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Archeo n. 422, Aprile 2020

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IL FUTURO DEL PASSATO

FAIDA

COLLEZIONE TORLONIA

10 RIFLESSIONI SUL FUTURO DEL PASSATO IN TEMPO DI CRISI

ALIMENTAZIONE

UN MONDO FATTO DI PASTA

LA PASTA

SCOPERTE

SARGON E L’IMPERO DELL’ACQUA

SPECIALE ROSELLE LE NUOVE SCOPERTE

ROSELLE

Nuove rivelazioni nella grande città etrusca e romana

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IN EDICOLA IL 9 APRILE 2020

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2020

Mens. Anno XXXV n. 422 aprile 2020 € 5,90 Poste Italiane Sped. in A.P. - D.L. 353/2003 conv. L. 46/2004, art. 1, c. 1, LO/MI.

ARCHEO 422 APRILE

LA STORIA MAESTRA DI VITA

€ 5,90


SOMMARIO EDITORIALE

Voci piene di vita

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di Andreas M. Steiner

Attualità NOTIZIARIO

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SCAVI Scoperto a Ferrandina, nel Materano, un frantoio oleario con resti, eccezionalmente conservati, delle antiche spremiture 6 RESTITUZIONI I Carabinieri del Comando TPC sventano la dispersione di un tesoro monetale trovato a Carbognano (Viterbo)

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IN DIRETTA DA VULCI Il leone alato dalla necropoli dell’Osteria tiene a battesimo un nuovo appuntamento con le ultime novità dagli scavi nella città etrusco-romana 16

LA DEMOCRAZIA NEL CUORE

PAROLA D’ARCHEOLOGO Quale ruolo può avere l’archeologia al tempo dell’emergenza sanitaria causata dalla diffusione del Coronavirus? Ecco come hanno risposto, in un’«inchiesta» corale i nostri collaboratori 20

di Daniele Morandi Bonacossi

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DA ATENE

MOSTRE

Le prove regine

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Quella sentenza era giusta!

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di Louis Godart

SCOPERTE

La versione di Sargon 36

L’affaire Torlonia

di Valentina Di Napoli

di Mimmo Frassineti, con un’intervista a Carlo Gasparri

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In copertina particolare di una statua raffigurante Meleagro. Roma, Collezione Torlonia.

Presidente

Federico Curti Anno XXXVI, n. 422 - aprile 2020 Registrazione al tribunale di Milano n. 255 del 07.04.1990

Comitato Scientifico Internazionale

Editore Timeline Publishing S.r.l. Via Calabria, 32 – 00187 Roma tel. 06 86932068 – e-mail: info@timelinepublishing.it

Comitato Scientifico Italiano

Direttore responsabile Andreas M. Steiner a.m.steiner@timelinepublishing.it Redazione Stefano Mammini s.mammini@timelinepublishing.it Lorella Cecilia (ricerca iconografica) l.cecilia@timelinepublishing.it Impaginazione Davide Tesei Amministrazione amministrazione@timelinepublishing.it

Maxwell L. Anderson, Bernard Andreae, John Boardman, Mounir Bouchenaki, Yves Coppens, Wim van Es, M’Hamed Fantar, Otto H. Frey, Louis Godart, Svend Hansen, Friedrich W. von Hase, Thomas R. Hester, Donald C. Johanson, Vassos Karageorghis, Venceslas Kruta, Richard E. Leakey, Henry de Lumley, Javier Nieto, Patrice Pomey, Paul J. Riis Enrico Acquaro, Ermanno A. Arslan, Andrea Augenti, Sandro Filippo Bondí, Francesco Buranelli, Carlo Casi, Francesca Ceci, Francesco D’Andria, Giuseppe M. Della Fina, Paolo Delogu, Francesca Ghedini, Piero Alfredo Gianfrotta, Pier Giovanni Guzzo, Eugenio La Rocca, Daniele Manacorda, Danilo Mazzoleni, Cristiana Morigi Govi, Lorenzo Nigro, Sergio Pernigotti, Marcello Piperno, Sergio Ribichini, Claudio Saporetti, Giovanni Scichilone, Paolo Sommella, Romolo A. Staccioli, Giovanni Verardi, Massimo Vidale, Andrea Zifferero Hanno collaborato a questo numero: Benedetta Baleani è archeologa. Enrico Benelli è ricercatore presso l’Istituto di Studi sul Mediterraneo del CNR. Luciano Calenda è consigliere del CIFT, Centro Italiano Filatelia Tematica. Stefano Camporeale è professore associato di archeologia classica all’Università di Siena. Carlo Casi è direttore scientifico della Fondazione Vulci. Francesca Ceci è archeologa presso la Direzione dei Musei Capitolini di Roma. Mariagrazia Celuzza è archeologa. Francesco Colotta è giornalista. Alessandro D’Alessio è funzionario archeologo presso il Parco archeologico del Colosseo. Valerj Del Segato è archeologa. Marta De Pari è archeologa. Valentina Di Napoli è archeologa. Mimmo Frassineti è scrittore e fotografo. Giampiero Galasso è archeologo e giornalista. Louis Godart è stato professore di civiltà egee all’Università Federico II di Napoli. Alessandro Maria Jaia è professore associato di topografia antica presso «Sapienza» Università di Roma. Paolo Leonini è giornalista e storico dell’arte. Paolo Liverani è professore ordinario di topografia antica all’Università di Firenze. Daniele Manacorda è docente ordinario di metodologie della ricerca archeologica all’Università di Roma Tre. Alessandro Mandolesi si occupa di comunicazione archeologica per conto del Parco archeologico di Pompei. Mirko Marconcini è archeologo. Flavia Marimpietri è archeologa e giornalista. Chiara Mendolia è archeologa. Matteo Milletti è funzionario archeologo presso la SABAP per le province di Siena, Grosseto e Arezzo.


