Skip to main content

Archeo n. 381, Novembre 2016

Page 1

eo .it ch

ww

w. ar

AL SPEC EP IALE PO

ARCHEO 381 NOVEMBRE 2016

ALEPPO

CITTÀ ETERNA

COSA È STATO DISTRUTTO, COSA POSSIAMO SALVARE? TRES TABERNAE SCULTURE DI VILLA BORGHESE ONAGRO 3

L’ANTINOO RITROVATO

VIA APPIA

SAN PAOLO SI È FERMATO QUI

ROMA

VILLA BORGHESE: IL RITORNO DELLE STATUE

€ 5,90

SPECIALE ALEPPO

Mens. Anno XXXII n. 381 novembre 2016 € 5,90 Poste Italiane Sped. in A.P. - D.L. 353/2003 conv. L. 46/2004, art. 1, c. 1, LO/MI.

ANTINOO

MOSTRE

www.archeo.it


EDITORIALE

SUCCESSI E FALLIMENTI I lettori di «Archeo» sanno che raramente la nostra rivista si avventura nei meandri paludosi della politica, preferendo, per programmatica vocazione, il fango e la sabbia delle trincee di scavo e, soprattutto, privilegiando la voce degli archeologi. Sanno anche, però, che la politica spesso e inevitabilmente lambisce la nostra disciplina, vuoi attraverso la sua declinazione «internazionale», vuoi per quella comunemente definita «culturale». Le cronache recenti e recentissime ne sono la prova, e non possiamo ignorarle. Nello speciale di questo numero rievochiamo le sorti di Aleppo, città-simbolo – insieme a Palmira – del tragico fallimento di una geopolitica che, abbandonate le armi del dialogo, ricorre al suo «proseguimento con altri mezzi». A confronto con le devastazioni che stanno decimando il patrimonio culturale delle terre del Vicino Oriente Antico, notizie come quella della sentenza con la quale la Corte Penale Internazionale ha condannato a nove anni di carcere l’islamista Ahmad Al Faqi Al Madi assumono i contorni di una beffa: il predicatore è stato accusato di aver preso parte, nel 2012, alla distruzione di dieci monumenti censiti tra il patrimonio dell’Umanità dell’UNESCO – nove storici mausolei e la quattrocentesca moschea di Sidi Yahya – nell’antica capitale del Mali, Timbuctú. Dal punto di vista storico-legislativo, la decisione della Corte dell’Aja non ha precedenti: è la prima volta, infatti, che un tribunale internazionale emette una sentenza esclusivamente per «distruzione di beni culturali». Ci chiediamo, allora, quante altre condanne (e non solo riguardo i martoriati Paesi dell’Africa) dovrebbero conseguentemente seguire a quest’atto esemplare? Mentre scriviamo è in corso una polemica, a livello internazionale, circa la «paternità» di uno dei piú importanti e articolati complessi storico-archeologici del mondo, il Monte del Tempio a Gerusalemme. Principale protagonista dell’umiliante diatriba è la stessa UNESCO, che, in una risoluzione approvata lo scorso ottobre, enfatizza l’identità arabo-islamica del grandioso insieme monumentale, a discapito della davvero millenaria e articolata vicenda storica che, come tutti sanno, lo contraddistingue. Un ennesimo fallimento, viene da pensare, della politica «culturale». Ma concludiamo questo editoriale con una notizia di segno opposto: lo scorso 8 ottobre si è inaugurato a Beirut il Museo Nazionale, uno scrigno che raccoglie i tesori dell’archeologia libanese. Ai nostri lettori abbiamo anticipato l’evento nel servizio apparso in «Archeo» di settembre. Lo spettacolare riallestimento del piano seminterrato (vedi foto qui sotto), rimasto – insieme ai suoi tesori d’arte – inagibile sin dall’inizio della guerra civile, è stato realizzato da un’équipe italo-libanese guidata dall’architetto Antonio Giammarusti e grazie a un finanziamento di poco piú di 1 milione di euro, messo a disposizione dal governo italiano. Alla presentazione del rinato Museo erano presenti le piú alte cariche del governo libanese, insieme al ministro degli affari esteri e della cooperazione internazionale Paolo Gentiloni. La solenne cerimonia è stata inaugurata da un coro di bambini che ha cantato gli inni nazionali libanese e italiano… Andreas M. Steiner


SOMMARIO EDITORIALE

Successi e fallimenti

3

di Andreas M. Steiner

Attualità

LA NOTIZIA DEL MESE La necropoli vulcente di Poggetto Mengarelli restituisce i ricchi corredi di due guerrieri 8

NOTIZIARIO

12

A TUTTO CAMPO Fra gli obiettivi dell’archeologia dev’esserci anche quello di porsi al servizio della collettività: un principio che l’Università di Siena ha da sempre fatto proprio 24 PAROLA D’ARCHEOLOGO Adriano La Regina illustra in anteprima le ultime scoperte compiute a Pietrabbondante

