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Archeo n. 338, Aprile 2013

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2013

PARMA

ANTICA CINA / 4 statI COMBATTENTI

TELL HALAF

MITI GRECI / 4 EDIPO

BEMBO

speciale ANTICITERA

€ 5,90

Mens. Anno XXIX numero 4 (338) Aprile 2013 € 5,90 Prezzi di vendita all’estero: Austria € 9,90; Belgio € 9,90; Grecia € 9,40; Lussemburgo € 9,00; Portogallo Cont. € 8,70; Spagna € 8,40; Canton Ticino Chf 14,00 Poste Italiane Sped. in A.P. - D.L. 353/2003 conv. L. 46/2004, art. 1, c. 1, LO/MI.

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ch

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archeo 338 aprile

CIVILTà DELLA CINA

L’ETà DEgli stati COMBATTENTI

LUOGHI DELLA LEGGENDA

I MISTERi DI TELL HALAF

MOSTRE

LE ANTICHITà DI PIETRO BEMBO

SPECIALE

emersi dal gli

eroi

mare

www.archeo.it


editoriale

novecento

Tra coloro che si affrettarono a rendere omaggio al nuovo museo inaugurato dall’orientalista Max von Oppenheim vi furono il re dell’Iraq e della Siria Faisal I, il drammaturgo Samuel Beckett e perfino la già celebre Agatha Christie. Nel luglio del 1930, in un edificio industriale abbandonato nel quartiere berlinese di Charlottenburg, il barone aveva allestito le enormi statue in basalto, da lui stesso scoperte vent’anni prima a Tell Halaf, una località della Siria settentrionale, e trasportate, caricando 13 vagoni ferroviari e poi via mare, da Aleppo fino in Germania. Tra le sculture vi era quella di una donna seduta, dai tratti severi, con due lunghe trecce che le scendevano ai lati del volto, segnato da un naso aquilino: «la mia Venere», cosí von Oppenheim la introduceva ai suoi ospiti. L’incredibile vicenda degli «dèi» di Tell Halaf attraversa il Novecento come una sinistra metafora del secolo stesso che li ha visti riemergere dalla polvere: con l’avvento delle leggi razziali, von Oppenheim fu costretto a difendere le «sue» sculture con le unghie e con i denti, affrontando insinuazioni antisemite – era di origini ebraiche – da parte di coloro che volevano impadronirsene (tra cui il direttore dei musei berlinesi) e, addirittura, perorando di fronte a un comitato di gerarchi nazisti la presunta «arianità» degli antichi reperti. Sarà la seconda guerra mondiale, infine, con un bombardamento nel novembre del 1943, a ridurre le grandi sculture, vissute nascoste ma integre per tremila anni, a un cumulo di macerie. Eppure, l’esistenza degli «dèi» non finirà qui, varcherà addirittura la soglia del secolo nuovo. Già due anni prima della sua morte, avvenuta nel 1946, Max von Oppenheim aveva scritto con profetico ottimismo che «sarebbe cosa straordinaria se i singoli pezzi potessero, un giorno, essere ricomposti...». E cosí, come possiamo leggere nel nostro servizio (alle pp. 52-64) l’emblematica parabola degli «dèi di Tell Halaf» si prolunga fino ai giorni nostri; mentre un’altra, grande avventura archeologica, anch’essa tornata alla ribalta proprio in questi mesi e che raccontiamo nello speciale di questo numero, ci riporta nuovamente indietro nel tempo, a un limpido giorno di primavera del 1900… Andreas M. Steiner La «Venere» di Tell Halaf oggi, insieme agli scienziati della Technische Universität di Berlino, protagonisti del suo resaturo.


