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Archeo n. 416, Ottobre 2019

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ISOLA D’ELBA

SALVARE NINIVE POPOLI DELLA BIBBIA

IL MISTERO DEI FENICI

TOSCANA

SALVARE NINIVE

TESORI DELL’ISOLA D’ELBA LAZIO

NELLA VILLA DI MUZIO SCEVOLA

POPOLI DELLA BIBBIA/10 FENICI

MUZIO SCEVOLA

SPECIALE GLADIATORI

GLADIATORI

UNA GRANDE MOSTRA A BASILEA

LA VERA STORIA

www.archeo.it

IN EDICOLA IL 9 OTTOBRE 2019

.it

GL SPE AD CI IAT ALE ww OR w. a rc I he o

2019

Mens. Anno XXXV n. 416 ottobre 2019 € 5,90 Poste Italiane Sped. in A.P. - D.L. 353/2003 conv. L. 46/2004, art. 1, c. 1, LO/MI.

ARCHEO 416 OTTOBRE

IRAQ

€ 5,90


EDITORIALE

IL «DOVERE» DELLA VIOLENZA Interrogata su cosa pensasse della nostra Monografia sul Colosseo – pubblicata nel giugno 2016 (n. 13, anche on line su issuu.com) e di cui andavamo, a ragione o meno, piuttosto fieri – una nostra autorevole collaboratrice rispondeva che «non ne voleva neanche sentire parlare»: detestava quell’enorme rudere e, pur essendo costretta a passarci vicino ogni giorno, in lei non era mai venuto meno l’orrore che le evocava quel luogo di mortale violenza, esercitata da uomini su altri uomini, ma anche e soprattutto (ci teneva a sottolineare) da uomini su animali, per giunta al cospetto di una massa esultante e come lobotomizzata per la totale assenza di umana compassione. In un’età non certo esente da violenze di ogni genere, quella simboleggiata dal monumento archeologico piú visitato al mondo continua, tuttavia, a sfuggire alla nostra comprensione. Qui la storia, e solo la storia, può venirci in soccorso. È quanto tenta di fare la mostra di cui parliamo nello Speciale, indagando le sfaccettature di un mondo in verità lontanissimo, difficilmente riconducibile a noi attraverso gli ingannevoli confronti con talune manifestazioni del mondo contemporaneo (le arene dei Romani come gli odierni stadi?). A Roma, i combattimenti gladiatori dei primi secoli a.C. non erano spettacoli a sfondo politico propagandistico, bensí espressione di un dovere da compiere per onorare un membro defunto della famiglia (la parola con cui i Romani designavano i combattimenti gladiatori era proprio munus, «dovere»). Facevano parte di una ritualità funeraria che affondava le sue radici nell’antichità greca: il sangue versato placa l’anima turbata del defunto. Durante i giochi funebri in onore di Patroclo, e dopo aver sacrificato già dodici tra i piú nobili figli dei Troiani, Achille indice un combattimento tra gli eroi Aiace e Diomede. Il sacrificio umano era un’usanza diffusa presso molte popolazioni del mondo antico: scrive Servio, grammatico latino e commentatore di Virgilio, che «era consuetudine sacrificare i prigionieri sulle tombe dei guerrieri valorosi; ma quando la crudeltà di quell’uso divenne lampante a tutti, si decise di far combattere i gladiatori davanti ai luoghi di sepoltura…». Da queste premesse d’ordine religioso e cultuale prende avvio la lunga parabola dei combattimenti gladiatori. Un fenomeno universalmente – e piú di ogni altro – collegato all’immagine del mondo romano, di cui si propone di rappresentare le principali virtú: lo spirito combattivo, il coraggio, il disprezzo della morte, della viltà e dell’ingiustizia. Quelle virtú che – come ci ricorda Andrea Bignasca, uno dei curatori della mostra – saranno garanti della superiorità morale, della straordinaria capacità organizzativa e dell’ordine sociale di Roma. I combattimenti gladiatori sarebbero, dunque, la grandiosa messa in scena di un messaggio etico-politico e monito contro «le forze del male» e la barbarie? Proporremo la questione alla riflessione della nostra, scettica, collaboratrice… Una cosa, però, è certa: tutto soggiace al divenire e alle trasformazioni della storia. E ciò vale anche per la violenza, il sangue e la morte. Andreas M. Steiner In alto: ricostruzione virtuale dell’anfiteatro e, in primo piano, della scuola gladiatoria, nella colonia di Carnuntum (oggi in Austria).


