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TICINOWELCOME N°90

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ALBERTO RUGIANO

Sofa Hatton - Coffee Table Noah - Armachair Coco - Bookcase Asia Low

EDITORE

Ticino Welcome Sagl

Palazzo Mantegazza, Riva Paradiso 2 CH-6900 Lugano-Paradiso T. +41 (0)91 985 11 88 info@ticinowelcome.ch www.ticinowelcome.ch

RESPONSABILE EDITORIALE

Mario Mantegazza

COORDINAMENTO EDITORIALE, PUBBLICITÀ E PUBBLICHE RELAZIONI

Paola Chiericati

COORDINAMENTO EDITORIALE, SETTORE ARREDO/DESIGN

Francesco Galimberti

REALIZZAZIONE EDITORIALE

Mindonthemove srls

LAYOUT E GRAFICA

Kyrhian Balmelli e Lorenzo Terzaghi

FOTOGRAFIE

Si ringraziano le aziende produttrici, amministrazioni, enti e istituzioni del Ticino. Foto di copertina: studio kilo snc

STAMPA

FONTANA PRINT SA CH-6963 Pregassona

SERVIZIO ABBONAMENTI (4 NUMERI) CHF 32.- (spese postali escluse) T. +41 (0)91 985 11 88 www.ticinowelcome.ch

PUBBLICITÀ SVIZZERA TEDESCA E FRANCESE FACHMEDIEN ZÜRICHSEE WERBE AG CH-8712 Stäfa claudio.moffa@fachmedien.ch T. +41 (0)44 928 56 31

COLLABORATORI

Dalmazio Ambrosioni, Moreno Bernasconi, Paola Bernasconi, Rocco Bianchi, Andrea Conconi, Elisa Bortoluzzi Dubach, Franco Citterio, Ariella Del Rocino, Fabio Dotti, Roberto Giannetti, Keri Gonzato, Andrea Grandi, Eduardo Grottanelli De’ Santi, Marta Lenzi, Arianna Livio, Dimitri Loringett, Manuela Lozza, Giorgia Mantegazza, Giacomo Newlin, Valentino Odorico, Patrizia Pedevilla, Sarah Peregalli, Romano Pezzani, Amanda Prada, Valeria Rastrelli, Donatella Révay, Mattia Sacchi, Gerardo Segat, Gianni Simonato, Fabiana Testori.

DISTRIBUZIONE

IN TICINO: Abbonamenti, Ticino Turismo, alberghi 4 e 5 stelle, studi medici e dentistici, studi d’avvocatura, studi d’ingegneria e d’architettura, banche e fiduciarie, aziende AITI (Associazione Industrie Ticinesi), aziende Cc-Ti (Camera di commercio, dell’industria e dell’artigianato e dei servizi del Cantone Ticino), Club Rotary Ticino, Club Lions Ticino, edicole del Ticino. IN ITALIA: Nelle fiere turistiche, Aeroporto di Malpensa, Hotel ed esercizi pubbliciProvincia di Como e Lombardia.

IL CORO DELL’ANTONELLI di Bologna

Chi di noi, da piccoli o da ragazzi, non ha sognato di diventare un pilota di Formula 1, un astronauta, un cantante famoso o uno sportivo di successo? Non so cosa sognassero le nostre coetanee, ma noi maschietti avevamo idee piuttosto chiare su chi avremmo voluto essere. Oggi stiamo vivendo la storia di un ragazzo che quel sogno lo ha realizzato: non ancora ventenne, vince Gran Premi di Formula 1 al volante di una Mercedes. Quanto avrei voluto che accadesse a me lo so solo io. Ma oggi posso vivere quel sogno attraverso questo ragazzo bolognese, con entusiasmo e senza alcuna ombra di invidia o gelosia. È come se Andrea Kimi Antonelli avesse realizzato anche il sogno di chi, come me, immaginava di sedersi un giorno su una monoposto per partecipare al campionato più importante del mondo. In qualche modo, ha dimostrato che quei sogni non erano irraggiungibili e porta un po’ di tutti noi sui circuiti di tutto il mondo.

Credo che conti poco a quale scuderia si sia legati: questo ragazzo suscita simpatia trasversale. Avrà forse avuto anche qualche favore della sorte, ma ha soprattutto conquistato ciò che migliaia di altri avrebbero desiderato.

Mi auguro che i ragazzi e le ragazze di oggi possano ancora sognare di diventare piloti di Formula 1, astronauti, artisti o grandi sportivi. E che possano farlo con la consapevolezza che quei sogni, almeno in parte, sono raggiungibili. Così come lo sono quelli di diventare imprenditori, politici, chef di talento o, semplicemente, ottimi genitori.

Per questo elevo il mio coro di incoraggiamento ai giovani di oggi: lottare ogni giorno per migliorarsi. Perché un “mondo migliore” non nasce solo dalla protesta, ma dal lavoro su se stessi, dall’esempio e dalla capacità di essere utili agli altri.

ALBERTO RUGIANO

Design nel sangue e occhi nel futuro

ROSITA CELENTANO

L’impronta che scegli di lasciare

GIONA NAZZARO

Uno sguardo sul mondo

ROMOLO NOTTARIS

La mia vita è sempre stata l’avventura

EDITORIALE PRIMO PIANO

A TAVOLA CON… GRANDANGOLO TAVOLA ROTONDA

MASI LUGANO FINANZA

Il coro dell’Antonelli di Bologna

DESIGN ARCHITETTURA LUSSO

Di Mario Mantegazza

Alberto Rugiano: Design nel sangue e occhi nel futuro Di Michelle Uffer

Giancarlo Olgiati: Nel ricordo di Geo Mantegazza Di Eduardo Grottanelli de’ Santi

Stefan Engler: Plurilinguismo, patrimonio insostituibile dela Svizzera Di Rocco Bianchi

Lucio Caracciolo: Capire il mondo che cambia Di Eduardo Grottanelli de’ Santi

Gabriele Balbi: Oltre la rivoluzione digitale Di Eduardo Grottanelli de’ Santi

Giorgio Pasotti: Il teatro è la mia vera casa

Rosita Celentano: L’impronta che scegli di lasciare

Robert J. Shiller: Da cosa è influenzato il sistema finanziario?

Fosco Maraini: Al centro dell’uomo Di Eduardo Grottanelli de’ Santi

Giona Nazzaro: Uno sguardo sul mondo Di Andreas Grandi

Martin Candinas: Dare sempre il buon esempio Di Elisa Bortoluzzi Dubach

Romolo Nottaris: La mia vita è sempre stata l’avventura

Moreno Bernasconi: La Svizzera e un Europa in declino

Promozione turistica: La carta da giocare è l’engastronomia Di Enrico Carpani

Valentina Del Fante: Gestire la complessità di una istituzione culturale Di Donatella Révay

Stagione Musica 26/27: Un progetto culturale senza confini

Jean-Frédéric Schnyder: Taccuini visivi per raccontare il paesaggio svizzero

ABT: Un distretto finanziario variegato e resistente

Sobrio Festival 2026: Musica, natura e visioni internazionali

BancaStato: Ancora un anno di solidi risultati finanziari

BancaStato: Creare valore per il territorio

BPS (Suisse): Un gruppo sempre più forte e articolato

Indosuez Wealth Management: Private Markets: Diversificazione per investitori

Credinvest Bank: Importante ampliamento dell’offerta istituzionale

PKB Private Bank: Wealth Solutions, Simply Beautiful: quando i valori diventano Brand

Banca del Sempione: Il capitale più importante sono le persone

BNP (Paribas): La sicurezza energetica torna in cima all’agenda

Union Bancaire Privée (UBP): Strategie per creare income di qualità

Salone del Mobile 2026: Carlo Colombo ridisegna l’abitare contemporaneo

Wetag Luxury Real Estate: Il mondo nascosto degli immobili off market

SIT Immobiliare: Vent’anni di crescita e di proiezione verso il futuro

MG Immobiliare/Barnes: Insieme per essere più forti

Architetto Paolo Muscionico: Incontro tra luce e materia

OMEGA: Una collezione rivoluzionaria

Patek Philippe: Tradizione e innovazione

Hublot: L’arte della fusione guarda al futuro

Damiani: Poesia, luce e nuove incone di stile

Visiva Sagl: L’insostenibile leggerezza del brief

VALENTINA DEL FANTE

Gestire la complessità di una istituzione culturale

SALONE DEL MOBILE 26

Carlo Colombo ridisegna l’abitare contemporaneo

LADIES IN MOTION

Bentley Bentayga, il Suv di lusso

Assos: Precisione svizzera, visione globale

Gehri Rivestimenti: I giovani sono la nostra carta vincente

Fondazione Agire: Un ecosistema sempre più vivo e dinamico

CARDIOCENTRO TICINO

Integrare tecnologia e umanità

Fondazione Agire / Neosens: Uno strumento per monitorare l’ambiente

Dick&Figli: Design funzionale e innovazione

SUPSI: L’offerta formativa in ambito giuridico Di Samuele Vorpe

Ares Insurance Services: Proteggere un patrimonio

Motivation Night: Anticipare e non subire le crisi

Lions Club Monteceneri: Un anno non convenzionale

STRP: Comunicazione autentica per costruire fiducia

SOLIDARIETÀ

LADIES

DOSSIER FONDAZIONI

United Soloist Orchestra: Quando la musica crea solidarità

Bentley Bentayga: Il Suv di lusso per eccellenza

Ferrari Amalfi Spider: Il V-8 open-air

Lamborgini Temerario: Una sportiva poderosa per tutti i giorni Di Joel Camathias

Mercedes-Benz GLC: Tecnologia, ricercatezza e benessere

Audi Q6 E-Tron: La nuova frontiera dell’elettrico premium

Leepmotor B05: Arriva la compatta elettrica

Elisa Bortoluzzi Dubach: Quando il passato diventa futuro

Gabriela Preisig Karnouk: Immaginare il futuro tra cultura e responsabilità

Tashi Albertini: Un impegno su fronti diversi Di Elisa Bortoluzzi Dubach

Susanne Schroff: Finalizzare i progetti

TURISMO

GASTRONOMIA ENOLOGIA

VIAGGI

HOTELLERIE

MEDICINA

BENESSERE

Di Elisa Bortoluzzi Dubach

Fondazione HC Lugano Academy: La nuova casa dei giovani dell’HCL

Fondazione Borgo Sergio Mantegazza: A Besso un nuovo modello abitativo

MICE: Crescita, valore e infrastrutture

Monte Generoso: Un turismo che nasce dal territorio

Marinetti: Quando il futurismo arrivò in tavola Di Marta Lenzi

SPST: Un festival, una storia, un futuro

Restaurant R-Evolution: Chi guiderà i ristoranti del futuro?

Ticino Gourmet: La frutta protagonista in cucina

Azienda Pagani De Marchi: Una viticultura resileinte e dinamica

Città, coste e memorie dell’Irlanda del Nord Di Paola Chiericati

Grand Hotel Les Trois Rois: Lusso e storia europea Di Paola Chiericati

Golf Club Heidental: Giocare a golf alle porte di Basilea Di Ariella Del Rocino

Chateau de Reymontpierre: Il castello che ridefinisce il concetto di ospitalità Di Paola Chiericati

Chateau de Reymontpierre: Magico incontro con una natura generosa Di Giacomo Newlin

Istituto Cardiocentro Ticino: Integrare tecnologia e umanità

FMH: 125 anni, una storia di responsabilità e visione

Centromedico Bellinzona Castello: Meno ospedale, più qualità

The Longevity Suite: Reverse-aging: bellezza ed equilibrio interno

Design

NEL SANGUE E GLI

OCCHI AL FUTURO

Le radici in Brianza, la passione per il golf e la nuova

sfida ticinese: una lunga conversazione con il giovane imprenditore che ha idee decisamente chiare.

Alberto Rugiano ci accoglie nel suo showroom in via Trevano a Lugano, e la prima impressione è davvero strabiliante: nulla è lasciato al caso, tutto si fonde alla perfezione, le luci, i materiali, i colori. Per chi è appassionato di design e di arredamento, il mondo Rugiano fa veramente accelerare il battito del cuore. Il padrone di casa ci mostra i due piani dello showroom, due spazi espositivi molto diversi tra loro, ma allo stesso tempo complementari: «Al piano inferiore, oltre all’esposizione ed una sala materioteca, ho voluto creare La Lounge, un luogo d’incontro per i professionisti del settore,

dove davanti ad un caffè possono trovare sinergie, lasciandosi ispirare da ciò che li circonda. È un concetto innovativo, e sono fiero di esserne il precursore qui in Ticino».

Partiamo dall’inizio facendo un salto indietro nel tempo di circa 20 anni: qual è il tuo primo ricordo d’infanzia legato all’azienda di tuo padre?

C’è un rumore o un profumo che ti riporta subito lì?

«Guarda, pensando a questa intervista, mi è venuto in mente proprio questo: per me l’azienda era il simbolo dell’inizio del weekend. Finivo scuola il venerdì e non vedevo l’ora

che fosse sabato per andare con mio papà in ditta, dove mi divertivo a svolgere lavori manuali. Mi distinguevo dai miei coetanei perché fino ai 12 anni ho passato il tempo a creare una mia collezione, “Rugiano Junior”. Prima usavo il compensato e il traforo, poi sono passato alla pelle. Vivevo di entusiasmo, da un weekend all’altro, contando le ore per ritornare in laboratorio e poter proseguire con le mie creazioni. Lo sai che avevo persino venduto diversi pezzi su eBay?». Mi sembra evidente che l’indole per il design e l’artigianato, uniti ad un certo spirito affarista, fossero già presenti fin dalla tenera età.

Domanda a bruciapelo: a questo punto immagino che per te sarebbe stato impensabile fare altro nella vita a livello professionale? «Hai ragione, credo che la mia strada professionale fosse ben delineata sin da subito, ma posso anche dirti che l’ho cercata con molta determinazione. Ti confesso che avrei voluto fare il liceo artistico, ma sono stato un po’ condizionato verso lo scientifico. Però all’università ho ripreso il comando: ho fatto un anno di architettura a Mendrisio, ed è stato lì che è scoccato l’amore per il Ticino. Ho scoperto un territorio che sentivo affine alla mia personalità. Poi ho terminato gli studi allo IED di Milano in interior Design, ma la mia testa era già qui. Nonostante avessi un’azienda di famiglia già affermata, ho sempre voluto la mia indipendenza. Ho scelto di aprire la mia attività qui per legarla a quella di famiglia, ma con un’identità personale, autonoma, che rappresentasse il mio modo di vedere il mondo».

Hai citato Mendrisio e il Ticino. Spesso i giovani cercano città “elettrizzanti”, tu invece hai scelto una realtà più tranquilla come la Svizzera. Cosa ti ha impressionato? «Mi ha colpito subito la mentalità e il modo di vivere. Sono legatissimo all’Italia per l’adolescenza e gli affetti, ma per la mia vita cercavo una serenità e una sicurezza — an -

che geopolitica — che qui sono ai massimi livelli. Professionalmente, poi, ho visto un’ “opportunità” nel mio settore in Ticino. Ho intuito la possibilità di potermi introdurre nel mercato dell’altissima gamma in modo più incisivo rispetto all’Italia. Oggi ci riteniamo un caso unico qui. Parlando di design, c’è molto spazio da colmare, sia in am -

“Ti confesso che avrei voluto fare il liceo artistico, ma sono stato un po’ condizionato verso lo scientifico. Però all’università ho ripreso il comando: ho fatto un anno di architettura a Mendrisio, ed è stato lì che è scoccato l’amore per il Ticino”.

bito residenziale sia in quello dell’hospitality di lusso, e la mia scelta è stata dettata proprio dalla voglia di essere un punto di riferimento locale con un respiro internazionale. Questo mantenendo sempre un approccio familiare, in cui la proprietà si interfaccia con il cliente, ci si conosce, si costruisce qualcosa di speciale insieme. Trovo che le aziende a conduzione familiare abbiano sempre quel qualcosa in più nel mantenere dei legami unici con il cliente».

So che la tua giornata inizia presto e spesso oltre confine. Ci racconti la tua mattinata tipo? «La mia giornata inizia alle 6.30, colazione, mi preparo ed esco verso

le 7.15 direzione Mariano Comense dove c’è la nostra sede principale. Verso le 8.00 inizia la riunione con mio padre e i collaboratori più stretti, poi ognuno inizia la sua giornata lavorativa occupandosi dei vari settori. Il mio è più quello commerciale, sia residenziale che legato all’Hospitality, settore nel quale a Lugano ci siamo specializzati. Un esempio è il bellissimo progetto e relativa fornitura per i ristoranti Federale e Meta». Quest’ultimo porta la firma Rugiano a 360 gradi, dai rivestimenti a parete in noce canaletto posato a lisca di pesce, attraverso tavoli, sedie e librerie, fino ad arrivare agli oggetti decorativi come vasi e sculture. Protagonista del progetto, è sicuramente il celino della sala principale, concepito come un’ istallazione artistica che funge da illuminazione attraverso numerosi pezzi di plexiglass di differenti dimensioni e colori disposti a pioggia. Rugiano è presente sul mercato da diversi decenni, arrivando ad essere un punto di riferimento per molte altre aziende che si ispirano alle sue linee.

E tra una fiera ed un catalogo, intravedere dei mobili di netta ispirazione “Rugiano” immagino non sia qualcosa di raro, come reagisci davanti all’evidenza, sei fiero o ti cadono le braccia?

«Mi rende orgoglioso, se ti copiano è perché stai facendo bene. Oltre a questo, ci sono anche i cosiddetti falsi, quelli che si spacciano per l’originale ma non lo sono. E qui posso dirti che il nostro cliente affezionato non acquisterebbe mai

un mobile simile, non avrebbe senso. I nostri clienti sanno quanta ricerca si cela dietro ogni pezzo, e ne apprezzano la sua unicità».

Partendo dalle copie, per inferenza, vorrei farti una domanda un po’ provocatoria: nell’era in cui siamo, in cui l’AI sta prendendo sempre più piede in vari settori, non hai paura che un software possa elaborare un divano perfetto in pochi istanti sostituendosi all’artista in carne ed ossa?

«In effetti questo è un tema che dobbiamo affrontare, fa parte della nostra realtà. Io voglio essere positivo a

riguardo, e credo che l’intelligenza artificiale vada sfruttata a proprio vantaggio, per essere più efficenti in alcuni passaggi. Ma un prodotto 100% frutto di un processo industriale, a mio avviso non potrà mai competere con un prodotto artigianale. Credo nella sartorialità, e confido che non venga mai a mancare».

Porti un cognome che è un brand mondiale: reputi sia stato un acceleratore o a volte ti è pesato? «Ho sempre cercato di vedere il lato positivo. Rugiano è una realtà che mio papà ha creato dal nulla, e io sono cresciuto immerso nella cultura del dettaglio e del bello. Ma la scommessa era proprio questa: prendere quel bagaglio immenso e portarlo qui con un’attività che fosse mia al 100%. Oggi la mia realtà vuole valorizzare il brand di famiglia espandendolo nei mercati svizzeri e di lingua tedesca, creando al contempo uno spazio indipendente nel mondo dell’hospitality e delle residenze private di alto standing. È un acceleratore, certo, ma io sono sempre stato l’Alberto che voleva ritaglliarsi una fetta di mondo con le proprie mani. Aerre Design Projects è proprio questo: il mio progetto, la mia strada, il mio guizzo che si fonde perfettamente con la visione dell’azienda fondata da mio padre». Ed i fatti al giorno d’oggi gli danno completamente ragione. Ambizioso al punto giusto e con grande rispetto per ciò che suo padre ha creato da zero, con il capo famiglia condivide anche una passione che permette loro di passare del tempo di qualità assieme, senza per forza confrontarsi su ciò che succede in azienda.

Una delle tue più grandi passioni, oltre al design, la porti al polso vero?

«Sì, esatto: gli orologi, fra me e mio padre sono un vero e proprio linguaggio. Sono molto grato di poter condividere questa passione con lui, lavorando nella stessa azienda non è sempre facile staccare e trovare altri argomenti sui quali confrontarci, gli orologi per noi invece sono proprio questo: stare insieme

ed emozionarci per qualcosa che scinde dala sfera professionale». Una vita che va veloce, quella di Alberto. Tra un meeting, i clienti, gli artigiani da seguire, un viaggio di lavoro e gli impegni extra lavorativi, il ticchettio dell’orologio scandisce per forza di cose ogni minuto della sua giornata.

Quando il mondo professionale diventa troppo rumoroso, dove vai a cercare un po’ di silenzio?

«Sul green, da sempre. Il golf per me è fondamentale. È uno sport che richiede una disciplina mentale incredibile, molto simile a quella necessaria negli affari. Nel Golf sei solo, te stesso contro il campo e questo mi aiuta a svuotare la mente. Mentre cammino tra una buca e l’altra, spesso arrivano le idee migliori per un progetto e non ti nascondo che sui green ho spesso trovato anche dei nuovi clienti».

Usciamo dalle aree di svago e torniamo in azienda: il confine tra classe e “too much” può essere davvero sottile. C’è qualche trend attuale nel design che ti infastidisce?

«In quasi dieci anni in questo mondo ho visto di tutto. Siamo passati da un’epoca sfarzosa, quasi ostentata — il classico “bling-bling” dove il brand doveva essere urlato — a una tendenza molto più pulita, il cosiddetto Quiet Luxury. Oggi il cliente cerca un prodotto senza tempo. Che unisca materiali ricercati e lavorazioni raffinate; in questo sta il dettaglio visibile solo ad occhi esperti. Mi infastidisce lo sfarzo fine a se stesso, quello che non ha sostanza. La nostra collezione per esempio ha un’identità contemporanea e internazionale che non ha bisogno di gridare per farsi notare. La classe, oggi, è saper togliere, non aggiungere cosi da rimanere negli anni».

A proposito di bling-bling e di marchi ostentati, vedi parallelismi tra il tuo mondo e quello della moda?

«La moda è sempre un passo avanti, è la nostra guida ispiratrice. Arriva anni prima con i colori, le trame e i ricami. Ricordo quando andavano di moda i mobili con i rombi ricamati, chiaramente ispirati a Chanel. Ma c’è una differenza fondamentale: la velocità. La moda è stagionale, frenetica, passa in un soffio. Il design invece deve creare pezzi che si affermano e restano sul mercato per anni. Noi prendiamo ‘ispirazione dalla passerella, ma dobbiamo tradurla in qualcosa che sia eterno. È questa la vera sfida: essere contemporanei senza diventare

obsoleti dopo una stagione». L’abito sartoriale di grande classe come dress code nelle giornate lavorative, ed il lusso di potersi concedere degli outfit più casual nei giorni liberi, ma l’attenzione alla scarpa ed all’orologio anche in vacanza non vengono mai a mancare «Credo che nell’uomo siano il tocco di classe dal quale non si può prescindere». Si conclude così la nostra chiacchierata nel mondo di Alberto Rugiano, un giovane imprenditore che porta il cognome di un grande brand, ma ha avuto il coraggio di aggiungere un tocco personale mirando ad un’ulteriore espansione.

Politica, collezionismo, sport

L’incontro con uno degli avvocati più conosciuti e prestigiosi del Cantone rappresenta sempre una piacevole occasione per ascoltare i racconti legati alla sua visione politica liberale e soprattutto sottolineare il percorso di un collezionista d’arte che, insieme alla moglie Danna, ha realizzato una delle raccolte private più importanti non solo a livello svizzero ma internazionale.

di Eduardo Grottanelli de’Santi

Una quota rilevante della classe dirigente che negli scorsi decenni ha governato il Ticino era caratterizzata dalla comune appartenenza alla famiglia politica liberale. Quali erano i valori fondanti di quella cultura? «Sono ormai lontani i tempi del primo dopoguerra della Seconda Guerra Mondiale in cui la scena politica era dominata da alcune figure di alto profilo culturale ed etico-politico. Allora i migliori si dedicavano alla politica con autentica passione civile che discendeva dai valori della Resistenza al nazifascismo (libertà e giustizia). Fra queste personalità, oltre a mio padre Libero, presidente del PLRT, mi piace ricordare Brenno Galli, l’uomo di Stato più importante di quella stagione, che diede una spinta decisiva alla modernizzazione del nostro Paese come testimoniano la legge tributaria più innovativa in Svizzera del e quella sull’ordinamento scolastico del 1958. La struttura del governo ticinese era molto più omogenea di quella di oggi, perché la cultura dei mezzi (dipartimento delle finanze) e quella dei valori (dipartimento dell’educazione e cultura) erano nelle stesse mani. Ho sempre, come giovane appassionato di politica, vissuto intensamente la mia appartenenza alla famiglia liberale-radicale anche se

non è stata marcata da un’incisiva politica di parte, poiché non ho mai voluto, dopo tre legislature in Gran Consiglio, seguire le carriere di mio padre e mio nonno Camillo (sindaci di Giubiasco, consiglieri nazionali e presidenti di Partito – il Partito Liberale Radicale Ticinese, mio padre, il Partito Democratico Ticinese, formatosi nell’opposizione al nazifascismo, mio nonno). In breve sintesi, mi sono sempre ispirato ai valori da loro praticati (di libertà, di giustizia, di attenzione ai più deboli e di una visione politico-culturale antitotalitaria), ma su tutto ha prevalso l’impegno per una formazione culturale liberale costantemente aggiornata che potesse essere utile a un’area di pensiero liberal-democratico. In talune circostanze (in particolare sulla Rivista “Ragioni Critiche” da me diretta) ho espresso la mia opinione cercando di

coniugare una cultura dei mezzi (una buona gestione della finanza pubblica) e dei valori (libertà, giustizia, uguaglianza nei punti di partenza). Posso tranquillamente affermare di aver sempre ritenuto fondamentale che principi e azione politica coincidessero con l’interesse generale del Paese e non con interessi di parte. Oggi purtroppo l’apparenza tende a soverchiare la sostanza e troppo spesso si confondono interessi di parte del quotidiano con una visione politica e culturale di medio e lungo termine che è la sola che consente una selezione del miglior ceto dirigente. Questa tendenza a guardare al quotidiano senza alcun progetto e l’età che avanza mi hanno allontanato a poco a poco dall’impegno politico e culturale in un partito e in un’area liberaldemocratici».

Anche Geo Mantegazza si muoveva nell’alveo di quella tradizione? «Durante la Seconda Guerra Mondiale ricordo che la Famiglia Mantegazza, grazie al lavoro del padre di Geo, Antonio, gestiva un’attività di trasporto su barca tra le due sponde del Ceresio. Antonio era legato a Guglielmo Canevascini e a mio padre da un rapporto d’amicizia. A riguardo, ricordo di avere partecipato con loro, nell’autunno del 1943, ad una traversata del lago Ceresio su una barca a motore di Antonio per raggiungere Caprino. Come tutti sanno, Canevascini fu il promotore con mio padre della formazione di un’alleanza di centro-sinistra (1947) che per più di vent’anni diede un impulso riformatore alla politica del Cantone (1947-68). Va detto che in quella traversata, questa alleanza aleggiava già nei loro discorsi, poiché Guglielmo e mio padre erano accomunati da un sentimento antifascista condiviso da Antonio e da una matrice ideale di libertà e giustizia che consentiva un rapporto coeso fra istanze liberali e istanze socialiste così necessario in un Paese povero. Penso che questi valori della Resistenza al nazifascismo, oltre a quelli di matrice liberale, abbiano avuto un ruolo importante nel-

la formazione di Geo Mantegazza. A tal proposito, vorrei ricordare che Geo, negli anni più maturi, militò in Consiglio Comunale di Lugano nel Partito Liberale e portò nella politica comunale l’esperienza di un grande imprenditore, prendendo soprattutto di mira il rapporto fra il potere politico e quello burocratico. Ma fu anche protagonista su un argomento molto spesso male interpretato. In effetti, pochi come lui ebbero la capacità di promuovere in chiave ideale e liberale le esigenze dello sport inteso come pratica educativa e di assiduo lavoro che consentiva, in particolare ai giovani, alla società civile e alle istituzioni, di apprendere un metodo, che Geo aveva ben chiaro in testa: superare, grazie al suo mecenatismo e a una visione al di là delle fazioni, le difficoltà organizzative e sociali e creare un modello di gestione esemplare non solo per la Città e il Ticino ma anche per tutta la Svizzera. Vinse tre campionati svizzeri di seguito e questo esempio dell’HCL venne imitato da altri club nel campionato svizzero di hockey su ghiaccio. Ma insegnò questo comportamento virtuoso anche ai suoi figli: nella comu-

nicazione al figlio Mario con la Rivista Ticino Welcome che cerca negli eventi più importanti una sintesi di informazione e formazione utile al Ticino ma pure alla Svizzera e alla comunità internazionale di lingua italiana; e alla figlia Vicky che riesce in condizioni difficili a mantenere l’HCL nelle fasce alte del campionato svizzero di hockey, sempre con uno spirito legato a un concetto esemplare di mecenatismo al servizio di una Città e dell’intero Paese. Geo, in una festa di Natale di quegli anni di successo, mi disse, e non fu per me una sorpresa, che sarebbe stato bello avere una squadra di hockey che rappresentasse l’intero Canton Ticino…».

Le vostre strade si sono poi incrociate in riferimento alle scelte fatte dalla città di Lugano per lo sviluppo della cultura e dell’arte… «Ricordo molto bene che nel 2009 mi incontrai con Bruno Corà, all’epoca Direttore del Museo d’Arte e coordinatore dei lavori del costituendo del Polo Culturale (LAC) della Città di Lugano, per discutere alcune ipotesi relative al progetto di conferire in do -

nazione alla Città di Lugano, in modi e tempi tutti da concordare, la nostra Collezione d’arte. Le condizioni per me irrinunciabili erano la conclusione in tempi rapidi dei lavori per la realizzazione del LAC e la costituzione del MASI come esito della fusione fra il Museo Cantonale d'Arte, di cui per ventuno anni fui il Presidente degli Amici del Museo, e il Museo d'Arte della Città di Lugano. In quella circostanza, ebbi modo di incontrare più volte Geo Mantegazza, a sua volta impegnato nei lavori di restauro del Palace, trasformato in un gioiello di architettura, che mi assicurò, con il suo ruolo e il suo peso politico, tutto l’appoggio possibile di fronte alla miope opposizione a questo grande progetto culturale e urbanistico. Nonostante le difficoltà incontrate, quasi fisiologiche quando si è di fronte a un’opera di quelle dimensioni, il LAC è ormai oggi un potente centro poli culturale e questo risultato è sotto gli occhi di tutti. È stata pure ridisegnata l’urbanistica del centro di Lugano con la realizzazione di questo polo attrattivo che consente di accogliere cittadini e turisti

visitatori interessati alla cultura, indirizzandoli al LAC dalla storica Piazza della Riforma attraverso Via Nassa, la via più importante della Città. Il Comune dispone ora di un complesso di spazi e strutture (LAC, MASI e la Collezione Giancarlo e Danna Olgiati) che lo mettono in grado di svolgere un ruolo competitivo ormai riconosciuto a livello internazionale nel campo dell’arte, della musica, del teatro e dello spettacolo. Questa realizzazione, che ha coinvolto tanto me quanto mia moglie Danna e Geo, va iscritta a un Municipio di indirizzo liberale con un Sindaco come Giorgio Giudici, uomo di visioni, e la Capodicastero alla Cultura, Giovanna Masoni, una persona capace di difendere con intelligenza e coraggio la realizzazione di questo progetto. In quegli anni Giovanna viaggiò per musei e mostre e nessuno fra i politici meglio di lei capì l’importanza della nostra Collezione».

L’incontro con il Futurismo, la principale Avanguardia storica italiana, ha significato l’inizio del legame, non solo artistico, con sua moglie Danna?

«Questo incontro risale a metà degli anni ’80 in un salone d’Arte internazionale a Venezia (SIMA). In quella fiera, complice Arman, mio amico e straordinario artista, ho conosciuto Danna che era titolare della galleria Fonte d’Abisso e molto stimata per le ricerche sul Futurismo e, in particolare, sul Catalogo Ragionato di Balla. Nel suo stand trovai i Balla, di cui ero alla ricerca, e pure mia moglie. Negli anni successivi abbiamo insieme messo a punto il nostro progetto collezionistico. Danna è stata determinante per evidenziare le più belle opere futuriste e russe e per la formazione della biblioteca futurista che conta oggi più di 1250 titoli. Le acquisizioni che nacquero successivamente furono sempre il risultato di uno scambio di reciproci interessi. Io più legato a collezionare i Nouveaux Réalistes e, quindi, l’Avanguardia contemporanea, lei più legata all’Avanguardia storica, in particolare al futurismo e ai russi.

Ben presto ci siamo convinti che per essere presenti nel panorama svizzero fosse necessario mettere al centro della Collezione l’Arte italiana e del sud delle Alpi, differenziandosi in tal modo dalle altre collezioni svizzere che guardavano a Parigi fino agli anni ’60 e poi a New York fino ai nostri giorni. Decisiva si è confermata la nostra scelta riguardo agli anni del secondo dopoguerra con le opere di Fontana, Manzoni, Burri, Castellani, e altri. Un capitolo a parte ha riguardato l’Arte Povera con l’acquisto di opere particolarmente significative dei suoi protagonisti (Kounellis, Pistoletto, Paolini, Boetti, per fare i nomi più presenti nella nostra Collezione). Negli anni ’90 abbiamo poi rivolto l’attenzione ad artisti europei oggi di fama internazionale come Kiefer, Gormley,

Kapoor, Kabakov e, a cavallo degli anni 2000, ad artisti americani neo-astrattisti e neo-pop come Christopher Wool, Wade Guyton, Mark Grotjahn, Danh Vo e altri ancora. In estrema sintesi, il versante astrattista e la riflessione sull’oggetto hanno creato una continuità nella nostra ricerca di collezionisti e fornito il “fil rouge” che il mondo dell’Arte ci riconosce. Sulla base di questa considerazione, la Città di Firenze

«Nei primi anni dell’attività espositiva della nostra Collezione, Geo era solito venire a visitare le mostre e si intratteneva con me e Danna interessandosi agli artisti e ai loro lavori. Anche lui amava acquistare opere d’arte ed era particolarmente attento ad ascoltare giudizi e valutazioni critiche di chi riteneva avere la necessaria competenza e un’alta linea del gusto. Ricordo uno specifico episodio accaduto nella sua residenza di Bru-

ha conferito alla nostra Collezione il “Premio Rinascimento+ della Città di Firenze” che è il premio più prestigioso di Arte italiana, in Italia e all’estero, per il collezionismo. La motivazione è stata che la nostra Collezione “è la più importante Collezione all’estero sull’Avanguardia (storica e contemporanea) italiana confrontata con il mondo”».

Ricorda delle occasioni in cui ha avuto modo di confrontarsi con Geo Mantegazza riguarda all’interesse che anche lui provava verso il mondo dell’arte?

sino dove Danna, che Geo stimava molto per essere stata una gallerista di successo, ed io fummo folgorati da una bellissima opera cubista di Juan Gris. Tutti e tre ci fermammo a guardare a lungo quel dipinto e si capiva che Geo aveva un modo di avvicinarsi al mondo dell’Arte circondandosi di opere di qualità che facevano stare bene lui e i suoi ospiti nella sua bellissima abitazione. In particolare, quell’opera rivelava competenza e sensibilità, perché si trattava di un dipinto fondamentale del primo cubismo (1913) nel percorso artistico del grande artista spagnolo».

PLURILINGUISMO,

PATRIMONIO INSOSTITUIBILE DELLA SVIZZERA

Stefan Engler ha percorso quello che un tempo era il classico “cursus honorum” di ogni politico elvetico: dal primo gradino comunale fino ai vertici nazionali passando da incarichi cantonali, senza dimenticare il partito.

Classe 1960, capitano dell’esercito e avvocato di professione (è stato anche presidente di tribunale distrettuale), il grigionese Stefan Engler è stato eletto lo scorso dicembre presidente del Consiglio degli Stati, coronamento di una passione per la politica che lo ha preso fin da giovane: sindaco di Surava, ora frazione di Albula, per 12 anni è anche granconsigliere a Coira; nel 1998 è poi stato eletto in Consiglio di Stato, dove fino al 2010 ha diretto il Dipartimento costruzioni, trasporti e foreste. L’anno seguente è stato infine eletto consigliere agli Stati, dove siede tuttora. Dal 2012 al 2020 ha inoltre presieduto con successo il PPD retico, riuscendo a fargli riconquistare il secondo seggio nel Governo retico. A inizio maggio infine l’atteso annuncio: dopo 40 anni dedicati alla politica Engler non si ricandiderà alle prossime elezioni federali del 2027. Il 65.enne grigionese ha parlato del momento giusto per lasciare: «Sono in età pensionabile. Davvero non voglio essere ancora al Consiglio degli Stati a 70 anni».

Da un piccolo comune grigionese alla presidenza del Consiglio degli Stati: se lo sarebbe mai immaginato?

«Una cosa del genere non si può pianificare; proprio per questo è ancora più affascinante quando accade».

Una vita dedicata alla politica: non ha mai avuto il desiderio di dedicarsi ad altro?

«Il virus della politica mi ha contagiato nel comune e da allora non mi ha più lasciato. È ciò che mi ha sempre dato soddisfazione dal punto di vista professionale».

Ci sono momenti in cui riesce a staccare da questa vita? In quei momenti cosa fa?

«Ognuno dovrebbe chiedersi continuamente: chi sono io senza il mio lavoro? Solo così si trova la giusta distanza e si evita di prendersi troppo sul serio. Trovo svago come tifoso dell’HC Davos, nella natura, con i miei colleghi del coro virile Surses e durante la caccia alta grigionese».

Può considerarsi un politico di milizia?

«Nell’esecutivo, come consigliere di Stato, si è politici professionisti; come parlamentari bisogna fare di tutto per non perdere il contatto con la popolazione e con le diverse realtà di vita. Ho imparato che cambiare prospettiva aiuta a comprendere le esigenze e le preoccupazioni degli altri».

È ancora possibile a certi livelli essere un politico di milizia?

«Nella politica federale è difficile confrontarsi alla pari con l’amministrazione. Ma è assolutamente necessario ed è ciò che la popolazione si aspetta. Di conseguenza, aumenta anche il carico di lavoro politico».

“Mi impressionano uomini e donne che, come sindaci, membri di autorità scolastiche o di altre commissioni, mettono il bene comune al di sopra dell’interesse personale e condividono una parte del proprio tempo e della loro vita con la comunità. E soprattutto dopo eventi naturali percepisco una forza incredibile di solidarietà e resilienza, anche nelle valli più isolate e nelle piccole realtà. È qui che la Svizzera respira lo spirito della coesione”.

Cosa vuol dire per lei fare politica?

«Utilizzare influenza e potere affinché il maggior numero possibile di cittadine e cittadini del nostro Paese abbia la possibilità di trovare la propria felicità nella vita, indipendentemente dalla lingua che parla e dal luogo in cui vive».

In questi quasi 40 anni di attività, cosa è cambiato nella politica svizzera?

«Ho l’impressione che l’individualismo porti alla perdita del senso di comunità e che si perseguano sempre più interessi particolari. Sento più spesso di un tempo la domanda: “Che vantaggio ne traggo io?”. Inoltre constato che la paura di perdere qualcosa pesa più del coraggio di cogliere un’opportunità. Con l’aumento del benessere diminuisce anche la disponibilità ad assumersi dei rischi».

Il fatto che l’ha colpito di più?

«Mi impressionano uomini e donne che, come sindaci, membri di autorità scolastiche o di altre commissioni, mettono il bene comune al di sopra dell’interesse personale e condividono una parte del proprio tempo e della loro vita con la comunità. E soprattutto dopo eventi naturali percepisco una forza incredibile di solidarietà e resilienza, anche nelle valli più isolate e nelle piccole realtà. È qui che la Svizzera respira lo spirito della coesione».

Che cosa l’ha deluso di più?

«La disaffezione verso la politica porta le persone ad allontanarsi dalla politica stessa e anche dall’impegno civico. Dobbiamo renderci conto che, se non sosteniamo le nostre istituzioni e rifiutiamo la partecipazione politica, riPh:

schiamo nel lungo periodo che il potere del popolo venga delegato a pochi. Saper distinguere ciò che è vero dalle fake news rappresenta un serio pericolo per la democrazia».

Impegnato, diligente, profondo conoscitore dei dossier, calmo, riflessivo…per lei quasi esclusivamente elogi. Ce l’ha un difetto? Almeno uno…

«Ho dovuto imparare a dire di no, e a chi piace farlo? A volte sono anche un po’ ingenuo e dovrei essere più diffidente. Inoltre tendo a voler avere ragione. Devo aggiungere altri difetti? Non sempre riesco a distinguere tra umorismo, ironia e sarcasmo. E questo può ferire».

Più volte indicato come papabile al Consiglio federale, non si è mai candidato: davvero non è mai stato tentato di far parte dell’esecutivo federale?

«No. Non sarei mai stato disposto a subordinare la mia vita privata alla carica per ottenere un po’ più di prestigio e influenza».

In una intervista prima della sua elezione lei ha affermato di seguire sempre, sia nella vita privata che in quella politica, il principio romancio “igl ampresto fo chito” (“prendersi cura di ciò che è stato prestato”). Cosa significa per lei esattamente? «Ciò che ci viene prestato – la vita, la lingua e la cultura, oppure una carica – non ci appartiene davvero. Arriverà il giorno in cui dovremo restituirlo, possibilmente senza averlo danneggiato; e tanto meglio se avremo utilizzato ciò che ci è stato prestato per una buona causa».

Guardando la sua scheda parlamentare si è colpiti delle poche relazioni di interesse dichiarate, di cui diverse non retribuite. Una scelta molto diversa da quella della maggioranza dei suoi colleghi: quale la ragione? «Innanzitutto, anche per un parlamentare la settimana ha solo sette giorni. E chi accetta un mandato deve avere il tempo necessario e prevedere sempre un

margine di riserva. Se infatti in un’impresa o in un’associazione sorgono difficoltà, bisogna poter dedicare il tempo richiesto. Inoltre la popolazione si aspetta che gli eletti siano innanzitutto al servizio dei cittadini e non di interessi particolari».

Senza entrare nel merito della polemica, hanno fatto notizia le accuse rivolte dalla consigliera federale Karin Keller-Sutter a UBS di “eccesso di lobbismo”. Dalla sua esperienza di parlamentare, le lobby hanno davvero tutto il potere che si attribuisce loro?

«No. Il lobbismo di per sé non è qualcosa di negativo. Nel sistema di milizia contribuisce ad acquisire conoscenze provenienti dalla scienza, dalla natura e dalla società. Questo aiuta a non dipendere esclusivamente dall’amministrazione. Il lobbying diventa problematico solo quando viene usato per trasmettere deliberatamente un’immagine falsa o incompleta».

Indipendentemente dal giudizio che si ha sulla loro attività, non sarebbe più corretto escludere i loro rappresentanti da Palazzo federale e dai corridori del Parlamento?

«No. È un errore credere che il lobbismo si svolga principalmente a Palazzo federale».

La sua lingua madre è il romancio: come ha vissuto questo fatto di essere la minoranza delle minoranze?

«Sono orgoglioso di appartenere a questa minoranza linguistica. Fa parte della mia identità. Se non fossi romancio sarei una persona diversa, con un’altra origine e un’altra realtà di vita».

“Le lingue minoritarie creano solidarietà”: l’ha affermato lei durante il suo discorso di investitura. Ce lo può spiegare? «Le minoranze devono essere solidali tra loro se non vogliono essere ignorate o emarginate. Questo vale soprattutto per le minoranze linguistiche. Ho la sensazione che, quando incontro cittadini italofoni del mio Cantone, ci comprendiamo più rapidamente proprio perché dipendiamo gli uni dagli altri».

Il plurilinguismo elvetico, con l’egemonia del dialetto nella Svizzera tedesca e la voglia di abbandonare lo studio delle altre lingue nazionali a favore dell’inglese, non rischia di scomparire?

«Dobbiamo assolutamente impedirlo. La croce svizzera ha quattro bracci della stessa lunghezza, collegati tra loro. Nel plurilinguismo risiede una delle ricchezze del nostro Paese».

In che modo si può assicurare la coesione del paese al di là di tutti i confini, dunque le divisioni, che l’attraversano?

«L’immagine della croce svizzera non è una dichiarazione romantica o nostalgica. È la ragion d’essere della stabilità e della coesione del nostro Paese. Lingue, culture, natura e paesaggi, tradizioni, usanze, diversità economica, realtà di vita e persone: tutto questo, e molto altro, trova posto nei quattro bracci della croce».

In Ticino abbiamo l’impressione che i Grigioni riescono sempre ad ottenere quello che vogliono dalla Berna federale. Impressione o realtà?

«È un mito, anche se a noi grigionesi piace sentirlo dire. Credo però

che in passato le minoranze avessero tendenzialmente più facilità a ottenere qualche attenzione in più».

Ha qualche suggerimento da dare per migliorare i rapporti, spesso piuttosto tesi, tra Ticino e Berna?

«Non voglio dare consigli, ma uno sì: aiuterebbe se i Cantoni di confine, indipendentemente dalla lingua, si unissero maggiormente e coordinassero meglio le loro rivendicazioni».

Lei ha rinunciato ai festeggiamenti per la sua nomina, affermando che preferisce incontrare la popolazione nelle regioni. La vedremo mai nel nostro Cantone?

«Il Moesano, la Bregaglia e la Val Poschiavo fanno parte della mia patria. Ci sarà sicuramente ancora un’occasione per incontrare la loro popolazione. Se arriverò anche in Ticino, non lo so ancora. Ma il modo in cui la popolazione del Moesano e della Vallemaggia si è sostenuta reciprocamente dopo le alluvioni e ha affrontato insieme la ricostruzione meritava senz’altro una mia visita».

CAPIRE IL MONDO CHE CAMBIA:

metodo, storia e

limiti della geopolitica

contemporanea

Lucio Caracciolo è una delle voci più autorevoli del panorama geopolitico italiano. Giornalista e analista, è fondatore e direttore della rivista Limes, che dal 1993 rappresenta un punto di riferimento per l’interpretazione dei rapporti di forza internazionali attraverso una lente che intreccia storia, geografia e strategia. La sua formazione affonda in un ambiente familiare di alta intensità intellettuale: figlio dello storico Alberto Caracciolo, tra i fondatori di Quaderni storici, è cresciuto in un contesto in cui la riflessione sul potere, sulle istituzioni e sui processi di lunga durata era parte integrante del discorso culturale. Se il padre ha contribuito a rinnovare la storiografia italiana del secondo Novecento, il figlio ne ha in qualche modo trasposto l’approccio nel presente, portando l’analisi storica fuori dall’accademia e dentro il cuore della contemporaneità. Il tratto distintivo del suo lavoro è proprio questo: leggere l’attualità non come cronaca frammentata, ma come espressione di equilibri profondi, radicati nello spazio e nel tempo. In un’epoca dominata dalla velocità dell’informazione, Caracciolo invita a rallentare lo sguardo, a ricostruire contesti, a riconoscere nella geografia e nella storia le chiavi per comprendere il mondo. Più che commentare gli eventi, il suo lavoro mira a interpretarli, restituendo complessità a fenomeni spesso semplificati. È in questa tensione tra passato e presente, tra analisi e narrazione, che si colloca la sua figura: non solo osservatore delle dinamiche globali, ma interprete di una tradizione culturale che continua a interrogarsi sul senso e sulle forme del potere. In un contesto internazionale segnato da trasformazioni rapide e

Il professor Lucio Caracciolo sarà ospite del Circolo Liberale di Cultura Carlo Battaglini e dell’Associazione Carlo Cattaneo il prossimo 9 settembre a Lugano. In questa conversazione, riflette sui limiti dell’analisi geopolitica, sull’importanza di uno sguardo storico-geografico e sul ruolo di modelli come quello svizzero in un mondo sempre più instabile e policentrico

spesso contraddittorie, comprendere la realtà geopolitica richiede oggi un approccio più cauto e consapevole rispetto al passato.

Da dove dovrebbe partire oggi un’analisi seria della realtà geopolitica?

«Direi da una dose necessaria di scetticismo. Non si tratta di un atteggiamento rinunciatario, ma di un presupposto metodologico fondamentale. Senza una distanza critica, si rischia di confondere ciò che è strutturale con ciò che è contingente, soprattutto in un’epoca in cui la comunicazione tende a trasformare ogni evento in qualcosa di epocale. Il problema è anche umano: chi ha costruito nel tempo una propria expertise fatica ad accettare cambiamenti che contraddicono le proprie categorie interpretative».

Quindi il rischio è quello di rimanere ancorati a schemi superati?

«Esattamente. La storia è piena di esempi. Pensiamo agli studiosi formatisi sull’Unione Sovietica: il suo

di Eduardo Grottanelli de’Santi
Morena Ferrari Gamba, Presidente del Circolo Battaglini

crollo ha reso improvvisamente obsolete intere chiavi di lettura. In molti casi si tende a considerare i cambiamenti come fenomeni passeggeri, mentre nel frattempo la realtà evolve rapidamente. Il punto è distinguere tra superficie e struttura: ciò che mi pare strutturale oggi è la crisi dell’idea di un ordine globale a vocazione universale».

Si riferisce in particolare al ruolo degli Stati Uniti?

«Sì, ma non in termini semplicistici di declino. Piuttosto, parlerei dell’impossibilità, per qualsiasi potenza, di sostenere a lungo un impero globale. Gli Stati Uniti hanno costruito, soprattutto dopo la Seconda guerra mondiale, un sistema articolato - economico, politico e militare - fondato anche sull’ideologia della globalizzazione. Oggi quel modello mostra limiti evidenti. Ne deriva un mondo più frammentato, tendenzialmente policentrico, dove i vincoli comuni si indeboliscono e prevalgono logiche di potenza».

In questo scenario, quanto conta ancora l’approccio storico-geografico?

«Conta moltissimo, ed è proprio ciò che spesso manca. La mia formazione, profondamente legata alla geografia e alla storia, mi porta a ritenere che non si possa comprendere la politica senza considerare lo spazio e il tempo. Le culture politiche non sono universali: sono il prodotto di storie e geografie specifiche. Pretendere di applicare categorie identiche a contesti diversi — per esempio a un paese nordico e a uno sudamericano — è un errore metodologico grave».

Questa critica si estende anche alla contrapposizione tra democrazie e autocrazie?

«Direi di sì. È una semplificazione che può avere una funzione polemica, ma che sul piano conoscitivo rischia di essere fuorviante. Le forme politiche concrete sono molto più articolate e radicate nei contesti storici. Ridurre tutto a una dicotomia rischia di oscurare le reali dinamiche di potere».

Guardando all’Europa, la Svizzera rappresenta un modello particolare. Come lo interpreta?

«La Svizzera è un caso estremamente interessante, anche perché sfugge alle classificazioni tradizionali. È un sistema federale, con una forte componente di democrazia diretta, che funziona secondo logiche proprie. Se provassimo a inserirla nelle categorie standard della politologia, incontreremmo non poche difficoltà. La sua stabilità deriva proprio da questa specificità, da un equilibrio costruito nel tempo tra livelli diversi di governo e identità».

Il Canton Ticino si inserisce in questo quadro con caratteristiche proprie?

«Sì, il Ticino rappresenta in qualche modo un’anomalia nell’anomalia. Ha una sensibilità diversa rispetto ai cantoni germanofoni e tende talvolta a esprimere orientamenti autonomi. Questo riflette ancora una volta l’importanza dei fattori culturali e geografici, che incidono profondamente anche all’interno di uno stesso Stato».

In conclusione, quale atteggiamento dovrebbe adottare oggi chi studia la geopolitica?

«Umiltà e consapevolezza dei propri limiti. Viviamo in un mondo in cui le certezze si sono ridotte e in cui le categorie interpretative devono esse -

“La Svizzera è un caso estremamente interessante, anche perché sfugge alle classificazioni tradizionali. È un sistema federale, con una forte componente di democrazia diretta, che funziona secondo logiche proprie. Se provassimo a inserirla nelle categorie standard della politologia, incontreremmo non poche difficoltà”.

E rispetto alle sfide contemporanee, come quelle demografiche o migratorie?

«Sono questioni cruciali, su cui la Svizzera è chiamata a confrontarsi direttamente attraverso strumenti come il referendum. È un aspetto che colpisce: la frequenza con cui i cittadini sono coinvolti anche su temi molto concreti, talvolta amministrativi. Questo produce una democrazia dinamica, non bloccata, ma anche esposta a esiti non sempre prevedibili».

re continuamente rimesse in discussione. Senza dimenticare che, nonostante la globalizzazione delle comunicazioni, restiamo immersi in realtà storiche e territoriali molto concrete. È lì che si gioca, ancora, la comprensione del mondo».

Gabriele Balbi, da gennaio Rettore ad interim dell’Università della Svizzera italiana (USI), affianca all’impegno istituzionale una consolidata attività di ricerca e insegnamento nel campo dei media studies. In questa intervista propone alcune interessanti riflessioni sull’evoluzione dei media

dalla nascita del web alle piattaforme globali, sul ruolo della storia nella comprensione del presente e sulle prospettive future della comunicazione.

In che modo riesce a conciliare le responsabilità istituzionali con la ricerca e l’insegnamento?

«È una sfida continua. La parola che mi viene in mente è “equilibrio”, anche se spesso si tratta più di un adattamento dinamico che di un vero equilibrio. L’attività istituzionale richiede tempo e attenzione, ma considero l’insegnamento e la ricerca fondamentali, non solo per il mio lavoro ma anche per mantenere un contatto diretto con le nuove generazioni. Insegnare, in particolare, è un privilegio: ogni anno incontro studenti e studentesse, la maggior parte tra i 18 e i 23-24 anni, e vedere nei loro occhi l’interesse per ciò che si trasmette è qualcosa di estremamente stimolante. Parallelamente, la ricerca scientifica continua attraverso progetti e gruppi di lavoro che mi permettono di imparare giornalmente oltre che dai colleghi, da altri giovani dottorandi e postdoc».

Il suo percorso accademico e di ricerca è caratterizzato da intensi rapporti internazionali. In che modo queste relazioni hanno influenzato il suo approccio alla storia dei media?

«In maniera decisiva. Aver studiato e lavorato in diversi ambiti mi

“Spesso tendiamo a enfatizzare le rotture, ma la storia dei media è fatta anche di continuità profonde. Riprendendo una celebre metafora dello storico Fernand Braudel, possiamo dire che ci concentriamo troppo sulle “onde in superficie” e troppo poco sulle correnti profonde”.

ha insegnato che le tecnologie non sono mai neutre: vengono utilizzate in modi diversi a seconda delle culture, dei contesti sociali e delle condizioni economiche. Questo porta a sviluppare uno sguardo comparativo, che è essenziale nello studio dei media. Non esiste un’unica traiettoria evolutiva: ciò che accade in Europa può essere molto diverso da quanto accade in Asia o in altri contesti. Questa consapevolezza aiuta a evitare letture semplicistiche e deterministiche della tecnologia».

Lei si occupa di storia dei media in una prospettiva di lungo periodo. Quali continuità e discontinuità emergono tra analogico e digitale?

«Spesso tendiamo a enfatizzare le rotture, ma la storia dei media è fatta anche di continuità profonde. Riprendendo una celebre metafora

dello storico Fernand Braudel, possiamo dire che ci concentriamo troppo sulle “onde in superficie” e troppo poco sulle correnti profonde. Le tecnologie cambiano, ma molte logiche rimangono: se devo nominare al volo una cosa che emerge oggi è la velocità del cambiamento e la scala globale dei fenomeni. Il passaggio al digitale ha accelerato i processi e ha trasformato radicalmente i modelli economici, ma non ha cancellato le dinamiche fondamentali della comunicazione».

Uno dei suoi progetti recenti riguarda la storia del web. Quali aspetti ritiene più rilevanti per il grande pubblico?

«Un elemento importante è chiarire una distinzione spesso trascurata: Internet e il web non sono la stessa cosa. Internet è l’infrastruttura, il web è uno dei servizi che viaggia su di essa. Il web nasce in Europa, al CERN di Ginevra, tra la fine degli anni ’80 e l’inizio dei ’90 del Novecento, con l’obiettivo di facilitare la condivisione delle informazioni tra ricercatori. Una delle scelte decisive fu quella di renderlo gratuito e open source nel 1993: una decisione tutt’altro che scontata, che ha determinato lo sviluppo successivo. Un altro aspetto interessante è che il web avrebbe potuto evolvere in modo molto diverso. Oggi lo percepiamo come uno spazio aperto, ma sempre più spesso è dominato da grandi piattaforme che ne hanno in parte limitato la natura originaria di rete libera e decentralizzata».

Che ruolo ha oggi la dimensione storica nella comprensione dei fenomeni comunicativi contemporanei?

«È fondamentale. Viviamo in un’epoca in cui ogni nuova tecnologia viene

presentata come una rivoluzione. Ma senza una prospettiva storica rischiamo di cadere in quella che potremmo definire un’“ideologia della rivoluzione digitale”. La storia ci insegna che i cambiamenti sono spesso più graduali e complessi di quanto appaiano. Ci aiuta a distinguere tra innovazioni reali e narrazioni costruite, e a comprendere meglio le dinamiche di lungo periodo».

Guardando al panorama globale, quali dinamiche emergono oggi nei sistemi mediatici?

«Assistiamo a un crescente policentrismo. Se in passato il dominio era prevalentemente occidentale, oggi esistono nuovi poli rilevanti. La Cina, per esempio, è diventata un attore centrale sia nella produzione tecnologica sia nei modelli comunicativi. Allo stesso tempo, persistono forti concentrazioni di potere: poche grandi aziende, in gran parte statunitensi, controllano piattaforme utilizzate da miliardi di persone. È un paradosso interessante: da un lato pluralità geografica, dall’altro concentrazione economica».

Qual è la sua valutazione dello stato attuale dei media, anche a livello locale?

«I media tradizionali mantengono ancora una forte credibilità, soprattutto nei momenti di crisi. Tuttavia, affrontano difficoltà significative sul piano economico: gli introiti pubblicitari si sono spostati verso le piattaforme digitali, e questo ha ridotto la sostenibilità di molti modelli editoriali. Anche i consumi sono cambiati: meno lettura di giornali, meno televisione lineare, più contenuti frammentati e personalizzati. In alcuni contesti si stanno sperimentando nuovi modelli, come gli eventi o i podcast, ma il futuro resta incerto».

In questo scenario, come cambiano le aspettative degli studenti che si avvicinano alla comunicazione?

«Gli studenti di oggi sono molto consapevoli della complessità del mondo in cui vivono, ma anche più esposti a fragilità, come ansie legate all’incertezza del futuro. Il nostro compito non è solo insegnare strumenti tecnici, destinati a diventare rapidamente obsoleti, ma fornire una “cassetta degli attrezzi” culturale: capacità critica, consapevolezza storica, adattabilità. Sempre più giovani percepiscono anche la necessità di disconnettersi, almeno temporaneamente, da un flusso informativo continuo e spesso opprimente. È un segnale interessante, che indica una crescente riflessività nell’uso dei media».

Possiamo dire, allora, che la formazione umanistica torna centrale?

«Assolutamente sì… e mi lasci dire in particolare nell’era della AI. Le competenze tecniche sono importanti, ma senza una solida base culturale è difficile interpretare il mondo. Fare le domande giuste è spesso più importante che avere risposte immediate. Le scienze umane e sociali offrono proprio questo: strumenti per comprendere, contestualizzare e, soprattutto, non subire passivamente le trasformazioni tecnologiche».

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IL TEATRO

Quando si parla di carriere nate per vocazione, quella di Giorgio Pasotti rappresenta quasi un’eccezione. Non c’è stato un sogno infantile di palcoscenico né un percorso lineare verso il cinema. Al contrario, tutto nasce da un altrove geografico e umano, lontanissimo dai riflettori.

Partiamo dalle origini: com’è iniziato tutto?

«In modo completamente casuale. Da giovane volevo diventare medico, nello specifico medico sportivo. Studiavo medicina tradizionale cinese applicata allo sport a Pechino, nei primi anni ’90. Il mio progetto era chiaro: tornare in Italia e proseguire gli studi. E invece il destino mi ha portato a cambiare rotta. Una produttrice di Hong Kong cercava un ragazzo occidentale per un film. Mi proposero un provino e, più per curiosità che per convinzione, accettai. È stato l’inizio di una nuova vita».

Un cambiamento radicale, senza rimpianti?

«Nessuno. La medicina è stata una tappa importante, ma evidentemente non era la mia strada. Quando ho scoperto la recitazione me ne sono innamorato. È stato un percorso anche da autodidatta, fatto di tentativi e di studio personale. Il vero punto di svolta è arrivato quando il regista Daniele Lucchetti mi ha coinvolto nel film I piccoli maestri. Allora ho capito che poteva diventare un mestiere. Da quel momento è iniziato un viaggio che non si è più fermato».

Nel corso degli anni lei ha costruito una carriera che attraversa generi e geografie, lavorando molto anche all’estero: che tipo di esperienza è stata?

Dalla medicina tradizionale cinese al cinema, passando per Hollywood e il palcoscenico: in questa intervista, a seguito dell’evento all’Hotel La Romantica di Melide organizzato da Nicoletta Gianni Special Moments, Giorgio Pasotti racconta il percorso di un attore tra i più versatili della scena italiana, con uno sguardo aperto anche alla Svizzera e al Ticino.

«Molto formativa. Ho girato negli Stati Uniti, in Europa dell’Est, in produzioni internazionali. In passato erano frequenti le coproduzioni e questo mi ha permesso di lavorare in inglese e confrontarmi con realtà diverse. Un bagaglio che va oltre la tecnica. Ogni esperienza all’estero ti costringe a uscire da te stesso. È una crescita culturale, prima ancora che professionale».

E per quanto riguarda i generi? Ha delle preferenze?

«Mi piace spaziare. La commedia e il dramma sono due mondi diversi ma complementari. Il privilegio di questo mestiere è poter vivere tante vite: interpretare persone lontanissime da te ti arricchisce profondamente. Negli ultimi anni il sistema produttivo italiano ha conosciuto una nuova vitalità, anche grazie all’arrivo di produzioni straniere. Le condizioni produtti -

“Mi piace spaziare. La commedia e il dramma sono due mondi diversi ma complementari. Il privilegio di questo mestiere è poter vivere tante vite: interpretare persone lontanissime da te ti arricchisce profondamente”.

ve rendono l’Italia molto attrattiva per le grandi produzioni internazionali. Questo crea opportunità per tutti: attori, tecnici, registi. È un’apertura importante verso una dimensione più globale».

Se il cinema è stato il primo amore professionale, il teatro rappresenta oggi il centro della sua identità artistica. Che cosa significa per lei il palcoscenico?

«Il teatro è la casa dell’attore. È lì che ci si misura davvero. Io ci sono arrivato tardi, facendo un percorso inverso rispetto a molti colleghi, ma oggi non potrei farne a meno. La differenza con il cinema è netta. Il pubblico presente ogni sera cambia tutto. È un confronto diretto, senza mediazioni. Se non fai teatro, secondo me, non puoi dirti davvero attore. Tra i progetti più cari, la regia di Otello, che continua a portare in tournée. È un lavoro a cui tengo moltissimo, e che continuerà a girare nei grandi teatri».

Tra cinema, televisione e regia, quali sono i progetti per il futuro?

«Uscirà presto un film per il cinema, Io non ti lascio solo, e una commedia su Rai 1. Poi sto lavorando al mio terzo film da regista, Sotto a chi tocca, e ad altri progetti che spero di portare a termine presto. Accanto al lavoro artistico, anche l’impegno istituzionale. Continuo la mia attività con il Teatro Stabile d’Abruzzo, che è una realtà a cui sono molto legato».

Nel suo percorso non manca un legame con la Svizzera, in particolare con il Ticino. Che rapporto ha con questi luoghi?

«Ho girato a Lugano un film tratto da Tolstoj, Quale amore, con Vanessa Incontrada. È stata un’esperienza bellissima. Il lago ha una doppia

anima: può essere rassicurante ma anche generare inquietudine, ed è perfetto per certe atmosfere narrative. La Svizzera ha un territorio che mi affascina anche a livello personale. Amo la montagna e quei paesaggi. Mi trasmettono serenità, energia, una dimensione intima. Sono luoghi dove riesco a ritrovarmi».

Le piacerebbe tornare a lavorare in Ticino?