Sommario Editoriale

Novecento

i luoghi della leggenda

3

Tell Halaf, il ritorno degli antenati perduti

di Andreas M. Steiner

Attualità notiziario

6

scavi Interventi di archeologia preventiva a Savona svelano importanti testimonianze dell’età romana, tra cui tracce di una intensa attività vitivinicola 6 parola d’archeologo Il Sovrintendente Capitolino Umberto Broccoli spiega le ragioni dell’abbandono in cui versa Villa Aldobrandini

52

di Massimo Vidale e Andreas M. Steiner

mitologia, istruzioni per l’uso/4 L’enigma della successione

66

di Daniele F. Maras

38 12

mostre La magia di Ercolano rivive nelle fotografie di Luciano Pedicini eposte nel Museo Archeologico Nazionale di Napoli 16

dalla stampa internazionale Il nuovo corso politico imboccato dall’Egitto mette a rischio la tutela del patrimonio? 26

da atene

Sulla strada della discordia

28

di Valentina Di Napoli

scoperte Parma

Scavando s’impara

32

di Giuseppe M. Della Fina

civiltà cinese/4

Stagioni di guerra

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di Marco Meccarelli In copertina la testa della statua bronzea nota come Efebo di Anticitera, recuperata nel 1900-1901 nelle acque al largo dell’isolotto greco. 340-330 a.C.

Anno XXIX, n. 4 (338) - aprile 2013 Registrazione al tribunale di Milano n. 255 del 07.04.1990

Direttore responsabile: Pietro Boroli Direttore editoriale: Andreas M. Steiner a.m.steiner@mywaymedia.it Redazione: Stefano Mammini stefano.mammini@mywaymedia.it Collaboratori della redazione: Ricerca iconografica: Lorella Cecilia lorella.cecilia@mywaymedia.it Impaginazione: Marialuisa Rossignoli Redazione: Piazza Sallustio, 24 – 00187 Roma tel. 02 21768.507 Comitato Scientifico Internazionale

Richard E. Adams, Maxwell L. Anderson, Bernard Andreae, José M. Blázquez, John Boardman, Larissa Bonfante, Mounir Bouchenaki, Jean Chavaillon, Yves Coppens, W.A. van Es, M’Hamed Fantar, Otto H. Frey, Louis Godart, Friedrich W. von Hase, Witold Hensel, Thomas R. Hester, Donald C. Johanson, Vassos Karageorghis, Venceslas Kruta, Richard E. Leakey, Henry de Lumley, Javier Nieto, Patrice Pomey, Paul J. Riis, Conrad M. Stibbe.

Comitato Scientifico Italiano

Enrico Acquaro, Ermanno A. Arslan, Andrea Augenti, Sandro F. Bondí, Francesco Buranelli, Francesca Ceci, Francesco D’Andria, Giuseppe M. Della Fina, Paolo Delogu, Francesca Ghedini, Piero Alfredo Gianfrotta, Pier Giovanni Guzzo, Eugenio La Rocca, Giancarlo