MOSTRE 28

DA ATENE

ALL’OMBRA DEL VESUVIO Gli Scavi di Pompei sbarcano in rete: un’opportunità in piú per scoprire le meraviglie del sito vesuviano 20

di Nicoletta Cassieri e Vincenzo Fiocchi Nicolai

In viaggio con Ulisse 38 di Valentina Di Napoli

52

ROMA

Le sculture in villa

62

di Mimmo Frassineti

SCAVI

San Paolo si è fermato qui

MUSEI Il direttore del Louvre presenta le novità della grande raccolta 22

Perdere la testa di Stefano Mammini

SCOPERTE Il relitto di Anticitera torna a far parlare di sé, questa volta per il recupero di uno scheletro: che sia quello del proprietario del celebre meccanismo? 12

42

52

42

62 ARCHEOLOGIA SPERIMENTALE

Il terrore vien di notte... 72 di Flavio Russo In copertina la città di Aleppo, dominata dalla Cittadella fortificata, in una fotografia aerea scattata nell’ottobre del 2008.

Anno XXXII, n. 381 - novembre 2016 Registrazione al tribunale di Milano n. 255 del 07.04.1990

Direttore responsabile: Pietro Boroli Direttore editoriale: Andreas M. Steiner a.m.steiner@mywaymedia.it Redazione: Stefano Mammini stefano.mammini@mywaymedia.it Collaboratori della redazione: Ricerca iconografica: Lorella Cecilia lorella.cecilia@mywaymedia.it Impaginazione: Davide Tesei Redazione: Piazza Sallustio, 24 – 00187 Roma tel. 02 0069.6352 Comitato Scientifico Internazionale

Richard E. Adams, Maxwell L. Anderson, Bernard Andreae, José M. Blázquez, John Boardman, Larissa Bonfante, Mounir Bouchenaki, Jean Chavaillon, Yves Coppens, W.A. van Es, M’Hamed Fantar, Otto H. Frey, Louis Godart, Friedrich W. von Hase, Thomas R. Hester, Donald C. Johanson, Vassos Karageorghis, Venceslas Kruta, Richard E. Leakey, Henry de Lumley, Javier Nieto, Patrice Pomey, Paul J. Riis, Conrad M. Stibbe

Comitato Scientifico Italiano

Enrico Acquaro, Ermanno A. Arslan, Andrea Augenti, Sandro F. Bondí, Francesco Buranelli,

Carlo Casi, Francesca Ceci, Francesco D’Andria, Giuseppe M. Della Fina, Paolo Delogu, Francesca Ghedini, Piero Alfredo Gianfrotta, Pier Giovanni Guzzo, Eugenio La Rocca, Daniele Manacorda, Danilo Mazzoleni, Cristiana Morigi Govi, Lorenzo Nigro, Sergio Pernigotti, Marcello Piperno, Claudio Saporetti, Giovanni Scichilone, Paolo Sommella, Romolo A. Staccioli, Giovanni Verardi, Massimo Vidale. Hanno collaborato a questo numero: Andrea Augenti è professore di archeologia medievale all’Università di Bologna. Luciano Calenda è consigliere del CIFT, Centro Italiano Filatelia Tematica. Nicoletta Cassieri è funzionario archeologo della Soprintendenza Archeologia, Belle Arti e Paesaggio per le province di Frosinone, Latina e Rieti. Francesca Ceci è archeologa presso la Direzione dei Musei Capitolini di Roma. Carlo Casi è direttore scientifico della Fondazione Vulci. Marco Di Branco è ricercatore di storia bizantina e islamica all’Istituto Storico Germanico di Roma. Valentina Di Napoli è archeologa. Vincenzo Fiocchi Nicolai è professore ordinario di archeologia cristiana e medievale presso l’Università degli Studi Tor Vergata di Roma e al Pontificio Istituto di Archeologia Cristiana. Mimmo Frassineti è scrittore e fotografo. Daniela Fuganti è giornalista. Giampiero Galasso è archeologo e giornalista. Maria Katsinopoulou è archeologa. Paolo Leonini è storico dell’arte. Daniele Manacorda è docente ordinario di metodologie della ricerca archeologica all’Università di Roma Tre. Flavia Marimpietri è archeologa e giornalista. Carmelina Rubino è giornalista e responsabile dell’Ufficio Stampa e Comunicazione della Soprintendenza Archeologia, Belle Arti e Paesaggio del Friuli Venezia Giulia. Flavio Russo è ingegnere, storico e scrittore, collabora con l’Ufficio Storico dello Stato Maggiore dell’Esercito. Romolo A. Staccioli è stato professore di etruscologia e antichità italiche presso «Sapienza» Università di Roma. Massimo Vidale è professore di archeologia delle produzioni all’Università degli Studi di Padova. Illustrazioni e immagini: Getty Images: Yann Arthus-Bertrand: copertina (e pp. 76/77) e pp. 78/79, 92 (alto); Michele Falzone: pp. 80/81; Panoramic Images: p. 81; Julian Love: p. 92 (basso); AFP: p. 93 (alto); Anadolu Agency: p. 93 (basso) – Andreas M. Steiner: p. 3 – Cortesia degli autori: pp. 8-10, 24-25, 26 (destra), 27-30, 110, 111 (basso) – Cortesia EUA/WHOI/ARGO: foto Brett Seymour: pp. 12-15 – Cortesia Soprintendenza Archeologia, belle Arti e Paesaggio del Friuli Venezia Giulia: pp. 16, 16/17 – Cortesia Ufficio stampa: pp. 17, 22-23 – Cortesia Soprintendenza Pompei: pp. 20-21 – Cortesia Museo dell’Agro Veientano, Formello (Roma): p. 26 (sinistra) – ©