«Assolutamente sì. C’è una vicinanza culturale con l’Italia, ma allo stesso tempo una differenza che rende tutto interessante. È un equilibrio unico».

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Rosita Celentano appartiene a quelle presenze che non cercano il centro della scena, ma finiscono per occuparlo con naturalezza. Figlia di un’eredità artistica importante, ha costruito negli anni un percorso indipendente fatto di televisione, scrittura, impegno ambientale e una ricerca personale coerente e silenziosamente radicale.

Cinque anni fa ha lasciato Milano per seguire un richiamo più profondo: vivere a contatto con la natura. A Lugano ha trovato un nuovo equilibrio, dove il tempo rallenta, il paesaggio respira e la quotidianità si misura nei gesti essenziali. Qui ha dato vita anche a L’Impronta, un format di incontri che porta sul palco di un Teatro, personalità che hanno segnato il pensiero contemporaneo, creando un dialogo aperto con il pubblico su vita, consapevolezza e cambiamento.

Partiamo da L’Impronta, un nuovo format di incontri con personaggi illuminanti che hai portato su un palco intimo, qui a Lugano… «Sono molto affezionata a questo format perché nasce da un’urgenza precisa: imparare ad ascoltarsi e a conoscersi davvero. E, prima ancora, accorgersi che le persone buone sono molte più di quanto si pensi. Attraverso questi incontri mi interessa dare un segnale positivo. Per me esiste sempre una possibilità di soluzione. Bisogna solo scegliere da che parte stare: se dalla parte del problema, vivendo in modo superficiale e distaccato, oppure dalla parte della soluzione, creando empatia, ascolto e modi gentili».

Cosa significa per te stare dalla parte della soluzione?

«Non è sempre semplice, ovviamente. Ci sono momenti in cui la vita

Dalla grande Milano all’intima Lugano, tra lago e montagne: l’abbiamo incontrata per una conversazione sincera che attraversa invecchiamento, relazioni, spiritualità quotidiana e la

responsabilità invisibile che ognuno ha nel lasciare un segno.

sembra non lasci spazio all’ottimismo. Ma credo che, qualunque cosa accada, si possa scegliere un orientamento interiore verso la felicità. È

una decisione che richiede lavoro su di sé, introspezione, ma anche apertura verso l’esperienza degli altri. Gli ospiti de L’Impronta hanno avuto questo ruolo nel mio percorso: li ho incontrati negli ultimi vent’anni attraverso libri, documentari, conferenze o amicizie nate nel tempo. Il loro vissuto mi ha permesso di guardare la realtà da angolazioni diverse. Oggi sono queste personeper me illuminate - che porto sul palco, perché possano lasciare un segno positivo a più gente possibile».

Parlami di queste persone e di come sono arrivate nella tua vita…

«Alcune le ho conosciute da vicino, altre le ho seguite per anni. Quando incontrai Daniela Lucangeli, professoressa di Psicologia dello sviluppo e dell’Educazione all’Università di Padova, esperta di psicologia dell’apprendimento, impegnata in progetti di alfabetizzazione e divulgazione di

tematiche legate alle neuroscienze, apprendimento, psicologia e pedagogia, eravamo entrambe ospiti a un TED, ne fui subito affascinata non solo dalla professionalità ma soprattutto dal modo di porsi verso i giovani e mi ha molto colpito il suo stile nel divulgare argomenti drammatici e difficili con delicatezza e determinazione che ti facilita nel capire concetti profondi. Oggi abbiamo un rapporto di grande stima, diretto e affettuoso. Massimo Citro della Riva è un altro riferimento importante, così come Nicolò Covoni con il progetto Still I Rise, che costruisce scuole gratuite nei contesti più difficili del mondo, dall’Africa alle favelas brasiliane. Sono persone che agiscono nel concreto, non solo nel pensiero. È attraverso questi incontri che mi sono sentita progressivamente più serena e centrata».

Non esiste una via per la felicità: la felicità è la via’. Nella tua esperienza, in che modo scegliere la felicità è diventato uno stile di vita?

«Mi chiedono spesso: “Allora non soffri più?”. La risposta è semplice:

certo che capita di soffrire. Le difficoltà, le paure, le fragilità restano. La differenza è nel modo in cui le attraversi. È l’uso che decidiamo di fare con ciò che ci succede che fa la differenza nella nostra vita e con le nostre emozioni. Oggi le vivo con una consapevolezza diversa: riconosco che spesso sono proprio le difficoltà a farsi maestre, costringendoci a evolvere. Ed è bello e importante tornare ad esser “grati” per ciò che si ha ma soprattutto a saper esser grati delle difficoltà che incontriamo perché sono le vere opportunità di crescita. Ogni caduta è un’opportunità. La gratitudine è diventata un esercizio quotidiano, sempre più consapevole, che mi porta a contatto con il mio cuore. È come se la vita spostasse continuamente il punto di vista, per riportarti - a volte con delicatezza, altre con forza - su una direzione più autentica e giusta per noi, anche se in quel momento pensiamo che non sia così. Per me, l’autenticità ha significato anche questo: non essere solo una persona di spettacolo, ma concedermi esperienze reali, fuori da ogni ruolo. Come quando lavorai come cameriera in un ristorante a Firenze, o quando, ancora molto giovane, scelsi di fare volontariato in una casa di riposo, dove mi sono presa cura dei poveri vecchietti abbandonati lì in un modo così profondo che non avevo mai provato».

La sensibilità per l’ambiente e per la difesa degli animali e delle persone fragili è presente da sempre nella tua vita… «È istintiva, fa parte di me da sempre, ed è anche un’eredità familiare. Ho preso il testimone in queste battaglie sociali da mio padre (Adriano Celentano) che è sempre stato molto sensibile ai temi ambientali e sociali, e questo ha rafforzato una predispo -

sizione che era già in me. Credo molto nel valore delle scelte quotidiane. Ogni gesto di consumo sostiene un sistema, e quindi anche decisioni minime hanno un impatto reale. Abbiamo il potere di indirizzare il mercato, peccato che la gente o non se ne rende conto oppure se ne frega, perché ogni volta che acquistiamo qualcosa, di qualunque tipo, noi “finanziamo” un’azienda. Ecco perché è fondamentale decidere a chi dare i nostri soldi. Se cresce la consapevolezza dei consumatori, il mercato si trasforma. Nulla è neutro, neppure ciò che sembra insignificante».

Essere vegana è un modo molto concreto di praticare quello in cui credi… «Per me non è solo alimentazione, ma un modo di vivere. Nasce da una motivazione etica legata agli animali che si è poi ampliata includendo anche aspetti legati alla salu-

te. Ho approfondito il tema degli allevamenti intensivi, del loro impatto ambientale e delle conseguenze legate all’uso di antibiotici e allo stress animale. Questo ha reso le mie scelte sempre più allineate. Da decenni non acquisto prodotti animali, abiti, cosmesi, cibo o altro e ho ridotto progressivamente tutto ciò che è superfluo. Non si tratta di rinuncia, ma di coerenza. Quando ciò che fai coincide con ciò che senti, tutto diventa più leggero. Ed è bello addormentarsi sapendo che hai fatto un’azione buona o che comunque non ha danneggiato nessuno».

Hai parlato spesso dell’importanza di prevenire le malattie attraverso scelte consapevoli… «Credo fortemente che la prevenzione dovrebbe avere molto più spazio della cura. Ogni giorno possiamo agire per non arrivare alla malattia, attraverso abitudini e qualità del nostro equili-

brio interiore. Non è solo una questione alimentare, ma riguarda anche il modo in cui pensiamo e viviamo. Quando si sviluppa un atteggiamento più gentile verso la vita - meno aggressivo, meno compulsivo - il corpo risponde. Anche la natura ha un ruolo fondamentale: una semplice camminata nel bosco aiuta il nostro corpo a star bene o a curarsi. In Giappone lo chiamano shinrin-yoku, il “bagno nella foresta”. E poi c’è il corpo, che ci parla: la danza per esempio, tipo il tango argentino, mi ha dato moltissimo in termini di ascolto, presenza e benessere».

Lugano, da cinque anni la tua nuova casa “verde”: qui hai scoperto la forza della gratitudine… «Ho sempre amato Milano, una città che mi ha dato molto. Ma, a un certo punto ho capito che non era più il mio luogo. Il richiamo per la natura è sempre stato fortissimo, anche grazie agli anni in Brianza e ad Asiago. La svolta è arrivata durante la pandemia, quando il silenzio ha reso tutto più chiaro. Dopo un po’ di girovagare fra campagne e monti, sono arrivata a Lugano. E qui ho avuto una sensazione immediata di appartenenza. La natura, il lago, le montagne, ma anche la qualità della vita e la gentilezza nei gesti quoti-

diani: elementi semplici ma profondi. Qua ho imparato a salutare gli sconosciuti che incrocio per strada. È un contesto più lento, più umano, più vero. Si vive un senso civico che altrove sembra scomparso».

Sei una donna di contatto e di relazioni: come vivi oggi le relazioni, in questa fase della tua vita?

«Oggi le vivo in modo più libero e autentico. A un certo punto qualcosa si è trasformato profondamente. Dico spesso, con ironia, che perdendo due o tre ormoni per strada con la menopausa, ho “chiuso la boutique”…e questo ha portato a cambiamenti concreti nella mia vita e a lasciare andare un certo modello esistenziale. Non è stata una perdita, ma un riallineamento. È cambiato il corpo, la percezione emotiva, il modo di stare nelle relazioni. Ho semplicemente cominciato a seguire l’istinto e ciò che sento e provo. Credo che negare il tempo, e le sue stagioni, sia molto più faticoso che accoglierlo».

Come vivi il passare degli anni in un’epoca che tende a glorificare la giovinezza? «Lo vivo come qualcosa di naturale. Il tempo scandito come lo conosciamo noi non esiste e comunque non

si ferma, e resistergli è una battaglia persa. Se la felicità dipende dall’assenza di cambiamento, diventa fragile. Io credo invece che la stabilità vera venga da dentro: da un lavoro interiore che non dipende dall’immagine. Quando quella base è solida, il tempo non toglie: stratifica, aggiunge, chiarisce e nobilita».

Chiudiamo tornando a un progetto molto personale: il libro che stai scrivendo con tua cugina, Alessandra Celentano… «È nato tutto in modo spontaneo. Alessandra è mia cugina, suo padre era fratello di mio padre. Siamo molto diverse, ma profondamente connesse su alcuni valori. Lei mi chiama amorevolmente “l’entusiasta di merda”, e già questo dice molto dei nostri caratteri. Viviamo entrambe a Lugano e questo ci rende molto felici perché abbiamo vissuto lontane per molti anni. L’idea del libro è nata grazie a Domenico Liggeri, il mio autore Tv e PodCast, che ci ha proposto di mettere a confronto due visioni complementari. Stiamo scrivendo di tempo, rispetto, vita e trasformazioni, senza filtri. Ed è lo stesso principio de “L’Impronta”: ognuno di noi lascia un segno, che lo volgia o no. La domanda vera è: “che segno vuoi lasciare nel tuo passaggio in questa vita?”».

“Ho sempre amato Milano, una città che mi ha dato molto. Ma, a un certo punto ho capito che non era più il mio luogo. Il richiamo per la natura è sempre stato fortissimo, anche grazie agli anni in Brianza e ad Asiago. La svolta è arrivata durante la pandemia, quando il silenzio ha reso tutto più chiaro. Dopo un po’ di girovagare fra campagne e monti, sono arrivata a Lugano”.

Da cosa è influenzato il sistema finanziario?

A marzo 2000, con un tempismo perfetto, Robert J. Shiller pubblicò Euforia irrazionale, il libro che di lì a poco sarebbe diventato un bestseller.

Quello stesso mese scoppiò la bolla delle Dot-com, come Shiller aveva previsto nel suo saggio, e il professore di Yale salì definitivamente alla ribalta. Shiller ha poi avuto ragione una seconda volta, quando ha segnalato il crollo del mercato americano dell’edilizia immobiliare ben prima che i prezzi iniziassero effettivamente a scendere, e da allora è una celebrità tra gli economisti. Nel 2013 gli è stato conferito il Premio Sveriges Riksbank per le Scienze Economiche in memoria di Alfred Nobel. Per gentile concessione di UBS Nobel Perspectives (ubs.com/nobel).

Non proprio un accademico come gli altri Editorialista del New York Times, accademico, scrittore e Premio Nobel, Shiller è anche figlio di immigrati lituani e vanta ottime capacità imprenditoriali. Ha creato infatti una società per lanciare un indice dei prezzi delle abitazioni. Chi gli è vicino dice due cose di lui: che nonostante sia estremamente indaffarato, non riesce a dire di no a niente e a nessuno, e che è molto loquace. Quando l’abbiamo incontrato al campus di Yale, dove insegna economia dal 1982, si è capito subito perché sua moglie Virginia “Ginny” Shiller, psicologa, ritenga che possa avere un disturbo da deficit di attenzione. C’è quello sguardo nei suoi occhi,

come se i suoi pensieri seguissero contemporaneamente diversi fili - senza mai perderne uno.

Integrare la psicologia nell’economia

Shiller è uno dei pionieri dell’economia comportamentale, in particolare della finanza comportamentale. Insieme ad altri due economisti, Daniel Kahneman e Richard Thaler, ha creato un nuovo approccio che ha modificato profondamente il pensiero esistente e da decenni sottolinea l’importanza di avere una visione più ampia e integrare altre discipline accademiche nell’economia. Tendo a considerare la rivoluzione dell’economia comportamentale una controrivoluzione nei confronti dell’eccessiva specializzazione e un ritorno a un normale dialogo tra le scienze sociali. Non sorprende che un uomo descritto dagli amici come capace di mostrare interesse per qualsiasi cosa abbia creato una spaccatura nel campo dell’economia, dedicando uno sguardo più completo anche ad altre discipline. Quando iniziò a frequentare il college, Shiller aveva ancora qualche riserva su quale specializzazione scegliere: «Per me significava rinunciare ai miei sogni di bambino, quando volevo fare praticamente tutto». Shiller parla di come sia stato difficile per lui scegliere, senza sapere se avrebbe preso la decisione giusta, sebbene oggi chiunque direbbe che ha senz’altro scelto per il meglio. Alla fine scelse economia, ma il suo interesse per numerose scienze l’avrebbe portato ad assumere un diverso approccio verso questa materia.

Sfidare lo status quo

Fu quando frequentava l’Università del Michigan che Shiller realizzò per la prima volta che le intuizioni psico -

In breve

Data e luogo di nascita: 1946, Detroit, Michigan, USA

Campo di studi: Economia finanziaria

Lavoro premiato: analisi empirica del prezzo degli asset

Episodi preferiti della sua vita: la macchina persa in un parcheggio; una D in cittadinanza a scuola; il massimo entusiasmo nel fare qualsiasi cosa; un generale interesse per gli argomenti più insoliti (come la migrazione degli uccelli verso il Sud America)

La moglie migliore al mondo: gli ha permesso di ipotecare la loro casa per investire nella sua società (fortunatamente con successo)

Tema più ricorrente nella sua opera: lottare per un nuovo ordine finanziario

Lezione appresa: mai lasciare un professore di economia e un cameraman da soli in una giornata umida, torneranno completamente bagnati

logiche dovevano entrare a far parte dell’analisi economica. Successivamente, incoraggiato da sua moglie, riuscì a scavare ancora più in profondità: «Fu lei che mi indusse a pensare alla psicologia. Probabilmente, senza la sua influenza non sarei diventato l’economista che sono oggi». Un punto focale della sua ricerca fu l’idea che a guidare la finanza e l’economia globale fossero il comportamento e il pensiero delle persone. Negli anni ‘70 e ‘80, quando Shiller fece la sua comparsa sulla scena, gli economisti erano diventati molto matematici. Secondo Shiller era sbagliato essere troppo rigidi su quello che era un campo molto umano.

Perché i mercati finanziari non sono efficienti

«Gli economisti osservano il mercato azionario, lo vedono salire e scen-

dere, e di solito non hanno la più pallida idea del perché. Convinti di avere bisogno di una scusante, hanno ideato una teoria che li giustifica per il fatto di non sapere». Shiller sta parlando dell’ipotesi del mercato efficiente. Egli voleva fornire «un resoconto più fedele», e questa idea lo portò poi a scrivere la sua prima opera veramente influente nel 1981. Il suo amico di lunga data e collega John Campbell, dell’Università di Harvard, ricorda ancora il momento in cui lo lesse: stava aspettando il treno in una stazione di New Haven, nel Connecticut, e subito desiderò incontrarne l’autore.

Un’idea radicale «Bob ebbe questa intuizione molto semplice», spiega Campbell. «I prezzi azionari sembrano essere molto più volatili rispetto al flusso di dividendi futuri che dovrebbero prevedere, ma se la previsione fluttua troppo, questo significa che la gente sta cambiando idea in modo preve -

dibile e, quindi, irrazionale».

Intenzionato a sbilanciarsi in un periodo in cui predominavano i modelli di aspettative razionali, Shiller dimostrò un coraggio che attrasse molti giovani economisti. Ma dovette affrontare anche severe critiche. Ginny ricorda quando, all’epoca, tornava spesso a casa demoralizzato. Era una strada difficile, a causa della rivoluzione conservatrice in atto. Margaret Thatcher, la Lady di Ferro, governava nel Regno Unito, Ronald Reagan era presidente degli Stati Uniti. C’era, come sottolinea Shiller, la convinzione generale che «i governi dovessero, semplicemente, rimanere del tutto fuori dai mercati». Molti erano dell’idea che si dovesse guardare ai mercati come se fossero oracoli, capaci di rivelare una verità fondamentale. Di fronte a un movimento del mercato, la gente si chiedeva “«cosa avrà pensato oggi il mercato, nella sua infinita saggezza?». Ma per Shiller non era questo l’approccio giusto. La sua visione

della finanza era più scettica, egli sosteneva che i mercati non rispecchiassero accuratamente tutte le informazioni disponibili, e per questo fossero inefficienti.

L’industria finanziaria può contribuire a creare una società migliore?

Ci sono stati momenti in cui Shiller avrebbe preferito non avere mai scritto il suo saggio del 1981, nonostante sia stato determinante per l’assegnazione del Premio Nobel nel 2013, insieme a Eugene Fama e Lars Peter Hansen. Shiller ha continuato a sostenere che il mercato è guidato perlopiù da «cose non economiche, dai timori e dai pregiudizi della gente, dalle reazioni alle notizie, alle elezioni e alle campagne». E ancora: «Pensare che i mercati siano la cosa migliore per il benessere umano, questo è semplicemente sbagliato». Shiller è contrario all’idea che i mercati debbano essere lasciati a sé stessi e sostiene diversi tipi di rego -

lamentazione, oltre alla creazione di nuovi mercati e istituzioni nel mondo della finanza. Egli sa che dopo la crisi finanziaria del 2008 le gente continua a non fidarsi, senza contare il rischio di un’altra crisi, ma non vuole semplicemente condannare l’industria finanziaria, bensì la considera un potente strumento per creare una società migliore. «Ciò di cui abbiamo bisogno è una società che incoraggi l’innovazione finanziaria anziché esserle ostile, ma che al tempo stesso esprima il suo scetticismo e coinvolga i regolatori del governo che controlleranno eventuali inganni». Shiller ha spesso descritto come, lungo la storia umana, la finanza abbia contribuito al benessere della società attraverso varie invenzioni. Ecco perché oggi sta cercando delle modalità che consentano di usare la finanza per affrontare le enormi disuguaglianze tanto evidenti in molti Paesi. «Per quanto approfonditi possano essere i suoi studi sui mercati finanziari, Shiller si è sempre interessato maggiormente al benessere della società», afferma Peter Dougherty, curatore dei suoi scritti per la Princeton University Press.

Come usare gli strumenti finanziari per affrontare le disuguaglianze?

Shiller teme in particolare che il progresso tecnologico possa minacciare i nostri posti di lavoro in futuro e creare situazioni di disuguaglianza ancora più accentuate. Per spiegare questo concetto, cita un esempio dell’economista russo-americano e Premio Nobel Wassily Leontief. «Pensiamo ai cavalli, un tempo erano ovunque. Adesso dove sono finiti? Vi dico io cosa gli è successo: sono morti, non ci servono più. La stessa cosa potrebbe succe -

dere alle persone che in qualche modo non rientrano nella rete dell’economia moderna».

Un lavoro a prova di futuro contro l’era delle macchine Shiller ha una proposta radicale per la nuova era delle macchine, un nuovo modo di assicurare gli individui. L’assicurazione in caso di morte prematura e disabilità è assai diffusa ormai da decenni, ma potrebbe non essere adatta nel mondo high-tech del prossimo futuro. Il rischio di perdere il lavoro a causa di un computer è maggiore del rischio di perderlo perché si è stati investiti da un’auto e si rimane paralizzati. Shiller ha suggerito di cambiare il sistema, sviluppando nuovi strumenti finanziari come le assicurazioni a lungo termine contro la perdita dei posti di lavoro causata dai robot. Egli è assolutamente convinto che le prospettive future per la seconda Età delle macchine debbano essere discusse ora, ma teme che le persone possano focalizzarsi troppo su eventi più pressanti invece di pensare al domani. È un problema della politica e dei politici, secondo Shiller.

Prevedere le bolle finanziarie

Shiller sa che i suoi toni potrebbero suonare allarmistici, ma non se ne preoccupa. Dopo tutto, la sua capacità di prevedere i crolli di mercato è il motivo per cui è diventato famoso. In un’intervista del 2005, disse al giornalista che i prezzi delle abitazioni sarebbero scesi del 50% in termini reali. «Il giorno stesso, il reporter mi richiamò per dirmi “Scriverò che l’ha detto lei”». Era sicuro di quello che aveva detto al giornalista? «Ci pensai un attimo e gli risposi “Penso davvero quello che ho detto, quindi sì, proceda pure”». Shiller ha il sospetto che all’epoca ci

fossero molti più economisti d’accordo con lui, ma non erano disposti a correre il rischio di esporsi affermando altrettanto.

L’idea di una bolla dell’edilizia abitativa era considerata, per così dire, poco professionale. Potevano parlarne i giornali, ma non gli accademici. «Il fenomeno delle bolle speculative rispecchia la natura umana», commenta Shiller. «Quando i prezzi iniziano a salire, la gente si entusiasma e alcuni corrono a comprare, così i prezzi salgono ancora di più. Ma la situazione non è sostenibile e alla fine la bolla scoppierà». Questo è ciò che stava accadendo secondo Shiller, ed egli era disposto a rischiare per affermarlo. Sembra un’impresa coraggiosa, ma Shiller ha una buona spiegazione: «Lo attribuisco a una filosofia che ho acquisito nel tempo», afferma. «È moralmente importante assumersi dei rischi. Qualcuno potrà umiliarti trovando qualcosa che non avevi considerato, una controargomentazione, ma devi comunque farlo». L’idea di un Premio Nobel pronto ad ammettere di non avere sempre ragione è assai rassicurante e Shiller lo afferma con la massima convinzione. «Bob è sempre stato guidato dalla sua curiosità e da una mente aperta», afferma il suo collega William Goetzmann. «A differenza di molti altri in questa professione, che pensano alla loro reputazione a lungo termine, in lui ho visto solo l’entusiasmo di una persona che non pensa tanto a dove sono i confini, ma lascia piuttosto che il suo interesse per la natura umana ispiri gli interrogativi che si pone».

Viaggio AL CENTRO DELL’UOMO

BPS

(SUISSE) ha dedicato l’inserto culturale della Relazione d’Esercizio per l’anno 2025 a Fosco Maraini, antropologo, fotografo, scrittore e viaggiatore capace di coniugare rigore scientifico e tensione poetica in un progetto intellettuale coerente e profondamente unitario. La monografia è stata realizzata

a cura di Andrea Romano, Direttore e Responsabile Marketing & Comunicazione Banca Popolare di Sondrio (Suisse) SA.

La mia conoscenza dell’opera di Fosco Maraini risale all’epoca del liceo classico quando, per una sorta di innamoramento tipico degli anni giovanili, insieme ad alcuni compagni iniziammo a ripetere quasi ossessivamente i versi di una composizione dal titolo Il Lonfo, opera di un autore, per noi fino ad allora sconosciuto, che la professoressa di storia e filosofia ci aveva presentato come una delle personalità più straordinarie del Novecento europeo: «Il Lonfo non vaterca né gluisce/ e molto raramente barigatta,/ ma quando soffia il bego a bisce bisce/ sdilenca un poco e gnagio s’archipatta./ È frusco il Lonfo! È pieno di lupigna/ arrafferia malversa e sofolenta!». Basterebbe questo riferimento poetico per comprendere la singolarità del personaggio e non a caso la monografia Fosco Maraini. L’immagine dell’Empresente. Oltre lo sguardo. L’uomo, il mondo, i viaggi si configura come un contributo di notevole rilievo nel panorama degli studi dedicati a una figura che sfugge alle classificazioni disciplinari tradizionali. Fin dall’introduzione, Francesco Paolo Campione colloca l’opera e la figura di Maraini nel contesto delle grandi

trasformazioni dell’antropologia novecentesca, sottolineando come il suo lavoro si sviluppi «all’interno di tali paradigmi […] pur con una certa propensione per la

scuola antropologica americana», ma giungendo a «un approccio in gran parte originale».

Maraini, infatti, pur formatosi in modo autodidatta e al di fuori delle istituzioni accademiche più rigide, elabora una metodologia fondata sull’osservazione diretta, sulla comparazione culturale e su una costante tensione tra universalismo e relativismo. Questa posizione è centrale per comprendere la sua opera. Come osserva ancora Campione, «forse più che un percorso di ricerca il suo fu un viaggio interiore», capace di fondere «un’analisi attenta […] con una prosa letteraria squisita e una documentazione visiva» di altissimo livello.

La cifra distintiva di Maraini risiede dunque nella capacità di superare la dicotomia tra scienza e arte, configurando una forma di conoscenza che è al tempo stesso empirica ed estetica. La biografia di Marainim, appare come una sequenza di esperienze che alimentano e sostengono questa visione. Nato a Firenze nel 1912, in un ambiente cosmopolita e culturalmente ricco, egli sviluppa precocemente una curiosità per le culture extraeuropee, favorita dai viaggi familiari e dagli incontri con figure di rilievo della cultura italiana. Gli studi in Scienze naturali gli forniscono un metodo rigoroso, mentre l’interesse per la fotografia e il cinema documentario, già evidente negli anni Venti, prefigura l’integrazione tra linguaggi che caratterizzerà tutta la sua produzione. La svolta decisiva avviene con i viaggi in Asia e, in particolare, con le spedizioni in Tibet al seguito di Giuseppe Tucci. Qui Maraini sviluppa un approccio etnografico fondato sull’osservazione partecipante e sull’uso della fotografia co -

me strumento conoscitivo. Le immagini realizzate durante queste spedizioni non sono semplici documenti, ma veri e propri atti interpretativi, capaci di cogliere la dimensione simbolica delle culture osservate. Non a caso, alcune di esse costituiscono oggi testimonianze uniche di monumenti scomparsi dopo l’invasione cinese del 1951. Il rapporto tra fotografia e conoscenza è analizzato in profondità nel saggio di Moira Luraschi, che individua nella pratica fotografica di Maraini un «dispositivo epistemologico» centrale nella sua ricerca. La fotografia, lungi dall’essere un semplice mezzo di registrazione, diviene uno strumento per «conoscere a fondo cose e persone». In questo senso, essa si integra con l’antropologia e con la scrittura, formando un sistema unitario di indagine.

Particolarmente significativo è il concetto di “empresente”, che dà il titolo al volume. Esso designa il momento in cui l’atto fotografico riesce a cogliere l’istante nel suo farsi, prima che scivoli nel passato. Come ricorda Luraschi, si tratta dell’«arte di dar la caccia al volto del presente», un’operazione che implica non solo abilità tecnica, ma anche una profonda capacità interpretativa. L’empresente diviene così il punto di convergenza tra percezione, conoscenza e creazione artistica. Questa concezione è strettamente legata alla figura del “citluvit”, il «Cittadino della Luna in Visita d’Istruzione sulla Terra», attraverso cui Maraini definisce il proprio atteggiamento nei confronti delle culture osservate. Tale prospettiva implica una distanza critica che evita sia l’identificazione ingenua

sia il giudizio etnocentrico, consentendo una comprensione empatica ma non assimilante. In tal modo, Maraini anticipa alcune delle istanze più rilevanti dell’antropologia contemporanea, in particolare l’attenzione alla riflessività e alla posizione dell’osservatore. Accanto alla dimensione antropologica e fotografica, il volume mette in luce altri aspetti fondamentali della sua personalità, tra cui l’alpinismo. Nel saggio di Antonio Massena, la montagna appare come uno spazio privilegiato di esperienza e di riflessione. Maraini non è un alpinista alla ricerca dell’impresa eroica, ma un osservatore che trova nella montagna una forma di conoscenza e di spiritualità. Come egli stesso afferma, «la montagna mi fa da chiesa», mentre l’incontro con gli uomini che la abitano costituisce un’altra fondamentale fonte di apprendimento.

Questa dimensione esistenziale si riflette anche nella scrittura, che rappresenta l’altro grande asse della

sua opera. I suoi libri di viaggio, da Segreto Tibet a Ore giapponesi, coniugano rigore documentario e qualità letteraria, contribuendo a definire un genere ibrido che sfugge alle categorie tradizionali. La scrittura diviene così il luogo in cui si intrecciano le diverse esperienze – scientifiche, visive, esistenziali – che caratterizzano il suo percorso.

I contributi contenuti nel volume restituiscono con efficacia la complessità di una figura che Campione definisce giustamente «uno dei grandi outsider della cultura europea del Novecento». Maraini, infatti, pur essendo riconosciuto e apprezzato, rimane sempre ai margini delle istituzioni accademiche e delle scuole dominanti, mantenendo una libertà intellettuale che costituisce la condizione stessa della sua originalità.

In conclusione, L’immagine dell’Empresente non è soltanto un omaggio a un grande autore, ma anche un contributo critico capace di illuminare le molteplici dimensioni

della sua opera. Attraverso il dialogo tra i diversi saggi, emerge un’immagine coerente e articolata di Maraini, in cui antropologia, fotografia, scrittura e viaggio si configurano come aspetti di un unico progetto conoscitivo. Un progetto che, ancora oggi, appare di straordinaria attualità, invitando a ripensare i rapporti tra discipline, linguaggi e forme di esperienza.

Inquadrate il codice QR per scoprire la versione completa dell’inserto culturale di BPS (SUISSE) dedicato a Fosco Maraini.

PRIMO

Uno sguardo sul mondo

Al Festival del Film di Locarno il cinema interpreta la realtà. Incontro con Giona Nazzaro, critico cinematografico e scrittore svizzero, dal 2020 direttore artistico di una delle manifestazioni cinematografiche più autorevoli d’Europa, alla vigilia della edizione 2026, in calendario dal prossimo 5 al 15 agosto.

Ph: © Edoardo Nerboni

Corsi e ricorsi. Emozioni e pensieri. Una continua esperienza di valori e messaggi, vissuti da uno sguardo attento alle evoluzioni della società e rinnovati secondo una traccia umana personalissima ed inclusiva. Il cinema come specchio fedele e inquieto di ciò che siamo, della nostra realtà, di ciò che ancora sappiamo sperare. E un festival - Locarno, agosto, la Piazza Grande sotto le stelle - come luogo dove tutto questo trova forma, respiro, comunità.

La sua identità culturale è svizzera, ma anche italiana. In che modo questa doppia matrice ispira il suo lavoro alla guida di un festival internazionale come Locarno?

«Più che svizzero-italiana, considero la mia formazione culturale strettamente “cinefila”. Perché il cinema resta la emozione che mi proietta nel mondo, ed avvia una fuga consapevole verso altri luoghi; parimenti mi consente di conoscere nuove la realtà ed ampliare la mia capacità di comprensione e dialogo. Quindi, inevitabilmente, sono italiano. Perché è in italiano che parlo, scrivo, penso e interpreto il futuro. Tuttavia resto svizzero nel modo in cui mi rivolgo al mondo: la Svizzera mi ha insegnato a stare in un luogo ma non a sentirmi confinato, a rivolgere la mia attenzione a ciò che accade oltre i confini come fosse anche qualcosa che mi riguarda. Di conseguenza, seppur nato e cresciuto in Svizzera, quando mi trovo nella Confederazione ho nostalgia dell’I -

talia. Altrettanto, quando sono in Italia, mi manca la Svizzera. Non è inquietudine: è la condizione di chi ha imparato a vivere nella distanza senza subirla. Insomma, è un “apprendistato alla distanza”, qualcosa di molto diverso dall’esilio».

Torniamo alla sua professione. In trent’anni di attività ha incontrato autori, cinematografie e linguaggi molto diversi. Quale il comune denominatore, la emozione, il gesto che ancora oggi la orienta come direttore artistico?

«Il mio lavoro è ispirato dalla curiosità, da emozioni viscerali e impulsive. Le mie scelte culturali non sono frutto di scelte, ma generate da una contrapposizione emotiva immediata e dunque creativa. Solo dopo arriva il pensiero, la riflessione, il linguaggio che permette di articolare quanto vissuto. A questo proposito ricordo che mi hanno influenzato film come “Roma città aperta” o “Il Messia” di

“Il mio lavoro è ispirato dalla curiosità, da emozioni viscerali e impulsive. Le mie scelte culturali non sono frutto di scelte, ma generate da una contrapposizione emotiva immediata e dunque creativa. Solo dopo arriva il pensiero, la riflessione, il linguaggio che permette di articolare quanto vissuto”.

Roberto Rossellini. Ma anche le melodie di Ennio Morricone. Per me era uno sconosciuto. Sinché una sera, nella mia Dubendorf, guardavo alla RSI “Il ritorno di Ringo”, uno spaghetti-western di Duccio Tessari. Da quel momento ho capito che la musica di Morricone mi avrebbe accompagnato per tutta la vita, e influenzato anche la mia attività professionale».

Tra le centinaia di film che annualmente lei deve visionare, quali elementi narrativi o stilistici le sembrano capaci di intercettare, esprimere o probabilmente anche anticipare i cambiamenti culturali? «È forse l’aspetto più impegnativo del mio lavoro. Non cerco produzioni che intercettino cambiamenti, ma film che, oltre ad imporsi sulla mia sensibilità, si impongano anche e soprattutto sul giudizio degli spettatori, per evitare che si annoino».

Nell’odierno panorama geopolitico, ormai frammentato, quale è il ruolo di una manifestazione artistica, come il festival di Locarno, nel dare voce alla coscienza collettiva?

«In un contesto come quello che purtroppo ci troviamo a vivere il ruolo di una rassegna cinematografica è di essere una piattaforma di dialogo ricettiva ed inclusiva, allontanandosi da ogni alterazione dalla essenza delle problematiche che ci circondano, ed altrettanto evitare la presunzione di interpretarle sulla base di preconcetti. Significa che, in una ottica di condivisione dei valori alla base della nostra esperienza sociale - libertà di pensiero, libertà di parola, libertà di opinione, democrazia, libertà di incontro, ascolto, di

rispetto reciproco, di indipendenza da ogni preconcetto – ebbene, a partire da questi elementi fondativi di ogni società civile, ecco che un festival come quello di Locarno diventa un luogo in cui si parla, dove ci si ascolta e magari anche si prova a teorizzare soluzioni. Lo riconosco: è un obiettivo molto impegnativo se pensiamo che dal punto di vista politico ormai la nostra società si sta avviando ad una polarizzazione estrema. È in questa prospettiva che un richiamo ai valori costitutivi della nostra coscienza sociale diventa il valore aggiunto delle produzioni che seleziono e propongo».

Al termine di una giornata di incontri, eventi, proiezioni, quando Piazza Grande si svuota, qual è il sentimento che più di ogni altro conferma il significato del suo lavoro?

«Al di là delle problematiche che inevitabilmente sono da risolvere, provo due sensazioni. Innanzitutto, un sentimento di profonda gratitudine per poter lavorare in un contesto che mi mette al servizio di una comunità. Al medesimo tempo, vivo la responsabilità e la consapevolezza che è un privilegio di cui non devo abusare. Questi i valori che ispirano la mia vita, il mio lavoro e la mia coscienza. Le mie giornate iniziano alzando lo sguardo al cielo: l’enorme, immortale ed eterno schermo su cui da sempre la umanità proietta i suoi desideri, le sue ambizioni, le sue paure, le sue speranze, e dove inevitabilmente trova riflesso anche il risultato delle sue azioni. È in questi momenti che prego di essere all’altezza del compito che mi trovo a svolgere, dell’impegno che sarà necessario per realizzarlo. E mi riscopro spettatore tra gli spettatori di quello spettacolo infinito di una arte che rappresenta la vita».

DARE SEMPRE IL BUON ESEMPIO

Intervista a Martin Candinas, Presidente del Consiglio di fondazione della Guardia Svizzera Pontificia.

Partecipavano con impegno alle associazioni culturali e alla vita ecclesiale, e questo loro esempio ha esercitato su di me un’influenza profonda.

Quali esperienze della sua infanzia o giovinezza sente che hanno maggiormente plasmato il suo carattere e il suo modo di servire il Paese?

«I miei genitori erano imprenditori e persone animate da grande dedizione tanto nella loro attività professionale quanto nella vita della comunità.

Non ancora ventenne ho avuto l’opportunità di assumere la presidenza dell’associazione giovanile di Rabius. In quel contesto appresi precocemente il valore della responsabilità, della collaborazione e dell’impegno per la coesione sociale. Quegli anni rappresentarono per me una sorta di apprendistato morale e civico, che ha segnato in modo decisivo il mio successivo percorso politico».

Nel suo percorso politico e personale, ci sono figure che considera veri mentori?

Che cosa ha imparato da loro che porta ancora con sé oggi?

«A ventuno anni ho fondato, insieme ad alcuni colleghi, la Gioventù

PPD Surselva. Abbiamo promosso nuovi progetti, introdotto impulsi innovativi e, così facendo, abbiamo stimolato - talvolta anche messo alla prova - il partito madre. Non tutti hanno accolto queste iniziative con entusiasmo, ma molti ci hanno offerto un sostegno convinto. Non ho avuto mentori nel senso tradizionale del termine, ma ho incontrato numerose persone che mi hanno accordato fiducia, incoraggiato e consigliato. Sono state loro a sostenermi e a spingermi a candidarmi, a 26 anni, per il Gran Consiglio e, a 31, per il Consiglio nazionale. Ho compreso presto una verità essenziale: il successo non esiste senza impegno; chi aspira a raggiungere un obiettivo deve saper investire energie, costanza e dedizione».

Lei è noto per un forte radicamento nei valori cristiani. Che cosa significa, concretamente, per lei essere cristiano nella vita pubblica e nella vita privata? «Sono cresciuto nell’Alta Surselva, una regione profondamente permeata dalla tradizione cattolica, attorno all’abbazia benedettina di Disentis. La fede ha accompagnato la mia vita fin dall’infanzia: prima come chierichetto, poi come lettore e, più in generale, nella quotidianità. Anche og-

gi essa rimane una presenza viva, sebbene non più nel senso classico di una partecipazione regolare alla liturgia. Ritengo giusta e necessaria la separazione tra Chiesa e Stato; al tempo stesso, credo che ciascuno debba potersi riconoscere apertamente nella propria fede. L’autenticità, per me, è un valore imprescindibile. Per questo mi definisco senza esitazione un cattolico credente, pur non condividendo sempre ogni posizione o ogni scelta della Chiesa».

In un mondo spesso dominato dall’individualismo, come interpreta il concetto di servizio agli altri? E che ruolo attribuisce alla responsabilità personale?

«Proprio chi ricopre un ruolo politico porta una responsabilità particolare: quella di dare il buon esempio. Sarebbe poco credibile appellarsi costantemente al senso di responsabilità individuale, all’impegno volontario e al servizio verso il prossimo, senza contribuire personalmente in modo concreto. Il servizio agli altri dovrebbe far parte del DNA della nostra società, poiché ognuno può offrire il proprio contributo. Ben poche cose sono più gratificanti

di un sorriso sincero o di un ringraziamento sentito per un servizio reso. Se come Stato e come comunità vogliamo avere successo, dobbiamo vivere la responsabilità personale e, al tempo stesso, sostenere con generosità i più fragili della nostra società. Chi agisce in questo modo trova anche sperimenta anche un senso di compimento più autentico - ne sono convinto».

Passiamo al suo ruolo nella Fondazione della Guardia Svizzera Pontificia: quali sono i suoi compiti principali come Presidente del consiglio di fondazione?

«La Fondazione per la Guardia Svizzera Pontificia, istituita nel 2000, ha come finalità il sostegno finanziario, materiale e sociale della Guardia e dei suoi membri, contribuendo così a garantirne la continuità nel lungo periodo. Negli ultimi anni abbiamo potuto destinare ai circa 135 membri della Guardia un contributo annuo di circa 700.000 franchi. Grazie all’eccellente operato della precedente presidente, l’ex Consigliera federale Ruth Metzler-Arnold, e all’impegno del Consiglio di fondazione, oggi siamo in

grado di ampliare ulteriormente questa forma di sostegno. Poiché le esigenze dei membri della Guardia sono in costante crescita, prevediamo per il futuro spese annuali dell’ordine di 1,2 milioni di franchi, risorse che devono tuttavia essere reperite anticipatamente. La raccolta fondi rappresenta pertanto uno dei nostri compiti centrali, che svolgiamo con grande dedizione e con profonda gratitudine verso le nostre benefattrici e i nostri benefattori».

La Fondazione sostiene la Guardia Svizzera Pontificia in diversi ambiti. Qual è, secondo lei, il contributo più significativo che essa offre oggi al corpo e alla sua missione?

«La Fondazione offre alla Guardia Svizzera Pontificia un sostegno che va ben oltre l’aiuto materiale: crea le condizioni perché ogni membro della Guardia possa vivere la propria missione con serenità, dignità e fiducia. Questo impegno si manifesta innanzitutto nell’accompagnare le famiglie dei membri della Guardia: nel 2025 abbiamo sostenuto 24 famiglie con 26 bambini e a gennaio 28 famiglie con 26 bambini, garantendo stabilità a chi serve lontano da casa. Un secondo pilastro è la formazione, che comprende soggiorni linguistici prima dell’inizio del servizio in Italia e percorsi di aggiornamento professionale per il rientro nel mondo del lavoro. A ciò si aggiunge la tutela previdenziale, assicurando che non si creino lacune contributive nelle assicurazioni sociali, così da evitare penalizzazioni future nelle rendite di vecchiaia. Infine, la Fondazione sostiene con convinzione le attività di comunicazione e reclutamento, oggi sempre più complesse ma decisive per garantire alla Guardia continuità e rinnovamento. Insieme, questi

quattro ambiti non solo sostengono la Guardia nel presente: le permettono di guardare al futuro con forza, orgoglio e rinnovata consapevolezza della propria missione».

Come descriverebbe la relazione con i donatori della Guardia e che cosa la rende speciale?

«Con le nostre benefattrici e i nostri benefattori intratteniamo un rapporto improntato a grande personalità e sincera considerazione, e molti di loro ci accompagnano con fedeltà da numerosi anni. Abbiamo inoltre potuto instaurare con diverse fondazioni partenariati duraturi e affidabili, essenziali per garantire stabilità e sicurezza alla nostra pianificazione. In ultima analisi, la generosità fiorisce là dove le relazioni umane raggiungono la loro pienezza; è da questa ricchezza di legami che nasce il nostro desiderio di esprimere gratitudine anche attraverso esperienze di viaggio esclusive a Roma e in Vaticano, luoghi in cui storia, arte e spiritualità si intrecciano in modo unico».

Lei trascorre tempo a contatto con le guardie. Com’è la quotidianità con loro? Che cosa l’ha colpita di più del loro spirito e della loro disciplina?

«I membri della Guardia prestano servizio in condizioni del tutto particolari. Sono chiamati ad assumere responsabilità rilevanti, spesso lontani dalla loro patria, e devono essere sempre pronti a intervenire – sia nella vita quotidiana del Vaticano sia durante i viaggi internazionali del Santo Padre. L’ultimo anno li ha posti di fronte a sfide particolari: la

scomparsa di Papa Francesco, il conclave e l’avvio del pontificato di Papa Leone hanno richiesto una presenza costante, professionalità impeccabile e una disponibilità all’azione senza esitazioni. Nonostante le circostanze straordinarie i membri della Guardia si sono sempre distinti per motivazione, disciplina e una serenità davvero notevole. Non considerano il loro compito un semplice dovere, ma una vocazione autentica. Nei molti colloqui avuti con loro ho potuto percepire con chiarezza questo spirito. La mia stima e la mia ammirazione per il loro servizio sono, di conseguenza, profondissime».

La Guardia Svizzera Pontificia è un’istituzione antica, ma opera in un mondo moderno. Che cosa, secondo lei, legittima la sua esistenza oggi?

«Dal 1506 la Guardia Svizzera Pontificia protegge il Santo Padre e la sua residenza. Questo incarico è rimasto immutato fino a oggi. Sono invece cambiati i metodi con cui viene svolto il servizio, così come il contesto operativo. Raramente lo scenario attuale è stato tanto complesso e imprevedibile quanto lo è oggi. Di conseguenza, il compito della Guardia Svizzera è impegnativo, ma più importante

Chi è Martin Candinas

Martin Candinas (1980) è una figura di spicco della politica svizzera e membro del Consiglio nazionale dal 2011 per il partito Il Centro. Ha ricoperto la massima carica parlamentare come Presidente del Consiglio nazionale per l’anno 2022/2023, distinguendosi per il suo impegno a favore del federalismo, del plurilinguismo e delle regioni di montagna. In precedenza è stato deputato nel Gran Consiglio del Canton Grigioni. È Presidente della Fondazione della Guardia Svizzera Pontificia

che mai. Inoltre, i membri della Guardia, in quanto svizzeri nel cuore di Roma, sono molto più che semplici forze di protezione: sono ambasciatori della Svizzera e dei suoi valori. Questo incarico merita il massimo riconoscimento e il nostro pieno sostegno, affinché questa tradizione unica possa continuare anche in futuro».

In che modo la Guardia Svizzera Pontificia riesce a coniugare tradizione e innovazione nella sua formazione e nel suo servizio quotidiano?

«Il contesto di sicurezza divenuto più complesso richiede una formazione nettamente più approfondita, maggiori competenze specialistiche e una più elevata capacità di valutazione. Molti membri della Guardia vedono in questo anche un’opportu -

nità per prolungare il loro servizio oltre la durata minima di 26 mesi. Allo stesso tempo, sono aumentate le esigenze legate alla quotidianità e alle condizioni di vita. Con la costruzione della nuova caserma e il sostegno finanziario della nostra fondazione, diamo un contributo importante in questa direzione. Anche il generale benessere della Svizzera ha fatto sì che i giovani membri della Guardia abbiano aspettative diverse rispetto a qualche decennio fa. Il sostegno della fondazione è quindi di importanza decisiva per garantire il futuro della Guardia».

Guardando al futuro, quale desiderio o visione ha per la Guardia Svizzera Pontificia e per la Fondazione che la sostiene? «La mia visione è che la Guardia Svizzera Pontificia, da oltre 500 anni

al servizio del Santo Padre, sostenuta dalla nostra Fondazione e dalla generosità delle donatrici, dei donatori e di tutti coloro che la accompagnano, continui a poter incarnare nei secoli un modello di fedeltà e servizio. Siamo tutti chiamati a custodire e tramandare un compito così ricco di storia e significato per la Chiesa e per la nostra Confederazione».

La mia vita è sempre stata l’avventura

Mario Mantegazza ha incontrato Romolo Nottaris, alpinista estremo, guida alpina, imprenditore, film maker e oggi importatore di vini di alta qualità. La vita di Romolo Nottaris attraversa mondi molto diversi tra loro, ma il filo conduttore è sempre lo stesso: la ricerca della libertà.

Qual è il filo conduttore che lega tutte le numerose esperienze umane e professionali da lei vissute?

«La mia vita è stata legata soprattutto all’alpinismo e all’avventura intorno al mondo. Tutto è nato lì. Ho iniziato ad arrampicare a quattordici anni e da quel momento è nata la mia vocazione per la montagna. Per qualche anno ho anche smesso: sono andato a vivere a Ginevra e ho fatto una vita completamente diversa. Poi gli amici di gioventù mi han-

no riportato in montagna, perché ero abbastanza bravo e loro volevano che tornassi ad arrampicare insieme. Nel 1971 però ho vissuto un incidente terribile: ho perso quattro amici e sono rimasto solo. Da lì è nata una depressione enorme, ma anche una nuova forza. È stato allora che ho deciso di diventare guida alpina e di fare dell’alpinismo la mia vita. Ho girato il mondo: Himalaya, Patagonia, Antartide, Alaska. Ma quello che cercavo non era soltanto la montagna. Cercavo l’avventura, la libertà, il confronto con l’ignoto».

Lei fa una distinzione tra alpinismo estremo e il lavoro della guida alpina. Qual è la differenza più profonda? «L’alpinismo estremo è qualcosa che condividi con un compagno che è al tuo stesso livello. Si divide la corda, il rischio e si affronta insieme qualcosa di molto difficile sapendo che entrambi possiamo anche non tornare. La guida alpina invece è un’altra cosa. Il cliente ti affida completamente la sua vita. Alcuni erano molto preparati fisicamente, ma dal punto di vista tecnico non sapevano quasi nulla. Ho portato clienti anche sul Vinson, la montagna più alta dell’Antartide, con temperature di sessanta gradi sotto zero. In quei momenti capisci davvero cosa significhi avere una responsabilità assoluta verso un’altra persona. Per questo ho sempre detto ai miei clienti-amici che la decisione finale spettava a me. Se decidevo di tornare indietro, si tornava. È un po’ come per il capitano di una imbarcazione nel bel mezzo di una tempesta».

Oltre alla tecnica, immagino servano anche una grande empatia umana e una capacità di cogliere la psicologia delle persone.

«Assolutamente sì. Devi capire le persone, percepire le loro paure, i momenti di difficoltà, sapere quando uno sta cedendo anche se non lo dice. Gli uomini e le donne che stai accompagnando mettono letteralmente la loro vita nelle tue mani e questo crea un rapporto fortissimo. Infatti i miei clienti sono sempre diventati anche dei miei amici».

Tra tutte le spedizioni compiute, ce n’è una che sente ancora oggi particolarmente vicina? «Più di una. Però sicuramente la mia prima spedizione himalayana ha avuto un significato speciale. Ero giovane, ero capo spedizione e avevo la responsabilità di dodici persone. Raggiungemmo una cima oltre i settemila metri in Nepal ed è stata in sole due un’esperienza indimenticabile. Poi ricordo il mio primo Ottomila fatto soltanto in compagnia di Tiziano Zuend, senza tende pesanti, in uno stile molto essenziale. All’epoca era qualcosa di estremamente innovativo. Ma ci sono anche le sconfitte che ricordo con emozione. Per esempio il Cerro Torre. Ho fatto tre tentativi nella mia vita. Una volta sono arrivato a sessanta metri dalla cima, un’altra a trecento metri. Sarebbe stato facile raccontare di essere arrivato in vetta, ma non era vero. E io penso che rispettare la verità sia fondamentale».

Questo ricerca dell’autenticità sembra essere un elemento centrale nel suo carattere… «L’autenticità è fondamentale. Oggi si tende molto a esagerare, a raccontarsi più grandi di quello che si è. Io invece credo che il rispetto per sé stessi passi dalla verità. Se non hai fatto una cima, non l’hai fatta. Punto. E poi pen -

so che non bisogna essere né gelosi né invidiosi. L’invidia non porta da nessuna parte. Si può essere competitivi, certo, perché l’ambizione è importante, ma senza cattiveria. Essere il primo su una montagna è magnifico, ma non per dire “io sono il migliore”: invece è bellissimo arrivare dove nessuno è mai arrivato prima».

L’alpinismo ha influenzato anche il suo modo di fare impresa? «Moltissimo. Ho collaborato per più di trent’anni con l’azienda Scarpa e ho fondato un’impresa in Svizzera che importava materiale alpinistico. Abbiamo sviluppato il mercato svizzero e tedesco in maniera molto significativo. Quando sono arrivato, il marchio fatturava pochi milioni; quando ho lasciato, era diventato un’azienda di grandi dimensioni. Però anche in questo caso il principio era sempre lo stesso: serietà, responsabilità, passione. Oggi l’azienda è nelle mani di mio figlio e ne sono felice. Lui ha il suo modo di lavorare e deve essere libero di fare le sue scelte».

Più tardi è arrivato il vino.

Come nasce questo interesse? «Il vino è sempre stato una grande passione. Però anche lì non mi interessavano le etichette famose o il lusso fine a sé stesso, ero guidato dalla voglia di ricercare. Nel vino, come nella montagna, la cosa più bella è scoprire qualcosa di autentico. Io non ho mai comprato un vino senza andare personalmente in cantina a conoscere il produttore. Perché il vino ha un’anima e quell’anima nasce dalle persone che lo fanno. Con Uvarara importiamo soprattutto vini italiani e francesi e alcune prestigiose etichette svizzere, piccoli produttori, aziende storiche,

realtà che magari producono poche migliaia di bottiglie ma con una qualità straordinaria. Non mi interessano le produzioni industriali. Mi interessa il vino vero».

In fondo anche quello nel mondo del vino sembra essere un viaggio… «Esattamente. E infatti il mondo della montagna mi ha avvicinato a tanti produttori straordinari che amavano la montagna a loro volta. Si creava subito un rapporto umano. Io ho sempre cercato questo nelle cose: l’incontro, la curiosità, la scoperta. È lo stesso motivo per cui ho fatto film, fotografie, documentari. Ho realizzato molti documentari per la televisione svizzera e ho vinto anche diversi premi. Ma non lo facevo per vanità. Lo facevo perché volevo mostrare agli altri luoghi che non avrebbero mai potuto vedere».

Cosa significa oggi, per lei, essere liberi?

La libertà è la parola più importante che esiste. Tutta la mia vita è stata una ricerca di libertà. Ma la libertà non significa fare quello che si vuole senza pensare agli altri. La libertà comporta rispetto, gentilezza, responsabilità. E costa anche fatica. Però senza libertà che vita è?».

A quasi ottant’anni continua a viaggiare, arrampicare, andare in bicicletta. Qual è la prossima sfida?

«Per il momento non ho una meta precisa. Però continuo a fare tante cose. Sto bene e ho ancora entusiasmo. Credo che questo dipenda dal fatto che dentro di me mi sento ancora giovane. E poi mi piace raccontare, condividere, stare con le persone. Una bella tavola, una bottiglia di vino, una conversazione vera: alla fine forse è questa la cosa più bella».

La Svizzera e un’Europa in declino

Questa premessa non è più giustificata. Nel nuovo ordine geopolitico mondiale, l’UE si ritrova infatti in una situazione di declino e strategicamente dipendente. La Svizzera ha interesse a ponderare bene le conseguenze di questo cambiamento di paradigma prima di approvare i nuovi accordi con l’UE che hanno implicazioni giuridico-istituzionali, ed economicamente strategiche. In virtù della propria forza economico-commerciale e del proprio grande mercato, nell’era del multilateralismo regolato l’UE vagheggiava addirittura di diventare il terzo polo globale fra gli Stati Uniti e la Cina. Nell’era odierna della competizione geopolitica – militare, tecnologica, delle risorse energetiche e delle materie prime essenziali per la rivolu -

Le relazioni fra la Svizzera e l’Europa poggiano da decenni su un presupposto tacito: che l’UE sia una sfera di influenza globale, nella cui orbita la Svizzera non può che essere attratta non solo economicamente ma anche politicamente.

di Moreno Bernasconi

zione digitale – l’UE non può più vantare un’indipendenza strategica. L’Europa è territorio di conquista. Guardiamo ai dati. Nel 2024, l’UE ha importato quasi il 60% del proprio fabbisogno energetico. Per il petrolio la dipendenza extra-UE è del 90% e per il gas naturale dell’80%. Prima della guerra Russia-Ucraina, essa dipendeva da Mosca. Oggi è dipendente dal gas liquefatto degli Stati Uniti e da un Medioriente in guerra, ciò che per l’UE comporta interruzioni di forniture e picchi di prezzo che minano una produzione industriale europea già fragilizzata dalla forte concorrenza cinese.

Il fatto che la locomotiva tedesca abbia rinunciato all’energia nucleare rappresenta inoltre un vero e proprio hara-kiri. Sul fronte della sicurezza, aver appaltato per decenni la propria difesa agli Stati Uniti e alla

NATO rende l’obiettivo di un’indipendenza militare europea un esercizio velleitario sia dal punto di vista dei tempi di attuazione, sia da quello finanziario e tecnologico. Negli ultimi cinque anni le importazioni europee di armi dagli USA sono triplicate. E non si tratta soltanto di equipaggiamenti militari in senso stretto ma di armi dotate di sistemi software tecnologicamente avanzati (e supportati dall’IA) per gestire il comando, i controlli satellitari spaziali, gli scudi antimissile e la logistica, per i quali dipende dagli USA. Nel settore delle cosiddette materie prime critiche e terre rare, essenziali per la transizione digitale, l’UE è estremamente carente e alla mercé dell’estero, a cominciare dalla Cina. Bruxelles ha adottato due anni fa un Piano per ridurre la propria dipendenza nel campo delle terre rare ma

in realtà si rivela inefficace. Per fare un esempio rivelatore, dopo aver replicato spavaldamente a Trump che la Groenlandia non si tocca, alcune settimane orsono si è fatta soffiare da un’azienda statunitense, la Critical metal corp, il controllo del più grande giacimento di terre rare di Tanbreez, nel Sud della Groenlandia. Come si vede, nei settori chiave dell’attuale era della competizione geopolitica, l’Unione europea non dispone di gran lunga di un’indipendenza strategica. Per una costruzione politica sovranazionale, nata nel 1951 dalla CECA (l’ accordo sul carbone e l’acciaio, ovvero energia e materie prime), la situazione attuale non rappresenta certo un risultato brillante. Tantopiù che attualmenete l’UE è in stagnazione e a rischio recessione. La Svizzera deve comunque tanto all’Unione europea. Molto del forte sviluppo economico del nostro Paese dipende dall’integrazione nel mercato unico europeo e dal valore aggiunto costituito da una manodopera europea preziosa per tutti i settori economici elvetici, dall’edilizia al turismo, dall’industria specializzata ai servizi e al terziario avanzato.

La Svizzera - parte integrante dell’Europa dal punto di vista geografico e commerciale - non sarebbe ai primi posti dell’innovazione a livello mondiale senza il contributo della libera circolazione e una collaborazione attiva con i centri di ricerca europei. Questi risultati sono stati ottenuti finora riuscendo a ridurre al minimo il prezzo politico della partecipazione al mercato unico. Fedele alla propria tradizione contrattualistica e liberoscambista, la Svizzera ha respinto sin qui Accordi di associazione (l’adesione all’UE e allo Spazio economico europeo) e anche un Accordo-quadro istituzionale che avrebbe comporta-

to vincoli giuridico-istituzionali rilevanti.

La via dell’integrazione scelta dalla Confederazione è stata invece la conclusione di accordi bilaterali con la CEE e poi con l’UE: l’Accordo di libero scambio del 1972 sui prodotti industriali (pietra miliare che resta in vigore) e i Bilaterali I e II che coprono una serie di settori vitali per il Paese. L’UE non ha accettato di buon grado l’integrazione della Svizzera nel mercato unico europeo solo su base bilaterale, senza importanti vincoli istituzionali. Se ha accordato uno statuto particolare alla Svizzera - comunque dopo un Purgatorio durato dieci anni, a seguito del NO allo Spazio economico europeo nel 1992 - è solo perché la Confederazione aveva presentato, prima del voto sullo spazio economico, una domanda di adesione all’UE, ritirata formalmente soltanto nel 2016. E perché, in alternativa, il Parlamento e il Governo elvetico avevano deciso di esaminare la possibilità e la fattibilità di un Accordo-quadro istituzionale, discusso bilateralmente a partire dal 2010. Durante questo lungo periodo, l’UE ha moltiplicato le pressioni sulla Svizzera affinché approvasse l’acquisizione automatica del diritto europeo e a partire dal 2014 ha posto un aut-aut alla Confederazione, che tuttavia ha accantonato il progetto di Accordo-quadro istituzionale a causa di divergenze di fondo che l’avrebbero affossato in votazione popolare. Il nuovo accordo, che sarà sottoposto al voto popolare non prima della fine del 2027, è stato chiamato Bilaterali III, ma di fatto implica anche nuovi vincoli istituzionali come la ripresa dinamica del diritto europeo in settori sensibili o strategici (in primis la libera circolazione delle persone e l’approvvigionamento

energetico) nei quali i margini di manovra della Svizzera potrebbero essere ridotti o messi a rischio (ad esempio le concessioni degli impianti idroelettrici e i diritti d’acqua di Cantoni e Comuni).

In un momento di grande incertezza, che vede l’Europa fortemente indebolita, strategicamente dipendente dall’estero e confrontata con la probabile necessità di rafforzare le proprie istituzioni comunitarie in senso più centralistico, la Svizzera deve valutare attentamente se è il momento giusto per estendere l’acquisizione delle regole giuridiche europee in settori vitali per il nostro Paese. Una cosa è tuttavia chiara. Ponderare bene la scelta ed eventualmente procrastinarla, non può significare stare con le mani in mano, pena l’indebolimento dei nostri punti di forza.

Al contrario, occorre investire ulteriormente nei campi dove la Confederazione eccelle: l’innovazione e il trasferimento della ricerca al tessuto economico. In particolare nei settori d’avanguardia, come ad esempio l’intelligenza artificiale, dove la Svizzera è già molto competitiva, e l’energia nucleare del futuro (da fissione e fusione), rompendo gli indugi degli ultimi quindici anni. Più saremo competitivi in settori d’avanguardia, più aumenterà la nostra forza contrattuale: in Europa e nel nuovo contesto mondiale.

La carta da giocare è l’enogastronomia!

L’offerta enogastronomica di qualità che la città è in grado di proporre dovrebbe trovare maggiore spazio e attenzione all’interno del ricchissimo ventaglio di attrazioni turistiche di una regione dal potenziale molto elevato che non sempre riesce però a presentarsi con coerenza ed efficacia.

di Enrico Carpani

Doveva essere una serata dedicata soprattutto a un segmento in chiara fase di sviluppo come l’enogastronomia: magari si sarebbe dovuto parlare di più della crescente varietà della ristorazione o degli sforzi intrapresi negli ultimi anni per mettere in risalto la ricchezza delle eccellenze locali e l’immagine di Lugano come autentico

crocevia della cultura culinaria. La presenza di Dany Stauffacher, fondatore e CEO di Sapori Ticino garantiva del resto la possibilità di un’esplorazione profonda e interessante di una realtà locale ormai affermata, con ricadute sempre più significative a livello internazionale e che nell’immediato futuro ci riserverà altre importanti novità. Il perimetro del dibattito, invece, si è

quasi immediatamente allargato alla dimensione più ampia del concetto di enogastronomia: non soltanto garantire agli ospiti la possibilità di potersi concedere il piacere di pranzi e cene di qualità in tutte le categorie di prezzo – perché per mangiare bene, è stato più volte ribadito, non significa necessariamente doversi permettere un menu stellato – bensì renderli partecipi di una vera e propria esperienza culturale, alla scoperta di valori importanti come la territorialità e la capacità di accoglienza. Se è vero che ogni turista trascorre molte ore seduto a tavola e investe nei conti dei ristoranti una parte significativa del proprio budget ecco quindi che la rilevanza del settore

nella dinamica di un ecosistema complesso come quello del turismo è chiaramente dimostrata. Per favorirne il buon funzionamento sarebbe poi però indispensabile riuscire a inserire queste attività in un contesto strutturalmente favorevole, senza la pressione sempre più frequente, ad esempio, della concorrenza… interna creata dalle numerose opportunità dello street food. Il tema non poteva essere evitato e la presenza di Claudio Chiapparino, Direttore Eventi e Congressi Città di Lugano, ha fornito agli altri partecipanti alla tavola rotonda organizzata allo spazio RIVADUE del palazzo Mantegazza, la possibilità di approfondirlo con estrema

franchezza e non senza qualche momento di vivace confronto, in particolare proprio sul ruolo dell’amministrazione pubblica nella gestione degli eventi e delle situazioni particolari come Lugano marittima, Lugano Riviera o le ormai imprescindibili “casette” natalizie. Le risposte che sono state date hanno certamente contribuito a fare chiarezza sulle modalità e sugli intendimenti dell’autorità – dall’assoluta trasparenza e severità nell’assegnazione di questi ambiti mandati temporanei alla volontà di estendere la zona di fermento della movida cittadina – facendo comunque emergere la consapevolezza delle difficoltà generate per gli esercenti che si ri-

Sara Rosso-Cipolini
Michael Gibbert
Sergio Pezzatti
Claudio Chiapparino
Rupen Nacaroglu
Dany Stauffacher
TAVOLA ROTONDA

trovano esclusi da queste iniziative. Molto interessante, su questo argomento, il punto di vista del Professore dell’USI e della scuola alberghiera di Losanna Michael Gibbert, esperto di marketing, che dopo aver rilevato la frammentarietà di un mercato costituito in realtà da molti piccoli giardini “privati” ha anche sottolineato l’incongruenza di una concorrenzialità progettata e alimentata da chi può utilizzare per le proprie azioni fondi pubblici…che originariamente derivano dai contributi di ogni cittadino.

