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Archeo n. 376, Giugno 2016

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ARCHEO 376 GIUGNO

ESCLUSIVA

L’

ORO DEL

GROTTE SCALINA

TURKMENISTAN

L’AVVENTUROSA SCOPERTA DI UNA CIVILTÀ DI 4000 ANNI FA

REGNO DI CHU VINO ETRUSCO

NELLA VALLE DEL VINO ETRUSCO

MOSTRE VENETO

CHU. UN ANTICO REGNO CINESE

VITERBO

I MISTERI DI GROTTE SCALINA

€ 5,90

SPECIALE TURKMENISTAN

Mens. Anno XXXII n. 376 giugno 2016 € 5,90 Poste Italiane Sped. in A.P. - D.L. 353/2003 conv. L. 46/2004, art. 1, c. 1, LO/MI.

MITRA PITIGLIANO

MAREMMA

www.archeo.it


EDITORIALE

IL SILENZIO, DIO E LE ROVINE Per molti è stato l’ultimo, grande protagonista di un’archeologia dalla conduzione personalistica, perfino totalizzante. Per altri fu l’esponente di una disciplina «imperiale», di un impero, tuttavia, destinato a incrinarsi di lí a breve. Quale che sia il giudizio dei posteri, a Viktor Sarianidi (1929-2013) si deve la scoperta di un universo culturale rimasto nascosto per millenni sotto la polvere di una delle regioni piú impervie del nostro pianeta, quella del deserto di Karakum (le «sabbie nere»), nell’odierno Turkmenistan. Negli anni Sessanta e Settanta del secolo scorso, l’archeologo russo diresse le sue prime missioni di scavo nel Nord dell’Afghanistan: qui, nell’anno precedente l’invasione sovietica (1979), compie una scoperta sensazionale: a Tillya Tepe (la «collina d’oro») porta alla luce sei tumuli funerari ricolmi di oltre ventimila gioielli d’oro appartenuti a una civiltà nomade del I secolo a.C., il famoso «tesoro della Battriana». Ma erano i siti protostorici affioranti nell’area che piú affascinavano Sarianidi: per essi - sin dai primi anni Settanta - gli archeologi sovietici avevano coniato la definizione di «Complesso archeologico margiano-battriano», oggi conosciuto come «civiltà dell’Oxus». Battriana era il nome dato dai Greci alle regioni settentrionali dell’odierno Afghanistan, Margiana designava invece la vasta area corrispondente agli odierni Turkmenistan e Uzbekistan, Oxus, infine, era il nome greco per l’Amu Dar’ya, il fiume che attraversa questa terra. Cosí, mentre in Afghanistan infuria la guerra civile e, un decennio dopo, nel 1990, il mondo assiste al crollo dell’Unione Sovietica, Sarianidi sposta le sue esplorazioni piú a nord, nel delta di un altro fiume, il Murghab, le cui acque scaturiscono dalle montagne dell’Hindukush e si sperdono nelle infinite sabbie del Karakum, non prima, però, di dare forma a un vasto reticolo di oasi. E proprio qui, su una collina ai margini del deserto che i locali chiamano Gonur, «la grigia», e che, a un occhio inesperto appare come un’arida distesa di sabbia e macchia, l’archeologo porta alla luce i resti di una grande città, protetta da mura possenti: è la capitale di un’antica civiltà delle oasi, estesa – come sappiamo oggi – su un territorio di circa 1600 chilometri quadrati, contemporanea alle grandi culture fluviali protostoriche del Nilo, della Mesopotamia e dell’Indo. Ne parliamo nello speciale di questo numero (vedi alle pp. 80-105). L’identificazione con l’oggetto delle sue scoperte fu, per Sarianidi, totale: «Nessuno credeva che qualcuno avesse potuto abitare questo luogo desolato, fino a quando non sono arrivato io», aveva dichiarato nel 2006. E, confessando il suo attaccamento a una terra dura e inospitale, ma che gli aveva restituito la gloria, aveva aggiunto: «Sono tra quelli che non possono vivere senza il deserto, non c’è un posto simile al mondo; né moglie, né bambini, solo il silenzio, Dio e le rovine». Andreas M. Steiner

Viktor Sarianidi (primo da destra) sullo scavo di Gonur Depe.


