Featuring an endless array of watchmaking’s most fascinating complications, the Villeret bears authentic testimony to the talent of our watchmakers. Essentials imbued with timeless elegance.
Atelier Tourbillon, Blancpain – Le Brassus
EDITORE
Ticino Welcome Sagl
Palazzo Mantegazza, Riva Paradiso 2
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RESPONSABILE EDITORIALE
Mario Mantegazza
COORDINAMENTO EDITORIALE, PUBBLICITÀ E PUBBLICHE RELAZIONI
Paola Chiericati
COORDINAMENTO EDITORIALE, SETTORE ARREDO/DESIGN
Francesco Galimberti
REALIZZAZIONE EDITORIALE Mindonthemove srls
LAYOUT E GRAFICA
Kyrhian Balmelli e Lorenzo Terzaghi
FOTOGRAFIE
Si ringraziano Visiva Sagl, le aziende produttrici, amministrazioni, enti e istituzioni del Ticino. Foto di copertina: studio kilo snc
STAMPA
FONTANA PRINT SA CH-6963 Pregassona
SERVIZIO ABBONAMENTI (4 NUMERI) CHF 32.- (spese postali escluse) T. +41 (0)91 985 11 88 www.ticinowelcome.ch
PUBBLICITÀ SVIZZERA TEDESCA E FRANCESE FACHMEDIEN
ZÜRICHSEE WERBE AG CH-8712 Stäfa claudio.moffa@fachmedien.ch
IN TICINO: Abbonamenti, Ticino Turismo, alberghi 4 e 5 stelle, studi medici e dentistici, studi d’avvocatura, studi d’ingegneria e d’architettura, banche e fiduciarie, aziende AITI (Associazione Industrie Ticinesi), aziende Cc-Ti (Camera di commercio, dell’industria e dell’artigianato e dei servizi del Cantone Ticino), Club Rotary Ticino, Club Lions Ticino, edicole del Ticino. IN ITALIA: Nelle fiere turistiche, Aeroporto di Malpensa, Hotel ed esercizi pubbliciProvincia di Como e Lombardia.
Milano corre. Il Ticino guarda.
Di Mario Mantegazza
Negli ultimi anni il capoluogo lombardo ha scelto con chiarezza da che parte stare: quella dell’attrattività. Fiscalità favorevole, politiche mirate, narrazione potente. Il risultato è sotto gli occhi di tutti. Capitali, imprenditori, patrimoni mobili si spostano. Non è un caso ma una ben precisa strategia. Milano ha deciso di rendersi desiderabile da parte di chi ha molto da investire. Il cosiddetto “Decreto” per i nuovi residenti facoltosi non è stato solo un provvedimento fiscale. È stato un messaggio: qui siete i benvenuti.
Anche Como capitalizza le opportunità offerte dagli eventi in Engadina per rafforzare la propria attrattività turistica, mentre il Ticino rimane spesso a guardare.
Resta il fatto che l’Italia fa i propri interessi e non perde occasione per rafforzare la propria narrazione. In queste settimane, ad esempio, la vicenda di Crans-Montana è stata utilizzata da più parti come pretesto per mettere in discussione l’efficienza amministrativa e perfino il sistema di sicurezza svizzero. Critiche forse strumentali, ma efficaci sul piano comunicativo. Noi reagiamo con lentezza, quando reagiamo. Mentre a Milano si costrui-
sce un ecosistema per attrarre ricchezza, in Ticino ci perdiamo in dibattiti sterili. Parliamo molto ma decidiamo poco. E soprattutto non costruiamo una politica fiscale e una comunicazione altrettanto competitive. Il paradosso è evidente. Ci lamentiamo della concorrenza italiana, ma non mettiamo in campo strumenti per contrastarla. Critichiamo l’attrattività altrui, ma non investiamo nella nostra. E poi, quasi senza accorgercene, alimentiamo noi stessi quel sistema che diciamo di subire. Le code verso sud non sono solo traffico del fine settimana. Sono un segnale. Ticinesi che vanno a fare la spesa in Italia, scelgono ristoranti italiani e spendono altrove ciò che potrebbe restare qui. Denaro che esce, valore che non torna. Non è l’Italia il problema, è il Ticino che non fa altrettanto. Noi restiamo fermi a discutere di principi, di percezioni, di rivalità. senza una visione. Senza una strategia. Non serve indignarsi. Serve decidere. Perché nel mondo della competizione globale non vince chi critica di più. Vince chi agisce prima.
Mario Mantegazza
LORENZA BERNASCONI MOSER
Sentirsi sicuri
RUTH METZLER ARNOLD Un futuro olimpico con la Confederazione?
SUSANNE WILLE Come ridisegno la SSR
ISABELLA LENZO MASSEI
Le arti scuola di vita
EDITORIALE
PRIMO PIANO
A TAVOLA CON… GRANDANGOLO
TAVOLA ROTONDA LAC
MASI LUGANO CULTURA FINANZA
Milano corre. Il Ticino guarda
Lorenza Bernasconi Moser: Sentirsi sicuri
Di Mario Mantegazza
Di Michelle Uffer
Ruth Metzler Arnold: Un futuro olimpico con la Confederazione? Di Rocco Bianchi
James A. Robinson: In che modo le idee plasmano le istituzioni e la prosperità?
Giorgio Strahler: Una vita per il teatro Di Eduardo Grottanelli de’ Santi
Alessandro Martorana: Lo stilista che crea magia Di Michelle Uffer
Marco Bazzi: Il giornalisto o è liberto, o non è
Emilio Martineghi: Lo spirito di comunità della piccola città Di Eduardo Grottanelli de’ Santi
Alexander Etkind: La Russia contro la modernità
Di Fabiana Testori
Susanne Wille: Come ridisegno la SSR Di Andreas Grandi
Pelletteria Poggioli: La forza della continuità
Anne Schwöbel: The search or beauty, always Di Elisa Bortoluzzi Dubach
Morena Ferrari Gamba: Riconoscere il valore dell’esperienza
Paolo Ligresti: Ascoltare la voce nel silenzio
Moreno Bernasconi: La tentazione di una giustizia sommaria
Piazza finanziaria: La capacità di gestire il cambiamento Di Enrico Carpani
Isabella Lenzo Massei: Le arti scuola di vita Di Donatella Révay
Danza: Incontro di coreografie dal mondo
Affascinante mosaico di linguaggi artistici
Arte in Engadina: Meno neve ma le gallerie proliferano
Katia Ricciarelli: Una rosa in palcoscenico
Manuel Bauer: La fotografia come strumento di cambiamento sociale
Kety Fusco: L’arte che non ti aspetti
ABT: Le banche chiedono una regolamentazione proporzionata
UBS: Dare più slancio ai propri obiettivi finanziari
ARCHITETTURA LUSSO
Di Cristina Zappa
Di Fausto Tenzi
Credinvest Bank: Soluzioni sartoriali e creazione di valore nel Private Banking
Privilège Ventures: Investire per generare crescita, innovazione e impatto
Post Hotel & Residences by Elie Saab: Ad Andermatt il lusso sposa la tradizione alpina
Wetag: Vent’anni di visione internazionale
SIT Immobiliare: L’importanza di mantenere sempre un atteggiamento prudente
MG Immobiliare-Barnes: Insieme per essere più forti
Blancpain: Il rinnovamento di un modello iconico
Associazione Elisa: Ancora una volta dalla parte dei bambini
PwC Svizzera: Con l’AI l’azienda può essere totalmente ridisegnata
SA Luciano Franzosini: L’ha detto la TV
Fondazione Agire / CC Cardio: Un’invenzione che salva il cuore
P wC SVIZZERA
Con l’AI l’azienda può essere totalmente ridisegnata
HORACIO PAGANI
Arte e scienza camminano insieme
SIMONE WIETLISBACH
Generosity arises from empathy, not from abundance
Dick&Figli: Continuità, qualità e fiducia
Connect26: La trasformazione non è solo digitale
Finextra: La forza della qualità unita alla bellezza estetica
Qualibroker: Competenza e vicinanza ai clienti
Qualibroker: Un bilancio positiva guardando a nuove sfide
CLINICA ARS MEDICA
La mano che cura la mano
Nils Planzer: Anche la gioia del futuro sarà una questione di persone
Intelligenza Artificiale: Come cambia il mondo dei media Di Paola Bernasconi
STRP: La forza della mente aiuta a vincere le sfide Di Dimitri Loringett
LADIES
DOSSIER FONDAZIONI
Lamborghini Temerario: Le due anime di una supercar
Horacio Pagani: Arte e scienza camminano insieme Di Eduardo Grottanelli de’Santi
Maserati Grecale Folgore: Ancora più bella e performante
Mercedes Classe S: Il benessere tocca vette inesplorate
Leapmotor B10 Hybrid EV: Fino a 900 km di autonomia?
