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Archeo n. 336, Febbraio 2013

Page 1

2013

niobidi

BAALBEK

ANTICA CINA / 2 GIADA

MITI GRECI / 2 AMAZZONI

speciale SELINUNTE

€ 5,90

Mens. Anno XXIX numero 2 (336) Febbraio 2013 € 5,90 Prezzi di vendita all’estero: Austria € 9,90; Belgio € 9,90; Grecia € 9,40; Lussemburgo € 9,00; Portogallo Cont. € 8,70; Spagna € 8,40; Canton Ticino Chf 14,00 Poste Italiane Sped. in A.P. - D.L. 353/2003 conv. L. 46/2004, art. 1, c. 1, LO/MI.

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archeo 336 febbraio

Ba albek i giganti di

scoperte

il ritorno dei niobidi

CIVILTà DELLA CINA

l’età della giada

MITI GRECI

www.archeo.it

speciale

le amazzoni

selinunte

una città greca in sicilia

AST ST PPA

PASSIONE PER LA STORIA

PASSIONE PER LA STORIA


editoriale

La chiave di volta La straordinaria scoperta di cui parliamo nell’articolo di apertura è stata resa possibile grazie a una legge che, in seguito a ritrovamenti archeologici avvenuti in questa zona periferica di Roma già nell’Ottocento, ha imposto alla medesima un vincolo paesaggistico. Sono stati i sondaggi preventivi, infatti, effettuati – come impone la legge – dagli archeologi della Soprintendenza, ad aver portato in luce un insieme di sculture marmoree di grandissimo pregio e significato storico-artistico. Il rinvenimento è avvenuto in una zona ad alta «intensità archeologica» (siamo a poche decine di chilometri dalla celebre Villa Adriana) e di altrettanto alto «interesse edile» (la zona, come ormai ampie parti della periferia di Roma, è al centro di progetti di costruzione). Poche decine di centimetri di scasso da parte di un caterpillar e una delle sculture, come spiega nell’intervista il direttore scientifico dello scavo, «sarebbe finita in frantumi per sempre». Questa volta – e ce ne rallegriamo con gli scopritori – la (inevitabile?) partita tra cementificazione e conservazione dei beni archeologici ha sortito una vittoria a favore della seconda. Ora si tratterà di trarne i frutti per il futuro, di coglierne tutte le potenzialità… Veniamo all’illustrazione di questa pagina: è una litografia tratta da un originale che il celebre pittore e orientalista scozzese David Roberts realizzò nel 1841, dopo un lungo soggiorno in Egitto, Terra Santa, Siria e Libano. Ritrae l’entrata al tempio di Bacco a Baalbek in Libano (vedi alle pp. 38-53), con la grande pietra centrale dell’architrave pericolosamente in procinto di crollare: un evento che, fortunatamente, non si è mai verificato, grazie ai numerosi interventi di restauro che, a partire dalla sua riscoperta archeologica, hanno interessato l’edificio. Quando, nel 1995, visitammo per la prima volta Baalbek (erano passati pochi anni dalla fine di una guerra civile che per oltre un decennio aveva devastato il Paese dei Cedri, vedi «Archeo» n. 131, gennaio 1996) la pietra era infatti inserita ben salda nell’architrave, e lo è ancora oggi, dopo altri decenni trascorsi non certo all’insegna della tranquillità. Per noi, quella pietra di Baalbek rappresenta la metafora della fragile eternità dei grandi monumenti del passato, che ci sollecita a riflettere e ricordare. Andreas M. Steiner

Didascalia da fare Didascalia da fare Didascalia da fare Didascalia da fare Didascalia da fare


Sommario Editoriale La chiave di volta

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di Andreas M. Steiner

Attualità notiziario

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scoperte Dalle acque del fiume Stella, in Friuli, riemerge un’imbarcazione dell’anno Mille: in esclusiva le prime immagini 6 scavi Importanti novità dagli scavi nella grotta di Tiberio, a Sperlonga: ben prima dei fasti imperiali, il sito fu occupato dall’Uomo di Neandertal

