contemporanee al periodo di attività dei tofet punici, che erano sotto gli occhi di qualunque visitatore straniero.

DESCRIZIONI INATTENDIBILI E le «fonti» classiche parlano del sacrificio di vittime umane (adulti, prigionieri, fanciulli delle famiglie piú in vista) solitamente in situazioni eccezionali (guerre, carestie, pestilenze) e nell’interesse della collettività. La realtà delle urne e delle stele votive evoca invece una pratica religiosa che riguarda personalmente e ordinariamente una pluralità di dedicanti, d’ogni ceto sociale e per scopi individuali. Gli autori classici, insomma, testimoniano la presenza del sacrificio umano nella religione punica, ma offrono una

visione largamente diversa dalla tipologia dei riti celebrati nei tofet. In altri termini, le diverse tipologie di «fonti» non sono tra loro (pienamente) comparabili. Le analisi osteologiche hanno anche dimostrato che i bambini erano già morti al momento dell’esposizione al fuoco, e pertanto non cadevano tra le fiamme dalle braccia di una «statua bronzea». Quelle incinerate nei vasi, poi, sono per la stragrande maggioranza ossa di neonati, deceduti dopo la nascita o nei primi mesi di vita. Si è anche constatata la presenza di feti e di bambini nati morti. Ciò rende assolutamente improbabile che tutti i bambini nelle urne dei tofet siano individui uccisi. Su questo punto, negli ultimi decenni, il dibattito tra gli antropologi ha segnato posizioni fortemente contrastanti, in particolare sulla valutazione dell’età di morte degli individui incinerati. Ma da un lato e dall’altro si ammette comunque la presenza di feti e nati morti, in numero non indifferente; e questo esclude che i santuari con le stele e le urne fossero (soltanto) luoghi del sacrificio umano, giacché un feto abortito e un infante nato morto non possono essere stati l’oggetto vivente d’una cerimonia cruenta. Per l’insieme di queste considerazioni, a partire dagli anni Ottanta del secolo scorso si è fatta strada una

QUELLA BAMBINA «NATA DAL FUOCO» I sacrifici umani che avrebbero fatto parte delle tradizioni fenicie sono l’elemento portante di Cabiria, il colossal muto girato fra il 1913 e il 1914 da Giovanni Pastrone e la cui ideazione fu attribuita a Gabriele D’Annunzio, il quale, in realtà, si limitò a scrivere le didascalie e a inventare il nome di qualche personaggio (ottenendo comunque un compenso di ben 50 000 lireoro). La vicenda si dipana fra la seconda guerra punica e la caduta di Cartagine (quindi tra la fine del III e la prima metà del II secolo a.C.) e ha per protagonista la bambina «nata dal fuoco» sull’Etna, poi fanciulla al seguito della regina Sofonisba, per due volte salvata dallo schiavo

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Maciste, che la sottrae al Moloch africano. Per il costo (1 250 000 lire), la durata di lavorazione (6 mesi) e di proiezione (4 ore), le innovazioni tecniche (uso del carrello), la fastosità delle scenografie (il tempio del dio Baal), la varietà degli esterni (Alpi, Sicilia, Tunisia), la relativa naturalezza della recitazione, i contributi «artistici» (le didascalie di D’Annunzio, la «sinfonia del fuoco» di Ildebrando Pizzetti), Cabiria fu uno spettacolo sensazionale, a cavallo tra le fiabesche origini del cinema e il periodo delle grandi scoperte industriali ed ebbe un successo mondiale. (red.)


La ricostruzione del Moloch realizzata per il film Cabiria, diretto da Giovanni Pastrone. 1913. Torino, Museo Nazionale del Cinema.

Didascalia da fare Ibusdae evendipsam, officte erupit antesto taturi cum ilita aut quatiur restrum eicaectur, testo blaborenes ium quasped quos non etur reius nonem quam expercipsunt quos rest magni autatur apic teces enditibus teces.