SOMMARIO EDITORIALE

Il «dovere» della violenza

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PAROLA D’ARCHEOLOGO Uno studio sul DNA delle antiche popolazioni asiatiche svela sorprendenti novità sull’origine delle genti europee 24

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STORIA

di Andreas M. Steiner

Attualità NOTIZIARIO

SCOPERTE Ecco il volto dei nostri piú antichi antenati, dall’Africa orientale alla Grotta di Denisova 6 PASSEGGIATE NEL PArCo Al termine di un articolato intervento di restauro, si può tornare a passeggiare negli eleganti e ariosi spazi dello Stadio Palatino

20

di Felice Costabile

di Stefano Mammini

62 POPOLI DELLA BIBBIA/10 I Fenici

Quel popolo senza nome

REPORTAGE 10

La formula di Mucio 62

40

40

ALL’OMBRA DEL VULCANO Recenti scoperte nella Regio V gettano luce sulle superstizioni degli antichi Pompeiani 12 MOSTRE La grande nemica di Roma, Cartagine, «conquista» il Colosseo

L’isola del ferro e del vino

SCOPERTE

La seconda caduta di Ninive

52

70

di Fabio Porzia

di Stefania Berlioz e Massimo Vidale

70

52

In copertina elmo da gladiatore, dalla Caserma dei Gladiatori di Pompei. I sec. d.C. Napoli, Museo Archeologico Nazionale.

Presidente

Federico Curti Anno XXXV, n. 416 - ottobre 2019 Registrazione al tribunale di Milano n. 255 del 07.04.1990

Comitato Scientifico Internazionale

Editore Timeline Publishing S.r.l. Via Calabria, 32 – 00187 Roma tel. 06 86932068 – e-mail: info@timelinepublishing.it

Comitato Scientifico Italiano

Direttore responsabile Andreas M. Steiner a.m.steiner@timelinepublishing.it Redazione Stefano Mammini s.mammini@timelinepublishing.it Lorella Cecilia (ricerca iconografica) l.cecilia@timelinepublishing.it Impaginazione Davide Tesei Amministrazione amministrazione@timelinepublishing.it

Maxwell L. Anderson, Bernard Andreae, John Boardman, Mounir Bouchenaki, Yves Coppens, Wim van Es, M’Hamed Fantar, Otto H. Frey, Louis Godart, Svend Hansen, Friedrich W. von Hase, Thomas R. Hester, Donald C. Johanson, Vassos Karageorghis, Venceslas Kruta, Richard E. Leakey, Henry de Lumley, Javier Nieto, Patrice Pomey, Paul J. Riis Enrico Acquaro, Ermanno A. Arslan, Andrea Augenti, Sandro Filippo Bondí, Francesco Buranelli, Carlo Casi, Francesca Ceci, Francesco D’Andria, Giuseppe M. Della Fina, Paolo Delogu, Francesca Ghedini, Piero Alfredo Gianfrotta, Pier Giovanni Guzzo, Eugenio La Rocca, Daniele Manacorda, Danilo Mazzoleni, Cristiana Morigi Govi, Lorenzo Nigro, Sergio Pernigotti, Marcello Piperno, Sergio Ribichini, Claudio Saporetti, Giovanni Scichilone, Paolo Sommella, Romolo A. Staccioli, Giovanni Verardi, Massimo Vidale, Andrea Zifferero Hanno collaborato a questo numero: Andrea Augenti è professore di archeologia medievale all’Università di Bologna. Stefania Berlioz è archeologa. Luciano Calenda è consigliere del CIFT, Centro Italiano Filatelia Tematica. Francesca Ceci è archeologa presso la Direzione dei Musei Capitolini di Roma. Cristina Collettini è funzionario architetto del Parco archeologico del Colosseo. Francesco Colotta è giornalista. Felice Costabile è professore ordinario di diritto romano presso l’Università Mediterranea di Reggio Calabria. Giuseppe M. Della Fina è direttore scientifico della Fondazione «Claudio Faina» di Orvieto. Giovanna Ferroni è restauratrice. Paolo Leonini è giornalista e storico dell’arte. Alessandro Mandolesi si occupa di comunicazione archeologica per conto del Parco archeologico di Pompei. Flavia Marimpietri è archeologa e giornalista. Laura Pagliantini è responsabile degli scavi archeologici della villa rustica di San Giovanni (Isola d’Elba). Fabio Porzia è post-dottorando presso l’Università di Tolosa Jean Jaurès (Francia) come storico del Levante antico. Maria Aurora Salto von Hase è studiosa di storia romana. Massimo Vidale è professore di archeologia delle produzioni all’Università degli Studi di Padova. Friedrich-Wilhelm von Hase