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SOMMARIO EDITORIALE

Il silenzio, Dio e le rovine

SCOPERTE 3

di Andreas M. Steiner

Attualità NOTIZIARIO

Le due vite di un monumento

26

di Vincent Jolivet, Edwige Lovergne e Luca Pesante

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SCOPERTE Arriva dalla Francia l’ennesima, straordinaria conferma: anche i nostri «cugini» neandertaliani celebravano pratiche rituali simili a quelle dei loro successori 8

SCOPERTE

Quel mitreo fatto in casa di Alfonsina Russo e Maria Gabriella Scapaticci

PARCHI ARCHEOLOGICI 40

O Piccola Gerusalemme! 46 di Carlo Casi, Enrico Pellegrini e Debora Rossi

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ALL’OMBRA DEL VESUVIO Pompei offre una suggestiva contaminazione tra antichità e arte contemporanea, esponendo, presso alcuni dei suoi monumenti piú famosi le sculture del maestro polacco Igor Mitoraj 12 PAROLA D’ARCHEOLOGO Sta per prendere il via lo scavo del sito egiziano di Umm al-Dabadib: ne parliamo con Corinna Rossi, che guida il progetto di ricerca 14

46 MOSTRE

Nel regno di Chu

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di Marco Meccarelli In copertina stella in oro verosimilmente facente parte dell’ornamento di una veste, da Gonur Depe. Tardo III mill. a.C.

Anno XXXII, n. 376 - giugno 2016 Registrazione al tribunale di Milano n. 255 del 07.04.1990

Direttore responsabile: Pietro Boroli Direttore editoriale: Andreas M. Steiner a.m.steiner@mywaymedia.it Redazione: Stefano Mammini stefano.mammini@mywaymedia.it Collaboratori della redazione: Ricerca iconografica: Lorella Cecilia lorella.cecilia@mywaymedia.it Impaginazione: Davide Tesei Redazione: Piazza Sallustio, 24 – 00187 Roma tel. 02 0069.6352 Comitato Scientifico Internazionale

Richard E. Adams, Maxwell L. Anderson, Bernard Andreae, José M. Blázquez, John Boardman, Larissa Bonfante, Mounir Bouchenaki, Jean Chavaillon, Yves Coppens, W.A. van Es, M’Hamed Fantar, Otto H. Frey, Louis Godart, Friedrich W. von Hase, Thomas R. Hester, Donald C. Johanson, Vassos Karageorghis, Venceslas Kruta, Richard E. Leakey, Henry de Lumley, Javier Nieto, Patrice Pomey, Paul J. Riis, Conrad M. Stibbe

Comitato Scientifico Italiano

Enrico Acquaro, Ermanno A. Arslan, Andrea Augenti, Sandro F. Bondí, Francesco Buranelli,