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ARCHEOTECNOLOGIA Un mondo fatto di pasta

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Nuove scoperte nella grande città etrusca e romana

Rubriche IL MESTIERE DELL’ARCHEOLOGO Una distanza da colmare

di Daniele Manacorda

SPECIALE Roselle

di Flavio Russo

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testi di Stefano Camporeale, Mariagrazia Celuzza, Matteo Milletti, Luca Passalacqua, Andrea Zifferero; con contributi di Benedetta Baleani, Enrico Benelli, Valerj Del Segato, Marta De Pari, Paolo Liverani, Mirko Marconcini, Chiara Mendolia, Elisa Papi, Giulia Reconditi, Maria Teresa Sgromo, Maria Angela Turchetti e Chiara Valdambrini

L’ALTRA FACCIA DELLA MEDAGLIA I mille volti del Macedone

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di Francesca Ceci

LIBRI

Maria Cristina Molinari è responsabile del Medagliere Capitolino. Daniele Morandi Bonacossi è professore ordinario di archeologia e storia dell’arte del Vicino Oriente antico all’Università degli Studi di Udine. Elisa Papi è archeologa. Luca Passalacqua è coordinatore del Laboratorio di Archeologia Classica all’Università di Siena. Giulia Reconditi è archeologa. Flavio Russo è ingegnere, storico e scrittore, collabora con l’Ufficio Storico dello Stato Maggiore dell’Esercito. Maria Teresa Sgromo è archeologa. Maria Angela Turchetti è archeologa, direttrice del Parco Archeologico di Roselle, Direzione Regionale Musei della Toscana. Chiara Valdambrini è direttrice scientifica del Museo Archeologico e d’Arte della Maremma di Grosseto. Andrea Zifferero è professore associato di etruscologia e antichità italiche e di musealizzazione e gestione del patrimonio archeologico all’Università di Siena. Illustrazioni e immagini: Ufficio stampa Electa: © FondazioneTorlonia: Lorenzo de Masi: copertina (e p. 53) e pp. 50/51, 55, 62/63, 64-71 – Andreas M. Steiner: p. 3 – Cortesia SABAP della Basilicata: p. 6 – Cortesia Comando Carabinieri TPC: p. 8 (alto) – Cortesia degli autori: pp. 8 (basso), 9, 10, 16 (alto), 17, 112-113; rielaborazione su base da © Google Earth: p. 83 – Shutterstock: pp. 12, 26/27, 60, 79 (basso), 110 (basso) – Doc. red.: p. 13, 16 (basso), 20-21, 23, 24-25, 76 (alto), 108 – Cortesia Parco archeologico di Pompei: pp. 14-15 – Andrea Sgherri: disegno a p. 18 – Andrea Zifferero: p. 19 – Cortesia Parco archeologico del Colosseo: Simona Murrone: p. 22 – Cortesia ESAG, École suisse d’archéologie en Grèce: pp. 32 (basso), 33; Y. Nakas: disegno ricostruttivo a p. 32 – Mondadori Portfolio: Erich Lessing/Album: p. 34; AKG Images: pp. 35, 54, 57, 58-59, 79 (alto), 109; Giorgio Lotti: pp. 52, 110 (alto); The Print Collector/Heritage Images: p. 56; Zuma Press: p. 78 – Cortesia Progetto Archeologico Regionale Terra di Ninive, Università degli Studi di Udine: pp. 36-47 – Archivi Alinari, Firenze: p. 61 – Los Angeles County Museum of Art, Los Angeles: pp. 72/73 – Cortesia Institute of Geology and Geophysics, Chinese Academy of Sciences, Pechino: Houyuan Lu: p. 74 – Cortesia Flavio Russo: pp. 75, 76 (basso), 77 – Cortesia SABAP per le province di Siena, Grosseto e Arezzo: Paolo Nannini: pp. 80 (e p. 90, basso), 81, 82, 86-87, 88/89, 91 (alto), 92-93, 94/95, 100-101 – Cortesia Archivio Fotografico Fratelli Gori, Grosseto: p. 84 – Cortesia Archivio MAAM: Carlo Bonazza: pp. 88, 89 (alto), 90 (alto), 91 (basso), 102-103, 106/107 (alto e basso) – Mariagrazia Celuzza: pp. 95 (alto), 104-105 – LucaPassalacqua: pp. 96, 98/99 – Cippigraphix: cartine alle pp. 33, 82. Riguardo alle illustrazioni, la redazione si è curata della relativa autorizzazione degli aventi diritto. Nel caso che questi siano stati irreperibili, si resta comunque a disposizione per regolare eventuali spettanze.