Rubriche IL MESTIERE DELL’ARCHEOLOGO Un caffè alla turca

100

di Daniele Manacorda

76

100

SPECIALE

QUANDO L’ANTICA ROMA...

...risuonava di «acque dolcemente mormoranti» 104 di Romolo A. Staccioli

di Andrea Augenti

108

76

di Marco Di Branco e Massimo Vidale

L’ALTRA FACCIA DELLA MEDAGLIA Il segno del comando

SCAVARE IL MEDIOEVO «Smontare» la storia

Aleppo, città eterna

110

di Francesca Ceci

LIBRI

Museo Archeologico Nazionale di Atene: pp. 38-39 – DeA Picture Library: pp. 42/43, 45 (basso); F. Gallino: pp. 50/51; A. Dagli Orti: pp. 84, 108; G. Dagli Orti: pp. 84/85; C. Sappa: pp. 96/97 – Cortesia Soprintendenza Archeologia, Belle Arti e Paesaggio per le province di Frosinone, Latina e Rieti: pp. 43, 46, 47 (basso), 48-49, 50 (alto e centro), 51 (alto) – Archivi Alinari, Firenze: RMN-Grand Palais (Musée de Cluny-Musée national du Moyen-Âge): Jean-Gilles Berizzi: p. 44 – Mondadori Portfolio: The Art Archive: pp. 47 (alto), 86; AGE: pp. 65 (basso), 97; AKG Images: p. 85 – Cortesia Ufficio stampa della Soprintendenza Speciale per il Colosseo, il Museo Nazionale Romano e l’Area Archeologica di Roma: foto Stefano Castellani: pp. 52-53, 57 (basso), 60; pp. 57 (alto), 58-59, 61 – Da: Roman Art at the Art Institute of Chicago, Chicago 2016: p. 54 – Doc. red.: pp. 55 (alto), 56, 78 (alto), 87, 99, 100 (alto), 104-105 – – Mimmo Frassineti: pp. 62-64, 66-71 – Flavio Russo: pp. 72-75 – Cortesia Kay Kohlmeyer: pp. 82-83 – Matson Photograph Collection: pp. 88, 89, 90-91 – Bridgeman Images: pp. 95, 96, 98, 111 (alto) – Da: Bere e fumare ai confini dell’impero. Caffè e tabacco a Stari Bar nel periodo ottomano, Firenze 2014: pp. 100 (centro e basso), 101 (alto e basso), 102-103 – Foto Scala, Firenze: Mary Evans: pp. 106/107 – Cippigraphix: cartine e rielaborazioni grafiche alle pp. 45, 65, 78, 88/89, 101. Riguardo alle illustrazioni, la redazione si è curata della relativa autorizzazione degli aventi diritto. Nel caso che questi siano stati irreperibili, si resta comunque a disposizione per regolare eventuali spettanze.

Editore: My Way Media S.r.l. Presidente: Federico Curti Amministratore delegato: Stefano Bisatti Coordinatore editoriale: Alessandra Villa Segreteria marketing e pubblicità segreteriacommerciale@mywaymedia.it tel. 02 00696.346 Direzione, sede legale e operativa via Roberto Lepetit 8/10 - 20124 Milano tel. 02 00696.352 Distribuzione in Italia m-dis Distribuzione Media S.p.A. - via Cazzaniga, 19 - 20132 Milano