Francesca Ceci, Francesco D’Andria, Giuseppe M. Della Fina, Paolo Delogu, Francesca Ghedini, Piero Alfredo Gianfrotta, Pier Giovanni Guzzo, Eugenio La Rocca, Daniele Manacorda, Danilo Mazzoleni, Cristiana Morigi Govi, Lorenzo Nigro, Sergio Pernigotti, Marcello Piperno, Claudio Saporetti, Giovanni Scichilone, Paolo Sommella, Romolo A. Staccioli, Giovanni Verardi, Massimo Vidale. Hanno collaborato a questo numero: Gian Luca Bonora è direttore della Missione Archeologica Italiana in Kazakistan. Luciano Calenda è consigliere del CIFT, Centro Italiano Filatelia Tematica. Carlo Casi è direttore scientifico della Fondazione Vulci. Francesca Ceci è archeologa presso la Direzione dei Musei Capitolini di Roma. Barbara Cerasetti è direttore della Missione Archeologica Italiana in Turkmenistan. Nadezhda A. Dubova è archeologa presso l’Istituto di Etnologia e Antropologia RAS, Mosca. Marco Firmati è direttore del Museo Archeologico e della Vite e del Vino, Scansano. Vincent Jolivet è direttore di ricerca presso il CNRS. Paolo Leonini è storico dell’arte. Edwige Lovergne è archeologa. Alessandro Mandolesi si occupa di comunicazione archeologica per conto della Soprintendenza Pompei. Flavia Marimpietri è archeologa e giornalista. Marco Meccarelli è storico dell’arte orientale. Enrico Pellegrini è direttore archeologo presso la Soprintendenza Archeologia del Lazio e dell’Etruria meridionale. Luca Pesante è archeologo medievista. Debora Rossi è archeologa. Alfonsina Russo è soprintendente archeologo del Lazio e dell’Etruria meridionale. Maria Gabriella Scapaticci è direttore archeologo presso la Soprintendenza Archeologia del Lazio e dell’Etruria meridionale. Romolo A. Staccioli è stato professore di etruscologia e antichità italiche presso «Sapienza» Università di Roma. Massimo Vidale è docente di archeologia delle produzioni all’Università degli Studi di Padova. Andrea Zifferero è professore associato di etruscologia e antichità italiche all’Università degli Studi di Siena. Illustrazioni e immagini: Cortesia Nadezhda A. Dubova: copertina e pp. 3, 80/81, 82 (alto e centro), 83-99 – Cortesia Ufficio stampa CNRS: pp. 8 (Etienne Fabre-SSAC), 9 (alto e basso, Michel Soulier-SSAC) – Doc. red.: p. 10, 44, 70 (centro), 70 (basso, secondo piano), 70/71 (alto), 106 (alto e centro), 107-108 – Cortesia Università degli Studi di Napoli Suor Orsola Benincasa: p. 11 – Cortesia Soprintendenza Pompei: foto Giovanni Ricci-Novara: pp. 12-13 – Cortesia Politecnico di Milano: pp. 14-15 – Cortesia Ufficio stampa: pp. 16, 18, 58-59, 60 (alto e centro), 61-68 – Cortesia degli autori: pp. 26/27, 29-35, 37-38, 50 (basso), 51 (basso),


STORIA

Nella valle del vino etrusco

70

di Marco Firmati e Andrea Zifferero

70

Rubriche QUANDO L’ANTICA ROMA... …s’affacciò sul Golfo Persico

106

di Romolo A. Staccioli

SPECIALE

L’ALTRA FACCIA DELLA MEDAGLIA

Tutti come Alessandro 110 di Francesca Ceci

LIBRI

80

112

Turkmenistan

Civiltà della Margiana

80

a cura di Massimo Vidale, con contributi di Gian Luca Bonora, Barbara Cerasetti e Nadezhda A. Dubova

52-53, 54 (alto), 70 (basso, primo piano), 71-75, 76 (disegno di di Andrea Sgherri), 77, 78 (alto), 78 (basso; Studio Inklink, Firenze), 110-111 – Shutterstock: pp. 36/37, 55 – Cortesia Soprintendenza Archeologia del Lazio e dell’Etruria meridionale: pp. 40-43 – Gianluca Baronchelli: pp. 46/47, 48, 50 (alto), 51 (alto), 54 (basso), 56 – Francesco Corni: disegno alle pp. 48/49 – Andreas M. Steiner: p. 79 – Cortesia Missione Archeologica Italiana in Turkmenistan: pp. 100-101 – Cortesia Missione Archeologica Italiana in Kazakistan: pp. 102-105 – Mondadori Portfolio: AKG Images: p. 106 (basso) – Cippigraphix: cartine e rielaborazioni grafiche alle pp. 28 (da: E. Colonna di Paolo, G. Colonna, Norchia, Roma 1978), 47, 60, 71, 82. Riguardo alle illustrazioni, la redazione si è curata della relativa autorizzazione degli aventi diritto. Nel caso che questi siano stati irreperibili, si resta comunque a disposizione per regolare eventuali spettanze.