28 dalla stampa internazionale Un misterioso santuario alle porte di Gerusalemme

24

scoperte

La vendetta dei Niobidi 8

parola d’archeologo Si rinnovano gli appelli per scongiurare la chiusura della Scuola Archeologica Italiana di Atene, ancora una volta minacciata dalla drastica riduzione dei finanziamenti 10

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incontro con Elena Calandra e Alessandro Betori, a cura di Mimmo Frassineti

i luoghi della leggenda

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I giganti di Baalbek

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di Andreas M. Steiner e Massimo Vidale

In copertina particolare della decorazione architettonica del tempio di Giove Eliopolitano a Baalbek (Libano), in una foto degli inizi del Novecento.

Sergio Pernigotti, Marcello Piperno, Claudio Saporetti, Giovanni Scichilone, Paolo Sommella, Romolo A. Staccioli, Giovanni Verardi, Massimo Vidale. Anno XXIX, n. 2 (336) - febbraio 2013 Registrazione al tribunale di Milano n. 255 del 07.04.1990

Direttore responsabile: Pietro Boroli Direttore editoriale: Andreas M. Steiner a.m.steiner@mywaymedia.it Redazione: Stefano Mammini stefano.mammini@mywaymedia.it Collaboratori della redazione: Ricerca iconografica: Lorella Cecilia lorella.cecilia@mywaymedia.it Impaginazione: Alessia Pozzato Redazione: Piazza Sallustio, 24 – 00187 Roma tel. 02 21768.507 Comitato Scientifico Internazionale

Richard E. Adams, Maxwell L. Anderson, Bernard Andreae, José M. Blázquez, John Boardman, Larissa Bonfante, Mounir Bouchenaki, Jean Chavaillon, Yves Coppens, W.A. van Es, M’Hamed Fantar, Otto H. Frey, Louis Godart, Friedrich W. von Hase, Witold Hensel, Thomas R. Hester, Donald C. Johanson, Vassos Karageorghis, Venceslas Kruta, Richard E. Leakey, Henry de Lumley, Javier Nieto, Patrice Pomey, Paul J. Riis, Conrad M. Stibbe.

Comitato Scientifico Italiano

Enrico Acquaro, Ermanno A. Arslan, Andrea Augenti, Sandro F. Bondí, Francesco Buranelli, Francesca Ceci, Francesco D’Andria, Giuseppe M. Della Fina, Paolo Delogu, Francesca Ghedini, Piero Alfredo Gianfrotta, Pier Giovanni Guzzo, Eugenio La Rocca, Giancarlo Ligabue, Daniele Manacorda, Danilo Mazzoleni, Cristiana Morigi Govi, Lorenzo Nigro,