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Pubblicità e marketing Rita Cusani e-mail: cusanimedia@gmail.com – tel. 335 8437534 Distribuzione in Italia Press-di - Distribuzione, Stampa e Multimedia Via Mondadori, 1 - 20090 Segrate (MI) Stampa Roto3 Industria Grafica srl via Turbigo 11/B - 20022 Castano Primo (MI) Servizio Abbonamenti È possibile richiedere informazioni e sottoscrivere un abbonamento tramite sito web: www.abbonamenti.it/archeo; e-mail: abbonamenti@directchannel.it; telefono: 02 211 195 91 [lun-ven, 9-18; costo della chiamata in base al proprio piano tariffario]; oppure tramite posta scrivendo a: Direct Channel SpA Casella Postale 97 – Via Dalmazia, 13 – 25126 Brescia (BS) L’abbonamento può avere inizio in qualsiasi momento dell’anno. Arretrati Per richiedere i numeri arretrati: Telefono: 045 8884400 – E-mail: collez@mondadori.it – Fax: 045 8884378 Posta: Press-di Servizio Collezionisti – casella postale 1879, 20101 Milano


n otiz iario

RESTITUZIONI Lazio

LA STORIA SCRITTA DA UN SEQUESTRO

U

n importante tesoro di monete (del tipo definito aes grave sub-librale) è stato recuperato dai Carabinieri del Comando Tutela Patrimonio Culturale, presso Carbognano, in provincia di Viterbo. Un intervento di grande importanza, perché non soltanto è stata scongiurata l’ennesima dispersione di un bene archeologico, ma è stato aggiunto un nuovo, fondamentale tassello alla storia della Roma medio repubblicana. Un’epoca già mutilata dalla perdita del racconto dello storico Tito Livio per il periodo compreso tra gli anni Novanta del III secolo a.C. e lo scoppio della seconda guerra punica (219-201 a.C.). Roma cominciò a produrre la sua prima moneta nell’ultimo quarto del IV secolo a.C., quando, nel suo straordinario processo espansionistico, entrò in contatto con le comunità magno-greche che da secoli erano abituate al mezzo monetario. Le prime emissioni, infatti, coniate in bronzo e in argento sono state attribuite concordemente a una zecca localizzabile nell’Italia meridionale, forse nell’antica Napoli, probabilmente in seguito al trattato tra Roma e Neapolis del 326 a.C.

8 archeo

Tradizionalmente denominate «romano-campane», queste monete ebbero una circolazione e quindi una funzione per lungo tempo strettamente legata all’area meridionale, destinate probabilmente al pagamento di opere pubbliche: per esempio, per la costruzione di strade come la via Appia, collegamento fondamentale tra Roma e il porto di Brindisi, o per il pagamento di riscatti dei prigionieri caduti in mano nemica o di beni utilizzati dall’esercito nella penisola italica. Le romano-campane in argento e bronzo erano prodotte tramite l’incisione in negativo di due conii, uno per il dritto e uno per il rovescio della moneta che, applicati al martello e all’incudine, servivano a battere un tondello di peso prestabilito, secondo un sistema ponderale (peso) impiegato in Magna Grecia e

in Sicilia. A Roma e nei territori strettamente connessi (l’ager Romanus) dove ancora nel IV secolo erano in uso pezzi informi di metallo chiamati aes rude e dove il bronzo costituiva il mezzo di scambio, furono prodotte due nuove forme monetali, ovvero l’aes grave, privo di iscrizione, e le barre romane, dal peso definito di 1500 g, che recano raffigurazioni e, talvolta, una dicitura (ROMANOM, «dei Romani»). L’aes grave, una particolare moneta fusa non coniata, derivata dall’unione del concetto di moneta rotonda del mondo greco con le barre di bronzo che circolavano nel Centro Italia, cominciò a essere prodotto a Roma, secondo un sistema ponderale di tipo librale, ovvero del peso di 1 libbra, corrispondente a 327 g, in diversi tagli (nominali), a partire dall’asse, della sua metà (semisse), del suo terzo (triente), del suo quarto