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n otiz iari o SCOPERTE Francia

ANCHE I NEANDERTALIANI ADORAVANO IL FUOCO?

F

in dalla sua scoperta, nel 1990, la grotta di Bruniquel, nel dipartimento Tarn-et-Garonne (Francia sud-occidentale), si era imposta all’attenzione per l’eccezionale stato di conservazione degli ambienti, per la ricchezza delle formazioni naturali, per la presenza di paleosuoli con ossa e impronte di orso e, soprattutto, perché custodiva una serie di strutture di forma circolare o subcircolare, realizzate con oltre 400 stalagmiti intere o frammentarie. A questi “circoli” erano associate varie testimonianze di uso del

8 archeo

fuoco: frammenti di calcite anneriti dalla fiamma e dalla fuliggine, altri lesionati dal calore dei focolari e resti combusti, in particolare ossa calcinate. Qualche anno piú tardi, analisi effettuate con il 14C su un frammento d’osso avevano fornito una data di almeno 47 600 anni fa. Nel 2013 sono state avviate nuove ricerche ed eseguiti nuovi esami: oltre al rilievo tridimensionale delle strutture realizzate con le stalagmiti e la schedatura degli elementi che le compongono, è stato condotto uno studio mirato ad accertare eventuali anomalie causate dal calore sprigionato dai fuochi, che

ha permesso di redigere una mappa dei punti in cui essi furono accesi. I risultati piú interessanti sono scaturiti dall’esame delle strutture, poiché, a oggi, non si conoscono altri contesti in cui si sia fatto ricorso in maniera altrettanto massiccia alle stalagmiti come materiale da costruzione (si stima che ne siano state movimentate circa 2 tonnellate). Tuttavia, la vera sorpresa si è avuta all’indomani di una nuova campagna di analisi cronologiche, per le quali si è questa volta fatto ricorso al metodo dell’Uranio-Torio: alcuni frammenti di calcite hanno


Sulle due pagine: immagini della scoperta effettuata nella grotta di Bruniquel (Tarn-et-Garonne, Francia sud-occidentale). Da sinistra: una veduta della sala; un focolare; l’esecuzione di un carotaggio in uno dei depositi di stalagmiti. infatti restituito una data pari a 175 000 anni da oggi, con una possibile oscillazione di 2000 anni. Il dato è eccezionale, in quanto non soltanto riporta ben piú indietro nel tempo la realizzazione dei circoli, ma li assegna all’Uomo di Neandertal, confermando una realtà che le scoperte degli ultimi decenni rendono sempre piú chiara: il predecessore (anche se, almeno in parte, le due specie convissero) dell’uomo anatomicamente moderno aveva già sviluppato molti tratti destinati a divenire distintivi anche del secondo. Le scoperte compiute a Bruniquel, in

particolare, provano che anche i Neandertaliani frequentarono le grotte e vi realizzarono strutture complesse, dimostrando quindi la capacità di organizzare la manodopera e di coinvolgere, se necessario, una forza lavoro di proporzioni considerevoli. Né è meno importante la prova di una gestione del fuoco ormai

ampiamente sperimentata. E, per quanto riguarda il fuoco, non sono da escludere altre novità: prossimo obiettivo dei ricercatori è infatti quello di accertare le funzioni della grotta, che potrebbe essere stata utilizzata come un luogo adibito alla celebrazione di riti incentrati proprio sull’accensione dei focolari. Stefano Mammini

archeo 9


LE DUE VITE DI

UN MONUMENTO SCOPERTA NELL’OTTOCENTO DALL’ARCHEOLOGO VITERBESE LUIGI ROSSI DANIELLI, LA GRANDIOSA TOMBA RUPESTRE DI GROTTE SCALINA ERA SVANITA NEL NULLA. ECCO LA STORIA DI UNA STRAORDINARIA RISCOPERTA E DI UN IMPORTANTE PROGETTO DI RICERCA di Vincent Jolivet, Edwige Lovergne, Luca Pesante