86 SPECIALE

Gladiatori. La vera storia

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testi di Friedrich-Wilhem von Hase e Maria Aurora Salto von Hase

Rubriche

L’ALTRA FACCIA DELLA MEDAGLIA

SCAVARE IL MEDIOEVO La Versailles del califfo di Andrea Augenti

Terzetti illustri 110

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di Francesca Ceci

LIBRI

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è professore onorario di archeologia classica all’Università di Vienna. Enrico Zanini è professore ordinario di metodologia della ricerca archeologica all’Università di Siena.

Pubblicità e marketing Rita Cusani e-mail: cusanimedia@gmail.com – tel. 335 8437534

Illustrazioni e immagini: Landesamt für Denkmalpflege und Archäologie Sachsen-Anhalt: Juraj Lipták: copertina (e p. 88) e pp. 89 (basso), 92 – © 7reasons: p. 3 – Cortesia Cleveland Museum of Natural History: p. 6 – Cortesia Hebrew University, Gerusalemme: Maayan Harel; p. 7 – Cortesia Parco archeologico del Colosseo: p. 10 – Cortesia Parco archeologico di Pompei: pp. 12-13 – Cortesia degli autori: pp. 14, 24, 26, 54, 56, 58-60, 62/63, 65 (basso), 66-69, 112-113 – Stefano Mammini: pp. 16 (alto, a sinistra), 48 (basso), 49 (basso) – Doc. red.: pp. 16 (alto, a destra), 18, 55 (basso), 72 (basso), 75, 81, 86/87, 90, 105 – Cortesia Ufficio Stampa Electa: SABAP Trapani: p. 20 (alto); Soprintendenza del Mare: Palermo p. 20 (basso) – Cortesia Ufficio Stampa Civita: p. 22 – Roberto Ridi: pp. 40/41, 42 (alto), 42/43, 44-45, 48 (alto), 49 (alto) – Cortesia Università degli Studi di Siena: pp. 46-47 – Getty Images: AFP/Aris Messinis: pp. 52/53, 57 – Mondadori Portfolio: Electa/Antonio Guerra: p. 64; AKG Images: pp. 73 (alto), 76, 78/79, 83, 102/103, 107; Erich Lessing/Album: pp. 76/77; Archivio Lensini/Fabio e Andrea Lensini: p. 78; Age: p. 104 – Bridgeman Images: pp. 70/71 – Archivi Alinari, Firenze: RMN-Grand Palais (Musée du Louvre)/Franck Raux: pp. 74, 84 – Shutterstock: pp. 80, 82, 110 – Antikenmuseum Basel und Sammlung Ludwig: Ruedi Habegger: pp. 89 (alto), 90/91, 92/93, 93-95, 98/99, 100 (basso) – Avenches, Site et Musée romains: NVP3D: p. 96 (basso, a destra) – Augusta Raurica: H. Grauwiler: p. 98 – Römerstadt Augusta Raurica, Augst: Ursi Schild: p. 99 – York Archaeological Trust: p. 100 – Schweizerisches Nationalmuseum: p. 101 – DeA Picture Library: p. 106; G. Dagli Orti: pp. 108/109 – Cippigraphix: cartine e rielaborazioni grafiche alle pp. 25, 55 (alto), 42, 65 (alto), 72, 72/73.

Distribuzione in Italia Press-di - Distribuzione, Stampa e Multimedia Via Mondadori, 1 - 20090 Segrate (MI)

Riguardo alle illustrazioni, la redazione si è curata della relativa autorizzazione degli aventi diritto. Nel caso che questi siano stati irreperibili, si resta comunque a disposizione per regolare eventuali spettanze.