Urs Wietlisbach: Capital must do good
TURISMO
GASTRONOMIA
HOTELLERIE ENOLOGIA
MEDICINA
BENESSERE
By Elisa Bortoluzzi Dubach
Simone Wietlisbach: Generosity arises from empathy, not from abundance
Carla Schwöbel-Braun: Our love for music
By Elisa Bortoluzzi Dubach
Filantropia: La filantropia è il coraggo di immaginare il bene Di Elisa Bortoluzzi Dubach
Béatrice Speiser: Il mio impegno per l’integrazione e le pari opportunità
Fondazione HC Lugano Academy: Vivere un giorno da campioni
Ticino Turismo: Strategia, mercati e innovazione per una destinazione viva tutto l’anno
Lugano Region: Azioni sempre piu incisive e coordinate
OTRMBC: Un’offerta sostenibile per una destinazione responsabile
Colllina d’oro Resort & Spa: Cambiare per evolvere
Nantes: Città della cultura, del turismo e dell’arte Di Paola Chiericati
UNESCO: Cucina italiana, un patromonio universale Di Marta Lenzi
Ticino House: Incontro con i potenti del mondo
Ticino Gourmet: Profumo di primavera nei boschi del Ticino
Ristorante “ariva” Tertianum Paradiso: Pranzo o cena “pieds dans l’eau”
Hotel Splendide Royal Paris: Un piccolo gioiello nel cuore di Parigi Di Paola Chiericati
Ristorante Tosca: Il lirismo italiano si ritrova nel piatto Di Giacomo Newlin
Golf a Parigi: Ottimi green per tutti i gusti
Hotel Mona: La rinascita di un hotel iconico a Montreaux Di Paola Chiericati
Ticinowine: Quando il vino diventa un’esperienza immersiva
Colgin Cellars: Vini prodotti a regola d’arte
Clinica Ars Medica: La mano che cura la mano
The Longevity Suite: La scelta di volersi bene
Joe Dispenza: Fusione di scienza, energia e guarigione Di Keri Gonzato
Sentirsi sicuri
Un settore sensibile, dove fiducia, disciplina e tecnologia non sono optional, ma fondamento. Un settore tradizionalmente maschile, gerarchico, spesso rigido. Lorenza Bernasconi Moser, lo guida con un approccio diverso: visione strategica, lucidità analitica, ascolto e coraggio decisionale. Tra valori, famiglia, innovazione e benessere, Lorenza ci racconta il suo mondo.
Di Michelle Uffer
Èl’unica CEO donna alla testa di un grande gruppo della sicurezza in Svizzera, ma il dato anagrafico è il meno interessante. Ciò che colpisce è la sua capacità di leggere in anticipo i cambiamenti, di integrare innovazione e responsabilità, di trasformare un’impresa familiare in un ecosistema evoluto. Per lei la sicurezza non è controllo. È libertà ben progettata.
Lei è l’unica donna alla guida di un gruppo di sicurezza in Svizzera. Che cosa significa?
«All’inizio significava dover dimostrare più degli altri. Il settore era fortemente verticalizzato e la legittimazione non era automatica. Non sempre venivo percepita come decision maker ma come «la figlia di» o «la sorella di». Nel corso degli anni ho costruito la mia autorevolezza con metodo, studio, visione strategica e coerenza, ma mai imitando modelli maschili: ho sviluppato uno stile mio, basato sull’ascolto anche dei silenzi, su una comunicazione chiara e su decisioni ferme quando necessario. Inoltre, la vulnerabilità, se ben governata, non indebolisce ma rafforza. La sicurezza non è una questione di genere. È cultura, rigore, responsabilità e capacità di assumersi le conseguenze delle proprie scelte».
Lorenza, la sicurezza è un tema delicato. Quali principi non possono mancare in chi lavora per la vostra azienda?
«Penso che la disciplina – non intesa come rigidità – ma come coerenza quotidiana, sia un valore imprescindibile. Nel nostro settore l’errore non è un’opzione teorica ma un rischio concreto. Servono dunque precisione, senso etico e lucidità. E poi serve consapevolezza: noi non vendiamo impianti, ma serenità. Questo cambia tutto, perché ogni gesto conta quando parliamo di protezione, prevenzione, responsabilità. Operare nel mondo articolato della sicurezza non è dunque solo un lavoro, ma una missione. Serve entusiasmo, quello vero, sentito».
Quando assumete, quali caratteristiche sono imprescindibili?
«Cerco affidabilità e autenticità. Persone che comprendano il peso della responsabilità. Le competenze tecniche si formano, l’integrità no. Capisci subito se una persona sente davvero il valore di quello che fa. In questo settore non puoi “recitare” un ruolo, ma devi crederci».
Avete circa 150 dipendenti: come mantenete alta la motivazione e gli standard etici?
«Con visione sistemica, condividendo sempre il quadro strategico: i collaboratori devono capire dove stiamo andando, non solo
“Penso che la disciplina – non intesa come rigidità – ma come coerenza quotidiana, sia un valore imprescindibile. Nel nostro settore l’errore non è un’opzione teorica ma un rischio
concreto. Servono dunque precisione, senso etico e lucidità”.
cosa devono fare domani mattina. La fiducia si costruisce con trasparenza, ma anche con rigore. Io ascolto molto perché voglio assicurarmi che le persone possano comprendere il perché delle scelte, non solo il “cosa”. Poi diventa importante comunicare e condividere gli obiettivi, le difficoltà, gli errori. Quando i collaboratori si sentono coinvolti, diventano parte della soluzione. E poi c’è la crescita: formazione continua, confronto, responsabilizzazione. Dare fiducia è uno dei modi più potenti per generare fiducia».
E lei come trasmette sicurezza, prima ai suoi collaboratori e poi ai clienti?
«Raccontare ed argomentare la nostra visione di Gruppo permette di risultare ben chiara agli interlocutori e rappresenta sicuramente un primo passo. Poi c’è la professionalità che non si inventa ma si costruisce con esperienza, curiosità, e anche con la capacità di cercare nuove tecnologie e soluzioni per declinarle in azienda in modo strutturato e calibrato. La tecnologia non è fine a sé stessa ma deve trasformarsi in servizio, in soluzioni di valore per chi ci sceglie».
Gruppo Sicurezza ha quasi cinquant’anni. Che ricordo ha dell’azienda quando era piccola, e come la vede oggi?
«Gruppo Sicurezza nasce dalla visione di nostro padre che ha costruito una realtà solida in un’epoca in cui la sicurezza era principalmente presidio fisico. Lui ci ha insegnato che la reputazione è il primo sistema di protezione. Che la parola data vale più di qualsiasi contratto e che le visioni, se contestualizzate con metodo, rigore e tanto lavoro, trasformano l’azienda.
Noi abbiamo raccolto quella base etica e l’abbiamo proiettata in una dimensione strategica e tecnologica completamente nuova, permettendo al nostro Gruppo di vivere un’importante evoluzione. Quando ho iniziato i miei primi passi in questo mondo all’inizio degli anni 2000, Gruppo Sicurezza contava circa 15 collaboratori: era un’azienda ancora molto “familiare”. Con i miei fratelli Michele e Mattia abbiamo posto una domanda chiave: vogliamo crescere o vogliamo evolvere? Abbiamo scelto di evolvere. Per noi era chiaro sin dall’inizio che desideravamo crescere non solo nei numeri, ma nella qualità, nella struttura e nell’uso delle tecnologie più avanzate nel settore. Abbiamo poi costruito un piano strategico, investito in acquisizioni mirate, strutturato governance e processi. Oggi, dopo 25 anni da quel giorno, con progettualità, ci siamo trasformati in un ecosistema per la sicurezza integrata, raggiungendo il nostro sogno».
“Stiamo attraversando un autentico cambio di paradigma: il futuro non è più una proiezione lontana, ma una dimensione che viviamo già nel presente, nelle scelte e nelle abitudini quotidiane di ciascuno di noi. L’intelligenza artificiale sta trasformando radicalmente il modo in cui leggiamo la realtà”.
Come si sono evoluti i ruoli suoi e dei suoi fratelli nel tempo?