Hanno collaborato a questo numero: Andrea Augenti è professore di archeologia cristiana e medievale all’Università di Bologna. Stefania Berlioz è archeologa. Alessandro Betori è funzionario archeologo presso la Soprintendenza per i Beni Archeologici del Lazio. Franco Bruni è musicologo. Elena Calandra è soprintendente ai Beni Archeologici del Lazio. Luciano Calenda è presidente del CIFT, Centro Italiano Filatelia Tematica. Francesca Cenerini è professore di storia romana all’Università di Bologna. Andrea De Pascale è conservatore del Museo Archeologico del Finale (IISL) e membro del Centro Studi Sotterranei di Genova. Marisa de’ Spagnolis è direttrice del Museo Archeologico Nazionale di Sperlonga. Valentina Di Napoli è archeologa. Giampiero Galasso è archeologo e giornalista. Paolo Leonini è storico dell’arte. Daniele Manacorda è docente ordinario di metodologie della ricerca archeologica all’Università di Roma Tre. Daniele F. Maras è docente del dottorato di ricerca in storia linguistica del Mediterraneo antico presso l’Università IULM di Milano. Clemente Marconi è professore di storia dell’arte greca e archeologia presso l’Institute of Fine Arts della New York University. Flavia Marimpietri è archeologa specializzata in archeologia greca e romana. Marco Meccarelli è storico dell’arte orientale. Giovanna Quattrocchi è giornalista. Carmelina Rubino è responsabile dell’Ufficio Stampa e Comunicazione della Soprintendenza per i Beni Archeologici del Friuli-Venezia Giulia. Massimo Vidale è professore di archeologia delle produzioni all’Università degli Studi di Padova. Illustrazioni e immagini: The American Colony and Eric Matson Collection, Todd Bolen: copertina - Cortesia Soprintendenza BA Friuli-Venezia Giulia: pp. 6 (alto), 7 (alto) – Cortesia LADA (Laboratorio di Archeologia delle Acque), Università degli Studi di Udine: pp. 6 (alto), 7 (basso) – Doc. red.: pp. 8, 10 (centro e basso), 12, 42 (alto), 54, 55, 61 (basso), 63 (alto), 64, 65, 72 (sinistra), 76, 79 (alto), 83 (sinistra), 93, 99, 104 (sinistra), 108-110 – Cortesia Soprintendenza BA Lazio: pp. 9, 28, 31, 32, 34-37 – Stefano Mammini: pp. 10/11 – Cortesia Ufficio stampa: pp. 13-15 – Cortesia dell’autore: pp. 16 (alto e centro), 18, 98, 107 (foto Gianluca Iori, Irsa) – Cortesia Soprintendenza BA Liguria: pp. 16 (basso), 17 – Cortesia Clara Amit/Israel Antiquities Authority: p. 24 – Cortesia Istituto Archeologico Germanico, Abteilung Athen: R. Senff: pp. 26 (alto), 27(alto); K. Fuchs: p. 27 (basso) – Cortesia Ministero Ellenico dell’Istruzione e degli Affari Religiosi, della Cultura e dello Sport: p. 26 (basso) – DeA Picture Library: pp. 30, 69, 90; G. Nimatallah: pp. 29, 33; G. Dagli Orti: pp. 70, 74, 75, 76/77; A. Dagli Orti: pp. 82, 83 (destra) – Mondadori Portfolio: AKG Images: pp. 32/33, 44, 53 (alto); Picture Desk Images: pp. 49, 52, 53 (basso) – The American Colony and Eric Matson Collection, Todd Bolen: pp.


54 civiltà cinese/2

L’età della giada

54

di Marco Meccarelli

mitologia, istruzioni per l’uso/2

Quando gli uomini restavano a casa

Rubriche

libri

il mestiere dell’archeologo

«Miracolo» sull’Appia antica 98 di Daniele Manacorda

66

di Daniele F. Maras

speciale

Selinunte. Storia di una città greca di Sicila

74

di Stefania Berlioz; con contributi di Clemente Marconi, Caterina Greco e Mimmo Cuticchio