112

110

Tel 02 2582.1 Stampa: NIIAG Spa - Via Zanica, 92 - 24126 Bergamo Abbonamenti: Direct Channel srl - Via Pindaro, 17 - 20128 Milano Per abbonarsi con un click: www.miabbono.com Per informazioni, problemi di ricezione della rivista contattare: E-mail: abbonamenti@directchannel.it Telefono: 02 89708270 [lun-ven 9/13 - 14/18 ] Posta: Miabbono.com c/o Direct Channel Srl - Via Pindaro, 17 - 20128 Milano Arretrati Per richiedere i numeri arretrati contattare: E-mail: abbonamenti@directchannel.it Fax: 02 252007333 Posta: Direct Channel Srl - Via Pindaro, 17 - 20128 Milano Informativa ai sensi dell’art. 13, D. lgs. 196/2003. I suoi dati saranno trattati, manualmente ed elettronicamente da My Way Media Srl – titolare del trattamento – al fine di gestire il Suo rapporto di abbonamento. Inoltre, solo se ha espresso il suo consenso all’atto della sottoscrizione dell’abbonamento, My Way Media Srl potrà utilizzare i suoi dati per finalità di marketing, attività promozionali, offerte commerciali, analisi statistiche e ricerche di mercato. Responsabile del trattamento è: My Way Media Srl, via Roberto Lepetit 8/10 - 20124 Milano – la quale, appositamente autorizzata, si avvale di Direct Channel Srl, Via Pindaro 17, 20144 Milano. Le categorie di soggetti incaricati del trattamento dei dati per le finalità suddette sono gli addetti all’elaborazione dati, al confezionamento e spedizione del materiale editoriale e promozionale, al servizio di call center, alla gestione amministrativa degli abbonamenti ed alle transazioni e pagamenti connessi. Ai sensi dell’art. 7 d. lgs, 196/2003 potrà esercitare i relativi diritti, fra cui consultare, modificare, cancellare i suoi dati od opporsi al loro utilizzo per fini di comunicazione commerciale interattiva, rivolgendosi a My Way Media Srl. Al titolare potrà rivolgersi per ottenere l’elenco completo ed aggiornato dei responsabili.


LA NOTIZIA DEL MESE di Carlo Casi

I GUERRIERI DI VULCI

LA NECROPOLI ETRUSCA IN LOCALITÀ POGGETTO MENGARELLI SVELA NUOVI TESORI. QUESTA VOLTA RIFERIBILI A DUE UOMINI D’ARME, FORSE CADUTI INSIEME E PERCIÒ SEPOLTI A POCA DISTANZA L’UNO DALL’ALTRO E CON CORREDI COMPOSTI DAI MEDESIMI OGGETTI

L

a ripresa delle ricerche archeologiche nella necropoli vulcente di Poggetto Mengarelli, proprio lí dove qualche mese fa era stata scoperta la Tomba dello Scarabeo Dorato (vedi «Archeo» n. 373, marzo 2016), si stanno rivelando estremamente interessanti. Al momento in cui scriviamo, sono state scavate 18 tombe, tra le quali, seppur parzialmente violata, spicca quella di un guerriero che, tra la fine dell’VIII e gli inizi del VII secolo a.C., fu sepolto in una profonda fossa con numerosi oggetti di corredo. Di quest’ultimo fa parte un set di pregevoli vasi in ceramica etrusco-geometrica (due piatti, due coppe, una brocca e un piccolo cratere), che denota – insieme a due A sinistra: Vulci, necropoli di Poggetto Mengarelli. La tomba di guerriero n. 16 in corso di scavo. L’uomo venne deposto con un ricco corredo, del quale, come si vede nella foto, facevano parte, oltre alle armi, numerosi vasi in ceramica. La sepoltura è databile tra la fine dell’VIII e gli inizi del VII sec. a.C.

8 archeo


In alto: doluptu sanduntium eossint quaesto dolorest, ut exereca taspisci. A sinistra: dida finta doluptu sanduntium eossint quaesto dolorest, Parthenos doluptu sanduntium eossint quaesto dolorest, ut exereca.

situle e a un’olla red on white dipinte con fregi geometrici e animalistici, ad alcuni vasi d’impasto, a un reggivasi in ferro, a due affibbiagli in bronzo e ad alcuni vaghi in argento – il grado di benessere raggiunto in vita.

L’INDIZIO DECISIVO Inoltre, la presenza di un’ascia in ferro e, soprattutto, di un’anomala quanto preziosa lancia polimaterica, suggerisce il ruolo guerriero del defunto. L’arma da lancio è insolitamente costituita da una bella e sviluppata punta foliata in ferro, dalla quale si diparte una lunga spirale di anelli in bronzo ed è completata da un piccolo sauroter (puntale dell’estremità posteriore della lancia), anch’esso in bronzo.

In alto: la tomba ellenistica n. 18/A, rinvenuta nei pressi della tomba n. 16, in corso di scavo Qui sopra: specchio in bronzo, dalla tomba n. 18/A

In basso: punta di lancia in ferro, dalla tomba n. 16. L’arma era completata da una spirale di anelli in bronzo (visibile nella foto) e da un sauroter (puntale posto all’estremità posteriore).

archeo 9


A TUTTO CAMPO Marco Valenti

IL PASSATO È DI TUTTI L’ITALIA HA RECEPITO I PRINCIPI DELL’ARCHEOLOGIA PUBBLICA CON UN CERTO RITARDO RISPETTO AL MONDO ANGLOAMERICANO, MA HA PRESTO COLMATO IL DIVARIO E L’UNIVERSITÀ DI SIENA È STATA E CONTINUA A ESSERE UNO DEI PROTAGONISTI DI QUESTO IMPORTANTE APPROCCIO