«La fiducia familiare è un patrimonio essenziale e, come tale, va custodita e tutelata con consapevolezza. Nel tempo abbiamo imparato a distinguere con chiarezza ruoli e responsabilità, assumendo oggi direzioni operative nelle diverse società del Gruppo. Parallelamente, ricopriamo incarichi nel Consiglio di amministrazione della holding, contribuendo a rafforzare la governance attraverso la definizione delle migliori strategie per il raggiungimento degli obiettivi comuni. In questo contesto, metodo e struttura — insieme a competenze e responsabilità ben definite — rappresentano elementi imprescindibili. È proprio questo equilibrio tra fiducia, chiarezza dei ruoli e visione strategica ad aver costituito la base solida del nostro percorso».
Cosa significa concretamente “sicurezza integrata”?
«Offrire tutto ciò che riguarda la sicurezza sotto un unico ambiente con soluzioni complete: dalla progettazione, alla sicurezza meccanica ed elettronica, dai servizi di centrale operativa 24/24 a quelli di viglianza, fino alle attività di cybersecurity. Non è stata una crescita casuale, ne una scelta strategica. L’integrazione è una chiave fondamentale».
Lavorare con i fratelli è speciale, ma immagino non sempre semplice. Qual è il vostro equilibrio?
«In famiglia la fiducia è un capitale straordinario, ma proprio per questo va gestita con grande attenzione: basta poco per incrinarla, con ripercussioni sia sul piano personale sia su quello professionale. Tra fratelli abbiamo scelto un approccio improntato alla massima professionalità: confronti
franchi, fondati su argomentazioni oggettive e sul rispetto rigoroso dei ruoli. Perché i legami familiari restano un valore, ma in ambito lavorativo contano responsabilità, competenze e chiarezza delle funzioni. In famiglia sei sorella; nel lavoro sei responsabilità».
Ha sempre saputo che avrebbe lavorato in azienda?
«Il mio ingresso nell’azienda di famiglia è avvenuto quasi per caso. Sapevo che mio padre operava nel settore, ma a diciotto anni, come molti altri studenti, avevo lasciato il Ticino per trasferirmi a Losanna. Dopo la laurea ho scelto di costruire il mio percorso professionale nella regione, lavorando e formandomi per circa dieci anni. A dire il vero, l’idea di rientrare in Ticino era l’ultima tra le mie priorità».
Che percorso aveva fatto?
«Ho studiato Scienze Sociali e Politiche all’Università di Losanna, per poi intraprendere un percorso professionale nel settore delle risorse umane. Poi mio padre, dopo aver acquisito una nuova azienda, mi chiese un parere sulla riorganizzazione dell’intero Gruppo. Un incarico circoscritto, “solo per qualche mese”, per mettere ordine, definire processi, chiarire ruoli. Quel progetto temporaneo si è trasformato in una sfida imprenditoriale di lungo corso. Sono passati oltre venticinque anni — e, a ben vedere, sto ancora lavorando su quella riorganizzazione».
Molti impianti oggi passano dalla domotica. Come vede il futuro, anche con l’intelligenza artificiale?
«Stiamo attraversando un autentico cambio di paradigma: il futuro non è più una proiezione lontana, ma una dimensione che viviamo già nel presente, nelle scelte e nelle abitudi -
ni quotidiane di ciascuno di noi. L’intelligenza artificiale sta trasformando radicalmente il modo in cui leggiamo la realtà. I sistemi non si limitano più a registrare dati: li analizzano, li correlano, li interpretano. I sensori non si limitano a misurare bensì comprendono, anticipano e suggeriscono. Questo significa passare dalla logica reattiva a quella predittiva. Non interveniamo più solo dopo che un evento si è verificato ma siamo in grado di prevederlo, di prepararci, di governarlo. La sicurezza sta diventando una solu -
zione «as a service»: modulabile, personalizzata, attivabile quando serve. La cybersecurity e la protezione dei dati digitali saranno il grande tema dei prossimi decenni; la digitalizzazione ha aperto nuovi confini ed ha accelerato la nostra visione sul mondo. L’integrazione tra fisico e digitale è ormai irreversibile. È una trasformazione profonda, che richiede competenze, metodo e responsabilità. Perché quando la tecnologia inizia a “interpretare”, la vera differenza la fa la visione con cui scegliamo di guidarla».
Una domanda personale: lei si sente sicura in Ticino? E si sentirebbe sicura anche senza dispositivi?
«In Ticino mi sono sempre sentita protetta: qui la sicurezza non è solo un concetto astratto, ma un vero e proprio asset strategico da tutelare. I dispositivi che installiamo completano questo cerchio, offrendo protezione e serenità nella vita quotidiana. La sicurezza diventa così un bisogno fondamentale, al pari dell’amore o della felicità. Perché quando ci sentiamo davvero al sicuro, siamo più felici, più liberi e più sereni».
La Svizzera è allineata ad altri Paesi sul tema sicurezza?
«La Svizzera si colloca in linea con le migliori esperienze internazionali, grazie a un approccio integrato che combina prevenzione, infrastrutture avanzate e cooperazione con partner esteri. Pur mantenendo una particolare attenzione alla neutralità e alla protezione dei dati, il Paese garantisce standard di sicurezza elevati, dimostrando che efficacia e responsabilità possono convivere armoniosamente».
Quali servizi richiedono di più i privati?
«Tra i servizi più richiesti dai privati spiccano la videosorveglianza e i sistemi elettronici di sicurezza. Questi strumenti non si limitano a registrare: prevengono, analizzano e riconoscono anomalie, segnalando in tempo reale qualsiasi evento sospetto o non conforme. Particolarmente in crescita sono anche i dispositivi di localizzazione, pensati non per controllare, ma per proteggere. Essi consentono interventi tempestivi in caso di situazioni critiche, offrendo alle famiglie serenità e la certezza di vivere in un ambiente sicuro».
Come riuscite a stare al passo con tecnologie che cambiano continuamente?
«Con curiosità, con la cooperazione di partners internazionali e tempo dedicato a partecipare a convegni del settore per meglio comprendere i trend globali. La geografia dell’innovazione è cambiata e oggi i mercati quali l’Asia, guidano lo sviluppo tecnologico. Bisogna osservare, anticipare, integrare».
E come si bilancia tanta tecnologia con il lato umano?
«La tecnologia esegue, raccoglie dati, previene. Ma l’interpretazione e la decisione restano umane. La tecnologia è uno strumento, le persone sono la guida».
Il vostro lavoro è continuo. Il suo telefono è sempre acceso?
«Il mio telefono è stato acceso per 25 anni. Oggi suona raramente fuori orario. Non perché il settore sia meno complesso, ma perché abbiamo costruito struttura, flussi, responsabilità distribuite. Un leader deve costruire un sistema che funziona anche senza di lui, per evitare di essere indispensabile».
Cosa le piace di più del suo lavoro?
«Identificare nuove tecnologie per declinarle in prodotti o servizi che aiutino la nostra utenza 24 ore su 24. Aggiornarmi sui nuovi trend, investire del tempo di qualità per confrontarmi con colleghi e professionisti internazionali».
È nata anche un’iniziativa concreta per il Ticino, IDEE CHE VALGONO. Da dove arriva? «Dopo aver superato il periodo di pandemia, sentivamo forte il bisogno di ricostruire legami veri e di sostenere il nostro territorio, il quale ave -
va particolarmente sofferto della situazione. Il progetto nasce da un’iniziativa dei nostri collaboratori promuovendo un concorso di idee e definendo il campo di azione. Sono loro i protagonisti nell’attuazione delle attività proposte, nel sostegno di associazioni e fondazioni attive nei campi sociali, culturali, educativi e sportivi, offrendo ore di volontariato, supporto operativo ed economico».
E come funziona il volontariato?
«Le attività di volontariato sono svolte sia in orario lavorativo sia al di fuori, in funzione delle richieste dei nostri partners. Ciò rientra nel nostro piano di welfare, potenziando la cultura aziendale; difatti i feedback riportati da chi partecipa attivamente sono di grande valore ed importanza a livello valoriale e di consapevolezza».
Cambiamo nuovamente argomento: quando entra in un luogo nuovo, guarda subito la sicurezza?
«Inevitabilmente il mio occhio identifica le misure di sicurezza presenti, come ad esempio: rilevazione incendio, vie di fuga, sistemi di videosorveglianza, presenza di personale addetto alla sicurezza. E’ un automatismo».
Quando non è al lavoro, cosa la fa stare bene?