Un passaggio decisamente fondamentale e delicato di una riflessione che non poteva non alimentare altre considerazioni da parte di chi, come Sergio Pezzatti, imprenditore del ramo enogastronomico, è confrontato direttamente con l’impatto della variabile economica che questa contrapposizione – magari virtuosa negli intenti ma piuttosto scomoda nella realtà – produce nel bilancio di un anno di lavoro portato a compimento con o senza il privilegio di poter accedere a queste proficue integrazioni delle proprie attività. Le critiche e le insofferenze dai rispettivi punti di osservazione non sono dunque mancate all’interno di una discussione che si è perciò inevitabilmente estesa alla strategia degli eventi messa in campo dalla città, facendo affiorare l’importanza della condivisione, non sembra attivata ed efficiente – tra i vari attori presenti sulla scena. Rupen Nacaroglu, nel suo doppio ruolo di Presidente di Lugano Region e della Società dei commercianti cittadini, ha evidenziato proprio in questo senso il bisogno di coordinazione e di rispetto delle rispettive esigenze, allo scopo di poter determinare un percorso comune nell’interesse generale della promozione del nostro

territorio e delle sue peculiarità. Tra queste certamente il segmento congressuale, che porta a Lugano visitatori di qualità, che a differenza del turismo di massa - un punto su cui non sarebbe potuto mancare l’accostamento al caso della vicina Comonon accentuano le risapute criticità della regione, a cominciare da quella della mobilità. Della visibilità che Lugano sta costruendo in questo settore beneficiano principalmente le strutture di qualità, in particolare quelle alberghiere: sulla base della sua esperienza internazionale Sara Rosso-Cipolini, CEO e Presidente di Planhotel Group presente a Lugano con l’hotel The View, ha confermato l’apprezzamento generale della clientela che questo genere di appuntamenti riesce a orientare verso la città, assicurando una visibilità molto preziosa in una fascia di mercato assolutamente affine alle caratteristiche della città. Su un punto, nel corso della serata, tutti i relatori si sono ritrovati d’accordo: Lugano non deve scadere nella qualità delle sue proposte - talvolta, è stato ammesso da parte del rappresentante dell’autorità, è più facile accettare che rifiutare di concedere spazi pubblici agli organizzatori che li richiedono, mentre chi ha mantenuto una visione più critica ha voluto insistere sulla differenza tra eventi, pochi, e manifestazioni, addirittura

troppe - e dovrebbe concentrarsi sulle attività in grado di aumentare l’indotto autentico dei pernottamenti, senza farsi ammaliare dall’effetto effimero del “mordi e fuggi”. L’enogastronomia è pronta a fare la propria parte, sia per quanto riguarda l’offerta diretta dei servizi di ristorazione sia nell’ambito della promozione della regione con iniziative di più ampio respiro. Indispensabile, tuttavia, sarà intensificare il dialogo e la collaborazione reale tra il pubblico e il privato, evitando forzature di qualunque tipo e gettando invece le basi per sinergie di successo. Una città come Lugano ha senza dubbio i numeri per mantenere e migliorare il proprio posizionamento su uno scacchiere sempre più agguerrito come quello del turismo, ma per riuscirci si dovrà remare tutti nella stessa direzione.

Non si può riuscire a comunicare in modo efficace chi si è e che cosa si è in grado di offrire se prima non si è riusciti a conoscersi a fondo: è forse il pensiero più significativo tra i molti che sono emersi nel corso di una discussione animata ma rispettosa, che si è conclusa con le numerose e stimolanti sollecitazioni di un pubblico decisamente molto coinvolto nella trattazione di un argomento di grande interesse e attualità per l’intera collettività.

Gestire la complessità di una primaria istituzione culturale

Dopo una formazione accademica multidisciplinare ed esperienze internazionali, dal 2010

Valentina Del Fante cresce all’interno del LAC ricoprendo ruoli di crescente responsabilità.

Dal settembre 2025 è Direttrice Affari Generali e Vice Direttrice Esecutiva del LAC.

di Donatella Révay

Ph: © LAC - Foto Studio Pagi

Il suo ruolo unisce strategia, finanze e relazioni istituzionali: quali sono oggi le leve principali su cui agisce per contribuire allo sviluppo del LAC?

«Nel mio ruolo collego la visione del LAC agli aspetti concreti che ne permettono lo sviluppo nel tempo, soprattutto sul piano strategico e finanziario. In questi anni ho lavorato in particolare ai Business Plan quadriennali, documenti che traducono la visione del LAC in azioni concrete, sostenibili e misurabili. Sono anche strumenti di dialogo con la Città di Lugano, perché rendono trasparente e condiviso il percorso dell’istituzione. È un lavoro dietro le quinte che richiede continuità, attenzione ai dettagli e capacità di mettere in relazione visione, obiettivi e risorse. La sfida oggi è trovare un equilibrio tra sostenibilità economica e qualità della proposta culturale. I numeri, per noi, non sono mai un fine, ma uno strumento per continuare a generare valore per il territorio e per il pubblico».

Quali competenze sono necessarie per svolgere un lavoro come il suo? «Servono competenze trasversali: capacità analitica, visione strategica, sensibilità culturale e capacità relazionale. La gestione culturale richiede di sapersi muovere tra numeri, persone e contenuti, trovando continuamente un equilibrio. Credo molto nella contaminazione tra ambito culturale e approccio aziendale: i numeri sono indispensabili, ma devono restare uno strumento al servizio della missione culturale. È questo l’equilibrio che al LAC cerchiamo ogni giorno di mantenere».

Il suo percorso lavorativo inizia sedici anni fa all’allora Dicastero Cultura già nell’ambito del progetto LAC allora in fase di start-up. Un percorso in parallelo all’evoluzione del LAC stesso e una conseguente riflessione sulle istituzioni culturali oggi… «Il mio percorso è cresciuto insieme a quello del LAC ed è stato fin dall’inizio multidisciplinare. Arrivavo da una formazione umanistica - liceo classico e laurea in lingue orientali a Ca’ Foscari - che considero un nutrimento fondamentale. Successivamente ho scelto di approfondire gli aspetti economici e gestionali con un Executive Master in Management all’USI. È stato proprio attraverso il field project dell’USI che sono entrata nel team del LAC, sedici anni fa, quando il

progetto era ancora nella fase di avvio. Ho così potuto seguire l’evoluzione dell’istituzione dalla costruzione iniziale fino alla trasformazione in ente autonomo. In questo percorso ho avuto la fortuna di lavorare a lungo al fianco di Michel Gagnon, cui devo molto per la fiducia e il cammino condiviso. Questa esperienza mi ha insegnato l’importanza di mantenere uno sguardo aperto e continuare a formarsi. Credo molto nel valore dei percorsi ibridi, perché permettono di sviluppare una visione più ampia e una maggiore capacità di leggere la complessità».

La gestione culturale è spesso definita un sistema complesso: quali sono oggi le principali sfide e opportunità per un’istituzione come il LAC?

«La complessità è una componente costante del nostro lavoro. Al LAC convivono realtà molto diverse: la programmazione artistica, ma anche attività come facility management, accoglienza ed eventi, che richiedono competenze differenti. È un sistema articolato e proprio per questo molto stimolante. La sostenibilità finanziaria resta una delle sfide principali, soprattutto in un contesto in cui i costi aumentano e la cultura rischia ancora di essere percepita come sacrificabile. Eppure oggi abbiamo sempre più evidenze del suo impatto sociale ed economico. Un altro tema è l’intelligenza artificiale, una trasformazione che riguarda anche le istituzioni culturali e di cui stiamo ancora comprendendo le implicazioni. Accanto alle sfide, però, ci sono grandi opportunità: la cultura può rafforzare il proprio ruolo nella società, rispondendo a bisogni sempre più evidenti di senso, relazione e crescita».

Aver seguito l’evoluzione del LAC dall’inizio, le ha permesso di osservare se è avvenuto un cambiamento anche nella città di Lugano. Come vede il rapporto tra il LAC e la Città?

«Seguire il LAC fin dalle sue fasi iniziali mi ha permesso di osservare anche il cambiamento della città. All’inizio si facevano paragoni molto ambiziosi che allora sembravano azzardati. Oggi credo si possa dire che il LAC è diventato un punto di riferimento per Lugano, un luogo difficilmente separabile dalla sua identità. Negli anni la città ha rafforzato il proprio profilo culturale, diventando più aperta e attrattiva anche a livello internazionale, e il LAC ha contribuito a questo percorso. È cambiato anche il rapporto con la comunità: oggi il LAC è sempre più vissuto come spazio di incontro e relazione, oltre che di programmazione artistica. La sfida è continuare a mantenere questo equilibrio tra apertura e radicamento nel territorio».

Chi è Valentina Del Fante

Che valore ha, nel suo percorso, l’equilibrio tra dimensione professionale e personale?

«La mia crescita professionale è andata di pari passo con quella personale. Quando sono arrivata al LAC non avevo figli, oggi sono madre di tre bambini: questo ha cambiato il mio modo di organizzare il tempo e definire le priorità. Più che di equilibrio parlerei di adattamento continuo. Ho imparato a essere più essenziale e a concentrarmi su ciò che è davvero importante, nel lavoro come nella vita personale. In questo il supporto di mio marito e della mia famiglia è fondamentale. Essere madre mi porta anche a interrogarmi sul valore di ciò che faccio e sull’impatto che può avere sugli altri. Lavorare nella cultura, per me, significa contribuire alla crescita delle persone e della comunità, una responsabilità che oggi sento ancora più concretamente».

Valentina Del Fante, oggi Direttrice Affari Generali e Vice Direttrice Esecutiva del LAC Lugano Arte e Cultura, si diploma al liceo classico dell’Istituto Elvetico di Lugano e consegue con lode la laurea magistrale in Lingue e Civiltà Orientali presso l’Università Ca’ Foscari di Venezia. Completa il proprio percorso con un’esperienza a Tokyo in ambito culturale e nel settore dei cosmetici di alta gamma, sviluppando una forte sensibilità internazionale. Rientrata a Lugano, frequenta l’Executive Master in Management dell’USI, affiancandolo all’insegnamento della lingua giapponese e ad attività nello sponsoring sportivo internazionale. Al termine del Master partecipa a un progetto di ricerca sulle fondazioni di pubblica utilità della Svizzera italiana sotto la supervisione del Professor Gianluca Colombo e della Dottoressa Elisa Bortoluzzi Dubach, esperienza che rappresenta un momento chiave del suo percorso e segna il suo ingresso nel team del nascente LAC, allora in fase di start-up. Dal 2010 cresce all’interno dell’istituzione ricoprendo ruoli di crescente responsabilità nell’ambito fundraising, strategia, finanze e relazioni istituzionali. Segue tutte le fasi di sviluppo del LAC, contribuendo alla definizione degli strumenti strategici e finanziari dell’ente, fino ad assumere nel 2025 appunto, la carica attuale di Direttrice Affari Generali e Vice Direttrice Esecutiva del LAC.

Un progetto musicale davvero senza confini

Continuità, connessione, destrutturazione, ridefinizione, interdisciplinarità, plurilinguismo: sono solo alcune tra le parole chiave che orientano e sostanziano la trama progettuale della stagione musicale 2026/27 del centro culturale LAC Lugano

Arte e Cultura. Una visione ideativa e produttiva rigorosa, che intende superare le tradizionali categorie di genere, creare nuove formule di ascolto, dispiegare traiettorie artistiche diverse.

Le proposte toccano tutti i periodi della letteratura, dal barocco al contemporaneo alla nuova musica, dalle tradizioni extraeuropee ai linguaggi di confine, con riletture e attraversamenti di epoche, stili e geografie sonore sempre diverse, che guardano al futuro, an -

che al futuro della tradizione. Gli artisti coinvolti – fra i più grandi della scena mondiale – rispecchiano questa koinè stilistica: Svizzera, Europa centrale, Mediterraneo, Medio Oriente, area nordica, Stati Uniti non sono etichette identitarie, bensì luoghi specifici di elaborazione della musica, emblemi di una

storia delle scuole di appartenenza. La stagione si inaugura il 12 settembre con il Concerto di Gala Opera for Peace Academy. In scena saliranno dieci giovani cantanti selezionati a livello internazionale che presentano il risultato di una settimana di lavoro intenso, affiancati dall’Orchestra della Svizzera italiana diretta da Kamal Khan , che ha curato il progetto. Uno dei capitoli portanti del plot narrativo della stagione è il pianoforte, strumento cardine della storia della musica. Il percorso prende le mosse in una zona di sconfinamento con Hiromi: The Trio Project (29 ottobre), dove il pianismo di Hiromi assorbe jazz, rock, fusion e musica classica. Il pianoforte è anche compagno insostituibile di viaggio per la voce: arriva al LAC Asmik Grigorian (20 gennaio), soprano tra le più acclamate della scena contemporanea che, con il pianista Lukas Geniušas, interpreterà le pagine delle romanze di Cajkovskij e Rachmaninov. Pianismo puro, invece, è quello dello

straordinario Evgeny Kissin (5 febbraio) che concentra l’ascolto su Beethoven, di Hélène Grimaud (8 giugno), che accosta due estremi testamentari, le ultime due Sonate di Beethoven e Schubert, della funambolica Yuja Wang (17 giugno), impegnata nella duplice veste di solista e direttrice della Mahler Chamber Orchestra nei due concerti di Brahms. Fazıl Say, pianista “visionario” insieme alla Camerata Salzburg (30 aprile) tocca la purezza del Concerto K 414 di Mozart, incastonato tra due intense pagine di sua composizione. Conclude il concerto la Sinfonia n. 5 di Schubert. Ma pianoforte è anche Ólafur Arnalds (6 maggio), pianista e compositore islandese, una delle figure più rilevanti della scena contemporanea. Il grande repertorio sinfonico, affidato alle maggiori orchestre e ai direttori più autorevoli costituisce un ulteriore paragrafo della stagione 2026/27. Si parte dalla solidità di impianto classico di Daniele Gatti sul podio della Staatskapelle Dresden (28 ottobre), di cui è direttore principale dal 2024, che nel suo programma impagina il Concerto per violino op. 61 di Beethoven nell’interpretazione di Augustin Hadelich, e la Sinfonia n. 2 di Brahms. Un’altra illustre presenza è quella della Freiburger Barockorchester

e del Collegium Vocale Gent (5 dicembre) diretti dall’altrettanto celebre Pablo Heras-Casado, impegnati – con strumenti originali – nell’Ouverture “in stile italiano” D 590 e nella Sinfonia n. 9 di Schubert e ne La morte di Didone di Rossini nell’interpretazione del soprano Julie Fuchs. Nel giorno della vigilia di Pasqua Diego Fasolis sale sul podio de I Barocchisti , del Coro della Radiotelevisione Svizzera e dell’OSI (27 marzo) per la Missa Solemnis di Beethoven. La Zürcher Kammerorchester (18 aprile) con Julia Hagen , nel confronto fra Saint-Georges, Haydn e Beethoven, riassorbe il discorso in una forma estesa che non rinuncia però alla precisione del pensiero cameristico. Si superano i confini tra le arti con REVOLTA (1° marzo), progetto della Geneva Camerata guidata da David Greilsammer, su coreografie di Kader Attou e Grichka , che offre una radicale rilettura della Sinfonia n. 5 di Dmitrij Šostakovic.

Una diversa struttura del sinfonismo emerge con Tovel (aka Matteo Franceschini), Leone d’Argento per la Musica alla Biennale di Venezia 2019, che nel suo Songbook – (18 novembre), ridefinisce la nozione stessa di scrittura orchestrale, in un progetto realizzato in coproduzione con il Conservatorio della Svizzera italiana

Dopo il successo della proiezione di Psycho di Alfred Hitchcock con musica dal vivo, la stagione offre un’occasione unica per vedere sul grande schermo il capolavoro di Ridley Scott , Blade Runner (14 e 15 novembre) con la leggendaria colonna sonora di Vangelis eseguita da The Avex Ensemble Star Wars tra musica e scienza (8 maggio) è, invece, un viaggio nel cinema attraverso musica e narrazione, sospeso tra scienza e fantascienza. In scena Luca Perri , astrofisico e divulgatore, condurrà il pubblico in un percorso sinfonico tra galassie lontane, scienza e immaginario cinematografico, accompagnato dalle

musiche di John Williams nell’interpretazione dell’Orchestra Sinfonica di Milano diretta da Jacopo Brusa Per la musica da camera quest’anno il LAC avvia una collaborazione con Le Dimore del Quartetto, realtà milanese attiva nella valorizzazione di giovani ensemble selezionati a livello internazionale, attraverso tre concerti riuniti sotto il tema “Grand Tour ”. Il Desguin Kwartet (24 gennaio) impegnato in un percorso che da Puccini, Debussy e Frank Martin conduce a Schubert; il Quatuor Våren (21 febbraio) che accosta Schubert, Verdi, Ravel e Mendelssohn; l’Helix Trio (21 marzo) che attraverso Clara Schumann, Domenico Turi, Schubert, Juon e Ravel, introduce una diversa grammatica dell’interazione strumentale.

I Solisti della Scala Fabrizio Meloni , Sandro Laffranchini e Francesco Libetta (4 aprile) portano nel ciclo la densità di una prassi maturata al più alto livello, con un programma da Beethoven a Tenco tra memoria e scrittura contemporanea.

Con Don Li Cosmotonic Experience (20 settembre), realizzato in collaborazione con Jazz in Bess, il progetto esce dallo spazio teatrale e si spo -

sta in Piazza Luini. Il poliedrico Don Li fa “orbitare” il pubblico, in un flusso musicale e teatrale di sei ore senza soluzione di continuità, attorno e all’interno della sua opera Orbital Garden Satellite , dove nove musicisti e un performer danno vita a una nuova esperienza di immersione nella musica. In Maybe a Concert (29 e 30 settembre) ideato da Raissa Avilés , cantante, performer e autrice svizzera di origini messicane, il confine tra concerto e azione scenica diventa sempre più labile. Con Dhafer Youssef (16 ottobre) la linea di confine si sposta sul piano interculturale. L’oud, assunto nella sua dimensione storica, viene inserito in un contesto che include jazz ed elettronica.

Il concerto del Roberto Pianca Quartet feat. Johnathan Blake (11 novembre, sede Jazz in Bess) aggiunge alle performance improvvisative del chitarrista ticinese la presenza di Johnathan Blake, figura centrale della scena statunitense. Il trombettista e compositore norvegese Nils Petter Molvær approda al

LAC nella sezione dedicata al jazz, per offrire con il suo ensemble (10 gennaio) un arazzo sonoro tessuto su atmosfere rarefatte, paesaggi sonori evocativi con influenze che spaziano da ambient e dub fino al post-rock. È Melissa Aldana , celebre sassofonista cilena, tra le voci più autorevoli del sax tenore contemporaneo, che con il Melissa Aldana Quartet (17 marzo, sede Jazz in

Bess) propone un concerto che diventa sempre territorio di esplorazioni sonore di sensuale eleganza. Con Kinan Azmeh & CityBand (11 maggio) si allungano i confini sonori su geografie multietniche e d’oltreoceano. In occasione delle festività natalizie ci si ritrova anche quest’anno nella Hall del LAC per A Christmas Carol – Concerto di Natale al LAC (20 dicembre), ultimo appuntamento di una serie di concerti natalizi nelle chiese di Lugano realizzati in collaborazione con l’Associazione Bernardino Luini. La contemporaneità musicale trova ancora una volta spazio al LAC attraverso due consolidate rassegne: Early Night Modern , curata da Oggimusica, e E.A.R. – Electro Acoustic Room, progetto di Spazio21 del Conservatorio della Svizzera italiana in coproduzione con il LAC. Oggimusica si dedica alla creazione contemporanea, affiancando anche in questa stagione alle produzioni che coinvolgono artisti locali e nazionali progetti provenienti da più lontano, con un’attenzione particolare alle generazioni dei più giovani. Tra i titoli in programma: erro. 4 (13 novembre), Canti di sangue e fate (1° dicembre), DADA Happening (26 febbraio), The Third extended wheel (24 marzo), Passatopresente (28 aprile), Oggimusica Meets Code 2027: La cupola plus (9 aprile), _non-persistent.memory (10 aprile), Suturee – live modular synthesizer set e Fragmented Landscapes (11 aprile). EAR – Elettro Acoustic Room presenta una serie di concerti dedicati al repertorio acusmatico, con musica elettronica diffusa da un sistema multicanale e accompagnata da momenti di approfondimento su tematiche relative al suono e all’ascolto, da quest’anno con ospiti provenienti da ambiti apparentemente lontani.

Triton è invece il titolo di un progetto cross-mediale (3 dicembre) – in coproduzione con il MASI –di Invernomuto , duo formato da Simone Bertuzzi e Simone Trabucchi che integra forme sonore e visive in complesse installazioni audio-video, creando ambienti immersivi.

Questa estate torna la rassegna LAC en plein air, che compie nove anni e si rinnova articolandosi in due momenti distinti, affidati a due curatele diverse, coerenti con la visione artistica del LAC. Dal 26 giugno al 4 luglio, sei serate ideate da Saul Beretta , che ancora una volta delinea un itinerario tra jazz, blues e sonorità dal mondo, che attraversa idealmente l’Italia e il Brasile. Dal 21 al 30 agosto, la proposta curata dall’etnomusicologo Johannes Rühl , indaga il rapporto tra musica popolare, area alpina e spazio transalpino, rivolgendo un’attenzione particolare alle forme contemporanee della Neue Volkmusik, con la presenza di artisti e progetti svizzeri.

www.laclugano.ch

01 I Barocchisti

Ph: © LAC Lugano Arte e Cultura 2026

02 Helix Trio

03 Early Night Modern, Romanesco Duo

04 Tovel, SONGBOOK

Ph: © AAvezzu, Courtesy: La Biennale di Venezia

05 Hiromi

Ph: © Mitsuru Nishimura

06 Asmik Grigorian

Ph: © Studio Sesupe, Magazine Zmones

07 Desguin Kwartet

Ph: © Monday Jr

08 Nils Petter Molvaer

Ph: © Roberto Cifarelli

09 Dhafer Youssef

Ph: © Arno Lam

10 Raissa Avilés, Maybe a concert

Taccuini visivi per raccontare il paesaggio svizzero

Con la mostra “Jean-Frédéric Schnyder. La pittura 2024/25”, aperta dal 15 marzo al 9 agosto, il MASI Lugano rende omaggio a uno degli artisti più originali e influenti della scena svizzera contemporanea.

ln oltre sessant’anni di attività, Jean-Frédéric Schnyder (Basilea, 1 945, vive a Zugo) si è mosso tra fotografia, scultura, performance e pittura, mantenendo una postura appartata e insieme centrale, ma restando sempre ostinatamente fedele a un principio costante: l’arte come mestiere quotidiano, esercizio di disciplina e di libertà. Con questo approccio sono nate an-

che le nuove opere presentate al MASI, più di cento dipinti ad olio inediti a cui Schnyder pittore ha lavorato in modo continuativo per due anni, dal 2024 al 2025. Oltre a un corpus di lavori dai soggetti più disparati realizzati in atelier, l’artista ha creato una serie di paesaggi en plein air in diverse regioni della Svizzera, in cui la natura è la protagonista assoluta. ln base alle regole

che si è autoimposto, questi “taccuini visivi” sono stati dipinti nell’arco di una sola giornata, in ore di concentrazione assoluta che avvicinano l’esperienza pittorica a una dimensione quasi visionaria. Questo disciplinato esercizio di osservazione del mondo è restituito, nel percorso al MASI, attraverso una rigorosa esposizione cronologica dei dipinti, accompagnati da didascalie tracciate a matita dall’artista, con data e luogo di esecuzione. Modalità espositive, tempi e fruizione delle opere da parte del pubblico sono infatti oggetto di un’attenta regia da parte di Schnyder - attenzione che oggi risuona più

che mai come un invito sovversivo a riconsiderare l’atto del guardare. Accanto ai lavori recenti sono inoltre esposte al MASI due creazioni iconiche dell’artista, il monumentale Sti//eben (Natura morta , 1970) e la serie Bi//ige Bi/der (Quadri economici , 2000-2019), con cui si apre la mostra. Le 162 piccole tele della serie punteggiano interamente, da terra a cielo, le pareti della prima sala del MASI e si presentano come un immediato omaggio alla pittura nella sua dimensione più quotidiana e materiale. Sono state infatti realizzate da Schnyder nell’arco di quasi

vent’anni raccogliendo sistematicamente gli stracci con cui puliva i pennelli - di qui il titolo “quadri economici”. Le opere rivendicano un utilizzo frugale, umile della pittura, in cui nulla deve andare sprecato, ma al contempo si rivelano come resti consapevoli di altri lavori, alludendo alla loro presenza. Per Schnyder tutto è pratica rigorosa, anche il pluralismo stilistico: pittorialismo popolare, realismo, simbolismo, astrazione, citazioni pop e accenti kitsch convivono con naturalezza nelle nuove opere esposte al MASI. Lungo

le pareti dell’ampio corpo centrale dello spazio espositivo, i lavori realizzati in atelier si alternano alla serie di piccoli dipinti naturalistici. Come accennato, il soggetto ricercato e fissato in questo ciclo è la natura svizzera. Un’attenzione al paesaggio, quella di Schnyder, che, pur con modalità, poetiche ed esiti assolutamente autonomi e personali, si ricollega alla lunga tradizione della storia dell’arte elvetica. Secondo i limiti autoimpostisi da Schnyder, la scelta è caduta su scorci privi non solo di presenza umana, ma anche delle sue tracce più remote e indirette, come semplici pali della lu-

ce, binari o addirittura alberi tagliati: un annullamento radicale e totalizzante, che distingue questa da altre serie realizzate in passato dall’artista. L’approccio alla pratica artistica e il metodo rimangono quelli che hanno portato alla notorietà le sere di Schnyder negli anni Ottanta e Novanta, e che egli ha ripreso a vent’anni di distanza. La realizzazione dei dipinti è preceduta da una meticolosa preparazione, che va dalla consultazione delle cartine topografiche e degli orari degli autopostali con cui dalla sua residenza a Zugo l’artista raggiungere i luoghi da ritrarre allo zaino per l’abbigliamento tecnico con cui resistere una

giornata all’aperto, fino al necessario per dipingere, tra colori, tela e cavalletto portatile. A questi elementi materiali, che l’artista cerca di disciplinare, se ne aggiunge uno incontrollabile: “Nelle sue escursioni in solitaria l’artista ha tuttavia un “compagno di viaggio” con cui fare i conti: il tempo. È il tempo a dettare i ritmi e le possibilità di portare a termine il lavoro, a decidere se la tela dovrà essere dipinta rapidamente per il freddo che aumenta o se sarà necessario scegliere colori diversi a causa di una luce che cambia improvvisamente” osserva Ludovica Introini, curatrice della mostra. Nella mostra al MASI fa da contrappunto ai piccoli paesaggi la monumentale natura morta del 1970, presentata al termine del percorso nella “punta” del museo, in una posizione culminante, in cui Io spazio espositivo si confronta direttamente con l’esterno. I soggetti (brocca con spighe, pane, candela, vino, ananas, anguria, piatto con frutta, pianta) sono stati disegnati prima da Margret Rufener, grafica, artista e moglie di Schnyder, e da lui dipinti con colori a olio.

01–04

Jean-Frédéric Schnyder Schizzo 2025

© Jean-Frédéric Schnyder

MASI LUGANO /

Un distretto finanziario variegato e resistente

L’Ufficio cantonale di statistica ha appena pubblicato un’analisi dei servizi bancari, finanziari e assicurativi presenti nel nostro Cantone. Ne emerge un quadro variegato e resistente ai profondi cambiamenti degli ultimi anni.

Attività bancarie

Grazie ai 39 istituti bancari attivi, di cui 12 con sede principale in Ticino, e ai loro 159 sportelli, il sistema bancario è diffuso su tutto il territorio cantonale, con particolare rilevanza nel Luganese. Questa presenza fisica si è tuttavia attenuata nel tempo, già a partire dalla seconda metà degli anni Novanta. La sempre più importante diffusione della tecnologia nei servizi finanziari sta avendo un sostanziale impatto sull’organizzazione delle banche, che necessitano sempre meno di una presenza capillare.

Complessivamente, nel 2023 gli addetti impiegati dal settore bancario ticinese sono 5.584, pari a 5.218 addetti equivalenti al tempo pieno (ETP). Dopo il minimo del 2021, nei due anni successivi gli impieghi sono tornati a crescere, sia in Ticino sia in Svizzera. Distinguendo per categoria, 988 posti di lavoro si riferiscono all’unica grande banca svizzera, che offre l’intera gamma di prodotti bancari e servizi finanziari, anche grazie alla sua dimensione internazionale e alla sua strategia che, pure, si allarga oltre i confini na -

zionali. 712 sono gli impieghi delle banche Raiffeisen, istituti che rispondono invece a logiche di prossimità, e 456 sono quelli della banca cantonale. 1.536 impieghi sono offerti, globalmente, da una ventina di banche in mano straniera, istituti principalmente orientati ai bisogni finanziari di una clientela privata internazionale, di cui la metà ha la sede principale in Ticino. Infine, sono circa 400 gli impieghi offerti dalla decina di banche borsistiche attive in Ticino, e 1.225 quelli offerti dagli “altri istituti”, cioè altre entità bancarie non classificabili nelle categorie precedenti. Con la presenza di tutti questi attori, la piazza finanziaria ticinese si caratterizza per un ampio ventaglio di prodotti e servizi bancari.

Altre attività finanziarie

Attorno alle banche, cardine della piazza finanziaria ticinese, si registra una crescita di gestori, intermediari, consulenti e società finanziarie che sono andati ad arricchire e completare il sistema. Qualitativamente, la pluralità nell’offerta mostra la potenzialità della piazza nel proporre prodotti e servizi su misura a una clientela sempre più esigente. In cifre, nel 2023 le aziende che svolgono attività finanziarie non bancarie sono 874, pari a 2.866 posti di lavoro; ciò indica una dimensione media, anche se in crescita,

ancora ridotta (3,5 addetti ETP per unità). Nel settore sono quindi presenti molte piccole realtà, confrontate con una continua crescita dei costi fissi, in particolare degli oneri amministrativi legati all’evoluzione normativa e dei costi informatici in relazione alla sempre più complessa gestione dei dati.

Attività di consulenza

Consulenza contabile, fiscale e amministrativa dei commercialisti e gestione e intermediazione degli immobiliaristi sono ulteriori attività che indirettamente arricchiscono il sistema finanziario ticinese, permettendo un’importante interazione fra la finanza e l’economia reale. Le 2.427 aziende attive come commercialisti, che nel 2023 occupano 5.500 addetti ETP, sommate alle 848 unità aziendali immobiliari, che impiegano 1.508 addetti ETP, mostrano un’ulteriore diversificazione dei servizi proposti dal distretto di servizi finanziari ticinese. In entrambi i casi, si tratta di piccole realtà imprenditoriali: la loro dimensione media è infatti pari a 2,3 e, rispettivamente, 1,8 addetti ETP.

Assicurazioni

Completano il quadro del distretto di servizi finanziari cantonale le complessive 300 aziende attive in ambito assicurativo, che nel 2023 offrono 1.758 posti di lavoro. Dai dati si desume che oltre due terzi delle attività sono svolte da agenti e intermediari che hanno compiti di vendita, commercio e acquisizione di contratti assicurativi. Quest’ultima peculiarità sottolinea il carattere commerciale del Ticino rispetto ad altre regioni della Svizzera dove risiedono le sedi centrali e, quindi, dove vengono concepiti i prodotti e definite le strategie di sviluppo del settore assicurativo.

Commodity trading

Nel 2023, le imprese insediate in Ticino con attività principale incentrata prevalentemente nella negoziazione di materie prime sono 114, per 813 impieghi, e rappresentano l’11,7% delle imprese attive nel settore in Svizzera. Negli altri Cantoni in cui sono presenti, queste imprese rappresentano il 33,7% a Ginevra, il 26,6% a Zugo, l’8,2% nel Canton Vaud e il 4,2% a Zurigo. Le imprese presenti in Ticino sono soprattutto specializzate nel commercio all’ingrosso di minerali e metalli e nel commercio al dettaglio di combustibili. Anche nei Cantoni Ginevra e Zugo la maggior parte delle imprese censite si ritrova in queste due categorie di attività specializzate. A queste statistiche strutturali si aggiungono le stime, fatte dalla SECO, sugli impiegati in altri settori di supporto al commercio di materie prime, ad esempio in quello finanziario. In Ticino gli impieghi di supporto sono relativamente pochi, appena 46, di cui 10 nella finanza e 25 nei servizi di trasporto o nella logistica. A Ginevra i posti di lavoro di supporto sono poco meno di 950,

di cui 700 nel settore finanziario. A Ginevra, ogni 100 impieghi nel commercio di materie prime si stimano ulteriori 21 posti di lavoro nelle attività di supporto, contro i 6 calcolati per il Ticino. Il caso opposto è quello del Canton Zurigo, dove si stimano quasi 70 impieghi nelle attività di supporto ogni 100 impieghi nelle attività core. Si potrebbe quindi ipotizzare che alcune delle imprese attive a Zurigo offrano i loro servizi di supporto e le loro competenze anche alle imprese insediate a Zugo o in Ticino.

Fonte: Ufficio cantonale di statistica, Denaro e banche 2026.

ASSOCIAZIONE BANCARIA TICINESE

Villa Negroni CH-6943 Vezia

T. +41 (0)91 966 21 09 www.abti.ch

Musica, natura e visioni internazionali al Villaggio della Musica di Sobrio

Ci sono luoghi in cui la musica non è solo ascolto, ma esperienza. Sobrio, piccolo paese affacciato sulla Leventina, è uno di questi: qui il tempo sembra rallentare e lasciare spazio a un dialogo più profondo tra artisti, paesaggio e pubblico. È in questo scenario che prende vita il Sobrio Festival, espressione di un progetto culturale più ampio che negli anni ha saputo trasformare un villaggio di montagna in un laboratorio internazionale di idee e suoni. Nato da un’intuizione del pianista

Mauro Harsch e coordinato dall’associazione Ars Dei, il festival è parte integrante del Villaggio della Musica: una cinquantina di case, ciascuna dedicata a un grande compositore, che accolgono musicisti, studenti e appassionati da tutto il mondo. Un ecosistema culturale che intreccia formazione, ricerca e performance.

Cuore pulsante del progetto è la Casa Gustav Mahler, che da maggio a ottobre ospita masterclass, settimane di studio, concorsi e concerti, affiancata dalla Casa Francis Poulenc destinata all’ospitalità. In questo contesto prende

Nel cuore della Leventina, il Sobrio Festival torna con un’edizione 2026 ricca di grandi nomi e giovani talenti. Un progetto unico che unisce alta formazione e concerti in un contesto di rara bellezza. Tra prime assolute, ritorni attesi e nuove collaborazioni internazionali, la rassegna si conferma un punto di riferimento culturale. Il festival è organizzato grazie anche al contributo di Ceresio Investors.

forma il Sobrio Festival, che da inizio giugno a metà ottobre propone un calendario capace di affiancare interpreti affermati e giovani talenti emergenti, attirando un pubblico sempre più internazionale. Tra i protagonisti figurano anche membri dei Berliner Philharmoniker e dell’orchestra del Teatro alla Scala. L’edizione 2026 si preannuncia particolarmente ricca e articolata. L’inaugurazione è fissata per sabato 13 giugno nella chiesa di San Lorenzo, con lo straordinario flautista Erik Bosgraaf insieme all’ensemble filoBarocco. Il 20 giugno segna il ritorno del soprano Francesca Pia Vitale, già applaudita sui palcoscenici del Teatro alla Scala e dell’Opéra di Parigi, accompagnata dal pianista Roberto Arosio in un programma dedicato a Wolfgang Amadeus Mo -

zart, Georges Bizet, Charles Gounod, Jules Massenet, Giacomo Puccini e Giuseppe Verdi.

Il 27 giugno debutta il Duo Bennardo-Roblin (flauto traverso e pianoforte), mentre il giovane pianista

Antonio Pavan, appena tredicenne, torna il 4 luglio dopo il successo dello scorso anno.

Tra gli appuntamenti più attesi, sabato 11 luglio, il recital del timpanista dei Berliner Philharmoniker

Vincent Vogel, protagonista di una prima mondiale: l’esecuzione di un brano per timpani e violino, formazione inedita, commissionato attraverso un concorso internazionale riservato a compositori under 40. L’iniziativa - sostenuta da Ceresio Investors - ha coinvolto partecipanti da Europa, Americhe e Asia. Il brano vincitore è “devouring? ENTROPY. Now!” del compositore polacco Nikodem Kluczynski.

Domenica 16 agosto il festival propone una matinée violinistica con

Simone Bernardini ed Eva Rabchevska, entrambi membri dei Berliner Philharmoniker e Artists in Residence a Sobrio.

Accanto alla

qualità artistica, uno degli elementi distintivi del festival resta il contesto: il Villaggio della Musica, luogo capace di favorire un ascolto profondo, lontano dal rumore e dal turismo di massa. Un’esperienza che intercetta una crescente esigenza contemporanea: vivere la cultura in modo autentico, immersivo, memorabile. Tra le novità di quest’anno, il rinnovato Hotel Symphony offre la possibilità di soggiornare a Sobrio per più giorni, integrando l’esperienza musicale con

natura e gastronomia. La struttura ospiterà anche momenti informali come aperitivi musicali e après-concert in compagnia degli artisti. Il festival vive anche grazie al sostegno degli Amici del Sobrio Festival, il cui contributo permette a molti giovani musicisti di esibirsi e crescere artisticamente. Un impegno condiviso che riflette lo spirito dell’associazione Ars Dei, realtà senza scopo di lucro fondata sul lavoro volontario dei suoi membri. Lo sguardo, intanto, si apre oltre i confini svizzeri. Sull’onda del successo di Sobrio, nasce il primo gemellaggio internazionale con il Toân Festival, in programma a Toano, sull’Appennino reggiano, inaugurato il 25 luglio 2026 dal pianista Alexander Romanovsky. Un primo passo verso una rete culturale più ampia, che conferma la vocazione internazionale del progetto.

Per programma completo, video e aggiornamenti: www.sobriofestival.com

01 Chiesa di San Lorenzo

02 Antonio Pavan

03 Vincent Vogel, Timpanista Berliner Philharmoniker

04 Vista da Casa Mahler

05 Fancesca Pia Vitale

Ancora un anno di solidi risultati finanziari

Risultati solidi e volumi in crescita nonostante un contesto di mercato difficile: è un bilancio più che positivo quello tracciato dal Gruppo BancaStato per il 2025.

Un versamento di 57,4 milioni di franchi per le casse cantonali, sostanzialmente in linea con quello dell’anno precedente nonostante il peggioramento delle condizioni di mercato e un ridimensionamento dell’utile netto: per il Gruppo BancaStato il 2025 si chiude con un bilancio più che positivo. I risultati ottenuti si rivelano solidi, confermano le attese e rinnovano

una crescita storica che va individuata escludendo il 2023 e il 2024, anni contraddistinti da condizioni macroeconomiche tali da generare eccezionali – e irripetibili – livelli reddituali. L’importante versamento destinato alla collettività è frutto dei 110,7 milioni del risultato di esercizio. Ciò permette al Gruppo di rinforzare ulteriormente la propria solidità con un’attribuzione di 47 milioni alle riserve per rischi bancari generali

(e di ottenere un utile di Gruppo di 60,1 milioni su cui ha inciso non solo l’andamento del tasso direttore ma anche l’aumento dei costi. A livello reddituale, nel 2025 l’aumento dei volumi creditizi e l’applicazione di un’accorta strategia di rifinanziamento hanno aiutato almeno parzialmente a controbilanciare il progressivo abbassamento del tasso direttore sino allo 0% e la compressione del margine commerciale.

Ciò ha consentito al Gruppo BancaStato di mantenere i ricavi ad alti livelli. Il risultato netto da operazioni su interessi, che rappresenta la principale voce di ricavo del Gruppo, si attesta così a 228,9 milioni, in diminuzione del 12,7% e del 16,3% se confrontato rispettivamente al 2024 e al 2023, ma in aumento del 23,1% rispetto al 2022. Il risultato da operazioni su commissione e da prestazioni di servizio progredisce del 2,6% a 65,0 milioni. Il risultato da attività di negoziazione evolve del 9,6% a 23,8 milioni. Gli altri risultati ordinari passano da 4,4 milioni a 3,4 milioni (-23,3%).

Nel loro complesso i ricavi netti si attestano a 321,1 milioni, in diminuzione dell’8,7% rispetto al 2024, dell’11,0% in paragone al 2023 ma in aumento del 21,9% se confrontati al 2022. Dal canto loro, i costi d’esercizio segnano un aumento del 2,9% a 197,0 milioni, prevalentemente dovuto alle necessarie misure messe in campo dal Gruppo BancaStato per rafforzare ulteriormente la struttura organizzativa e di gestione del rischio in un quadro di pluriennale e forte crescita degli affari e di intensificazione dei requisiti normativi. Le rettifiche di valore su partecipazioni e ammortamenti calano da 14,0 milioni a 13,2 milioni (-5,6%), mentre le variazioni di accantonamenti e altre rettifiche di valore nonché perdite si attestano a 0,2 milioni. La bontà dei risultati 2025 è testimoniata anche dall’andamento positivo dei volumi di crediti ipotecari, che rappresentano il nocciolo delle attività del Gruppo nonostante la sua offerta universale di prodotti e servizi: grazie a una crescita di 444,6 milioni (+3,6%) raggiungono i 12,8 miliardi. I crediti nei confronti di privati e aziende attestano una sostanziale stabilità a 1,9 miliardi (-0,6%),

mentre i crediti nei confronti degli Enti pubblici progrediscono a 966,3 milioni (+9,5%).

Gli impegni nei confronti della clientela si attestano a 12,3 miliardi, prevalentemente a seguito di giacenze della clientela istituzionale. Il totale di bilancio del Gruppo progredisce del 2,8% a 19,8 miliardi. Nel 2025 il volume dei patrimoni in gestione presso il Gruppo BancaStato (Assets under Management) aumenta di 711 milioni (+3,0%) a 24,1 miliardi.

Gli indici di redditività ed efficienza, nonostante una flessione, si situano a livelli positivi. La redditività – in termini di Return on Equity (ROE) – passa dal 9,8% del 2024 al 7,0% del 2025.

Il Cost / Income I (costi di esercizio rapportati ai ricavi netti) si situa al 61,3% a fine 2025 (54,4% nel 2024). Il Cost / Income II (che include anche gli ammortamenti e gli accantonamenti) si attesta al 65,5% nel 2025, mentre nel 2024 era al 58,4%.

La solidità del Gruppo (capital adequacy), determinata in base al rapporto tra i fondi propri necessari e i fondi propri disponibili, calcolati secondo i canoni di Basilea III finale, si attesta al 31.12.2025 al 221,9%, a fronte di un requisito regolamentare del 150% (valido per le banche di categoria di vigilanza 3).

La natura di Banca cantonale che agisce per la collettività non si quantifica unicamente con il versamento alle casse cantonali, per quanto esso si riveli importante. Il modello di affari di BancaStato mira certamente al raggiungimento di specifici obiettivi finanziari, ma nel farlo tiene infatti anche conto delle modalità con cui tali traguardi vengono raggiunti. La politica di sponsorizzazione adottata tradizionalmente dall’Istituto è emblematica in

tal senso. Il Gruppo BancaStato sostiene centinaia di eventi e di realtà associative attive in ambito sportivo, culturale, sociale o benefico. Nel 2025 ha destinato loro 5,6 milioni (+0,4 milioni rispetto al 2024); complessivamente, negli ultimi cinque anni BancaStato ha devoluto un importo pari a 22,4 milioni. Fabrizio Cieslakiewicz, Presidente della Direzione generale di BancaStato, ha dichiarato: «I risultati 2025 sono solidi e assumono ancora più valore se posti in una traiettoria storica. Esulando dal 2024 e dal 2023, anni irripetibili dal punto di vista bancario, confermano la bontà e la resilienza dell’assetto reddituale del Gruppo. Quanto svolto a livello strategico in passato risulta ora pagante e continua a entrare in convergenza con una sempre accorta strategia di rifinanziamento e un sempre miglior posizionamento di BancaStato sul mercato”. Dal canto suo, l’Avv. Michela Ferrari-Testa, Presidente del Consiglio di amministrazione di BancaStato ha commentato: “Sono molto soddisfatta dei risultati presentati, che da una parte dimostrano la fiducia che la clientela ripone in noi e dall’altra sono frutto dell’intensità dell’operato del Gruppo durante un anno, il 2025, che ha ancora una volta messo in risalto l’importanza di gestire al meglio l’impatto delle variabili di mercato tramite opportune e adeguate strategie aziendali. Il Gruppo ha conseguito solidi risultati a beneficio non solo dei clienti ma dei e delle ticinesi, e questo grazie alle sfaccettate maniere con cui adempiamo al mandato pubblico e che si realizzano non solo con il versamento alle casse cantonali – per quanto importante – ma anche con il nostro modo di “fare banca” orientato al territorio”».

Creare valore per il territorio

Intervista all’Avv. Michela Ferrari-Testa, che traccia un bilancio a tutto tondo del suo anno e mezzo alla guida del Consiglio di amministrazione di BancaStato.

Presidente, ha iniziato a guidare il CdA di BancaStato circa un anno e mezzo fa.

Può tracciarne un bilancio?

«Il bilancio è buono, sia dal punto di vista dei risultati ottenuti dalla Banca, sia da quello più umano e personale. Iniziamo dai risultati e valutiamoli dal punto di vista dell’a -

dempimento del mandato pubblico assegnato a BancaStato: il 2025 si è rivelato un altro anno che reputo all’altezza delle attese dei ticinesi. L’Istituto si riconferma come una realtà solida, che rappresenta una preziosa fonte di entrata per le casse pubbliche. Basti pensare che nell’ultimo decennio abbiamo assegnato al Cantone, e dunque alla collettività, 465 milioni. È una cifra ragguardevole. Ma vi è anche un “come” raggiungiamo i nostri risultati. Siamo convinti che operare alla luce del mandato pubblico significhi anche adottare un modello di affari orientato alla creazione di valore per il territorio. Ecco perché, per esempio, l’anno scorso abbiamo destinato oltre 5,5 milioni di franchi per sostenere moltissime realtà attive a livello sportivo, culturale e benefico: tali realtà creano ricchezze, certo non monetarie, ma inestimabili. Ecco: solo guardando questi aspetti il bilancio non può che essere positivo. Inoltre, nell’ultimo anno abbondan-

te, il mio ruolo di Presidente mi ha anche consentito di avere un’ulteriore conferma dell’alto livello di competenza, professionalità, motivazione e impegno delle collaboratrici e dei collaboratori della Banca. Ma vi è anche una dimensione più legata alla mia identità di ticinese. È per me gratificante e appagante poter dirigere un Consiglio di amministrazione di un’azienda la cui filosofia e le cui radici corrispondono alle mie. Il mio apporto per BancaStato si traduce, in definitiva, in un impegno per la comunità e il territorio a cui appartengo. E ciò non può che riempirmi di orgoglio».

Lei ha abbinato il suo amore per il Ticino a importanti incarichi di calibro nazionale: è stata ad esempio Vicepresidente nel CdA di Helsana, era attiva nel CdA del Gruppo Coop ed è attualmente nel CdA di Mobiliare Svizzera. Come influiscono tali esperienze nel suo attuale ruolo in BancaStato?

«Ho avuto il piacere di acquisire un’esperienza ultraventennale in tali Consigli di amministrazione, e ciò mi ha anche permesso di confrontarmi a tematiche e sfide che toccano, in definitiva, anche il settore bancario. La digitalizzazione, l’intelligenza artificiale o la conformità normativa sono ad esempio ambiti che pongono, pur con le dovute differenze, sfide comuni alle banche e alle assicurazioni.

Anche i rispettivi modelli di affari, pur se differenti, sono accomunati dalla necessità di coniugare complessi aspetti economici e di mercato nazionali o sovranazionali con un modello di affari estremamente locale. Più in generale, far parte di simili Consigli di amministrazione consente di acquisire esperienza nell’alta dirigenza, nonché model -

“Ho

avuto il piacere di acquisire un’esperienza ultraventennale in Consigli di amministrazione di calibro nazionale, e ciò mi ha anche permesso di confrontarmi a tematiche e sfide che toccano, in definitiva, anche il settore bancario. La digitalizzazione, l’intelligenza artificiale o la conformità normativa sono ad esempio ambiti che pongono, pur con le dovute differenze, sfide comuni alle banche e alle assicurazioni”.

lare e consolidare una forma mentale e una propensione altamente professionale per ciò che riguarda l’analisi, la discussione e l’elaborazione di tematiche complesse e interconnesse ma anche altamente strategiche e dunque, in quanto tali, capaci di innescare sfide e cambiamenti. E poi si impara a rapportarsi con i colleghi, discutere, mediare e capire anche quando è il momento di riconoscere che la propria idea non è la migliore».

Presidente: come è una sua giornata tipo?

«Senz’altro molto fitta di appuntamenti e impegni, fine settimana compreso, da intersecare alla perfezione come un puzzle. Ma sono mattiniera per natura e mi ritengo molto energica. Ho la fortuna di aver scelto una strada professionale che mi rappresenta e per me è un piacere affrontare la giornata di lavoro. Il mio percorso ha sempre richiesto un grande impegno, non mi sono mai tirata indietro e questo mi ha rafforzata, oltre che ripagata dal punto di vista personale. I miei impegni mi portano spesso anche oltre Gottardo. Un’attenta organizzazione mi consente di ottimizzare le mie

giornate e consacrare il tempo e le risorse necessarie alle mie attività e alla famiglia. Occorre inoltre sempre e comunque saper gestire in maniera opportuna anche le situazioni impreviste. E se poi la sera ce la faccio ancora, la lettura mi assorbe le ultime energie».

Un’ultima domanda: quali sono i suoi valori professionali e umani?

«Attribuisco grande centralità all’impegno, all’integrità, all’onestà intellettuale e alla tenacia. Sono valori che apprezzo anche nelle persone che mi circondano e sono convinta che siano paganti sul lavoro e nella vita privata. Ciò comporta che non amo le menzogne e chi racconta solo parte delle verità. È essenziale che chi lavora con me sia trasparente, anche se ciò significa ammettere l’esistenza di un problema. Anzi: unendo le forze lo si risolve».

Il 2025 – anno del trentesimo anniversario di attività di BPS (SUISSE) – si è chiuso con risultati solidi in un contesto di elevata volatilità macroeconomica, confermando la capacità di adattamento della struttura, favorita dalla diversificazione del modello di business.

L’attività operativa durante l’intero esercizio è stata sostenuta, permettendo di raggiungere livelli record nei fondi conferiti dalla clientela, distinti fra depositi in consulenza, con mandati di gestione o in amministrazione, mettendo a segno una crescita straordinaria in termini di volumi. Il portafoglio crediti ha registrato un’espansione trainata dal segmento ipotecario, in coerenza con i principi di prudenza nella selezione della clientela e delle operazioni. A conto economico, malgrado l’azzeramento dei tassi interbancari da parte della BNS abbia rallentato la pur straordinaria crescita del risultato da interessi, la flessione dell’utile netto rispetto al livello record dell’esercizio precedente è stata limitata, permettendo di consolidare i risultati del triennio a livelli storicamente elevati.

01 Direzione Generale

Da sinistra a destra: Roberto Mastromarchi, Stefano Pelagatti, Mauro De Stefani, Alberto Donada e Dario Bistoletti

Un Gruppo sempre più forte e articolato

Nel 2025 la digitalizzazione ha registrato un’accelerazione significativa. La maggior parte delle transazioni è avvenuta tramite canali online, con punte superiori al 90% per alcune categorie, mentre sono stati introdotti i primi servizi pilota basati su Intelligenza Artificiale. Sono stati effettuati investimenti mirati a incrementare l’efficienza dei processi interni e ad ampliare le funzionalità dedicate alla clientela, tra cui il servizio TWINT, la soluzione di pagamento peer-to-peer più diffusa in Svizzera, la firma digitale, l’implementazione del SecureInbox per il trasferimento di documenti fra Banca e cliente in modo sicuro e gli Instant Payment.

Tali servizi sono principalmente disponibili tramite l’applicativo GoBanking, recentemente potenziato con una nuova versione dell’App, la quale offre funzionalità avanzate e una migliore esperienza d’uso. Il modello di distribuzione privilegia la libertà di scelta del cliente, offrendo i canali più idonei per interagire con la Banca. Il canale tradizionale – basato sulla consulenza personalizzata – rimane preferito per l’apertura dei rapporti, la definizione degli obiettivi, le richieste di credito e le discussioni di contenuto. Le operazioni transazionali, come pagamenti, utilizzo delle carte di debito o di credito, negoziazioni di borsa e consultazione dei rapporti, sono ge -

stite quasi interamente attraverso i canali digitali. La rete di sportelli è composta da 21 sedi operative, tra cui una nel Principato di Monaco, e un’unità virtuale denominata Direct Banking, oltre a un ufficio di rappresentanza a Verbier (VS).

La raccolta dalla clientela ha raggiunto CHF 6’389’624’318 (+8% rispetto all’anno precedente), segnando il massimo storico per l’Istituto. La raccolta diretta ha totalizzato CHF 3’693’948’840 (+8%), mentre l’indiretta CHF 2’695’675’478 (+9%). La progressione è stata rilevante, equamente ripartita fra le varie categorie, interessando la clientela privata, commerciale e istituzionale, e sostenuta da un significativo afflusso di nuovi fondi. L’effetto dei mercati finanziari è stato positivo, mentre di segno contrario è stata l’incidenza del cambio del franco svizzero.

Le componenti del risparmio gestito e con mandati di Investment Advisory, questi ultimi rivolti a clientela di alto profilo, hanno registrato una buona crescita. L’operatività di borsa ha segnato un forte incremento sia nei volumi che nel numero di transazioni, in larga parte attraverso il canale di Trading online.

Popso (SUISSE) Investment Fund SICAV, la Sicav di diritto lussemburghese di cui la Banca è gestore, ha arricchito la propria offerta mediante l’introduzione di due nuovi comparti e l’apporto di modifiche a quelli esistenti, in un’ottica di miglioramento e razionalizzazione della gamma. In ambito retail, la diffusione dei prodotti è proseguita in modo soddisfacente, con particolare riferimento ai pacchetti PassparTu. Per contro, l’azzeramento dei tassi sul mercato interbancario ha frenato il lancio di nuove iniziative volte all’incremento dei fondi passivi dalla clientela privata.

Il nuovo Consiglio di Amministrazione

Il Consiglio di Amministrazione è composto da:

Gianni Franco Papa – Presidente, A.D. della Capogruppo BPER Banca, Italia

Brunello Perucchi – Vice Presidente

Avv. Maria Galliani – Membro e Segretario

Avv. Daniel Zuberbühler – Membro

Mario Erba – Membro

Da luglio 2025 BPS (SUISSE) è entrata a far parte di BPER Banca, terzo Gruppo bancario della Penisola. Questo ingresso offre alla Banca prospettive di ulteriore valorizzazione della presenza in Svizzera e nel Principato di Monaco. La strategia di sviluppo sui mercati presidiati viene mantenuta e rafforzata.

Da sinistra: Avv. Daniel Zuberbühler, Avv. Maria Galliani, Gianni Franco Papa, Brunello Perucchi, Mario Erba

Gli impieghi alla clientela hanno cifrato CHF 5’805’344’548 (+3%). L’aumento è riconducibile ai crediti ipotecari, pari a CHF 5’366’306’689 (+4%), mentre gli altri crediti si sono attestati a CHF 439’037’859 (-13%). Il portafoglio creditizio ha confermato bassi livelli di rischiosità,

riflettendo una gestione dinamica ma improntata a criteri di prudenza. Il Conto economico evidenzia la stabilità dei ricavi netti, confermati sui livelli massimi dello scorso esercizio. L’aumento dei costi, connesso a un più intenso programma di investimenti, ha inciso

sul risultato finale, determinandone una limitata flessione. In dettaglio, il Risultato netto da operazioni su interessi è aumentato a CHF 27’012’226 (+24%), grazie all’incremento dei volumi erogati e alla riduzione degli oneri sulla raccolta e sul rifinanziamento. Il Risultato da operazioni su commissione e da prestazioni di servizio è cresciuto a CHF 26’743’069 (5%), trainato principalmente dal positivo andamento dei proventi per commissioni su operazioni di negoziazione titoli e d’investimento, mentre le altre componenti hanno registrato variazioni contenute rispetto all’esercizio precedente. Il Risultato d’esercizio, al netto di ammortamenti e accantonamenti, ha cifrato CHF 33’474’360 (-10%), mentre l’Utile si è assestato a CHF 27’632’179 (-6%).

L’Assemblea Generale ha approvato il pagamento all’azionista di un dividendo pari a CHF 4’050’000 e la destinazione della differenza, pari a CHF 23’582’179, alla Riserva legale da utili. Nel periodo di riferimento si è verificata l’acquisizione dell’azionista unico, Banca Popolare di Sondrio, da parte di BPER Banca, con effetto dal mese di luglio 2025. Il progetto della nuova Capogruppo si è concluso il 20 aprile 2026, con l’incorporazione di Banca Popolare di Sondrio in BPER Banca.

L’ingresso nel terzo Gruppo bancario della Penisola offre prospettive di ulteriore valorizzazione della presenza di BPS (SUISSE) in Svizzera e nel Principato di Monaco, ciò che rafforza e non cambia la sua strategia di sviluppo sui mercati presidiati.

Piano Takeover

Stagione Musica 26/27

29.10.26

Hiromi

The Trio Project

Tra le figure più orginali della scena contemporanea, la pianista giapponese Hiromi Uehara torna in Ticino con il suo trio, per un concerto che unisce jazz, rock, fusion e musica classica.

05.02.27

Evgeny Kissin

Tra i grandi protagonisti del pianismo internazionale, Evgeny Kissin presenta un recital interamente dedicato a Beethoven, nel bicentenario dalla morte. Dagli esordi viennesi alle visionarie Variazioni Diabelli, il programma attraversa l’intero arco creativo del compositore, restituendone la forza inventiva.

06.05.27

Ólafur Arnalds

Pianista e compositore islandese, Ólafur Arnalds porta al LAC un universo sonoro in cui pianoforte, archi ed elettronica si incontrano in una scrittura essenziale e profondamente evocativa.

08.06.27

Hélène Grimaud

The Last Testament

Per la prima volta al LAC, l’acclamata pianista Hélène Grimaud affronta un programma interamente costruito attorno alle ultime sonate di Beethoven e Schubert. Due capolavori estremi, due forme di congedo diverse e complementari affidate a una delle grandi personalità del pianoforte contemporaneo.

Hiromi:
The Trio Project © Mitsuru Nishimura

Private Markets: un’opportunità di diversificazione per investitori privati e Family Office

Alungo riservati agli investitori istituzionali, i mercati privati sono ormai un pilastro fondamentale nella strutturazione dei portafogli per family office e investitori privati. Forte di oltre 25 anni di esperienza nel private equity, Indosuez Wealth Management accompagna i suoi clienti in questa asset class esi gente e in continua evoluzione.

Incontro con Florian Menard, Head of Investor Relations Private Markets presso Indosuez Wealth Management, per scoprire perché questa asset class è diventata imprescindibile.

crescita sostenuta da oltre vent’anni.

Questa dinamica è spinta dalla ricerca di diversificazione, dalla volontà di ottenere rendimenti superiori e dall’accesso diretto all’economia reale. Oggi i mercati privati rappresentano oltre 19 trilioni di dollari, una cifra che dovrebbe raggiungere i 24 trilioni entro il 2029, un chiaro segnale della fiducia di family office e investitori globali. Attualmente circa il 15% dei patrimoni è allocato in questa strategia e la quota è destinata a salire. La ragione è semplice: oltre il 90% delle opportunità di investimento si trova oggi nel mondo privato, al di fuori dei mercati finanziari tradizionali».

Quali sono i fattori chiave per investire con successo nei Private Markets?

«L’offerta è esplosa, moltiplicando le soluzioni a disposizione in termini di diversificazione e rendimento. Tuttavia è essenziale saper scegliere i gestori migliori. L’esperienza del team, la solidità del track record e la stabilità

Sebastian

delle squadre di gestione sono i criteri fondamentali per garantire performance e resilienza nel lungo periodo.

La forte differenza di rendimento tra i migliori gestori (primo quartile) e la media del mercato, conferma che una due diligence rigorosa è l’unico modo per limitare i rischi futuri e ottimizzare la creazione di valore.

I mercati privati presentano delle peculiarità amministrative, legali e fiscali che richiedono una vigilanza elevata: garantire la conformità delle strutture d’investimento, gestire le implicazioni fiscali e analizzare in profondità i documenti legali sono aspetti essenziali.

La gestione amministrativa dei fondi, inclusa la gestione della liquidità e la previsione dei flussi di cassa, necessita l’intervento di professionisti esperti per far crescere il capitale nel tempo. L’utilizzo di strumenti performanti consente di aumentare la produttività e assicurare un accesso continuo all’informazione, rafforzando così la rigorosità e la sicurezza nella gestione dei portafogli».

Come affrontare la costruzione del portafoglio?

«Costruire un portafoglio nei Private Markets significa puntare su un’allo-

cazione diversificata tra varie strategie: Private Equity, Private Debt e Real Assets (Real Estate e Infrastrutture), con una distribuzione geografica equilibrata che copre principalmente Europa, Nord America e Asia-Pacifico. Il Private Equity mira soprattutto ai settori della tecnologia, salute, beni di consumo, industria, servizi finanziari o aziendali, permettendo l’accesso a un ampio universo di società sottostanti. Questa diversificazione settoriale e geografica offre un’ampia esposizione, moltiplica le fonti di creazione di valore e attenua i rischi di concentrazione. Inoltre, questo approccio consente di rafforzare la prevedibilità dei flussi di cassa, offrendo una maggiore visibilità e stabilità nella gestione del portafoglio».

Quali evoluzioni permettono di ampliare l’accesso ai Private Markets?

«L’offerta si è evoluta con l’introduzione di fondi semi-liquidi e a scadenza, che permettono a un numero maggiore di investitori di accedere a questa asset class riducendo il “ticket” d’ingresso minimo. Questa democratizzazione si accompagna a una maggiore flessibilità, liquidità

parziale e diversificazione, rispondendo alle esigenze di istituzionali, privati e family office».

Sébastien Pesenti, Responsabile della filiale di Lugano, è entrato in Indosuez nel 2025. In pochi mesi, si è circondato di un team di banchieri esperti, profondi conoscitori del tessuto locale. Forte di una presenza di quasi 50 anni sul mercato ticinese, Indosuez ambisce a rafforzare in modo duraturo la propria posizione nella Svizzera italiana, ponendosi come partner di riferimento per imprenditori, famiglie e clienti privati.

Indosuez celebra quest’anno 150 anni di presenza in Svizzera. Qual è l’ambizione della banca a Lugano?

«L’arrivo di un nuovo team a Lugano nasce dalla volontà di offrire un’alternativa solida e innovativa sul mercato domestico, facendo leva sulla forza e stabilità del gruppo Crédit Agricole e su una comprovata esperienza locale».