scavare il medioevo Luce sui secoli bui

112

100

di Andrea Augenti

vite di archeologi

Il ragazzo di Veroli 102 di Giovanna Quattrocchi

l’ordine rovesciato delle cose Un perpetuo saliscendi

106

di Andrea De Pascale

divi e donne

66

Madre amatissima, ma infine ripudiata 108 di Francesca Cenerini

38/39, 40/41, 42/43, 46, 47 – Corbis: Roger Wood: p. 43 (alto); Atlantide Phototravel: p. 48; Gavin Hellier/JAI: p. 50; Wang Yongli/Xinhua Press: p. 56; Heritage Images: p. 57 (alto); Royal Ontario Museum: pp. 57 (basso), 62 (basso); Imaginechina: pp. 58, 59; Asian Art & Archaeology: pp. 60 (basso), 62 (alto), 63 (basso); Xu Yu/Xinhua Press: p. 61 (alto); Araldo de Luca: p. 68; Werner Forman: p. 71; Massimo Borchi/SOPA: pp. 74/75; Richard T. Nowitz: p. 78; Ocean: p. 79 (basso); Franck Guiziou/Hemis: p. 96 – Emanuela Solaroli: disegni alle pp. 45, 46/47 – Archivi Alinari, Firenze: p. 102; The Granger Collection, NYC: pp. 72 (destra), 73 (sinistra); The Bridgeman Art Library: p. 73 (destra) – Francesco Corni: disegno ricostruttivo alle pp. 80/81 – Marka: Franco Pizzochero: pp. 84/85; Danilo Donadoni: p. 85 (riquadro); Yadid Levy: p. 94 – Cortesia IFA, New York University: pp. 86-89, 91 – Tips: Mark Edward Smith: pp. 92/93 (sfondo) – Foto Scala, Firenze: su concessione MiBAC: p. 104 (destra) – Cortesia Centro Studi Sotterranei, su concessione Soprintendenza BA Liguria: p. 106 – Cippigraphix: cartine alle pp. 26, 31, 41, 56, 77, 79. Riguardo alle illustrazioni, la redazione si è curata della relativa autorizzazione degli aventi diritto. Nel caso che questi siano stati irreperibili, si resta comunque a disposizione per regolare eventuali spettanze.

Archeo è una testata del sistema editoriale

PAST PASSIONE PER LA STORIA

Editore: My Way Media S.r.l. Presidente: Cesare Biffi Direttore generale: Lidia Rossi Coordinatore editoriale: Alessandra Villa Pubblicità: Mauro Cavenago m.cavenago@thegoodcompany.eu – tel. 335 423616 Segreteria marketing e pubblicità: segreteriacommerciale@mywaymedia.it – tel. 02 21768.507 Direzione: via Ludovico d’Aragona 11, 20132 Milano

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i giganti di

di Andreas M. Steiner e Massimo Vidale

baalbek

Piú grande degli stessi templi di Roma e costruito con immensa perizia tecnica e artistica, il santuario dedicato a Giove Eliopolitano sembra quasi progettato per durare in eterno. E ancora oggi le sue maestose rovine, tra le meglio conservate di tutta l’età imperiale, suscitano stupore e ammirazione…

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essun altro tipo di rovina evoca ai nostri occhi la grande parabola di gloria e decadenza delle civiltà del mondo classico quanto le colonne dei templi greci e romani. Pressoché integre e «in compagnia» come quelle del Partenone, dei grandi santuari di Paestum e della Sicilia, solitarie e sopravvissute a metafora del proprio passato come i resti del tempio di Poseidone a Capo Sunion, l’ormai singola testimonianza di quello di Hera Lacinia protesa sul Golfo di Taranto, le colonne dei monumenti repubblicani e imperiali del Foro Romano. Nessun’altra rovina della classicità, però, eguaglia in potenza evocativa le colonne superstiti del grande Tempio di Giove Eliopolitano a Baalbek: sei giganti che, ancora oggi, si stagliano magnifici su uno sfondo dominato dalle alture dei monti del Libano. Tra i numerosi siti archeologici sparsi nella valle della Beqaa, il fertile altipiano racchiuso tra le catene del Libano e dell’Antilibano, quello di Baalbek-Heliopolis è certamente il piú famoso. Una descrizione tuttora valida del complesso monumentale (miracolosamente sopravvissuto ai millenni e, in ultimo, alla guerra civile che per oltre quindici anni, dal 1975 in poi, ha segnato le sorti del paese vicino-orientale) è offerta da Robert Wood, il viaggiatore inglese che insieme al suo compagno d’avventura James Dawkins, nel 1751 aveva visitato la regione: «Se confrontiamo le rovine di Baalbek con quelle di molte altre città antiche che abbiamo visitato in Italia, Grecia, Egitto e in altre parti dell’Asia, non possiamo (segue a p. 43)


Baalbek, tempio di Giove. Le sei colonne lungo il peristilio sud-occidentale: alte oltre 20 m, sono le uniche ancora in piedi delle 54 che, in origine, delimitavano la cella. Le foto in bianco e nero riprodotte in questo articolo (con l’eccezione dell’immagine a p. 42 in alto) sono state scattate nei primi anni del Novecento da fotografi della Colonia Americana di Gerusalemme. Sono pubblicate per la prima volta e in esclusiva per i nostri lettori.