«Nei miei ritagli di tempo libero pratico delle attività che mi permettano di trovare quell’equilibrio indispensabile per dare il meglio di me stessa. Mi piacciono diversi sport e mi immergo nella natura per rigenerarmi dalla vita lavorativa. In modo particolare amo la montagna in tutte le stagioni: mi insegna il rispetto del rischio, l’analisi del contesto e la
pianificazione. Adoro pedalare in bicicletta per il cambio di prospettiva sul mondo. È un’esperienza vissuta ad una velocità più lenta e spesso mi ritrovo a pensare che difficilmente si vince con lo sprint iniziale, ma con la costanza. Infine, ho un’infinita affinità per il mondo dell’arte: organizzo mostre, mi interessa molto il confronto culturale tra arte e società, ricordandomi che proteggere significa permettere. Senza sicurezza non c’è libertà di creare, di vivere, di esprimersi».
Qual è stato il suo punto di forza?
«Penso che la mia capacità di ascolto e di comunicare anche nei momenti difficili, mi abbia permesso di guidare un settore così complesso, con intelligenza strategica e disciplina culturale. Raccontare solo i successi non basta. Ho imparato a dare valo -
re anche ai silenzi, a raccontare non solo risultati straordinari, ma anche a contestualizzare le difficoltà e gli insuccessi: la vulnerabilità, se gestita con intelligenza, crea fiducia. Cerco di non interpretare il ruolo di CEO, ma di strutturarlo. Penso di essere visionaria, metodica e so ragionare fuori dagli schemi con profondo rigore».
Come vede Gruppo Sicurezza tra 10 anni?
«Con i miei fratelli stiamo pianificando una presenza nazionale del nostro Gruppo con una governance ancora più solida. Stiamo inoltre riflettendo con grande lucidità anche al tema della successione. Le aziende continuano a prosperare solo se la continuità è progettata».
E tra 30 anni?
«La sicurezza sarà invisibile, integrata, quasi impercettibile. La grande sfida sarà proteggere l’identità digitale e la libertà individuale in un mondo iperconnesso. Io sono un’ottimista, ma l’ottimismo deve essere organizzato».
In fondo, è proprio questo il cuore pulsante della visione di Lorenza Bernasconi Moser: rendere la sicurezza una presenza discreta, che non limita, ma libera. Con una leadership che dimostra come rigore, metodo e sensibilità possano convivere e guidare un intero settore verso una nuova maturità. Ed è proprio questa la forma più evoluta di protezione.
Un futuro olimpico per la Confederazione?
Intervista con Ruth Metzler-Arnold, una carriera caratterizzata da molteplici traguardi politici e professionali, attualmente prima presidente donna di Swiss Olympic.
Ruth Metzler-Arnold fu eletta in Consiglio federale a soli 34 anni, nel marzo 1999, un’epoca in cui donna ed essere giovane non erano certamente elementi che favorivano la carriera. Quasi cinque anni dopo – anche questo un caso molto raro - il suo partito perse il seggio a favore dell’UDC e di Christoph Blocher, quando l’Assemblea federale decretò la fine della cosiddetta “formula magica”. Pensionata non ancora quarantenne, Ruth Metzler si è poi dedicata all’insegnamento all’Università di San Gallo e all’attività lavorativa in importanti gruppi dell’economia privata, sparendo salve rare occasioni dalle luci della ribalta pubblica. Un paio di anni fa tuttavia una decisa inversione di rotta, con dapprima la candidatura e poi l’elezione alla presidenza di Swiss Olympic a novembre 2024. Ed è in questa veste che l’abbiamo incontrata.
In un’intervista Lei ha dichiarato che lo sport l’ha aiutata molto dopo la sua mancata rielezione in Consiglio federale.
Può spiegarsi meglio?
«Il movimento, soprattutto all’aria aperta, mi fa semplicemente bene. All’epoca mi ha distratta dalla quotidianità e mi ha fatto pensare ad altro. In generale, però, facendo sport riesco a schiarirmi le idee e a mettere ordine nei pensieri. Spesso mi vengono anche nuove idee che posso poi sviluppare e seguire. Allora, nel febbraio 2004, mi ero posta un nuovo obiettivo sportivo: correre la mia prima maratona otto mesi dopo, a New York. Qualcosa che fino a poche settimane prima non mi sarei mai sentita capace di fare».
Che ruolo dovrebbe avere lo sport nella nostra società, secondo lei?
«Lo sport rafforza la vita sociale, la coesione della società, l’entusiasmo e la salute. Inoltre, le associazioni sportive svolgono un lavoro di integrazione straordinario, quasi esclusivamente su base volontaria. Nei club nasce anche la passione per lo sport agonistico. Molti appassionati impegnati nelle innumerevoli associazioni partecipano come spettatori o volontari a grandi eventi. Lo sport è quindi un pilastro portante della nostra società».
Ricordo che, come consigliera federale, non apprezzava particolarmente il contatto con i media e l’attenzione mediatica. Dopo oltre vent’anni è tornata in un ruolo pubblico: come lo vive oggi?
«Abbiamo evidentemente ricordi molto diversi di quel periodo, che risale a circa un quarto di secolo fa. Il lavoro con i media e l’opinione pubblica era, oltre all’attività di governo e parlamentare, una parte importante per spiegare i numerosi e molto diversi progetti del mio dipartimento. Come giovane consigliera federale – e terza donna nel Consiglio federale – talvolta ricevevo un’attenzione mediatica che i miei colleghi uomini non avevano. A volte questo era molto utile, altre volte avrei voluto farne a meno».
Lo sport è tradizionalmente un mondo dominato dagli uomini. Lei è la prima donna alla guida di Swiss Olympic. Come è stata accolta?
«Mi fanno spesso questa domanda, e io di solito rispondo chiedendo: fareste la stessa domanda anche a un uomo al contrario…? Questa domanda mi sembra provenire da un’altra epoca. Mi sono immersa rapidamente e profondamente nel mondo dello sport e sono stata accolta bene e calorosamente sia in Swiss Olympic sia in tutta la famiglia sportiva svizzera – anche a livello internazionale. Per me era importante il confronto con persone diverse del mondo sportivo, e ho ricevuto un sostegno competente soprattutto dalle colleghe e dai colleghi del Consiglio esecutivo, della direzione e dai collaboratori di Swiss Olympic».
Cosa significa essere presidente di questa organizzazione?
Quali sono i suoi compiti e il suo lavoro quotidiano?
«Da un lato sono presidente del Comitato Olimpico Nazionale, dall’altro presidente dell’organizzazione mantello dello sport svizzero. Swiss Olympic unisce entrambe le funzioni. Nella pratica quotidiana, però, queste due funzioni sono molto diverse. Come presidente dell’organizzazione mantello voglio influenzare le condizioni quadro per lo sport svizzero, affinché lo sport di élite, quello di massa e la promozione dei giovani possano svilupparsi al meglio. Ciò significa individuare i temi che interessano le federazioni e le organizzazioni partner: il forte carico che pesa soprattutto sulle federazioni piccole e medie, il
“La presenza e la percezione delle donne nello sport sono
in costante aumento. Molte organizzazioni sportive si impegnano attivamente per promuovere lo sport femminile e la diversità nei loro organi”.
rafforzamento della promozione sportiva, l’importanza della rete internazionale. Insieme ai membri del Consiglio esecutivo e al team operativo della segreteria di Swiss Olympic, il mio compito è trarre le giuste conclusioni, avviare i progetti e assicurarne l’attuazione. Come presidente del Comitato Olimpico nazionale sono fortemente impegnata nella candidatura della Svizzera per le Olimpiadi 2038 e curo le relazioni con il CIO».
Come riesce a conciliare questo incarico con i suoi numerosi altri impegni?
La presidenza di Swiss Olympic è ufficialmente un impegno al 50%, ma in realtà è circa al 100%, con numerosi progetti strategici, sfide politiche e le candidature per i Giochi olimpici e paralimpici invernali e per gli European Championships. Quando mi sono candidata, avevo già previsto che l’impegno sarebbe stato ben superiore al 50%. Da quando sono stata eletta ho rinunciato a sette mandati in aziende e fondazioni, e quest’anno lascerò anche il consiglio di amministrazione di AXA Svizzera. Inoltre, all’assemblea generale del 2027 lascerò la presidenza di Switzerland Global Enterprise, come già comunicato pubblicamente».