«A

rcheologia pubblica» è una definizione di grande attualità, con la quale si vuole esprimere la finalità ultima della disciplina: l’archeologia, infatti, dovrebbe sempre essere pubblica, con i risultati degli scavi disponibili per tutti, in particolare per chi risiede nell’area oggetto della ricerca, poiché interessano il patrimonio e la storia delle comunità, impiegando spesso denaro pubblico. Ma che cosa si intende quando si parla di archeologia pubblica o, meglio, di Public Archaeology, nella sua originale denominazione? La storia inizia negli anni Settanta del Novecento, con le riflessioni di due scuole archeologiche, la nordamericana e la britannica, che esprimono in modo diverso la necessità di conservare e gestire le risorse culturali per il pubblico dei non specialisti, alimentando il rispetto per i beni culturali e paesaggistici e incoraggiando la salvaguardia e la partecipazione alla ricerca e alla sorveglianza archeologica. Charles R. McGimsey (University of Arkansas) e Peter Documentazione fotografica di strutture dell’Archeodromo della Fortezza Medicea di Poggibonsi.

24 a r c h e o

Ucko (University College of London) avviano un dibattito destinato a influenzare generazioni di archeologi e giunto, con ritardo, anche in Italia: nel 2000, il secondo fonda la rivista Public Archaeology, che apre al rapporto tra archeologia pratica, teoria archeologica e modelli di gestione del patrimonio culturale, senza tralasciare il tema dell’uso pubblico della Storia.

LA VIA ITALIANA In anni recenti, Guido Vannini (Università di Firenze) ha avuto il merito di fare il punto sul dibattito internazionale, aprendo al tempo stesso una via italiana al problema.

Nel numero speciale dedicato ai quarant’anni della rivista Archeologia Medievale, Vannini approfondisce i tre temi della comunicazione, dell’economia e delle politiche archeologiche, analizzando la sostenibilità della ricerca a fronte della scarsa disponibilità di fondi pubblici. Al tempo stesso, si promuovono i principi di una buona pratica archeologica, insistendo sulla necessità di un’azione etica rispetto alle comunità e di una pratica responsabile nell’accoglierne identità e valori, e infine sull’ineludibile approfondimento degli scenari politici ed economici.


L’avvio di questa riflessione in Italia ha prodotto importanti momenti di confronto. Nel 2012, a Firenze, si è tenuto il Primo Congresso di Archeologia Pubblica in Italia – per discutere lo «studio e il rafforzamento del ruolo che l’archeologia, come disciplina storica, e l’interpretazione e la gestione del patrimonio archeologico svolgono o possono svolgere a beneficio della società e del suo sviluppo» – e, piú di recente, durante le Giornate Gregoriane 2013, è stato affrontato il tema dell’Archeologia Pubblica al tempo della crisi, incentrato sugli effetti della crisi economica attuale nel determinare alcuni esiti della Public Archaeology su scala internazionale e su come l’archeologia possa offrire un contributo misurabile a beneficio della società civile e del suo sviluppo.

Fortezza Medicea di Poggibonsi (Siena), un museo open air nel quale si persegue la ricostruzione progressiva e in scala 1:1 delle 17 strutture edilizie del IX-X secolo, individuate nell’area con lo scavo archeologico.

MEDIOEVO DA TOCCARE

fondate sulle applicazioni dell’archeologia, per apportare benessere e nuove forme di occupazione nelle aree della ricerca. Esattamente venti anni fa apriva il Parco Archeominerario di San Silvestro a Campiglia Marittima (Livorno), quale primo tassello del complesso sistema dei Parchi della Val di Cornia. In alto e a sinistra: due immagini delle ricostruzioni realizzate nell’Archeodromo di Poggibonsi (Siena), che ricrea spazi e atmosfere del Medioevo.

A Siena l’archeologia pubblica è di casa: è opportuno ricordare l’insegnamento di Riccardo Francovich che, fin dagli anni Ottanta, ha promosso progetti di ricerca nei quali la valorizzazione della conoscenza andava di pari passo con la dimensione etica del nostro lavoro; le risorse investite dovevano avere un riscontro tangibile, con il coinvolgimento delle comunità, abbinato a politiche di riconversione di un territorio in senso culturale; la costruzione di economie dei beni culturali,

A Siena, dunque, il portato dell’archeologia pubblica ha radici profonde e molti archeologi sono impegnati in questo campo: al centro si pone sempre e comunque il rapporto e l’interscambio con la comunità, l’eticità e la sostenibilità dei progetti e soprattutto la comunicazione perseguita a ogni livello: di persona, attraverso le pubblicazioni e soprattutto per mezzo della rete e le grandi potenzialità dei social media. Su queste linee, è stato creato, alla fine del 2014, l’Archeodromo della