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N

ei primi anni del Novecento, l’archeologo viterbese Luigi Rossi Danielli (1870-1909) condusse numerosi scavi intorno alla sua città, in particolare sui siti di San Giuliano, Ferento, Vetralla e Musarna. La fine prematura non gli consentí di pubblicarne i risultati, ma di quell’attività lasciò una documentazione assai ampia, sotto forma di note, piante e quaderni accuratamente redatti, purtroppo oggi dispersa tra varie sedi, e il cui potenziale informativo è in parte ancora da sfruttare. In questa ricca messe di dati, furono pubblicati nel 1962 una fotografia e due schizzi di un singolare monumento funerario. La fotografia, accompagnata dalla didascalia «Tomba a Cordigliano», ritrae l’archeologo

può stimare l’altezza del monumento in 6 m circa, mentre la profondità della camera funeraria, di pianta quadrata (2 m circa di lato), si sarebbe aggirata intorno ai 2 m. La vista zenitale propone un solo letto funerario lungo la parete posteriore, dotato di un cuscino alla sua estremità sinistra. UNA SUGGESTIVA Curiosamente, questo importante FONTE DI ISPIRAZIONE Gli schizzi (vedute frontale e zeni- monumento funerario – la cui fotale) consentono di precisarne le caratteristiche: si trattava del pro- Sulle due pagine: una veduta spetto di una tomba con porta cen- d’insieme della facciata della tomba trale sormontata da un architrave a monumentale di Grotte Scalina, nei becco di civetta, caratteristico dei pressi di Viterbo, localizzata per la sepolcri etruschi di età ellenistica. prima volta da Luigi Rossi Danielli e La porta era affiancata, a sinistra, riscoperta nel 1998. La tipica finta dalla scala monumentale, e, a destra, porta, al centro, è inquadrata tra la da un’anta sormontata da un capi- scalinata monumentale, a sinistra, e il tello. Anche in assenza di quote, si grande pilastro, a destra. viterbese e il suo collega e amico Luigi Scriattoli davanti all’imponente facciata di una tomba rupestre che presenta, oltre a un’alta finta porta – tipica delle tombe etrusche –, un’impressionante scala sporgente, scavata nel tufo.

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PARCHI ARCHEOLOGICI • PITIGLIANO

O PICCOLA

GERUSALEMME! IL SOPRANNOME CONIATO PER LA CITTADINA DI PITIGLIANO EVOCA VICENDE DI ANTICA ACCOGLIENZA. PRIMA DI ALLORA, PERÒ, GIÀ LUNGA ERA STATA LA STORIA DEL SUGGESTIVO BORGO, LA CUI RUPE FU OCCUPATA FIN DALL’ETÀ DEL BRONZO E VIDE POI FIORIRE UN IMPORTANTE CENTRO ETRUSCO, DI CUI SONO OGGI TESTIMONIANZA LE RICCHE TOMBE DELLE SUE NECROPOLI di Carlo Casi, Enrico Pellegrini e Debora Rossi 46 a r c h e o


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itigliano appare d’improvviso, quando la brusca svolta sotto la chiesa della Madonna delle Grazie scopre la lingua tufacea sulla quale il borgo è nato e si è sviluppato, affacciato sulle strette e ombrose valli del Meleta e del Lente. L’impressione è quella di un’enorme scultura intagliata nella roccia da antichi artisti, al cui interno l’uomo ha scavato le sue abitazioni, trovando sicurezza e riparo. Mirabile crocevia di culture, quest’angolo recondito della Maremma grossetana ha rappresentato rifugio e salvezza per il popolo dei perseguitati che, a seguito delle bolle papali, dovette abbandonare le piú importanti città nelle quali si era storicamente insediato: gli Ebrei. Qui la comunità ebraica crebbe e si sviluppò, in un rapporto di convivenza e tolleranza cosí felice da far ribattezzare la cittadina «Piccola Gerusalemme».