Crede che la sua elezione abbia cambiato o cambierà la percezione del ruolo delle donne nello sport? «La presenza e la percezione delle donne nello sport sono in costante aumento. Molte organizzazioni sportive si impegnano attivamente per promuovere lo sport femminile e la diversità nei loro organi. Questo è molto positivo, e mi rallegro per ogni nuova donna che assume una funzione dirigenziale in un’organizzazione sportiva. Studi dimostrano che organi diversificati affrontano meglio le sfide».
Restando sul tema dell’inclusione: so che esistono progetti per migliorare la collaborazione tra Swiss Olympic e Swiss Paralympic. A che punto siamo? «L’inclusione mi sta molto a cuore. Nell’ambito di un mandato di verifica stiamo valutando se una fusione delle due organizzazioni porterebbe un valore aggiunto sia allo sport olimpico sia a quello paralimpico. Attualmente Swiss Olympic e Swiss Paralympic collaborano strettamente, ma sono ancora separate a livello organizzativo».
Si parla anche di una fusione: quanto c’è di vero? «Stiamo effettivamente valutando una fusione, come esiste in diversi Paesi, ad esempio in Olanda, Norvegia o negli Stati Uniti. Lì lo sport regolare e quello paralimpico sono riuniti sotto un’unica organizzazione. In Svizzera, però, una fusione avverrà solo se tutte le parti coinvolte saranno convinte del valore aggiunto».
Al di là delle Olimpiadi e degli European Championships: quali temi l’hanno occupata di più nel primo anno della sua presidenza? «Da un lato il progetto “Promozione dello sport e del movimento Svizzera 2040”, lanciato nel marzo 2025 insieme all’Ufficio federale dello sport. L’obiettivo è garantire lo sviluppo a lungo
termine della promozione sportiva in Svizzera e ottenere un ampio e profondo impatto dello sport sulla società. Dall’altro, nel 2025 ci hanno occupato molto le misure di risparmio previste dalla Confederazione, che avrebbero colpito anche lo sport. Grazie al grande sostegno del Parlamento e delle federazioni sportive, al momento sembra che lo sport continuerà a ricevere i fondi federali che merita per la sua importanza sociale. Ci siamo inoltre impegnati contro l’iniziativa per dimezzare il canone radiotelevisivo, che avrebbe un impatto molto negativo sulla copertura mediatica dello sport».
Su cosa vuole concentrarsi in futuro?
«Swiss Olympic dovrà continuare a garantire i mezzi finanziari necessari per lo sport svizzero. A tal fine dovremo dimostrare costantemente il valore dello sport per la società alla Confederazione e ai Cantoni, principali finanziatori. Un altro tema importante è l’introduzione del nuovo modello di finanziamento delle federazioni, attraverso il quale dal 2027 intendiamo sostenerle in modo più mirato e aiutarle nel loro sviluppo».
Parliamo del progetto Olimpiadi 2038: siamo finanziariamente in grado di sostenerlo? Ce lo possiamo permettere?
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«Sì, ne sono convinta. Per l’organizzazione dei Giochi olimpici e paralimpici è previsto un budget di 2,2 miliardi di franchi svizzeri, molto inferiore rispetto alle precedenti edizioni delle due manifestazioni. In passato i costi erano lievitati soprattutto a causa della costruzione di nuove infrastrutture, che nel nostro progetto non sono previste, ciò che riduce notevolmente il rischio di superamento del budget. Inoltre il nostro concetto prevede che l’82% del budget organizzativo sia finanziato privatamente. Stiamo conducendo intensi colloqui, e a inizio febbraio abbiamo ottenuto il sostegno di un primo importante partner, On».
Perché la Svizzera dovrebbe ospitare questo grande evento sportivo? Quali interessi persegue?
«La Svizzera, come nazione degli sport invernali, è praticamente predestinata a ospitare i Giochi olimpici e paralimpici invernali. Anche peer questo li abbiamo pensati in modo che si adattino al nostro Paese, distribuendo le competizioni su più sedi e su impianti esistenti. Siamo convinti che i Giochi del 2038 saranno un progetto faro per molti anni per lo sport svizzero e per tutta la società – economia, turismo, cultura – e lasceranno una grande eredità al nostro Paese. La Svizzera potrà in questo modo anche contribuire a plasmare il futuro dei Giochi invernali».
Uno dei problemi dei grandi progetti in Svizzera sono i diritti popolari: ricorsi amministrativi, referendum e votazioni popolari. Come vuole convincere la popolazione?
«Con un progetto che si adatti alla Svizzera e dimostri che tutta la Confederazione ne trarrà beneficio. Uno degli argomenti più importanti è la decentralizzazione: le competi -
zioni si terranno dove esistono già le infrastrutture necessarie e l’esperienza nell’organizzazione di grandi eventi sportivi. È importante anche che la popolazione riconosca che un grande evento ha effetti a lungo termine e lascia un’eredità duratura».
Parallelamente alla candidatura per le Olimpiadi 2038, Swiss Olympic vuole candidarsi anche per gli European Championships 2030: non è troppo per una Svizzera tradizionalmente prudente?
«Siamo convinti che entrambi gli eventi – gli European Championships estivi e i Giochi olimpici e paralimpici invernali – si completino in modo eccellente, e che costituiscano la cornice perfetta per un decennio di grandi eventi sportivi in Svizzera».
In questo caso l’evento riguarderà tutte le regioni della Svizzera. Quali opzioni ci sono per la Svizzera italiana?
«Per noi è molto importante coprire tutta la Svizzera con “Switzerland 2038”. Questo si vede anche nella pianificazione delle sedi di gara. Attualmente a Lugano è previsto come luogo per le partite olimpiche di hockey su ghiaccio. Per gli European Championships la pianificazione di quali sport si svolgeranno e dove è già molto avanzata, ma al momento non posso dire di più».
Entrambi i progetti devono passare dal Parlamento federale: qual è il calendario?
«Di recente è stata fondata l’associazione di candidatura per gli European Championships 2030. I preparativi sono molto avanzati e il processo politico inizierà presto. Poiché l’evento si terrà a breve, la pressione sui tempi è alta, anche perché se la politica rifiutasse di dare il nulla osta, gli
organizzatori dovrebbero trovar un’altra nazione. Il calendario per i Giochi 2038 è invece già molto concreto: fino a metà marzo si svolge la consultazione del Consiglio federale. Dopo la valutazione, il Governo dovrebbe trasmettere il progetto al Parlamento prima della pausa estiva. La prima Camera lo esaminerà nella sessione di settembre 2026 e la seconda in quella di dicembre 2026. La decisione finale dovrebbe quindi arrivare entro la fine dell’anno, per cui, nel quadro del dialogo privilegiato con il CIO, avremo il tempo di finalizzare e presentare la candidatura».
In che misura l’aiuta il fatto di essere un’ex consigliera federale? «Molto. Sono abituata e mi piace dialogare con la popolazione e convincerla della bontà dei progetti. Durante il mio mandato in Governo, tutte le 14 votazioni popolari provenienti dal mio dipartimento hanno ottenuto i favori della maggioranza della popolazione. Anche se oggi in Parlamento ci sono solo pochi membri con cui ho lavorato allora, conosco ancora bene il funzionamento, i processi e le sensibilità del Parlamento. Inoltre negli ultimi 15 anni a causa dei miei impegni professionali ho avuto regolari contatti con consiglieri federali, parlamentari e governi cantonali. Questa esperienza e queste relazioni aiutano a creare fiducia e a mostrare il valore che i Giochi invernali 2038 hanno per la Svizzera».
Per finire una domanda personale: nel 2020 ha realizzato un sogno salendo il Cervino. Qual è il prossimo?
«Il prossimo grande obiettivo è portare in Svizzera i Giochi olimpici e paralimpici del 2038. Al momento non ho un obiettivo personale paragonabile alla salita del Cervino».
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In che modo le idee plasmano le istituzioni e la prosperità?
Perché James Robinson ha unito l’economia alla storia e alla politica?
La teoria economica, da sola, non è mai stata sufficiente per Robinson. Cresciuto nella Gran Bretagna degli anni ‘70, durante i blackout e gli scioperi, non era attratto dai mercati o dalla finanza, ma dalle forze che plasmavano la vita delle persone: conflitto, ideologia e potere. Crebbe in una casa in cui la televisione non era permessa e la famiglia trascorreva il tempo a discutere dei problemi che accadevano nel loro Paese e nel mondo. Convinto che molti di questi problemi fossero in un modo o nell’altro legati all’economia, Robinson iniziò a studiare da autodidatta la materia mentre era ancora al liceo. Quando entrò all’università, il thatcherismo era in pieno svolgimento
James A. Robinson è un economista politico britannico riconosciuto per il suo lavoro pionieristico sul ruolo delle istituzioni nel plasmare lo sviluppo economico e la prosperità. Nato nel 1960 a Sheffield, nel Regno Unito, è noto soprattutto per le sue collaborazioni con Daron Acemoglu, tra cui i libri fondamentali “Why Nations Fail” e “The Narrow Corridor”.