Come si traduce il vostro approccio olistico nell’accompagnamento dei clienti?

«Il nostro team, composto da professionisti senior con un’esperienza compresa tra i 15 e i 30 anni, offre una visione globale della gestione patrimoniale. Proponiamo soluzioni su misura, in particolare nella pianificazione patrimoniale, immobiliare e nella trasmissione del patrimonio, tenendo conto delle esigenze specifiche di imprenditori, famiglie facoltose e gestori indipendenti. Le nostre strette relazioni con gli attori locali ci permettono di accompagnare i clienti in tutte le dimensioni del loro patrimonio».

Importante ampliamento dell’offerta istituzionale

A partire dall’estate 2026, Credinvest Bank introdurrà l’emissione di Actively Managed Certificates (AMC) quotati su SeDeX, mettendo a disposizione dei gestori patrimoniali esterni un canale efficiente per trasformare strategie liquide in strumenti listati, trasparenti e distribuibili sul mercato italiano attraverso canali regolamentati.

Una novità rilevante che rafforza il posizionamento della banca come hub specializzato nella strutturazione di soluzioni cartolarizzate, aprendo nuove opportunità per i gestori patrimoniali esterni.

Un ponte tra know-how istituzionale e mercato retail La quotazione di AMC su Borsa Italiana è passo naturale nell’evolu -

zione dell’ecosistema Credinvest.

Da quasi un decennio, la Banca è attiva nella strutturazione e cartolarizzazione di strategie d’investimento complesse, lavorando con veicoli domiciliati in Svizzera, Guernsey, Jersey, Cayman, Lussemburgo e altre giurisdizioni internazionali. Con questa iniziativa, Credinvest amplia questo know-how, consentendo ai gestori di trasformare le proprie strategie d’investimento in strumen -

ti listati su Borsa Italiana, pienamente trasparenti. Gli AMC potranno essere costruiti sulle principali asset class liquide – azioni, obbligazioni, tassi, valute, strategie multi-asset – mantenendo la piena flessibilità gestionale e una struttura operativamente efficiente.

La quotazione su Borsa Italiana consente inoltre di rispondere a una domanda crescente da parte di investitori e distributori alla ricerca di

Marco Mangili, Relationship Manager
Roberto Rodriguez, Head of Institutional Clients

soluzioni regolamentate, flessibili e facilmente integrabili nei processi di consulenza e gestione patrimoniale.

Un’opportunità strategica per i gestori patrimoniali esterni

I principali beneficiari di questa iniziativa sono i gestori patrimoniali esterni. Grazie ai certificati quotati, i gestori potranno:

- beneficiare di un framework regolamentare chiaro e riconosciuto;

- accedere a nuovi mercati retail supportati da canali regolamentati, senza infrastrutture proprietarie;

- trasformare le proprie strategie modello in strumenti listati;

- mantenere la titolarità della gestione, delegando a Credinvest strutturazione e ciclo di vita (emissione, reporting, post-vendita).

In questo senso, Credinvest si propone come partner, accompagnando il gestore dalla fase di idea fino alla gestione della strategia.

Una piattaforma istituzionale integrata

Con sede a Lugano e Zurigo, Credinvest Bank si rivolge a gestori patrimoniali esterni, fiduciarie, banche, fondi, family offices e brokers attraverso una piattaforma strutturata, digitale e interconnessa, pensata per rispondere a esigenze complesse in ambito di cartolarizzazione, prodotti strutturati e soluzioni d’investimento personalizzate. La Divisione Institutional Clients è guidata da tre anni da Roberto Rodriguez, che vanta una lunga esperienza nello sviluppo di soluzioni strutturate e nella gestione di clientela istituzionale. «La nostra ambizione è fornire alle controparti istituzionali strumenti e supporto per trasformare ogni idea d’investimento in un’opportunità finanziaria concreta», afferma Rodriguez. «Ciò

significa ridurre le discontinuità di processo tra consulenza, emissione, distribuzione e gestione post-vendita, garantendo un presidio integrato delle attività ed un supporto lungo l’intero ciclo di vita della soluzione». L’intera operatività è supportata da un e-banking proprietario, sviluppato internamente, che consente accesso a documentazione, emissioni, reportistica e flussi operativi in modalità personalizzabile e white label.

Infrastruttura, mercato e relazione

Uno degli elementi distintivi di Credinvest è la presenza di una sala mercati interna, che affianca l’automazione tecnologica con l’interazione umana. Operatori e specialisti garantiscono reattività anche nelle fasi più complesse di negoziazione e gestione. Attraverso un unico punto di accesso, i clienti istituzionali possono connettersi a una rete selezionata di controparti globali, piattaforme di trading online in white label e investment bank attive su derivati e mercati OTC, con un focus particolare sul mercato valutario. Credinvest può, inoltre, assumere il ruolo di paying agent, depositary bank e calculation agent, coordinando onboarding, emissione e gestione dei prodotti in modo integrato.

Lugano, crescita e riconoscimenti Credinvest Bank, con sede storica a Lugano in Via G. Cattori 14, ha recentemente rafforzato la propria presenza nel centro cittadino con un ulteriore ufficio in Via Nassa, nella piazzetta Emilio Maraini, destinato a diventare dal 2026 un punto di riferimento per il dialogo con gestori patrimoniali esterni e controparti della piazza. Una scelta che riflette la volontà di costruire una rete relazionale in grado di generare valore condiviso.

Nel 2025, la banca è stata premiata come “Strongest Growing Private Bank” nella categoria delle banche private svizzere con AuM sotto i 20 miliardi di franchi, secondo lo studio WealthSummit di Fin21, con una crescita a cui ha contribuito in modo significativo la Divisione Institutional Clients. A conferma di questo percorso, nel marzo 2026 Credinvest Bank ha ricevuto anche il riconoscimento internazionale di Euromoney come la banca privata svizzera “Best for Client Service”. Tra le motivazioni alla base dell’award, Euromoney ha riconosciuto anche la qualità dei servizi offerti nei confronti della clientela istituzionale ed i risultati conseguiti.

Uno sguardo al futuro

Sotto la guida del CEO Alex Oberholzer, Credinvest Bank ha intrapreso una trasformazione della cultura aziendale orientata a competenza, coinvolgimento e qualità delle relazioni. L’obiettivo non è semplicemente crescere, ma costruire un ecosistema in cui clienti, partners e professionisti possano sviluppare valore nel tempo.

Con l’introduzione dei certificati a gestione attiva listati su SeDeX, Credinvest rafforza la propria identità di banca di investimento boutique con standard elevati, capace di connettere idee, mercati e investitori in modo efficiente e responsabile. Un ampliamento dell’offerta pensato per rispondere a esigenze sempre più articolate, mantenendo una visione di lungo periodo e un approccio altamente su misura.

Wealth Solutions, Simply Beautiful: quando i valori diventano Brand

In un settore spesso associato alla complessità e all’incertezza, c’è chi prova a costruire un posizionamento diverso: più vicino, più umano, essenziale. È da qui che prende forma Wealth Solutions, Simply Beautiful, la tagline che sintetizza l’identità di PKB Private Bank. In questa direzione si inserisce il ruolo di Monica Malnati, Group Head HR di PKB, impegnata nel promuovere una cultura del personale sempre più solida, partecipativa e coerente con i valori distintivi della Banca.

PKB Private Bank, banca privata svizzera, ha scelto di interpretare la semplicità secondo un principio di less is more: non sottrazione, ma ricerca dell’essenziale nella complessità finanziaria, in un punto d’incontro tra rigore delle competenze e una dimensione più intuitiva, fatta di esperienza, sensibilità e passione per il proprio lavoro.

Dietro questa espressione si muove un sistema di valori ben definito: radicamento nel territorio, indipendenza di pensiero, dedizione alle persone e bellezza nelle soluzioni proposte. Valori che non restano dichiarazioni di principio, ma prendono forma ogni giorno nel modo in cui la Banca si relaziona con i clienti, con il territorio e con le proprie persone. Questa coerenza non riguarda soltanto il posizionamento verso i clienti, ma anche il modo in cui PKB sceglie di costruire la propria

Da sinistra: Monica Malnati, Group Head HR di PKB e Simona Frisoli, Head of Communication & Marketing di PKB.

cultura interna, valorizzando il Capitale Umano come leva strategica e di continuità.

Una promessa che, per essere credibile, non può restare confinata alla comunicazione. «Questa bellezza deve vivere all’interno», sottolinea Monica Malnati, «nel modo in cui le persone lavorano insieme: per obiettivi, con chiarezza, dentro relazioni autentiche che diano senso alle giornate professionali». Per PKB, la bellezza non è soltanto un attributo del servizio offerto al cliente: è anche la qualità dell’esperienza professionale che si vuole costruire per chi lavora in Banca. Un contesto “bello” non è un contesto privo di complessità, ma un ambiente in cui le persone possono esprimere valore, crescere, sentirsi rispettate e riconosciute. È lì che il lavoro smette di essere mera esecuzione e diventa partecipazione reale a un progetto comune. In questa visione, prosperare significa anche questo: mettere i collaboratori nelle condizioni di riuscire, contribuire e riconoscersi nel percorso dell’azienda. «Il Brand PKB che abbiamo rinnovato qualche anno fa», esordisce Simona Frisoli, Head of Communication & Marketing, «resta il fulcro centrale della nostra identità e si manifesta ogni giorno in azioni concrete fondate su valori forti, sentiti e nostri, che ci consentono di dialogare con i clienti per portare loro soluzioni uniche e poliedriche, proprio come lo sono loro. Nel concetto di Wealth Solutions, Simply Beautiful, la bellezza non è un fattore estetico, ma un valore distintivo che perseguiamo ogni giorno nel servire i nostri clienti». Il valore creato è chiaro e si manifesta nell’agito della Banca: «È la capacità di ascoltare i bisogni, anticiparli, rendendo armonica la complessità e trasformandola in qualcosa che il

cliente possa comprendere e sentire proprio: quasi naturale nella sua chiarezza, ma senza perdere profondità. È qui che il nostro posizionamento prende forma, nell’incontro tra una visione - la semplicità e la bellezza delle soluzioni che proponiamo - e la concretezza di azioni che rendono questa promessa reale, in un accompagnamento nel tempo che segue il cliente ed i suoi obiettivi». Il radicamento al territorio è forse l’espressione più tangibile della coerenza valoriale di PKB. Non come presenza formale, ma come partecipazione attiva a un ecosistema. Ne è esempio la PKB AddVenture Academy: «Si tratta di una piattaforma che negli ultimi anni ha creato uno spazio di dialogo tra la nostra Banca, startup e attori pubblici e privati, favorendo lo scambio, l’innovazione e la nascita di nuove opportunità. Un’iniziativa che riflette un’idea precisa: essere parte del territorio, non semplici osservatori. Sharing is caring: mettere a disposizione di giovani talentuosi le proprie conoscenze, la rete di contatti e l’esperienza che PKB ha sviluppato nel tempo diventa un valore in più per il territorio», spiega Simona Frisoli. Questo impegno ha una ricaduta diretta anche all’interno. Quando le persone vedono che l’azienda investe concretamente nel territorio, il senso di appartenenza si rafforza. «Non si lavora più solo per un’organizzazione», osserva Monica Malnati, «ma all’interno di una comunità». In questa direzione si inseriscono anche le collaborazioni con realtà accademiche come l’Università della Svizzera italiana e l’Università di San Gallo, così come l’impegno nel mondo dell’apprendistato, con l’ingresso di nuovi talenti e la costruzione di percorsi di crescita nel tempo. «Abbiamo recentemente accolto

presso il nostro istituto due apprendisti e ci apprestiamo ad accoglierne altrettanti per l’inizio del prossimo anno scolastico».

Investire sui talenti, per PKB, non significa soltanto attrarli: significa saperli accompagnare e fidelizzare nel tempo. Oggi le persone non cercano solo un datore di lavoro, ma un luogo in cui sentirsi parte, in cui il proprio contributo sia visto, ascoltato e valorizzato. È per questo che la Banca intende rafforzare una cultura interna sempre più orientata alla collaborazione, alla condivisione delle iniziative e alla responsabilizzazione diffusa. L’obiettivo non è semplicemente trattenere le persone, ma fare in modo che scelgano di restare perché riconoscono in PKB un contesto solido, coerente e capace di investire davvero su di loro. Al centro resta il tema dell’indipendenza di pensiero, particolarmente rilevante in ambito finanziario.

«Per noi significa avere il coraggio di proporre soluzioni che mettano davvero al centro il cliente e i suoi interessi, senza scorciatoie», prosegue Simona Frisoli. «Essendo una Banca privata indipendente, con un azionariato stabile e lungimirante, la nostra promessa - aiutare i clienti a crescere, realizzarsi e prosperare - diventa una guida concreta nel lavoro quotidiano». Per i clienti, scegliere una Banca come PKB significa affidarsi a un partner che non solo parla di valori, ma li mette in pratica ogni giorno. «L’impegno costante verso i nostri clienti e la consapevolezza del ruolo che ricopriamo caratterizzano l’istituto non solo a parole, ma attraverso un impegno reale che guida ogni decisione e supporto offerto. Questo garantisce una relazione basata su una fiducia autentica, dove il Brand e le azioni coincidono, assicurando

coerenza, integrità e una reale attenzione ai bisogni e agli obiettivi dei nostri clienti».

Un principio che si riflette anche nella gestione delle persone. L’indipendenza, infatti, non è mai improvvisata: si costruisce attraverso formazione continua, confronto e fiducia. Per questo la Banca investe non solo nelle competenze tecniche, ma anche nello sviluppo di capacità relazionali e di pensiero critico — elementi fondamentali per un’autonomia di giudizio autentica. In questa prospettiva, la crescita delle persone assume un significato che va oltre la formazione tradizionale. Per PKB, sviluppare il Capitale Umano significa costruire professionalità solide, ma anche persone capaci di leggere la complessità, collaborare con intelligenza e portare contributi di valore. In una Banca di valori come PKB, l’autonomia non nasce dall’isolamento, bensì da una cultura che unisce competenza, confronto e fiducia reciproca. Ed è proprio questa combinazione a rendere l’indipendenza un fatto concreto, non una dichiarazione di principio. Un altro pilastro fondamentale in PKB è rappresentato dalla dedizione, intesa come impegno costante e profondo verso il lavoro e le persone. Questa dedizione si manifesta quotidianamente non solo nel rapporto con i clienti, ma anche nel sostegno e nella valorizzazione dei collaboratori. «Il nostro impegno per l’eccellenza è parte integrante del DNA della Banca, le persone si spingono oltre le aspettative, creando un clima che favorisce e nutre le relazioni autentiche. Tale ambiente è ulteriormente rafforzato da iniziative di team building, pensate per consolidare la coesione, e dal supporto di un Circolo Ricreativo aziendale attivo e dinamico, che la-

vora in sinergia a sostegno della Banca», afferma Simona Frisoli. In fondo, tutto converge su un tema centrale: la coerenza. Non è possibile costruire relazioni di lungo periodo con i clienti senza coltivarle anche all’interno. Ed è proprio questa coerenza che, quando è reale, si percepisce: nelle relazioni tra colleghi, nel modo in cui si affrontano le sfide, nella qualità del servizio.

Per Monica Malnati, è qui che si misura la qualità di una cultura aziendale: nella capacità di far sentire ogni persona parte di qualcosa che conta. La fidelizzazione non si costruisce con interventi isolati, ma attraverso un’esperienza quotidiana coerente, nella quale le persone percepiscono attenzione, rispetto, ascolto e aspettative chiare. Quando un collaboratore si sente davvero importante per l’azienda, cambia anche il suo modo di contribuire: cresce il senso di responsabilità, si rafforza la motivazione e diventa più naturale mettere energia, cura e visione nel proprio lavoro. Per questo PKB vuole continuare a investire in iniziative che rendano concreta questa attenzione, trasformandola in cultura vissuta.

Ed è questa cultura che si fa Brand, «per PKB, il Brand è prima di tutto un attestato di fiducia e credibilità, non conquistato attraverso la ripetizione di un messaggio, ma costruito nel tempo attraverso la convergenza tra ciò che si dice e ciò che si fa. Una sostenibilità che non è mai data per acquisita, ma si rinnova in ogni relazione, in ogni scelta, in ogni gesto concreto verso i clienti, il territorio e le proprie persone», conferma Simona Frisoli.

«Un Brand autentico non parla al cliente: ascolta con lui il mondo che cambia. È questa capacità di ascolto - profonda, paziente, strutturata, fatta da persone competenti - che

permette di trasformare la complessità in soluzioni davvero pensate, calibrate, di valore reale», chiosa la responsabile Comunicazione e Marketing.

È anche su questo terreno che si gioca la credibilità di un Brand. La promessa esterna e l’esperienza interna non possono divergere. Non si può ambire a costruire relazioni forti e durature con i clienti se, all’interno, non si coltiva con la stessa serietà il valore delle persone. La qualità della relazione che un’organizzazione sviluppa verso l’esterno dipende anche dalla qualità della cultura che sa generare al proprio interno. In questa visione, il Capitale Umano non è un tema accessorio, ma una scelta strategica: un investimento necessario per rendere PKB sempre più coesa, attrattiva e capace di affrontare il futuro restando fedele ai propri valori.

È qui, in fondo, che Wealth Solutions, Simply Beautiful rivela il suo significato più pieno: non una comunicazione unidirezionale, ma un dialogo continuo tra visione e concretezza, tra promessa e azione. In un mondo dove la confusione regna, la chiarezza di un Brand autentico è già, di per sé, un valore.

Il capitale più importante sono le persone

Alessia Bellintani, Responsabile Risorse Umane

Il capitale nel mondo finanziario e in particolare in quello bancario è un elemento centrale; fornisce solidità, consistenza e permette che gli interessi dei clienti siano garantiti nel tempo. Dal punto di vista del nostro Istituto gli stessi concetti si applicano al capitale umano, ossia alle nostre persone, che portano quotidianamente conoscenze, capacità e professionalità a servizio dei nostri clienti.

In un mondo sempre più tecnologico, per Banca del Sempione la leva con la quale creare valore e garantire coerenza alla clientela sono le persone.

Evoluzione recente della Banca e del Gruppo Dando uno sguardo alla situazione odierna e confrontando i dati riferiti al 31.12.25 con quelli di soli 5 anni fa, è evidente come la Banca e il Gruppo abbiano attraversato una fase di sviluppo importante, in controtendenza con il contesto bancario di riferimento, soprattutto per una banca di piccole-medie dimensioni come la nostra. Le persone attive alla fine dello scorso anno, a livello di gruppo, erano 157, in crescita del 12.1% rispetto al 2020. Abbiamo raggiunto mercati per noi nuovi, come Dubai, e rafforzato la nostra presenza in Svizzera, anche con l’apertura del nuovo Ufficio di Rappresentanza a Zurigo; parallelamente, le nostre controllate storiche di Nassau e Milano hanno consolidato in modo importante il business. Tutto ciò a conferma del fatto che le scelte ponderate e ricche di convinzione sono il nostro metro operativo. In questi anni la nostra azione è sta-

ta incentrata sull’inserimento di risorse giovani, in particolare nel nostro epicentro: attualmente, infatti, gli under 35 rappresentano circa il 30% degli effettivi in Svizzera.

Le risorse umane

Per raggiungere i nostri obiettivi ci confrontiamo quotidianamente con i temi di selezione, gestione e sviluppo delle risorse umane e viviamo in prima persona un mondo in cui l’incontro tra domanda e offerta nel mondo del lavoro è frutto di un equilibrio complesso ma anche ricco di stimoli. Oggi quando le persone valutano la propria situazione lavorativa, oltre agli aspetti classici di ruolo, retribuzione e carriera, considerano anche elementi di più ampia portata come l’ambiente di lavoro, il rispetto delle persone, il sentirsi ascoltati e la possibilità di affiancare a un lavoro gratificante anche una vita privata di maggior qualità. D’altra parte come Banca ricerchiamo nei collaboratori il giusto mix tra formazione, know-how e caratteristiche individuali come integrità, flessibilità e dedizione. Queste persone sono il nostro asset e desideriamo che ci accompagnino il più a lungo possibile nelle sfide quotidiane che il contesto economico e finanziario pone. La rapida evoluzione del settore impone altresì una costante attenzione alla formazione, intesa come aggiornamento e acquisizione di competenze, non più solo tecniche e normative, ma anche sociali, comunicative e manageriali. Banca del Sempione dedica da sempre grande attenzione a questi elementi e fornisce un costante accesso alla formazione ai propri collaboratori, supportandone il percorso di evoluzione sia con percorsi di studio strutturati sia mediante l’affiancamento dei più giovani a figure senior, al fine di favorire un virtuoso scambio intergenerazionale.

La cultura aziendale

Riteniamo che la condivisione dei valori e della cultura aziendale con i propri collaboratori, attuali e prospettici, ricopra un ruolo decisivo nell’orientare le scelte lavorative e personali. Come Banca vantiamo sia nei confronti dei nostri clienti che dei nostri collaboratori, un bagaglio di 65 anni di storia e di radici territoriali stabili, ma anche di dinamismo; questi elementi ci permettono di competere con orgoglio con istituti di maggior dimensione, e di costruire nel tempo, attraverso queste leve, una relazione fondata sulla fiducia e sulla centralità della persona rispetto ai meri numeri. Per questo, il rapporto con i collaboratori si fonda, fin dai primi approcci, sulla conoscenza e sull’instaurazione di un rapporto schietto e sincero, in cui la Banca è pronta ad accogliere i suggerimenti e a valorizzare la forza dello scambio, ma allo stesso tempo conferma fermamente i propri valori di base, che devono essere condivisi a tutti i livelli del nostro istituto. Anche grazie alla presenza dell’intero management della casa madre nella nostra sede di Lugano, possiamo coniugare struttura organizzativa solida e vicinanza, così come l’ascolto reale delle esigenze e delle idee di tutti i collaboratori.

Le sfide future

Nel nostro mondo sempre più automatizzato e guidato dall’evoluzione dell’intelligenza artificiale (AI), riteniamo fondamentale coltivare e valorizzare il contributo umano come elemento distintivo e insostituibile. Le differenze di approccio, di formazione e di generazione rappresentano una ricchezza che nessuna tecnologia può replicare.

In questo contesto, l’intelligenza artificiale non si pone come alternativa alla persona, ma come alleato: uno strumento potente capace di supportare, velocizzare e semplificare le attività, liberando tempo ed energie. Tuttavia, resta la persona a dare significato al lavoro, a interpretare il contesto, a costruire relazioni e a prendere decisioni consapevoli. Abbiamo oggi un’opportunità unica: affiancare la prontezza tecnologica e l’innovazione portata dall’AI con l’esperienza, il giudizio critico e la conoscenza profonda del nostro settore. È da questa integrazione che può nascere il vero valore. Per questo motivo, diventa essenziale continuare a investire nello sviluppo delle persone, affinché possano esprimere pienamente il proprio potenziale. Parallelamente, sarà fondamentale evolvere i nostri valori organizzativi per costruire una versione migliore di noi stessi, in cui ciascuno sviluppi maggiore consapevolezza delle proprie risorse e le metta al servizio della Banca.

Il team Risorse Umane, da sinistra: V. Janevska, A. Bellintani, G. Pergetti

La sicurezza energetica torna in cima all’agenda

In un contesto segnato da ripetuti shock energetici e da crescenti tensioni geopolitiche, la sicurezza energetica torna prepotentemente al centro delle preoccupazioni degli investitori.

Edmund Shing, Chief Strategist di BNP Paribas Wealth Management, ci illustra le implicazioni per i portafogli.

Il mondo ha attraversato diversi grandi shock energetici negli ultimi anni. Qual è la sua lettura complessiva della situazione?

«Quello a cui assistiamo è francamente straordinario e profondamente preoccupante. Nel giro di soli cinque anni, abbiamo vissuto tre distinte impennate dei prezzi energetici globali. La prima è arrivata nel 2021, quando il Brent è raddoppiato sulla scia della ria -

pertura economica post-Covid, sfiorando brevemente gli 85 dollari al barile. Poi è arrivata l’invasione russa dell’Ucraina nel 2022, che ha spinto il greggio a quasi 140 dollari e ha portato il gas naturale europeo a livelli record, dopo la brusca interruzione delle forniture russe via gasdotto. E ora, per la terza volta, ci troviamo di fronte a un nuovo shock di portata maggiore, questa volta legato al conflitto con l’Iran e alla chiu -

sura dello Stretto di Hormuz. Verrebbe da chiedersi: quando imparerà il mondo?».

Quali sono le conseguenze economiche più immediate di questo ultimo shock? «Il rischio più acuto è la stagflazione - quella combinazione tossica di crescita debole e inflazione in aumento - per le regioni importatrici di energia come Europa e Asia. Ci siamo già passati. Lo shock energetico legato alla guerra in Ucraina aveva spinto l’inflazione nell’eurozona oltre l’8% nel 2022 e portato la crescita quasi a zero nel 2023. Oggi vediamo riemergere le stesse dinamiche. Il greggio quota sopra i 100 dollari da oltre due mesi, e si registrano crescenti carenze di prodotti raffinati specifici come il diesel per il trasporto stradale e marittimo, o il cherosene per l’aviazione. Il concetto di “demand destruction” è tornato d’attualità, e il settore aereo ne è l’esempio più eloquente: il raddoppio dei prezzi del carburante per aerei in Europa e in Asia sta già costringendo le compagnie aeree a sopprimere rotte diventate semplicemente antieconomiche».

Edmund Shing, Chief Strategist di BNP Paribas Wealth Management

Quanto tempo occorrerà per normalizzare la situazione, anche nell’ipotesi di una rapida soluzione diplomatica?

«Anche in uno scenario ottimistico - in cui il conflitto USA-Iran si risolva a breve e lo Stretto di Hormuz riapra entro pochi giorni - le perturbazioni alle catene di approvvigionamento globali richiederanno mesi per essere riassorbite. Stiamo parlando di petrolio, gas naturale, fertilizzanti, zolfo, alluminio, tutti fattori produttivi critici per l’economia mondiale. Il danno alla crescita e all’inflazione per il resto del 2026 è, francamente, già consumato. Il deficit produttivo globale ammonta a circa un miliardo di barili di petrolio, pari a circa dieci giorni di produzione mondiale totale. Non è qualcosa da cui ci si riprende dall’oggi al domani».

Quali lezioni strutturali dovrebbe trarre l’Europa da questa vulnerabilità che si ripete?

«Vi sono due conclusioni fondamentali. La prima riguarda l’indipendenza energetica. Dopo aver ridotto drasticamente la propria dipendenza dal gas russo a partire dal 2022, l’Europa si trova ora di fronte a una nuova vulnerabilità, questa volta nei prodotti petroliferi raffinati, in particolare il diesel. È un dato sorprendente: solo il 50% del diesel consumato in Europa viene effettivamente raffinato sul suolo europeo. Il continente è quindi fortemente esposto alle esportazioni dalle raffinerie del Golfo. Poiché l’Europa non costruirà nuove capacità di raffinazione, la strada logica è ridurre la domanda di diesel, e ciò significa accelerare la transizione verso i veicoli elettrici a batteria e gli ibridi, sia per le autovetture sia per i veicoli commerciali leggeri».

La seconda conclusione riguarda il mix elettrico. Una maggiore diversificazione delle fonti di generazione elettrica, riducendo la dipendenza dal gas naturale, è oggi imprescindibile. Nell’Unione Europea, il 71% dell’elettricità prodotta nel 2025 proveniva già da fonti a basse emissioni di carbonio — nucleare, eolico, solare e idroelettrico — e questa quota continuerà a crescere. L’Europa deve accelerare gli investimenti nell’energia nucleare, nelle infrastrutture rinnovabili e, in modo cruciale, nello stoccaggio industriale di energia con batterie, per attenuare l’intermittenza del solare e dell’eolico. Anche le pompe di calore avranno un ruolo chiave nel ridurre progressivamente la domanda di gas per il riscaldamento. Nel loro insieme, questi investimenti miglioreranno in modo sostanziale la resilienza dell’economia europea ai futuri shock di approvvigionamento di combustibili fossili».

Le energie rinnovabili hanno sovraperformato da aprile 2025

All’interno dei portafogli azionari, raccomandiamo di aumentare l’esposizione ai settori delle risorse naturali, poiché l’approvvigionamento di materie prime assume un’importanza geopolitica sempre maggiore a livello mondiale. Infine, i Paesi ricchi di risorse naturali - Canada, Brasile, Australia e Messico - sono destinati a beneficiare ulteriormente della spinta globale a diversificare le fonti di energia e di metalli industriali al di fuori del Medio Oriente. Per i clienti del private banking con un orizzonte di lungo periodo, questi temi offrono al tempo stesso resilienza e un interessante potenziale di rendimento».

E cosa significa tutto questo per gli investitori? Qual è il suo consiglio per i clienti del private banking?

«Il nostro posizionamento rimane chiaro. Continuiamo a privilegiare gli investimenti nelle infrastrutture energetiche europee e americane — sia quotate che private, sulla base della crescente domanda energetica e della crescente importanza strategica della sicurezza energetica.

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Strategie per generare income di qualità

Mohammed Kazmi, Chief Strategist e Portfolio Manager del team Global & Multi-Sector Credit Group di UBP, analizza lo scenario macroeconomico atteso per il 2026 e spiega come costruire portafogli obbligazionari orientati al carry in un contesto di crescita solida ma non inflazionistica.

Mohammed Kazmi, Chief Strategist e Portfolio Manager del team Global & Multi-Sector Credit Group di UBP

Il 2026 potrebbe rappresentare un contesto favorevole per le strategie obbligazionarie?

«Lo scenario che si sta delineando è quello di una crescita globale solida ma non surriscaldata. Sebbene i rischi di inflazione siano tornati a farsi sentire a causa del conflitto, le dinamiche dell’inflazione di fondo continuano a mostrare un andamento contenuto; è quindi improbabile che le banche centrali adottino misure restrittive nella misura prevista dai mercati. In un ambiente di crescita resiliente e stabile, gli asset rischiosi possono continuare a beneficiare di condizioni favorevoli. Per quanto riguarda il reddito fisso, questo contesto rende particolarmente interessante un approccio selettivo focalizzato sulla generazione di income di qualità».

Quali sono i principali rischi che gli investitori devono considerare oggi?

«L’inizio dell’anno è stato caratterizzato da un aumento delle tensioni geopolitiche e da dubbi sull’indipendenza della Federal Reserve.

Pur non compromettendo lo scenario positivo per il rischio, questi fattori stanno alimentando l’interesse verso asset tangibili e alternativi, complice una fiducia in calo nelle istituzioni tradizionali. Parallelamente, la rivoluzione dell’intelligenza artificiale sta trasformando interi settori industriali, stimolando la domanda di materie prime e attrezzature specializzate e creando nuove opportunità di investimento di lungo periodo. Infine, il conflitto ha alimentato i timori di stagflazione, anche se riteniamo che gli incentivi siano tali da renderla relativamente di breve durata e che sia improbabile che spinga le banche centrali ad adottare una politica monetaria aggressivamente restrittiva che pesi sulla crescita».

In questo contesto, quale ruolo possono giocare le obbligazioni nei portafogli?

«Nel 2026 le strategie di investimento dovrebbero sfruttare l’ambiente di crescita favorevole, limitando al tempo stesso l’esposizione ai rischi politici. Una preferenza per le obbligazioni, in particolare quelle emesse da società con bilanci solidi, appare quindi appropriata. Anche l’esposizione al segmento high yield tramite indici CDS può risultare interessante in un mondo caratterizzato da crescita nominale elevata. Strumenti come AT1, obbligazioni BB e CLO possono offrire rendimenti interessanti mantenendo un rischio di default relativamente contenuto».

Oltre al credito, quali altre asset class meritano attenzione?

«La domanda sostenuta di metalli preziosi e industriali rafforza le prospettive positive per queste risorse, sia come asset rifugio sia come beneficiari della transizione tecnologica. Anche alcune valute emergenti con rendimenti interessanti offrono potenziale di apprezzamento. Inoltre, i convertibili legati al settore tecnologico rappresentano una modalità efficace per partecipare al potenziale dell’intelligenza artificiale mantenendo al contempo una protezione dai ribassi. La recente ripresa degli utili delle small cap, cresciuti dell’8% su base annua, amplia ulteriormente le opportunità in questo segmento».

Guardando alla sua esperienza professionale, come si è specializzato nelle dinamiche del reddito fisso globale?

«Ho maturato circa quindici anni di esperienza nei mercati obbligazionari, lavorando su strategie che integrano variabili macroeconomiche, valutarie e cross-asset. Prima di entrare in UBP nel 2015, ho ricoperto il ruolo di macro currency strategist presso Principal Global Investors a Londra e in precedenza sono stato cross-asset strategist per i mercati emergenti alla Royal Bank of Scotland. Questo percorso mi ha permesso di sviluppare una visione integrata tra credito, tassi, valute e cicli macroeconomici, che oggi contribuisce alla definizione dell’asset allocation top-down nei portafogli globali».

Qual è quindi il messaggio chiave per gli investitori nel 2026?

«Con i rendimenti all-in sempre più attraenti, la generazione di reddito torna ad essere un elemento centrale nella costruzione dei portafogli.. Le obbligazioni di qualità, integrate con strumenti più flessibili come obbligazioni convertibili e credito selezionato, possono offrire un equilibrio efficace tra rendimento e gestione del rischio. La costruzione di portafogli bilanciati e diversificati, sia dal punto di vista geografico che settoriale, sarà fondamentale per affrontare un mondo che resta favorevole, ma non privo di complessità».

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ridisegna l’abitare contemporaneo
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Come si tiene insieme un panorama di progetti e soluzioni così ampio?

«Credo che oggi il progetto non possa più essere letto per categorie separate. Un divano, una vasca, un letto, una poltrona, un tappeto o un arredo per bambini sono tutti parte di un sistema più ampio: il modo in cui abitiamo, costruiamo atmosfere, riconosciamo la qualità dello spazio. Il Salone 2026 racconta proprio questa trasversalità. Ci sono progetti che nascono dall’architettura, altri dalla materia o dal gesto. Ma in tutti ritrovo la medesima intenzione: disegnare oggetti capaci di appartenere allo spazio con misura, senza eccesso, e di costruire una relazione autentica con l’utente e con il tempo».

Iniziamo con Maison Margiela. In questo caso non si parla semplicemente di un divano, ma di una collezione di arredi che nasce in continuità con un progetto architettonico. Come si affronta un lavoro di questo tipo?

«Il progetto per Maison Margiela Residences è prima di tutto un progetto di coerenza. Non abbiamo pensato a un oggetto isolato, ma a un sistema di arredi capace di integrarsi naturalmente con l’architettura e con l’identità della Maison. Il divano è il primo capitolo visibile di una collezione più ampia, sviluppata per gli interni delle residenze di Dubai. Maison Margiela ha codici molto precisi: la decostruzione, la trasformazione, l’idea di sottrazione. Il divano nasce quindi come elemento architettonico domestico: un volume che organizza lo spazio, costruisce atmosfera e dialoga con l’interior design. Le Maison Margiela Residences di Dubai sono un

Il Salone del Mobile 2026 l’ha visto impegnato in progetti molto diversi: dal mondo fashion di Maison Margiela alla cultura automotive di Bentley Home, dal bagno di Antoniolupi alla notte di Flou, fino a Lema, Giorgetti, Elie Saab Maison e Golran.

progetto residenziale di 16 unità sulla Palm Jumeirah, l’interior è stato curato dallo studio A++ e la collezione di arredi su misura è progettata da Carlo Colombo».

In occasione dell’anniversario di Bentley Home, il brand sceglie di raccontare la propria identità anche attraverso il cortometraggio Eterna. Come dialoga questo racconto cinematografico con la nuova collezione Embrace? «Bentley Home ha sempre costruito un immaginario molto preciso, legato alla materia ed al viaggio. Il cortometraggio Eterna permette di raccontare questi valori non solo attraverso il prodotto, ma attraverso un’atmosfera, una memoria, un rit-

mo. Con Embrace abbiamo lavorato nella stessa direzione: il divano e la poltrona non sono oggetti isolati, ma presenze che costruiscono un paesaggio domestico. Le forme sono

più morbide, fluide, avvolgenti; la pelle esterna diventa quasi un guscio protettivo, mentre l’interno accoglie il corpo in modo naturale».

Con Antoniolupi presenta Slide, una vasca monolitica in marmo. In che modo un oggetto così primario può ridefinire lo spazio bagno?

«La vasca è uno degli elementi più architettonici dell’ambiente bagno. Con Slide ho voluto lavorare proprio su questa idea: la vasca come volume primario, come materia scolpita, come gesto silenzioso. Slide nasce da un unico blocco di marmo e mantiene un rapporto molto diretto con la materia. Il bordo cambia inclinazione, sembra scivolare, creare un movimento naturale. È un gesto semplice, ma capace di togliere staticità a un volume importante. La pietra ha forza, ma deve anche suggerire intimità. Slide conferma ancora una volta l’attenzione e la ricerca di Antoniolupi sul tema delle tecniche di lavorazione del materiale che aprono nuove prospettive ed esaltano le molteplici potenzialità espressive intrinseche nella materia».

quotidiani che hanno a che fare con il riposo e la protezione. Orma nasce da questa riflessione. Il nome suggerisce una traccia, un segno lasciato dalla presenza del corpo. Ho immaginato una superficie continua, morbida, capace di accogliere senza perdere definizione. È un progetto in cui il lusso coincide con la qualità della proporzione, con la cura della materia, con la sensazione di essere accolti».

Giorgetti le affida Progetti Silky, reinterpretazione di un’icona del 1987. Come si interviene su un prodotto storico senza trasformarlo in nostalgia?

Nel caso di LEMA, il Salone 2026 consolida un nuovo percorso iniziato nel 2025, quando, lo studio A++ ha assunto l’art direction del brand. Dopo un primo anno di lavoro sull’identità e sul concetto di “Feel at Home”, che cosa significa oggi dare forma alla nuova casa LEMA? «Con LEMA il lavoro è iniziato prima del prodotto. Nel 2025, con lo Studio A++, abbiamo assunto la direzione artistica del brand con l’obiettivo di costruire un linguaggio più contemporaneo, internazionale e riconoscibile, senza perdere il legame con la storia dell’azienda. Il concetto di “Feel at Home” è centrale: non pensare la casa come showroom, ma come luogo reale, fatto di relazioni, comfort, materia e luce. Nel 2026 questo percorso si consolida attraverso una collezione che non va letta per singoli oggetti, ma come parte di una visione domestica più ampia. Prodotti come la poltrona Graffetta, il letto Nobu o il tavolo Traverso, raccontano bene questa direzione: un segno semplice, riconoscibile, leggero, capace di inserirsi con naturalezza nella nuova idea di casa LEMA».

Per Flou firma Orma, un nuovo letto dalle forme morbide e continue. Cosa significa oggi progettare il riposo?

«Progettare un letto significa lavorare su una dimensione molto intima dell’abitare. Il letto non è solo un oggetto: è un luogo. Accoglie, custodisce il tempo, accompagna gesti

«Quando si lavora su un’icona, la prima responsabilità è non tradirne l’identità. Progetti SIlky è una poltrona che appartiene alla memoria di Giorgetti e alla storia del design italiano. Con Progetti Silky non ho voluto cancellare il progetto originario, ma renderlo nuovamente attuale attraverso una sensibilità più morbida, più fluida. Il rivestimento che arriva fino a terra, la struttura in faggio scuro, i braccioli in Pau Ferro, il rapporto tra ergonomia e proporzione: tutto concorre a creare una nuova presenza, rispettosa ma non nostalgica».

Con Elie Saab Maison, la Milano Design Week 2026 ha preso la forma di un racconto immersivo: The Milanese House – Una Notte a Milano. Come nasce questo dialogo tra couture, architettura e interior design?

«Elie Saab Maison è un progetto che nasce da un’idea molto precisa di eleganza: non solo l’oggetto, ma un mondo. Con The Milanese House – Una Notte a Milano abbiamo voluto costruire un racconto domestico, una casa da attraversare più che da osservare. Ogni stanza diventa una scena, ogni materiale contribuisce a definire un’atmosfera. I nuovi prodotti, dai divani Mascagni, Manzoni e Royal Byblos, al tavolo Atlas, dal paravento Orizzonte alla scrivania Nobile, fino al letto Musa e alle poltrone Onda e Lobster, compongono un sistema completo dell’abitare, più che una collezione di singoli arredi. Con Elie Saab Maison il lusso non è mai solo decorazione: è controllo della misura, continuità tra oggetto e ambiente, capacità di trasformare la casa in un’esperienza sensoriale e senza tempo».

Con Golran, invece, il progetto si sposta sulla superficie tessile e sul tappeto. Che cosa racconta la nuova collezione Timelines? «Il tappeto è un elemento interessante perché appartiene allo spazio in modo discreto, ma può modificarne profondamente la percezione. Con Timelines per Golran, ho lavorato sull’idea di traccia. Le linee appaiono, scompaiono, si spostano, come segni lasciati dal tempo. È un progetto molto vicino al mio modo di intendere l’architettura: non come forma chiusa, ma come stratificazione. Ogni spazio conserva segni, attraversamenti, esperienze».

01 Elie Saab Maison Mascagni Sofa

02 Giorgetti Silky

03 LEMA Nobu

04 Elie Saab Maison Onda

05 Antoniolupi Slide

06 Golran Timelines

07 Flou Orma

08 LEMA Graffetta

09 Bentleyhome Embrace Sofa

Il mondo nascosto degli immobili off market

Nel segmento più esclusivo del Real Estate una quota significativa delle compravendite avviene lontano dai riflettori. Le proprietà off market rappresentano una dimensione riservata, dove discrezione, relazioni e competenze fanno la differenza. Intervista con Philipp Peter (P.P.) e Iradj Alexander David (I.A.D.), Owners e Co-Ceo di Wetag, realtà specializzata negli immobili di prestigio.

Partiamo da una definizione: che cosa si intende per proprietà

“off market”?

P.P.: «Le proprietà off market sono immobili in vendita che non vengono pubblicizzati sui canali tradizionali,

come portali immobiliari o siti web. Si tratta di oggetti proposti in modo riservato a una clientela selezionata. Questa scelta nasce spesso dall’esigenza dei proprietari di mantenere la massima discrezione, sia per motivi di privacy sia per preservare l’esclusività dell’immobile. In molti casi, anche il prezzo non è reso pubblico e viene comunicato solo a fronte di un reale interesse e della disponibilità dei fondi necessari».

Quali sono le principali ragioni che spingono un venditore a scegliere questa modalità?

P.P.: «Le motivazioni sono diverse. Da un lato c’è il desiderio di non esporre pubblicamente la vendita, evitando che vicini o conoscenti ne vengano a conoscenza. Dall’altro, esiste ancora una percezione – da parte di un certo tipo di clientela - che una presenza prolungata online possa in qualche modo “svalutare” l’immobile. In realtà non sempre è così: il mercato ticinese ha tempi di assorbimento più lunghi rispetto ad altre piazze nazionali e internazionali, quindi una permanenza anche di 12 mesi non compromette il valore dell’offerta. Tuttavia, questo tipo di sensibilità porta molti proprietari a preferire una fase iniziale off market».

Quanto pesa questo segmento nel mercato immobiliare ticinese? È una nicchia o una realtà significativa?

I.A.D.: «Non si tratta di un fenomeno marginale. Se consideriamo anche le proprietà che iniziano con una fase off market per poi eventualmente approdare sul mercato aperto, possiamo stimare una quota tra il 10% e il 15%. È importante sottolineare che non riguarda solo il segmento ultra-lusso: accanto a immobili sopra i 10 milioni, esistono diverse proprietà tra i 2 e i 3 milioni che seguono la stessa logica. Questo rende fondamentale, per chi cerca, entrare in contatto diretto con agenzie qualificate, perché non tutto ciò che è in vendita è visibile online».

Da sinistra: Iradj Alexander David e Philipp Peter

In un contesto così riservato, il ruolo dell’agenzia diventa ancora più centrale. Su quali elementi si basa questo rapporto?

P.P.: «Il fattore chiave è la fiducia. Parliamo di un rapporto che non si costruisce nel breve periodo, ma è il risultato di un lavoro costante nel tempo. Il cliente - sia venditore sia acquirente - deve percepire competenza, reattività e capacità di interpretare le sue esigenze. Nel nostro caso, operando da decenni nel segmento del lusso, abbiamo sviluppato un approccio altamente specializzato, che viene trasmesso a tutto il team. A questo si aggiunge l’importanza del network internazionale: quando non si può contare sulla visibilità digitale, è la qualità delle relazioni a fare la differenza».

La situazione internazionale attuale, tra instabilità geopolitica e cambiamenti economici, ha avuto un impatto su questo mercato?

I.A.D.: «Sì, e in parte in modo positivo per la Svizzera e per il Ticino. In un quadro globale percepito come instabile, il nostro territorio viene visto come una destinazione sicura, sia dal punto di vista politico sia sotto il profilo della qualità della vita. Questo ha portato nuovi flussi di interesse, anche da parte di clienti che avevano scelto altre destinazioni e che oggi stanno rivalutando la Svizzera. Naturalmente, esiste una competi-

zione internazionale ma il posizionamento del Ticino resta molto solido».

Quanto incidono oggi gli aspetti fiscali nelle scelte di acquisto, soprattutto per una clientela internazionale?

I.A.D.: «La fiscalità continua a essere un elemento importante, anche se meno determinante rispetto al passato. Negli ultimi anni abbiamo assistito a un riequilibrio tra diverse giurisdizioni, con Paesi come l’Italia che hanno introdotto regimi competitivi. Tuttavia, il Ticino mantiene una buona attrattività complessiva, grazie a un insieme di fattori che includono stabilità, sicurezza e qualità dei servizi. Per molti clienti, la scelta non è più guidata da un solo elemento, ma da una valutazione più ampia».

Dal punto di vista delle tipologie immobiliari, esistono trend specifici o il mercato resta trasversale?

P.P.: «Il mercato è piuttosto trasversale, ma possiamo individuare due grandi profili di clientela. Da un lato, chi cerca appartamenti in posizione centrale - soprattutto a Lugano o Ascona - spesso per esigenze di praticità o relocation. Dall’altro, chi privilegia ville e proprietà indipendenti, con maggiore privacy e spazi per la famiglia. Le dinamiche possono variare nel tempo, ma oggi si osserva un sostanziale equilibrio tra le due tipologie».

In conclusione, come definireste lo stato attuale del mercato ticinese di fascia alta?

I.A.D.: «È un mercato dinamico dal lato della domanda. L’offerta, invece, è maggiormente limitata e gli oggetti più rilevanti attirano un immediato riscontro. In questo contesto, il segmento off market continuerà a svolgere un ruolo importante, proprio perché risponde a esigenze specifiche di riservatezza e selezione».

Presenza internazionale e confronto sui trend del Real Estate

Wetag Consulting ha partecipato alla prestigiosa conferenza internazionale Limitless 2026, organizzata da Leading Real Estate Companies of the World® (LeadingRE) e Luxury Portfolio, tenutasi dal 2 al 4 marzo 2026 presso il Wynn Las Vegas.

L’evento ha riunito professionisti del settore immobiliare provenienti da oltre 30 Paesi, tra cui broker, dirigenti e operatori di primo piano, offrendo un’importante piattaforma di confronto sui principali trend di mercato, sulle innovazioni tecnologiche e sulle nuove strategie per affrontare le sfide di un settore in continua evoluzione. A rappresentare Wetag erano presenti Philipp Peter, Owner & Co-CEO, e Herman Boros, photographer and videomaker, che hanno preso parte a un programma articolato di incontri, workshop e sessioni di approfondimento. Nel corso della conferenza, Philipp Peter è intervenuto in qualità di speaker, portando il contributo di Wetag su un tema di grande attualità: il dialogo generazionale nel settore immobiliare. Il suo intervento ha approfondito come esperienza, innovazione e nuove prospettive possano integrarsi per guidare l’evoluzione del mercato, sottolineando l’importanza di un approccio inclusivo e orientato al futuro.

“Essere parte di questa conversazione globale è allo stesso tempo un privilegio e una responsabilità. Il dialogo tra generazioni è fondamentale per il futuro del nostro settore. Combinare esperienza e nuove idee ci permette di continuare a evolverci e offrire un reale valore ai nostri clienti e partner”, ha dichiarato Philipp Peter, Owner & Co-CEO di Wetag.

La Conference Week si conferma un appuntamento di riferimento a livello globale, capace di favorire lo scambio di conoscenze e la creazione di sinergie tra i principali operatori del settore. In qualità di network internazionali che connettono alcune delle più importanti realtà immobiliari locali e regionali, LeadingRE e Luxury Portfolio mettono a disposizione dei propri membri risorse strategiche e opportunità di sviluppo a livello globale.

Tra i momenti centrali della conferenza, gli interventi dei keynote speaker hanno offerto spunti di grande attualità: Mike Walsh, esperto di trasformazione aziendale guidata dall’intelligenza artificiale; Jon Dorenbos, ex atleta NFL e finalista di America’s Got Talent, intervenuto sui temi di resilienza e leadership; e Kim Lear, specialista in analisi demografica, che ha approfondito i cambiamenti nei comportamenti dei consumatori e le dinamiche generazionali. “Ciò che rende speciale questo evento è il livello dei leader presenti e l’apertura con cui condividono la propria esperienza, conoscenza e visione”, ha dichiarato Paul Boomsma, CEO di LeadingRE e Presidente di Luxury Portfolio. “La collaborazione che nasce qui rafforza le singole aziende e consolida la forza del nostro network globale.”

La partecipazione a Limitless 2026 conferma l’impegno di Wetag nel mantenere un dialogo costante con il mercato internazionale, cogliendo opportunità di aggiornamento e confronto utili a rafforzare la propria offerta e il servizio ai clienti.

Vent’anni di crescita e di proiezione verso il futuro

Da agenzia immobiliare a gruppo integrato tra consulenza, gestione, marketing e innovazione. In questa intervista Sabina Gatto, CEO del gruppo, ripercorre le tappe principali dello sviluppo

dell’azienda, il ruolo centrale delle persone e la scelta di puntare su trasparenza, competenza e servizi su misura.

Festeggiando il vostro ventesimo anniversario, quali sono stati i valori fondamentali cui siete rimasti fedeli dal 2006 a oggi?

«Fin dall’inizio abbiamo avuto un’intuizione molto concreta: costruire relazioni solide. La nostra società è fatta di persone e si rivolge alle persone, siano famiglie, investitori o imprenditori. Abbiamo sempre dato priorità ai bisogni del cliente prima ancora che al valore dell’investimento. Questo approccio, basato su lealtà, trasparenza e fiducia, ci ha per -

messo di crescere attraverso il passaparola e creare relazioni durature. Oggi molti clienti tornano da noi dopo anni o ci consigliano spontaneamente, ed è forse il risultato più importante di questi vent’anni».

Quali tappe hanno portato SIT da agenzia a gruppo articolato in più società e divisioni?

«La crescita è nata dall’ascolto delle esigenze dei clienti. Col tempo ci siamo resi conto che il mercato richiedeva servizi sempre più integrati. Da qui è nata la scelta di sviluppare diverse divisioni interne, ciascuna con professionisti specializzati. Il cliente continua ad avere un riferimento umano preciso, ma può trovare all’interno del gruppo competenze fiscali, giuridiche, amministrative, progettuali e di investimento. Questo ci permette di offrire risposte rapide e coordinate senza costringere il cliente a rivolgersi a interlocutori esterni»

Quanto ha inciso l’integrazione dei servizi sul vostro modello e sulla crescita?

«Ha inciso moltissimo. La fiducia costruita con il cliente si è naturalmente estesa ad altri ambiti.

Oggi possiamo seguire l’intero percorso immobiliare: dalla vendita alla locazione, dalla ristrutturazione alla gestione amministrativa, fino alla valorizzazione dell’investimento. Pensiamo a un proprietario che desidera vendere una casa da ristrutturare: possiamo proporre render, progettazione e preventivi direttamente sul posto per valorizzare meglio l’immobile. Oppure all’investitore estero che acquista un appartamento ma non vuole occuparsi della gestione: seguiamo noi amministrazione, assemblee condominiali e affitti. L’obiettivo è offrire continuità e semplificare ogni passaggio».

Che ruolo ha oggi la consulenza rispetto alla semplice compravendita?

«Conta sempre di più. Noi non vendiamo semplicemente un immobile: cerchiamo di costruire una consulenza completa. In Ticino il mercato è piccolo e il cliente spesso ritorna nel tempo, quindi il buon nome della società è fondamentale. Questo vale sia per i clienti privati sia per le relazioni con banche, fiduciari e studi legali. La continuità nasce dalla credibilità».

Anche l’analisi del mercato rientra nella vostra attività?

«Assolutamente sì. Ogni operazione richiede valutazioni molto concrete. Ad esempio, lavorando su Chiasso, possiamo confrontare valori di vendita, redditività da locazione e richieste attuali del mercato perché abbiamo già venduto e affittato molti immobili nella zona. Questo permette di dare agli investitori indicazioni precise e realistiche, basate su esperienza diretta e dati concreti».

Negli ultimi anni avete sviluppato anche servizi legati alla comunicazione.

Come nasce questa scelta?

«Nasce da un’esigenza reale dei clienti e dalla nostra esperienza diretta. Abbiamo seguito promotori immobiliari occupandoci non solo della commercializzazione, ma anche di siti web, social media, open house e strategie di comunicazione. Da qui è nato un nuovo progetto che presenteremo nel 2026: una società dedicata a comunicazione, marketing e intelligenza artificiale applicati al settore immobiliare. L’idea è unire competenze tecniche e conoscenza concreta del mercato».

Che ruolo avrà l’intelligenza artificiale nel vostro sviluppo?

«L’intelligenza artificiale sarà uno strumento di supporto per migliorare gestione, comunicazione e analisi, ma senza perdere autenticità. Per noi la tecnologia deve rafforzare la relazione umana, non sostituirla. Il concetto guida rimane la credibilità: se il cliente percepisce trasparenza e competenza, il rapporto si consolida naturalmente».

Come si posiziona oggi SIT nel mercato immobiliare ticinese e cosa più di ogni altro aspetto vi distingue?

«Credo che ci distingua soprattutto la chiarezza. Le persone percepiscono quando qualcuno vuole semplicemente vendere e quando invece cerca davvero di accompagnarle. Noi cerchiamo di essere molto diretti fin dall’inizio, evidenziando sia i punti di forza sia gli aspetti più critici di un immobile. Questo viene apprezzato. Inoltre non siamo una semplice agenzia immobiliare: offriamo una rete di servizi integrati che permette al cliente di trovare tutto in un’unica realtà».

Avete utilizzato la metafora del “boutique hotel” per descrivere SIT. Perché? «Perché rappresenta bene la nostra filosofia. In un boutique hotel il cliente trova accoglienza, attenzione ai dettagli e servizi personalizzati senza dover cercare altrove ciò di

cui ha bisogno. Noi vogliamo offrire la stessa esperienza nel settore immobiliare: vendita, affitto, amministrazione, ristrutturazione, valorizzazione, comunicazione e consulenza strategica in un unico contesto».

Guardando al futuro, quali le principali direttrici di sviluppo per i prossimi anni? «Continueremo a investire più sulla qualità che sulla quantità. Vogliamo rafforzare le competenze interne, valorizzare le persone e formare collaboratori che condividano davvero i valori di SIT. La crescita futura passerà dalle relazioni, dalla specializzazione e dalla capacità di offrire servizi sempre più integrati mantenendo però un’identità autentica e trasparente».

www.sitimmobiliare.ch

Innovare senza perdere la propria identità

Dopo trent’anni da protagonista nel mercato immobiliare ticinese, Giovanni Mastroddi guarda al percorso costruito con MG Immobiliare tra fiducia, relazioni umane e crescita internazionale. Accanto a lui oggi entra in azienda

Gianluca Mastroddi, protagonista di un passaggio generazionale che unisce esperienza, continuità e nuove prospettive.

Trent’anni di attività rappresentano un traguardo importante. Qual è il primo ricordo che le viene in mente ripensando agli inizi di MG Immobiliare e com’è cambiato il mercato da allora?

«Ripensando agli inizi di MG Immobiliare, il primo ricordo che mi viene in mente è quello di un mercato più diretto, costruito sulla conoscenza personale, sulla fiducia e sulla parola data. Il rapporto umano era al centro di ogni trattativa,

e questo aspetto è rimasto uno dei pilastri della nostra attività.

In trent’anni il mercato è cambiato molto: oggi il cliente è più informato, internazionale e attento alla consulenza. Ciò che non è cambiato è l’importanza della fiducia: anche in un mercato più digitale, il rapporto personale continua a fare la differenza. La forza di MG Immobiliare è crescere e innovarsi senza perdere la propria identità».

Nel corso di questo lungo percorso, quali sono state le esperienze o le operazioni che considera più significative, sia dal punto di vista professionale che umano?

«In trent’anni ci sono state molte operazioni importanti, da Parco Casarico a Parco Letizia, fino alla Residenza Le Vigne e alla Residenza Golden Hill. Le esperienze più significative sono però quelle in cui siamo riusciti a creare un autentico rapporto di fiducia con il cliente. Il nostro ruolo va oltre la semplice intermediazione: diventiamo consulenti e punti di riferimento. Sono orgoglioso di avere contribuito a soddisfare le esigenze di intere famiglie. Il risultato più bello è vedere clienti che tornano da noi o ci affidano le nuove generazioni».

Recentemente avete avviato una collaborazione con Barnes International Realty: cosa rappresenta per voi questa partnership e quali nuove prospettive apre sul mercato internazionale?

Da sinistra: Gianluca Mastroddi, Carine Cianfrani, responsabile di BARNES Suisse, Gianni e Maria Antonietta Mastroddi e Robert Curzon, responsabile di BARNES Suisse.

«La collaborazione con BARNES International Realty rappresenta un passaggio importante e naturale nel percorso di crescita di MG Immobiliare. Dopo trent’anni sul territorio, sentivamo l’esigenza di rafforzare la nostra apertura internazionale, mantenendo solide le radici locali. BARNES è un marchio riconosciuto a livello mondiale nel settore dell’immobiliare di pregio, con una rete qualificata e un posizionamento coerente con il segmento in cui operiamo. Questo ci permette di offrire maggiore visibilità, accesso a una clientela internazionale e una migliore valorizzazione degli immobili. Questa partnership non cambia la nostra identità: la rafforza. Trent’anni fa, mentre muovevo i primi passi in agenzia, mia moglie Mary, mia socia e punto di riferimen-

to fondamentale, dava alla luce Gianluca. Oggi Gianluca entra in azienda portando innovazione, continuità, responsabilità e uno sguardo nuovo. Un futuro che costruiamo anche grazie a una nuova squadra di giovani collaboratori, preparati e dinamici, che condividono i nostri valori e rappresentano l’energia con cui vogliamo continuare a crescere».

Guardando al futuro, come immagina l’evoluzione del mercato immobiliare nei prossimi anni e quale sarà il ruolo di MG Immobiliare in questo scenario? «Credo che il mercato immobiliare sarà sempre più selettivo: gli immobili di qualità continueranno ad avere un ruolo centrale, mentre il mercato premierà meno prodotti non adeguatamente valorizzati. La clientela sarà più attenta a sostenibilità, efficienza energetica, qualità architettonica, privacy e qualità della vita. Il Ticino conserva un potenziale straordinario: sicurez -

za, bellezza paesaggistica, servizi e una posizione strategica. Il ruolo di MG Immobiliare sarà continuare a essere un punto di riferimento per una consulenza seria e personalizzata, con strumenti e relazioni sempre più internazionali. Il futuro sarà fondato su esperienza, innovazione e relazione: l’esperienza maturata, l’innovazione delle nuove generazioni e la qualità del rapporto umano».

Il vostro trentennale è stato celebrato con una cena speciale presso il Ristorante Moncucchetto: che significato ha avuto per lei questo evento e quanto conta, in un percorso imprenditoriale, condividere i traguardi con collaboratori e clienti?

«Il trentennale è stato per me un momento emozionante, come imprenditore e come persona. Celebrare trent’anni significa rendersi conto di quanta strada sia stata fatta e di quanti rapporti si siano costruiti. Abbiamo voluto celebrare questo traguardo con la nostra storica gara di golf e con una cena speciale presso il Ristorante Moncucchetto. Non è stato solo un evento celebrativo, ma un’occasione per dire grazie a clienti, collaboratori, partner e amici che sono stati parte della nostra storia. In un’attività imprenditoriale i risultati non si raggiungono mai da soli. Condividere questo momento è stato il modo più bello per dare valore al passato e al futuro. Per me il trentennale non è un punto di arrivo, ma una nuova partenza. Anche grazie a Gianluca e alla nuova squadra, stiamo entrando in una fase più internazionale, ambiziosa e comunque sempre orientata alla qualità».

Da sinistra: Gianni, Maria Antonietta e Gianluca Mastroddi

Incontro tra luce e materia

Intervista con l’architetto Paolo Muscionico, secondo la cui visione: «Il successo di un progetto non

lo decreta il giorno dell’inaugurazione,

ma il modo in cui, dopo anni, continua a regalare un’emozione a chi lo attraversa».

In che modo il suo percorso di formazione accademica ha contribuito a definire il suo approccio all’architettura e quali insegnamenti considera ancora oggi fondamentali nella sua pratica professionale?

«La mia formazione al Politecnico di Milano è stata lo stampo originale della mia visione. Da Milano ho ereditato la convinzione profonda che l’architettura debba essere l’armonizzazione compositiva delle forme generate dalle funzioni dell’abitare umano: da quelle prettamente materiali e tecniche a quelle di livello superiore, legate alla sfera emotiva e sociale. Ogni mio progetto è governato dalla ricerca costante di questo equilibrio tra struttura ed estetica. L’insegnamento che considero ancora oggi il pilastro della mia pratica è che la bellezza non è un’aggiunta decorativa, ma la manifestazione visibile di una funzione risolta con armonia».

Quali sono state le tappe più significative della sua attività professionale e quali esperienze hanno inciso maggiormente sulla sua crescita come architetto?

«Il mio percorso è stato un viaggio di continua sintesi tra rigore tecnico e sensibilità estetica. La mia

‘matrice’ professionale si è formata in un importante studio ticinese, un ambiente che mi ha trasmesso il culto per il dettaglio e il rispetto per la materia. Dal 1994, come libero professionista tra il Canton Ticino, l’area Comasca e Milano, ho avuto modo di confrontarmi

con scale progettuali molto diverse. Le tappe che hanno segnato la mia crescita sono state principalmente tre. L’esordio con un edificio residenziale multipiano a Campione d’Italia, che ha rappresentato il mio ‘battesimo’ con la complessità costruttiva e gestionale. Un importante intervento di recupero urbano a Como, dove il tema è stato ri -

cucire il rapporto tra storia e modernità in un tessuto consolidato.

L’approdo alla tecnologia del legno strutturale, culminato con la realizzazione di una villa unifamiliare a Locarno. Questo progetto mi ha permesso di esplorare una nuova grammatica della sostenibilità, dove l’innovazione non è un’aggiunta ma l’ossatura stessa della bellezza. Oggi sento di aver compiuto un salto di qualità decisivo: sono passato dal concetto di ‘costruzione’ a quello di ‘architettura sartoriale’».

Come definirebbe la sua idea di architettura oggi?

«Oggi definisco la mia idea di architettura come una narrazione dinamica di luce e materia. Se la struttura è lo spartito, la luce è l’esecuzione che dà vita alla musica. La mia architettura vive di un doppio binario luminoso.

Da un lato, la luce naturale, che governa il rapporto tra pieni e vuoti e

scandisce il ritmo della composizione architettonica durante il giorno. Dall’altro, la luce ‘disegnata’, ovvero una progettazione illuminotecnica sartoriale che interviene per ridisegnare gli spazi interni. Attraverso la modulazione delle sorgenti, riesco a creare ambienti in cui i materiali — la pietra, il legno, i tessuti — non vengono solo illuminati, ma vibrano, esaltando la loro natura tattile. L’obiettivo finale è la creazione di scenari differenziati».

Quali valori ritiene imprescindibili nel progettare spazi destinati all’abitare contemporaneo?

“Nell’abitare contemporaneo, che è sempre più complesso e stratificato, ritengo che l’architettura debba tornare a essere un punto di equilibrio. Per me, i valori imprescindibili si riassumono in una sorta di ‘pentagramma progettuale’:

- Luce e Materia: Sono i due pesi della bilancia. La luce dà vita allo spazio, mentre la materia gli conferisce gravità e onestà.