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speciale • selinunte

selinunte storia di una cittĂ greca di sicilia

Per i primi coloni che sbarcarono nel VII secolo a.C. era la terra del selinon. oggi, la piú occidentale delle fondazioni elleniche torna alla ribalta, grazie a nuovi scavi, condotti dalla missione della new york university, e all’istituzione di un grande parco archeologico

di Stefania Berlioz; con contributi di Clemente Marconi, Caterina Greco e Mimmo Cuticchio


«Q

uesta città, abitata dalla sua fondazione per un periodo di 242 anni, fu dunque conquistata». Con queste parole Diodoro Siculo conclude la sua memorabile descrizione della presa di Selinunte da parte dei Cartaginesi, nel 409 a.C. (Hist., XIII, 54-59). Una frase lapidaria, che sintetizza ciò che, agli occhi di uno storico greco del I secolo a.C., era fondamentale sapere – e trasmettere ai posteri – sulla storia dell’antica colonia dorica di Sicilia: la sua nascita e la sua fine. Per quanto impossibile possa sembrare, volgendo lo sguardo alle sue rovine, cosí imponenti da sembrare opera di giganti, o contemplando le straordinarie testimonianze della sua cultura figurativa, della storia di Selinunte conosciamo assai poco. Le fonti antiche sono avare di notizie: qualche dettaglio sulla sua fondazione; i nomi – e poco altro –

dei due, forse tre tiranni che si imposero sulla scena politica locale nel corso del VI secolo a.C.; i rapporti conflittuali con la vicina Segesta, sfociati in epoca classica in conflitti di portata «internazionale».

Lacune e interrogativi Un quadro storico generale per noi prezioso, perché consente di ancorare la storia della città ad avvenimenti e date precise, ma che lascia ampie lacune, soprattutto per le epoche piú antiche: quali le cause che portarono alla fondazione di Selinunte? Quale l’impatto dei nuovi coloni con le popolazioni locali, indigene e non? Quando e in che modo è stato organizzato il territorio, come sono state distribuite le terre, pianificati gli spazi urbani? A queste domande contribuisce a rispondere l’archeologia, con il linguaggio che le è proprio: fornendo un quaSelinunte. I resti del tempio F. Creduto in passato opera del 550-540 a.C., l’edificio sembra invece databile, sulla base dei risultati acquisiti grazie alle ricerche piú recenti, al 520 a.C.

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l’ordine rovesciato delle cose Andrea De Pascale

un perpetuo saliscendi

L’acqua tende a disporsi orizzontalmente in equilibrio. ma l’uomo, per le sue necessità, fin da tempi remoti ha trovato il modo di farla viaggiare anche in verticale…

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I

l controllo e lo «spostamento» delle acque sono sempre stati aspetti di particolare importanza. Si pensi alla realizzazione di condotte sotterranee a scopo potabile, ma anche industriale, per esempio per azionare ruote di mulini e opifici. E anche le cosiddette acque «nere» sono state, nel corso del tempo, regimentate e spesso convogliate nel sottosuolo. Tra queste ultime, famose sono le égoute di Parigi, che, già nell’Ottocento, furono oggetto di valorizzazione, con tour organizzati con grandi zattere, spinte da addetti, dove i visitatori

stavano comodamente seduti, ascoltando la musica di un’orchestrina, e le signore erano fornite di boccette di profumo da tenere sotto il naso per attenuare gli effluvi maleodoranti. Ma la «fogna» per antonomasia è la ben piú antica Cloaca Massima, realizzata a Roma. La tradizione ne attribuisce la costruzione a Tarquinio Prisco (VI secolo a.C.), ma le sue volte di tufo risalgono al II secolo a.C. Scopo originario del condotto, che nella sua prima fase correva a cielo aperto, fu quello di drenare le acque per bonificare l’area paludosa nella quale si