La ricerca di Robinson combina economia politica, storia e credenze culturali per comprendere perché alcune società prosperano mentre altre stagnano. Nel 2024 gli è stato conferito il Premio Sveriges Riksbank per le Scienze Economiche in memoria di Alfred Nobel. Per gentile concessione di UBS Nobel Perspectives (ubs.com/nobel).
e c’erano molti dibattiti sull’economia e sul ruolo dello Stato nella società. Decise di voler padroneggiare la teoria economica, ma fu solo dopo aver completato il dottorato che le cose cominciarono a chiarirsi. «Tutta questa teoria economica non spiega nulla», dice Robinson di aver detto al suo relatore di tesi. La risposta? «Quanto tempo ci hai messo a capirlo?», rise il suo relatore. Fu un momento di illuminazione per Robinson, che era affascinato dalla storia e dalla politica, ma non sentiva che gli economisti parlassero di questi argomenti. Nella sua testa, c’erano parallelismi, ma non trovava intersezioni. Incontrò il collega economista Daron Acemoglu all’inizio degli anni ‘90 e in lui trovò un’anima gemella che si poneva le stesse domande. Fu un incontro di menti
che avrebbe cambiato il corso delle loro vite e portato entrambi gli uomini a diventare co-vincitori decenni dopo, insieme a Simon Johnson.
Cosa si spiega il successo o il fallimento delle nazioni secondo Robinson?
Fu questa ricerca del contesto a plasmare l’opera di una vita di Robinson. Con il suo ormai storico collaboratore Acemoglu, svilupparono la distinzione tra istituzioni inclusive ed estrattive, un binomio apparentemente semplice che aiuta a spiegare perché alcune società prosperano e altre stagnano. Le istituzioni inclusive creano ampi incentivi e opportunità. La Corea del Sud, ad esempio, è una società democratizzata che favorisce il fiorire della creatività economica e culturale. Quelle estrattive, come la
“Ciò in cui gli esseri umani sono bravissimi: essere creativi, inventare, essere imprenditori, artisti, musicisti, essere qualsiasi cosa.
Tutto questo esplode quando si crea un terreno di
gioco inclusivo”.
Corea del Nord, concentrano potere e prosperità nelle mani di pochi, soffocando sistematicamente l’innovazione e l’agire. La differenza non sta nella cultura o nelle risorse, ma piuttosto nelle regole, in chi le crea, chi le fa rispettare e chi ne trae beneficio. Le due Coree ne forniscono un esempio lampante nel loro libro “Why Nations Fail”. «Se guardate la penisola coreana di notte, vedete la Corea del Sud risplendere di luce e la Corea del Nord nera», afferma Robinson. «Non è perché in Corea del Nord non sappiano niente delle lampadine. È perché il posto è estremamente povero, le persone non hanno accesso all’elettricità e c’è questa società altamente estrattiva». Il fallimento istituzionale dei sistemi estrattivi è ciò che causa e mantiene le società in povertà. Le società inclusive con istituzioni inclusive stimolano la creatività culturale attraverso incentivi e opportunità. «Permettono a tutto questo talento di “fiorire”», afferma.
Perché le élite si oppongono alle istituzioni inclusive?
Se le istituzioni inclusive portano a una maggiore prosperità, perché non sono più diffuse?
Per Robinson, la risposta è schietta. «Perché le élite non possono controllarlo», afferma. Il potere raramente viene ceduto volontariamente. Alcune nazioni e i loro leader preferiscono governare la scarsità piuttosto che rischiare di aprire le porte a una creatività potenzialmente destabilizzante. La crescita nei sistemi estrattivi è spesso di breve durata.
In cosa consiste la teoria del corridoio stretto nello sviluppo istituzionale?
Se “Perché le nazioni falliscono” offriva una mappa delle istituzioni, Robinson e Acemoglu hanno riformulato il cambiamento istituzionale non come un evento, ma come un processo in “Il corridoio stretto”. Introduce una nuova metafora: un corridoio stretto in cui sia lo Stato che la società devono rafforzarsi, insieme. Troppa supremazia da entrambe le parti e l’inclusione crolla. Cina e Somalia, ad esempio, sono entrambe al di fuori del corridoio, ma per ragioni opposte. La Cina ha uno stato forte che domina la società. La Somalia ha una società frammentata e uno stato praticamente inesistente. In entrambi i casi, un’inclusione significativa rimane difficile da raggiungere.
Cosa succede quando lo Stato o la società diventano troppo dominanti?
«Il modo in cui si strutturano istituzioni e politiche è una scelta», afferma Robinson. «Non è qualcosa di inevitabile. Credo che il più grande errore sia guardare all’economia dimenticando la società e la politica». Ciò che oggi chiamiamo democrazia è solo l’ultimo capitolo di una lunga e disomogenea lotta verso l’inclusione politica e Robinson afferma che è importante non proiettare le norme contemporanee sulla storia. «Se si guarda indietro nella storia, è un po’ anacronistico parlare di democrazie esistenti nel senso in cui
esistono oggi, perché in un certo senso si tratta di un fenomeno molto recente», afferma. Le democrazie, sostiene, si presentano a ondate. Avanzano, arretrano, mutano. Alcune diventano corrotte o clientelari, scambiando beni o servizi per sostegno politico. Altre vacillano quando si sovrappongono a istituzioni statali deboli. La loro mera presenza non garantisce responsabilità o sviluppo. Ma col tempo, le democrazie – quando mettono radici – tendono a fornire più istruzione, migliori servizi pubblici e una crescita più sostenuta. Le democrazie che esistono oggi sono un fenomeno molto recente.
La democrazia garantisce la libertà?
Mentre molti danno per scontato che la democrazia sia sinonimo di inclusione, Robinson afferma che non è sempre così. La democrazia elettorale può esistere senza un autentico pluralismo, e persino le democrazie storicamente forti possono scivolare nell’esclusione. Oggi, molti paesi, dall’America Latina agli Stati Uniti, stanno assistendo a un rallentamento delle conquiste democratiche, secondo Robinson. «In Colombia, un terzo del paese non ha strade», afferma. «Cosa può fare la democrazia per te quando lo Stato non può raggiungerti?».
Le radici di questi moderni declini delle norme liberali, a suo avviso, risiedono nelle aspettative disattese. Dove le persone si aspettavano prosperità, stabilità e dignità, la democrazia ha portato burocrazia, corru-
zione o semplicemente inerzia. Il risultato non è necessariamente la dittatura, ma la disillusione. «Ci sono molte sfide al momento. Il sistema è sotto shock e messo in discussione», afferma, ma mantiene un’aria di ottimismo. «Ciò che la storia suggerisce è che una volta imboccata questa strada, è difficile abbandonarla. C’è una storia profonda che è positiva».
In che modo le credenze e le narrazioni plasmano le istituzioni?
Nonostante i suoi modelli rigorosi, Robinson riconosce che i dati da soli non muovono le persone. Le idee sì. Legittimità, credenze e narrazioni sono tutti essenziali per costruire istituzioni durature. Nel suo lavoro più recente, Robinson si concentra sul concetto di ordine normativo: le credenze morali e cosmologiche che plasmano il modo in cui le società percepiscono il potere, l’equità e l’autorità. Queste credenze non sono sempre razionali o egoistiche. Possono essere ancestrali, religiose o profondamente simboliche. «Molte società nel mondo non sono organizzate in modo da promuovere la prosperità economica», afferma. «Ma il motivo per cui sono organizzate in questo modo non è perché qualcuno ne tragga beneficio. È perché credono che sia la cosa giusta da fare e da organizzare».
«In Africa non si vende terra», dice. «Perché? Perché i tuoi antenati sono sepolti sottoterra, quindi come potresti vendere la terra? Queste credenze ontologiche sono importanti».