- Funzionalità: È il rispetto verso chi abita. Uno spazio può essere bellissimo, ma se non assolve alla sua funzione con naturalezza, fallisce il suo scopo primario.

- Il Dettaglio: È ciò che trasforma una

costruzione in un’opera sartoriale.

- Equilibrio: È il valore ultimo. È la sintesi superiore tra le aspirazioni estetiche del progettista e le necessità del committente, tra l’artificio dell’architettura e la spontaneità dell’ambiente circostante».

Quanto influiscono il contesto paesaggistico e urbano del territorio comasco nel suo modo di progettare e come dialogano le sue architetture con l’ambiente circostante?

«Il mio approccio non distingue tra confini politici, ma si fonda sull’identità di un territorio unico: quello del paesaggio lacustre sub-alpino. Che si tratti delle sponde del Lario o del bacino del Ceresio, tra Lugano e Campione d’Italia, la struttura profonda del paesaggio rimane la medesima. È un’architettura che deve confrontarsi con una natura dotata di una forza espressiva dirompente: la verticalità delle montagne che si tuffa nello specchio d’acqua, la profondità dei riflessi e la vastità del cielo prealpino. Il mio progetto si fa ‘filtro’ rispetto a questo ecosistema. Non vedo la casa come un guscio chiuso, ma come un organismo che dialoga con il valore trasformativo della natura. Il paesaggio non è statico: muta durante l’arco della giornata e attraverso i cicli stagionali».

Tra i progetti da lei realizzati, quali considera maggiormente rappresentativi del suo percorso professionale e perché?

«Nel guardare al mio percorso, seleziono quattro progetti che considero pietre miliari per la loro capacità di sintetizzare la mia visione.

Le 5 Ville unifamiliari a Campione d’Italia: Un intervento fondamentale per la gestione del rapporto tra densità, privacy e paesaggio lacustre, dove ogni abitazione trova il proprio ‘frame’ privilegiato sul Ceresio.

La Villa a Locarno: Il progetto che sancisce il mio legame con il legno strutturale, scardinando i pregiudizi estetici legati a questo materiale per trasformarlo in un’architettura leggera, trasparente e moderna.

Loggia Visconti a Como: Un restauro funzionale all’interno dello storico Palazzo Visconti, dove ho tradotto il prestigio dell’impianto originale in dieci ‘episodi singolari’.

Villa Rossa a Brunate (2025): Il mio progetto più recente e maturo. Una sintesi sulla sartorialità del dettaglio dove il colore non è rivestimento, ma elemento compositivo che definisce un’identità forte in un contesto paesaggistico di straordinaria bellezza».

Che ruolo ha la tecnologia nel suo processo progettuale e costruttivo e in che modo innovazione tecnica e sostenibilità influenzano le sue scelte architettoniche?

«Per me la tecnologia è uno strumento silenzioso al servizio del benessere e dell’emozione. Non amo l’esibizionismo tecnologico; preferisco che l’innovazione si percepisca nella qualità del vivere: nel comfort termico di un involucro efficiente, nella precisione millimetrica di una struttura in legno o nella gestione scenografica della luce».

Nel progetto Casa Rossa, come si integrano ricerca formale, soluzioni tecnologiche e qualità dell’abitare?

«Casa Rossa è l’emblema della mia filosofia di recupero e trasformazione. L’edificio originale, una struttura spontanea di cent’anni fa, pur godendo di una posizione invidiabile fronte

Cernobbio, era ‘introverso’ e privo di identità. Il mio intervento è stato una vera e propria operazione di metamorfosi, guidata da tre cardini: Il dialogo con l’orizzonte: Ho ridisegnato la sommità dell’edificio creando una sintesi tra funzione e contemplazione. Una parte della copertura è stata trasformata in una terrazza panoramica sugli angoli sud e nord-ovest, mentre la restante parte a falde è stata rivestita in lamiera metallica aggraffata. Qui la tecnologia è diventata ‘silenziosa’: abbiamo integrato pannelli fotovoltaici totalmente complanari, rendendoli invisibili dai coni ottici pubblici sensibili, rispettando così l’estetica del paesaggio senza rinunciare all’efficienza energetica. Il rapporto con l’acqua: Abbiamo domato la riva ripida del giardino realizzando un decking pianeggiante che ospita una infinity pool. L’acqua della vasca si fonde visivamente con quella del lago, annullando i confini tra artificio e natura. La sfida del Rosso: La scelta cromatica, nata da una richiesta specifica della committenza, mi ha spinto verso la ricerca di una tonalità di ‘Rosso architettonico’ che affonda le radici in diversi episodi della tradizione insubrica. Questo colore non solo dialoga con il bosco circostante, ma trasforma la villa in un punto di riferimento discreto, percepibile da Como come un segno sul versante boschivo verso Brunate».

Centro eventi di Camedo

Una collezione rivoluzionaria

ti distribuiti su nove referenze. OMEGA presenta il Constellation Observatory, il primo orologio a due lancette a ottenere la certificazione Master Chronometer e interamente testato presso il Laboratoire de Précision. «Fino a oggi, la certificazione della precisione richiedeva la presenza di una lancetta dei secondi. Lo sviluppo di una nuova metodologia di test acustici ha reso obsoleto questo requisito. È

Due anni dopo l’annuncio del Laboratoire de Précision, OMEGA presenta la collezione

Constellation Observatory, impiegando un metodo di test acustici in combinazione con il tracciamento

ottico

delle lancette,

sviluppato

dal

Laboratoire de Précision e certificato dal METAS.

La collezione è disponibile presso la Boutique

Tourbillon di Via Nassa 3 a Lugano

Imovimenti e gli orologi della collezione sono sottoposti sia ai test Chronometer sia ai test Master Chronometer, senza dover ricorrere a una lancetta dei secondi. Per la prima volta nella storia dell’orologeria, un orologio a due lancette per ore e minuti ha ottenuto la certificazione Master Chronometer. Sin dal 1952, il Constellation simboleggia l’impegno di OMEGA per la precisione certificata. La collezione Constellation Observatory costituisce il passo successivo di questa tradizione, con due nuovi movimen-

questa innovazione che ci ha consentito di presentare il Constellation Observatory, il primo orologio a due lancette a ottenere la certificazione Master Chronometer”, ha dichiarato Raynald Aeschlimann, Presidente e CEO di OMEGA». La collezione OMEGA Constellation Observatory reinterpreta i codici estetici distintivi di OMEGA. Il concetto di design si ispira al Centenary del 1948, che pose le basi del Constellation. Il quadrante dodecagonale “pie pan” arrivò poco dopo il lancio del primo Constellation, con

la stella Constellation a ore 6 e il medaglione Observatory sul fondello. La finitura guilloché decora le sfaccettature del “pie-pan”, un dettaglio ripreso dai primi modelli Grand Luxe. Gli indici sfaccettati a forma di aquilone e le lancette “Dauphine” attingono ai modelli Constellation precedenti. Le anse “dog-leg” caratterizzavano i modelli OMEGA dell’epoca. Il motivo a mattoni su nove file del bracciale in maglia in oro Moonshine™ 18K è ispirato ai classici bracciali “brick”, che hanno caratterizzato i primi, iconici, anni del Constellation. La collezione propone due nuovi calibri, ciascuno costruito su una base con rotore scheletrato, smussature lucidate o satinate, sezione esterna arrotondata sul rotore e medaglione Constellation Observatory applica-

to. Si suddividono in tre categorie: Grand Luxe, Luxe e Standard. Il Calibro 8915 Grand Luxe equipaggia l’edizione in Platinum Gold 950. Presenta una base del rotore in oro Sedna™ 18K con una raffinata finitura a spirale e una zona esterna lucida. Il medaglione Observatory è prodotto in oro bianco 18K inciso al laser, con un cielo blu scuro smaltato con vetro avventurina e arricchito da otto stelle. La cupola dell’osservatorio è riempita di smalto opalino bianco traslucido.

Il Calibro 8915 Luxe, pensato per la collezione in oro 18K, include per la prima volta nella storia di OMEGA un rotore e un ponte del bilanciere in oro Moonshine™

18K, oltre al consueto oro Sedna™ 18K. La base del rotore presenta il motivo “Côtes de Genève” arabescato, con sezione esterna spazzolata orizzontalmente. Il medaglione è realizzato nella variante di oro 18K abbinato, con elementi incisi al laser e finiture a contrasto opache e lucide. Il Calibro 8914 Standard è una versione del Calibro 8915 Luxe con finitura rodiata, e anima gli orologi in O-MEGASTEEL.

Quattro le varianti in oro 18K, ciascuna sviluppata per ottenere una

perfetta espressione dei metalli. Le creazioni interamente in oro Sedna™ o Moonshine™ 18K uniscono cassa, quadrante guilloché realizzato a mano e movimento, e sono disponibili con cinturino in pelle o bracciale. Il modello in oro Canopus Gold™ 18K abbina un orologio dall’estetica pulita a un movimento decorato in oro Sedna™ 18K, visibile attraverso il fondello. L’edizione in Platinum Gold completa il repertorio di metalli preziosi di OMEGA, riunendo per la prima volta in un’unica collezione tutte e quattro le leghe proprietarie di metalli preziosi del brand. Sono quattro le edizioni realizzate nella lega d’acciaio esclusiva di OMEGA, selezionata per la sua durezza e per le sue proprietà meccaniche. La collezione introduce un quadrante “pie-pan” in ceramica nera: un importante risultato tecnico nella produzione dei quadranti, che ha richiesto un notevole sviluppo con l’obiettivo di realizzare con precisione la forma dodecagonale in ceramica. Tre referenze presentano inoltre quadranti colorati con scanalature stampate.

Tradizione e innovazione ai vertici dell’eccellenza

In occasione di Watches & Wonders 2026, Patek Philippe riafferma la propria unicità nel panorama della Haute Horlogerie.

Erede di un patrimonio orologiero di straordinaria ricchezza, la Manifattura ginevrina tramanda una tradizione d’eccellenza in cui la creatività alimenta l’innovazione tecnica e ogni creazione coniuga rigore estetico e maestria dell’orologeria. Degna interprete della tradizione dei segnatempo Patek Philippe con visualizzazioni astronomiche, la Ref. 6105G-001 propone

una reinterpretazione innovativa del genere. Questo modello con cassa in oro bianco di 47 mm di diametro, dal design deciso e contemporaneo, presenta un quadrante raffigurante la mappa del firmamento così come può essere osservato da Ginevra ed è il primo orologio da polso della Manifattura a indicare l’ora dell’alba e del tramonto. Il calibro 240 C LU CL LCSO integra un ingegnoso sistema bre -

vettato che consente di correggere simultaneamente l’ora e le indicazioni dell’alba e del tramonto in occasione del passaggio dall’ora solare all’ora legale e viceversa. Frutto di oltre cinque anni di sviluppo, questo movimento automatico ha dato luogo al deposito di sei brevetti. Patek Philippe arricchisce inoltre la collezione Cubitus con la prima grande complicazione di questa famiglia. Il nuovo Cubitus con Calendario perpetuo Ref. 5840P-001 unisce una complicazione classica a un’estetica contemporanea audace, in una cassa in platino di grandi dimensioni (45 mm di diametro). Il quadrante blu traforato, ispirato al motivo orizzontale caratteristico della collezione, con le sue lamelle finemente tagliate, rivela con un raffinato effetto di profondità la platina e i ponti del movimento scheletrato di forma quadrata, il calibro 28-28 Q SQU. La funzione allarme torna protagonista con la nuova Ref. 5322G, do -

tata di allarme su 24 ore e indicazione della data, che consente di ricordare con semplicità un appuntamento o un momento significativo. Il segnatempo, dal design marcatamente contemporaneo, abbina una cassa in oro bianco di 41 mm di diametro con carrure guilloché “Clous de Paris” a un quadrante testurizzato e laccato che unisce modernità e leggibilità. L’allarme del calibro AL 30-660 S C a carica automatica suona con eleganza grazie al martello che colpisce un timbro classico. Patek Philippe celebra la propria tradizione orologiera offrendo un’esperienza immersiva nel suo universo e nella sua storia nel cuore di Milano, in occasione della 7ª edizione della Watch Art Grand Exhibition. Per questa settima tappa internazionale, la Manifattura ha scelto uno dei suoi mercati storici: l’Italia. Dal 2 al 18 ottobre 2026, il pubblico e gli appassionati potranno immergersi nell’universo dell’ultima Manifattura ginevrina indipendente a conduzione familiare, all’interno di un al-

lestimento di oltre 2.500 m²: un viaggio dietro le quinte di Patek Philippe. La più grande esposizione mai organizzata dalla Maison sarà accompagnata dal lancio di diverse serie limitate. Questa settima edizione si terrà nello storico edificio CityOval (già Palazzo delle Scintille), in Piazza Sei Febbraio, dal 2 al 18 ottobre 2026, weekend inclusi. Evento aperto al pubblico, ingresso gratuito, prenotazione consigliata. Apertura della piattaforma di prenotazione dal 14 aprile 2026.

L’arte della fusione guarda al futuro

Tra materiali innovativi, design scultoreo e collaborazioni iconiche, la maison svizzera presenta a Watches & Wonders 2026 una collezione che conferma la propria identità audace e contemporanea.

Fondata nel 1980 dall’imprenditore italiano Carlo Crocco, Hublot ha costruito la propria identità attorno a un concetto tanto semplice quanto rivoluzionario: unire mondi apparentemente lontani. È la filosofia dell’“Art of Fusion”, diventata negli anni la firma stilistica della maison svizzera, capace di accostare oro e caucciù, alta meccanica e design contemporaneo, tradizione orologiera e cultura pop. Oggi il marchio, parte del gruppo LVMH, continua a distinguersi per un linguaggio estetico forte, immediatamente riconoscibile e spesso vicino

ai territori dello sport, dell’arte e del lifestyle internazionale. A Watches and Wonders, Hublot ha scelto di rilanciare proprio questa identità, presentando una serie di novità che guardano al futuro senza rinunciare ai codici che hanno reso celebre il marchio. Tra le creazioni più interessanti viste a Ginevra, quattro modelli in particolare hanno attirato l’attenzione per capacità narrativa, ricerca sui materiali e impatto estetico. Il primo è il nuovo Big Bang Reloaded, protagonista assoluto della collezione 2026. Pensato come evoluzione del celebre Big Bang, il modello reinterpreta uno dei simboli

più riconoscibili della maison attraverso una struttura ancora più architettonica e scheletrata. La nuova linea viene proposta in differenti versioni – dal Magic Gold antigraffio alla ceramica blu o verde scuro – e porta in primo piano il movimento Unico, quasi trasformandolo in parte integrante del design. Il risultato è un orologio dal carattere deciso, tecnico ma anche fortemente scenografico, fedele allo stile Hublot ma più maturo ed essenziale. Molto interessante anche il Big Bang Reloaded Usain Bolt, realizzato in collaborazione con il campione giamaicano. In questo caso l’orologio di-

venta quasi un oggetto narrativo: alcuni dettagli richiamano infatti la personalità e la storia sportiva di Bolt, inclusa l’iconica forma del fulmine utilizzata per la lancetta dei secondi. Secondo le presentazioni internazionali, il modello integra persino un campione del terreno della pista di allenamento dell’atleta, trasformando il segnatempo in un piccolo manifesto di energia, velocità e memoria personale. Un approccio che mostra come Hublot continui a muoversi ai confini tra orologeria, storytelling e cultura contemporanea. Accanto alla dimensione sportiva, la maison ha però mostrato anche il

proprio lato più spettacolare e prezioso con il Big Bang Tourbillon Impact High Jewellery One Million. Qui il tempo quasi scompare dietro un lavoro scenografico di pietre preziose e riflessi luminosi. È un orologio che appartiene più al territorio della haute joaillerie che a quello dell’orologeria tradizionale, concepito come pezzo esclusivo e fortemente emozionale. Pur rimanendo volutamente estremo, questo modello racconta bene la volontà di Hublot di spingersi oltre i confini convenzionali del lusso contemporaneo. Infine, tra le novità più eleganti e inattese della collezione spicca lo Spirit of Big Bang Moonphase Impact. La celebre cassa tonneau della linea Spirit ospita qui una raffinata indicazione delle fasi lunari, creando un contrasto molto interessante tra estetica tecnica e suggestione poetica. Disponibile in versioni limitate, comprese varianti in zaffiro e ceramica All Black, il modello riesce a mantenere il DNA sportivo di Hublot introducendo però un linguaggio più sofisticato, quasi contemplativo. È forse uno degli esempi più convincenti dell’evoluzione recente della maison.

Dopo anni caratterizzati da sperimentazioni molto spinte, la maison sembra oggi voler affinare il proprio linguaggio, mantenendo intatta l’audacia che l’ha resa celebre ma cercando al tempo stesso maggiore coerenza stilistica ed eleganza progettuale. In un panorama dell’alta orologeria spesso legato alla tradizione, Hublot continua così a rappresentare una voce diversa: più contemporanea, trasversale e aperta al dialogo con il design, lo sport e la cultura visiva del nostro tempo. Una visione che, anche nel 2026, continua a distinguersi con forza.

Poesia, luce e nuove icone di stile

Tra suggestioni cinematografiche e fioriture preziose, Damiani ha presentato a Ginevra 2026 le nuove evoluzioni delle collezioni Belle Époque e Margherita, unendo tradizione, creatività e raffinatezza contemporanea.

In occasione di Haute Jewels Geneva 2026, Damiani rinnova il proprio racconto di eleganza e savoir-faire con una serie di novità che esprimono al meglio l’identità della Maison: un dialogo continuo tra arte, storia e innovazione. Protagoniste assolute sono due collezioni simbolo, Belle Époque e Margherita, reinterpretate attraverso nuove creazioni che esaltano luce, colore e design.

La collezione Belle Époque trae ispirazione da un periodo storico straordinario, segnato da fermento creativo e rivoluzioni culturali. In questo universo, il cinema diventa metafora di movimento e narrazione, traducendosi in un linguaggio estetico unico. L’alternanza di forme circola-

ri e rettangolari, cifra distintiva della linea, richiama infatti la sequenza dei fotogrammi, creando un ritmo visivo elegante e dinamico.

Per il 2026, questa iconica collezione si arricchisce di nuove interpretazioni. La celebre croce viene presentata in due versioni: una in oro bianco e una con finitura brunita, entrambe impreziosite da preziose tormaline Paraiba. Nasce così la croce Azzurra, che affascina per le sue intense sfumature turchesi, evocando scenari mediterranei e suggestioni luminose. Belle Époque si estende inoltre all’universo dell’orologeria, trasformandosi in segnatempo gioiello dal forte impatto estetico. Le casse sottili si integrano armoniosamente con bracciali decorati secondo il motivo geometrico della collezione, dando vita a creazioni sofisticate.

Le varianti spaziano da modelli completamente pavé di diamanti a

versioni con quadranti in madreperla, arricchiti da diamanti o da combinazioni cromatiche con zaffiri, rubini e smeraldi. Ogni dettaglio è pensato per esaltare la luminosità e l’equilibrio complessivo, mentre la precisione è garantita da movimenti al quarzo svizzeri. Accanto a questa visione dinamica e contemporanea, la collezione Margherita racconta una storia di grazia e femminilità, ispirata alla figura di Margherita di Savoia, regina d’Italia amata per il suo stile e il suo carisma. Il motivo floreale, cuore della collezione, si traduce in composizioni armoniose dove un elemento centrale — diamante o gemma colorata — è circondato da petali preziosi.

Nel 2026, Margherita si rinnova con l’introduzione dello zaffiro giallo, protagonista di nuove creazioni dal fascino caldo e avvolgente.

delicato, dove ogni gioiello diventa espressione di natura e poesia. Anche in questa collezione, l’orologeria assume un ruolo centrale. I segnatempo gioiello Margherita presentano casse rotonde in oro, impreziosite da diamanti e dettagli floreali che riprendono il motivo iconico. Disponibili con quadranti soleil, opalini o pavé, e completati da cinturini in pelle, questi modelli uniscono eleganza e funzionalità, mantenendo gli elevati standard qualitativi della Maison.

Anelli, collane, bracciali e orecchini reinterpretano il disegno iconico, valorizzando la brillantezza delle gemme e la delicatezza delle forme.

Il contrasto tra l’oro bianco e le tonalità dorate dello zaffiro crea un equilibrio raffinato, capace di coniugare classicità e modernità.

Tra le novità spicca anche Margherita Bloom, una linea che amplia ulterior-

mente l’universo della collezione con composizioni ispirate a paesaggi fioriti. Le creazioni, realizzate nei tre colori dell’oro, combinano diamanti, acquamarina, tormalina rosa, peridoto e quarzi in armonie cromatiche sofisticate.

Il risultato è un racconto visivo

Con queste nuove creazioni, Damiani conferma la propria capacità di reinventare le icone senza tradirne l’essenza, offrendo una visione del lusso contemporaneo fatta di bellezza, armonia e autentica eccellenza artigianale.

Qualcosa di completamente diverso Contro i luoghi comuni della comunicazione

L’INSOSTENIBILE LEGGEREZZA DEL BRIEF

Perché serve un nuovo modello di agenzia di comunicazione

Ogni imprenditore che ha avuto a che fare con un’agenzia di comunicazione conosce la scena. Riunione iniziale, grande entusiasmo, presentazione con slide (forse troppe). Poi arriva l’account: la persona che dovrebbe fare da ponte tra l’azienda e il reparto creativo. Da quel momento in poi, ogni richiesta passa attraverso un filtro. Un briefing diventa una mail, la mail diventa una riunione, la riunione genera un documento, il documento torna indietro con le correzioni. Per aggiornare una brochure servono tre settimane e quattro call.

L’imprenditore, a quel punto, pensa due cose in rapida successione. La prima: certo mi serve qualcuno che gestisca la comunicazione in modo professionale, perché io non ho tempo. La seconda: ma non così, non con queste tempistiche. Il problema ha radici precise. Il modello di agenzia tradizionale nasce per gestire clienti con budget consistenti e piani di comunicazione articolati su base annuale. L’account, in quel contesto, ha senso: coordina campagne, gestisce fornitori, tiene insieme i pezzi di un puzzle complesso. Ma la maggior parte delle aziende in Ticino non rientra in quella categoria. Sono imprese con decine, qualche volta centinaia, difficilmente migliaia di collaboratori. Hanno bisogno di comunicare bene ma non hanno né i volumi né la struttura per giustificare un apparato del genere. Il risultato è una terra di mezzo scomoda. L’imprenditore sa che gli serve competenza esterna, ma il modello disponibile sul mercato è sovradimensionato rispetto alle sue esigenze. E allora si arrangia: fa da sé il post su LinkedIn, chiede al nipote di aggiornare il sito, affida il catalogo allo stampatore che “fa anche grafica”. Il risultato non è professionale, i risultati non arrivano e l’immagine aziendale (e il fatturato) ne risente.

Il punto cieco del modello classico

C’è un aspetto che raramente viene discusso. Le attività di comunicazione di un’azienda non sono tutte uguali, e trattarle come se lo fossero è l’errore di fondo del modello tradizionale. Alcune task sono operative e

ricorrenti: aggiornare i contenuti del sito, preparare una presentazione per una fiera, adattare un annuncio per la stampa locale, pubblicare un post. Sono attività che richiedono competenza esecutiva, rapidità e un briefing minimo. L’imprenditore sa cosa vuole, gli serve qualcuno che lo realizzi bene e in fretta. Inserire un account in questo processo aggiunge costi e rallenta i tempi senza migliorare il risultato.

Altre attività sono di natura diversa. Definire il posizionamento dell’azienda dopo un passaggio generazionale. Ripensare la comunicazione B2B quando si entra in un nuovo mercato. Decidere se e come raccontare un’acquisizione. Qui servono analisi, strategia, confronto. Serve qualcuno che conosca l’azienda, il settore, il contesto competitivo e sappia tradurre tutto questo in scelte di comunicazione coerenti. In pratica, serve un account. Uno bravo.

Un modello che si adatta

La soluzione è un approccio ibrido, e il fatto che se ne parli poco dipende probabilmente dal fatto che non conviene a chi vende pacchetti standardizzati.

Funziona così: per le attività operative, il cliente lavora direttamente con chi esegue. Nessun intermediario, nessun documento di briefing in triplice copia. L’imprenditore manda il testo, il grafico impagina, il lavoro esce. I tempi si accorciano, i costi scendono, la frustrazione pure.

Per le decisioni strategiche, entra in gioco una figura di consulenza che ha il tempo e la competenza per ragionare insieme all’imprenditore. Quante volte all’anno? Dipende dall’azienda. Per una

PMI ticinese che opera in un mercato stabile, possono bastare tre o quattro incontri l’anno, più un supporto nei momenti critici. Per un’azienda in fase di espansione o di transizione, il confronto sarà più frequente. Il vantaggio economico è concreto. Un account tradizionale ha un costo fisso che si riflette su ogni singola attività, comprese quelle dove il suo intervento è superfluo. Un modello ibrido permette di investire in consulenza strategica quando serve davvero e di pagare l’esecuzione operativa al costo effettivo, senza sovrastrutture.

La questione della fiducia

C’è un’obiezione frequente: senza un account che coordina tutto, chi garantisce la coerenza? La risposta è che la coerenza non dipende da una persona che smista le mail. Dipende da una strategia chiara, condivisa e documentata. Se l’azienda ha definito il proprio posizionamento, il proprio tono di voce, i propri messaggi chiave, chiunque esegua il lavoro operativo può farlo in modo coerente. È il lavoro strategico a monte che tiene insieme i pezzi, non il passaggio intermedio a valle. La comunicazione d’impresa funziona quando combina autonomia operativa e profondità strategica. Il problema è che la maggior parte delle offerte sul mercato propone l’una o l’altra. Quasi mai entrambe, nella giusta proporzione. Per questo la domanda che agenzia e cliente dovrebbero sempre farsi inizialmente è: cosa serve davvero?

Precisione svizzera, visione globale

Ovunque vada, Edwin Navez trova il modo di pedalare. Anche nei suoi frequenti viaggi di lavoro tra gli Stati Uniti, l’Asia o l’Europa, ogni ora libera da impegni diventa un’opportunità per uscire e scoprire nuove strade con la bici.

Belga di nascita, svizzero di passaporto e ticinese d’adozione, vive a Minusio con la famiglia da oltre vent’anni. Ingegnere di formazione, ha trascorso gran parte della carriera nel mondo del luxury – da Versace a Michael Kors e Philipp Plein – prima di approdare, nel 2019, alla guida di ASSOS of Switzerland, marchio simbolo di eccellenza e innovazione nel ciclismo. Con il suo stile sobrio e il passo sicuro di chi sa dosare energia e visione, Edwin Navez unisce precisione svizzera, eleganza internazionale e passione autentica per la bicicletta.

ASSOS è nata dall’intuizione di Toni Maier in una realtà familiare a Winterthur e si è poi consolidata in Ticino. Come CEO, qual è il valore più grande che lei porta con sé di questa eredità svizzera?

«Ha ragione: è proprio un’eredità molto svizzera. È lo spirito di una cura maniacale del dettaglio per creare un prodotto estremamente performante e destinato a durare nel tempo. È anche un modo di comunicare diretto, onesto e semplice. ASSOS è sempre stata più di un’azienda di abbigliamento: è un laboratorio in cui si sperimentano soluzioni per migliorare la performance

umana sulla bicicletta. Questo approccio, ereditato da Toni Maier, continua a guidarci oggi. Progettare, testare e sviluppare prototipi in Svizzera non è una scelta nostalgica, ma un modo per restare fedeli a quella cultura dell’eccellenza che ha reso ASSOS un punto di riferimento nel mondo del ciclismo. Ciò che posso portare io è un’esperienza più manageriale, utile per elevare ulteriormente la qualità del prodotto e dei processi aziendali. Forse anche una sensibilità ambientale e un forte interesse per un prodotto che sappia eccellere sia dal punto di vista tecnico che estetico».

L’azienda è sempre stata sinonimo di innovazione. Qual è, secondo lei, l’innovazione che meglio rappresenta oggi lo spirito di ASSOS?

«Oggi la nostra innovazione non riguarda più soltanto il singolo prodotto, ma tutti i processi interni. Dall’ingegnerizzazione dei tessuti alla costruzione dei capi, fino al modo in cui li combiniamo per affrontare diverse condizioni climatiche, il nostro obiettivo è garantire comfort assoluto in ogni momento dell’anno. Se dovessi citare un esempio concreto, direi l’introduzione del concetto di layering system: un approccio scientifico al comfort che traduce decenni di ricerca in un linguaggio accessibile a chiunque pedali. L’innovazione, però, include anche nuove tematiche richieste dai settori dell’outdoor e del lusso, come la sostenibilità e il su misura, che rappresentano oggi nuove priorità per l’azienda».

ASSOS ha una lunga tradizione di collaborazione con il ciclismo professionistico. Come cambiano, secondo lei, le esigenze di chi corre in WorldTour rispetto a quelle degli amatori che cercano comfort e qualità? «Il DNA è lo stesso in tutti i nostri prodotti. Ogni capo può essere utilizzato anche da professionisti, a seconda del tipo di percorso: distanza, terreno, intensità dell’allenamento o periodo dell’anno. Il ciclista professionista rappresenta il nostro laboratorio vivente. Le sue esigenze sono estreme: comfort e prestazione devono coesistere per molte ore, spesso in condizioni difficili. L’amatore, invece, ricerca le stesse sensazioni, ma con una diversa intensità d’uso. La nostra sfida è tradurre ciò che sviluppia -

Da Winterthur alle strade del ciclismo mondiale

Fondata nel 1976 da Toni Maier a Winterthur, ASSOS nasce quasi per caso da un esperimento aerodinamico: la realizzazione della prima bicicletta in carbonio testata in galleria del vento. Da quella intuizione scaturì l’idea di sviluppare un body in Lycra per migliorare le prestazioni degli atleti, aprendo una strada che avrebbe rivoluzionato per sempre l’abbigliamento ciclistico. Nel tempo l’azienda si è consolidata in Ticino, a San Pietro di Stabio, diventando sinonimo di qualità, ricerca e innovazione. Tra i primati firmati ASSOS figurano i primi pantaloncini in Lycra, l’introduzione dei bib shorts, inserti e tessuti proprietari capaci di garantire aerodinamicità, traspirabilità e comfort assoluto. Il marchio è cresciuto a fianco del ciclismo professionistico: dalle Olimpiadi di Atene 2004 con Franco Marvulli, fino a Londra 2012 con Fabian Cancellara e Rio 2016 con l’oro conquistato sempre da “Spartacus” indossando il body “Fenomeno”. Numerose le collaborazioni con campioni come Nino Schurter, team di alto livello e federazioni nazionali, a conferma di un DNA tecnico che rimane il cuore dell’azienda. Oggi ASSOS è guidata da Edwin Navez, manager svizzero con una lunga esperienza internazionale in realtà come Michael Kors, Versace e Philipp Plein. Specializzato in change management e trasformazione organizzativa, Navez ha raccolto la sfida di traghettare l’azienda verso il futuro, puntando su sostenibilità, digitalizzazione e nuove sinergie con il ciclismo professionistico, senza mai perdere di vista l’eredità pionieristica di Toni Maier.

mo per i team professionistici in un’esperienza quotidiana per chi pedala per passione. In fondo, il comfort è performance, anche per chi non corre una gara».

Negli ultimi anni ASSOS ha vissuto partnership importanti, come quelle con Qhubeka e Tudor Pro Cycling, e ora è rientrata nel WorldTour in grande stile. «Il livello di tecnicismo e di qualità è sempre stato tra i più alti del circuito. A seconda dei budget o delle scelte strategiche, siamo stati presenti con team diversi, sempre di ottimo livello. Per me, era importante che nel 2026 – il cinquantesimo anniversario dell’azienda – fossimo presenti nel WorldTour con la EF Education–

EasyPost di Ben Healy e la squadra femminile EF Education–Oatly e che costruissimo una relazione a lungo termine. Volevamo due top team capaci di apprezzare la differenza tecnica dei nostri prodotti, ma anche di condividere con la community ciclistica la passione e il senso di coolness che definiscono il nostro brand».

I vostri capi sono spesso definiti “equipment” più che abbigliamento. In che modo questa definizione riflette la vostra identità e vi distingue dagli altri marchi del settore?

«La parola “equipment” sintetizza perfettamente ciò che siamo. Un ciclista non indossa semplicemente un capo ASSOS: utilizza uno strumen -

to tecnico progettato per migliorare la sua esperienza in sella. Ogni cucitura, ogni pannello, ogni materiale ha una funzione precisa.

È lo stesso approccio di chi costruisce un motore da corsa: nulla è decorativo, tutto è ingegnerizzato per la performance. Questo è ciò che ci distingue nel mercato e mantiene viva la nostra identità pionieristica».

La sostenibilità e la durabilità sono diventati pilastri fondamentali per molte aziende. Quali sono i vostri progetti concreti in questa direzione?

«The most sustainable garment is the one you keep”. La nostra idea di sostenibilità parte dalla durata. Un capo ASSOS deve accompagnare il ciclista per molti anni, mantenendo performance e comfort. La sostenibilità è diventata un vero motore di innovazione: l’organizzazione è certificata ISO 14000, nel 2026 abbiamo introdotto tessuti riciclati, valutiamo

l’impatto PEF dei nostri prodotti e stiamo sviluppando progetti di repair & reuse. Lavoriamo per prolungare la vita dei nostri capi e promuovere un consumo più consapevole».

ASSOS ha spesso anticipato i tempi, ma oggi il mercato chiede anche storytelling e community. Come vi state muovendo per dialogare con le nuove generazioni di ciclisti?

«Vogliamo raccontare il ciclismo attraverso le persone che lo vivono, non solo attraverso i prodotti. Per questo la nostra priorità assoluta è sviluppare una relazione sempre più stretta con i negozi, per migliorare il nostro ecosistema e aiutarli a far crescere la loro community. Il progetto Collective 13, ad esempio, nasce proprio con questo obiettivo: creare una community globale di ciclisti che condividono la stessa visione di comfort, performance e passione».

La linea femminile è stata storicamente una sfida per molti brand tecnici. In che modo ASSOS sta affrontando questo segmento oggi?

«Per noi non si tratta di una semplice “versione femminile” dei capi maschili. Le linee DYORA e UMA sono state sviluppate da un team di donne, per le donne. Dalla progettazione dei tagli alla selezione dei materiali, fino ai test sul campo, ogni fase è stata guidata dall’esperienza di chi vive davvero la bici. È un approccio che continueremo a rafforzare, perché crediamo che il ciclismo femminile rappresenti una delle forze più ispiranti per il futuro del nostro sport».

Se dovesse descrivere con una sola immagine o parola la visione di ASSOS per i prossimi dieci anni, quale sceglierebbe?

«Precision in motion”. È la sintesi della nostra filosofia: muoversi sempre avanti, con precisione svizzera e

visione globale. Continuare a innovare, mantenendo intatto ciò che ci ha resi unici: il comfort come forma più pura di performance. “Stay focused”. Significa concentrare ogni energia sull’eccellenza e sulla serietà con cui affrontiamo ogni dettaglio, dal prodotto alla comunicazione. Restare fedeli alla nostra identità, ma con lo sguardo rivolto al futuro. E, soprattutto, trasmettere la passione autentica che ci lega a questo sport e alla sua comunità».

Lei ha lavorato in grandi marchi della moda internazionale prima di approdare al mondo del ciclismo. Che cosa l’ha attratta di ASSOS e di questo settore così diverso?

«ASSOS rappresenta la naturale continuazione di un percorso nel mondo del lusso. Oggi il concetto di lusso ha un significato diverso: è più esperienziale, orientato al benessere, alla dimensione outdoor e alla comunità. Il ciclismo racchiude tutto questo. ASSOS, in più, offre un’eredità autentica. L’idea di combinare design, ingegneria e performance umana mi ha conquistato. E, da buon ingegnere, considero ASSOS la perfetta sintesi tra qualità, creatività e scienza».

ASSOS ha radici forti in Ticino, con il quartier generale a San Pietro di Stabio e lo store a Lugano. Che significato hanno per lei queste sedi e il legame con il territorio?

«Il Ticino è la nostra casa e il cuore della nostra identità. Qui convivono l’anima svizzera della precisione e quella italiana del gusto e della creatività. È un equilibrio raro, che si riflette in tutto ciò che facciamo. Ogni capo nasce a Stabio, ma porta con sé una visione internazionale che affonda le sue radici proprio in questo crocevia culturale».

C’è un ricordo o un’esperienza legata alla bicicletta che per lei rappresenta un punto di contatto speciale con la missione di ASSOS?

«ASSOS offre il massimo della tecnologia per affrontare le condizioni più esigenti. Vicino a casa ci sono due valli che amo particolarmente: la Verzasca e l’Alpe di Neggia. Non mi piace uscire quando piove, ma se il tempo è asciutto – anche con rischio di pioggia – so di poter sempre partire tranquillo e tornare sereno, anche se il meteo cambia. Mi ricordo alcune uscite in cui mi sono trovato sotto la pioggia e sono rientrato completamente asciutto grazie alla nostra tecnologia».

C’è un ciclista, passato o presente, che lei ammira in modo particolare?

«Ne ammiro molti. Da belga, Eddy Merckx, il “Cannibale”, è una leggenda. Da buon svizzero, invece, Fabian Cancellara, “Spartacus”, rappresenta la perfetta incarnazione dello spirito ASSOS: potenza, precisione e rispetto per il mestiere. Dire Tadej Pogacar, invece, viene quasi naturale: vince tutto, ma non ha paura di prendersi dei rischi. È caduto alcune volte nel 2025, eppure ha disputato una stagione straordinaria. Un altro corridore che mi ha ispirato è Ben Healy: anche lui capace di rischiare, di attaccare e di resistere fino alla fine».

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I giovani sono la nostra carta vincente

Andrea Gehri, alla guida dell’azienda famigliare

Gehri Rivestimenti e Presidente della Camera

di Commercio ticinese, fa il punto sullo stato

dell’economia del Cantone e delinea le strategie adottate per favorire la crescita della sua azienda.

Come valuta oggi lo stato di salute dell’economia ticinese e quali segnali, positivi o critici, ritiene più evidenti in questa fase?

«L’economia ticinese è caratterizzata sia da segnali positivi che da elementi

critici che indicano un rallentamento in vari settori. L’indagine congiunturale della CcTi 2025/2026 mostra che, pur in un contesto difficile, molte aziende hanno registrato risultati almeno discreti, con una quota crescente di imprese che valutano positivamente l’andamento annuale.

In sintesi possiamo affermare che:

- Regge bene il settore dei servizi, con buone performance e un sentimento sostanzialmente positivo.

- I settori manifatturieri ed export restano il punto debole, penalizzati dalla congiuntura internazionale, dalla forza del franco, dai conflitti bellici e dalle tensioni geo-politiche.

- Consumi e investimenti sono in calo, segnalando un clima di cautela diffusa.

- Mercato del lavoro e turismo mostrano segnali contrastanti. La parola chiave per descrivere il momento è “incertezza”, con un’economia che rimane complessivamente resiliente, ma esposta a molte variabili esterne che ne possono influenzare l’andamento».

Quali sono, secondo la sua esperienza, i principali problemi che gli imprenditori ticinesi stanno affrontando in questo periodo, tra costi, mercato del lavoro e contesto internazionale?

«Il clima di incertezza generale che regna richiede prudenza e adattamenti costanti all’imprenditore, come pure alle nostre aziende.

Gli imprenditori ticinesi operano oggi in un ambiente caratterizzato da:

- costi elevati e margini in erosione in tutti i settori economici; - mercato del lavoro complesso, tra tensioni e fenomeni transfrontalieri, denatalità e invecchiamento della forza lavoro;

- burocrazia e regolamentazioni percepite come sempre più onerose che distolgono risorse ed energie importanti;

- incertezza internazionale che pesa su export e investimenti;

- consumi interni deboli, determinati da una contrazione generale del potere d’acquisto

- costi energetici esplosi nelle ultime settimane

- difficoltà settoriali, soprattutto nel manufatturiero che soffre delle tensioni internazionali.

Ciò nonostante, il settore dei servizi, quello del turismo e alcune componenti dell’economia cantonale mostrano resilienza, nonostante molte imprese si trovino oggi a dover navigare un quadro complesso e in continuo cambiamento».

Guardando al suo settore quale andamento sta registrando: più resilienza, rallentamenti o nuove opportunità?

«L’andamento non è univoco nella sua immagine, vi sono alcuni segnali di resilienza e miglioramento, ma il quadro generale resta incerto, con elementi strutturali che continuano a pesare. Il settore delle costruzioni risente del calo generale della domanda interna e della prudenza negli investimenti delle imprese, che per il 2026 sono previsti in diminuzione (solo il 34% delle aziende intende investire).

L’artigianato segue dinamiche simili al comparto dell’edilizia principale, essendone strettamente legato nell’evoluzione e nelle caratteristiche.

Gli artigiani, come le PMI dei vari settori che lo compongono, soffrono dei rincari delle materie prime, degli aumenti dei costi energetici e dei tempi lunghi della burocrazia nella gestione di permessi e cantieri, comprimendone ulteriormente i margini, già in costante riduzione negli ultimi anni. In conclusione, possiamo affermare che il settore delle costruzioni e dell’artigianato in Ticino mostra oggi un quadro generale discreto, ma non uniforme. Il settore sta uscendo da una fase difficile, vede alcuni segnali positivi, ma rimane vulnerabile alle incertezze economiche, al calo degli investimenti, all’elevata burocrazia ed eccessiva regolamentazione, oltre ai costi elevati».

Ci sono novità, progetti o sviluppi recenti in Gehri Rivestimenti che meritano di essere segnalati e che riflettono la vostra visione per il futuro?

«A breve termine puntiamo a migliorare i processi e i flussi di lavoro attraverso la tecnologia e l’istruzione al personale, mantenendo alta l’attenzione per la qualità dei servizi offerti. L’intelligenza artificiale sta gradatamente entrando nella quotidianità gestionale dell’azienda e rappresenterà una nuova opportunità per analisi, approfondimenti e statistiche utili a posizionare la nostra azienda in un mercato in costante evoluzione.

A medio termine stiamo inoltre lavorando per proiettarci oltre il 2030 e quindi porre le basi per affrontare il cambio generazionale attraverso una gestione pianificata. L’auspicio è quello di poter consolidare ulteriormente i progetti in corso, con la speranza che la situazione economica generale possa favorire una distensione delle tensioni, di cui anche nel nostro piccolo sentiamo le ripercussioni».

La vostra azienda investe molto nella formazione: quale politica state portando avanti per attrarre, motivare e accompagnare i giovani nel loro percorso professionale?

«La formazione costituisce un pilastro determinante per la nostra realtà, da decenni particolarmente focalizzata nella cura delle nuove generazioni per garantire il necessario ricambio e sostituzione dei profili che giungono a meritata pensione. I tempi sono più complessi, reclutare giovani diventa più difficile a causa del fenomeno della denatalità che colpisce i paesi occidentali, oltre che alle abitudini e priorità che oggi i giovani ripongono a livello di aspettative ed equilibrio tra lavoro e tempo libero. Da parte nostra investiamo costan -

temente nella cura dei percorsi formativi e da qualche anno ci affidiamo a un accompagnamento professionale dei nostri giovani apprendisti curato da una coach esterna. I giovani sono una risorsa per il futuro e, visto che non abbondano e il mercato se li contende, è fondamentale per noi curare aspetti come identificazione, cura dei rapporti con i formatori, sorveglianza e accompagnamento scolastici.

Quali risultati concreti state già osservando grazie all’inserimento di giovani e di nuove forze dinamiche all’interno dell’azienda, sia in termini umani che professionali?

«La nostra azienda, da sempre ha investito e investe tuttora nella formazione dei giovani e possiamo senz’altro affermare che nella nostra realtà abbiamo gran parte dei piastrellisti che, una volta conseguito il diploma federale di capacità, sono rimasti in azienda, costituendo gli attuali pilastri nelle varie specializzazioni. Abbiamo giovani che sono stati preceduti da genitori, zii e parenti che, nel solco della tradizione familiare, hanno seguito le loro orme. In azienda abbiamo il privilegio di occupare il genitore e il proprio figlio, e questa tradizione si perpetua ormai da decenni. Poter avvalersi di personale cresciuto e plasmato all’interno della nostra realtà imprenditoriale conferisce, da una parte una forte identificazione dell’azienda medesima verso l’esterno e, dall’altra, rileviamo molta fidelizzazione dei profili formati che raggiungono importanti traguardi di fedeltà aziendale, 10, 20, 30 e addirittura 40 anni. L’aspetto umano, quindi, risulta essere determinante per favorire una crescita professionale personale e, nel contempo, pure aziendale».

Un ecosistema sempre più vivo e dinamico

Quali sono oggi gli elementi che distinguono un ecosistema dell’innovazione davvero performante e capace di generare valore nel tempo?

«Un ecosistema dell’innovazione davvero performante si distingue oggi per alcuni elementi chiave: la qualità del capitale umano, la densità di relazioni tra imprese, università e istituzioni (il cosiddetto modello a “tripla elica”), la disponibilità di capitali e una cultura aperta al rischio e alla collaborazione. Non basta avere talenti o finanziamenti: ciò che fa la differenza è la capacità di farli interagire in modo continuo e produttivo favorendo contaminazioni tra settori e discipline. Storicamente, gli ecosistemi dell’innovazione nascono dove ricerca, impresa e finanza si incontrano stabilmente: la Silicon Valley è l’esempio più noto, seguito da realtà come Route 128 a Boston, Cambridge o Tel Aviv. In questi contesti si è sviluppato un modello basato su fiducia, circolazione delle competenze e imprendito -

Intervista a tutto campo con Lorenzo Ambrosini, Direttore di Fondazione Agire, che offre un quadro esauriente delle iniziative e dei progetti in atto in Ticino per favorire la crescita dell’innovazione e del ruolo che sono chiamate a svolgere istituzioni pubbliche e private.

rialità diffusa. Oggi, un ecosistema efficace è anche inclusivo, internazionale e capace di adattarsi rapidamente ai cambiamenti tecnologici e di mercato. La vera sfida non è quindi solo quella di generare innovazione, ma trasformarla in valore duraturo per il territorio e la società».

Quanto contano, in questo senso, fattori come collaborazione, visione condivisa, attrattività del territorio e capacità di accompagnare la crescita delle imprese?

«Contano moltissimo e spesso sono proprio questi fattori a determinare il successo o il fallimento di un ecosistema. La collaborazione è il motore: senza un dialogo continuo tra imprese, ricerca e istituzioni, le idee restano isolate e faticano a tradursi in innovazione concreta. Allo stesso modo, una visione condivisa consente di orientare gli sforzi verso obiettivi comuni, evitando frammentazioni e duplicazioni. L’attrattività del territorio è un altro elemento decisivo: talenti, investitori e imprese scelgono contesti dinamici, aperti e ben con-

nessi a livello internazionale. Ma attrarre non basta: è fondamentale saper trattenere e far crescere. Qui entra in gioco la capacità di accompagnare le imprese lungo tutto il loro ciclo di vita, dall’idea iniziale alla scalabilità, con strumenti adeguati, competenze e accesso ai mercati. In sintesi, un ecosistema performante non è solo un luogo, ma una rete coesa e intenzionale, capace di generare fiducia e sostenere nel tempo percorsi di crescita solidi e competitivi».

Guardando al Ticino, quali sono oggi i principali punti di forza del suo ecosistema dell’innovazione e quali segnali ritiene più incoraggianti?

«Sicuramente la presenza di attori qualificati – dall’USI alla SUPSI, fino ai centri di competenza dello Switzerland Innovation Park Ticino – garantisce una base solida di conoscenze e competenze, come pure una crescente attenzione delle politiche pubbliche verso l’innovazione, con strumenti di supporto sempre più strutturati. Ma il Canton Ticino presenta

alcuni punti di forza distintivi rispetto ad altri ecosistemi. Anzitutto, una dimensione contenuta che facilita le relazioni: università, centri di ricerca, istituzioni e imprese dialogano con maggiore rapidità, creando un tessuto collaborativo agile e che sa trovare soluzioni in maniera pragmatica. Un altro elemento rilevante è la posizione geografica sull’asse nord-sud: il Ticino è un ponte naturale tra Svizzera e Italia, con accesso a mercati, talenti e reti internazionali. Non si tratta unicamente di un vantaggio logistico, ma la facoltà di dialogare con culture diverse. Si aggiunge la qualità di vita, in primis dettata dalle condizioni quadro svizzere, ma comunque con delle sue specificità locali. Tra i segnali più incoraggianti vi sono l’aumento delle startup innovative, la maggiore collaborazione tra pubblico e privato e la capacità di attrarre progetti e investimenti anche dall’esterno. Si sta consolidando, in altre parole, una cultura dell’innovazione più diffusa e matura, che lascia intravedere un potenziale di sviluppo significativo nel medio-lungo periodo».

Dove vede invece i margini di evoluzione più importanti, affinché il Ticino possa valorizzare ancora meglio il proprio potenziale innovativo?

«I margini di evoluzione riguardano soprattutto la scala e la continuità. Il Ticino dispone di buone competenze e iniziative, ma deve rafforzare la capacità di fare massa critica, mettendo maggiormente in rete gli attori e concentrando risorse su alcune priorità strategiche. Una maggiore integrazione con ecosistemi più ampi – svizzeri ed europei – può amplificare opportunità e visibilità. Un altro ambito chiave è l’accesso ai capitali, in particolare nelle fasi di crescita: sostenere il passaggio da startup a imprese

strutturate resta una sfida cruciale. Allo stesso tempo, è importante attrarre e trattenere talenti, offrendo percorsi professionali stimolanti e un contesto competitivo a livello nazionale e internazionale. Infine, serve consolidare una cultura imprenditoriale ancora più diffusa, capace di valorizzare il rischio e l’innovazione come leve di sviluppo. Il potenziale c’è (e sta già mostrando i primi frutti): la sfida è orchestrarlo con maggiore ambizione e visione di lungo periodo».

In una fase di trasformazione come quella attuale, quale ruolo è chiamata a svolgere Fondazione Agire all’interno del Sistema Regionale dell’Innovazione?

«Nella fase attuale Fondazione Agire è chiamata a rafforzare un ruolo sempre più centrale e strategico all’interno del Sistema Regionale dell’Innovazione: quello di “architetto” e facilitatore dell’ecosistema. Non solo erogatore di servizi di supporto, ma soprattutto coordinatore, punto di riferimento e “porta d’entrata” per imprese, startup e stakeholder. Agire deve fare da collettore delle competenze presenti sul territorio, mettendo in rete attori pubblici e privati, valorizzandone i ruoli ed evitando sovrapposizioni. In questo senso, il suo contributo principale è creare coerenza, orientamento e massa critica in un sistema altrimenti soggetto a frammentazione. Accanto a questo, la Fondazione è chiamata a rafforzare la propria funzione di centro di competenza, capace di leggere i bisogni delle imprese nelle diverse fasi di sviluppo e indirizzarle verso le risorse più adeguate. Un ruolo che combina conoscenza, accompagnamento e capacità di attivare le giuste connessioni. Infine, Agire svolge una funzione abilitante: stimola la cultura dell’innovazione, riduce il rischio per PMI e star-

tup e contribuisce a rendere il Ticino più attrattivo per talenti e investimenti. In sintesi, il suo valore sta sempre più nella capacità di far funzionare il sistema nel suo insieme, generando impatto duraturo sul territorio».

Su quali direttrici strategiche state già lavorando per accompagnare l’evoluzione futura di Agire e rafforzarne il posizionamento nel medio-lungo periodo?

«Le direttrici strategiche su cui stiamo lavorando vanno nella direzione di rafforzare il ruolo di Agire come nodo centrale, facilitatore e fattore di stimolo dell’ecosistema, valorizzando i diversi attori. In primo luogo, puntiamo a consolidare la funzione di coordinamento, rendendo la Fondazione sempre più riconosciuta come punto di accesso e orientamento per tutto il sistema dell’innovazione ticinese. Parallelamente, stiamo investendo nel rafforzamento delle competenze interne e nella capacità di leggere in modo strutturato i bisogni di PMI e startup, così da offrire un accompagnamento più mirato lungo tutte le fasi del loro sviluppo (incluso un rafforzamento dell’acceleratore Boldbrain Startup Challenge e un rilancio del Tecnopolo Ticino). Questo si traduce anche in una maggiore attenzione alla qualità dei servizi e alla misurazione dell’impatto. Un’altra direttrice chiave riguarda lo sviluppo e la valorizzazione delle reti: collaborazioni più strutturate con gli attori del territorio, ma anche un’apertura crescente verso contesti nazionali e internazionali, per aumentare attrattività e opportunità. Infine, stiamo lavorando sul posizionamento e sulla comunicazione, per rendere più chiaro e riconoscibile il ruolo di Agire, rafforzando al contempo governance, strumenti di gestione e capacità di adattamento in un contesto in continua evoluzione».

Uno strumento per monitorare l’ambiente in tempo reale

Dalla ricerca accademica all’imprenditoria innovativa: la startup ticinese Neosens ha sviluppato una tecnologia per l’analisi della qualità dell’acqua, capace di portare la precisione di laboratorio direttamente sul campo. È questa, in sintesi, la missione di Neosens, fondata da Marco Fumagalli, che sta sviluppando una piattaforma di biosensing capace di analizzare la qualità dell’acqua con strumenti portatili e accessibili anche a utenti non specialisti.

In un contesto globale in cui la pressione sulle risorse idriche è sempre più intensa – tra cambiamenti climatici, attività industriali e agricoltura intensiva – la capacità di monitorare tempestivamente contaminazioni e squilibri ambientali diventa cruciale. «Molti problemi si sviluppano in modo silenzioso e si diffondono prima di essere rilevati», spiega Marco Fumagalli. «Quando arrivano i risultati dei

test tradizionali, spesso il danno è già fatto. Noi vogliamo anticipare i tempi ed evitare il manifestarsi di tutta una serie di conseguenze negative». Il cuore dell’innovazione di Neosens è costituito da un dispositivo compatto - del peso di un chilogrammo circa - in grado di rilevare e quantificare la presenza di sostanze potenzialmente nocive nell’acqua. Non si tratta semplicemente di identificare se una sostanza è presente o meno, ma di misurarne la concentrazione, offrendo un’informazione decisiva per valutare l’impatto ambientale o sanitario. «La novità è duplice», sottolinea Fumagalli. «Da un lato c’è una tecnologia nuova, che non è mai stata presentata sul mercato. Dall’altro c’è il prodotto: uno strumento che permette misurazioni precise direttamente sul posto, senza bisogno di un laboratorio e senza personale al-

tamente specializzato».

Il sistema si basa su una piattaforma di biosensing con cartucce intercambiabili, adattabili a diverse esigenze di monitoraggio. A questo “kit” si affiancano strumenti di gestione dei dati che integrano informazioni temporali e geografiche, facilitando analisi e visualizzazione dei risultati. L’obiettivo è chiaro: democratizzare l’accesso a test ambientali avanzati: «vogliamo rendere queste analisi accessibili a chiunque ne abbia bisogno, non solo ai grandi laboratori», afferma il fondatore. Il percorso che ha portato alla nascita di Neosens affonda le radici nel mondo accademico. Dopo una formazione iniziale in ingegneria meccanica, Fumagalli si è specializzato in ingegneria biomedica, dapprima durante il bachelor e poi con un master in Life Sciences Engineering

all’EPFL di Losanna. «Ho lavorato molto sui sensori per la diagnostica, in particolare per il rilevamento di sostanze nel sangue umano», racconta. «Ma le potenziali applicazioni di queste tecnologie sono vastissime: ambiente, sicurezza alimentare, industria, sviluppo farmaceutico».

L’idea imprenditoriale nasce durante un progetto universitario, evoluto poi in una competizione internazionale nei Paesi Bassi. Il team sviluppa un dispositivo diagnostico innovativo e vince sia per le prestazioni tecniche che per il modello di business. «All’inizio era un esercizio accademico», ricorda Fumagalli. «Ma ci siamo ben presto resi conto che avevamo in mano qualcosa che poteva avere applicazioni pratiche». Da quel momento inizia un percorso di sviluppo durato anni, tra programmi universitari, competizioni e primi finanziamenti. «Non senza difficoltà: cambiamenti nel team, ostacoli burocratici e la necessità di ricostruire da zero alcune competenze. Terminati gli studi, è stato l’unico del team iniziale a proseguire con il progetto, costruendo poi un nuovo gruppo fino ad arrivare alla startup. È stata una fase complessa, ma anche fondamentale». Oggi Neosens è una realtà consolidata, con un team distribuito tra diverse città svizzere e competenze che spaziano dalla ricerca alla finanza, fino allo sviluppo commerciale.

Le potenzialità della tecnologia sviluppata da Neosens sono ampie. Dalla ricerca ambientale al monitoraggio industriale, fino all’acquacoltura e alla sicurezza alimentare. Un esempio concreto riguarda le fioriture algali, fenomeni sempre più frequenti che producono tossine dannose. «Chi gestisce un’acquacoltura deve sapere se queste tossine sono presenti, perché può essere necessario interrompere l’alimentazione dei pesci con conseguenti rilevanti perdite economiche», spiega Fumagalli. «Con il nostro dispositivo si può avere una risposta immediata». Un elemento chiave nello sviluppo di Neosens è stato il sostegno ricevuto dall’ecosistema dell’innovazione svizzero, e in particolare ticinese. «Abbiamo beneficiato di una rete importante di supporto», sottolinea Fumagalli. «Tra i principali attori, la Fondazione Agire ha svolto un ruolo determinante, facilitando l’accesso a contatti, programmi e opportunità di finanziamento: ci ha aperto molte porte, permettendoci di entrare in contatto con investitori e partner in modo molto più efficace». Accanto ad Agire, anche iniziative come lo Startup Garage della SUPSI, che è stato fondamentale per costruire la nostra rete in Ticino. E, ancora, programmi di coaching e collaborazioni con studenti hanno contribuito alla crescita del -

la start-up. «Abbiamo avuto contatti con gruppi di studenti della SUPSI che hanno lavorato sul nostro business plan, facendo ricerche di mercato e analisi finanziarie. È stato un supporto prezioso». Il sistema svizzero, pur con le sue dinamiche territoriali tra cantoni, si è rivelato un terreno fertile. «Ogni cantone ha i propri programmi e incentivi, e questo crea anche una certa competizione», osserva Fumagalli. «Ma allo stesso tempo esiste una forte coesione a livello nazionale sull’importanza dell’innovazione». La scelta di stabilire la sede legale in Ticino riflette anche un legame personale e strategico. «Sono nato e cresciuto qui, e oggi vedo un ecosistema in forte crescita, con molte opportunità per lo sviluppo delle startup». Neosens si trova oggi in una fase cruciale. L’obiettivo a breve termine è sviluppare un prodotto pilota da testare direttamente con gli utenti finali. «È un passaggio fondamentale», spiega Fumagalli. «Solo mettendo il dispositivo nelle mani di chi lo userà possiamo capire davvero cosa funziona e cosa migliorare». Parallelamente, la startup è impegnata in un round di raccolta fondi, necessario per sostenere lo sviluppo e l’ingresso sul mercato. Se tutto procederà secondo i piani, il lancio commerciale potrebbe avvenire già nei primi mesi del 2027. Il percorso di Neosens rappresenta un esempio emblematico di come ricerca, imprenditorialità e supporto istituzionale possano convergere per generare innovazione concreta. In un mondo che ha sempre più bisogno di strumenti rapidi, affidabili e accessibili per comprendere e gestire i propri ecosistemi, la sfida di Neosens appare non solo tecnologica, ma profondamente culturale: cambiare il mondo, osservando e intervenendo direttamente sulla realtà che ci circonda.

Design funzionale e innovazione al servizio degli spazi contemporanei

Brunner nasce nel 1977 come impresa familiare: quali sono le tappe fondamentali che ne hanno segnato la crescita?

«Fin dalla sua fondazione da parte di Helena e Rolf Brunner, l’azienda ha seguito un percorso di crescita costante, basato su investimenti mirati e su una visione di lungo periodo. Dalla prima sede produttiva a Rheinau, ampliata negli anni successivi, fino all’ingresso della seconda generazione nei primi anni Duemila, ogni fase ha rappresentato un’evoluzione naturale. Momenti chiave sono stati l’espansione produttiva degli anni Novanta, l’apertura del centro di comunicazione nel 2005 e, più recentemente, l’inaugurazione dell’Innovation Factory e del centro logistico nel 2018. Oggi Brunner è una realtà internazionale con sedi e rappresentanze in diversi Paesi europei».

Carol Walker, alla guida di Dick & Figli, storica azienda luganese specializzata nella vendita di arredi per l’ufficio e l’abitazione, presenta le soluzioni proposte dalla ditta Brunner, punto di riferimento di assoluta qualità nel panorama internazionale del contract furniture.

Quali sono i valori che definiscono l’identità di questa azienda?

«Brunner si distingue per una forte identità fondata su valori chiari: responsabilità, qualità e continuità. Essere un’azienda a conduzione familiare significa mantenere uno sguardo attento sia al passato sia al futuro, operando con integrità nei confronti di collaboratori, partner e clienti. A

questo si affianca una profonda attenzione all’etica del lavoro e alla sostenibilità, intesa non solo in termini ambientali ma anche sociali e culturali. L’obiettivo è creare prodotti che migliorino la qualità della vita, rispettando al contempo il contesto in cui vengono realizzati e utilizzati».

Nel proporre i suoi arredi Dick & Figli pone particolare attenzione al design funzionale: cosa significa concretamente?

«Per noi, così come per Brunner, design e funzionalità sono inscindibili. Ogni prodotto nasce per rispondere a esigenze concrete, senza rinunciare a una forte componente estetica. Le collezioni vengono sviluppate in collaborazione con designer di rilievo, con l’obiettivo di creare arredi versatili, durevoli e capaci di integrarsi armoniosamente in contesti architettonici diversi. Il risultato è un’offerta che coniuga qualità artigianale “Made in Germany” e tecnologie produttive avanzate, garantendo standard elevati e una grande affidabilità nel tempo».

In quali ambiti trovano applicazione i prodotti Brunner e quali esigenze soddisfano?

«L’offerta Brunner si rivolge principalmente al settore contract, con una forte presenza negli ambienti di lavoro: uffici, sale conferenze, spazi di co-working e aree comuni. In questi contesti, gli arredi sono pensati per favorire comunicazione, collaborazione ma anche concentrazione e benessere individuale.

Accanto all’office, l’azienda è attiva anche negli spazi pubblici, come hospitality, ristorazione e grandi

eventi, e nel settore care, dove sviluppa soluzioni orientate al comfort e alla funzionalità per strutture sanitarie e assistenziali. In tutti i casi, l’obiettivo è creare ambienti accoglienti, efficienti e coerenti con le esigenze degli utenti».

Le aziende che voi rappresentate costituiscono anche un modello per quanto riguarda il tema della sostenibilità…

«Assolutamente sì, la sostenibilità rappresenta un principio guida che deve attraversare l’intero processo produttivo. Ciò significa utilizzare materiali certificati di alta qualità e adottare tecnologie che riducono l’impatto ambientale, senza compromettere le prestazioni dei prodotti. Ma sostenibilità significa anche durabilità: progettare arredi destinati a durare nel tempo, riducendo la necessità di sostituzione. È un approccio che riflette una responsabilità concreta nei confronti delle risorse naturali e delle generazioni future».

Specializzazioni per professionisti: l’offerta formativa in ambito giuridico

In un contesto economico e normativo in continua evoluzione, la formazione

giuridica avanzata rappresenta sempre più un fattore strategico per i professionisti.

di Samuele Vorpe*

La SUPSI, attraverso il Centro competenze tributarie e giuridiche, propone un’offerta strutturata di percorsi executive pensati per rispondere alle esigenze concrete del mercato: dal diritto tributario alla fiscalità internazionale, dal diritto d’impresa alla compliance e al business crime. Il Master of Advanced Studies (MAS) in Tax Law (www.supsi.ch/ go/mas-tax-law) costituisce un percorso formativo consolidato per chi opera nel settore fiscale. Giunto alla quindicesima edizione, offre una formazione completa e aggiornata, con particolare attenzione ai rapporti tra Svizzera e Italia e alle dinamiche della fiscalità internazionale.