Ligabue, Daniele Manacorda, Danilo Mazzoleni, Cristiana Morigi Govi, Lorenzo Nigro, Sergio Pernigotti, Marcello Piperno, Claudio Saporetti, Giovanni Scichilone, Paolo Sommella, Romolo A. Staccioli, Giovanni Verardi, Massimo Vidale. Hanno collaborato a questo numero: Daniele Arobba è direttore del Museo Archeologico del Finale. Andrea Augenti è professore di archeologia cristiana e medievale all’Università di Bologna. Francesca Bulgarelli è direttore archeologo presso Soprintendenza per i Beni Archeologici della Liguria Luciano Calenda è presidente del CIFT, Centro Italiano Filatelia Tematica. Rosanna Caramiello è professore ordinario di botanica forestale all’Università di Torino. Francesca Ceci è archeologa presso la Direzione dei Musei Capitolini di Roma. Giuseppe M. Della Fina è direttore scientifico della Fondazione «Claudio Faina» di Orvieto. Andrea De Pascale è conservatore del Museo Archeologico del Finale (IISL) e membro del Centro Studi Sotterranei di Genova. Valentina Di Napoli è archeologa. Stephen Fox è archeologo e docente di storia dell’arte. Giampiero Galasso è archeologo e giornalista. Paolo Leonini è storico dell’arte. Daniele F. Maras è docente del dottorato di ricerca in storia linguistica del Mediterraneo antico presso l’Università IULM di Milano. Flavia Marimpietri è archeologa specializzata in archeologia greca e romana. Marco Meccarelli è storico dell’arte orientale. Giorgio Rossignoli è dottore in scienze politiche. Massimo Vidale è professore di archeologia delle produzioni all’Università degli Studi di Padova. Illustrazioni e immagini: Mimmo Frassineti: copertina e pp. 72/73, 74/75 (sfondo), 76/77, 77, 78-85 – Cortesia TU-Pressestelle/Dahl: p. 3 – Cortesia Soprintendenza BA Liguria: pp. 6-10 – Doc. red.: pp. 12 (alto), 13-15, 26, 27, 38, 40, 43 (alto), 45, 47, 48, 56, 57, 70, 104, 105, 107, 111 (centro) – Cortesia Sovrintendenza Capitolina/Ufficio Comunicazione e Relazioni Esterne: p. 12 (basso) – Cortesia Arsenale Editrice/Luciano Pedicini: pp. 16-18 – Cortesia Ufficio Stampa: pp. 19, 20, 86, 88-102 – Cortesia 9a Soprintendenza Bizantina (Ministero Ellenico alla Cultura, Educazione, Sport e Affari Religiosi): pp. 28-29 – Cortesia Soprintendenza BA Emilia-Romagna: pp. 32-37 – E. Lessing Archive/Magnum/Contrasto: pp. 39, 44 – Corbis: STR/Epa: p. 40/41; Liu Liqun: p. 42; Todd Gipstein: p. 43 (basso); Asian Art & Archaeology: p. 46, 49; Araldo de Luca: p. 103 – DeA Picture Library: pp. 41, 106; G. Dagli Orti: pp. 58/59, 66/67, 68, 69; S. Vannini: p. 87 – Cortesia Staatliche Museen zu Berlin: pp. 54 (sinistra), 64; Olaf M. Teßmer: pp. 52, 63 (alto, sinistra e destra), 63 (basso, destra); Max Freiherr von Oppenheim-Stiftung, Köln: pp. 53, 54 (alto), 55, 60, 63 (basso, sinistra); Stefan Geismeier: p. 62; Nadja Cholidis: p. 63 (centro) – Mondadori Portfolio: Picture Desk


mostre/1 Cortona

Il restauro e la storia 86

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di Giuseppe M. Della Fina

mostre/2

Pietro Bembo

Il diletto delle anticaglie

52

94

di Stephen Fox

Rubriche scavare il medioevo

Damnatio memoriae in terra vichinga 106 di Andrea Augenti

l’ordine rovesciato delle cose

La fede nella roccia 108 di Andrea De Pascale

l’altra faccia della medaglia

Feste e scudi sacri

speciale 110

di Francesca Ceci

libri Images: p. 71 – Da The Antikythera Shipwreck (catalogo della mostra), Atene 2012: pp. 74, 76 (basso) – Griff Wason e Tony Freeth: ricostruzione grafica alle pp. 84/85 – Andrea De Pascale: pp. 108/109 – Niels Elgaard Larsen: p. 109 (basso) – Cortesia dell’autore: pp. 110, 111 (basso) – Cippigraphix: cartine alle pp. 28, 40, 57, 74/75, 105.

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112

Anticitera

Quegli eroi emersi dal mare

Distribuzione in Italia m-dis Distribuzione Media S.p.A. via Cazzaniga, 19 - 20132- Milano Tel 02 2582.1

Con riferimento all’articolo Veneti antichi (vedi «Archeo» n. 337, marzo 2013), desideriamo precisare che le foto degli oggetti pubblicati alle pp. 88-90 sono di Fabrizio Ragazzi.

Stampa: Officine Grafiche Novara, 1901 SpA

Riguardo alle illustrazioni, la redazione si è curata della relativa autorizzazione degli aventi diritto. Nel caso che questi siano stati irreperibili, si resta comunque a disposizione per regolare eventuali spettanze.

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di Valentina Di Napoli

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civiltà cinese • le origini/4

stagioni di guerra di Marco Meccarelli

Elementi decorativi in giada originariamente applicati su una veste, dalla tomba M 31 della necropoli di Tianma-Qucun (Shanxi). Epoca Jin, VI sec. a.C.