I risultati della ricerca vengono trasmessi con un’attività di archeologia sperimentale e di story telling (narrazione di fatti ed eventi che collegano il vissuto degli abitanti del sito al piú ampio contesto storico del Medioevo): una soluzione espositiva di forte impatto, che consente di immergersi negli spazi di vita propri del periodo altomedievale e di toccarne con mano le forme, le dimensioni e le caratteristiche, sino alla percezione delle atmosfere, dei suoni e dei rumori, degli odori, arrivando alla comprensione dei rapporti sociali e gerarchici in atto. Parlando e agendo in modo comprensibile, si stimolano l’interesse e la curiosità del visitatore, fino a farlo divenire fruitore attivo di cultura; il progetto dell’Archeodromo ha cercato di conferire un valore aggiunto al dato archeologico, attraverso un piú articolato programma di diffusione delle conoscenze, fondato sull’azione e quindi sulla comunicazione visiva e verbale, cercando di dare al tempo stesso un contributo allo sviluppo economico e alla crescita identitaria della comunità locale. Una strategia condivisa tra l’Amministrazione comunale, l’Università, la collettività e il pubblico che sta davvero traghettando il patrimonio storico, archeologico e culturale al ruolo che gli compete, come dimostra il forte (e finora inusuale) incremento del turismo a Poggibonsi nell’anno 2015, dopo appena un anno di attività dell’Archeodromo. (www.archeodromopoggibonsi.it)

a r c h e o 25


MOSTRE • ROMA

52 a r c h e o


PERDERE

LA TESTA NEL 1756, VISITANDO LA COLLEZIONE BONCOMPAGNI LUDOVISI, JOHANN JOACHIM WINCKELMANN NOTÒ CHE IL BUSTO DI ANTINOO CHE NE FACEVA PARTE AVEVA UN «VOLTO NUOVO». NESSUNO POTEVA DIRE CHI AVESSE INTEGRATO L’OPERA E QUANDO. NÉ, SOPRATTUTTO, QUALE SORTE FOSSE TOCCATA ALLA PARTE MANCANTE. FINO A CHE, UNA DECINA D’ANNI FA, UN EGITTOLOGO STATUNITENSE... di Stefano Mammini

D

ietro «Antinoo, un ritratto in due parti», la mostra allestita nel Museo Nazionale Romano in Palazzo Altemps, c’è una storia che vale la pena di raccontare e che è affascinante almeno quanto lo sono le magnifiche opere esposte. Anche se, forse, sarebbe piú corretto parlare di una sola opera esposta. Ma andiamo per ordine. All’origine della vicenda c’è dunque Antinoo, il giovane di Bitinia, favorito dell’imperatore Adriano, che, già all’indomani del suo tragico (e misterioso) annegamento nel Nilo (nel

A destra e nella pagina accanto: due vedute del busto di Antinoo entrato a far parte della collezione Boncompagni Ludovisi tra il 1621 e il 1623. Prima metà del II sec. d.C. Roma, Museo Nazionale Romano in Palazzo Altemps.


MUSEI • VILLA BORGHESE

LE SCULTURE IN VILLA UN TEMPO IL GRANDE PARCO ROMANO CHE APPARTENNE AI BORGHESE ERA DISSEMINATO DI STATUE DI EPOCA ANTICA E MODERNA. IN SEGUITO A FURTI E ATTI VANDALICI, LE OPERE VENNERO TRASFERITE IN UN LUOGO SICURO E NELLA VILLA FURONO COLLOCATE LE LORO COPIE. ORA GLI ORIGINALI SONO DI NUOVO VISIBILI AL PUBBLICO NEI LOCALI DEL MUSEO CANONICA di Mimmo Frassineti 62 a r c h e o


O

ttanta statue mai viste, almeno negli ultimi trent’anni, gremiscono il nuovo Deposito delle sculture di Villa Borghese, che la Sovrintendenza capitolina ai Beni Culturali ha allestito in uno spazio sul retro del museo dedicato allo scultore piemontese Pietro Canonica (1869-1959), la caratteristica «Fortezzuola» che fu casa e studio dell’artista dal 1919 al 1951.

L’area espositiva è stata ricavata in quelle che in origine erano le cantine del «Gallinaro», un casale nel quale si allevavano struzzi, pavoni e anatre per le battute di caccia della famiglia Borghese. L’edificio venne poi trasformato in una sorta di castelletto medievale dall’architetto Antonio Asprucci, alla fine del Settecento. Statue, a Villa Borghese, ce ne sono ovunque. Si presentano

spesso gravemente danneggiate, mutilate, senza braccia, senza testa. Ma a ladri e vandali è rimasto un misero bottino: solo Sulle due pagine: il Deposito delle sculture di Villa Borghese, realizzato in uno spazio retrostante il Museo Canonica, all’interno delle ex cantine del «Gallinaro», una struttura originariamente adibita all’allevamento di volatili destinati alle battute di caccia dei Borghese. a r c h e o 63