La struttura modulare e la modalità ibrida consentono di conciliare studio e attività professionale, valorizzando un approccio pratico orientato alla risoluzione di casi concreti. Sempre rimanendo in ambito fiscale, l’LL.M. in International Tax Law (www.supsi.ch/go/llm) si presenta come percorso di ulteriore specializzazione, ma in chiave internazionale. Il programma, erogato interamente in lingua inglese ed in modalità ibrida, approfondisce tematiche fondamentali per chi vuole operare nella fiscalità internazionale, a partire dalle convenzioni contro le doppie imposizioni ai modelli OCSE, il diritto europeo e quello svizzero, fino alle nuove sfide legate anche alla digitalizzazione, come l’intelligenza artificiale e i crypto-assets. Per coloro che operano in azienda o come professionisti indipendenti che desiderano rafforzare le proprie conoscenze nell’ambito giuridico d’impresa, il CCTG, in collaborazione con l’Università della svizzera italiana (USI), propone il MAS Business Law (www.supsi.ch/go/mas-business-law). Il programma formativo

integra competenze giuridiche ed economiche, affrontando temi che spaziano dalla contrattualistica alla governance, fino alla gestione dei rischi aziendali. L’obiettivo è formare figure professionali, di taglio giuridico, capaci di supportare il processo decisionale e operare efficacemente in contesti complessi e interdisciplinari. Per chi opera nei settori finanziari, istituzionali o della compliance, il MAS Diritto Economico e Business Crime (www.supsi.ch/go/ mas-business-crime) rappresenta una risposta mirata alle nuove sfide regolamentari e tecnologiche. Il percorso affronta temi quali diritto penale economico, cooperazione internazionale e trasformazioni legate alla digitalizzazione, offrendo una preparazione immediatamente spendibile nella pratica professionale. La presenza di partecipanti provenienti sia dal settore pubblico sia da quello privato favorisce inoltre un confronto multidisciplinare di grande valore. Quattro percorsi distinti, ma accomunati da un elemento chiave: la capacità di coniugare rigore accademico e applicazione pratica. In un mercato che richiede competenze sempre più specialistiche e aggiornate, investire in una formazione executive significa non solo rafforzare il proprio profilo, ma anticipare le trasformazioni del settore giuridico ed economico.

* Samuele Vorpe, Professore ordinario SUPSI in diritto tributario; responsabile del Centro competenze tributarie e giuridiche della SUPSI; direttore scientifico della rivista Novità fiscali della SUPSI; of counsel at COLLEGAL Studio legale e notarile Attorneys at law, Lugano

Dalla copertura alla strategia per proteggere davvero un patrimonio

Un patrimonio importante non si definisce solo per il suo valore, ma per la complessità che porta con sé. Asset diversificati, responsabilità dirette e indirette, dinamiche familiari, esposizioni internazionali: tutto contribuisce a creare un equilibrio che, per essere mantenuto nel tempo, richiede una gestione attenta e strutturata.

In questo scenario, la protezione non può più essere affrontata come un insieme di soluzioni isolate. La logica tradizionale, basata sull’attivazione di coperture per singoli rischi, mostra oggi tutti i suoi limiti. Non perché le assicurazioni non siano efficaci, ma perché, se non inserite in una visione complessiva, rischiano di non rispondere realmente alle esigenze di chi possiede e gestisce patrimoni rilevanti. La differenza, oggi, sta proprio nella capacità di passare da un approccio frammentato a una strategia integrata. Non si tratta di aggiungere polizze, ma di costruire una struttura coerente che tenga insieme persone, beni, attività e prospettive future. Secondo le principali analisi internazionali sul risk management, una delle criticità più diffuse nei patrimoni complessi è proprio la mancanza di coordinamento tra le diverse coperture. Il risultato è una protezione solo apparente, in cui le aree scoperte emergono esclusivamente nel momento del bisogno.

Responsabilità: un’esposizione spesso sottovalutata

Tra i fattori di rischio più rilevanti, la responsabilità occupa un ruolo centrale. Non solo quella evidente, ma soprattutto quella che nasce da situazioni quotidiane, spesso considerate marginali.

La proprietà di immobili, la gestione di personale domestico, la partecipazione a organi societari, il coinvolgimento in attività imprenditoriali o di investimento: ciascuno di questi ambiti genera una forma di esposizione che può tradursi in richieste risarcitorie significative. Un infortunio di un collaboratore domestico, un danno causato a terzi all’interno di una proprietà, una decisione presa nell’ambito di un incarico societario: sono eventi che possono avere conseguenze economiche rilevanti e, in alcuni casi, impatti reputazionali difficili da gestire.

In questo contesto, limitarsi a una copertura standard non è sufficiente. È necessario costruire una protezione che rifletta la reale complessità della situazione personale e professionale, adattando massimali, estensioni e ambiti di validità in modo puntuale.

La dimensione internazionale: opportunità e criticità

La crescente internazionalizzazione dei patrimoni rappresenta uno degli elementi più rilevanti degli ultimi anni. Investimenti all’estero, pro -

prietà in diverse giurisdizioni, attività imprenditoriali internazionali e mobilità personale rendono la gestione del rischio più articolata. Ogni Paese introduce normative specifiche, livelli di responsabilità differenti e requisiti assicurativi propri. In assenza di un coordinamento efficace, il rischio è quello di trovarsi con coperture formalmente attive ma, nella pratica, non adeguate al contesto in cui dovrebbero operare. Una protezione realmente efficace deve quindi essere progettata con una logica internazionale, verificando la validità territoriale delle polizze, la compatibilità con le normative locali e l’integrazione tra strumenti diversi. Senza questa visione, anche una struttura apparentemente completa può rivelarsi fragile.

Successione: garantire continuità, non solo protezione Accanto alla gestione del rischio nel presente, emerge con sempre maggiore forza il tema della continuità patrimoniale. Il passaggio generazionale non è solo un momento giuridico, ma un processo che incide profondamente sulla stabilità del patrimonio.

Una pianificazione non adeguata può generare squilibri tra eredi, tensioni familiari o la necessità di liquidare asset strategici per far fronte a esigenze immediate. Al contrario, una struttura ben costruita consente di gestire il trasferimento in modo ordinato, preservando valore e coerenza. Gli strumenti assicurativi possono assumere, in questo ambito, un ruolo determinante. Possono creare liquidità, facilitare la ripartizione del patrimonio e contribuire a una gestione efficiente anche dal punto di vista fiscale, soprattutto in presenza di elementi internazionali.

Le recenti analisi evidenziano come la pianificazione successoria sia uno

dei principali fattori di stabilità nei patrimoni complessi, pur rimanendo ancora oggi un tema spesso sottovalutato o affrontato con ritardo.

Dalla protezione alla strategia Il cambiamento più significativo riguarda il modo in cui si affronta il tema. La protezione non è più un insieme di strumenti, ma un sistema. Un sistema che nasce da un’analisi approfondita del patrimonio, che identifica le reali esposizioni al rischio e che viene costruito per evolvere nel tempo. Un sistema capace di adattarsi ai cambiamenti, di integrare nuove esigenze e di mantenere coerenza anche in contesti complessi. Questo richiede competenze specifiche, esperienza e una visione trasversale. Richiede soprattutto la capacità di leggere il patrimonio non come una somma di elementi, ma come un insieme dinamico, in continua evoluzione.

Un approccio strutturato alla protezione

In questo contesto, ARES Insurance Services si posiziona come partner

strategico nella gestione del rischio. L’obiettivo non è proporre soluzioni standard, ma costruire strutture di protezione su misura, partendo da un’analisi concreta e approfondita della situazione del cliente. Ogni intervento è orientato a creare coerenza, integrazione e continuità nel tempo, con un approccio che tiene conto sia delle esigenze attuali sia delle evoluzioni future. Proteggere un patrimonio, oggi significa avere il controllo e trasformare la complessità in una struttura solida, capace di sostenere il valore nel tempo.

ARES INSURANCE SERVICES

T. +41 (0)91 930 99 90 info@aresinsurance.ch www.aresinsurance.ch

Anticipare e non subire le crisi

L’evento Motivation Night, tenutosi il 27 marzo presso il LAC di Lugano, promosso dal PRL Lugano e dedicato al tema “Le nuove sfide per le aziende tra geopolitica e guerre ibride”

è stato un’occasione per riflettere sull’impatto che le attuali crisi internazionali hanno sull’attività

delle imprese. Ce ne parlano Luca Tenzi, esperto di sicurezza internazionale, e Alessandro Trivilini, esperto di sicurezza informatica.

Perché la geopolitica è diventata una questione concreta anche per le aziende?

Luca Tenzi: «La geopolitica, un framework che ho avuto modo di testare sul campo in America Latina, lavorando per Telecom Italia all’inizio degli anni 2000, ovvero la sostituzione della logica del conflitto militare con quella del confronto economico-commerciale tra Stati, non è una novità nei piani strategici delle grandi aziende. La globalizzazione ha semplicemente portato in superficie ciò che era sempre stato soggiacente. Le PMI, storicamente meno esposte a questo confronto, ne hanno preso coscienza solo quando hanno iniziato a guardare oltre i confini nazionali, spinte dalla necessità di crescere in mercati nuovi e più lontani. Il salto di qualità è arrivato con le crisi sistemiche. Patrick Trancu, crisis manager luganese e tra i massimi esperti europei della materia, ne identifica cinque nei primi vent’anni di questo secolo: l’11 settembre 2001, la crisi finanziaria del 2008, la pandemia, la guerra in Ucraina e

i recenti conflitti in Medio Oriente. A quel punto, ignorare la geopolitica, o il rischio geopolitico, non era più un’opzione. Per le aziende, grandi e piccole, questo ha significato una cosa concreta: l’analisi del rischio geopolitico ha smesso di essere una variabile di contesto ed è diventata un driver strategico. Il foresight, la capacità di leggere ciò che sta per accadere prima che accada, è diventato una competenza organizzativa, non un esercizio riservato ai think tank».

Qual è l’errore più frequente che compiono le aziende quando sottovalutano il rischio geopolitico?

Luca Tenzi: «L’errore più frequente che osservo è la sistematica sottovalutazione dell’impatto indiretto degli eventi geopolitici. Le aziende, specie le PMI, tendono a valutare il rischio in modo lineare: guardano all’evento in sé, raramente alle sue onde d’urto. Le grandi aziende, proprio per la loro presenza più capillare, dispongono di più sensori che consentono una lettura più tempestiva di eventi “locali” con

Luca Tenzi
Alessandro Trivilini

portata regionale o globale. È esattamente qui che entra in gioco l’effetto farfalla, quel principio della teoria del caos secondo cui piccole variazioni nelle condizioni iniziali producono effetti amplificati e imprevedibili su sistemi complessi. L’interdipendenza creata dalla globalizzazione ha reso le supply chain delle PMI straordinariamente vulnerabili a questa dinamica. Il cambio di governo in un paese africano può sembrare distante, ma può ridisegnare relazioni commerciali decennali, spostare l’accesso a materie prime critiche, o favorire un competitor che operava fino a ieri in posizione marginale. E non serve guardare così lontano: per il Ticino, i cambiamenti di priorità politiche dell’attuale governo italiano hanno impatti economici e di relazioni di vicinato tutt’altro che trascurabili. Qui entrano in gioco due concetti che ritengo fondamentali. Il primo, forse il più conosciuto, è il Black Swan di Nassim Taleb, l’evento ritenuto improbabile che, quando accade, ha un impatto devastante che i modelli di rischio tradizionali semplicemente non contemplavano. L’esempio più eloquente resta la pandemia. Il secondo è il Gray Rhino di Michele Wucker, forse meno noto alle nostre

latitudini ma altrettanto insidioso: il rischio ovvio, visibile, ad alta probabilità, che le organizzazioni scelgono, consapevolmente o no, di ignorare. La tensione USA-Cina sulle tecnologie, la fragilità energetica europea, la dipendenza dalle terre rare: erano tutti gray rhinos ben prima di diventare emergenze. L’errore, in sintesi, non è sempre non aver visto il rischio. Spesso è averlo osservato, non analizzato e di conseguenza non aver agito».

ra del rischio diffusa a tutti i livelli dell’organizzazione, e una pratica strutturata di scenario planning. Per rendere il concetto concreto, mi piace usare una metafora. Immaginiamo un’azienda resiliente come un veliero a tre alberi: a seconda della forza delle onde, delle correnti e dei venti, il comandante userà più o meno velatura, ridurrà i bordi di navigazione, cambierà rotta. Non si ferma, adatta, i tempi di percorrenza non sa-

Quando un’azienda può dire di essere davvero resiliente?

Luca Tenzi: «Un’azienda davvero resiliente non ambisce a tornare al punto di partenza. Ambisce a uscire dalla crisi in una posizione diversa, e possibilmente più forte più competitiva. La vera resilienza è una capacità sistemica, nella gestione della complessità, che si costruisce prima che la crisi arrivi, ad esempio attraverso la diversificazione delle supply chain, una cultu-

ranno quelli previsti ma l’obiettivo rimane lo stesso. Ecco cosa dovrebbe fare la leadership di una PMI, considerarsi il comandante di quel veliero, con la capacità di leggere il mare prima che la tempesta sia sopra di lui».

Se dovesse lanciare un messaggio agli imprenditori presenti all’evento “Motivation Night” quale sarebbe?

Luca Tenzi: «Credo che il messaggio che abbiamo potuto condividere du -

rante la serata sia che il rischio geopolitico è diventato un rischio d’impresa anche per le PMI ticinesi.

Non è più una variabile di contesto, è una variabile strategica che appartiene all’agenda di ogni imprenditore, indipendentemente dalla dimensione aziendale. In Svizzera le PMI rappresentano circa. il 95% del tessuto imprenditoriale e generano due terzi dei posti di lavoro del paese.

Non sono la parte secondaria del sistema, sono il sistema. E le aziende ticinesi, per la loro posizione e per le relazioni che intrattengono con l’Italia e con il mercato europeo, si trovano in prima fila in questa nuova dinamica, non solo per scelta, ma per vocazione territoriale.

Quello che manca, nella maggior parte delle PMI che ho potuto incontrare, non è la capacità di reagire, abbiamo aziende con una storia decennale che hanno dimostrato di saper navigare in “mari mossi”, è l’abitudine di anticipare. Di leggere i segnali deboli prima che diventino crisi. Di distinguere un gray rhino, un rischio visibile e ignorato, da un problema che poteva essere gestito con anticipo».

Quanto è già presente, oggi, il fronte digitale nella vita quotidiana delle aziende?

Alessandro Trivilini: «Per rispondere correttamente bisogna distinguere tra informatizzazione e digitalizzazione. Molte aziende oggi sono informatizzate: utilizzano software, strumenti digitali e piattaforme per lavorare meglio. Ma essere digitali è un’altra cosa. La vera digitalizzazione implica ripensare i processi, automatizzarli e renderli più efficienti grazie alla tecnologia. Su questo fronte, molte aziende sono ancora indietro. Nonostante i progressi e l’accelerazione portata

dall’intelligenza artificiale, siamo ancora all’inizio del percorso: il digitale è presente, ma il suo potenziale è solo in parte sfruttato.

Qual è oggi la vulnerabilità più sottovalutata dalle aziende?

Alessandro Trivilini: «La vulnerabilità più sottovalutata oggi è la formazione del personale. Molte aziende investono in tecnologie avanzate, ma trascurano l’aggiornamento delle competenze delle persone. Questo è un problema crescente, soprattutto perché i criminali informatici stanno utilizzando l’intelligenza artificiale per rendere gli attacchi sempre più credibili e mirati. Oggi un’email di phishing può essere scritta in modo perfetto o simulare comunicazioni reali, rendendo molto più difficile riconoscere il pericolo. Senza una formazione continua, anche i migliori sistemi di sicurezza possono essere aggirati.

Ci sono segnali che un’azienda tende a ignorare e che invece dovrebbero allarmarla?

Alessandro Trivilini: «Oggi, uno dei segnali più allarmanti che un’azienda tende a ignorare è l’evoluzione delle normative in materia di sicurezza, come DORA e NIS2, che richiedono un approccio collaborativo alla gestione della cybersecurity. Queste normative sottolineano l’importanza di coinvolgere non solo i dipendenti interni, ma anche clienti, fornitori e consulenti nella sicurezza delle informazioni. Le aziende devono adottare strategie che includano una valutazione del rischio residuo, tenendo conto delle interazioni con tutti gli attori coinvolti nella catena del valore. È fondamentale che le aziende sviluppino una cultura della sicurezza che promuova la consapevolezza e la responsabilità collettiva».

Se un’azienda volesse fare un primo vero passo per alzare il proprio livello di sicurezza, da dove dovrebbe cominciare?

Alessandro Trivilini: «Il primo passo concreto è dotarsi di un piano di risposta agli incidenti. Non basta prevenire: bisogna essere pronti a reagire. Ogni azienda dovrebbe sapere in anticipo cosa fare in caso di attacco, chi è responsabile e quali azioni intraprendere nelle prime ore, che sono le più critiche. A questo va affiancata una governance della sicurezza chiara e su misura, che definisca ruoli, responsabilità e processi. La sicurezza efficace non è solo tecnologia, ma organizzazione, preparazione e capacità di risposta».

Da sinistra: Paolo Morel, Luca Tenzi, Laura Zucchetti e Alessandro Trivilini

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Un anno non convenzionale tra visione, cultura e impatto

L’anno sociale 2025/2026 del Lions

Club Monteceneri giunge alla sua conclusione, celebrata il 22 maggio con la “Charter Night” all’Hotel

Splendide Royal, prima del tradizionale passaggio della campana. Non è stato un semplice susseguirsi di appuntamenti, ma un percorso costruito con una direzione precisa: creare occasioni di valore, capaci di generare

confronto, consapevolezza e impatto reale sul territorio.

Cultura e contemporaneità

Il cuore dell’anno è stato un calendario di incontri pensati per leggere il presente con strumenti diversi. Dalla serata dedicata al galateo contemporaneo con Monica Iotti, fino agli appuntamenti sviluppati in collaborazione con USI Università della Svizzera italiana, il filo conduttore è stato sempre lo stesso: mettere al centro la qualità delle relazioni e delle scelte.

Tra questi, l’incontro “L’amore ai tempi dello smartphone e l’economia sferica”, con Oscar Di Montigny, Prof.Massimo Cerulo e Prof. Gabriele Balbi, moderati da Valentina Cravero, ha offerto una lettura dell’economia come sistema di connessioni e responsabilità condivise. Un percorso proseguito con la con-

ferenza “Storie di diabete tra vita e resilienza”, che ha riportato l’attenzione su salute, prevenzione e qualità della vita. A rafforzare il valore di queste iniziative, il patrocinio della Città di Lugano, le media partnership con RSI-Radiotelevisione svizzera e Corriere del Ticino, oltre a Ticino Welcome, che hanno contribuito a dare visibilità e rilevanza a un programma costruito con attenzione e coerenza.

Service e progetti: quando il fare diventa impatto L’impegno del Club si è tradotto in iniziative concrete, capaci di generare valore reale.

Bambole per la Speranza, presentato durante il Charity Gala Night del 19 dicembre alla presenza dell’artista Ivano Facchetti presso

Palazzo Mantegazza, ha unito solidarietà, celebrazione e creatività. Le bambole, realizzate dagli studenti della SAMS – Scuola d’Arte e Mestieri della Sartoria di Lugano, rappresentano un progetto che va oltre la raccolta fondi: valorizza il talento, il lavoro manuale e il significato del tempo dedicato. Accanto a questo, il Club ha sostenuto attività di respiro nazionale come FotoWeServe, che attraverso la fotografia contribuisce a raccontare e supportare progetti legati al Cancro Infantile, e Water is Life, iniziativa storica che grazie al sodalizio con la Fonte San Clemente, promuove l’accesso all’acqua potabile, elemento essenziale per la dignità e la salute delle comunità. Un impegno che si è tradotto anche nel sostegno a cause globali come il diabete, il cancro infantile e i giovani, confermando la vocazione del Lions Club a un servizio concreto e responsabile.

Tecnologia e responsabilità: una riflessione necessaria

Il tema del rapporto tra innovazione e consapevolezza è stato al centro anche dell’incontro dedicato all’intelligenza artificiale, ospitato nuovamente all’USI. Con la partecipazione di Alessandro Marrarosa, Raffaella Meledandri, Prof.Luca Maria Gambardella e Colin Porlezza, e la moderazione di Mattia Pelli, la serata ha affrontato una domanda centrale: quale ruolo vogliamo mantenere, come esseri umani, in un contesto sempre più guidato dalla tecnologia?

Il valore della relazione, anche nella leggerezza Accanto ai momenti di approfondimento, il calendario ha lasciato spazio anche a occasioni di condi -

La riflessione personale della Presidente

Fare parte di una comunità come il Lions Club Monteceneri significa contribuire a costruire contesti in cui relazioni, idee e azioni possano generare un impatto reale. Ho imparato che costruire qualcosa insieme richiede presenza, ascolto e, soprattutto, intenzione. Nulla accade per caso quando si sceglie di esserci con consapevolezza. Ed è proprio in questa consapevolezza che ho trovato il senso più profondo di questo mio anno lionistico: nel valore delle relazioni, nel modo in cui scegliamo di stare con le persone, nella responsabilità delle scelte. Un grazie sincero ai soci del Club, con cui ho condiviso questo percorso e che, con il loro modo di esserci, ne hanno costruito il valore.

“Dare con Amore, Ricevere con Gratitudine” è stato il mio modo di vivere questo anno.

Simonetta Rota

Presidente Lions Club Monteceneri 2025/2026

visione, fondamentali per rafforzare lo spirito del Club. La cena spettacolo con Laura Formenti ne è stata un esempio: un momento capace di unire intrattenimento e relazione, ricordando che anche la leggerezza, quando è autentica e schietta, ha un valore preciso. A chiudere il percorso, l’incontro presso Air-Dynamic ha offerto un’esperienza diversa, immersiva e ispirazionale. La visita all’aeroporto di Lugano-Agno, unita al racconto personale di Raffaella Meledandri, ha permesso di entrare in contatto con una storia imprenditoriale fatta di visione, determinazione e perseveranza. Un momento che ha unito scoperta, relazione e contenuto, mostrando come anche il racconto di un percorso individuale possa diventare fonte di ispirazione.

Un percorso che continua

La Charter Night del 22 maggio rappresenta la chiusura di questo anno, ma non un punto di arrivo. Con il passaggio della campana in -

fatti, il Club prosegue il proprio percorso sotto la guida del nuovo presidente Christophe Cerinotti , nella continuità di una visione che mette al centro contenuti, relazioni di qualità e iniziative concrete a favore della comunità.

Comunicazione autentica per costruire fiducia

Laureato in Lettere e con un trascorso da giornalista, Stefano Sergi

è da oltre quindici anni attivo nella comunicazione di BancaStato, ricoprendo ora la funzione di responsabile. A un recente evento organizzato dalla STRP, Sergi è intervenuto sulla questione delle cosiddette «brand relations», alle quali sempre più professionisti della comunicazione e delle PR si dedicano, quale evoluzione naturale delle classiche relazioni pubbliche.

Ne abbiamo parlato con lui a margine dell’evento.

L’identità di un brand oggi è fatta di valori e cultura. In che modo i valori di BancaStato influenzano il rapporto con i suoi stakeholder e come fate a garantire che siano percepiti come autentici e non solo come una strategia?

«Nella comunicazione aziendale valgono un po’ le regole delle relazioni umane: se i comportamenti sono ben allineati al proprio centro valoriale, allora emerge autenticità. Ecco perché occorre grande franchezza e onestà nel riconoscere e nell’individuare i valori di base. Nel caso di BancaStato, essi sono direttamente collegati alla sua natura di Banca cantonale che agisce secondo un mandato pubblico: parlo di vicinanza, responsabilità, competenza ed efficienza. Elementi che permeano ogni livello l’operato

dell’Istituto e che, determinando le maniere con cui interagiamo con l’esterno, restituiscono per l’appunto una grande coerenza complessiva».

La coerenza continua crea una riserva di credibilità utile nei momenti difficili. Spesso però le aziende, davanti a una crisi, tendono a rispondere col silenzio o con messaggi precostituiti. Qual è il primo passo concreto che un’organizzazione dovrebbe fare per trasformare un errore pubblico in un’opportunità di relazione autentica?

«Le crisi possono essere estremamente sfaccettate per tipologia e ampiezza, ma direi che di fronte a un errore che non tradisce i valori dimostrati dall’azienda vi è la speranza che la relazione con l’esterno possa continuare a basarsi sulla fiducia. Vi deve però essere dialogo: specialmente durante le crisi occorre comunicare in maniera trasparente e continuativa, anche se questo significa ammettere che si è ancora al lavoro per risolvere la situazione. Perché, a crisi passata, il “come” può pesare quanto il “cosa”. Il primo passo in tal senso è giocare

d’anticipo, simulare scenari, allenarsi, far sì che a momento debito l’azienda sia culturalmente propensa alla comunicazione. Farsi trovare impreparati allo scoppio di una crisi è la ricetta perfetta per un disastro».

Secondo lei, qual è la dote umana che un comunicatore non potrà mai delegare all’intelligenza artificiale per costruire autentiche «brand relations»?

«Sempre di più: la capacità analitica di elaborare le migliori, o le più opportune, decisioni strategiche in termini di comunicazione. Quelle, cioè, che stanno alla base di tutte le molteplici e puntuali misure – esterne, ma anche interne – della comunicazione aziendale. Tale capacità è legata a doppio filo con i concetti di responsabilità e di empatia nei confronti della propria azienda, dei suoi clienti, della comunità in cui opera. Sono aspetti che ritengo rimarranno prerogativa della figura umana».

Da dove nasce l’iniziativa “100 Cuori per la USO – ogni battito una sinfonia”?

«L’iniziativa è nata lo scorso autunno con l’idea di costruire qualcosa che andasse oltre il semplice sostegno a un’orchestra. Volevamo creare una comunità di persone e realtà del territorio che condividessero la nostra visione e credessero nel valore culturale e umano della United Soloists Orchestra. “100 Cuori” è stata quindi pensata come un gesto concreto di vicinanza, ma anche come un modo per far sentire le persone parte di un progetto artistico in crescita».

Qual è oggi il risultato più significativo che sta emergendo da questo percorso?

«L’aspetto più bello è proprio la rete di relazioni che si sta creando attorno all’orchestra. C’è attenzione, partecipazione, desiderio di esserci. Questo per noi è molto importante, perché significa che la musica può ancora essere un punto di incontro, uno spazio condiviso capace di unire persone diverse. In fondo, il risultato più prezioso non è solo il sostegno ricevuto, ma il senso di appartenenza che si sta sviluppando».

Per chi ancora non la conoscesse, che cos’è la United Soloists Orchestra?

Quando la musica crea comunità

“100 Cuori per la USO – ogni battito una sinfonia” è molto più di una raccolta di sostegno:

è un progetto nato per far crescere attorno alla United Soloists Orchestra una rete di persone, sensibilità e visioni che credono nel valore culturale, umano e sociale della musica. Ce ne parla Flavia Milani, Head of Sponsor & Investor Relations.

«La United Soloists Orchestra è una giovane realtà artistica nata con un obiettivo molto preciso: valorizzare giovani talenti musicali d’eccellenza, riunendo musicisti provenienti da Paesi diversi e offrendo loro uno spazio in cui ciascuno possa esprimersi anche come solista. Allo stesso tempo, la United Soloists Orchestra è una piattaforma artistica dinamica che sviluppa collaborazioni, produzioni musicali e format sinfonici pensati per pubblici e contesti diversi con l’obiettivo di rendere la musica sinfonica più accessibile, viva ed emozionante, configurandosi come un progetto artistico in crescita, con una visione nel lungo periodo».

Qual è dunque la visione che guida questo progetto?

«La nostra visione è quella di un’orchestra capace di rispettare la grande tradizione musicale, ma anche di parlare al presente con un linguaggio più aperto e coinvolgente. Come dice il nostro Direttore, Arseniy Shkaptsov: “Non stiamo cercando di salvare la musica classica. Stiamo costruendo qualcosa di nuovo, che rispetta la tradizione ma ne supera i

confini”. È una frase che racconta bene il nostro spirito: portare qualità artistica, ma anche energia, vicinanza e contemporaneità».

Quali saranno i prossimi passi? «Tra i prossimi passi c’è sicuramente la volontà di rafforzare e strutturare la comunità di sostenitori che si sta creando attorno al progetto. In questa direzione stiamo creando l’associazione USO Friends, allo scopo di riunire e valorizzare le persone e le realtà economiche e istituzionali del territorio che credono nel percorso della United Soloists Orchestra e desiderano sostenerla.

Un momento significativo è rappresentato dal primo appuntamento a fine maggio della rassegna “Moncucchetto in Musica”, nata in collaborazione con la nostra orchestra, che segna un’importante occasione di incontro e condivisione, oltre che un modo per ringraziare chi ci ha sostenuto e continua a farlo. Parallelamente, sono in fase di sviluppo nuovi progetti e collaborazioni, con l’obiettivo di consolidare le attività e coinvolgere un pubblico sempre più ampio, in un percorso di crescita condiviso».

Il Suv di lusso per eccellenza

Ticino Welcome, in collaborazione con il concessionario Sports Cars Sales & Service AG di Lugano-Grancia, rivenditore ufficiale di Bentley e Lamborghini in Ticino e Simonetta Rota Agency, prosegue i suoi incontri con signore che hanno il piacere di guidare prestigiose auto di lusso e propone questa conversazione tra Silvia Damiani, Vice-Presidente del Gruppo Damiani e Giampaolo Tenchini, collaudatore e istruttore di guida.

Dialogo a due voci, tra esperienza professionale e piacere della guida: da una parte il mondo del gioiello, fatto di tradizione familiare, mercati internazionali e gusto per il design, dall’altra la passione per l’automobile e la tecnica di guida, con una attenzione a Bentley Bentayga, SUV di lusso che unisce comfort e prestazioni.

Scopri la nuova puntata di Ladies in Motion. Inquadra il QR code e vivi l’episodio completo.

Giampaolo Tenchini: Partiamo dal suo lavoro. La vostra azienda di gioielli ha una lunga storia, di oltre 100 anni. Com’è iniziato tutto?

Silvia Damiani: «La storia di Damiani è quella di una famiglia italiana originaria di Valenza, il distretto orafo più importante al mondo per l’alta gioielleria. Tutto inizia nel 1924, con nostro nonno Enrico, il fondatore dell’azienda, che grazie alle sue grandi doti creative e manuali, diventa il punto di riferimento della gioielleria per le famiglie nobili più altolocate della zona. Al nonno succede poi nostro padre Damiano, che insieme a nostra madre Gabriella, trasforma quello che all’inizio era un atelier, in una vera propria azienda strutturata. Negli anni ’90 il testimone è poi passato a me e ai i miei fratelli, la terza generazione, che abbiamo scelto di continuare il percorso evolutivo della Maison, trasformando Damiani in un brand internazionale che si fa portavoce del vero Made In Italy nel mondo. Il nostro scopo è quello di far crescere sempre di più l’azienda, rimanendo fedeli ai valori che l’hanno caratterizzata sin dalle origini, per poi passarla ai nostri figli, la quarta generazione, quando sarà il momento giusto. Infatti in famiglia abbiamo sempre avuto una regola chiara: chi entra in azienda deve avere una forma-

zione adeguata, sia accademica che professionale. È importante che chi sia al timone abbia le competenze e la passione per farlo».

Giampaolo Tenchini: Come ha anticipato, il vostro mercato è molto internazionale …

Silvia Damiani: «Sì, negli anni Damiani è passata da realtà principalmente italiana a brand internazionale, distribuito a livello globale nelle location più prestigiose nelle capitali del lusso e della cultura e nei più importanti department stores e negozi multimarca del mondo. Ciò che però ci ha sempre distinto, rispetto agli altri brand del lusso che fanno capo a grandi holding, è la dimensione famigliare e personale. Per noi le relazioni

personali continuano infatti ad essere fondamentali ed i nostri clienti lo apprezzano. Loro sanno che Damiani non è solo il nome del brand, ma il cognome mio e dei miei fratelli, questo è motivo di orgoglio per noi, ma anche di grande responsabilità verso di loro. I nostri top clients possono fare riferimento direttamente a me, o a Giorgio o Guido, per essere assistiti nelle loro richieste speciali, o anche solo per un consiglio. Un plus su cui pochi altri brand del lusso possono contare.

Giampaolo Tenchini: Cambiamo prospettiva e parliamo di automobili. Che cosa la appassiona maggiormente in un’auto di lusso?

Silvia Damiani: «Mi piacciono molto le linee morbide, rotonde. Un po’

LADIES

come nei gioielli: trovo che le forme addolcite siano più eleganti. Per esempio, adoro le coupé e in generale le auto con una parte posteriore molto disegnata.

Silvia Damiani: Quali sono le principali caratteristiche di Bentley Bentayga dal punto di vista tecnico e di guida?

Giampaolo Tenchini: «La Bentayga è un compromesso molto interessante tra lusso e prestazioni. Bentley storicamente è sempre stata un marchio capace di unire queste due anime: comfort estremo ma anche dinamica di guida. Non è un’auto pensata solo per essere guidata con l’autista, come spesso accade con altre vetture di lusso».

Silvia Damiani: Al volante, nonostante le dimensioni, risulta sorprendentemente agile…

Giampaolo Tenchini: «Gran parte del merito è delle quattro ruote sterzanti. Anche le ruote posteriori partecipano alla sterzata e questo riduce la sensazione di ingombro. In pratica l’auto gira meglio negli spazi stretti e diventa più stabile nelle curve veloci».

Silvia Damiani: Durante la guida, quali sono i più importanti suggerimenti tecnici di cui tenere conto?

Giampaolo Tenchini: «Ce ne sono due fondamentali. Il primo è restare nella propria corsia, soprattutto nelle strade di montagna o molto tortuose. Tagliare le curve dà l’illusione di andare più forte, ma in realtà si perde la percezione dell’agilità dell’auto e si riduce la sicurezza. Restando in corsia si sente molto di più il lavoro del telaio. Inoltre, guardare lontano, la regola base della guida su strada. Se guardi solo la macchina davanti reagisci in ritardo. Il tempo medio di reazione di un guidatore attento è circa sette decimi di secondo: a 100 km/h significa percorrere quasi venti metri prima di reagire. Guardando lontano anticipi quello che succede e la guida diventa più fluida».

Silvia Damiani: Oggi le auto hanno potenze sempre più elevate. È cambiato il modo di guidarle?

Giampaolo Tenchini: «Le vetture moderne sono incredibilmente sicure, con elettronica e sistemi di controllo sofisticati. Ma proprio per questo è facile sottovalutare la velocità. Con mille cavalli bastano pochi secondi per trovarsi molto più veloci di quanto si pensi. L’errore più comune è arrivare troppo forte in curva. I sistemi di sicurezza possono correggere piccoli errori, ma se la velocità è troppo alta non c’è tecnologia che tenga. La Bentayga, anche in modalità sport, resta una Bentley: potente, ma mai aggressiva in modo scomposto. L’erogazione è fluida, il cambio automatico è molto predittivo e il comfort rimane elevatissimo. È un’auto che può fare lunghi viaggi senza stancare. Bentley ha sempre cercato questo equilibrio: lusso, prestazioni e una certa eleganza nella guida».

Silvia Damiani: «In fondo, tra gioielli e automobili ci sono diversi punti in comune: oltre al design e all’attenzione ai dettagli, in entrambi i casi si tratta di oggetti che devono emozionare».

SPORTS CARS SALES & SERVICE AG

Via Cantonale 1 CH-6916 Grancia T. +41 91 252 51 00 www.sportscars-lugano.ch

La V8 open-air che unisce prestazioni e stile

La nuova Ferrari Amalfi Spider è la spider 2+ a motore V8 biturbo centrale-anteriore con cui la Casa di Maranello rinnova il proprio concetto di gran turismo scoperta: prestazioni elevate, tecnologia avanzata e un design elegante pensato per vivere la guida sportiva anche a cielo aperto.

Con la nuova Ferrari Amalfi Spider la Casa di Maranello amplia la propria gamma di vetture scoperte proponendo una spider 2+ che punta a coniugare sportività, eleganza e versatilità d’uso. Presentata come erede della filosofia delle granturismo Ferrari a motore

anteriore, la vettura è stata progettata per offrire prestazioni elevate senza rinunciare al comfort e alla fruibilità quotidiana. Il risultato, come sottolinea il costruttore, è “una sinergia perfetta tra prestazioni, eleganza, divertimento, facilità di guida e versatilità”, elementi che definiscono il nuovo riferimento

Alcuni dati tecnici della Ferrari Amalfi Spider

Motore: V8 Turbo – 90°

Cilindrata totale: 3855 cm³

Potenza massima:

640 cv a 7500 giri/min

Coppia massima: 760 Nm a 3000-5750 giri/min

Regime massimo: 7600 giri/min

Lunghezza: 4660 mm

Larghezza: 1974 mm Altezza: 1305 mm

Cambio: F1 a doppia frizione e 8 rapporti

Velocità massima: 320 km/h

Accelerazione: 0-100 km/h 3,3 s 0-200 km/h 9,4 s

dello stile di vita sportivo Ferrari anche in configurazione open-air. Dal punto di vista stilistico la Amalfi Spider mantiene la silhouette elegante e fluida della versione coupé da cui deriva. Il design, sviluppato dal Ferrari Design Studio guidato da Flavio Manzoni, si basa su superfici pulite e volumi scolpiti che conferiscono alla vettura un aspetto moderno e dinamico. Il frontale è caratterizzato da un cofano lungo e scolpito che ospita il motore V8, mentre al posteriore spicca l’ala mobile attiva integrata nella coda. Tra gli elementi distintivi della vettura c’è la capote

in tessuto, disponibile in diversi colori e realizzata con un particolare intreccio tecnico che crea un effetto tridimensionale cangiante alla luce. Il tetto si apre automaticamente in 13,5 secondi e può essere azionato anche in marcia fino a 60 km/h, mentre lo spes-

sore ridotto del meccanismo consente di preservare una buona capacità di carico: il bagagliaio offre infatti 255 litri con tetto chiuso e 172 litri con tetto aperto.

All’interno, l’abitacolo riprende l’impostazione a doppio cockpit già adottata sulla coupé Amalfi. Pilota e passeggero sono avvolti in due cellule distinte ma visivamente connesse, creando un effetto “cocoon” che rafforza la sensazione di sportività. Il design degli interni è minimalista e contemporaneo e privilegia la pulizia formale e l’ergonomia dei comandi. Il tunnel centrale è realizzato come un bridge sospeso in alluminio fresato dal pieno che

ospita i principali controlli della vettura. La configurazione 2+ permette inoltre di utilizzare i sedili posteriori per piccoli bagagli o per trasportare bambini, ampliando la versatilità della vettura. Grande attenzione è stata dedicata anche all’interfaccia tra pilota e vettura. Il nuovo volante introduce il ritorno dei pulsanti fisici e dell’iconico tasto di accensione in alluminio anodizzato. Il sistema digitale si basa su tre schermi principali: un quadro strumenti da 15,6 pollici, un display centrale da 10,25 pollici per le funzioni multimediali e un display dedicato al passeggero da 8,8 pollici che permette di visualizzare parametri di guida come regime motore e forze laterali. La connettività include Apple CarPlay, Android Auto e ricarica wireless per smartphone, mentre il sistema MyFerrari Connect consente di monitorare lo stato del veicolo da remoto tramite app. Il cuore della Amalfi Spider è l’ultima evoluzione del V8 biturbo da 3.855 cm³ appartenente alla famiglia F154, uno dei motori più premiati nella storia recente del marchio. In questa configurazione il propulsore sviluppa 640 cavalli a 7.500 giri al minuto e una coppia massima di 760 Nm, permettendo alla vettura di raggiungere i 100 km/h da ferma in 3,3 secondi e una velocità massima di 320 km/h. L’erogazione è resa particolarmente reattiva grazie al controllo indipendente dei turbocompressori e a una serie di soluzioni tecniche come l’albero a gomiti piatto e la tecnologia twin-scroll. Il motore è abbinato al cambio automatico a doppia frizione a otto rapporti già introdotto su altri modelli Ferrari di ultima generazione. Anche la dinamica di guida beneficia di numerose innovazioni tecnologiche. Tra queste spicca il sistema bra-

ke-by-wire, che migliora la modulabilità della frenata e riduce la corsa del pedale, e l’ABS Evo, capace di ottimizzare la distribuzione della frenata in ogni condizione di aderenza. tutti i controlli della dinamica del veicolo dialogano attraverso il sistema Side Slip Control 6.1, che coordina sterzo, differenziale elettronico e controllo di trazione per garantire stabilità e precisione. Il Manettino sul volante consente di scegliere tra cinque modalità di guida – Wet, Comfort, Sport, Race ed ESC-Off – adattando la risposta della vettura alle diverse condizioni di utilizzo. L’aerodinamica è stata studiata per offrire prestazioni elevate anche con il tetto aperto. La vettura integra un’ala posteriore mobile con tre configurazioni che si attivano auto -

maticamente in base alla velocità e alle accelerazioni, generando fino a 110 kg di carico aerodinamico a 250 km/h. Per migliorare il comfort durante la guida scoperta è stato inoltre sviluppato un wind deflector integrato nello schienale dei sedili posteriori, azionabile tramite un comando in abitacolo e capace di ridurre turbolenze e fruscii. Nel complesso la Ferrari Amalfi Spider rappresenta una sintesi tra prestazioni, tecnologia e piacere di guida all’aria aperta. Pensata per accompagnare sia l’utilizzo quotidiano sia i viaggi nel tempo libero, la nuova spider V8 di Maranello punta a reinterpretare la tradizione delle gran turismo scoperte con una combinazione di eleganza, innovazione e carattere sportivo.

Una sportiva poderosa per tutti i giorni

Al volante della nuova Lamborghini
Temerario, un concentrato di sportività estrema, ma anche di sorprendente versatilità.
Ldi Joël Camathias

a nuova Lamborghini

Temerario è una di quelle vetture capaci di ridefinire immediatamente le aspettative, ancora prima di mettersi al volante. Linee affilate, presenza scenica imponente e una promessa chiara: unire prestazioni estreme e tecnologia avanzata in un’unica, straordinaria esperienza

di guida anche grazie al V8 biturbo che - combinato al sistema ibrido - eroga la bellezza di 920 cavalli. Un sentito ringraziamento va quindi innanzitutto a Lamborghini Lugano per avermi concesso questa opportunità esclusiva, e a tutto lo staff per la calorosa accoglienza e la grande professionalità dimostrata fin dal primo momento. Al volante, la Temerario non è semplicemente una supercar: è un concentrato di tecnologia e versatilità che sorprende già dai primi metri. Uno degli aspetti che più mi ha colpito è la possibilità di scegliere tra diverse impostazioni di guida, capaci di trasformare radicalmente il carattere dell’auto. Si passa infatti da una modalità full ibrida, perfetta per la città o per un’uscita mattutina in totale relax e silenzio, fino a configurazioni decisamente più estreme, pensate per un utilizzo sportivo e prive di controlli, dove il pilota diventa protagonista assoluto.

Alcuni dati tecnici della Lamborghini Temerario

Motore V8 Bi-Turbo (Hot-V 4,0 l)

Alimentazione Ibrida

Cilindrata

Potenza max.

Coppia max.

Velocità max.

3995.2 cm3

800 CV a 9000-9750 giri/min

Potenza max. (combinata MCI + ME) 920 CV

730 Nm a 4000-7000 giri/min

343 km/h

Accelerazione 0-100 km/h 2,7 secondi

Peso totale (a secco) 1.690 kg

Trazione

A completare il quadro c’è la possibilità di regolare in modo indipendente anche il comportamento della componente elettrica, adattando la vettura alle proprie esigenze con una precisione quasi sartoriale. Durante il test drive su strada ho ovviamente rispettato rigorosamente tutti i limiti, ma è bastato davvero poco per rendermi conto delle potenzialità incredibili di questa vettura. La spinta è immediata, poderosa, sempre pronta a rispondere a ogni minimo input sull’acceleratore. Ancora più impressionante è la tenuta di strada: la Temerario trasmette una sensazione di controllo totale, anche nei tratti più guidati, regalando una sicurezza che raramente si associa a prestazioni di questo livello. Un altro aspetto che merita di esse -

re sottolineato è il comfort dell’abitacolo. Considerando la mia statura (193 cm), trovare una posizione di guida comoda su una supercar non è mai scontato, e invece qui tutto è risultato sorprendentemente naturale. Gli spazi sono ben studiati e l’ergonomia è curata nei minimi dettagli. Anche il sistema di infotainment si è rivelato intuitivo e di immediato utilizzo: pochi minuti

Integrale

sono sufficienti per prendere confidenza con tutte le principali funzioni, senza distrazioni inutili. In definitiva, la Lamborghini Temerario si è dimostrata una vettura capace di coniugare anima tecnologica e pura emozione di guida, adattandosi con disinvoltura a contesti molto diversi. Un’esperienza che lascia il segno e che conferma, ancora una volta, la capacità del marchio di spingersi oltre i limiti, ridefinendo continuamente il concetto stesso di supercar.

Regno di tecnologia, ricercatezza e benessere

La nuova Mercedes-Benz GLC elettrica inaugura una dimensione superiore del SUV premium: più spaziosa, più raffinata, più intelligente, capace di coniugare autonomia, comfort e prestazioni in un equilibrio di rara naturalezza.

Per raccontare i gradi dell’eccellenza si possono seguire molte vie. Ma, volendo offrire un condensato efficace dei contenuti di rara ricercatezza proposti dalla GLC elettrica di nuova generazione, bastano già alcune indicazioni per coglierne la portata. La vettura è un po’ più lunga e vanta un passo generoso, vicino ai tre metri, ma grazie alle quattro ruote sterzanti riesce a farsi manovrare con un’agilità persino superiore rispetto a modelli più compatti. Nonostante la carrozzeria sviluppata in altezza e uno spazio interno pensato per accogliere l’intero equipaggio con grande naturalezza, l’aerodinamica è curatissima e contri -

buisce in misura significativa all’autonomia di marcia, annunciata con valori particolarmente estesi: fino a 715 km. Anche grazie alla rigenerazione in fase di rallentamento, che può recuperare fino a oltre 300 kW di corrente, mentre la capacità di ricarica rapida è altrettanto di rilievo, garantendo il passaggio 10-80% in poco più di 20 minuti. Fattore ancora più decisivo, con un incremento della capacità di percorrenza di ca. 300 km in appena 10 minuti di sosta alla colonnina rapida. Infine il comfort, che prende in “prestito” le sofisticate sospensioni pneumatiche dell’ammiraglia Classe S per assicurare una marcia nel massimo isolamento, in aggiunta al-

le raffinate funzioni di guida semiautonoma e alle tecnologie di bordo che sfruttano un computer raffreddato a liquido coadiuvato dall’intelligenza artificiale. Lo stesso abitacolo presenta i tratti salienti propri di una “limousine”, adattati a spazi appena più compatti. Alla notevole luminosità dell’ambiente provvede il particolare tetto panoramico in cristallo, che non rinuncia a preziose ricercatezze: è schermato termicamente e può essere oscurato digitalmente su livelli progressivi. L’arredo è moderno e altamente funzionale, completo di raffinatezze di assoluto livello per quanto concerne materiali, finiture e possibilità di personalizzazione, presentando co -

me elemento più distintivo uno schermo unico che porta la digitalizzazione di bordo in un’altra dimensione. Un’unica superficie vetrata si estende infatti sulla plancia per quasi un metro di diagonale, inglobando schermi specifici che presentano, affiancate, tutte le informazioni di bordo: strumentazione, infotainment, navigazione con realtà aumentata e, naturalmente, l’ampio display dedicato esclusivamente al passeggero anteriore. Nascosti alla vista, operano silenziosi i numerosissimi sensori che assicurano una marcia più sicura e assistita, annoverando dieci telecamere, cinque sensori radar e dodici sensori a ultrasuoni. E per i viaggi a

pieno equipaggio, il bagagliaio riserva altrettante sorprese nonostante la lunghezza del modello resti contenuta in 4,85 metri, offrendo un volume di grande portata, pari a 570 litri, cui si aggiunge l’ulteriore vano da 128 litri ricavato sotto il cofano anteriore. Le prestazioni offerte dalla GLC 400 4Matic EQ non sono pensate soltanto nell’ottica della massima autonomia, mettendo anzi d’accordo docilità, affidabilità di trazione - integrale, grazie ai due motori elettrici - e le sempre apprezzate capacità di scattare e riprendere in tempi rapidissimi, senza fatica: per passare da fermo ai 100 km/h bastano appena poco più di 4 secondi.

Quanto basta per affiancare a un comfort di livello superiore qualità dinamiche adeguate a garantire una guida incisiva, rapida e coinvolgente anche sul piano dell’attitudine sportiva, quando lo si desidera. Il tutto racchiuso in uno stile nuovo, che porta in dote un frontale incisivo, con una mascherina inedita ispirata ai più tradizionali stilemi della Casa, inserita in linee di carrozzeria eleganti, fluide e senza tempo, come ci si attende da un SUV Mercedes contemporaneo.

Alcuni dati tecnici della Mercedes GLC 400 4Matic EQ Technology

Motore Due unità elettriche sincrone

Cilindrata – cm3

Carburante

Potenza max.

Velocità max.

Energia elettrica

490 cv (360 kW)

Coppia max. 800 Nm

210 km/h

Accelerazione 0-100 km/h 4,3 secondi

Capacità batteria

Peso totale

94 kWh

2.535 kg

Trazione Integrale

La nuova frontiera dell’elettrico premium

Il primo modello sulla piattaforma

PPE inaugura una nuova era per Audi, combinando design evoluto, tecnologia avanzata e prestazioni di riferimento nel segmento dei SUV elettrici di fascia medio-alta.

Con la nuova Audi Q6 e-tron, Audi apre un capitolo decisivo nella propria strategia elettrica.

Si tratta del primo modello di serie basato sulla piattaforma Premium Platform Electric (PPE), sviluppata per offrire un equilibrio ottimale tra prestazioni, autonomia ed efficienza.

Il risultato è un SUV completamente elettrico che si inserisce nel cuore del segmento premium medio, proponendosi come riferimento tecnologico e progettuale.

L’estetica della Q6 e-tron si distingue per un linguaggio stilistico potente ma equilibrato. Le proporzioni –4,77 metri di lunghezza, 1,97 di larghezza e 1,65 di altezza – conferisco -

no al veicolo una presenza su strada solida e dinamica. Il passo generoso di 2,90 metri non è solo un elemento tecnico, ma anche visivo: contribuisce a slanciare la silhouette e a rafforzare la percezione di stabilità. Il frontale è caratterizzato da una reinterpretazione della tipica calandra single-frame, chiusa e integrata nel design elettrico, affiancata da gruppi ottici sottili e tecnologicamente avanzati. Il posteriore, con una firma luminosa continua, sottolinea la larghezza del veicolo e ne accentua il carattere moderno. Nel complesso, il design esterno evolve il linguaggio e-tron verso forme più scolpite e proporzioni più armoniche. All’interno, la Q6 e-tron introduce una nuova filosofia progettuale che mette al centro l’esperienza digitale e il comfort. L’abitacolo è concepito come uno spazio avvolgente e tecnologico, con una forte integrazione tra materiali, superfici e interfacce. La plancia è dominata da un sistema di display curvo che integra strumentazione e infotainment, affiancato da un ulteriore schermo dedicato al passeggero. L’ergonomia è studiata per ridurre le distrazioni e migliorare l’interazione uomo-macchina, mentre l’illuminazione ambientale contribuisce a creare un’atmosfera sofisticata.

Grazie al passo lungo, lo spazio

interno è generoso: cinque passeggeri possono viaggiare con elevato comfort, con particolare attenzione allo spazio per le gambe nella seconda fila. La capacità di carico e la versatilità rendono il modello adatto anche a un utilizzo quotidiano e familiare. Il cuore tecnologico della Q6 e-tron è il sistema di propulsione elettrica sviluppato sulla piattaforma PPE. Le versioni con trazione integrale “quattro” adottano due motori elettrici, mentre la variante “performance” introduce una configurazione a trazione posteriore ottimizzata per l’efficienza.

La batteria agli ioni di litio ha una capacità lorda di 100 kWh (94,9 kWh netti), consentendo un’autonomia fino a 625 km nel ciclo WLTP per la versione quattro, che sale fino a circa 641 km nella variante a trazione posteriore. Le prestazioni sono di alto livello, con accelerazioni brillanti tipiche della mobilità elettrica premium.

Un elemento distintivo è l’architettura a 800 volt, che consente una ricarica estremamente rapida: fino a 270 kW in corrente continua. In condizioni ideali, è possibile recuperare fino a 255 km di autonomia in circa dieci minuti, mentre il passaggio dal 10 all’80% della carica richiede circa 21 minuti.

La Q6 e-tron introduce anche una nuova architettura elettronica, denominata E3 1.2, progettata per gestire sistemi avanzati di assistenza alla guida, infotainment e connettività. Questo consente aggiornamenti software evoluti e una maggiore integrazione tra le diverse funzioni del veicolo. Tra le dotazioni disponibili figurano sospensioni pneumatiche adattive, sistemi di assistenza alla guida di ultima generazione e un’esperienza sonora dedicata per le versioni più sportive, come la SQ6 e-tron. L’assetto può essere configurato per privilegiare comfort o dinamica, in linea con la tradizione del marchio.

Arriva la compatta elettrica che parla il linguaggio della nuova mobilità

Compatta nelle dimensioni ma ambiziosa nei contenuti, la nuova Leapmotor B05 porta nel segmento delle elettriche un mix di design futuristico, abitacolo digitale e piacere di guida. Pensata per una mobilità urbana dinamica e contemporanea, abbina 218 CV, autonomia superiore ai 482 chilometri WLTP e uno stile deciso che guarda al futuro senza rinunciare al comfort quotidiano.

Nel panorama sempre più affollato delle compatte elettriche, la nuova Leapmotor B05 prova a ritagliarsi uno spazio preciso: quello di un’auto urbana e contemporanea capace però di offrire contenuti da categoria superiore. Lunga 4 metri e 43 centimetri, larga 1,88 metri e alta 1,52, la B05 si inserisce nel segmento C con proporzioni equilibrate e una presenza scenica ben definita. Il passo di 2,735 metri consente di sfruttare al meglio lo spazio interno, favorendo comfort e abitabilità anche per i passeggeri posteriori La vettura adotta il design “Tech-Nature” del marchio, una filosofia che combina superfici pulite, elementi futuristici e dettagli ispirati al mondo tecnologico. Il frontale, completamente chiuso per migliorare l’efficienza aerodinamica, è attraversato da una firma luminosa a LED sottile e affilata, mentre nella parte inferiore trovano posto griglie attive capaci di regolare automaticamente i flussi d’aria in funzione delle esigenze di raffreddamento e autonomia. Anche il posteriore contribuisce a definire la personalità della vettura grazie a un gruppo ottico orizzontale a tutta larghezza che accentua la sensazione di ampiezza e sportività. Tra gli elementi più caratterizzanti figurano inoltre le portiere frameless, prive cioè della tradizionale cornice superiore, integrate a filo con la carrozzeria. All’interno dell’abitacolo, la plancia è dominata da un ampio display centrale HD da 14,6 pollici dedicato all’infotainment, accompagnato da un quadro strumenti digitale da 8,8 pollici. L’interfaccia è stata pro -

gettata per risultare intuitiva e immediata nell’utilizzo quotidiano, mantenendo però un’estetica pulita e contemporanea. Particolare attenzione è stata dedicata anche al comfort di bordo. Il tetto panoramico, tra i più ampi della categoria, amplifica la sensazione di spazio e luminosità all’interno dell’abitacolo, mentre i sedili posteriori offrono uno spazio sorprendente per il segmento, con schienali reclinabili fino a 27 gradi.

Sul piano tecnico, la Leapmotor B05 nasce sulla piattaforma modulare LEAP 3.5, condivisa con la sorella maggiore B10. La configurazione scelta è quella della trazione posteriore con motore singolo elettrico, una soluzione meno diffusa nel segmento ma capace di garantire una guida più equilibrata e coinvolgente. Il motore sviluppa 218 cavalli e consente alla vettura di accelerare da 0 a 100 km/h in 6,7 secondi, prestazione che colloca la B05 tra le compatte elettriche più brillanti della categoria.

Una la batteria disponibile da 56,2 kWh e l’autonomia dichiarata supera i 482 chilometri nel ciclo WLTP, valore che permette di affrontare con serenità sia gli spostamenti quotidiani sia tragitti più lunghi.

La nuova Leapmotor B05 sarà infatti proposta a partire da 25.900 franchi svizzeri, posizionandosi come una delle offerte più interessanti per chi desidera entrare nel mondo della mobilità elettrica senza rinunciare a design, tecnologia e piacere di guida. In Ticino il marchio è rappresentato da Auto Nec per il Sopraceneri e da Garage Sport per il Sottoceneri.

Memoria e filantropia: quando il passato diventa futuro

La filantropia non è solo un atto di generosità: è un gesto che plasma la memoria di una comunità. Nel dialogo tra chi dona e chi custodisce, si costruisce un patrimonio condiviso che attraversa il tempo, trasformando il sostegno privato in eredità pubblica. In questo intreccio di valori, intenzioni e responsabilità, si rivela la vera forza del dono: la capacità di dare forma al ricordo e di orientare il futuro.

Intervista a Elisa Bortoluzzi Dubach

Dedicato a chi continua a ricordarci che l’editoria non è solo mestiere, ma un atto di fiducia nel pensiero e in chi lo coltiva.

La filantropia nasce spesso dal desiderio profondo di trasformare la propria storia in un’eredità che abbia valore per gli altri. È la lente attraverso cui leggere ciò che abbiamo vissuto e può diventare un impulso ad agire, trasformandosi in un impegno concreto che incide sul presente e genera futuro.

In che modo la memoria –personale, familiare o collettiva – orienta e dà senso a un gesto filantropico?

«Una donazione memoriale scaturisce da un gesto semplice, dal desiderio di ricordare qualcuno, dal bisogno di trasformare un’assenza in un segno concreto. Spesso è generata da un momento di dolore, ma guarda avanti. Numerose iniziative filantropiche nascono da un

vuoto: una persona cara che non c’è più, un’eredità da onorare, un valore da tramandare. Diverse famiglie scelgono questa strada, istituendo borse di studio, sostenendo un ospedale o finanziando un progetto culturale. Anche fondazioni, scuole, enti di ricerca dedicano iniziative a figure significative della loro comunità».

Che cosa rivela il legame tra memoria, spiritualità e filantropia sul modo in cui le nostre storie interiori possono trasformarsi in un impegno che genera futuro per gli altri?

«Il legame tra memoria, spiritualità e filantropia ci aiuta a capire le eredità che ci sono state trasmesse, regala un senso compiuto al nostro essere e dà spazio a gesti di solidarietà. Se la memoria è la custode di ciò che siamo stati, con le gioie e le fatiche dell’esistenza, la spiritualità rende più profondo il loro significato, mentre la filantropia traduce tutto questo in azioni concrete, rafforzando la responsabilità verso chi è più fragile. Quando queste tre dimensioni si incontrano, la generosità non nasce solo da un convincimento etico o da una significativa abitudine di vita, ma da una visione: che l’idea che ciò che abbiamo vissuto possa diventare nutrimento per altri, e ciò che ci ha toccati si trasformi in possibilità per chi verrà dopo».

Quale forza permette a emozioni come gratitudine o nostalgia di trasformare un ricordo personale in un gesto filantropico capace di stimolare empatia, collaborazione e generosità concreta?

«Le emozioni non solo orientano la filantropia: spesso la innescano. Gratitudine, riconoscenza, senso di continuità affettiva diventano leve che spingono a sostenere cause culturali, scientifiche o sociali. Le neuroscienze, come abbiamo rilevato più volte, mostrano che i ricordi emotivi attivano aree cerebrali legate all’empatia e alla cooperazione, favorendo comportamenti prosociali. Studi del Greater Good Science Center dell’Università di Berkeley confermano, ad esempio, che emozioni come la nostalgia o la gratitudine aumentano la propensione alla donazione (https://greatergood.berkeley.edu/ article/item/how_emotions_influence _generosity).

I ricordi personali giocano un ruolo decisivo anche nella scelta dei progetti da sostenere. Molte iniziative culturali nascono da un legame affettivo: biblioteche che dedicano sale a studiosi scomparsi, musei che istituiscono premi in memoria di artisti, fondazioni che creano borse di studio per onorare una figura familiare. la Fondazione Henry Moore, ad esempio, è stata istituita dall’artista stesso per proteggere la sua eredità e sostenere giovani scultori, trasformando un percorso personale in un impegno pubblico (https://www.henry-moore.org)».

Quando la memoria è in grado di dare origine a un impegno filantropico e di orientarlo verso progetti che parlino anche alla collettività?

«La memoria è spesso l’elemento distintivo nella nascita di una fonda-

“La filantropia è una forma di eredità: un modo per prolungare nel tempo valori, visioni e responsabilità maturati da individui o famiglie. Non si limita al semplice trasferimento di risorse, ma implica la trasmissione di una continuità etica, trasformando un patrimonio privato in un bene condiviso”.

zione: non un semplice riferimento al passato, ma una forza profonda che genera istituzioni, orienta strategie e definisce identità. È un motore che trasforma un’esperienza individuale in un progetto collettivo, un’eredità privata in un bene pubblico. Senza questa spinta iniziale, parecchie fondazioni non esisterebbero o non avrebbero la stessa direzione valoriale».

Cosa rende la filantropia capace di trasformare un’eredità privata in una traccia viva, in grado di attraversare le generazioni e diventare un dono duraturo per la collettività?

«La filantropia è una forma di eredità: un modo per prolungare nel tempo valori, visioni e responsabilità maturati da individui o famiglie. Non si limita al semplice trasferimento di risorse, ma implica la trasmissione di una continuità etica, trasformando un patrimonio privato in un bene condiviso. Le fondazioni nate da testamenti, lasciti o volontà familiari dimostrano come la filantropia possa diventare un ponte tra generazioni, capace di mantenere vivo un orientamento valoriale anche dopo la scomparsa del fondatore. Nel mondo imprenditoriale, diverse fondazioni familiari nascono proprio con l’obiettivo di assicurare una continuità valoriale che vada ol-

tre la dimensione aziendale. Un esempio significativo è la Gebert Rüf Stiftung, una delle fondazioni svizzere più dinamiche nel campo dell’innovazione scientifica e tecnologica. La sua origine testamentaria non è un dettaglio formale: è il nucleo che ne definisce la missione. Albert Gebert, imprenditore basilese, destinò gran parte del suo patrimonio a sostenere la ricerca applicata e il trasferimento tecnologico, trasformando la sua visione industriale in un impegno filantropico strutturato che continua a generare impatto (https://www.grstiftung.ch)».

Secondo quali dinamiche la memoria collettiva può diventare una risorsa concreta per le fondazioni e per le comunità che esse servono? «La memoria collettiva non è soltanto un patrimonio simbolico: è una risorsa filantropica che permette alle comunità di riconoscersi, organizzarsi e proiettarsi nel futuro. Frances A. Yates, nel suo saggio L’arte della memoria , non offre una teoria astratta del ricordare, ma descrive un metodo concreto, sviluppato dall’antichità al Rinascimento, per costruire “luoghi della memoria” in cui collocare immagini, idee e valori. La sua intuizione centrale è che la memoria non è un archivio statico, ma un’architettura mentale

capace di ordinare il sapere e orientare l’azione. Allo stesso modo, le fondazioni costruiscono propri “luoghi della memoria” che trasformano eredità e valori in criteri di scelta, visione strategica e impegno verso il futuro. Quando la memoria viene strutturata e resa operativa, diventa una forza generativa: la filantropia si rivela così una moderna arte della memoria, capace di trasformare ciò che è stato in bene comune e nuove possibilità. Questa prospettiva è illuminante. Anche le fondazioni, infatti, non si limitano a preservare un’eredità, ma la organizzano e le danno forma, traducendo ricordi e storie in orientamenti operativi. Una fondazione che custodisce la storia di un fondatore, di una comunità o di un territorio non si limita a ricordare: crea uno spazio – simbolico e istituzionale – in cui quel ricordo può diventare criterio di scelta, visione strategica e impegno per il futuro. Questo processo è evidente nelle iniziative territoriali che traducono il patrimonio immateriale in azione civica. In Germania, le Bürgerstiftungen – fondazioni di comunità nate dal basso – sostengono archivi di quartiere, percorsi storici, progetti inter -

generazionali e programmi educativi che rafforzano l’identità locale (https://www.buergerstiftungen.org).