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STORIA • ISOLA D’ELBA

L’ISOLA DEL FERRO E DEL VINO

A

vvicinandosi all’Elba, soprattutto quando l’isola è nel pieno della sua stagione turistica, si fatica a credere che gli antichi la conoscessero come la «fuligginosa», ovvero con l’epiteto evocato dal nome – Aethalia o Aithale –, che i Greci le avevano assegnato. E né a Portoferraio o altrove s’incontrano le «moltitudini di fabbri» o le «fornaci costruite a re-

40 a r c h e o

gola d’arte» descritte dallo storico greco Diodoro Siculo, il quale, peraltro, forse parlava per sentito dire, dal momento che non si hanno prove certe di un suo effettivo soggiorno nell’isola (vedi box a p. 43). Per avvicinarsi all’anima della piú grande fra le magnifiche sette dell’Arcipelago Toscano (le altre sono Capraia, Pianosa, Montecristo, Gorgona, Giglio

e Giannutri), occorre dunque accantonare per un momento il richiamo del mare e delle spiagge e scegliere una prospettiva diversa.

I PRIMI STANZIAMENTI La storia del popolamento dell’Elba ebbe inizio prima che cominciassero a levarsi i proverbiali fumi, poiché, sebbene a oggi limitate a poche attesta-


BATTEZZATA «FULIGGINOSA» DAI GRECI, L’ELBA FU UNO DEI MAGGIORI POLI SIDERURGICI DELL’ANTICHITÀ. ANCHE IN EPOCA MODERNA LE SUE RISORSE MINERARIE SONO STATE A LUNGO UNO DEI MOTORI ECONOMICI DELL’ISOLA, MA NON MENO IMPORTANTI FURONO ALTRE ATTIVITÀ PRODUTTIVE, PRIMA FRA TUTTE LA VITICOLTURA... ECCO DUNQUE UN VIAGGIO ALLA SCOPERTA DELLE TESTIMONIANZE DI QUESTE DUE ANIME, FRA ARCHEOLOGIA CLASSICA E INDUSTRIALE di Stefano Mammini

Capoliveri. Veduta di Punta Calamita, area nella quale fu individuato e sfruttato uno dei principali giacimenti di minerale ferroso dell’Elba. L’isola divenne famosa già in antico per la produzione del metallo, mentre lo sfruttamento moderno delle miniere si è protratto fino al 1981.

zioni, le piú antiche tracce di frequentazione risalgono alla preistoria e, in particolare, al Paleolitico. Fin da tempi cosí remoti l’isola dovette attirare la presenza dell’uomo sia perché collocata al centro delle rotte che dalla costa puntavano alla Corsica e alla Sardegna, sia perché – prima che ne venissero scoperte le risorse minerarie – offr iva ampia disponibilità

d’acqua dolce e terreni adatti alla pratica dell’allevamento e dell’agricoltura. Una svolta decisiva si registra nell’età del Rame, quando furono scoperti i primi affioramenti dell’omonimo minerale: anche in questo caso, dal punto di vista quantitativo, le testimonianze finora note sono ancora poche, ma piuttosto significative. All’Eneolitico vengono in-

fatti ricondotte sia alcune tombe a circolo, sia l’allineamento megalitico dei Sassi Ritti (vedi foto a p. 48), situato nel quadrante occidentale dell’isola, là dove il ferro cede il passo a quella che fu un’altra delle grandi ricchezze locali: il granito. Scendendo nel tempo, il panorama storico e archeologico si fa piú ricco: fra l’età del Bronzo e l’età del Ferro le presenze a r c h e o 41


SCOPERTE • LAZIO

LA FORMULA DI MUCIO IL RICONOSCIMENTO DELLA VILLA DEL GIURISTA QUINTO MUCIO SCEVOLA (140-82 A.C.) RIVELA GLI STRAORDINARI AFFRESCHI FATTI REALIZZARE DA SUO FIGLIO. PITTURE ATTRAVERSO LE QUALI, MENTRE CESARE SI ACCINGEVA A RIFORMARE LA GIURISPRUDENZA, RIVENDICÒ COME «GLORIA DI FAMIGLIA» L’INNOVATIVA INTRODUZIONE DELLA SCRITTURA IN SOSTITUZIONE DELL’ARCAICA ORALITÀ NEL PROCESSO PRIVATO ROMANO E L’INVENZIONE DI UNA «FORMULA» ADATTA AL CASO PORTATO IN GIUDIZIO di Felice Costabile