(quadrante), del suo sesto (sestante) e del suo dodicesimo (oncia). L’aes grave pesante venne fabbricato in tre diverse emissioni successive, convenzionalmente chiamate dagli studiosi secondo la raffigurazione ritratta sull’asse, il taglio piú grande, ovvero quella di Giano/Mercurio, di Apollo/Apollo e di Dioscuro/Apollo. Queste produzioni cosí particolari, di difficile attribuzione cronologica, sono state datate per associazione con forme di ceramica a vernice nera con bolli a piccoli stampigli. In queste produzioni, talvolta, gli stampigli riproducono le tipologie monetali dell’aes grave pesante. Recentemente una coppetta è stata rinvenuta come contenitore di alcune monete in un deposito votivo templare a Torvajanica (località del litorale romano, nei pressi di Ostia, n.d.r.). La datazione delle ceramiche in questione suggerisce un arco cronologico tra il 280/270 e il 265/260 a.C., dunque in un periodo compreso tra le guerre pirriche e l’inizio della prima guerra punica. Questa cronologia è stata confermata anche da un altro tesoro, rinvenuto nel 1929 in un contesto templare presso Santa Marinella (località costiera situata 60 km circa a nord di Roma, n.d.r.), l’antica Castrum Novum, colonia marittima fondata dai Romani nel 264 a C. a difesa della costa. Assieme ad altre colonie marittime e a strutture templari fortificate dell’Etruria e dell’antico Latium vetus, poste lungo il litorale all’imbocco di sorgenti d’acqua dolce o di fiumi, tale presidio doveva servire a costituire un complesso integrato di roccaforti. Un apparato in grado di impedire l’accesso al territorio romano da parte di un nemico proveniente dal mare, testimoniando, in tal modo,

la consapevolezza dei Romani delle future conseguenze delle proprie azioni in politica estera, ben prima dello scoppio della guerra con Cartagine e di qualunque forma di belligeranza con la stessa. La funzione dell’aes grave pesante va collocata in questo contesto sia in relazione alle spese da sostenere per le colonie e le nuove strutture edilizie, sia all’uso di tali beni nelle dedicazioni sacrali di fondazione, come dimostrano i rinvenimenti del bronzo fuso lungo la costa etrusco-laziale. Il sistema librale dovette essere in uso per un lungo periodo di tempo, fino al termine della prima guerra punica, quando, quasi contemporaneamente alla definitiva vittoria navale presso le isole Egadi nel 241 a.C., ottenuta da Gaio Lutazio Catulo, venne distrutta anche Falerii veteres, l’odierna

Civita Castellana (Viterbo) dai consoli romani Aulo Manlio Torquato Attico e Quinto Lutazio Cercone, fratello di Gaio. Quest’ultima vittoria, che vide l’abbandono della città falisca e la fondazione di una nuova colonia di diritto latino, Falerii novi, permetteva a Roma di completare la conquista dell’area in questione, rendendo piú agevole il passaggio all’Umbria, territorio già da tempo sotto l’egemonia romana. In seguito, negli anni successivi al 240 a.C., il bronzo dovette subire una riduzione ponderale, chiamata convenzionalmente dagli studiosi «fase sub-librale», che, almeno inizialmente, sembra attestarsi su un asse del peso di 280-260 g. Tale riduzione venne compiuta per porre in relazione la moneta di bronzo con quella in argento, in modo da poter cambiare un

Nella pagina accanto, in alto: il tesoro monetale sequestrato dai Carabinieri del Comando Tutela Patrimonio Culturale a Carbognano (Viterbo): è composto da 58 assi, 16 semissi e 1 triente sub-librale, per un peso complessivo di 51 libbre romane.

Nella pagina accanto, in basso: il dritto di un aes grave con la testa barbata del dio bifronte. In alto: una barra romana, forma monetale in bronzo da 1500 g, che in questo esemplare reca la dicitura ROMANOM, cioè «dei Romani».

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PAROLA D’ARCHEOLOGO intorno al 1600 a.C. del cosiddetto “Papiro Smith”, trattava sul recto del rotolo le diagnosi delle malattie (classificate in “malattie che curerò”, “malattie contro cui combatterò” e “malattie per cui non c’è nulla da fare”) e sul verso, per queste ultime, prescriveva invocazioni, preghiere e formule magiche. Le pestilenze inducono sentimenti di impotenza e forme di terrore primitivo. Ci si affida agli dèi. Sarà per questo che, in un’era di crisi devozionale, il rosario televisivo di papa Francesco ha registrato un record di ascolti? Oltre 4 milioni di persone e uno share del 13,3 % su TV2000, l’emittente della CEI che fa una media giornaliera dello 0,8 %. Ma come faremo, pur desiderandolo, a dimenticare le parole di Francesco – “le misure drastiche non sempre sono buone” – rivolte ai parroci l’indomani del decreto che imponeva agli Italiani di restare a casa?» Che cosa dovrebbe insegnarci il passato? «Che la storia e l’evoluzione del genere umano sono strettamente connesse con la storia delle malattie infettive. Nella letteratura classica la prima descrizione di una “peste” (ma forse febbre tifoidea o ebola) è del greco Tucidide, che descrisse il tramonto economico e sociale di Atene a seguito della pestilenza che colpí la città, fino allora dominatrice del mondo greco, e portò via, tra gli altri, anche Pericle. Atene non riconquistò mai il suo primato. E ancora: la tremenda epidemia che colpí il regno di Giustiniano è da molti storici enumerata tra le concause che portarono alla fine di quella che chiamiamo “antichità”: a partire dalla metà del VI secolo, imperversando a ondate per altri due secoli, “la pandemia spazzò via le ultime basi dell’ordine antico” secondo Kyle Harper, autore del recente saggio Il Destino di Roma».