In Italia, le Fondazioni di Comunità promosse da Fondazione Cariplo svolgono una funzione analoga: finanziano musei diffusi, recupero di memorie urbane, archivi fotografici e iniziative che valorizzano la storia dei territori come risorsa condivisa (https://www.fondazionecariplo.it/ it/chi-siamo/fondazioni-di-comunita. html). Nel campo culturale, la memoria collettiva si istituzionalizza attraverso fondazioni che preservano e reinterpretano patrimoni condivisi. In tutti questi casi, la filantropia non si limita a sostenere la memoria: la trasforma in una struttura viva, capace di generare identità, coesione e futuro».

Come può la memoria trasformarsi da semplice ricordo a leva di cambiamento sociale nelle pratiche filantropiche?

«Quando un ricordo viene istituzionalizzato in una fondazione può trasformarsi in un motore di cambiamento. La Fondazione Mercator Schweiz, ad esempio, traduce i valori della famiglia fondatrice in programmi dedicati all’educazio -

ne, alla sostenibilità e alla coesione sociale, mostrando come la memoria familiare possa diventare un orientamento strategico (https://www.stiftung-mercator.ch).

In Italia, Fondazione Pangea parte da storie di ingiustizia e discriminazione per costruire percorsi di emancipazione femminile: la memoria delle violenze subite dalle donne diventa un punto di partenza per generare empowerment, diritti e autonomia economica (https://www.pangeaonlus.org).

La Körber-Stiftung, per citare un ultimo esempio, lavora da anni sull’Erinnerungskultur, promuovendo progetti che utilizzano la memoria del passato per affrontare le sfide democratiche del presente, anche attraverso strumenti innovativi come media digitali e pratiche partecipative (https://koerber-stiftung.de)».

Quali orizzonti si aprono quando la memoria smette di custodire il passato e diventa impulso creativo verso ciò che ancora non esiste?

«Come precedentemente osservato, la memoria non è un deposito immobile. Si trasforma. Si adatta. Cambia significato. Le esperienze considerate – dalle fondazioni svizzere impegnate nella trasparenza, alle istituzioni tedesche che fanno della memoria un presidio democratico, fino ai progetti italiani che trasformano storie difficili in percorsi di emancipazione – mostrano con evidenza che il ricordo può avere un impatto concreto. È in questo passaggio – dal ricordo alla possibilità – che la memoria diventa generativa, capace di illuminare il futuro invece di trattenerlo. Come scrive José Saramago in Quaderni di Lanzarote (1994): “La memoria è il luogo dove abita il futuro”».

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Immaginare il futuro tra cultura, responsabilità e visione

Alla guida della Gamil-Stiftung, Gabriela Preisig Karnouk riflette sul ruolo che arte, scienza e impegno sociale possono svolgere in un’epoca di trasformazioni profonde. Dalla tutela della creatività umana alle sfide della sostenibilità, un dialogo che invita a ripensare il nostro modo di costruire il futuro.

Gabriela Preisig

Karnouk, nel suo ruolo di presidente e fondatrice

della Gamil-Stiftung, come ripercorrerebbe le esperienze che l’hanno condotta alle responsabilità che oggi ricopre?

«Dopo aver studiato lingue presso la Scuola Interpreti di Zurigo e aver seguito ulteriori corsi di perfezionamento in Inghilterra, Canada e Spagna, ho intrapreso la professione di insegnante di lingue e traduttrice. La mia passione è così divenuta la mia

professione. Insegnare a giovani adulti e trasmettere loro il mio entusiasmo per le lingue – in particolare per la lingua, la storia e la letteratura spagnola – è stato profondamente appagante. Proprio questa esperienza, unita alla convinzione che la formazione sia uno strumento decisivo per ampliare gli orizzonti e costruire percorsi di vita consapevoli, mi ha condotta a fondare la Gamil-Stiftung. Con essa desidero offrire ai giovani l’opportunità di proseguire gli studi e di mettere a frutto le proprie capacità con la stessa dedizione e lo stesso entusiasmo che hanno guidato me nel mio cammino».

Che cosa l’ha spinta a impegnarsi in filantropia?

«Poiché mio marito ed io non abbiamo figli, dopo la scomparsa dei miei genitori mi è parso naturale destinare una parte del patrimonio ereditato al bene della collettività, in particolare a favore dei giovani meno privilegiati rispetto a quanto lo fossi io nella mia giovinezza. L’istituzione di una fondazione mi è sembrata la via più efficace per realizzare questo proposito. Invece di dover cercare con fatica progetti e organizzazioni che rispecchiassero i miei valori, una fondazione offre la possibilità di selezionare, tra una vasta gamma di richieste, quelle che appaiono più meritevoli e più in sintonia con i propri intenti».

Quali esperienze personali o valori influenzano il suo operato come presidente della Gamil-Stiftung?

«Ciò che apprezzo maggiormente nel mio impegno all’interno della fondazione è il dialogo diretto con i giovani. Il loro entusiasmo è spesso contagioso, e continuo a sorprendermi della passione con cui trasformano le loro idee in progetti concreti: non per un tornaconto materiale, ma per generare un autentico valore sociale. Quando la nostra fondazione riesce a contribuire alla realizzazione di un’iniziativa animata da tanto impegno e che ci convince nel merito, ne ricavo una profonda soddisfazione».

Come descriverebbe oggi la missione della Gamil-Stiftung e in cosa si distingue da altre istituzioni di sostegno?

«La missione principale della nostra fondazione è la promozione dell’infanzia e della gioventù. Quando, vent’anni fa, decidemmo di istituirla, rimasi profondamente turbata dall’aumento della violenza giovanile. Per molti ragazzi, la violenza rappresentava una sorta di eccitazione momentanea in un’esistenza percepita come vuota, priva di orientamento e di senso. Quando i genitori non riescono a coltivare nel bambino qualità naturali come curiosità, desiderio di conoscere ed entusiasmo, e non sono in grado di offrirgli attenzione, riconoscimento, protezione e sicurezza, allora è necessario che altre figure assumano questo compito. Per questo la Gamil-Stiftung sostiene istituzioni e progetti che mirano a permettere ai giovani di sviluppare il proprio potenziale intellettuale, creativo e umano, sia individualmente sia all’interno di un gruppo. A ciò si affianca la trasmissione di valori etici fondamentali per una

convivenza pacifica e non violenta in una società democratica. Non siamo certo gli unici a perseguire tali obiettivi: in Svizzera esistono numerose fondazioni con criteri di sostegno analoghi. Per noi è particolarmente importante mantenere un contatto personale con i beneficiari; tuttavia, ritengo che anche sotto questo profilo non ci discostiamo in modo sostanziale da molte altre realtà filantropiche».

Secondo quali principi la fondazione decide quali progetti sostenere?

«Sosteniamo la formazione dei giovani attraverso l’assegnazione di borse di studio e promuoviamo progetti rivolti a bambini e adolescenti. Tali iniziative dovrebbero, come già ricordato, stimolare le capacità intellettuali e creative, ma anche rafforzare le competenze sociali, il senso di comunità, il rispetto, la tolleranza e la responsabilità nei confronti delle persone, degli animali e dell’ambiente. Questo obiettivo può essere perseguito in molteplici modi: tramite le arti, attraverso campi di formazione e workshop, oppure mediante esperienze di scoperta nella natura. La nostra attività di sostegno si concentra su progetti di piccole dimensioni in Svizzera, privi di finalità lucrative e non già finanziati in misura significativa da enti pubblici. All’estero sosteniamo soltanto poche organizzazioni di nostra conoscenza diretta, sottoposte a supervisione svizzera, che accolgono bambini di strada e orfani, offrendo loro nutrimento e un percorso educativo».

Quali temi culturali o sociali le stanno particolarmente a cuore? «Arte e cultura, lingua e comunicazione rivestono per me un’importanza essenziale. Letteratura, musica,

teatro, cinema, ma anche storia e filosofia, nutrono la mia mente e i miei sensi, ampliando il mio orizzonte interiore. Ne ho bisogno come dell’aria che respiro. Una società in cui arte e cultura non possano esprimersi liberamente rischia di soffocare.

Per continuare a “respirare” anche in futuro, è però indispensabile preservare la natura. Per questo attribuisco grande valore all’educazione ambientale, sostenendo programmi che sensibilizzano i giovani a un uso rispettoso e consapevole delle risorse naturali».

In che modo la strategia di sostegno della fondazione si è trasformata nel corso degli anni dalla sua istituzione, e quali processi di apprendimento ne hanno guidato l’evoluzione?

«Fin dall’inizio la promozione dei giovani ha rappresentato per noi una priorità, pur sostenendo anche progetti destinati a un pubblico più ampio, purché di rilevanza sociale. Con il tempo, la notorietà della fondazione è cresciuta e, con essa, il numero delle richieste. Ciò ci ha indotti a restringere progressivamente i nostri ambiti di intervento, concentrandoci esclusivamente sulla promozione dell’infanzia e della gioventù. Poiché il volume delle domande continuava comunque ad aumentare, abbiamo deciso di distribuire i fondi disponibili su un numero maggiore di progetti, anziché sostenere pochi beneficiari con contributi più consistenti. Abbiamo così imparato che, spesso, anche un aiuto modesto può rivelarsi decisivo per la realizzazione di un’iniziativa».

Quale funzione dovrebbe assumere una fondazione come la Gamil Stiftung nell’attuale scenario di rapido mutamento?

«Le fondazioni come la Gamil-Stiftung sono chiamate a svolgere un ruolo di responsabilità sociale e civica. La nostra si adopera dunque per offrire le condizioni finanziarie necessarie alla realizzazione di progetti e programmi educativi capaci di fornire ai giovani strumenti e orientamento per affrontare una realtà sempre più complessa e difficile da interpretare. A ciò si affianca la sensibilizzazione ai rischi connessi all’uso dei media digitali e dell’intelligenza artificiale, così come la promozione della lettura e delle competenze linguistiche, indispensabili per entrare in relazione con il mondo e orientarsi al suo interno. Anche iniziative che favoriscono una comprensione approfondita delle dinamiche politiche ed economiche, delle strutture e delle regole che governano la vita collettiva, possono offrire un sostegno prezioso per non smarrire punti di riferimento in un contesto in continuo mutamento».

Quali nuove forme di collaborazione tra arte, scienza e società ritiene necessarie per favorire cambiamenti duraturi?

«Assistiamo a un numero crescente di esperimenti interdisciplinari in cui arte e scienza convergono. Di particolare valore sono, a mio avviso, le collaborazioni tra realtà teatrali e prestigiosi istituti di ricerca, che consentono di sviluppare iniziative comuni in grado di tradurre e comunicare a un pubblico ampio saperi scientifici altrimenti riservati agli ambienti accademici. Attraverso una traduzione artistica dei contenuti scientifici, arricchita da interrogativi filosofici e riflessioni critiche sulla società, è possibile rendere percepibili in modo immediato anche le questioni più complesse. Una cooperazione tra arte e scienza può illuminare da prospettive diverse i grandi problemi del nostro tempo – dal cambiamento climatico alla perdita di biodiversità. Sono convinta che sinergie di questo tipo possano favorire un profondo ripensamento nel pubblico e contribuire a modificare in modo duraturo i comportamenti di consumo».

In che modo immagina l’evoluzione del panorama culturale futuro e quale contributo può offrire la sua fondazione alla sua realizzazione? «Uno scenario culturale ideale è, per sua natura, in costante fioritura. Nelle nostre società altamente tecnologizzate e profondamente meccanizzate, l’essere umano rischia di delegare alle macchine – o di subordinare all’intelligenza artificiale – le proprie facoltà intellettuali e creative. Arte e cultura costituiscono una controforza essenziale, capace di preservare e alimentare la dimensione creativa dell’uomo, impedendole di inaridirsi. È dunque fondamentale averne cura, sostenendole tanto attraverso politiche pubbliche quanto mediante iniziative private». 01 Ph: © Guillaume Musset, ZHdK

Se potesse dare forma alle sue visioni più audaci, senza alcun limite di risorse o condizioni, quali progetti vorrebbe realizzare? «Le visioni, spesso, sfiorano l’utopia. E tuttavia mi piacerebbe immaginare un mondo in cui, disponendo di mezzi illimitati, sia possibile garantire a ogni essere umano istruzione, benessere e pari opportunità. E sogno che, in un futuro non lontano, si possano sviluppare tecnologie capaci di assicurare una vita dignitosa e prospera senza compromettere l’ambiente né le basi naturali della nostra esistenza».

La Vinoteca Tamborini rafforza il suo ruolo nel panorama enologico ticinese

Il rinnovamento degli ambienti punta su una maggiore luminosità e funzionalità, con l’obiettivo di migliorare l’esperienza del visitatore. Tra le novità più rilevanti, l’introduzione di un Wine Dispenser che consente la degustazione autonoma di 14 etichette selezionate. A rafforzare questa direzione contribuisce la collaborazione con Mövenpick Wein Schweiz, che amplia l’offerta con vini provenienti da diverse aree del mondo, tra cui Spagna, California, Argentina, Cile e Sud Africa. Una scelta che affianca la produzione locale e le selezioni europee, costruendo un catalogo capace di dialogare con un pubblico sempre più internazionale.

Tamborini Carlo SA

Via Serta 18 CH-6814 Lamone

info@tamborinivini.ch www.tamborinivini.ch

Intervista a Tashi

Albertini-Kaiser, filantropa, presidente

della Fondazione Giuseppe Kaiser e della Staub Kaiser Stiftung.

Un impegno su fronti diversi

Tashi Albertini, se non dovesse descriversi attraverso titoli o ruoli, ma attraverso un ricordo, un valore o un’immagine a lei particolarmente cara, cosa sceglierebbe per presentarsi?

«Sono giunta in Svizzera da bambina nel 1962, insieme a mio fratello

Dukar, dopo essere fuggita dal Tibet e aver trovato rifugio in India nel 1960. La fuga del Dalai Lama e del nostro popolo dalle truppe cinesi –così come il suo atteggiamento in esilio a Dharamsala, in India – hanno segnato profondamente la mia vita.

C’è un’immagine che si è impressa in me in modo indelebile: mostra il giovane Dalai Lama, appena fuggito dal Tibet, mentre osserva l’ampio paesaggio dell’esilio in India e pronuncia un discorso dicendo: “Non ho un Paese, non ho denaro, non ho potere”.

Ciò che non si vede in quell’immagine è che il Dalai Lama possedeva già una visione e la profonda convinzione “che noi tibetani, con la verità, la giustizia e il coraggio come armi, avremmo un giorno riconquistato la libertà del Tibet. Se devo menzionare una immagine, un ricordo senza dubbio è questa».

Potrebbe raccontarmi il suo percorso formativo e professionale, e le influenze familiari che hanno contribuito a definirla? «Sono cresciuta, insieme a mio fratello, in una famiglia della buona borghesia, quella di Giuseppe e Vera Kaiser - Steinmann, i miei genitori adottivi. Dopo aver seguito diversi percorsi formativi in ambito commerciale e linguistico, mi sono diplomata come fisioterapista presso la

Clinica Universitaria di Zurigo, specializzandomi poi nella riabilitazione neurologica. In seguito al mio matrimonio con Fausto Albertini, ho assunto nel suo studio di fisioterapia a Locarno la responsabilità del settore dedicato ai pazienti neurologici.

Da mio padre sono stata introdotta al mondo degli investimenti privati e delle partecipazioni nelle imprese familiari. L’ho accompagnato in numerose trattative con aziende e nelle sue operazioni finanziarie presso le banche. Ricordo ancora con nitidezza la passione e la pazienza con cui mi spiegava le sue operazioni di borsa: lui completamente immerso nei calcoli e nelle analisi, io più attratta dal suo entusiasmo che dai numeri. Quella pazienza ha portato i suoi frutti: oggi mi occupo della gestione degli investimenti dei patrimoni delle fondazioni e coltivo un vivo interesse per la politica economica del nostro Paese.

Da mia madre, Vera Kaiser - Steinmann, ho imparato la contemplazione della natura, l’osservazione attenta degli uccelli e dei fiori. Era profondamente devota all’estetica, che esprimeva nel suo modo di essere e nei gesti quotidiani. Da lei ho appreso la misura nel comportamento e la capacità di distinguere tra ciò che è e ciò che appare».

C’è stato un momento decisivo nella sua vita in cui ha capito che la filantropia non era solo un compito, ma una vocazione e un percorso interiore?

«Non c’è stato un momento decisivo: è stato un percorso graduale, fatto di incontri, responsabilità e riflessioni che si sono sedimentate nel tempo. In questo cammino, il Dalai Lama - per me un importante punto di riferimento spirituale, che ricorda l’essenzialità di valori universali co -

La costellazione la fondazioni in cui Tashi Albertini-Kaiser ricopre un ruolo

Giuseppe Kaiser Stiftung

Sostiene persone in difficoltà e giovani talenti nei campi culturali, artistici e scientifici. Promuove progetti e premi che favoriscono crescita, formazione e inclusione sociale. https://www.giuseppekaiserstiftung.ch

Staub Kaiser Stiftung

Sostiene iniziative sociali, educative e intergenerazionali che rafforzano la coesione e il benessere delle comunità, con particolare attenzione ai progetti locali ad alto impatto sociale. https://www.staubkaiserstiftung.ch/

Stiftung Kimongo - Hilfe

Opera nella regione di Kimongo, RD Congo, sostenendo istruzione, salute e sviluppo locale. Collabora con realtà del territorio per migliorare le condizioni di vita delle comunità più vulnerabili. https://kimongo-hilfe.ch

me la compassione e la generosità - insieme a molte amicizie significative mi ha spinta a impegnarmi per il nostro popolo. Per me la filantropia significa destinare una parte delle proprie risorse al benessere della società, come manifestazione di un’attitudine che mette al centro il bene comune. Credo profondamente che ciascuno di noi abbia la possibilità di contribuire a questo. Fin da giovane ho partecipato a diverse organizzazioni tibetane. Nel 1997, insieme ad amici ticinesi, ho fondato l’associazione Ticino Tibet, che ho diretto fino al 2016 con Francesca Machado. L’associazione sostiene i diritti del popolo tibetano e, più in generale, la democrazia, la libertà di espressione e i diritti umani. Con le mie fondazioni porto avanti questo impegno ancora oggi. Gestire il loro patrimonio nel rispetto della volontà

dei loro fondatori è un privilegio e una grande responsabilità: un’autentica arte del “dare”, da esercitare con cuore e saggezza»

Nel 2001 ha fondato insieme a suo padre la Fondazione Giuseppe Kaiser, attiva anche nel campo dell’integrazione sociale. Qual è stato il motivo della fondazione e quale idea ne era alla base?

«Mio padre, nato nel 1919, è arrivato in Svizzera a due anni: era un orfano italiano ed è stato adottato da una famiglia zurighese. Nonostante le difficili circostanze iniziali, è riuscito a costruirsi una vita di grande successo. La generosità dei suoi genitori adottivi gli ha aperto molte porte, permettendogli di guardare al futuro e di cogliere le opportunità che ha incontrato lungo il suo cammino. Con la Fondazione Giuseppe Kaiser,

mio padre ha voluto sostenere persone che hanno affrontato sfide simili, affinché anche loro possano accedere a opportunità che altrimenti sarebbero rimaste precluse. La fondazione promuove talenti, cultura e sostegno sociale, aiutando giovani meritevoli e persone in difficoltà, una scelta nella quale mi ritrovo completamente».

In che modo principi come l’inclusione e la dignità umana influenzano il suo impegno nelle fondazioni?

«Faccio parte di diverse fondazioni impegnate in ambito sociale, culturale e umanitario. Presiedo la Fondazione Giuseppe Kaiser e la Staub Kaiser Stiftung, sono vicepresidente della Stiftung Kimongo -Hilfe. Questi impegni riflettono il mio desiderio di sostenere persone, progetti e

comunità che lavorano per creare opportunità e costruire ponti tra mondi diversi. Molti gruppi sociali svantaggiati restano esclusi dai sistemi di assistenza pubblica, spesso perché i loro bisogni vanno oltre ciò che è previsto per la maggioranza delle persone. Le mie fondazioni devono avere il coraggio di sostenere, nel rispetto dei loro scopi, progetti innovativi anche quando il successo non è garantito. Le iniziative che supportiamo puntano a rendere il mondo più solidale e dignitoso per tutti. È in questo ambito che vogliamo fare la differenza. Un esempio è il progetto “Freizeitangebot” (attività ricreative) della Fondazione Wagerenhof, che offre alle persone con disabilità attività e programmi di tempo libero personalizzati, andando oltre i servizi standard e valorizzando davvero la loro umanità».

Le sue fondazioni supportano anche realtà come TruePicture. Come è maturata la decisione di sostenere questa organizzazione e quali motivazioni hanno orientato questa scelta?

«I reportage fotografici e le immagini di Manuel Bauer, fondatore di TruePicture, mi hanno profondamente colpita da sempre. Manuel Bauer è il fotografo di riferimento del Dalai Lama, noto per la sua capacità di cogliere con profondità e rispetto i momenti più intimi e significativi della vita del leader spirituale tibetano. Alla sua sensibilità visiva e al suo sguardo preciso dietro la cinepresa si deve anche il successo del film sul Dalai Lama Wisdom of Happiness, la cui première mondiale si è tenuta l’8 ottobre 2024

nell’ambito dello Zürich Filmfestival di Zurigo. Dal mio punto di vista questo film è una testimonianza viva della saggezza di Sua Sanità, un mezzo che permette anche alle generazioni future di avvicinarsi ai suoi insegnamenti.

Quattro anni fa Manuel Bauer ha fondato TruePicture, è un programma di sostegno con mentoring dedicato a giovani foto - giornaliste e foto - giornalisti impegnati. Il suo obiettivo è rafforzare il loro percorso professionale e permettere la realizzazione di fotoreportage con una chiara rilevanza sociale e legata ai diritti umani. L’obiettivo è formare una nuova generazione di fotogiornalisti impegnati a difendere i diritti umani e la democrazia - un obiettivo che coincide perfettamente con la missione delle nostre fondazioni».

Perché per lei è personalmente importante sostenere il fotogiornalismo e quale impatto spera possa avere in futuro sulla società?

«TruePicture invita le nuove generazioni a osservare la realtà con rigore, a documentarla con responsabilità e a portare alla luce storie che spesso rimangono invisibili. Attraverso workshop, mentoring, premi e un programma culturale dedicato, offre strumenti concreti per sviluppare uno sguardo critico e consapevole, capace di dialogare con temi globali. TruePicture è un invito ad agire in prima persona e ad avere il coraggio di guardare dove altri preferiscono non guardare, in Svizzera e nel resto del mondo (www.truepicture.org).

Credo che proprio qui risieda una delle chiavi per un mondo più demo -

cratico e pacifico. Nel mandato di questa organizzazione è racchiuso anche il ricordo legato alla storia del Dalai Lama che ho menzionato all’inizio e il mio credo personale: guardare con attenzione, agire con coraggio e ispirare gli altri ad agire».

01 Ph: © Stefan Kubli

Finalizzare i progetti per agire in profondità

Intervista con Susanne Schroff, filantropa, Presidente del Consiglio di fondazione della SANNI Foundation.

Susanne Schroff, lei è cresciuta nell’area di Karlsruhe e, in seguito, ha studiato e lavorato in diversi Paesi. In che modo le sue radici e il suo percorso internazionale hanno contribuito a forgiare la persona e il leader che è oggi?

«Sono nata in una famiglia in cui l’imprenditorialità era parte della vita quotidiana. Mio padre aveva fondato molto presto un’azienda di elettronica, e mia madre partecipava attivamente all’attività. Così, ancor prima di comprenderne la portata, osservavo dal tavolo della cucina il peso delle decisioni, il senso della responsabilità, la capacità di affron-

tare l’incertezza. Quelle conversazioni, ascoltate quasi di nascosto, hanno sedimentato in me un modo di guardare al lavoro e al dovere che non mi ha più abbandonato. Dopo la maturità, il desiderio di scoprire il mondo è diventato irresistibile. Ho studiato e lavorato in Paesi diversi, lasciandomi affascinare da culture nuove, da modi di pensare che ampliavano il mio orizzonte. Ogni incontro, ogni città, ogni lingua ha contribuito a rendermi più aperto, più capace di comprendere e dialogare con persone lontane dalla mia esperienza originaria.

Alla fine dei vent’anni sono rientrata in Europa per assumere responsabilità nell’azienda di famiglia, la Rotronic, in Svizzera. Portavo con me non solo ciò che avevo imparato all’estero, ma anche una consapevolezza più matura: quella di essere cresciuto in un contesto privilegiato, e che proprio da quel privilegio nasce un dovere, un impegno verso gli altri e verso l’impresa che rappresento».

Quali valori fondamentali guidano le sue decisioni nella vita privata così come nel suo impegno imprenditoriale e filantropico?

«Al centro di tutto, per me, vi è l’autenticità: lo sforzo costante di rimanere quanto più possibile fedele a sé stessi. È un principio che considero irrinunciabile, una sorta di bussola interiore che orienta le mie scelte, grandi e piccole. Accanto ad essa, attribuisco un’im -

portanza altrettanto profonda al rispetto e alla tolleranza verso modi di pensare e di vivere diversi dal mio. Nel corso degli anni ho imparato quanto sia arricchente incontrare prospettive lontane dalle proprie certezze, e quanto sia necessario accoglierle con apertura e curiosità. Sono valori che cerco di incarnare non solo nella sfera personale, ma anche nel mio agire imprenditoriale e filantropico, dove il confronto con l’altro diventa occasione di crescita reciproca.3. Sie haben an renommierten Institutionen wie Mannheim, der Sorbonne und der Harvard Business School studiert».

Quali esperienze formative di quel periodo continuano ad accompagnarla ancora oggi –e per quale motivo?

«Tutte quelle tappe hanno lasciato un’impronta profonda. Dopo gli studi in Germania desideravo conoscere consapevolmente altre culture e prospettive: poter svolgere una formazione all’estero è un privilegio raro. Ancora oggi sono intimamente convinto del valore dell’apprendimento lungo l’intero arco della vita.

C’è qualcosa di straordinario nel lasciarsi coinvolgere sempre da ciò che è nuovo – e, per di più, mantiene giovani nello spirito.

Ogni tappa di quel percorso ha lasciato un segno profondo. Conclusi gli studi in Germania, avvertivo il desiderio consapevole di aprirmi ad altre culture, di confrontarmi con prospettive diverse dalle mie: poter svolgere una formazione all’estero è un privilegio che non ho mai dato per scontato. Ancora oggi rimango fermamente persuaso del valore dell’apprendimento lungo tutto l’arco della vita. C’è qualcosa di straordinario nel lasciarsi sorprendere dal nuovo, nel accogliere ciò che non si

conosce: un esercizio che arricchisce, rinnova e, in un certo senso, mantiene giovani nello spirito».

Nel suo itinerario umano e professionale, la filantropia ha assunto un ruolo centrale. Come interpreta, in prima persona, l’atto di farsi sostegno per gli altri?

«Sono profondamente convinta che aiutare il prossimo renda felici. Forse, a ben vedere, questa motivazione contiene persino una sfumatura di sano egoismo. Ciò che davvero conta, tuttavia, è l’impatto concreto che il nostro aiuto può generare e la consapevolezza di compiere qualcosa di autenticamente utile per gli altri».

La SANNI Foundation è oggi una realtà pienamente consolidata. Qual è stato l’elemento scatenante della sua nascita e quale visione desiderava realizzare attraverso di essa?

«Circa venticinque anni fa mi recai per la prima volta in India, per visitare un progetto dedicato al diabete in Kerala, sostenuto allora dai miei genitori. Fu in quell’occasione che incontrai Father Jose – un’esperienza che ha lasciato un segno profondo. Conobbi persone animate da un desiderio autentico di aiutare il prossimo, e altre che, senza quell’aiuto ricevuto, non sarebbero sopravvissute. Poiché ormai la mia vita si svolgeva principalmente in Svizzera e desideravo promuovere iniziative mie – in particolare, insieme a Father Jose, a favore dei bambini che vivono in condizioni di estrema povertà – decisi di fondare la SANNI Foundation. Oggi anche molte persone del mio entourage hanno scelto di impegnarsi, animate dalla volontà di garantire che le loro donazioni raggiungano direttamente chi ne ha più bisogno».

Gli obiettivi statutari della SANNI Foundation – istruzione, salute, autodeterminazione –sono estremamente concreti. Quale di questi ambiti le sta particolarmente a cuore e per quale motivo?

«Ritengo che ciascuno debba sostenere ciò che lo tocca davvero nel profondo. Per quanto mi riguarda, il confronto diretto con la povertà estrema mi ha reso evidente una verità semplice: senza salute e un’alimentazione adeguata, né l’istruzione né l’autodeterminazione possono diventare realtà».

C’è un progetto della SANNI Foundation che, più di altri, incarna il suo modo di concepire la filantropia?

«Il nostro Medical Village in Kerala rappresenta in modo emblematico il nostro approccio. Vi sorgono tre ospedali, un orfanotrofio, una casa per anziani e diversi programmi dedicati alla promozione delle donne.

I pazienti più abbienti contribuiscono a sostenere quelli meno fortunati: un sistema che permette alla struttura di autosostenersi e di operare in modo duraturo.

In linea generale, perseguiamo il principio dell’aiuto che rende autonomi: vogliamo mettere le persone nelle condizioni di generare un proprio reddito. A Delhi sosteniamo diversi progetti nelle baraccopoli. In questo momento stiamo avviando una piccola sartoria in cui le donne confezionano uniformi scolastiche, mentre noi ci occupiamo della vendita. In questo modo non sono più costrette a lavorare innumerevoli ore in molteplici famiglie e possono contare su un reddito concreto. Il nostro obiettivo è promuovere dignità e indipendenza, non distribuire elemosine».

Quali esperienze, nel suo impegno filantropico, le hanno donato la più grande soddisfazione personale – quei momenti in cui ha percepito con chiarezza di poter davvero fare la differenza?

«Uno dei momenti più toccanti, per me, è stato partecipare lo scorso anno a due matrimoni di giovani che, pur essendo nati con l’HIV, sono cresciuti nel nostro orfanotrofio.

Oggi conducono vite autonome, hanno figli sani e una buona formazione. Episodi come questi mostrano con forza ciò che un sostegno duraturo può rendere possibile – e sono, per me e per i nostri sostenitori, profondamente commoventi».

Ogni impegno sociale porta con sé anche momenti difficili. Quali frustrazioni o ostacoli ha incontrato nel corso degli anni e in che modo li ha affrontati?

«Per me l’impegno per il prossimo è qualcosa di naturale, soprattutto quando si è cresciuti in un contesto privilegiato. Non è necessario contribuire economicamente: anche il tempo donato ha un valore immenso. A volte, però, mi sorprendo a chiedermi perché questa sensibilità non sia più diffusa».

La SANNI Foundation opera in contesti complessi come l’India e il Myanmar. Quali sfide ha dovuto affrontare in questo percorso?

«Le differenze culturali sono naturalmente profonde e possono generare numerosi malintesi. L’India ha conosciuto uno sviluppo significativo, ma la distribuzione della ricchezza rimane estremamente diseguale – un aspetto che, per noi, non è sempre facile da comprendere fino in fondo. In Myanmar, invece, la situazione politica continua a essere molto difficile e instabile dopo il colpo di Stato

del 2021, rendendo il lavoro sul campo particolarmente impegnativo».

Come descriverebbe oggi il suo stile di leadership in ambito filantropico? È più orientato alla visione, strutturato sul piano organizzativo o fortemente incentrato sulla vicinanza alle persone?

«Lo considero una sintesi di tutti questi elementi. È fondamentale non disperdere energie, ma seguire pochi progetti con continuità e profondità. In particolare, nelle nostre adozioni a distanza, oltre agli aspetti essenziali come salute, nutrizione e istruzione, entrano in gioco anche dimensioni più “soft”, legate all’affetto e alla cura: criteri umani, che richiedono attenzione e presenza».

Nel suo lavoro incontra spesso storie di vulnerabilità, ma anche di straordinaria resilienza. C’è un incontro, un volto, che l’ha particolarmente toccata o segnata?

«Nei bassifondi di Delhi incontrai un’anziana donna, dignitosamente avvolta in un magnifico sari, che viveva con la sua famiglia su una discarica. Quando le chiesi la sua età, scosse semplicemente il capo: non la conosceva. Quell’incontro mi ha ricordato ancora una volta quanto spesso ci soffermiamo su

aspetti irrilevanti – come l’età di una persona – e quanta dignità e fierezza riescano invece a conservare gli esseri umani anche nelle condizioni più difficili».

La filantropia sta attraversando una fase di trasformazione: oggi si parla di impatto misurabile, sostenibilità ed empowerment. Come interpreta questa evoluzione e in che modo si riflette nel lavoro della sua fondazione?

«In quanto imprenditrice, cerco di guidare sia la SANNI Foundation sia la Schroff Stiftung con un approccio chiaro, strutturato e professionale, mettendo a frutto l’esperienza maturata nel settore privato. Accolgo con grande favore il fatto che la filantropia stia diventando sempre più orientata ai risultati e alla sostenibilità».

Guardando avanti, quali nuovi orizzonti desidera aprire, quali territori inesplorati della solidarietà sente pronti a trasformarsi in futuro concreto?

«Accanto al nostro lavoro in India e in Myanmar, stiamo attualmente valutando un impegno in Laos, uno dei Paesi più poveri del Sud-Est asiatico. Per noi è fondamentale mantenere una chiara focalizzazione e costruire partenariati di lungo periodo».

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Crescere sul ghiaccio: la nuova casa dei giovani dell’HCL

Dal 2 gennaio una parte importante della Sezione Giovanile dell’Hockey Club Lugano ha iniziato ad allenarsi nella nuova pista di ghiaccio del Centro multifunzionale giovanile di Sigirino. Una scelta strategica che segna un passo avanti significativo non solo per i giovani atleti, ma per tutto il movimento sportivo legato alla città di Lugano.

Ce ne parlano l’Avv. Massimo Pedrazzini, Presidente della Fondazione HC Lugano Academy, e Alessandro Chiesa, Head of Junior Department.

Qual è stata la ragione principale del trasferimento a Sigirino?

Alessandro Chiesa:

«La motivazione è molto concreta: la Cornèr Arena era ormai satura. Gli spazi ghiaccio non

bastavano più a sostenere la crescita del settore giovanile, con allenamenti fissati anche molto presto al mattino o tardi alla sera. La nuova struttura ha permesso di migliorare sensibilmente la qualità degli orari e delle condizioni di allenamento».

Quali vantaggi offre la struttura di Sigirino?

Alessandro Chiesa: «La CMFG Arena è un centro all’avanguardia che ospita diverse discipline sportive. Non è solo una pista di ghiaccio: comprende anche palestre e spazi dedicati alla preparazione fisica. Questo consente ai giovani di lavorare non solo sul ghiaccio, ma anche su coordinazione, equilibrio e sviluppo motorio in ambienti adeguati».

Quali categorie sono state trasferite?

Alessandro Chiesa: «Principalmente le categorie più giovani, come U14, U12 e parte della U9, mentre le squadre maggiori continuano a operare alla Cornèr Arena. Questa ridistribuzione ha portato benefici su entrambe le sedi, alleggerendo la pressione sugli spazi e migliorando l’organizzazione complessiva».

Come hanno reagito famiglie e atleti al cambiamento?

Alessandro Chiesa: «All’inizio con un po’ di comprensibile esitazione, soprattutto per gli spostamenti. Ma una volta scoperta la qualità della struttura, le perplessità sono svanite. Le famiglie hanno apprezzato l’ambiente moderno e funzionale, pensato davvero a misura di giovane sportivo».

E per lo staff tecnico, cosa è cambiato?

Alessandro Chiesa: «Più che problemi, si sono presentate nuove sfide organizzative, dovute alla gestione su più sedi. Tuttavia, l’esperienza dei primi mesi è stata positiva: allenatori e collaboratori hanno saputo adattarsi rapidamente, cogliendo l’opportunità di lavorare in un contesto più strutturato».

Quanto è stato importante il supporto delle istituzioni?

Avv. Massimo Pedrazzini: «Fondamentale. Il Comune di Lugano ha messo a disposizione un monte ore di ghiaccio nella nuova arena, per -

mettendo al club di usufruire di questa opportunità. Un sostegno concreto che dimostra attenzione verso lo sport giovanile e la sua crescita. In sintesi, l’approdo a Sigirino rappresenta molto più di un semplice trasferimento logistico: è un investimento sul futuro. Offre ai ragazzi spazi migliori, un’educazione sportiva più completa e un ambiente in cui crescere non solo come atleti, ma come persone».

A Besso un modello abitativo tra accessibilità e comunità

A Lugano prende forma un progetto abitativo che punta a rispondere alla crescente domanda di alloggi accessibili, soprattutto per la popolazione anziana. Ne parliamo con Andrea Grassi, membro del Consiglio della Fondazione

Borgo Sergio Mantegazza, promotrice dell’iniziativa.

Il progetto del nuovo borgo a Besso nasce in un contesto di crescente pressione sul mercato abitativo. Qual è la sua finalità principale?

«L’obiettivo è quello di offrire una risposta concreta a una fascia di popolazione che oggi fatica a trovare soluzioni adeguate: persone anziane autosufficienti con risorse limitate. Non si

tratta solo di costruire alloggi a pigione moderata, ma di creare condizioni che permettano a queste persone di rimanere nel proprio contesto di vita, mantenendo relazioni e abitudini. Il progetto si inserisce in una dinamica demografica chiara, con un progressivo aumento della popolazione anziana e un sistema abitativo che non sempre riesce ad assorbirne i bisogni».

Il borgo prevede 80 appartamenti a pigione moderata e 20 unità a condizioni di mercato. Qual è la logica di questa scelta?

«La presenza di una quota di appartamenti a condizioni di mercato risponde a una precisa visione: evitare la creazione di comparti mono-generazionali o socialmente omogenei. L’idea è favorire un tessuto abitativo mi-

sto, in cui convivano generazioni e situazioni economiche diverse. Questo approccio contribuisce a ridurre il rischio di isolamento e a rafforzare le relazioni di vicinato. È un modello che guarda alla coesione sociale come elemento strutturale del progetto».

Oltre agli alloggi, il progetto include numerosi servizi e spazi comuni. Che ruolo avranno?

«Sono parte integrante del concetto. Il borgo è pensato come un ecosistema abitativo, non come un semplice complesso residenziale. La presenza di una piazza centrale, aree verdi, servizi alla persona, attività commerciali e un asilo nido ha una funzione precisa: facilitare la quotidianità e incentivare l’incontro. L’accessibilità non è solo economica, ma anche funzionale. Ridurre le distanze tra casa, servizi e socialità significa migliorare concretamente la qualità della vita».

Il progetto sorgerà nell’area dell’ex Righetti Combustibili. Che impatto avrà sul quartiere di Besso?

«L’intervento rappresenta anche un’operazione di riqualificazione ur -

bana. Si tratta di restituire valore a un’area oggi parzialmente inutilizzata, migliorandone la fruibilità e la sicurezza. L’arretramento degli edifici lungo via Besso, ad esempio, consentirà la creazione di marciapiedi più ampi e alberati, con benefici evidenti per la mobilità pedonale. Inoltre, l’integrazione dell’edificio storico Veladini e la creazione di una nuova piazza contribuiranno a rafforzare l’identità del quartiere».

Il progetto è promosso dalla Fondazione

Borgo Sergio Mantegazza. Qual è il ruolo della Fondazione e quale visione la guida?

«La Fondazione Borgo Sergio Mantegazza nasce con l’obiettivo specifico di realizzare questo

progetto e, più in generale, di promuovere iniziative di utilità pubblica. Si ispira alla visione di Sergio Mantegazza, che ha voluto lasciare un contributo concreto alla sua città natale. La Fondazione opera in dialogo con il territorio e le istituzioni, con un approccio pragmatico: individuare bisogni reali e sviluppare soluzioni sostenibili nel tempo».

Guardando oltre il singolo intervento, questo modello è replicabile?

«Il progetto, sviluppato da EROP Real Estate, nasce da condizioni specifiche, ma il modello è certamente replicabile nei suoi principi: integrazione tra abitazione e servizi, mix sociale, attenzione alla sostenibilità economica. La sfida sarà adattarlo a contesti diversi, mantenendo l’equilibrio tra qualità progettuale e accessibilità. In un momento in cui la questione abitativa è sempre più centrale, iniziative di questo tipo possono rappresentare un riferimento per politiche più ampie».

Crescita, valore e infrastrutture

Il turismo congressuale torna al centro del dibattito pubblico nel Luganese.

L’Ente Turistico del Luganese (ETL), insieme alla Città di Lugano e al Ticino Convention Bureau, ha avviato un percorso di comunicazione per spiegare perché il comparto congressuale rappresenti una leva strategica per lo sviluppo economico della destinazione.

Il 2025 segna un salto di qualità: più partecipanti, maggiore impatto economico e una pipeline di candidature già proiettata al 2027–2030. Restano però vincoli infrastrutturali che, secondo gli attori coinvolti, impongono una scelta di visione.

Avv. Rupen Nacaroglu: «Il turismo congressuale non è un segmento “di nicchia”: è un moltiplicatore economico e un acceleratore di posizionamento. Con questa primo incontro stampa vogliamo sensibilizzare mondo politico e opinione pubblica sul valore strategico del comparto congressuale per Lugano e per l’intero Luganese. È l’i-

Avv. Rupen Nacaroglu

nizio di una serie di attività di comunicazione condivise tra ETL, Città e Ticino Convention Bureau».

Qual è, in concreto, la visione che proponete per la destinazione?

Avv. Rupen Nacaroglu: «Con un polo congressuale moderno, flessibile e dimensionato per le esigenze del mercato, Lugano potrebbe trasformare in risultati concreti una parte rilevante della domanda che oggi non riesce a convertire. La nuova struttura permetterebbe di ampliare in modo sensibile l’indotto per la destinazione. E questo indotto non riguarda solo il comparto congres -

Monica Besomi

– Città di Lugano

suale in senso stretto, ma si riversa su alberghi, ristorazione, commercio, trasporti e servizi, rafforzando la destagionalizzazione e il posizionamento competitivo di Lugano».

Quali sono i numeri del 2025 al Palazzo dei Congressi?

Monica Besomi: «Nel 2025 il Palazzo dei Congressi ha ospitato 24 congressi complessivi, includendo anche quelli regionali e cantonali. Guardando ai dati analizzati nel dettaglio, ci siamo concentrati su 16 congressi – 5 nazionali e 11 internazionali – che hanno generato circa 14.500 partecipanti. Parliamo in gran parte di even-

Samuel Righetti

Roberto Badaracco Vicesindaco di Lugano

ti dei settori medico, economico, finanziario. Utilizzando lo Swiss Event Impact Calculator, la stima dell’impatto economico diretto per la destinazione nel 2025 è pari a 18 milioni di CHF, mentre l’impatto economico complessivo raggiunge 33,4 milioni di CHF. Si tratta di un risultato molto significativo poichè il valore non ricade solo sull’infrastruttura, ma soprattutto su alberghi, ristorazione, servizi e commercio locale, contribuendo a destagionalizzare i flussi e a consolidare la competitività di Lugano».

Che ruolo gioca il Ticino Convention Bureau in questo ecosistema?

Samuel Righetti: «Il Ticino Convention Bureau promuove tutti i segmenti MICE, con un focus particolare su eventi aziendali, viaggi incentive e riunioni, dove l’offerta territoriale è già consolidata e competitiva. Sul turismo congressuale internazionale lavoriamo in stretta collaborazione con Lugano Convention & Exhibition».

Quali sono i limiti principali oggi?

Samuel Righetti: «Le caratteristiche infrastrutturali dell’attuale Palazzo dei Congressi influenzano la possibilità di ospitare eventi simultanei e di ampia portata. Per accompagnare la crescita futura servono spazi più flessibili e, parallelamente, una maggiore disponibilità di camere per la clientela business, idealmente in prossimità del polo congressuale.

Come si costruisce oggi la “pipeline” congressuale?

Monica Besomi: «C’è un lavoro continuo di acquisizione, che combina presenza qualificata a fiere e appuntamenti di settore – come IMEX o EuropeCongress – visibilità istituzionale e partnership. Sul piano operativo, significa ricerca di lead e ambassador,

analisi delle opportunità (anche tramite strumenti come ICCA Business Intelligence), studio di fattibilità, mediazione tra partner, candidatura ufficiale tramite BID, organizzazione di sopralluoghi e visite di vendita».

L’Ambassador Program è spesso citato come strumento decisivo. Come funziona?

Monica Besomi: «L’Ambassador Program è un insieme di servizi e attività pensati per supportare figure autorevoli nei loro ambiti professionali – accademico, medico, economico –che desiderano promuovere attivamente Lugano come sede congressuale. Oggi coinvolge oltre cento esponenti cantonali. Il vantaggio è duplice: la destinazione acquisisce credibilità e accesso a network internazionali; gli ambassador ottengono know-how, contatti, visibilità e prestigio».

Possiamo fare un esempio concreto?

Monica Besomi: «La candidatura ISPCAN 2027 è un caso emblematico: ambassador la Dr.ssa med. Myriam Caranzano - Maître, con un comitato scientifico supportato da 5 professori e ricercatori di USI e SUPSI. Sono stati necessari 9 mesi di lavoro, un dossier di candidatura di 33 pagine più budget. L’evento previsto è da 900 partecipanti, 5 giorni, novembre 2027, con impatto economico stimato di 1,8 milioni di CHF».

Quali sono oggi le criticità più urgenti del Palazzo dei Congressi?

Roberto Badaracco: «Le criticità sono note e ricorrenti: la doppia vocazione della struttura, che deve essere insieme centro civico e congressuale; la limitata modularità degli spazi; vincoli logistici che rendono complessa la gestione contemporanea di più eventi; e una programmazione che richiede 2–3 anni di anticipo, con difficoltà ulteriori legate ai calendari internazionali e a regolamentazioni etiche in alcuni settori. A ciò si aggiunge il tema delle camere: per competere su eventi di scala maggiore servono grandi alberghi nelle vicinanze».

Perché il progetto Campo Marzio Nord viene indicato come soluzione strategica?

Roberto Badaracco: «Rappresenta un investimento strutturale sul posizionamento di Lugano e dell’intera destinazione. Il Polo turistico congressuale al Campo Marzio Nord mira a creare un’infrastruttura moderna, flessibile e integrata con l’offerta alberghiera e urbana. Significa rafforzare la competitività nazionale e internazionale e, soprattutto, investire nello sviluppo economico, turistico e occupazionale del territorio, creando valore duraturo. Il progetto prevede una struttura congressuale moderna e modulabile, una struttura alberghiera, edifici abitativi, servizi e spazi urbani verdi pubblici, oltre a parcheggi. L’idea è costruire un ecosistema, non un edificio isolato: un luogo capace di connettere turismo business, città e vivibilità urbana».

Cinque anni dopo l’apertura della prima struttura, l’Albergo Diffuso Monte Generoso si conferma un modello originale di valorizzazione territoriale. Tra recupero di edifici storici, collaborazione tra realtà pubbliche e private e attenzione ai prodotti locali, il progetto guarda oggi al futuro con un nuovo simbolo identitario: il vino DIVONA 909, nato dai vigneti coltivati oltre i 900 metri di altitudine.

Che significato hanno questi primi cinque anni dell’Albergo Diffuso Monte Generoso?

«Sono stati anni molto importanti, perché il progetto ha dimostrato che è possibile valorizzare un territorio in modo sostenibile senza snaturarlo. L’Albergo Diffuso non è nato soltanto per creare posti letto, ma per costruire una rete capace di generare valore per la valle, per i suoi abitanti e per l’economia locale. Oggi vediamo i risultati di un lavoro condiviso che ha coinvolto enti pubblici, privati e realtà del territorio».

Un turismo che nasce dal territorio

L’Albergo Diffuso festeggia cinque anni tra ospitalità sostenibile, identità locale e il nuovo vino

DIVONA 909. Ci racconta tutto Nadia Fontana

Lupi, Direttrice dell’Organizzazione Turistica

Regionale Mendrisiotto e Basso Ceresio.

Quanto conta oggi fare rete tra strutture, istituzioni e comunità locali?

«È fondamentale. Un progetto come questo può funzionare solo attraverso la collaborazione. L’Albergo Diffuso riunisce realtà diverse che condividono una stessa visione del territorio e del turismo. Questo permette non solo di offrire un’esperienza più autentica agli ospiti, ma anche di creare una ricaduta concreta sull’intera regione».

Quanto è importante per il turista vivere esperienze autentiche e legate al territorio?

«Oggi moltissimi visitatori cercano proprio questo: autenticità, contatto con il paesaggio, prodotti locali e ritmi diversi rispetto alle grandi destinazioni turistiche. La Valle di Muggio e il Monte Generoso hanno un’identità molto forte e il nostro obiettivo è valorizzarla senza trasformarla in qualcosa di artificiale. È un turismo più lento, più consapevole e più vicino alle persone».

Avete presentato il nuovo vino DIVONA 909. Che valore ha questo progetto?

«Ha un valore molto simbolico ma anche molto concreto. Sin dall’inizio volevamo creare un prodotto che raccontasse il territorio e che nascesse direttamente da esso. Il nuovo vino rappresenta perfettamente questa filosofia: è prodotto con uve coltivate oltre i 900 metri di altitudine, attraverso un approccio sostenibile e con una filiera interamente locale. È un elemento che rafforza ulteriormente l’identità dell’Albergo Diffuso».

Quali prospettive vede per il futuro dell’Alta Valle di Muggio e dell’Albergo Diffuso Monte Generoso?

«Credo che questa regione abbia un grande potenziale proprio perché è riuscita a conservare autenticità, paesaggio e qualità della vita. Il futuro sarà continuare a crescere mantenendo questo equilibrio, sviluppando nuove esperienze e rafforzando il legame tra ospitalità, natura, cultura e prodotti del territorio. L’obiettivo è rendere la valle sempre più attrattiva senza perderne l’anima».

Le strutture rinnovate ed affiliate all’Albergo Diffuso Monte Generoso sono attualmente 5: - 3 si trovano in fondo alla valle di Muggio, a Scudellate e sono: l’Osteria con alloggio La Manciana, l’Ostello di Scudellate e La Casa dei Gelsi Panorama Lodge.

- 1 si trova sulla sponda destra della Valle di Muggio, a Casima ed è il Ristorante e Boutique Hotel Cà Nani

- 1 si trova all’Alpe di Caviano, raggiungibile dalla Bellavista o da Castel San Pietro, e propone ristorazione e camere

Le 5 strutture ricettive e i 3 ristoranti propongono atmosfere curate e accoglienti.

Per avere maggiori informazioni sul progetto e le strutture: www.staygenerous.ch

Quando il Futurismo arrivò in tavola

Tra polibibite, provocazioni e banchetti

visionari, la rivoluzione del gusto immaginata da Filippo Tommaso Marinetti.

di Marta Lenzi

Cinquant’anni fa nasceva Filippo Tommaso Marinetti, una figura di riferimento della prima metà del Novecento. Poeta e padre spirituale del movimento futurista, nato nel 1909 per rivoluzionare arte, letteratura, musica, teatro, danza e infine la cucina, le cui teorie rinnegavano gli stili del passato per aderire con forme vive al dinamismo della vita moderna. I paradossi gastronomici, così come quelli estetici, miravano all’evoluzione morale: bisognava scuotere la materia per risvegliare lo spirito. La cucina futurista, espressamente definita da Marinetti come una vera e propria rivoluzione “cucinaria”, venne descritta in manifesti e libri con tanto di ricette, menu e suggerimenti per imbandire lussuosi banchetti o per servire originali pranzi. I futuristi puntavano al rifiuto dei mediocri piaceri quotidiani del pa-

lato e auspicavano l’avvento di una cucina chimica che abolisse i vecchi schemi gastronomici sostituendoli con nuove idee al passo con i tempi. Un manifesto pubblicato nel 1913 dal cuoco francese Jules Maincave (Manifeste de la cuisine futuriste), ispira il manifesto Culinaria futurista stampato nel 1920, in cui si esaltano i colori e le forme dei piatti più che i sapori degli alimenti. Marinetti è da tempo membro del comitato di degustazione della rivista La cucina italiana quando, in

occasione di una cena offerta in suo onore il 15 novembre 1930 al ristorante milanese Penna d’Oca, dove vengono serviti piatti dai nomi stravaganti (gelato della luna, brodo di rose e sole, agnelli arrosto in salsa di leone, pioggia di zuccheri filati...), espone pubblicamente il punto di vista dei futuristi sull’alimentazione. Fondamentale è l’abolizione della pastasciutta, piatto nazionale per eccellenza, che a suo dire «appesantisce, abbrutisce, illude sulla sua capacità nutritiva, rende scettici, lenti, pessimisti», e che pertanto deve essere sostituita dal riso e dal pane. Il 28 dicembre 1930 appare sulla Gazzetta del popolo di Torino il Manifesto della cucina futurista, versione approfondita del precedente manifesto del 1920, e l’anno successivo il volume La cucina futurista. Il primo punto del manifesto è proprio Contro la pastasciutta, alimento che secondo i futuristi è causa di «fiacchezza, pessimismo, inattività nostalgica e neutralismo», tipici del popolo italiano. Solo l’abolizione di questo cibo potrà rendere gli Italiani più agili e scattanti e vincitori in una possibile guerra; inoltre l’Italia potrà essere liberata dalla dipendenza dal grano estero a favo -

re della nostrana industria risicola. L’arte culinaria futurista esalta nuovi sapori, creati da accostamenti stravaganti, presta particolare attenzione alle forme, ai profumi, ai colori dei cibi, e all’architettura dei piatti. Propone abbinamenti di sapori contrastanti (dolce/salato), il coinvolgimento del tatto attraverso l’alternanza caldo/freddo e il contatto diretto con i cibi (abolizione della forchetta e del coltello), il tutto con una particolare cura per l’estetica delle portate. Il manifesto propone come esempio alcune ricette dai nomi fantasiosi pre -

parate dal primo cuoco del ristorante Penna d’Oca: il Salmone dell’Alaska ai raggi del sole con salsa Marte e la Beccaccia al Monterosa salsa Venere. Il manifesto provoca un serie di polemiche e gli stessi futuristi si dividono sull’argomento: alcuni supplicano Marinetti di risparmiare le tagliatelle; altri, i futuristi liguri, chiedono che venga dichiarata «leale neutralità verso i ravioli, per i quali nutriamo profonde simpatie e abbiamo doveri di riconoscenza e di amicizia». Marinetti organizza una vera e propria campagna promozionale internazionale per presentare i piatti futuristi. In occasione dell’inaugurazione della Taverna del Santopalato a Tori-

no, l’8 marzo 1931, vengono servite le più curiose ricette futuriste: l’Antipasto intuitivo, il Carneplastico, creato dal pittore futurista Fillia (una polpetta ripiena di verdura disposta verticalmente nel piatto completata da miele, salsiccia e sfere di carne di pollo), il Pollofiat e l’Areovivanda, cioè, secondo quanto spiega lo stesso Marinetti, «una pietanza composta da frutti e verdure diverse che si mangiano con la mano destra senza l’aiuto di alcuna posata, mentre la mano sinistra accarezza una tavola tattile formata da cartavetrata, velluto e seta. Intanto l’orchestra intona una rumorosa e violenta musica futurista, e i camerieri spruzzano sulla nuca di ogni commensale un forte profumo di garofano».

La tavola futurista diventa così terreno di sperimentazioni molteplici: colori, forme, sapori, odori, abbinamenti, costituiscono stimoli sensoriali, tattili, visivi, olfattivi, gustativi. Insomma guai a mangiare solo per nutrirsi. I futuristi si impegnarono inoltre a italianizzare alcuni termini di origine straniera: il cocktail divenne così la “polibibita” che si beveva al “Quisibeve” e non al bar, il sandwich prese il nome di “traidue”, il dessert di “peralzarsi” e il picnic di “pranzoalsole”. Tutto contribuiva ad esaltare l’esperienza creativa del cibo, come l’abolizione della forchetta e del coltello rientrava nella strategia gastronomica futurista per favorire il “piacere tattile prelabiale”; come la creazione dei bocconi simultanei e cangianti che contenevano dieci, venti sapori da gustare in pochi attimi e l’uso dell’arte dei profumi per favorire la degustazione. Ogni vivanda doveva essere preceduta da un profumo poi cancellato dalla tavola mediante ventilatori; e ancora la presentazione rapida tra vivanda e vivanda, sotto le nari e gli occhi dei convitati,

per favorire la curiosità, la sorpresa e la fantasia. Allo stesso modo, l’utilizzo della musica doveva essere limitato negli intervalli, per non distrarre la sensibilità della lingua e del palato, dosato intelligentemente come qualsiasi altro ingrediente per permettere di godere nel modo giusto dei sapori di una certa vivanda. La filosofia futurista era sperimentare e far diventare il cuoco un vero e proprio chimico dell’intuizione gastronomica che sapesse condensare nell’alimentazione i principi indispensabili alla vita.

Il successo maggiore di pubblico e stampa i futuristi lo ebbero con gli “aerobanchetti”, e memorabile fu quello organizzato a Bologna nel ’31. Niente tovaglia, sostituita da foglie di alluminio e piatti di metallo. Tavola a forma di aereo, con al centro delle due appendici raffiguranti le ali, una motocicletta come motore. Dopo la portata Aeroporto piccante (insalata russa), venne servito Rombi d’ascesa (risotto con arancia), durante il quale Marinetti proclamò: «Voliamo a ottomila metri: sentite come questo nutre e favorisce lo stomaco». Dai commensali si levò allora una richiesta urlante: «vogliamo il carburante». S’inneggiava al lambrusco, travasato in latte da benzine. Furono poi anche serviti la Sveglia stomaco, l’Alga spuma tirrena e il Pollo d’acciaio (arrosto ripieno di confettini argentei).

Un Festival, una storia, un futuro

Un percorso lungo 20 anni, oltre 400 serate stellate con più di 600 stelle Michelin e oltre 5’800 punti GaultMillau.

Questo è ad oggi S.Pellegrino Sapori Ticino.

di Dany Stauffacher

Se guardo indietro mi sembra impossibile che la mia passione per il buon cibo e il buon vino, sviluppatasi negli anni grazie a tante esperienze in giro per il mondo, abbia portato a tutto questo. Una scommessa nata per caso, tra amici. Il grande amore per la mia regione, al contrario, quello c’è sempre stato.

Io sono Ticino da sempre, è quello che sento quando mi alzo la mattina, sono ticinese in ogni momento e attimo della mia giornata e questo senti-

mento mi ha portato a pensare e a creare idee che possano sostenere il meglio del mio Cantone, a cercare di continuo nuove situazioni con le quali possiamo tutti stare bene. Quando nel 2007 ho creato l’agenzia Sapori Ticino, con l’obiettivo di gestire diversi eventi attraverso l’enogastronomia di qualità, non immaginavo di arrivare sin qui. Un’idea per promuovere il territorio ticinese come destinazione turistica, nata grazie anche a Dario Ranza, Martin Dalsass e Andrea Jaeger, subito accolta da un gruppo di Grandi Alberghi e ristoranti che decisero di mettere a disposizione la loro professionalità per dar vita al Festival, accomunati da un obiettivo comune: sostenere e mettere in luce un territorio attraverso l’ospitalità d’eccellenza con l’idea che l’alta cucina potesse essere determinante, portando in Canton Ticino tutto il meglio dell’enogastronomia internazionale per collaborare con alberghi e chef ticinesi. Non si parlava ancora tanto di stelle, anche se c’erano già ristoranti importanti, non si percepiva ancora che l’elemento gastronomico sarebbe diventato fondamentale nella scelta della destinazione e in pochi consideravamo la ricchezza enogastronomica del nostro territorio. Non si immaginava quindi che il territorio ticinese sarebbe diventato una delle regioni con più stelle al mondo in rapporto agli abitanti. Nel 2009 poi S.Pellegrino, il grande marchio di acqua minerale amba-

sciatore della cucina gourmet, lega il suo nome alla manifestazione.

Nasce così S.Pellegrino Sapori Ticino, un matrimonio ben riuscito che proietta la manifestazione a livello internazionale. Negli anni hanno partecipato alcuni dei migliori chef al mondo: Massimo Bottura, Mauro Colagreco, Joan Roca, Rasmus Kofoed, Martin Berasategui, Andreas Caminada, Peter Knogl e Franck Giovannini, solo per citarne alcuni. Per comunicare sempre meglio e di

più, nel 2011 viene stampato il primo Magazine Sapori Ticino e nel 2012 iniziano le serate lounge per avvicinare l’enogastronomia di qualità anche ai giovani.

Nel 2014 prende avvio l’importante partnership con i Swiss Deluxe Hotels, l’associazione che riunisce 42 fra i migliori e più esclusivi Hotel 5 stelle della Svizzera, che permetterà di portare i sapori e i saperi ticinesi Oltregottardo; nel 2015 arrivano le prime cheffes donne perché anche

la cucina al femminile ha una sensibilità da cui non si può prescindere; come non si può prescindere dal ruolo che il cibo ha nella nostra qualità di vita e per questo nel 2019 inizia la collaborazione con EOC con il progetto Salute con Sapore. Tutto questo ricco percorso viene riconosciuto nel 2021 con il Premio speciale come miglior evento enogastronomico dal Magazine Food&Travel. Tanto lavoro, tanto entusiasmo e tanto orgoglio, devo ammetterlo. Ma Sapori Ticino non si è fermato. Dal 2024 è iniziata una importante collaborazione con EHL Losanna, la migliore hospitality school del mondo, che forgia i futuri leader del settore alberghiero e della ristorazione, ma non solo. Una occasione di uno scambio importante per sviluppare sempre di più la cultura dell’ospitalità, fondamentale per il turismo e tutta l’economia.

L’intento è sempre stato quello di mettere in rete diverse realtà per promuovere le eccellenze del settore. L’ospitalità è uno stile di vita e la gastronomia è il suo cuore pulsante, per questo cerco sempre di creare sinergie tra enogastronomia, hotellerie, cultura e paesaggio.

In quest’ottica, partecipiamo dal 2023 alla Luxury Hospitality Conference a Milano, un evento di un’intera giornata dedicato all’ospitalità di lusso, pensato per aiutare i profes -

sionisti a cogliere le tendenze emergenti, i nuovi approcci e le prospettive future del settore e da sempre collaboriamo con le Grandes Tables Suisses, l’Associazione dei migliori ristoranti svizzeri, che saranno tra i protagonisti proprio della ventesima edizione, unitamente a GaultMillau Channel che, grazie a una nuova partnership, amplificherà i nostri messaggi su tutto il territorio.

L’obiettivo del Festival dalla sua nascita è quello di stabilire un rapporto di scambio culturale: le storie, i personaggi, i sapori e i saperi dei Paesi ospiti sono ogni volta i protagonisti unitamente alle eccellenze del nostro territorio. In quest’ottica, nelle ultime edizioni abbiamo anche varcato i confini nazionali e abbiamo presentato le nostre ricchezze enogastronomiche a Parigi, a Monaco di Baviera, durante le Olimpiadi a Parigi e a San Paolo, e ancora a Milano con sempre affollatissime conferenze stampa. Quest’anno sarà la gastronomia svizzera la protagonista del Festival e grazie alla ricca cultura enogastronomica, mostreremo l’identità ticinese e svizzera. Diventando a loro volta i migliori ambasciatori per il nostro territorio ticinese, gli chef svizzeri scopriranno che la gastronomia moderna è nata proprio in Ticino, precisamente in valle di Blenio a metà del XV secolo con Maestro Martino. Tutto questo percorso continua a essere possibile grazie anche a Ticino Turismo, Lugano Region, l’organizzazione turistica Lago Maggiore e Valli, Bellinzona Turismo e Mendrisiotto Turismo, che ci hanno sempre sostenuto e a tutti i partner che credono nella manifestazione, perché più che mai oggi il turismo passa attraverso l’enogastronomia, fattore basilare per la scelta di una destinazione. Bere e mangiare sono da sempre espressioni della cultura di un luogo

e il territorio ticinese ha svelato così le sue grandi potenzialità.