SPECIALE • ALEPPO

ALEPPO

CITTÀ ETERNA

76 a r c h e o


DIVENUTA TRAGICAMENTE IL LUOGO SIMBOLO DELLA GUERRA CIVILE SIRIANA, ALEPPO HA SUBITO GRAVI DANNI AL SUO MILLENARIO PATRIMONIO ARCHEOLOGICO. LA CITTÀ, CONSIDERATA TRA LE PIÚ ANTICHE DEL MONDO, COMBATTE QUOTIDIANAMENTE UNA BATTAGLIA NON SOLO PER LA PROPRIA SOPRAVVIVENZA, MA ANCHE PER DIFENDERE LA SUA MEMORIA CULTURALE. RIPERCORRIAMO IN QUESTO SPECIALE LA STORIA DI UNA GRANDE CAPITALE DELL’ANTICHITÀ, CON UN ITINERARIO ATTRAVERSO LE STRADE DEL SUO CENTRO STORICO E UN RESOCONTO DELLE DISTRUZIONI PROVOCATE DAL CONFLITTO di Marco Di Branco e Massimo Vidale

Di queste case Non è rimasto Che qualche Brandello di muro Di tanti Che mi corrispondevano Non è rimasto Neppure tanto Ma nel cuore Nessuna croce manca È il mio cuore Il paese piú straziato (da San Martino del Carso, di Giuseppe Ungaretti, 1916)

L

a violenza della guerra costringe a riscrivere i manuali di urbanistica e storia dell’arte. È stato calcolato che, al momento in cui scriviamo, siano quasi 300 i siti del patrimonio culturale siriano toccati dalla guerra civile che sta dilaniando il Paese dal 2011. La devastazione, fotografata dai satelliti e studiata dall’UNITAR (United Nations Institute for Training and Research), ha particolarmente interessato le rovine greco-romane di Palmira, Dura-Europos sull’Eufrate, Bosra, nel Sud del Paese, e le cittadelle bizantine della Siria del Nord. Una sorte altrettanto drammatica ha toccato e sta toccando Aleppo, uno dei centri urbani piú antichi della regione: la moschea omayyade, la Cittadella e il famoso mercato (suq) hanno subito danni pesantissimi, ed è difficile stimare quante altre catastrofi umane e culturali si stiano producendo.

LA FORZA DELLA MEMORIA C’è un luogo, ad Aleppo, che può essere scelto come punto di partenza ideale per quello che vogliamo proporvi in queste pagine, ovvero per un viaggio nella memoria e nel cuore della città: è il Baron’s Hotel, l’albergo dei «baroni di Aleppo», simbolo vivente di una Siria aperta e cosmopolita, che la guerra ha cancellato dalla realtà effettuale, senza però intaccarne il ricordo. Sul palcosenico di quello che fu l’albergo piú elegante del Medio Oriente, si sono infatti alternati cento anni di avvenimenti e di personaggi, da Lawrence d’Arabia ad Agatha Christie, da Pasolini a Freya Stark. A fondarlo furono i Mazloumian, armeni, giunti in Siria dopo una drammatica fuga dalle prime persecuzioni ottomane nei confronti dei cristiani dell’Anatolia. Da questo mitico albergo, che sorge non lontano dal Museo Archeologico, dalla Cittadella e dalla moschea omayyade, prende dunque le mosse il nostro itinerario nella storia e nei monumenti di questa splendida città martoriata, nella speranza di poter presto tornare, in un tempo di pace, a camminare davvero per le sue antiche strade. Dire che le radici di Aleppo «si addentrano nella notte dei tempi» è un luogo comune, ma La città di Aleppo, dominata dalla Cittadella fortificata, in una fotografia aerea scattata nell’ottobre del 2008. a r c h e o 77


SPECIALE • ALEPPO

rimasero al potere nella Siria del Nord. Furono gli Ittiti a rompere questo oscillante equilibrio, sconfiggendo i Mitanni e creando una cintura di Stati minori a loro legati, tra i quali quelli di Karkemish e Aleppo. Malgrado i conflitti, l’economia rurale dell’entroterra continuava a fiorire. Il paesaggio rurale si arricchiva dello zebú e di equidi (asini, usati nelle carovane, ma anche cavalli), mentre le città costiere facevano ottimi affari con i navigli delle rotte mediterranee.

NEL CUORE DELLA CITTADELLA Del ruolo di Aleppo in questi processi e sconvolgimenti, l’archeologia, sino a poco tempo fa, non poteva dire molto. A partire dal 1966, e fino allo scoppio della guerra, una missione siro-tedesca ha scavato nel cuore della Cittadella di Aleppo, un nucleo fortificato sorto sin dalla preistoria su un rilievo roccioso alto piú di 40 m. Qui le fonti protostoriche collocavano il grande tempio di Adad (noto anche come Addu, Teshup, Tarhunta, e Adda). Gli

86 a r c h e o

In basso: statua di toro con fattezze umane, in calcite, con occhi in avorio a intarsio, da Tell Brak, Siria. Età accadica, XXIII sec. a.C. Deir ez-Zor, Museo Archeologico.