38 a r c h e o

Didascalia da fare Ibusdae evendipsam, officte erupit antesto taturi cum ilita aut quatiur restrum eicaectur, testo blaborenes ium quasped quos non etur reius nonem quam expercipsunt quos rest magni autatur apic teces enditibus teces.


Primavere e Autunni e Stati Combattenti : questi nomi, nelle fonti storiche cinesi, descrivono un’epoca di cambiamenti nella storia del paese, in cui «invasioni barbariche» e forze centrifughe portano alla frammentazione dei regni. ma è un periodo che vede uno sviluppo demografico e culturale senza precedenti e che inaugura, con la nascita del confucianesimo e del taoismo, un nuovo corso del pensiero filosofico

U

na rivoluzione politica e culturale sconvolge la Cina nell’VIII secolo a.C.: il potere centrale dei Zhou Occidentali (XI secolo-771 a.C.) mostra segni di cedimento, perché il sovrano, capo sacrale indiscusso, non riesce piú a detenere il controllo sui numerosi principati periferici, che iniziano a eludere la periodica visita a corte e, sotto la spinta di incursioni nomadi, fondano regni indipendenti con forme autonome di organizzazione sociale, gestione militare, e diffusione di monete, pesi, misure e persino sistemi di scrittura locali. La gloriosa fase delle Tre Dinastie ereditarie (Xia, Shang e Zhou; vedi «Archeo» n. 337, marzo 2013), che dal II millennio a.C. aveva dato vita alla prima forma di entità statale in Cina, giunge al suo epilogo: nel 771 a.C. un feudatario chiede aiuto ai «barbari» dell’Ovest per conquistare la capitale Hao (Shanxi), che viene messa a ferro e fuoco; il re viene massacrato, cosí come buona parte della popolazione. I Zhou sono costretti a ritirarsi verso Oriente, dove a Luoyang (Henan), viene stabilita la nuova capitale, e si dissolvono in un coacervo di principati feudali, in cui prevalgono forze centrifughe, malgrado i tentativi di imbrigliarle e contenerle. I privilegi dei vassalli erano consacrati dal re dei Zhou attraverso un protocollo fortemente gerarchizzato di do-

nazione e scambio di oggetti rituali; ora, invece, i capi dei nuovi Stati rivendicano persino il diritto di guidare le cerimonie precedentemente riservate al capo sacrale. Questa complessa fase storica viene spesso definita dei Zhou Orientali (770-221 a.C.), ma tale periodizzazione mal si adatta all’evoluzione artistica e ai radicali cambiamenti sociali e culturali che la caratterizzano; si tratta, infatti, di un periodo di divisione complesso e articolato, che non può essere ricondotto a una sola dinastia. I Zhou, passando da Occidentali a Orientali, mantenIn basso: un dui, vaso per contenere cibi, ageminato in oro e argento. Epoca dei Zhou Orientali, IV-III sec. a.C. Londra, British Museum.

gono un ruolo nominale e religioso, ma perdono la propria autorità politica e il dominio culturale. Ecco perché la suddivisione nelle due fasi Primavere e Autunni (Chunqiu, 770-475 a.C.) e Stati Combattenti (Zhanguo, 475-221 a.C.), che ritroviamo nelle fonti storiche cinesi, descrive meglio l’effettivo stravolgimento e fornisce una collocazione piú chiara per quelle opere che escono dal tracciato ordinario, in quanto espressione di caratteristiche locali, difficili, se non impossibili, da datare con precisione.

radici neolitiche Per quanto «anarchica», la multiforme costellazione degli Stati, da un lato, trae origine dalla varietà di culture regionali e gruppi etnici del Neolitico (8000-2000 a.C.; vedi «Archeo» n. 335, gennaio 2013); dall’altro, consolida l’indiscutibile multi-etnicità che caratterizza, ieri come oggi, la civiltà cinese. In questo caso, l’interazione dialettica tra i nuovi regni deter mina la «contaminazione» con cui viene definita, nel III secolo a.C., l’arte del primo impero centralizzato. Collocandosi tra la tarda età del Bronzo (1100600 a.C. circa) e la nascita dell’impero cinese, questo periodo rappresenta la prima «fase di transizione» della Cina, la prima delle «invasioni barbariche», in cui l’intensificarsi del processo di frammentazione dell’autorità politica coincide a r c h e o 39