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Cambierà qualcosa dopo il COVID-19? «Se pensiamo alla nostra economia possiamo esserne certi. Se poi speriamo che l’uomo cambi, allora c’è Tucidide a ricordarci che dieci anni dopo la “peste di Atene”, i suoi cittadini erano già pronti a riprendere la guerra interrotta dal morbo (e finí in un disastro). Possiamo però sperare in Anchise e in Ascanio: il primo che torni a insegnarci, da maestro, a pensare in grande, l’altro che abbia il coraggio dei giovani per metterne in pratica gli insegnamenti. Tradotto in parole povere: i nostri monumenti, le grandi opere d’arte, sono sí un tesoro, ma solo se le consideriamo come fonte di ispirazione e di educazione profonda. Qualsiasi altro uso pensiamo di farne porta alla loro diminutio, dei monumenti, ma soprattutto alla nostra. Facendo tesoro interiore del passato potremo domani mettere in campo grandi progetti rimasti incompiuti: quelli, per esempio, di un Baccelli o di un Barracco per la creazione a Roma di un’area archeologica centrale unica al mondo. E concepirne di nuovi. Paradossalmente, solo liberandoci dall’idea di una valorizzazione da contabili potremmo sperare di dare un futuro al nostro Ascanio». Per Daniele Manacorda docente di metodologia della ricerca archeologica presso le Università di Siena e Roma Tre, studiare il passato significa dare senso e consapevolezza al nostro presente, tanto piú in questi giorni critici, per meglio orientare comportamenti e modi di essere: «La mia generazione ha avuto la fortuna di vivere i settant’anni

migliori che la storia abbia mai conosciuto, a mio avviso, e di non conoscere la guerra. Io mi sono sempre sentito testimone di questo tempo importante che la sorte mi ha dato da vivere. Cosa resta e cosa cambia? Perfezionare il rapporto con il passato è un privilegio ma anche un diritto, che adesso ci è sottratto. E proprio nel momento in cui un valore è precluso se ne capisce meglio il senso».


In alto: doluptu sanduntium eossint quaesto dolorest, ut exereca taspisci. A sinistra: dida finta doluptu sanduntium eossint quaesto dolorest, Parthenos doluptu sanduntium eossint quaesto dolorest, ut exereca.

Roma, Musei Capitolini, Palazzo Nuovo. Il Salone Centrale: è auspicio di tutti che i suoi illustri «ospiti» possano tornare a dare presto il benvenuto ai visitatori.

Che cosa ci dovrebbe suggerire questo momento di riflessione? «Io rimango convinto che il patrimonio culturale significa innanzitutto rapporto con il paesaggio, che restituisce la bellezza, ma anche il contesto e la funzione dei monumenti, dando senso ai luoghi della storia. Il patrimonio culturale è una componente primaria della condizione umana: è come l’aria,

l’acqua e il sole, un bene comune che siamo tutti chiamati a proteggere. Perché di quel patrimonio noi uomini siamo un piccolo pezzo. Norme e comportamenti attuali nei confronti del patrimonio sono indirizzati, invece, a salvare la materialità dell’oggetto, piuttosto che il valore sociale o il contesto che gli dà un senso. Mi piacerebbe che questa sensazione fosse piú presente nei

musei italiani, dove abbiamo ricoverato, come in uno zoo, reperti archeologici strappati dai loro contesti. Potremmo ripartire dall’allestimento dei nostri musei, ridando ai reperti lo spazio e il tempo. Dovremmo trovare nuove strade, anche attraverso la tecnologia: in questa stagione che ci ha colto impreparati, possiamo farlo anche da casa, instaurando un rapporto virtuale con il nostro patrimonio».

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LA VERSIONE DI SARGON COME TRASFORMARE UNA TERRA MINACCIATA DA SICCITÀ E CARESTIA IN UNO DEI GRANAI PIÚ PRODUTTIVI DEL MONDO ANTICO? LO RIVELANO GLI STRAORDINARI RISULTATI DELLE RICERCHE DELLA MISSIONE ITALO-CURDA NELLA TERRA DEGLI ASSIRI. CE NE PARLA, IN ESCLUSIVA PER I NOSTRI LETTORI, IL DIRETTORE DEGLI SCAVI di Daniele Morandi Bonacossi 36 a r c h e o


Faida (Kurdistan iracheno). Il Rilievo 8, uno dei pannelli scolpiti che fiancheggiavano un canale facente parte del vasto sistema di irrigazione avviato da Sargon e ultimato da Sennacherib. A destra: l’autore dell’articolo, Daniele Morandi Bonacossi, a Mila Mergi, presso la stele rupestre del re Tiglath-Pileser III (745-727 a.C.).