LE PAROLE DI UN VIAGGIATORE CELEBRE Altre tracce, non meno importanti, ne hanno segnato la storia e si deve all’archeologo e diplomatico inglese George Dennis (1814-1898) il merito di aver identificato, durante i viaggi in Etruria compiuti tra il 1842 e il 1847, Pitigliano come «un luogo Etrusco, che, non essendo mai stato visitato dagli archeologi, non è stato riconosciuto ancora come tale. [Ci sono] tombe su ogni lato – dalla sommità dell’altura su cui si innalza la città, giú fino alle rive del torrente, e di nuovo su per l’opposto versante del burrone – pendio, rupe e sporgenze, sono crivellati di tombe.Vi sono anche tratti dell’antica strada, tagliati nel tufo, con dei colatoi laterali, e nicchie nelle pareti (...) Quali

Emilia-Romagna Liguria Mas asssssa ass a

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Lazio

Sulle due pagine: una panoramica di Pitigliano (Grosseto), centro fra i piú ricchi di storia della Maremma, visto dalla necropoli di San Giovanni. Il primo insediamento umano sul sito risale all’età del Bronzo. a r c h e o 47


MOSTRE • ADRIA - ESTE

NEL REGNO DI CHU ALLESTITA NEI MUSEI ARCHEOLOGICI DI ADRIA E DI ESTE, CON UNA SIGNIFICATIVA «APPENDICE» A VENEZIA, LA MOSTRA SULLO STATO DI CHU GETTA LUCE SU UNO DEI MOMENTI DI MASSIMO FULGORE DELLA CINA ANTICA. I CUI PADRONI DI ALLORA FURONO VALENTI GUERRIERI, MA ANCHE RAFFINATI ESTIMATORI DELLE ARTI di Marco Meccarelli

In alto: incensiere in bronzo per uso domestico o funerario, dalla Tomba 2 di Jiuliandun, Hubei. V-III sec. a.C. A sinistra: contenitore rituale in bronzo per cuocere detto ding, da Jingmen, Hubei. V-III sec. a.C. 58 a r c h e o


A sinistra: candelabro in bronzo, da Jiangling, Hubei. IV sec. a.C. circa. In basso: contenitore rituale in bronzo per acqua detto yi, da Zhaojiabang, Hubei. VI sec. a.C. circa.

«S Salvo diversa indicazione, gli oggetti riprodotti in queste pagine sono esposti nella mostra «Meraviglie dello Stato di Chu», allestita nei Musei Nazionali di Este e Adria.

u di un carro a forma di fenice, tirato da quattro dragoni, m’innalzo verso il cielo, in un turbinio polveroso. Partii al mattino, iniziando il viaggio da Cangwu, giunsi alla sera ai giardini pensili del Paradiso». Sono alcuni dei versi delle Elegie di Chu (Chuci), tradizionalmente attribuite a Qu Yuan (IV-III secolo a.C.), il primo poeta cinese uscito dall’anonimato del cantore mitico. Siamo ai primordi della letteratura cinese e fa da cornice il potente e raffinato regno di Chu, che raggiunse l’apice tra il V e il III secolo a.C., ma le cui origini andrebbero fatte risalire a diversi secoli prima, sebbene siano ancora in parte offuscate dalle nebbie del mito. Sappiamo con certezza, però, che Chu lasciò una grande eredità nella solenne tradizione artistica e culturale della dinastia Han (206 a.C.220 d.C.): la versatilità delle manifestazioni regionali del glorioso regno, infatti, fu riletta secondo il gusto estetico dell’arte dinastica, fino a estendersi successivamente a tutta la civiltà imperiale. Tale complessità di fattori ha indotto gli studiosi a concepire

la cultura di Chu come un fenomeno tutt’altro che «monolitico», ma come l’esito di contributi molteplici, sedimentati nel corso dei secoli, fra tradizioni nomadi e sedentarie, tra cultura locale e interferenze esterne e ancora tra potere centrale e realtà periferica.