Perché le convinzioni morali e l’immaginazione sociale sono essenziali per istituzioni durature? Comprendere tali ontologie, sostiene, è essenziale per qualsiasi teoria che intenda cogliere il motivo per
“In Africa non si vende terra perché i propri antenati sono sepolti sottoterra, quindi come si potrebbe vendere la terra? Queste credenze ontologiche sono importanti”.
cui le istituzioni persistono o cambiano. Devono riflettere il passato e l’immaginario collettivo delle persone, e questo è un aspetto che, secondo Robinson, è stato a lungo ignorato da molti nel settore. «I fondamenti ideativi delle istituzioni, le idee e l’immaginario sociale sono di enorme importanza per ottenere sostegno nelle istituzioni», afferma. «Le persone devono crederci. Le persone devono unirsi».
Il percorso di Robinson è stato plasmato tanto dalla pratica quanto dalla teoria. Dal Botswana al Congo alla Colombia, sono stati gli incontri diretti a costringerlo a mettere in discussione o abbandonare i preconcetti esistenti. «C’erano un sacco di cose a cui non avevo mai pensato, che non avevo mai sentito prima, cose che non si possono imparare stando seduti alla scrivania a Chicago», dice. «Per me, il lavoro sul campo è un modo per liberarmi dai preconcetti e questo è stato estremamente importante per me e per rimettere a fuoco il mio modo di pensare al mondo».
Cosa guida la visione di Robinson come insegnante e pensatore? Nonostante la portata teorica del suo lavoro, la visione del mondo di Robinson rimane radicata nelle persone. L’università, per lui, non è solo un luogo di lavoro. È un punto di osservazione privilegiato, un privilegio, un luogo in cui la curiosità si estende attraverso le generazioni. «Non ho paura dei giovani», dice. «Tutto il contrario. Penso che sia
molto importante nel mondo accademico riconoscere il proprio ruolo quando si invecchia e non ostacolare i giovani o rimanere intrappolati nel proprio paradigma, nel proprio modo di pensare. I giovani fanno cose diverse e questo è entusiasmante. Non smetto mai di imparare».
In che modo il lavoro sul campo di Robinson ha plasmato la sua prospettiva sul mondo?
Che stia discutendo con un collega, guidando gli studenti o essendo lui stesso uno studente, Robinson trova energia nel movimento. Il suo contatto con il mondo e con tutte le persone che ha incontrato è al centro del suo ottimismo. Ha visto società plasmate dalla violenza, dalla resilienza e da storie complesse che si rifiutano di essere categorizzate in narrazioni nette. Questa esperienza acuisce, anziché attenuare, la sua percezione di ciò che è in gioco oggi. «Scherzo sempre con i miei colleghi dicendo che non sanno come affrontare il mondo in cui ci stiamo dirigendo. Ma io sì perché l’ho visto, ci ho lavorato e l’ho vissuto», afferma. L’arco dell’opera di Robinson può riguardare le istituzioni, ma la sua presenza – curiosa, collaborativa, senza paura del cambiamento – è di per sé un modello di come viverne una.
“Tutti gli adulti sono stati bambini una volta. Ma pochi di essi se ne ricordano”
Antoine
Una vita per il teatro
BPS (SUISSE) ha dedicato l’inserto culturale della Relazione d’Esercizio per l’anno 2008 a Giorgio Strehler, la cui straordinaria produzione artistica costituisce la migliore testimonianza di una crescita culturale che vide il teatro italiano entrare a buon diritto a far parte della grande scena europea.*
Di Eduardo Grottanelli de’Santi
C’è un’idea di teatro che nel corso del Novecento ha assunto in Europa il valore di una scelta etica prima ancora che artistica: il teatro come luogo di conoscenza, di responsabilità, di confronto civile. Giorgio Strehler ne è stato uno degli interpreti più radicali e coerenti e l’inserto L’arte di fare teatro fra intuizione e ragione, attraverso l’introduzione del premio Nobel Rita Levi Montalcini e i contributi di Alberto Bentoglio, Marco Blaser e Claudio Magris, ricostruisce con rigore critico il percorso di un maestro che ha fatto coincidere in modo assolu -
to la propria vita con il teatro. Nato a Trieste nel 1921 e formatosi tra Milano e la cultura mitteleuropea, Strehler scopre la propria vocazione durante l’esilio in Svizzera negli anni della guerra. È un’esperienza fondativa, umana e politica insieme, che segna in modo indelebile il suo modo di intendere il teatro. Come ricorda Alberto Bentoglio, la biografia di Strehler non è mai separabile dal suo pensiero artistico: «La vita di Strehler procede in costante dialogo con la scena, fino a confondersi con essa».
Il ritorno in Italia coincide con uno degli atti costitutivi della cultura teatrale del dopoguerra: la nascita, nel 1947, del Piccolo Teatro di Milano, primo teatro stabile italiano, fondato da Giorgio Strehler e Paolo Grassi con Nina Vinchi, nell’intento di dare vita a un Teatro inteso come servizio pubblico: un’istituzione artistico-culturale necessaria come risposta a un bisogno collettivo, e, quindi, a beneficio di tutta la cittadinanza.
“Teatro d’Arte per Tutti” è il motto, nonché il principio identitario, che accompagna il Piccolo Teatro fin dalle origini e che ne riassume la missione: portare in scena spettacoli di qualità e ricchi di contenuti indirizzati a un pubblico il più ampio possibile. In quasi ottant’anni di attività, il Piccolo Teatro ha prodotto più di 400 spettacoli – molti dei quali di -
retti da Giorgio Strehler – mettendo in scena opere di autori classici e contemporanei, attraverso importanti allestimenti, entrati a far parte della storia del teatro mondiale. Limitandosi alle regie strehleriane, si possono ricordare William Shakespeare (Re Lear e La Tempesta),
“Io pago con me stesso. Io non mi risparmio”. (Giorgio Strehler)
*Per gentile concessione di Andrea Romano, Direttore e Responsabile Marketing & Relazioni Pubbliche Banca Popolare di Sondrio (SUISSE).
Carlo Goldoni (Arlecchino servitore di due padroni, Le baruffe chiozzotte, Il campiello), Anton Cechov (Il giardino dei ciliegi), Bertolt Brecht (L’opera da tre soldi, Vita di Galileo, L’anima buona di Sezuan) e Samuel Beckett (Giorni felici). Dunque non solo un’innovazione organizzativa, ma l’affermazione di un’idea: un teatro sottratto sia al rituale mondano sia alla logica puramente commerciale. Analizzando il cuore della poetica strehleriana, ancora Bentoglio la definisce come una forma alta e consapevole di realismo poetico. Il teatro, per Strehler, non deve limitarsi a rappresentare la realtà, ma deve attraversarla, trasfigurarla, renderla leggibile. In altre parole, il regista non è mai un semplice illustratore del testo: è colui che ne ricostruisce il contesto storico e, al tempo stesso, ne interroga l’attualità. Shakespeare, Goldoni, Brecht, Pirandello diventano così strumenti per comprendere il presente, non monumenti da venerare. ˇ
Questa tensione tra rigore e invenzione diventa allora la cifra più autentica del suo lavoro. L’atto artistico nasce da una conoscenza profonda del reale, ma si compie solo attraverso un’intuizione poetica. Un altro aspetto che merita senz’altro di essere sottolineato è la vastità della cultura strehleriana. In Strehler il teatro di prosa convive costantemente con l’opera lirica, affrontata con la stessa serietà metodologica e la medesima tensione etica. Fondamentale, in questo senso, è il suo ruolo nel rinnovare la re -
gia d’opera, imponendo l’idea di uno spettacolo unitario, coerente, pensato come opera d’arte autonoma. Parallelamente si afferma in lui una visione profondamente europea della cultura. Non un’Europa burocratica o economica, ma una comunità di uomini e di idee: «L’Europa è una grande avventura spirituale, prima ancora che socio-economica». In questa prospettiva si collocano sia
l’esperienza del Théâtre de l’Europe sia la presidenza dell’Union des Théâtres de l’Europe, che fanno di Strehler uno dei protagonisti della scena culturale continentale.
La sua vita piena di eventi, incontri, impegni e incarichi prestigiosi non eluse mai la questione dell’impegno politico, affrontato come parte integrante della sua idea di teatro. Socialista per convinzione profonda, parlamentare europeo e poi senatore, Strehler ha sempre rivendicato l’autonomia dell’arte dalle logiche del mercato e del potere. Più volte Giorgio Strehler ebbe a dire: «Il teatro è un fatto politico perché mette l’uomo di fronte ai suoi diritti e ai suoi doveri».
Anche Marco Blaser, nel suo contributo, in-
siste su questo intreccio indissolubile tra arte e vita civile: «Per Strehler ogni gesto quotidiano era già una presa di posizione, ogni scelta artistica aveva un valore etico».