L

a storia dell’antica Assiria fu accompagnata da un lungo processo di espansione territoriale sostenuto da un’ideologia di conquista universale che culminò, fra l’VIII e il VII secolo a.C., nella formazione di quello che divenne il piú vasto impero territoriale nella storia della Mesopotamia prima dell’emergere di quello persiano. L’élite reale assira raccontò la formazione dell’impero attraverso innumerevoli iscrizioni reali e bassorilievi posti nei palazzi dei sovrani e la sostenne attraverso la costru-

zione di una vasta rete d’infrastrutture imperiali, come estesi sistemi d’irrigazione regionali, strade, nuove capitali e grandi centri urbani fondati per amministrare le province dei territori sui quali aveva esteso il proprio controllo. Con la sola eccezione della città di Assur – sede del dio nazionale e capitale religiosa dell’Assiria –, le capitali dell’impero erano situate nella regione della Mesopotamia settentrionale, in cui le piogge – relativamente abbondanti – erano teoricamente sufficienti per portare a

maturazione i raccolti di cereali (orzo e grano) senza necessità d’irrigare i campi. Tuttavia, l’irregolarità delle precipitazioni e le frequenti siccità, che oggi in Siria e in Iraq si manifestano attraverso periodi secchi pluriennali – spesso della durata di quattro o cinque anni –, potevano determinare ripetuti episodi di crisi segnati dalla perdita dei raccolti e da carestie. In effetti, i testi cuneiformi assiri descrivono eventi ricorrenti di carenza di cibo che colpiscono diverse regioni dell’impero. In una lettea r c h e o 37


MOSTRE • ROMA

L’AFFAIRE

TORLONIA È STATA DEFINITA LA PIÚ IMPORTANTE COLLEZIONE PRIVATA DI SCULTURA ANTICA AL MONDO E, FINO A IERI, È RIMASTA NASCOSTA, INVISIBILE PERFINO AGLI STUDIOSI. OGGI, UNA MOSTRA CHE SI PREANNUNCIA EPOCALE, APRE UNO SPIRAGLIO SU UNA VICENDA CONTROVERSA E AVVENTUROSA: LA TRAVAGLIATA STORIA DEI MARMI TORLONIA, INFATTI, RISPECCHIA UN’ETÀ DI GRANDI PASSIONI ANTIQUARIE E SMISURATE AMBIZIONI DINASTICHE. MA ANCHE DI DRAMMATICHE E IRREVERSIBILI SPOLIAZIONI... di Mimmo Frassineti, con un’intervista a Carlo Gasparri

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La restauratrice Elena Cagnoni al lavoro su una tazza colossale in marmo, decorata da rilievi che raffigurano le fatiche di Ercole.

A

l numero 5 di via Corsini, poco dopo l’angolo con via della Lungara, nel rione romano di Trastevere, si apre un cortile con muri rosa antico e una pavimentazione in pietre bianche e grigie. Era, fino a cinquant’anni fa, l’ingresso del Museo Torlonia: 620 fra statue, busti, bassorilievi e sarcofagi che lo storico dell’arte Federico Zeri (1921-1998) definí «La piú importante collezione privata di scultura antica esistente al mondo». Inaugurato nel 1876, fino ai primi del Novecento era stato visitabile su richiesta. Dopo di allora soltanto rarissimi studiosi avevano avuto il permesso di accedervi. Nel 1947, Ranuccio Bianchi Bandinelli, all’epoca direttore delle Antichità e Belle Arti del Ministero della Pubblica Istruzione, per dargli un’occhiata si travestí da netturbino, giocando d’astuzia col custode. E fu verosimilmente a seguito dell’incursione dell’illustre archeologo che l’anno dopo la collezione fu notificata dal ministro della Pubblica Istruzione, Guido Gonella: «La collezione di antichità classiche del principe Torlonia in via della Lungara in Roma e nel Palazzo Torlonia in via della Conciliazione riveste, come complesso, un eccezionale interesse artistico e storico e, come tale, è notificata a tutti gli effetti della legge 1 giugno 1939 n. 1089». Legge nella quale si specifica che le collezioni notificate non possono essere smembrate e sono soggette alla vigilanza del ministro che può procedere all’esproprio in vista della tutela del patrimonio nazionale. Nei primi anni Settanta, mentre nell’edificio si svolgevano ufficialmente lavori di manutenzione, il museo scomparve. Come fosse stato possibile lo racconta Antonio Cederna, sul Corriere della Sera del 24 febbraio 1977: «È successo quel che solo in Italia può accadere: che dopo esser stato per decenni chiuso al pubblico e dopo esser sfuggito a ogni controllo delle autorità, il

museo è stato trasformato in residenza di lusso, e le seicentoventi sculture che lo compongono, come vecchie suppellettili ingombranti, sono state accatastate alla meglio in alcuni locali residui». Col pretesto di una licenza per la riparazione del tetto, il principe Alessandro Torlonia, pronipote dell’omonimo fondatore del museo, ricavò dalle 77 sale 93 miniappartamenti, ammassando le sculture in alcuni magazzini al piano terra. Già nel dicembre 1969 Italia Nostra aveva segnalato gli abusi edilizi posti in atto dai Torlonia, ma solo nel dicembre 1976 la Sovrintendenza Archeologica denunciò alla Procura della Repubblica di Roma lo smantellamento del museo e la rimozione abusiva delle sculture. Il 26 gennaio 1977 il pretore Adalberto Albamonte sequestrò il palazzo e, il 16 febbraio, a seguito della denuncia della Sovrintendenza, anche la collezione, perché in violazione della legge 1089/1939. Ma l’anno dopo intervennero la prescrizione per il reato edilizio e l’amnistia per il reato contro il patrimonio storico artistico. Nella sentenza della Corte di Cassazione si dice tuttavia che quelle opere, trasferite in «locali angusti, insufficienti, pericolosi, stipate e addossate l’una all’altra sono destinate a sicura morte dal punto di vista culturale».