Nella pagina accanto: il recupero di uno dei numerosi reperti ceramici, ancora intatto, ritrovato all’interno di un pozzo di età romana scoperto a Vado Ligure. (Savona). In basso: Pistoia. Il tratto della Gora di Scornio al di sotto dell’Ospedale del Ceppo (1277). sviluppò il complesso degli edifici civili e religiosi del Foro Romano, ma poi divenne anche il collettore degli scarichi fognari. Ancora oggi convoglia nel Tevere le acque defluenti dai colli circostanti il Foro.

chi scava un pozzo, scava un tesoro... I pozzi sono ben noti agli archeologi per essere contesti particolarmente interessanti. Essi, infatti, conservano praticamente intatte ceramiche e suppellettili in legno o metallo, cadute accidentalmente o gettate intenzionalmente per sottrarle alle razzie. L’esplorazione di questi ambienti richiede precauzioni e accorgimenti che, chi pratica l’Archeologia delle cavità artificiali, ha da tempo perfezionato. Un recente caso riguarda un pozzo romano a Vado Ligure (in provincia di Savona), in un’area scavata dalla Soprintendenza per i Beni Archeologici della Liguria. Il pozzo, completamente occluso dai detriti, è stato indagato dal Centro Studi Sotterranei di Genova con l’ausilio di una pompa a immersione e la collocazione progressiva di gabbie modulari di rete termosaldata, necessarie a reggere la spinta dell’acqua di falda sulle pareti costruite in pietra a secco duemila anni fa, mano a mano che il riempimento veniva scavato. Nonostante lo spazio esiguo (80 cm di diametro) si è potuto scendere sino al fondo, a una profondità di oltre 6 m, riportando alla luce una quantità eccezionale di reperti databili tra il I-II e il IV-V secolo d.C, tra cui brocche in bronzo, ceramiche, pedine d’osso, numerosi resti di semi e frutti e frammenti di tessuti.

le gore di pistoia

Frammenti di vita quotidiana

Il sottosuolo di Pistoia cela un complesso e arcaico sistema di rifornimento idrico, noto con il nome di gore, che per secoli ha permesso alla città non solo lo sviluppo di un’agricoltura specializzata, ma anche la presenza di importanti opifici mossi dalla forza dell’acqua. Oltre vent’anni di indagini condotte dal Gruppo di Ricerche Storiche e Archeologiche di Pistoia, oggi IRSA, hanno permesso un attento intervento di studio e documentazione, che ora ha portato al recupero di parte di tali strutture e alla loro valorizzazione. La Gora di Scornio è un ampio tratto recuperato e aperto al pubblico dell’antico percorso sotterraneo di canalizzazione del torrente Brana: l’opera costeggia la collina dove si era sviluppato l’oppidum di epoca romana, forse in un sito già abitato da popolazioni liguri-etrusche. Il sotterraneo, oltre a racchiudere resti architettonici del Duecento, l’imponente voltone su cui fu poi costruito il medievale Ospedale del Ceppo e un antico mulino, ha restituito centinaia di resti ceramici ritrovati nei butti (pozzi per lo scarico dei rifiuti, n.d.r.), legati soprattutto alla vita del soprastante ospedale, tra cui pappine, utelli (vasetti in terracotta invetriata usati per conservare l’olio, n.d.r.), brocchette nere degli appestati, unguentari, set di cura e assistenza, incluse le borracce dei pellegrini (per visite e informazioni: tel. 0573 368023; www.irsapt.it).

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