Sapori Ticino continuerà a valorizzare il Ticino come una destinazione che va oltre l’eccellenza enogastronomica, esprimendo una mediterraneità unica in Svizzera, fatta di stile di vita, accoglienza e patrimonio enogastronomico e paesaggistico, come già sta avvenendo da anni con Ticino Gourmet (ticinogourmet.ch).

E S.Pellegrino Sapori Ticino, dopo 20 edizioni, non conclude il proprio percorso, ma evolverà, mettendo a disposizione il proprio know-how, le relazioni e l’esperienza maturata in vent’anni di attività, contribuendo allo sviluppo di una visione ancora

più ampia e strategica, finalizzata ai giovani. Un percorso che metterà al centro il territorio e la sua identità più autentica, portando al pubblico i grandi chef del futuro.

Ci aspettano quindi ancora tanti nuovi e interessanti appuntamenti, ma per ora godiamoci la ventesima edizione a partire da metà settembre (sanpellegrinosaporiticino.ch)!

Locarno Film Festival

5—15.8.2026

Art: Cindy Sherman

Chi guiderà i ristoranti del futuro?

Nel mondo dell’ospitalità e della ristorazione, il tema del lavoro non può più essere affrontato solo in termini di carenza di personale. È la riflessione emersa dal panel moderato da Dany Stauffacher, CEO & founder di Sapori Ticino - Saveurs Agency, con la partecipazione di Markus Venzin, Chief Executive Officer di EHL Group; Beatrice Sangiovanni, Pre-Opening Director of Human Resources di Marriott International - The Lake Como Edition; Dario Parizzi, Business Growth Director di Ali Lavoro e Ali Professional e founder di Rituali; Alessandro Fadda, Coordinatore del Master in Food & Beverage Management di ALMA.

Una convinzione è emersa con chiarezza dal dibattito: il settore è arrivato a un punto di svolta. Non basta più chiedersi come trovare persone, ma occorre domandarsi come strutturare le aziende, dando vita a modelli organizzativi capaci di attrarre, motivare e trattenere il personale e valorizzare i migliori talenti. Introducendo i lavori Dany Stauffacher ha posto la discussione su un piano molto concreto, invitando i relatori a misurarsi non con formule astratte, ma con i nodi reali del presente: formazione, selezione, qualità del lavoro, tenuta dei modelli imprenditoriali.

Nel suo intervento, Markus Venzin ha raccontato le prospettive che contraddistinguono EHL Group, una delle istituzioni più prestigiose a livello internazionale nella formazione per l’ospitalità. Il suo contributo ha evidenziato come il tema delle persone sia oggi centrale già nella fase formativa, ben prima dell’ingresso nel mercato del lavoro. «Noi abbiamo una grandissima attenzione alle risorse umane. Ci distinguiamo perché formiamo in base a competenze che possono essere utilizzate in ambiti diversi. Purtroppo, però, una quota importante di studenti formati nel settore hospitality finisca per intraprendere altre strade professionali. Un dato che, da un lato, conferma il valore e la trasferibilità delle competenze acquisite; dall’altro, segnala la difficoltà dell’ospitalità tradizionale nel trattenere i giovani talenti. Il punto non è solo insegnare un mestiere, ma accompagnare gli studenti in un percorso che li metta in relazione con il senso del lavoro, con le prospettive di crescita e con la complessità dell’esperienza professionale. Per questo il modello EHL si basa su una forte integrazione tra pratica e management: gli studenti sperimentano attività operative, servizio, cucina, housekeeping, reception, ma non si può pensare che basti la passione per rendere attrattivo un comparto. Serve una cultura manageriale capace di dare prospettiva, qualità organizzativa e dignità al lavoro». Dal punto di vista della grande hotellerie internazionale, Beatrice Sangiovanni ha posto l’accento sul rapporto diretto tra cultura organizzativa, benessere interno e qualità dell’esperienza offerta all’ospite. Nella sua lettura, il tema delle persone non è un elemento accessorio, ma una leva essenziale di competitività.

«La cultura di Marriott è una cultura di condivisione, di attenzione e di benessere. Questo significa creare un ambiente sostenibile da un punto di vista fisico, psicologico e personale dei dipendenti. Soprattutto nel segmento del lusso, il servizio non può essere ridotto a standard e procedure. Oggi l’ospite cerca esperienza, autenticità, relazione. E questa qualità passa inevitabilmente dalle persone che lavorano nelle strutture. Il cliente non cerca più soltanto un bel building o un design interessante: cerca esperienze. E il fattore umano è imprescindibile, perché nell’80% delle situazioni è una persona a regalare emozioni all’ospite». I grandi gruppi hanno maggiori strumenti e investimenti dedicati, ma secondo Sangiovanni anche realtà più piccole possono fare molto, se partono da una cultura coerente e da un’autentica attenzione alle persone. «Il momento più critico - ha aggiunto - non è tanto il recruiting, ma l’onboarding. È in quel momento che l’azienda deve impegnarsi davvero, condividendo cultura, responsabilità, informazioni e aspettative». Dario Parizzi ha sottolineato come troppo spesso si continua a descrivere il problema in modo sbagliato: non si tratta semplicemente di una mancanza di personale, ma di una crisi di attrattività dei modelli organizzativi: «il problema è che il modello deve evolversi, altrimenti otterremo sempre lo stesso risultato e il patto implicito del settore - passione in cambio di sacrificio - non regge più. Le nuove generazioni, ma non solo, non sono più disponibili ad accettare condizioni di lavoro opache, sbilanciate e prive di una prospettiva leggibile. Oggi questo non è più possibile. Le persone non cercano soltanto lavoro: scelgono». È qui che si colloca il cambio di

paradigma: non basta “cercare personale”, bisogna costruire imprese che siano percepite come luoghi desiderabili in cui lavorare. Il lavoro delle aziende, dunque, comincia prima ancora del colloquio: nel modo in cui si raccontano, si organizzano e mantengono le promesse». Parizzi ha quindi indicato tre assi strategici su cui lavorare: retention, recruitment e onboarding. Ma ha chiarito che la selezione più efficace non è quella che si limita a verificare la compatibilità con un ruolo, bensì quella che cerca persone adatte a un progetto. Il contributo di Alessandro Fadda ha portato la prospettiva della formazione manageriale applicata al food & beverage. Il suo intervento è stato particolarmente incisivo sul tema delle competenze imprenditoriali, spesso date per scontate nel settore della ristorazione. «C’è una cosa che il mondo immobiliare e la ristorazione hanno in comune: molti pensano che si possano fare soldi facilmente e, soprattutto, pensano che non ci vogliano competenze per farlo. Una delle fragilità strutturali del comparto stia proprio nella mancanza di preparazione gestionale. Saper cucinare, servire o costruire un’atmosfera non basta: per fare impresa servono pianificazione, visione economica, capacità di organizzazione e di leadership. La qualità del lavoro e la capacità di trattenere persone dipendono anche dal fatto che le aziende siano solide, chiare, ben organizzate. Un’impresa che non sa pianificare, comunicare il proprio progetto o leggere i propri numeri difficilmente saprà costruire un ambiente di lavoro credibile». Fadda ha anche richiamato l’attenzione sull’importanza di tenere insieme due dimensioni che troppo spesso vengono contrapposte: atti -

tudine e competenza. «Io sono combattuto tra sorriso e competenza: il sorriso fa sentire l’ospite a casa, ma poi voglio anche il servizio. Per questo penso che la selezione debba guardare anche alle competenze». In questa sintesi si coglie uno dei punti più interessanti del dibattito: l’ospitalità del futuro non potrà essere né solo tecnica né solo empatia. Dovrà essere la capacità di far convivere relazione, professionalità, organizzazione e cultura del lavoro.

Nella parte finale del panel, la domanda posta da Dani Stauffacher è stata tanto semplice quanto cruciale: questa “human revolution” è già iniziata, oppure siamo ancora nella fase della consapevolezza?

Le risposte hanno lasciato emergere una posizione comune: il cambiamento è avviato, ma siamo ancora all’inizio. Esistono segnali incorag-

gianti, pratiche virtuose, nuove sensibilità, esempi avanzati. Tuttavia, il settore nel suo complesso non ha ancora completato il salto culturale necessario. È forse questa la conclusione più rilevante del confronto. Ospitalità e ristorazione non possono più pensarsi come mondi regolati solo dalla passione, dal sacrificio o dall’improvvisazione. Hanno bisogno di formazione alta, cultura manageriale, cura degli ambienti, chiarezza nei percorsi, attenzione reale alle persone. Hanno bisogno, soprattutto, di imprese capaci di fare una

promessa e di mantenerla. La domanda che dava titolo al panel — chi guiderà i ristoranti del futuro? — trova così una prima risposta: li guideranno coloro che sapranno mettere insieme competenze, visione e responsabilità. Non soltanto verso il cliente, ma anche verso chi, ogni giorno, rende possibile l’esperienza dell’ospitalità.

Impiantistica e gestione razionale dell’energia

n Impianti di climatizzazione ventilazione, riscaldamento

n Installazioni idrosanitarie

n Impianti fotovoltaici e solari termici

n Centrali termiche a vapore e acqua surriscaldata

n Centrali di refrigerazione

n Reti per fluidi liquidi e gassosi

n Servizio riparazioni e manutenzione

n Ufficio tecnico

n Consulenza energetica

Dal 1929 seguiamo spedizioni internazionali con un principio chiaro, ogni merce va trattata come fosse nostra. Oggi operiamo in 116 Paesi, con una rete propria in cinque nazioni e una presenza diretta su strada, via aerea, marittima e ferroviaria. Un metodo basato su continuità, esperienza e controllo. Ecco perché le vostre spedizioni sono in buone mani.

In buone mani, dal

SA Luciano Franzosini International Freight Forwarders

In Ticino, la stagione estiva si manifesta attraverso una ricca varietà di sapori e ingredienti locali.

La frutta protagonista in cucina

In questo contesto la frutta assume un ruolo sempre più centrale: non è più relegata esclusivamente ai dessert, ma viene valorizzata anche nelle preparazioni salate, contribuendo a creare nuove combinazioni gustative e sfumature sensoriali. Tra i frutti estivi più apprezzati emerge l’albicocca, che, grazie al suo equilibrio tra dolcezza e acidità, conferisce freschezza ai piatti. È proprio in questo quadro che si inserisce la proposta de L’Approdo di Minusio, uno dei ristoranti di Ticino Gourmet (IG ticinogourmet) dove si potrà vivere appieno la bella stagione grazie alla sua posizione pieds dans l’eau. Lo chef Stefano Ferola valorizza l’albicocca in due consistenze, proponendo un risotto con calamaretti freschi e pane croccante al prezzemolo

Ricetta per 4 persone

Ingredienti

320g riso varietà Loto

Terreni alla Maggia

240g calamari freschi

8 albicocche

– Brodo vegetale

– Pane in cassetta al prezzemolo

Preparazione

Iniziare sbucciando e snocciolando le albicocche, tagliarle a pezzi e frullarle fino a ottenere una crema liscia. Una parte verrà utilizzata durante la cottura del risotto, mentre la restante servirà per la finitura. Pulire ora i calamari, tagliarli a listarelle, salarli leggermente e saltarli in padella con uno spicchio d’aglio. A parte, tostare il riso con una noce

di burro, scalogno tritato e sfumare con vino bianco secco. Proseguire la cottura aggiungendo poco alla volta il brodo vegetale caldo. A tre quarti da essa unire metà dei calamari con la purea di albicocche e mantecare con burro e parmigiano fino a ottenere una consistenza cremosa.

Nel frattempo, prendere una fetta di pane in cassetta, assottigliarla con il mattarello, inumidirla con acqua al prezzemolo e farla asciugare in forno fino a renderla croccante. Per l’impiattamento disporre il risotto nel piatto, aggiungere i calamari insieme a qualche goccia di crema di albicocche e guarnire il tutto con pane croccante e pezzi di albicocca fresca. Con questa ricetta viene abbinato il Vinattieri Bianco del Ticino DOC 2022 pensato per esaltarne al meglio le caratteristiche.

Nuove iniziative per una viticoltura resiliente e dinamica

Il nuovo Blumea Prestige, Vermentino affinato in barrique, rappresenta una novità importante: quale percorso e quale idea ci sono dietro a questo vino?

«L’introduzione del Blumea Prestige segna un’altra pietra miliare per la nostra produzione. L’idea nasce da una duplice esigenza: da un lato la volontà di rispondere a un mercato internazionale ancora orientato verso vini bianchi di grande struttura, ca-

Matteo Pagani racconta realizzazioni e progetti di una azienda vinicola, situata in Toscana nel territorio di Casale Marittimo, che ha fatto della bellezza e della qualità il punto di forza per offrire agli appassionati del vino un’esperienza immersiva davvero unica.

paci di evolvere nel tempo; dall’altro, il desiderio personale di sperimentare le potenzialità del Vermentino a contatto con il legno di qualità. Il percorso che ci ha portato a questo vino è stato guidato dalla ricerca dell’equilibrio. Non volevamo che il legno sovrastasse la freschezza tipica del Vermentino, ma che ne diventasse il supporto, capace di esaltarne la cremosità e la persistenza. Il Blumea Prestige non è solo un “test”, è l’espressione del nostro terroir di Casale Maritti-

mo interpretato attraverso una vinificazione più complessa, che regala note di vaniglia e spezie dolci integrate a sentori di macchia mediterranea. È un vino pensato per chi cerca un’esperienza sensoriale profonda, perfetto non solo come aperitivo, ma come compagno ideale per piatti di pesce strutturati o carni bianche».

Avete realizzato una nuova area sul tetto della cantina per degustazioni e aperitivi: quanto è importante oggi creare momenti di convivialità all’interno dell’azienda?

«Oggi il vino non è più solo un prodotto da scaffale, ma il fulcro di un’esperienza. La creazione della nostra Terrazza del Principe nasce proprio dalla voglia di offrire un “punto di vista” unico sulla nostra realtà. Chi viene a trovarci a Pagani de Marchi non cerca solo un calice, ma un momento di bellezza e relax. Dalla nostra terrazza si gode di una vista mozzafiato sul borgo di Casale Marittimo, tra i più belli in Toscana:

è una cornice suggestiva che rende la degustazione indimenticabile. Abbiamo scelto un arredamento volutamente rustico per mantenere una coerenza estetica con la nostra filosofia produttiva: autenticità e rispetto per la tradizione, ma con un approccio contemporaneo. La convivialità è per noi uno strumento strategico: permette di raccontare la nostra storia direttamente al consumatore, creando un legame emotivo che va oltre il semplice acquisto della bottiglia».

Tra le novità c’è anche il servizio di degustazioni a domicilio: come nasce questa proposta e che riscontro state registrando? «Questo servizio è nato in modo quasi spontaneo, ascoltando le esigenze del territorio. Casale Marittimo e le zone limitrofe sono costellate di poderi e ville meravigliose dove soggiornano turisti da tutto il mondo. La richiesta iniziale ci è arrivata da un gruppo di ospiti che desiderava vivere l’esperienza della cantina nella privacy della propria residenza estiva. Il riscontro è stato entusiasmante. Abbiamo capito che esiste un segmento di mercato – famiglie numerose, gruppi di amici o coppie in cerca di esclusività – che apprezza enormemente la comodità di avere la cantina a domicilio. Portiamo non solo i nostri vini, ma tutto il racconto di Pagani de Marchi, trasformando un semplice aperitivo in una serata culturale e sensoriale. È un

servizio che accorcia le distanze tra produttore e consumatore, portando l’azienda direttamente nel cuore del soggiorno dei nostri ospiti».

Più in generale, quale momento sta vivendo oggi la produzione vitivinicola nel territorio di Casale Marittimo e quali principali sfide siete chiamati ad affrontare?

«La zona intorno a Casale Marittimo sta vivendo una fase di grande fermento. Essere un piccolo produttore in una zona così vocata è un privilegio, ma ci mette di fronte a sfide quotidiane importanti. La concorrenza è alta, e per emergere dobbiamo puntare sulla qualità, sull’identità territoriale e sulla nostra specificità storica: il legame della nostra cantina con il popolo etrusco è molto forte e presente nelle nostre decisioni strategiche. Tuttavia, la sfida più grande oggi è quella posta dal cambiamento climatico. Le temperature sempre più elevate e la siccità ci impongono scelte agronomiche coraggiose. Recentemente abbiamo preso la decisione di espiantare una parte dei vigneti storici di Sangiovese: una scelta sofferta ma necessaria. Al loro posto, stiamo introducendo varietà più resistenti al calore e adattabili ai nuovi cicli stagionali. L’obiettivo è continuare a produrre vini eleganti e freschi, evitando che l’eccesso di calore comprometta la qualità e la quantità della nostra produzione. La viticoltura del futuro, nella cantina Pagani de Marchi, deve essere resiliente e dinamica».

Quanto è strategico oggi investire in eventi e iniziative per aprire l’azienda a un pubblico sempre più ampio? «Investire in eventi non è più un’opzione, ma una necessità strategica fondamentale. In un mondo globalizzato, il consumatore ha accesso a migliaia di etichette diverse; quello che fa la differenza è la capacità dell’azienda di distinguersi attraverso esperienze uniche. Aprire le porte della cantina tutti i giorni, offrire degustazioni personalizzate, la creazione della Terrazza del Principe aperta ad eventi privati, far parte dei produttori che organizzano i “tramonti in vigna”, organizzare eventi privati in barricaia, ci permette di mostrare il “dietro le quinte” del nostro lavoro e seguire i nostri vini dalla nascita alla crescita dei nostri vini. Non vendiamo solo vino, vendiamo il territorio di Casale Marittimo, la nostra passione e la nostra cura per l’ambiente, dando sempre attenzione alla produzione Bio. Ogni evento è un’opportunità per educare il pubblico al consumo consapevole e di qualità. La nostra strategia è quella di differenziarci: vogliamo che chiunque passi da Pagani de Marchi torni a casa non solo con una cassa di vino, ma con il ricordo di aver vissuto un pezzo autentico della nostra terra».

Da Belfast alla spettacolare Causeway Coast, un viaggio tra storia recente, paesaggi atlantici e vita quotidiana. Quartieri in trasformazione, natura aspra e un’identità ancora in movimento.

Città, coste e memoria dell’Irlanda del Nord

L’Irlanda del Nord è una delle quattro nazioni del Regno Unito. Occupa la parte nord-orientale dell’isola e vive in equilibrio tra il legame con Londra e una forte radice irlandese. Questa doppia appartenenza si riflette soprattutto a Belfast, città portuale che negli ultimi anni ha cambiato volto senza perdere il peso della propria storia. Oggi Belfast è attraversata da energie diverse. Quartieri come Cathedral, Titanic o Queen’s mostrano una città in trasformazione, mentre i murales politici continuano a rac -

contare una memoria ancora presente. Le pareti, più che decorazioni, restano strumenti di racconto. Nel Cathedral Quarter la street art convive con musica e letteratura. Qui lavorano artisti locali e internazionali, tra cui Wee Nuls (Nuala), che affronta nei suoi lavori temi legati all’identità e agli stereotipi. Le sue immagini si inseriscono in un contesto dove l’arte urbana non è solo estetica, ma anche presa di posizione. La città si scopre anche attraverso i luoghi più quotidiani. Lo St George’s Market, costruito alla fine dell’Ottocento, nel fine settimana si riempie di

banchi, musica e voci. È uno spazio vivo, frequentato più dagli abitanti che dai turisti. Nel quartiere del Titanic si trova il museo dedicato al transatlantico costruito qui. L’edificio, moderno e molto visibile, ospita un percorso che ripercorre progettazione, viaggio e naufragio del 1912. Più raccolto è il Sunflower Pub, nascosto tra Smithfield e Union Street. La grata metallica all’ingresso ricorda gli anni dei Troubles, il conflitto nordirlandese che segnò la seconda metà del Novecento, quando anche i pub erano locali esposti. Oggi è uno spazio di musica e incontro e in questo luogo, tra una pinta e un concerto, la città sembra rallentare. La serata continua da Berts, jazz club che unisce musica dal vivo e cucina francese in un ambiente raffinato. Per la notte scegliamo l’Europa Hotel, albergo centrale che porta ancora i segni simbolici della storia recente: durante il conflitto è stato uno

degli edifici più colpiti. Da oltre cinquant’anni accoglie capi di Stato, artisti e celebrità internazionali. Tra i suoi ospiti figurano Bill Clinton, Brad Pitt, Julia Roberts, Bob Dylan e Victoria Beckham. Con le sue camere eleganti, il bistrot contemporaneo e l’apprezzato piano bar, l’Europa rappresenta ancora oggi il simbolo dell’ospitalità di Belfast.

Lasciata Belfast, la strada segue la Causeway Coastal Route. Per quasi duecento chilometri si snoda lungo la costa, tra villaggi, scogliere e tratti di mare aperto.

La prima tappa è il Gobbins Cliff Path, un percorso sospeso tra passerelle e pareti rocciose. Poco dopo, Carrick-a-Rede: un ponte di corda che collega la terraferma a un piccolo isolotto, trenta metri sopra l’acqua. Lungo il percorso si incontrano luoghi diversi tra loro: i giardini di Glenarm Castle, il Glenariff Forest Park con i suoi sentieri tra boschi e cascate, le Cushendun Caves modellate dal vento e dal mare. A Ballycastle il porto segna il ritmo del paese e collega alla vicina Rathlin Island. La notte è al Bushmills Inn, stori-

co hotel di origine seicentesca che conserva un’atmosfera sobria. A cena, il Tartine Distillers Arms lavora su prodotti locali senza eccessi. Il giorno dopo si arriva al Giant’s Causeway, distesa di colonne basaltiche formate milioni di anni fa. Il sito è Patrimonio Mondiale UNESCO e resta un luogo che colpisce soprattutto per la sua geometria naturale. Il viaggio prosegue incontrando piccoli produttori: distillatori, casari, agricoltori. Raccontano un territorio che mantiene un rapporto diretto con la terra e con ritmi meno accelerati. Benone Beach, più volte insignita della Bandiera Blu, si apre con undici chilometri di sabbia. È uno spazio ampio, spesso attraversato dal vento, più frequentato da chi vive qui che da chi arriva da fuori. Sulla costa si diffonde anche una pratica recente: la sauna affacciata sull’oceano. Si alternano caldo e immersioni nell’Atlantico, in un rituale semplice che si inserisce nel paesaggio senza modificarlo. In serata si arriva a Derry-Londonderry. La città porta due nomi e una storia complessa. Le mura medievali raccontano secoli di conflitti, assedi, migrazioni e rinascite. Eppure oggi il suo volto è sorprendentemente luminoso. Le case colorate, le chiese, le strade acciottolate restituiscono un’immagine diversa da quella legata al conflitto. Negli ultimi anni la città ha investito su cultura e spazi pubblici, ridefinendo il proprio ruolo. Per esplorarla ci affidiamo a Far and Wild, che organizza percorsi in bicicletta lungo la Foyle Greenway. Il tracciato attraversa aree verdi, vecchie proprietà e tratti di fiume, offrendo uno sguardo più lento sulla città e sui suoi dintorni.

www.ireland.com

Quando il lusso abbraccia la storia europea

La storia del Grand Hotel Les Trois Rois comincia nel 1681, quando era una locanda per mercanti e viaggiatori.

Da allora, ha attraversato epoche e trasformazioni, diventando un punto di riferimento per l’élite culturale e politica europea.

GRAND HOTEL LES TROIS ROIS

Blumenrain 8

CH-4001 Basilea

T +41 61 260 50 50 www.lestroisrois.com

All’alba, quando la luce si posa sul Reno come una carezza, il Grand Hotel

Les Trois Rois sembra svegliarsi per primo. La sua facciata color crema, riflessa nell’acqua, osserva la città da più di tre secoli, come un vecchio gentiluomo che ha visto passare imperatori, pittori, scrittori, mercanti e viaggiatori curiosi. Il Mittlere

Brücke, a pochi passi, è il suo terrazzo sul mondo: da lì Basilea scorre, vivace e composta, mentre l’hotel resta immobile, fedele alla sua eleganza. Entrare nella hall è come attraversare una soglia temporale. Il silenzio è morbido, quasi rispettoso, e il profumo di legno antico si mescola a quello dei fiori freschi. Le pareti sembrano custodire conversazioni sussurrate: quelle di Napoleone, di Picasso, di Thomas Mann, di regine e scien-

ziati, di chiunque abbia lasciato un’impronta nella storia e abbia trovato qui un rifugio discreto. Ogni lampadario, ogni cornice, ogni velluto racconta un frammento di un’epoca passata, ma senza nostalgia. Al piano terra, dietro una porta che si apre come un sipario, si trova uno dei ristoranti più celebrati della Svizzera, il Cheval Blanc by Peter Knogl, insignito di tre stelle Michelin e 19 punti GaultMillau. La cucina è un viaggio raffinato tra influenze francesi, mediterranee e asiatiche, orchestrato con una precisione quasi musicale, mentre la Brasserie Les Trois Rois celebra i piatti classici svizzeri e francesi. Il Bar Les Trois Rois è riconosciuto tra i migliori bar della Svizzera e, con l’apertura di Banks nel settembre 2025, Basilea ha guadagnato una nuova destinazione.

Situato nell’edificio storico principale, completamente reinterpretato dagli architetti basilesi di fama mondiale Herzog & de Meuron, Banks è il nuovo ristorante immerso in un’atmosfera conviviale e disinvolta, con una cucina euro-asiatica. «Nell’ex sala da ballo del Les Trois Rois, un tempo palcoscenico di incontri esclusivi e occasioni festive, è iniziato un nuovo capitolo: un ristorante che ridà vita a questo magnifico spazio nel cuore della città. Aperto agli ospiti

internazionali dell’hotel così come ai cittadini di Basilea, è destinato a diventare un vivace punto d’incontro per tutti», afferma il Direttore Generale Mark Jacob, che in passato ha ricoperto ruoli di primo piano nel panorama alberghiero internazionale, in particolare è stato Managing Director dell’Hotel The Dolder Grand a Zurigo. Circondati da arte e design, il menu è pensato per essere condiviso. «Ciò che arriva in tavola deve portare gioia, suscitare sorpresa e creare connessione», afferma a sua volta lo chef Kevin Bornschein. La carta dei vini si concentra su etichette di carattere provenienti da cantine più piccole, spesso locali, accanto ai classici intramontabili. A completare l’offerta, cocktail pensati per risvegliare i sensi e armonizzarsi perfettamente con le proposte della cucina. Lo spazio è definito da un’installazione poetica creata dal duo artistico Gerda Steiner e Jörg Lenzlinger, un’opera sospesa sopra il bancone centrale del bar che incorpora anche oggetti provenienti dagli archivi dell’hotel e effetti personali dei suoi dipendenti.

Così, storia e presente, personale e collettivo si intrecciano, formando un assemblaggio fluttuante che rende lo spazio davvero unico.

L’edificio storico ospitava un tempo una banca, un luogo in cui i valori venivano raccolti e preservati. Il suo logo, con tre api, rende omaggio a questa eredità, simbolo di diligenza, comunità e risorse preziose. Proprio come le api riempiono il loro alveare di nettare, Banks arricchisce ora questo spazio con esperienze uniche e incontri ispiratori. Le 69 camere e suite non sono semplici spazi: sono capitoli di un romanzo. Alcune guardano il Reno, altre la città vecchia; tutte hanno un carattere distinto, con mobili d’epoca e tessuti preziosi. Dal giugno 2025, l’edificio principale sempre reinterpretato da Herzog & de Meuron arricchisce l’hotel con nuove camere, suite, spazi per eventi, l’area benessere Seijaku, una cigar lounge, luoghi pensati per chi cerca un lusso più intimo, più lento. Ma il vero punto di forza è la Suite des Rois, 240 metri quadrati di pura esclusività. Con ambienti aperti e fluidi, una palestra privata, una sala da pranzo circolare e una vista spettacolare sul Reno e sulla città vecchia, offre ampi spazi con totale privacy. Il Grand Hotel Les Trois Rois è un The Leading Hotel ed è associato ai Swiss Deluxe Hotel, che rappesenta gli hotel 5 stelle più esclusivi della Svizzera, che si distinguono per la qualità del servizio e la loro tradizione secolare.

Giocare a golf alle porte di Basilea

Ariella Del Rocino presenta il Golf Club

Heidental, situato a due passi dalla città di Basilea, dove gli amanti del golf hanno a disposizione un percorso certamente in grado di soddisfare le loro aspettative.

Apochi chilometri da Basilea, nel paesaggio ondulato del Giura solettese, il Golf Club Heidental rappresenta una delle realtà golfistiche più apprezzate della Svizzera nord-occidentale. Situato tra i comuni di Stüsslingen e Lostorf, il club è immerso in un ambiente naturale di grande fascino, caratterizzato da prati, boschi e dolci colline che accompagnano il percorso lungo tutta la sua estensione. La vicinanza alla città renana – meno di mezz’ora d’auto – lo rende una meta privilegiata sia per i golfisti svizzeri sia per molti appassionati provenienti dalla vicina Francia e dalla Germania. La storia del club è relativamente recente ma già ricca di significato. Il Golf Club Heidental è stato inaugurato nel 2000 con l’obiettivo di creare un campo di qualità internazionale in una regione che, fino ad allora, disponeva soprattutto di percorsi più piccoli o a nove buche. Il progetto si è sviluppato nel rispetto del paesaggio circostante, valorizzando la morfologia naturale del terreno e integrando il percorso nel contesto agricolo e forestale del Giura. Nel tempo il club è diventato un punto di riferimento per la comunità golfi -

stica dell’area di Basilea.

Il percorso, progettato dall’architetto Peter Kessler, si sviluppa su 18 buche par 72 e misura 6.066 metri. Il tracciato è noto per il suo equilibrio tra tecnica e piacevolezza di gioco: fairway ampi ma mai banali, green ben difesi da bunker e leggere ondulazioni del terreno che richiedono precisione nell’approccio. Le variazioni altimetriche, tipiche

del paesaggio giurassiano, aggiungono ulteriore interesse al gioco e offrono scorci panoramici di grande suggestione. Alcune buche si snodano ai margini del bosco, altre attraversano prati aperti, creando un ritmo di gioco vario e sempre

stimolante. Il campo è apprezzato sia dai giocatori esperti, che ne riconoscono il valore tecnico, sia dagli amatori che vi trovano un percorso accogliente e mai eccessivamente punitivo.

Cuore della vita sociale del club è la clubhouse, una struttura elegante ma informale che riflette lo spirito conviviale della tradizione golfistica svizzera. Dalla terrazza si gode una vista aperta su alcune delle buche più spettacolari del percorso, un luogo ideale per rilassarsi dopo il gioco o semplicemente per godere del paesaggio. Il ristorante della clubhouse propone una cucina di impronta regionale, con piatti che valorizzano i prodotti del territorio. Accanto alle specialità della tradizione svizzera non mancano proposte stagionali e leggere, perfette per un pranzo dopo la partita o per una cena in un’atmosfera rilassata.

Il club mette a disposizione dei soci e degli ospiti un’ampia gamma di servizi. Tra questi figurano driving range, putting green, area per il gioco corto e una scuola di golf con professionisti qualificati che offrono lezioni individuali e corsi collettivi. Il pro shop consente di trovare attrezzature e abbigliamento delle principali marche, mentre l’organizzazione di gare sociali e tornei contribuisce a mantenere vivo lo spirito di comunità che caratterizza il Club.

Il Castello che ridefinisce il concetto di ospitalità

Ultimo gioiello della prestigiosa collezione

The Living Circle, è gestito dai giovani Sydney Karolewski e Timon Wolf, persone molto affabili con un approccio al cliente semplice e familiare. È molto più di un hotel di lusso:

è un rifugio privato d’élite che unisce storia, architettura d’avanguardia e una filosofia di vita votata all’assoluto rispetto della natura.

Le origini del castello risalgono al periodo compreso tra il 1595 e il 1600, quando fu eretto da Georges Hugué per amministrare i boschi circostanti e dedicarsi alla caccia. Successiva-

Il Château de Raymontpierre, dopo una meticolosa

ristrutturazione durata oltre due anni e conclusasi nel 2024, si presenta oggi come una perfetta fusione tra il fascino tardo-gotico delle sue mura e un design d’interni raffinato e minimalista.

di Paola Chiericati

CHÂTEAU DE RAYMONTPIERRE

Val Terbi

CH-2829 Vermes

T. + 41 (0)44 227 20 99 www.chateauderaymontpierre.ch

mente passato alla nobile famiglia

Staal di Soletta, il castello ha vissuto secoli di alterne vicende fino all’acquisizione nel 1941 da parte della famiglia Anda e Franz-Bührle.

Per garantire la massima privacy e un’esperienza davvero personalizza-

ta, la struttura accoglie un massimo di 28 ospiti per un totale di 14 camere: l’edificio principale ospita 6 camere e suite dal fascino storico, dove elementi come l’antico camino della cucina dei cavalieri e le travi originali dialogano con un arredamento contemporaneo. La Grange è invece un’elegante dependance con 8 camere aggiuntive, concepite per garantire comfort e una vista aperta sulla foresta del Giura. Quattro di queste camere sono progettate per essere completamente accessibili. Ricavata abilmente nei sotterranei che ricordano le antiche prigioni del castello, la struttura offre una raffinata SPA con sauna e bagno turco che si affaccia direttamente sui bo -

schi. E per chi ama il movimento, alcune e-bike sono a disposizione per perlustrare la campagna circostante. Coerentemente con il concetto alla base di The Living Circle, la cucina del Château de Raymontpierre celebra il lusso della semplicità e dell’autenticità. Qui la formula è rigorosamente a chilometro zero. Non esiste un menu à la carte: lo chef cucina ciò che la natura offre spontaneamente in quel preciso giorno, interpretando la tradizione contadina del Giura con estro e modernità. Ogni dettaglio è studiato per minimizzare l’impatto ambientale, i materiali sono a km zero e per gli arredi interni è stato utilizzato il cosiddetto Moonwood (legno di luna) tagliato

nelle foreste del castello nel gennaio 2022. Il riscaldamento è ecologico e l’intero complesso è alimentato da una centrale a cippato che utilizza il legno di scarto della tenuta, mentre il calcare utilizzato per i restauri proviene da una vicina cava del Giura. Il castello è un Private Hideaway pensato principalmente per eventi aziendali esclusivi, ritiri creativi, seminari e matrimoni da favola nella sua cappella privata adiacente. Tuttavia, in date selezionate durante la stagione che va da aprile a novembre, la struttura apre le sue porte anche a viaggiatori individuali che desiderano fuggire dalla frenesia cittadina. Soggiornare al Château de Raymontpierre significa abbracciare una nuova definizione di lusso, fatta di silenzio, natura incontaminata e autentica ospitalità svizzera. The Living Circle è un gruppo di hotel e ristoranti, di cui fanno parte gli hotel Alex Lake Zürich, Storchen Zürich, Widder Zürich, il Castello del Sole di Ascona, l’Hotel Bergwelt Grindelwald, il ristorante Buech e la fattoria Schlattgut a Herrilberg, Le Cantine e i Terreni alla Maggia.

Acirca mille metri di altitudine, il castello è immerso in un’area di 650 ettari di bosco, dove natura ed eleganza si fondono in un equilibrio armonioso. Questo ambiente invita a riscoprire il valore dei prodotti locali, risorsa fondamentale per il settore agroalimentare. Adiacente al castello si trova infatti un’azienda agricola di proprietà, che fornisce ingredienti freschi e biologici destinati a una cucina di alta qualità. Qui il lusso si esprime senza ostentazione: è un lusso fatto di consapevolezza, attenzione alla sostenibilità e rispetto per la natura. La filosofia culinaria si traduce in un approccio creativo che supera le proposte tradizionali, senza mai scendere a compromessi sul piano etico e ambientale. Non

Magico incontro con una natura generosa

Dallo Château de Raymontpierre, situato a Vermes frazione di Val Terbi nel Canton Giura, si gode una vista panoramica che rivela tutta la ricchezza di questo vasto territorio naturale.

esiste un menu fisso: i piatti cambiano quotidianamente, seguendo ciò che la natura offre.

A guidare la cucina è il giovane chef Timon Wolf, creativo ma profondamente radicato nella tradizione. La sua è una cucina semplice e rustica, reinterpretata in chiave moderna sia nei sapori sia nella presentazione. Accanto a lui, Sydney — manager del castello e sua compagna — rappresenta una presenza fondamentale e stimolante. Quando possibile, lo chef utilizza ingredienti di propria produzione: verdura, frutta, uova, farina, pane e carne. Anche per quest’ultima si privilegia un approccio sostenibile, evitando in gran parte i tagli più pregiati. Ciò che non viene prodotto in loco è raccolto nei boschi circostanti o acquistato da piccoli produttori locali. Il

principio guida è quello di un’economia circolare, con l’obiettivo di ridurre al minimo gli sprechi. L’esperienza gastronomica è pensata anche come momento di condivisione: la cena, servita alle 19.00, riuni -

sce gli ospiti attorno a un lungo tavolo, dove viene proposto un menu stagionale accuratamente selezionato dallo chef. Anche i dettagli contribuiscono all’esperienza: l’acqua, proveniente da una fonte della proprietà, è di eccellente qualità. Il pane, preparato quotidianamente in casa, è una vera tentazione: soffice e fragrante, diventa irresistibile se accompagnato dal burro della fattoria. Tra le proposte degustate — che manteniamo in francese, lingua della gastronomia — figurano: Brioche au fegatini végétarien et poires; Tartare de betterave fumée avec jaune

d’oeuf confit; Ceviche de féra au babeurre, concombre et cerfeuil; Escalope de veau avec mélasse de pomme, salade de pommes de terre et mousse de raifort; Dessert à la rhubarbe. Interessante anche la selezione di formaggi locali, tra cui: Tête de Moine, Tête dure, Cortébert aux herbes, Galait Spielhofer, Chèvre des fontaines. Per accompagnare il pasto, la scelta è ricaduta su due vini della Cantina alla Maggia di Ascona, parte del gruppo The Living Circle insieme al castello e ad altri prestigiosi alberghi: il Bianco Kerner e il Rosso Melodia. Infine, vale la pena sottolineare che lo Château de Raymontpierre ospita regolarmente eventi culinari di grande rilievo. Chef di fama svizzera come Andreas Caminada, Rebecca Clopath, Pascal Steffen, Tanja Grandits, Stefan Heilemann e Mattias Roock trasformano questi appuntamenti in veri e propri laboratori creativi, dove la cucina diventa espressione di ricerca e innovazione.

CHÂTEAU

DE RAYMONTPIERRE

Val Terbi

CH-2829 Vermes

T. + 41 (0)44 227 20 99 www.chateauderaymontpierre.ch

La vera innovazione è integrare tecnologia e umanità

Il Direttore Massimo Manserra racconta la nuova

identità del Cardiocentro Ticino: dall’integrazione nell’EOC alla nascita di un Istituto dedicato a cuore, vasi e polmoni, il Cardiocentro Ticino sta vivendo una fase di profonda evoluzione.

Per il direttore Massimo Manserra, la sfida non è soltanto tecnologica o organizzativa, ma anche culturale: mantenere al centro il paziente, la dimensione umana della cura e la capacità di innovare senza perdere identità. In questa conversazione emerge la visione di una medicina sempre più integrata, multidisciplinare e vicina alle persone.

Cardiocentro Ticino ha vissuto negli ultimi anni una trasformazione importante con l’integrazione nell’EOC. Qual è stata la sfida principale?

«La sfida più importante è stata probabilmente quella di integrare il Cardiocentro in una grande organizzazione mantenendone però l’identità, la cultura e il livello di specializzazione che lo hanno reso ne -

gli anni un punto di riferimento per la popolazione ticinese. Non era un passaggio scontato. Ogni processo di integrazione comporta inevitabilmente cambiamenti organizzativi, culturali ed emotivi. Guardando oggi a questi cinque anni e mezzo trascorsi dall’ingresso nell’Ente Ospedaliero Cantonale, credo però che siamo riusciti a trasformare quella che inizialmente poteva apparire come una difficoltà in una grande opportunità. Il risultato più significativo è proprio questo: oggi il Cardiocentro è pienamente integrato nell’EOC, ma ha rafforzato il proprio ruolo di centro specialistico. Possiamo contare sulla forza di un grande sistema ospedaliero mantenendo allo stesso tempo una forte identità clinica e scientifica».

Oggi il Cardiocentro evolve verso un Istituto dedicato a cuore, vasi e polmoni. Che cosa significa concretamente?

«La medicina moderna richiede sempre più integrazione tra competenze diverse. Cuore, grandi vasi e polmoni appartengono allo stesso distretto anatomico e clinico, e molte patologie sono strettamente collegate tra loro. Portare nello stesso Istituto cardiologia, cardiochirurgia, chirurgia toracica e progressivamente anche chirurgia vascolare e angiologia significa permettere agli specialisti di lavorare

fianco a fianco, condividendo esperienze, decisioni e percorsi terapeutici costruiti attorno al paziente. Per i pazienti questo si traduce in maggiore sicurezza, maggiore efficacia e una presa a carico molto più completa. Significa evitare frammentazioni e dispersioni delle competenze sul territorio. C’è poi un altro aspetto importante: con questo progetto il Cardiocentro si apre sempre più anche ai pazienti con patologie polmonari e oncologiche toraciche, offrendo loro un contesto altamente specializzato ma anche profondamente umano».

Nella vostra comunicazione fate spesso riferimento ai grandi centri universitari europei. Qual è oggi il ruolo del Cardiocentro Ticino? «Già oggi il Cardiocentro ha assunto un ruolo che va oltre i confini cantonali, pur restando prima di tutto il presidio cardiologico e cardiochirurgico della Svizzera italiana. Negli anni abbiamo sviluppato competenze, volumi di attività e qualità clinica che

ci permettono di dialogare con realtà svizzere ed europee di altissimo livello. Quando facciamo riferimento ai grandi centri universitari non lo facciamo per imitazione, ma perché la medicina specialistica sta andando ovunque verso modelli integrati, multidisciplinari e altamente tecnologici. Il nostro obiettivo è fare in modo che anche il Ticino possa offrire standard di cura sempre più vicini a quelli dei grandi poli di riferimento internazionali, mantenendo però una dimensione più vicina e umana nei confronti del paziente. Questa è la vera sfida».

La cardiologia sta vivendo una fase di forte innovazione. Quali cambiamenti ritiene più significativi?

«Stiamo vivendo una fase di evoluzione tecnologica e scientifica straordinaria. Penso innanzitutto alla cardiologia interventistica mini-invasiva, che oggi consente di trattare patologie molto complesse con procedure meno traumatiche per il pa-

ziente e tempi di recupero molto più rapidi rispetto al passato.

Anche la diagnostica avanzata, l’imaging cardiovascolare e l’intelligenza artificiale applicata all’interpretazione dei dati clinici stanno cambiando profondamente il modo di curare, favorendo una medicina sempre più personalizzata. Accanto alla tecnologia, però, sta cambiando anche l’approccio culturale. Oggi si lavora molto più in équipe multidisciplinari, mettendo insieme competenze diverse attorno al paziente. La vera innovazione non è soltanto tecnologica: è la capacità di integrare conoscenze, persone e percorsi di cura».

Quanto incidono stress, sedentarietà e ritmi contemporanei sull’aumento delle patologie cardiovascolari?

«Incidono moltissimo. La società contemporanea espone le persone a livelli di stress, sedentarietà e pressione molto diversi rispetto al passato. A questo si aggiungono alimentazione non sempre equilibrata, distur -

bi del sonno e difficoltà crescenti nel trovare tempi di recupero adeguati. Il cuore inevitabilmente ne risente.

Oggi osserviamo patologie cardiovascolari anche in persone relativamente più giovani rispetto a qualche decennio fa. Per questo la prevenzione diventa fondamentale. Ma prevenzione non significa soltanto fare controlli medici regolari: significa anche imparare ad ascoltare il proprio corpo, riconoscere i segnali, rallentare quando necessario e prendersi cura di sé in modo più consapevole».

Il Cardiocentro è percepito anche come una realtà molto attenta alla dimensione umana della cura. Quanto conta il rapporto con il paziente?

«La medicina moderna dispone di tecnologie straordinarie, ma il paziente non vive soltanto una malattia: vive paura, ansia, fragilità, incertezza e bisogno di fiducia. Per questo il rapporto umano resta centrale nella presa a carico.

Il Cardiocentro ha sempre cercato di coniugare alta specializzazione e vici-

nanza al paziente. Credo che questa sia una delle caratteristiche che la popolazione ticinese ci riconosce maggiormente. Anche i nuovi spazi inaugurati recentemente sono stati progettati seguendo questa filosofia: non solo efficienza clinica, ma attenzione concreta al benessere dei pazienti, delle loro famiglie e dei collaboratori».

Oltre all’attività clinica, il Cardiocentro investe molto anche in formazione e ricerca. Quanto è importante oggi valorizzare le nuove generazioni?

«Formazione, ricerca e cura sono i tre pilastri su cui si fonda un centro specialistico moderno. La qualità di un istituto non si misura soltanto nelle cure offerte oggi, ma anche nella capacità di contribuire a formare i professionisti di domani. In un’epoca in cui la medicina evolve rapidamente, è indispensabile creare ambienti capaci di attrarre giovani talenti, offrire percorsi formativi di qualità e sviluppare continuamente la ricerca clinica. Il progetto dell’Istituto dedicato a cuore, vasi e polmoni potrà

dare un impulso importante anche all’attrattività del Ticino nel panorama medico e universitario».

Lei proviene dal mondo delle risorse umane e non da un percorso medico. Quanto ha influenzato questa esperienza il suo approccio alla direzione del Cardiocentro?

«Il mio percorso professionale si è sviluppato nel mondo delle risorse umane e delle scienze umanistiche. Sono arrivato nella sanità nel 2013 con l’approdo al Cardiocentro, e da subito questo ambiente mi ha appassionato profondamente. Mi ha colpito proprio la capacità di coniugare prestazione, tecnica e attenzione alla persona. Successivamente ho approfondito il settore con un master in economia sanitaria e sociosanitaria, fino ad arrivare al ruolo che svolgo oggi. Forse proprio questa provenienza mi ha portato a guardare sempre alla sanità non solo come organizzazione clinica, ma anche come luogo fatto di relazioni umane, ascolto e responsabilità verso la comunità».

125 anni: una storia di coesione, responsabilità e visione

Nel 2026 la FMH – Federazione dei medici svizzeri - della quale fa parte anche l’OMCT, celebra il suo 125° anniversario. Un traguardo che invita non solo alla commemorazione, ma anche alla riflessione sul ruolo che l’associazione ha svolto nel plasmare il sistema sanitario svizzero e la professione medica nel Paese.

Attraverso una serie di contributi storici pubblicati sul proprio sito, la FMH ripercorre le tappe fondamentali della propria evoluzione: dalla nascita come organizzazione professionale alla costruzione di una voce politica autorevole, fino alle sfide contemporanee legate alla formazione e alla governance del sistema sanitario.

Dalle origini alla costruzione di una comunità professionale

La storia della FMH affonda le proprie radici alla fine del XIX secolo, in un contesto caratterizzato da profondi cambiamenti sociali e scientifici. La medicina stava progressivamente affermandosi come disciplina scientifica moderna, mentre cresceva l’esigenza di coordinamento tra i medici attivi nei diversi cantoni. La fondazione dell’associazione rispondeva a una duplice necessità: da un lato, creare una comunità professionale coesa; dall’altro, definire

standard condivisi per l’esercizio della professione. Fin dall’inizio, la FMH si è posta come garante della qualità delle cure e della deontologia medica, promuovendo una visione della professione fondata su responsabilità, indipendenza e competenza. Nel corso del XX secolo, l’associazione ha accompagnato l’evoluzione della medicina, adattandosi a un contesto sempre più complesso. L’introduzione di nuove tecnologie, l’espansione delle specializzazioni e l’aumento delle aspettative della popolazione hanno progressivamente trasformato il ruolo del medico e, di conseguenza, quello della sua organizzazione di riferimento.

La conquista della capacità d’azione: tra politica professionale e sistema sanitario

Uno degli elementi centrali nella storia della FMH è rappresentato dal rafforzamento della sua capacità d’azione. Inizialmente focalizzata su questioni interne alla professione, l’associazione ha progressivamente assunto un ruolo sempre più attivo nel dibattito politico e nella definizione delle politiche sanitarie. Questo processo non è stato lineare. La FMH ha dovuto confrontarsi con tensioni interne, divergenze tra discipline e regioni linguistiche, nonché con l’evoluzione del quadro istituzionale svizzero. Tuttavia, proprio attraverso queste sfide,

l’associazione ha sviluppato strumenti di governance più efficaci, consolidando la propria legittimità.

Un passaggio cruciale è stato l’impegno nella regolazione delle condizioni di esercizio della professione, in particolare attraverso il coinvolgimento nelle questioni tariffarie e nei rapporti con gli assicuratori malattia. In questo ambito, la FMH ha saputo affermarsi come interlocutore imprescindibile, contribuendo a definire equilibri delicati tra qualità delle cure, sostenibilità finanziaria e autonomia professionale.

Parallelamente, l’associazione ha rafforzato il proprio ruolo di rappresentanza degli interessi dei medici, sviluppando una capacità di advocacy sempre più strutturata. Ciò ha permesso alla FMH di incidere in modo significativo sulle riforme del sistema sanitario, mantenendo al contempo una visione orientata al bene dei pazienti.

Tra sovranità nella formazione e nuove sfide del sistema sanitario

Un altro pilastro dell’azione della FMH è rappresentato dalla forma -

zione medica. La questione della “sovranità formativa” – ossia il ruolo dei medici nella definizione dei contenuti e degli standard della formazione – ha costituito per decenni un tema centrale. La FMH ha svolto un ruolo determinante nello sviluppo e nella regolazione della formazione post-graduata, contribuendo a garantire un elevato livello qualitativo e una coerenza nazionale. Tuttavia, questo ambito è stato progressivamente influenzato da interventi esterni, in particolare da parte delle autorità federali e delle istituzioni accademiche.

Oggi, la formazione medica si colloca in un contesto sempre più articolato, che richiede un equilibrio tra autonomia professionale, esigenze accademiche e bisogni del sistema sanitario. La FMH è chiamata a difendere standard elevati, assicurando al contempo la capacità del sistema di rispondere alla crescente domanda di cure e alla carenza di personale medico. Queste sfide si inseriscono in un quadro più ampio, caratterizzato da pressioni economiche, cambiamenti demografici e innovazioni tecnologiche. In tale contesto, la FMH deve continuare a evolversi, mantenendo la propria identità e rafforzando il proprio ruolo di guida.

Una responsabilità verso il futuro

A 125 anni dalla sua fondazione, la FMH si presenta come un attore centrale del sistema sanitario svizzero. La sua storia testimonia una capacità di adattamento e di leadership che ha permesso alla professione medica di affrontare trasformazioni profonde senza perdere i propri valori fondamentali. Guardando al futuro, l’impegno della FMH rimane quello di coniugare qualità delle cure, autonomia

professionale e sostenibilità del sistema. In un’epoca segnata da incertezze e cambiamenti rapidi, l’associazione è chiamata a rafforzare ulteriormente il proprio ruolo, promuovendo una medicina al servizio dei pazienti e della società.

Il giubileo dei 125 anni non rappresenta dunque solo un momento celebrativo, ma anche un invito a proseguire con determinazione lungo il percorso intrapreso: quello di una professione medica forte, responsabile e capace di guardare lontano.

Il Comitato Centrale della FMH festeggerà i suoi 125 anni in Ticino, ospite del Presidente dell’Ordine dei Medici del Cantone Ticino, Dr. med. Franco Denti, dal 16 al 18 giugno 2026.

www.fmh.ch/jubile

Fonte dello studio: https://www.img.unibe.ch/forschung/ online_publikationen/index_ger.html

Autore: FMH/OMCT

Meno ospedale, più qualità

Un centro nuovo in una città antica

A pochi passi dai castelli patrimonio UNESCO di Bellinzona, in un edificio di circa 2.500 metri quadri completamente ristrutturato e aperto nel 2025, è stato inaugurato il Centromedico Bellinzona Castello: una struttura sanitaria multidisciplinare che riunisce sotto un unico tetto competenze ortopediche, oftalmologiche, radiologiche e fisioterapiche. Il Centro è espressione di Swiss Medical Network, uno dei due maggiori gruppi ospedalieri privati della Svizzera, presente con 21 ospedali e cliniche in 16 cantoni. La struttura ospita Ars Medica Bellinzona, sede ambulatoriale della Clinica Ars Medica di Gravesano, specializzata in ortopedia e chirurgia ortopedica ambulatoriale. Al pianterreno si trovano due sale operatorie dedicate esclusivamente a interventi in regime ambulatoriale, le prime di questo tipo nel Sopraceneri. Il secondo piano accoglie studi medici specialistici e un istituto di radiologia, mentre il terzo ospita un centro di fisioterapia con vista sui castelli. Condivide gli spazi Swiss Visio Bellinzona, prima sede ticinese della rete di oftalmologia e oftalmo-chirurgia del gruppo, che offre trattamenti medici e chirurgici per tutte le patologie oculari, inclusa la chirurgia refrattiva laser. La direzione di Swiss Visio Network sottolinea che il paziente non è più costretto a percorrere decine di chilometri per un intervento ambulatoriale: la struttura si avvicina al cittadino, eliminando la necessità di una degenza ospedaliera, più costosa e più impegnativa per paziente e sistema.

Con l’apertura del Centromedico Bellinzona Castello, Swiss Medical Network porta

nel Sopraceneri un modello di cura ambulatoriale che risponde alle sfide più urgenti del sistema sanitario svizzero: contenimento dei premi, efficienza allocativa e cure di prossimità.

Ambulatoriale prima di stazionario: una rivoluzione silenziosa

L’apertura del centro si inserisce in un contesto di profonda trasformazione del sistema sanitario svizzero, il cui principio guida è diventato “ambulatoriale prima di stazionario”: ogni intervento che può essere eseguito in regime ambulatoriale, senza compromettere la sicurezza del paziente, va effettuato in questa modalità. Il Consiglio federale ha introdotto già nel 2019 un elenco di gruppi di interventi che l’assicurazione obbligatoria rimborsa solo se effettuati in ambulatorio, salvo motivate eccezioni. Quell’elenco è passato da 6 gruppi nel 2019 a 18 all’inizio del 2023 ed è

destinato a crescere ancora.

Il dato che colpisce è quello comparativo europeo: la Svizzera oggi esegue solo circa il 20% dei casi chirurgici eleggibili in regime ambulatoriale, contro il 60% dei Paesi nordici e una media europea intorno al 50%. Questa differenza non è casuale: è il frutto di incentivi strutturali distorti che per decenni hanno favorito il ricovero rispetto alla cura ambulatoriale.

Il nodo del finanziamento: perché l’ambulatoriale costava di più ai premi Fino a oggi è esistita una paradossale asimmetria nel finanziamento sanitario svizzero. Per i trattamenti stazionari, i Cantoni coprono almeno il

55% dei costi, mentre le casse malati ne sostengono al massimo il 45%. Per i trattamenti ambulatoriali, invece, i costi ricadono al 100% sull’assicurazione obbligatoria, e quindi sui premi che i cittadini pagano ogni mese. Il risultato è piuttosto paradossale: pur essendo clinicamente meno complesso e meno costoso in termini assoluti, un intervento ambulatoriale genera oneri aggiuntivi per chi paga i premi rispetto a un ricovero ospedaliero. Questo meccanismo ha prodotto per anni incentivi sbagliati: strutture ospedaliere orientate al ricovero, ritardo nel trasferimento verso cure più appropriate ed economiche, e pressione continua sui premi delle casse malattia. Il premio medio mensile in Svizzera nel 2026 ha raggiunto i 393 franchi, con aumenti strutturali anno su anno.

La riforma EFAS (Finanziamento Uniforme delle prestazioni Ambulatoriali e Stazionarie approvata dal popolo svizzero il 24 novembre 2024 con il 53,3% dei voti) è destinata a correggere questa distorsione. A partire dal 1° gennaio 2028, tutte le prestazioni sanitarie ambulatoriali, stazionarie e, dal 2032, anche le cure a lungo termine, saranno finanziate secondo un’unica chiave di riparto: i Cantoni almeno il 26,9% e le casse malati al massimo il 73,1%. L’obiettivo è eliminare i falsi incentivi, favorire le cure appropriate, evitare ricoveri inutili e stabilizzare i premi.

Le cure integrate: la risposta sistemica Il nuovo centro di Bellinzona non è soltanto una struttura operatoria: è un nodo di cure integrate il cui modello si fonda sulla continuità di percorso: lo stesso paziente che si sottopone a un intervento ortopedico in sala operatoria al pianterreno trova al secondo piano la visita specialistica di controllo e al terzo la fisioterapia riabilitativa.

Inoltre, l’accesso alla diagnostica per immagini è interno. L’urgenza ha accesso diretto al blocco operatorio. Non ci sono passaggi ridondanti né interruzioni nel percorso di cura. In Ticino questo modello si inserisce in una rete più ampia: la Rete Sant’Anna, piattaforma cantonale delle cure integrate che unisce in un ecosistema coordinato ospedali, centri specialistici e servizi ambulatoriali, con l’obiettivo della de-ospitalizzazione intelligente: ridurre i ricoveri inappropriati non tagliando servizi, ma costruendo alternative di qualità più vicine al paziente. Le cure integrate producono effetti documentati su tre livelli. In primo luogo riducono la frammentazione del percorso terapeutico, che è spesso la principale causa di inefficienza e di errori clinici. In secondo luogo consentono una gestione proattiva della cronicità, evitando le riacutizzazioni e i ricoveri d’urgenza che pesano maggiormente sul sistema. In terzo luogo, abbassano i costi per paziente mantenendo o migliorando gli esiti clinici; ciò che in gergo tecnico si chiama valore in sanità.

Prossimità e sostenibilità: due facce della stessa medaglia L’apertura di un centro operatorio ambulatoriale nel cuore di Bellinzona risponde a un bisogno territoriale preciso. Il Sopraceneri (Bellinzona e le valli che vi afferiscono: Blenio, Leventina, Riviera) non disponeva fino a oggi di una struttura ambulatoriale chirurgica privata nella capitale cantonale. I residenti erano costretti a spostarsi verso Lugano o verso l’ospedale pubblico per interventi che potevano essere gestiti localmente, con minor impatto sulla qualità di vita del paziente e sulla spesa complessiva del sistema. La prossimità non è soltanto una

questione di comfort: è una leva di efficienza sistemica. Un paziente che riceve cure vicino a casa è un paziente che non perde giornate lavorative, non coinvolge la rete familiare in trasferte, non affronta i costi accessori che spesso fanno desistere dalle cure preventive e dai controlli. In un sistema che si preoccupa giustamente del costo dei premi, occorre tenere in considerazione anche il costo totale della malattia per il paziente e per la collettività.

Una risposta concreta a una sfida sistemica

I premi delle casse malattia aumentano perché i costi aumentano. I costi aumentano per molte ragioni: demografiche, tecnologiche, tariffarie. Ma aumentano anche perché il sistema non ha ancora spostato abbastanza cure verso i setting più appropriati ed efficienti. Una risposta concreta è il modello ambulatoriale integrato, applicato con rigore clinico e progettazione intelligente degli spazi e dei percorsi. Il centro di Bellinzona Castello di Swiss Medical Network è un esempio di questo approccio. Due sale operatorie specializzate, specialisti integrati, diagnostica interna, fisioterapia nel percorso: non una clinica che riduce costi tagliando servizi, ma una struttura che riduce costi migliorando la cura. È una distinzione che vale la pena sottolineare, in un dibattito pubblico dove il risparmio e la qualità vengono spesso presentati come opposti.

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T. +41 (0)91 874 20 02

Reverse-aging: quando la bellezza nasce dall’equilibrio interno

Il vero anti-aging non riguarda solo la pelle,

ma il funzionamento profondo dell’organismo.

Il concetto di reverse-aging promosso da

The Longevity Suite unisce scienza della longevità, nutrizione e tecnologie avanzate per migliorare salute cellulare, energia e benessere generale.

Per molti anni il concetto di anti-aging è stato associato quasi esclusivamente all’estetica: trattamenti per la pelle, cosmetici, interventi mirati a rallentare i segni visibili del tempo. Negli ultimi anni, tuttavia, la ricerca scientifica e la medicina preventiva hanno progressivamente cambiato prospettiva. L’idea più avanzata oggi è quella del reverse-aging, ovvero un approccio che non si limita a contrastare le rughe o la perdita di tono, ma lavora sulle cause profonde dell’invecchiamento, partendo dal funzionamento delle cellule e dall’equilibrio generale dell’organismo. In questo scenario si inserisce il modello sviluppato da The Longevity Suite, che propone una visione integrata della bellezza come conseguenza diretta della salute biologica. L’obiettivo non è semplicemente apparire più giovani, ma migliorare i processi fisiologici che determinano energia, vitalità e capacità di rigenerazione del corpo. In questa prospettiva, pelle luminosa, postura

corretta, tono muscolare ed energia mentale diventano indicatori concreti di un benessere più profondo. Il punto di partenza è la salute cellulare. Le cellule del nostro organismo sono costantemente esposte a fattori che accelerano l’invecchiamento, come l’infiammazione cronica, lo stress ossidativo, l’inquinamento e uno stile di vita poco equilibrato. Nel tempo questi elementi riducono la capacità delle cellule di

rigenerarsi e di svolgere le proprie funzioni in modo efficiente. La scienza della longevità si concentra proprio su questi meccanismi, studiando strategie per rallentare il deterioramento cellulare e favorire i processi di riparazione.

Uno degli aspetti centrali riguarda la gestione dello stress ossidativo. I radicali liberi, prodotti naturalmente dal metabolismo ma anche amplificati da fattori esterni, possono danneggiare le cellule e accelerare l’invecchiamento dei tessuti. Ridurre questo processo significa intervenire sia attraverso l’alimentazione sia tramite protocolli specifici che stimolano le capacità antiossidanti dell’organismo. Una nutrizione mirata, ricca di micronutrienti e

sostanze protettive, diventa quindi una delle basi fondamentali di ogni programma di longevità.

Accanto all’alimentazione, un ruolo chiave è svolto dalla tecnologia applicata al benessere. Negli ultimi anni si sono diffusi protocolli che utilizzano metodologie avanzate per attivare le risposte biologiche dell’organismo. Tra questi, per esempio, la crioterapia, che espone il corpo a temperature estremamente basse per pochi minuti, stimolando la circolazione, il metabolismo e i meccanismi di recupero cellulare. Altre tecnologie, come la fotobiomodulazione o alcune forme di bio-stimolazione metabolica, puntano invece a favorire la produzione di energia a livello cellulare e a migliorare i processi di rigenerazione dei tessuti. Questo tipo di approccio non riguarda solo l’aspetto fisico, ma anche l’equilibrio psicofisico complessivo. La gestione dello stress, la qualità del sonno e la regolazione dei ritmi biologici sono fattori sempre più riconosciuti come determinanti nella velocità con cui l’organismo invecchia. Livelli elevati di stress cronico, infatti, possono alterare il sistema ormonale e aumentare i processi infiammatori, incidendo negativamente sulla salute e sull’aspetto esteriore. Per questo

motivo i programmi di longevità includono spesso strategie per migliorare la resilienza mentale e la capacità di recupero dell’organismo.

Un altro elemento centrale del reverse-aging è il movimento. L’attività fisica non viene più considerata soltanto uno strumento per mantenere il peso forma, ma una vera e propria medicina preventiva. Allenamento muscolare, mobilità articolare e postura contribuiscono a mantenere il corpo efficiente e a rallentare la perdita di massa muscolare tipica dell’invecchiamento. Inoltre, l’esercizio stimola la produzione di molecole che favoriscono la rigenerazione cellulare e il corretto funzionamento del metabolismo. L’aspetto più interessante di questo nuovo paradigma è forse il cambio di prospettiva culturale che comporta. La bellezza non viene più interpretata come un risultato puramente estetico, ma come l’espressione visibile di un organismo in equilibrio. Una pelle luminosa, un corpo tonico e una mente lucida sono segnali di un sistema biologico che funziona bene, non semplicemente effetti superficiali da correggere con trattamenti esterni.

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