SUL FIUME AZZURRO Il nucleo originario di provenienza corrisponde alle odierne province dello Hubei e dello Hunan, lungo il corso del Fiume Azzurro (Yangzi), nell’attuale Cina sud-orientale, dove sono stati rinvenuti numerosi recipienti in bronzo riferibili al XIII-XI secolo a.C. e frutto di una produzione metallurgica che presenta chiare divergenze – per dimensioni, decorazioni e tenori delle leghe metalliche – rispetto alle coeve produzioni attestate nella Cina settentrionale. Nei primi anni, Chu fu innanzitutto uno Stato dall’impronta fortemente militare e in perenne espansione, tanto da aver fagocitato tutti gli altri con cui era solito allearsi. Progressivamente le origini nomadi e l’aggressività bellica lasciarono spazio a un solenne compiacimento

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NELLA VALLE DEL

VINO ETRUSCO LE COLLINE INTORNO A SCANSANO, CENTRO DI PRODUZIONE DI UN CELEBRE ROSSO, IL MORELLINO, SONO AL CENTRO DI UNA RICERCA VOLTA A INDIVIDUARE LE TRACCE DEL PAESAGGIO VEGETALE ETRUSCO di Marco Firmati e Andrea Zifferero


Grosseto Scansano Sorano Magliano in Toscana

Ghiaccio Forte

Marsiliana a Albegn

Pitigliano

Lago di Bolsena

Manciano

Albinia

Vulci Orbetello

Mar Tirreno

Viterbo

Tarquinia

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el cuore della Maremma, arroccato sulla dorsale di colline che separa il bacino dell’Ombrone dalla valle dell’Albegna – sulla quale si affaccia –, il paese di Scansano è noto per il suo apprezzato vino rosso: il Morellino. Da oltre dieci anni, però, il borgo ha assunto un ruolo di primo piano nella ricerca archeologica sulla vitivinicoltura nell’antichità. Qui, infatti, si svolse nel 2005 il convegno «Archeologia della Vite e del Vino in Etruria» (organizzato da Università di Siena e di Milano, Soprintendenza Archeologia della Toscana e Comune di Scansano), che fece il punto sullo stato della ricerca internazionale nel settore. In quell’occasione furono illustrati anche i primi risultati dell’innovativo Progetto Vinum, avviato l’anno precedente tra Toscana e Lazio, muovendo dalla domanda: è possibile che nell’attuale vegetazione dell’Etruria siano sopravvissuti brandelli del paesaggio vegetale etrusco? E con quali metodi scientifici potremmo documentarne la natura e l’incidenza sulla vegetazione contemporanea? A cavallo tra archeologia, botanica e genetica, l’indagine ha avuto per oggetto le caratteristiche biomole-

Sulle due pagine e nella pagina accanto, in alto: filari di vite nella Maremma toscana. Nella pagina accanto in basso: coppa attica proveniente dalla tomba della Parrina (Orbetello). A destra: bronzetto con roncola dal santuario rurale di Montiano (Magliano in Toscana). a r c h e o 71


SPECIALE • TURKMENISTAN

CIVILTÀ DELLA MARGIANA SEMBRA INCREDIBILE CHE LA «MARGUSH» DEI PERSIANI, POTENTE E RICCHISSIMA, SIA SFUGGITA ALLE ATTENZIONI DEGLI ARCHEOLOGI SINO A DUE DECENNI FA. NEMMENO I CONTEMPORANEI TESTI CUNEIFORMI DEL TARDO III MILLENNIO A.C. NE FANNO CHIARA MENZIONE. TUTTAVIA, GRAZIE ALL’INTUITO DEGLI STUDIOSI SOVIETICI, OGGI SAPPIAMO CHE I RE DELLA MARGIANA PROTOSTORICA VIVEVANO IN PALAZZI SONTUOSI, PARI A QUELLI DI UR, EBLA E MARI. E LE SCOPERTE DI GONUR HANNO RIVOLUZIONATO L’ARCHEOLOGIA ORIENTALE a cura di Massimo Vidale, con contributi di Nadezhda A. Dubova, Gian Luca Bonora e Barbara Cerasetti