tell halaf il ritorno degli antenati perduti

Un ricco intellettuale tedesco arruolato nei servizi segreti alla vigilia della Prima Guerra mondiale, una collina che custodisce rovine e tesori di un antico regno dell’alta Siria, la misteriosa statua di una regina di 3000 anni fa che riemerge intatta dal terreno‌ Quella della riscoperta del centro neo-ittita di Tell Halaf è la storia di una straordinaria passione per la ricerca, calata nel contesto dei drammatici eventi storici e militari del Novecento di Massimo Vidale e Andreas M. Steiner 52 a r c h e o


«Seguii lo stretto, pietroso sentiero che iniziava al margine della pianura. Una potente lampadina tascabile mi mostrava la via. All’improvviso il sentiero si allargò, e mi trovai di fronte a dei gradini. Involontariamente trattenni il passo. E come se in questo istante la natura avesse voluto un effetto teatrale, melodrammatico, le nuvole scomparvero dal cielo e una luna splendente inondò di pallida luce una scalinata, formata di pesanti lastre logorate dal tempo, una scalinata che dolcemente inarcandosi si slanciava verso il raggio di luna. La salii titubante. Essa si allargava, a destra e a sinistra vidi ortostati di pietra, quasi dell’altezza di un uomo, disposti in processione, l’uno a ridosso dell’altro, ricoperti di immagini meravigliosamente chiare. Poiché si trattava di rozzi rilievi, la luce della luna creava con i loro contorni un giuoco d’ombre vivissimo. Uomini e animali mi guardavano. Forse dèi, forse re?» (C.W. Ceram, Il libro delle rupi. Alla scoperta dell’impero degli Ittiti)

In questa pagina: la cosiddetta «Venere di Halaf» al momento della sua scoperta, il 12 marzo 1912. Nella pagina accanto: la statua, in realtà la raffigurazione funeraria di una regina dell’antica Guzana, oggi Tell Halaf (Siria), alla fine della recente opera di ricomposizione. X sec. a.C. circa. Ove non altrimenti indicato, tutte le opere illustrate sono attualmente conservate a Berlino nel laboratorio di restauro del Pergamonmuseum.

N

el passo riportato qui sopra, C.W. Ceram descrive il suo incontro con il sito neo-ittita di Karatepe, a una ventina di km dall’odierna città turca di Kadirli, presso il confine siriano. C.W. Ceram (1915-1972) fu lo pseudonimo che il giornalista e divulgatore di archeologia Kurt Wilhelm Marek assunse nel dopoguerra, per far dimenticare la sua opera di propagandista del Terzo Reich. Le scelte politiche sbagliate non ne avevano certo compromesso la penna. La fascinazione che emanano queste righe fu probabilmente la spinta che convinse molti dei suoi giovani lettori a intraprendere la carriera archeologica, mentre oggi improbabili manuali di mitologia celtia r c h e o 53


speciale • anticitera

di Valentina Di Napoli; reportage fotografico di Mimmo Frassineti

quegli eroi

emersi dal mare

72 a r c h e o


Una mostra al Museo Archeologico Nazionale di Atene presenta per la prima volta, nel loro insieme, tutti i reperti restituiti dal relitto di Anticitera. una nave da trasporto del I secolo a.c., stracolma di opere d’arte di qualità eccelsa, avvistata nel 1900 da un pescatore di spugne...

M

ancavano pochi giorni alla Pasqua del 1900, quando due battelli di pescatori di spugne di Symi individuarono un relitto nelle acque a nord-est dell’isola di Anticitera, a una distanza di appena 25 m dalla costa. Il pescatore Ilias Stadiatis, immersosi a una profondità di 42 m, riferí di aver visto statue di marmo e di bronzo, vasi di diversi tipi e i resti di una grande imbarcazione e, per dimostrare la veridicità delle sue affermazioni, riportò in superficie il braccio destro di una statua bronzea.