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SCOPERTE • VICHINGHI

NAVIGATORI PER SEMPRE PASSATI ALLA STORIA PER LE LORO ECCEZIONALI CAPACITÀ MARINARESCHE, I VICHINGHI SCELSERO LE NAVI ANCHE COME ULTIMA DIMORA. È QUANTO HANNO PROVATO LE NUMEROSE SCOPERTE COMPIUTE IN OLTRE UN SECOLO DI STUDI NELLA REGIONE SCANDINAVA. E CHE ORA SI ARRICCHISCONO DI MOLTE IMPORTANTI NOVITÀ

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di Elena Percivaldi

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e scoperte archeologiche piú significative avvengono spesso per caso: se ne è avuta l’ennesima conferma nello scorso autunno, quando un’équipe di archeologi del NIKU (l’Istituto Norvegese per la Ricerca dei Beni Culturali) ha terminato in anticipo alcune indagini intorno alla piú antica (XI secolo) delle due chiese che sorgono sull’isola di Edøy, che dista meno di 15 miglia dalle coste della Norvegia, poco a sud di Trondheim. Invece di rientrare a casa, Manuel Gabler e Dag-Øyvind Engtrø Solem hanno deciso di esplorare con il georadar il campo che si estende a poche decine di metri dall’edificio. E la loro è stata una decisione 78 a r c h e o

fortunata e felice: all’occhio esperto degli archeologi, lo strumento ha infatti rivelato le tracce di un tumulo sepolcrale, oggi scomparso, del diametro di 18 m circa e, proprio al centro, la presenza della chiglia di una nave lunga 13 m, con ancora i resti dei primi due strati di fasciame e assi su ambo i lati. Perdute del tutto erano invece la poppa e la prua, andate con ogni probabilità distrutte a causa delle intense attività agricole condotte nella zona, soprattutto nell’Ottocento. La scoperta potrebbe rivelarsi di notevole importanza, poiché l’isola di Edøy appartiene amministrativamente alla municipalità di Smøla, proprio come Kuløy, località in cui fu scoper-

Sulle due pagine: Edøy (Smøla, Norvegia). Immagini acquisite tramite georadar che mostrano la presenza di un grande tumulo (1), al centro del quale giacciono i resti di una nave funeraria (2); nella veduta d’insieme dell’area indagata (foto alla pagina accanto), oltre alla nave (1), sono evidenziate anche le due strutture identificate come Longhouse (2), cioè abitazioni di grandi dimensioni.

ta la stele in pietra (Kulisteinen, oggi conservata presso il Vitenskapsmuseet di Trondheim), datata all’XI secolo e scritta in alfabeto runico (Rundata N 449), che per la prima volta menziona il nome «Norvegia» (Nóregi) e allude alla cristianizzazione (kristindómr) allora da poco iniziata. Si tratta perciò di


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SPECIALE • CRISI EPOCALI

CROLLARE PER CAMBIARE

1200 a.C.: IL GRANDE COLLASSO di Massimo Vidale

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uò bastare un fiore esotico, carnoso e colorato a scatenare una epocale crisi economica e sociale? Il fenomeno della tulpenmanie (in olandese), tulipomania in italiano, o «bolla dei tulipani» lo dimostra. Il tulipano era diventato molto popolare in Europa nella seconda metà del XVI secolo, dopo esservi stato introdotto dalla Turchia (il fiore è ancora abbondante, allo stato selvatico, in vaste regioni dell’Asia Centrale). Tra il 1636 e il 1637, nei Paesi Bassi, tutti decisero che il fiore non solo era molto bello, ma aggiungeva ai giardini di casa la distinzione di uno status 90 a r c h e o


Medinet Habu (Egitto). Particolare di un rilievo del tempio funerario di Ramesse III (1185-1153 a.C.) che mostra una battaglia navale combattuta dal faraone contro invasori filistei.