N

el nostro immaginario, non è difficile dare vita alle carovane della Via della Seta che, in età tardo-antica e medievale, attraversavano le pianure dell’Asia interna, la distesa di steppe che forma la fragile spina dorsale dell’Eurasia. Merv, la grande città che ancora racchiude due consonanti del nome Margiana, «Margush» in antico persiano, era stata fondata almeno mille anni prima, dai «Re dei Re» achemenidi. Continuò poi a fiorire, dopo la scorreria di Alessandro, sotto il regno dei Seleucidi, quindi, senza interruzione, ai tempi dei Parti e dei grandi sovrani sasanidi; fino a che l’ultimo re,Yazdegird III (631651 d.C.), non fu assassinato nell’oasi stessa dai propri seguaci, incalzati dall’onda delle armate islamiche, che sembravano inarrestabili. Dalle trincee di scavo aperte nella cittadella di Erk Kala, l’acropoli, e nella città inferiore di Gyaur Kala, entrambe fittamente abitate prima dell’invasione araba, emergono opere d’arte e monete, iscrizioni nelle diverse lingue dell’impero (medio persiano, partico, battriano e sogdiano), croci cristiane, 80 a r c h e o

Viktor Sarianidi (1929-2013). Dopo la caduta dell’URSS, l’archeologo iniziò a collaborare con lo Stato indipendente del Turkmenistan, rendendosi protagonista delle clamorose e discusse scoperte raccontate in queste pagine.


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SPECIALE • TURKMENISTAN

MISSIONE IN KAZAKISTAN Da alcuni anni, il villaggio dell’età del Bronzo di Shagalaly II viene scavato dagli archeologi italiani e sta restituendo dati preziosi sulla protostoria della regione di Gian Luca Bonora

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a Missione Archeologica Italiana in Kazakistan è impegnata dal 2012 nello studio della media valle del fiume Chaglinka e nello scavo dell’insediamento dell’età del Bronzo di Shagalaly II, localizzato nella regione di Akmola (Kazakistan settentrionale), circa 270 km a nord-ovest dalla capitale del Paese, Astana, nel cuore delle Una stele in pietra individuata nel corso delle ricognizioni condotte dalla Missione Archeologica Italiana in Kazakistan nella media valle del fiume Chaglinka.

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steppe dell’Eurasia. Il villaggio di Shagalaly II fu scoperto da Kimal Akishev nel 1954, nel corso delle esplorazioni archeologiche del Kazakistan settentrionale e centrale connesse con il progetto politico della messa a coltura delle «Terre Vergini» attuato da Nikita Chruscëv. Nel 2010, l’Istituto di Archeologia interno all’Università Euroasiatica «L.N. Gumilev»


In alto: il campo base della Missione Archeologica Italiana in Kazakistan. In basso: vaso in ceramica da Shagalaly II.

di Astana ha intrapreso lo studio del settore centrale dell’insediamento come scavo-scuola per gli studenti della facoltà di Storia e della cattedra di Archeologia ed Etnologia della sopra citata Università. La Missione Italiana in Kazakistan, diretta da chi scrive, si è aggiunta al progetto negli ultimi quattro anni.

CASE SEMI-INTERRATE Il complesso archeologico di Shagalaly II è articolato in diversi settori: un villaggio della Media e Tarda età del Bronzo, composto da quattordici abitazioni semi-interrate, disteso su un terrazzo fluviale intaccato da sepolture dell’età del Bronzo Finale; una necropoli con tombe a cista della Tarda età del Bronzo e alcuni tumuli funerari dell’età del Ferro sulla

sommità della collina che protegge il lato meridionale del villaggio; una seconda necropoli di tombe a cista sul pendio della collina, poche decine di metri a sud del villaggio e una terza necropoli con tumuli funerari dell’età del Ferro e tardo-medievali sulle colline e sui pendii delle stesse a oriente del villaggio. Lungo il corso del fiume Chaglinka, diversi accampamenti di epoca neolitica sono contraddistinti da strumenti in selce (lame, lamelle e raschiatoi) e rari reperti ceramici decorati a incisione. L’interesse maggiore è suscitato dal villaggio che presenta una stratificazione archeologica e reperti datati alle fasi Media e Tarda dell’età del Bronzo. La piú antica fase d’insediamento è datata alla fine del III millennio a.C. e il

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