C

hi non ricorda Mucio Scevola, il cui nome fu consacrato dalla leggenda quando attentò alla vita di Porsenna, il re di Chiusi che assediava Roma dopo la cacciata di Tarquinio il Superbo? L’attentato fallí e Mucio puní la sua mano destra bruciandola sopra un braciere di fronte al re, il quale, ammirato di tanto coraggio, tolse l’assedio: da quel giorno Mucio venne detto Scevola, cognomen che si voleva significasse «che ha solo la mano sinistra» (scaeva), trasmesso con 62 a r c h e o

orgoglio di padre in figlio a memoria dell’eroe. Da lui era convinta di discendere una delle famiglie piú illustri della nobiltà plebea del IIII secolo a.C., che diede a Roma alcuni fra i maggiori giuristi. Tutti si chiamavano, di generazione in generazione, Mucii Scevolae e il loro prenome, con poca fantasia, era immancabilmente Publio o Quinto. Fra costoro, vi è quel Quinto che, assassinato durante i disordini civili dell’82 a.C. malgrado fosse pontefice massimo, fu cele-

berrimo interprete del diritto, ma famoso anche per la frugalità dei costumi spartani, o meglio catoniani. Lo scorso anno, chi scrive ha potuto identificare la sua villa nel suburbio di Roma, una decina di chilometri fuori delle Mura Aureliane, sotto il cavalcavia di Salone del Grande Raccordo Anulare dell’A24. Lo scavo archeologico era stato condotto nel 2013 per la Soprintendenza Speciale di Roma, sotto la direzione del compianto Stefano Musco, da Clau-


dia Angelelli: si deve loro la pubblicazione di puntuali relazioni preliminari, rilievi e studio delle varie fasi della villa, in uso per oltre tre secoli. Costruita fra il 120 e il 90 a.C. sulla riva destra dell’Aniene, solo attorno al 60-50 a.C. la parte signorile dell’abitazione fu ornata da un raffinato ciclo pittorico con i piú diversi e consueti motivi figurativi, at-

tribuiti da Stella Falzone al secondo stile. Fra questi, meno frequente è la rappresentazione della strumentazione per scrivere, riconosciuta da Giulia Baratta: calamai, penne per inchiostro e stili per incidere sulla ceralacca, tavolette lignee cerate, papiri e casse cilindriche per contenerli, scrigni, tutti esposti su una mensa modanata o sotto di essa.

Frammenti di affreschi raffiguranti una mensa con bordo modanato e varia strumentazione scrittoria sia sul ripiano che sotto il tavolo (vedi anche alle pp. 68-69); sulla destra compare un frammento di vaso in bronzo con manico a forma di satiro e busto acefalo di sfinge (riconoscibile dal lembo di ginocchio della zampa ferina), dalla «Villa del Giurista» sull’Aniene, nel suburbio orientale di Roma. a r c h e o 63


POPOLI DELLA BIBBIA/10 – FENICI

QUEL POPOLO

SENZA NOME

Grazie a loro abbiamo imparato a scrivere, eppure hanno lasciato pochissime tracce di sé, se si eccettuano qualche breve e ripetitiva iscrizione funeraria e religiosa. Dei Fenici ci parlano, soprattutto, gli «altri» e fra questi spiccano i redattori del testo biblico. Che ne tracciano un’immagine prevalentemente positiva, contrariamente a quanto accade per gli altri popoli emergenti nelle terre bibliche dell’età del Ferro. Un rapporto ambivalente, quello tra mondo fenicio e mondo israelitico, oggi al centro dei piú recenti e affascinanti studi sulla storia del Levante mediterraneo… di Fabio Porzia

N

avigator i, commercianti, inventori dell’alfabeto che trasmisero ai Greci, questo «non popolo» dell’antichità ha goduto da sempre di una grande notorietà che, pur nella dimensione limitata dei suoi territori d’origine e nell’evanescenza dei suoi tratti distintivi, lo ha reso tra i piú famosi del mondo antico. Ma perché «non popolo»? Perché i Fenici non si definirono mai tali, non ebbero cioè mai un senso di unitarietà che consentisse loro di sviluppare una coscienza di appartenere a un gruppo omogeneo di carattere ultracittadino. I Phoinikes furono quindi tali soprattutto nella visione esterna che ne diedero i Greci, i quali crearono questa definizione per indi70 a r c h e o