economico e sociale superiore, da esibire malignamente al vicino di casa. Gli Olandesi fecero a gara nell’inseguire le varietà di tulipani piú esotiche, rare e colorate e, in breve, i prezzi raggiunsero cifre enormi (e, col senno di poi, del tutto illogiche). I bulbi sembravano a tutti una forma di solido investimento: come «tulipani potenziali» che sarebbero fioriti in seguito, essi rappresentavano una sorta di future. Per averli, infatti, molti pagarono anticipi consistenti, impegnandosi a versare il saldo alla consegna del bulbo fiorito, certi com’erano di ricavarne esorbitanti guadagni. Quando i prezzi a r c h e o 91


SPECIALE • CRISI EPOCALI

dei bulbi, com’era inevitabile, crollarono rapidamente nella realtà del mercato, commercianti, aziende e famiglie che si erano in tal modo esposte si ritrovarono da un giorno all’altro sul lastrico. Fu il primo grande crac finanziario della storia recente, con vaste ripercussioni sulla società del tempo, al punto che lo Stato stesso dovette intervenire con provvedimenti legali per evitare le conseguenze piú catastrofiche. Tuttavia, passando davanti a una bella aiuola colorata, chiediamoci se davvero può l’innocuo tulipano essere considerato l’unico colpevole, o, per lo meno, il fattore scatenante (in inglese, prime mover) di tale crisi. A ben vedere, molti furono i fattori in gioco. In primo luogo, vi era stata una società dinamizzata dal suo «secolo d’oro», in cui il commercio, le scienze e le arti olandesi fiorivano a ritmo accelerato, grazie all’immigrazione degli Ebrei sefarditi e dei ceti tecnici protestanti, già scacciati dalle terre conquistate dalla Spagna cattolica. Intanto, il porto di Amsterdam stava diventando il piú importante del mondo. La tecnologia bancaria si ramificava, e con essa le opportunità speculative.

LA GRANDE CRISI La dilagante ricchezza portava inoltre con sé rampanti spiriti di emulazione e competizione, mentre il commercio internazionale e l’espansione coloniale garantivano – ma solo ai piú intraprendenti – scalate sociali tanto ripide che rapide. In breve, come scrisse nel XIX secolo Karl Marx, filosofo rivoluzionario tedesco destinato a godere di una certa notorietà, le radici del capitalismo avevano iniziato a covare in sé molteplici semi delle proprie future crisi. Al volgere del XIII secolo a.C., dal Mediterraneo centrale all’Anatolia, all’Egitto e alla regione costiera del Vicino Oriente serpeggiò una crisi piú grave, lunga e generalizzata, che alcuni chiamano il «Grande collasso dell’età del Bronzo». Essa portò a una serie di distruzioni 92 a r c h e o


A sinistra, sulle due pagine: bronzetti nuragici raffiguranti guerrieri. Cagliari, Museo Archeologico Nazionale. Il primo (nella pagina accanto, in basso) fu trovato nel 1841 a Senorbí (Cagliari) e si caratterizza per l’elmo sormontato da altissime corna; gli altri provengono da Monte Arcosu (Cagliari). A destra: il «Dio del lingotto», statuetta in bronzo che ritrae un personaggio barbato, armato di giavellotto e scudo, che indossa un elmo cornuto; la figura si erge su un basamento a forma di lingotto del tipo detto «a pelle di bue», da Enkomi (Cipro). 1200 a.C. circa. Nicosia, Museo Archeologico.

rovinose, ad abbandoni di intere regioni, a radicali cambiamenti economici e a una rapidissima estinzione degli imperi e Stati della tarda età del Bronzo; ma anche alla rinascita di molti centri urbani, e all’affermazione di nuovi ceti politici. La fine di un’epoca, ma anche la fondazione, alla lunga, di un mondo nuovo. Anche in questo caso, sarebbe semplicistico imputare le cause della crisi a un unico fattore: e se fosse stato un fiore, sarebbe di colore nero-bluastro e fatto di ferro, dato che lo stesso periodo vedeva una graduale sostituzione della precedente tecnologia del rame e del bronzo con quella del nuovo metallo. Ma siccome di quanto avvenne, oltre

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Archeo n. 423, Maggio 2020 by Archeo - Issuu