scavi, pianificati in vista della costruzione sul sito di un nuovo Museo, finanziato dal World Monuments Fund e dall’Agha Khan Trust, hanno messo in luce parte di una grande costruzione templare, probabilmente a piú piani, e rivestita di prezioso legno di cedro, le cui piú antiche fondazioni sono state datate dalla fine del IV alla fine del III millennio a.C. I resti piú consistenti si datano alla prima età del Ferro (1200-900 a.C. circa). Il tempio doveva somigliare a una grande torre, visibile da lontano, a pianta quadrata, con un altare posto sul lato destro rispetto all’entrata. I ruderi sono ancora protetti dalle statue in basalto di un leone e una sfinge, e sono adorni di ortostati in pietra con scene religiose e mitologiche «eseguite – come hanno scritto Peter Akkermans e Glenn Schwartz – in uno stile che può essere criticato per la sua crudezza, ma che mostra una notevole forza e grande dinamicità» (The Archaeology of Syria, Cambridge 2003). Nel 2005, lungo le murature del santuario si potevano vedere, perfettamente conservate, figure umane con scarpe e cappelli a punta, e uomini-tori con grandi code. L’immagine piú famosa tra quelle da poco scoperte mostra una divinità (Adad?) che sale su un carro trainato da tori, circondato da un entourage di altre divinità e creature mitologiche. Le immagini e la sintassi del progetto scultoreo ricordano scoperte simili a Tell Halaf (l’antica Gozan), a Karkemish e a Zinçirli, sedi di altrettanti potentati dello stesso periodo. Nel 2005, a scavo completato, i resti del tempio di


Adad erano stati quasi completamente esposti. In basso: Si decise allora di proteggere il monumento miniatura in situ, lasciando le sculture al loro posto. raffigurante la

DAGLI ASSIRI AI BIZANTINI Dal IX secolo a.C. in poi, Aleppo fu conquistata dagli eserciti neo-assiri, quindi da quelli neo-babilonesi, per cadere infine nell’orbita persiana nel corso del VII secolo a.C. Nel 333 a.C. la città divenne parte dell’effimero impero di Alessandro, per poi trasformarsi, con il

conquista bizantina di Aleppo nel 962. XII sec. Madrid, Biblioteca Nazionale.

nuovo nome di Beroia, in un caposaldo di cultura ellenizzante nella regione. Tuttavia, l’epoca greco romana è per Aleppo un periodo di progressiva marginalizzazione. Per circa sei secoli, alcune delle caratteristiche di lunga durata della città semitica sembrarono cancellate e accantonate dalla cultura ufficiale, anche se certamente sopravvissero a livello popolare (per esempio l’aramaico rimase sempre la lingua degli strati sociali piú bassi). (segue a p. 90)

ALLA CORTE DI SAYF AL-DAWLA Presso la corte degli emiri hamdanidi trovarono ospitalità e rifugio molti grandi artisti e intellettuali musulmani. Tra questi al-Mutanabbi, uno dei piú celebri e straordinari poeti arabi. Personaggio totalmente fuori dal comune, egli fu avventuriero, agitatore politico e persino «falso profeta». Nella sua poesia egli esprime posizioni politiche e religiose assolutamente originali, prendendo le distanze dai «dogmi» islamici, da lui considerati strumenti spirituali di oppressione. All’età di ventun anni, al-Mutanabbi si consacrò alla poesia e fu subito apprezzato da molti principi ed emiri, che lo chiamarono alla loro corte. Finalmente, dal 948 al 957, divenne il «poeta ufficiale» di Sayf al-Dawla, al quale dedicò splendide odi, che ne celebravano le gesta politiche e militari e nelle quali si insinua un tono disincantato ed elegiaco, che fa di questi componimenti veri e propri capolavori della poesia araba classica. La corte di Sayf al-Dawla ospitò anche uno dei piú importanti pensatori politici islamici, Abu Nasr Muhammad ibn Muhammad Farabi (latinizzato in Alfarabius), che visse ad Aleppo dal 942 al 950, anno

della sua morte. Al-Farabi è uno dei maggiori filosofi ellenizzanti musulmani di lingua araba. Scrisse di logica, di musica, di fisica, e soprattutto di politica: la sua Città virtuosa, che a una prima superficiale lettura sembra presentarsi come un’utopia politica ispirata alla Repubblica di Platone, costituisce, in realtà, una complessa riflessione che proietta il problema politico in una dimensione metafisica. Un altro famoso intellettuale presente alla corte hamdanide fu Abu ’l-Ala al-Ma‘arri (morto nel 1058), asceta rigoroso ma eccentrico, recluso dal mondo ma circondato di discepoli, pio predicatore, ma forse sacrilego imitatore del Corano. In lui convivono esistenzialmente il desiderio di credere e il dubbio, senza che alcuna formula superiore intervenga a fare la sintesi. Se si dovesse individuare un motore del pensiero di al-Ma‘arri, sarebbe certamente quello della messa in discussione delle religioni tradizionali, accompagnata da una severa critica del potenziale conoscitivo della ragione, che solo nell’ambito etico è in grado di approdare a conclusioni certe.

a r c h e o 87


Turn static files into dynamic content formats.

Create a flipbook