care gruppi di persone con le quali vennero in contatto e che, provenendo dalle città della costa levantina, condividevano una certa (e mai totale) omogeneità da un punto di vista linguistico, religioso e di cultura materiale. La complessità di definizione di questo «universo» ha fatto sí che lo studio dei «Fenici» abbia avuto sorti alterne, derivate anche da un destino beffardo: degli inventori dell’alfabeto sono giunte fino a noi solo iscrizioni, spesso ripetitive, e frammenti della loro storiografia in modo indiretto, attraverso i testi degli autori greci e latini. Fondatori di colonie lungo il Mediterraneo ed esploratori delle rotte atlantiche della penisola iberica, oltre le Colonne

Gezabele e Acab, olio su tela di Frederick Leighton. 1863 circa. Scarborough, Scarborough Borough Council. I protagonisti della composizione sono, rispettivamente Gezabele (la figlia del re di Sidone) e Acab (il figlio di Omri, fondatore della dinastia del potente regno di Israele), che si unirono in un matrimonio dinastico. A destra, sulla soglia, il profeta Elia, perseguitato dalla regina e annunciatore della morte di Acab.


SPECIALE • GLADIATORI

GLADIATORI LA VERA STORIA testi di Friedrich-Wilhem von Hase e Maria Aurora Salto von Hase

Pollice verso, olio su tela di Jean-Léon Gérôme. 1872. Phoenix, Heard Museum. 86 a r c h e o


Il Museo delle Antichità di Basilea ospita, fino al 22 marzo dell’anno prossimo, la mostra «Gladiatori. La vera storia». L’istituzione museale svizzera è nota (anche ai nostri lettori, vedi «Archeo» n. 372, febbraio 2016, anche on line su issuu.com), sia per l’originalità e la qualità scientifica delle sue proposte espositive, sia per l’apertura internazionale che ne caratterizza la gestione. E cosí, anche «Gladiatori» è una mostra nata dalla stretta collaborazione tra il museo di Basilea e il Museo Archeologico Nazionale di Napoli. Grazie a questa sinergia è stato possibile riunire una serie di reperti eccezionali, provenienti da Napoli, Pompei, Capua Vetere, Roma, ma anche da Augusta Raurica (il grande sito archeologico distante una ventina di chilometri da Basilea – corrispondente alla moderna cittadina di Augst – e che conserva i resti monumentali della colonia romana fondata qui, sulla riva del Reno, verso la fine del I secolo a.C.) e perfino dalla lontana York, in Inghilterra. Ma perche i gladiatori? Perché dedicare una mostra a un fenomeno caricato di tanti luoghi comuni? In un’età per giunta (la nostra) in cui sarebbe meglio distogliere l’attenzione da ogni tipo di manifestazione – passata e contemporanea – che spettacolarizzi la violenza..? La risposta risiede nel progetto stesso dell’allestimento, elaborato da Andrea Bignasca, direttore del museo di Basilea, da Paolo Giulierini, direttore del Museo Archeologico Nazionale di Napoli, e da Lilian Raselli, curatrice del Museo Romano di Augusta Raurica: la mostra non si pone come mera esposizione di oggetti d’arte, per quanto ve ne siano di qualità eccelsa, unica e in molti casi mai prima presentati al pubblico. Vuole, invece, affrontare l’argomento «gladiatori» in tutte le sue sfaccettature: rituale, etica, sociale e politica. Partendo dal mondo greco e magno-greco, la narrazione della mostra sottolinea come la messa in scena dei combattimenti tra singoli fosse parte del rituale funebre delle classi aristocratiche, prima di assumere, con l’avvento di Roma, la valenza di spettacolo pubblico con intenti politico-propagandistici; esamina il significato rituale insito in un’esaltazione della morte che oggi fa inorridire; illumina la personalità del gladiatore, contestualizzandola all’interno del sistema sociale e culturale di Roma imperiale. Nelle pagine che seguono, presentiamo due contributi pubblicati nel catalogo della mostra, a firma di nostri «storici» collaboratori: vi incontreremo – protagonisti e vittime di una violenza oggi impossibile da giustificare – non solo gli esseri umani ma anche… gli animali. Un altro, grande tema su cui la mostra di Basilea accende i riflettori… (A. M. S.) a r c h e o 87


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Archeo n. 416, Ottobre 2019 by Archeo - Issuu