I DIRITTI DELLO STATO Nel 1982 una commissione di archeologi, nominata dal ministro per i beni culturali Vincenzo Scotti, valutò in decine di miliardi il prezzo da pagare per l’acquisizione della raccolta, mentre per Italia Nostra, in base a una proposta di legge di Antonio Cederna (vedi box a p. 52), lo Stato doveva entrarne in possesso senza sborsare una lira, in cambio delle penali dovute dal Torlonia a termini di legge. «Infatti – spiega Cederna (Repubblica, 18 agosto 1991) – la legge 1089 del 1939 dice che il trasgressore è tea r c h e o 51


ARCHEOTECNOLOGIA • LA PASTA

UN MONDO FATTO DI PASTA GRANO E FRUMENTO VIDERO LA LUCE MILLENNI FA, SULLE COLLINE DELL’ANATOLIA, RICOPRENDO UN RUOLO FONDAMENTALE DURANTE QUEL PROCESSO DELL’EVOLUZIONE UMANA E SOCIALE NOTO COME «RIVOLUZIONE NEOLITICA». MA QUAL È LA DATA D’ESORDIO DELLA NOSTRA PIETANZA NAZIONALE? ED È POSSIBILE RISALIRE AL LUOGO DELLA SUA ORIGINE? di Flavio Russo

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er noi Italiani, la parola «pasta», pur prestandosi nella nostra lingua a innumerevoli composti, ne possiede uno per antonomasia, designando la principale pietanza nazionale. Nella sua accezione comune, per «pasta» si intende infatti quella secca, perlopiú commercializzata nelle classiche confezioni da 500 gr. A voler accertare le origini del vocabolo, si deve innanzitutto individuarne l’etimologia, che viene solitamente ricondotta al latino tardo pasta, a sua volta derivato dal greco pàste, che designava una sorta di farinata. In ogni caso, nell’antichità, la pasta non corrispondeva a un alimento specifico, ma alla procedura adottata per prepararlo. Ma se pasta era un termine generico, non lo furono i maccheroni che con essa si confezionano, la cui denominazione, per restare alle etimologie greche, deriverebbe 72 a r c h e o

da makar, beato, riferito alle anime dei trapassati, in onore o in commemorazione dei quali si preparava un impasto di farina d’orzo e brodo – forse di età ellenistica – che dal banchetto funebre finí per trarre il nome. Ipotesi meno plausibili collocano l’etimologia di mac-


Statuetta in legno e gesso dipinti raffigurante una donna che macina cereali, dall’Egitto. Primo Periodo Intermedio-inizi del Medio Regno, 2134-1991 a.C. Los Angeles, Los Angeles County Museum of Art.

cherone in epoca assai piú tarda, ravvisandola nel verbo volgare maccare, ammaccare, che lascia immaginare una pasta spianata, una sfoglia fatta in casa, del tipo usato per le lasagne, per le tagliatelle o soprattutto per le piatte focacce.

UN BENE DA CONSERVARE Nell’antichità, la conservazione del grano pose non poche difficoltà, vuoi per la spontanea germinazione che si manifestava dopo pochi mesi, vuoi per gli attacchi di roditori e parassiti. Ma poiché gli accumuli di frumento costituivano una basilare assicurazione sull’avvenire, si spesero le massime energie per escogitare sistemi di conservazione adeguati. E, nel tempo, da capaci orci di terracotta si passò a soluzioni assai sofisticate, che permisero lo stoccaggio del prezioso cereale non di rado per secoli. Nel suo trattato Sulla Perfetta Conservazione del Grano, pubblicato per la prima volta nel 1754, l’economista e letterato marchigiano Ferdinando Galiani (noto anche come l’abate Galiani; 1728-1787) ricordava

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SPECIALE • ROSELLE

IL GRANDE TEMPIO DI ARTEMIDE

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l piano di ricerca a Roselle ha individuato gli obiettivi principali, partendo dalla revisione delle modalità di approccio al sito e punta all’ampliamento dell’offerta di visita, consistente in nuovi monumenti, il cui scavo è appena iniziato.Tra questi, il recupero e l’esplorazione del grande terrazzamento posto sul lato meridionale della Collina Sud, noto come Tempelterrasse (ovvero «terrazza del tempio»), scavato dall’Istituto Archeologico Germanico di Roma nel biennio 1957-1958, sotto la direzione di Rudolf Naumann e Friedrich Hiller. L’intervento portò in luce un’imponente e articolata opera di terrazzamento con mura a secco, i cui riempimenti hanno restituito quantità consistenti di terrecotte architettoniche di età etrusca, che di solito rivestivano edifici pubblici come i