Poco tempo dopo, a informare la Soprintendenza Generale alle Antichità del rinvenimento fu il capitano Eleutherios Kontòs, il quale, come attestano documenti dell’epoca, ottenne assicurazioni che, nel caso in cui fosse riuscito a recuperare il carico del relitto, «la ricompensa sarebbe stata generosa». Sono proprio documenti dell’epoca a dispiegare davanti ai nostri occhi la storia del recupero di quel relitto: in aiuto dei pescatori di spugne furono inviate dapprima una nave da guerra, quindi un (segue a p. 76)

Particolare di una statua in marmo pario raffigurante un giovane. Inizi del I sec. a.C. È probabile che si tratti del ritratto di un lottatore o di un pugile nel momento in cui sta per dare inizio al combattimento.

Tutte le opere e i reperti riprodotti in queste pagine sono attualmente esposti nella mostra sul relitto di Anticitera allestita ad Atene.

a r c h e o 73


mostre • pietro bembo

Tiziano, Ritratto di Pietro Bembo cardinale. 1539-1540, Washington, National Gallery of Art. Nella pagina accanto, da sinistra: ritratto di Domiziano, 75 d.C. circa (Napoli, Museo Archeologico Nazionale); Danese Cattaneo, medaglia ritratto di Pietro Bembo, XVI sec. (Firenze, Museo Nazionale del Bargello); ritratto di Caracalla, 212-217 d.C. (Napoli, Museo Archeologico Nazionale).

il diletto delle

94 a r c h e o


«Sembra proprio che Roma si sia trasferita in Padova», ebbe a dire Pietro Aretino di fronte alla collezione d’arte, antica e «contemporanea», riunita dal cardinale pietro Bembo. una grande mostra allestita a padova permette ora di rivivere la straordinaria stagione culturale legata alla figura del grande umanista

anticaglie D di Stephen Fox

elineare e fornire una definizione di una delle piú grandi stagioni culturali in assoluto – quale fu il Rinascimento – è esercizio da far tremare i polsi a piú di uno studioso. Appare dunque affascinante e impegnativo insieme il titolo scelto per la mostra padovana Pietro Bembo e l’invenzione del Rinascimento (allestita nel Palazzo del Monte di Pietà fino al prossimo 19 maggio). Da un punto di vista storiografico, l’«invenzione» (nell’accezione latina di inventio, intesa sia come atto del trovare sia come capacità inventiva) del termine Rinascimento quale «denotazione» culturale si deve a Jules Michelet. Nella sua monumentale storia della Francia, lo storico pubblicò nel 1855 gli studi

Histoire de France au XVIe siècle: La Renaissance e Réforme; cosí quella soave parola (l’«amiable mot»), «Rinascimento», fece la sua comparsa sulla ribalta della esegesi storica.

Una visione nuova La novità sostanziale dell’opera di Michelet (senza entrare in una disamina la cui complessità sarebbe fuori luogo in questa sede) fu quella di indicare le linee generali di un’interpretazione del fenomeno che, pur nella ancora rigida e positivistica svalutazione del Medioevo come epoca «buia», ebbe il merito di guardare oltre il consueto orizzonte del Rinascimento inteso solo come umanistica instauratio studiorum, a favore di una visione in scala europea che tenesse conto anche

dei rivolgimenti religiosi, quali appunto la Riforma, e delle scoperte della scienza. La concezione antropocentrica del Rinascimento di Michelet è figlia del suo tempo, la metà dell’Ottocento, e certamente già ben prima di Michelet ci si era interrogati su quale fosse lo «spirito» degli anni di Donatello, Machiavelli, Raffaello e Michelangelo. Ma la strada verso una diversa posizione critica, di superamento del Romanticismo, era ormai aperta. Già nel 1859 usciva la prima edizione del Die Wiederbelebung des classischen Altertums. Oder das erste Jahrundert des Humanismus, (Il risorgimento dell’antichità classica, ovvero il primo secolo dell’Umanismo) di Georg Voigt. Il taglio filologico dell’opera conduceva alla rivalutaa r c h e o 95


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