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templi, oltre ad abbondante ceramica fine, In alto: ripresa a anche di importazione. volo d’uccello

UN TERRAZZAMENTO PODEROSO Lo scavo, iniziato nel 2018 e tuttora in corso, ha in primo luogo chiarito le modalità di intervento dei due studiosi tedeschi, per valutare l’entità dei depositi rimasti in posto: sono cosí state individuate, mappate e riscavate le trincee e gli approfondimenti effettuati, che hanno risparmiato buona parte dei depositi di sommità, limitandosi a mettere in luce il grande terrazzamento, formato da un muro imponente a cui si appoggiano contrafforti a cella quadrangolare. La prosecuzione dello scavo del grande muro e dei contrafforti ne ha definito meglio le fasi costruttive, fissandole tra la fine del VI e la seconda metà

dello scavo 2019 alla Tempelterrasse: in primo piano, il grande muro di terrazzamento sostenuto dai contrafforti a camera quadrangolare; in alto le strutture di età etrusca e romana appena affioranti.


del V secolo a.C., mentre i materiali rinvenuti nell’unica cella non scavata dai Tedeschi, confermano oltre ogni dubbio la presenza di una struttura cultuale in questo settore della città, i cui rivestimenti in terracotta sono stati smontati (e quindi sepolti all’interno dei contrafforti), per essere piú volte rinnovati nel corso del tempo. La scoperta piú rilevante è un’iscrizione (risalente al pieno V secolo a.C.), graffita sotto il piede di una coppa prodotta ad Atene, con dedica ad Artames: questa (artamasal = di Artemide) fornisce una prova significativa circa l’esistenza di un tempio alla divinità (corrispondente alla Diana romana), nella sua versione etrusca Artames/Artumes, sulla Collina Sud: il culto era già stato indiziato dal ritrovamento casuale di un’iscrizione con la medesima modalità di offerta, graffita sotto il piede di una coppa attica a figure rosse, proveniente dal riempimento delle grandi e contigue cisterne romane (vedi anche «Archeo» nn. 417 e 418, novembre e dicembre 2019; anche on line su issuu.com). La terrazza superiore, i cui depositi risultano fortemente compromessi dai lavori agricoli, ha invece rivelato una sovrapposizione di piú edifici, che sembrano riconducibili ai periodi arcaico e tardo-arcaico (circa VIprima metà del V secolo a.C.) ed ellenistico (IV-inizio del III secolo a.C.), con evidenti In basso: il recupero di un frammento di ceramica attica a figure rosse, dallo scavo della Tempelterrasse.

ristrutturazioni di età romana, la cui esplorazione potrebbe essere decisiva per l’identificazione del tempio di Artemide. A oggi, si può affermare che la struttura del santuario, o ciò che resta di essa dopo i pesanti interventi di età romana – conseguenti alla conquista di Roselle all’inizio del III secolo a.C. –, si trovava senza dubbio in posizione elevata sulla Collina Sud, in un settore oggi compreso tra l’area del Podere Mazzi e il cosiddetto Quartiere Artigianale (rispettivamente, punti 6 e 7 e 8 della concessione di scavo; vedi box e foto a p. 83).

ARTIGIANI AL SERVIZIO DEL SANTUARIO? Le future campagne di scavo e prospezioni cercheranno di chiarire la natura delle strutture murarie identificate sulla sommità della Tempelterrasse e si può ragionevolmente credere che porteranno all’identificazione precisa del santuario dedicato ad Artemide. Ma perché è importante un santuario di Artemide a Roselle? Per due ragioni principali: la prima perché esso sembra il monumento del periodo etrusco intorno al quale ruotano tutte le testimonianze archeologiche sinora conosciute della Collina Sud. In altre parole, il cosiddetto Quartiere Artigianale, che ha restituito edifici etruschi e romani con fornaci per la ceramica, potrebbe essere il quartiere di servizio del santuario, che assolveva a tutte le necessità legate all’attività di un grande luogo di culto (produzione di votivi, alloggi per i fedeli e per gli addetti al culto, luoghi di sosta e luoghi per preparare e consumare pasti). La seconda è che la Artemide etrusca corrisponde alla Diana romana, divinità legata alle alture, ai boschi e alla caccia: un recente, eccezionale documento epigrafico romano, cioè il frammento marmoreo proveniente dallo Scoglietto ad Alberese e ascritto al I secolo d.C., ha restituito la menzione di una Diana Umbronensis, quindi della stessa divinità strettamente collegata al fiume Ombrone. Se pensiamo che Roselle insiste sulla valle dell’Ombrone e che questa, verosimilmente, rappresenta, tra il Mar Tirreno e il Monte Amiata, la frontiera del territorio rosellano nel periodo etrusco, si può pensare che ad Artemide/Diana fosse demandata la tutela dei confini della città. Ma questo sarà oggetto di ulteriori approfondimenti della ricerca. Matteo Milletti e Andrea Zifferero a r c h e o 87


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Archeo n. 422, Aprile 2020 by Archeo - Issuu