Accanto al maestro emerge un ritratto umano complesso e talvolta spigoloso. Strehler appare come un uomo esigente, instancabile, capace di entusiasmi travolgenti e di improvvise asprezze. Un artigiano del teatro che chiedeva agli altri ciò che chiedeva anzitutto a se stesso. Ancora Blaser restituisce con efficacia questa dimensione febbrile: «Era un leone irrequieto, incapace di mezze misure, pronto a consumarsi pur di raggiungere la verità della scena».
Strehler muore nel 1997, durante le prove del Così fan tutte di Mozart. Un epilogo che sembra racchiudere simbolicamente un’intera esistenza vissuta nel lavoro e nella creazione. L’arte di fare teatro fra intuizione e ragione non è solo un omaggio, ma un esercizio critico che restituisce la complessità di un pensiero ancora attuale. In un tempo dominato dall’omologazione e dalla velocità, l’idea strehleriana di teatro come spazio di coscienza collettiva appare oggi più necessaria che mai.
“Io pago con me stesso. Io non mi risparmio”. (Giorgio Strehler)
Inquadrate il codice QR per scoprire la versione completa dell’inserto culturale di BPS (SUISSE) dedicato a Giorgio Strehler.
Lo stilista che crea magia
Verrebbe da pensare che nella moda ci sia nato, cresciuto, e che in modo del tutto lineare sia diventata la sua professione. Invece no, tutt’altro. Alessandro Martorana decide solo verso i 30 anni di dar seguito, finalmente, alla sua grande passione: la moda. Lascia il suo lavoro, rivoluziona la sua vita e, nella Torino che tanto ama, inizia a vestire gli amici creando abiti fatti su misura. E quando il destino ha in serbo delle belle sorprese, nessuno gli può impedire di creare gli incastri giusti che cambieranno la vita.
Alessandro questo lo sa bene, visto che pochi mesi dopo aver dato il via alla sua carriera da stilista, incontra il rampollo di casa Agnelli, Lapo Elkann. «All’epoca era Direttore Marketing della FIAT, diventammo subito amici e mi diede delle dritte importanti, ma soprattutto ebbi il grande onore di ricevere i vestiti di suo nonno, l’Avvocato Agnelli, per riadattarli a lui. Avere nel mio guardaroba i vestiti di un uomo ed imprenditore così importante, è stato veramente emozionante e mi ha dato la possibilità di copiarne lo stile».
Da quel momento, la carriera di Alessandro Martorana spicca il volo: ogni singolo abito è creato su misura per il cliente, il “ready to wear” non esiste nei suoi Ateliers. Le creazioni vengono sempre ideate e discusse con il cliente, e successivamente lo
stilista assieme ai suoi designers danno forma ai desideri creando un pezzo unico al mondo. Un mondo che, grazie alla sua voglia di espansione, a pochi anni dagli esordi andava per forza conquistato: dopo il solido debutto torinese, Alessandro inizia a viaggiare negli Stati Uniti tra New York, Chicago e Los Angeles.
Ed è proprio in California che decide di fermarsi, trovando anche l’amore. «Sì, all’epoca mi ero fidanzato con una famosa attrice americana, e L.A. mi anche dato la possibilità di creare abiti per diverse celebrità e produzioni cinematografiche».
Alessandro Martorana: origini sicule, torinese d’adozione ma “Il Ticino, da 11 anni, è casa mia”.
Di Michelle Uffer
Un intenso e bellissimo periodo di tre anni, che lo incorona definitivamente come couturier di altissimo livello. I suoi clienti ad oggi sono diverse Famiglie Reali, politici importanti, sportivi di massimo livello in ogni disciplina, dal calcio alla NHL. «Devo essere sincero, il fatto che così tante persone di rilievo riconoscano nel mio brand Alessandro Martorana un capo speciale da indossare, mi rende veramente orgoglioso».
Una carriera dedicata a vestire a puntino l’universo maschile, perché non hai mai creato nulla per le donne?
«Sì è vero, è stata una mia scelta sin dall’inizio. Mi riesce molto più semplice vestire l’uomo, la donna è talmente bella ma anche altrettanto complicata. Lascio ai più bravi questo magnifico compito».
Fidanzato storico di Elena Barolo, ex velina di Striscia la Notizia ed ora showgirl, attrice e conduttrice televisiva, lo stilista e designer indubbiamente se ne intende di bellezza, ma cosa deve indossare una donna per catturare la sua attenzione?
«Deve semplicemente vestirsi bene, e questo esula completamente dal brand, dal marchio e dai costi. Anche spendendo pochissimo la donna può essere molto elegante, è semplicemente questione di gusto».
Un Atelier a Torino, un Atelier a Milano nella prestigiosa Via della Spiga, ed una passione per il suo lavoro che va ben oltre a tutto il suo successo.
«La cosa più soddisfacente per me è il fatto di aver creato un team di lavoro eccezionale, un team fatto
“Il lavoro di Alessandro Martorana è fatto di contatti, di incontri, di richieste, di ricerca dei tessuti, del taglio perfetto: un lavoro di squadra che sfocia sempre nella soddisfazione dei suoi clienti (famosi e non) nell’indossare un capo creato ad hoc per ognuno di loro”.
di persone felici che è diventato senza mezzi termini la mia famiglia. E ti dirò di più, i miei clienti sono diventati i miei migliori amici, li sento, esco con loro nel tempo libero. Questa bellissima situazione credo si sia innescata grazie al fatto che la mia passione per il design è diventata il senso della mia vita, dedico tutto il tempo che ho a disposizione al mio lavoro, che amo senza nessuna restrizione e chi lavora con me o si affida a me, lo percepisce. Ti confesso che sono uno stacanovista, lavoro tantissimo. Ma non mi pesa affatto, anzi: lavorare mi diverte moltissimo perché ogni giorno sono a contatto con tantissimi clienti sparsi in tutto il mondo, il che mi permette di viaggiare, e questo lo considero un grande privilegio».
Il lavoro di Alessandro Martorana è fatto di contatti, di incontri, di richieste, di ricerca dei tessuti, del taglio perfetto: un lavoro di
squadra che sfocia sempre nella soddisfazione dei suoi clienti (famosi e non) nell’indossare un capo creato ad hoc per ognuno di loro: l’intero iter, per Alessandro, è il dono più soddisfacente che la vita gli potesse offrire.
E per funzionare bene in ogni frangente della vita, ci vuole anche un occhio alla propria salute, ma uno con i tuoi ritmi lavorativi e tutti i tuoi spostamenti, come ci riesce?
«Sì, per me non è semplicissimo essere costante nello sport, ma cerco comunque di mantenermi in forma, il mio segreto è camminare tanto. In effetti camminare mi piace molto, e cerco di farlo non appena ne ho l’occasione. E per quanto riguarda l’alimentazione, cerco di fare del mio meglio, curo la mia nutrizione il più possibile e quando sgarro ne sono consapevole, così poi cerco di bilanciare con dei pasti più sani il giorno dopo».
Ed il Ticino, cosa rappresenta per te?
«Vivo in Svizzera da 11 anni, ed anche se giro il mondo la mia casa è qui. Mi trovo benissimo, il Ticino è il mio punto di riferimento ed amo vivere qui». Alessandro Martorana, stilista di fama mondiale e portabandiera del lusso artigianale completamene made in Italy, ha dunque scelto il luganese come sua oasi di pace, e forse come luogo in cui nascono in lui nuove ispirazioni per continuare a creare la sua magia.
PRIMO
Giornalista ticinese e imprenditore nel settore dei media, Marco Bazzi è una figura di spicco nel panorama informativo svizzero. Fondatore di Teleticino, da sempre difende un giornalismo indipendente, vicino alle persone e svincolato dai poteri forti.
rama ticinese sia ricco e articolato. Il problema principale riguarda piuttosto la tenuta economica del sistema: la carenza di risorse pubblicitarie, la loro drastica diminuzione negli ultimi anni e l’orientamento di molti inserzionisti verso i social network e i grandi player del web - che non restituiscono nulla alla comunità, nemmeno sotto forma di imposte - se non verso agenzie pubblicitarie che ragionano solo con i logaritmi. La crisi del mercato pubblicitario mette inevitabilmente in difficoltà molti media; altri resistono meglio perché hanno alle spalle gruppi editoriali, o fondazioni, o perché beneficiano del Canone».
Il giornalismo
o è libero, o non è
Come descriverebbe oggi lo stato della stampa e dell’informazione in Ticino?
«Si parla spesso di un Cantone ipermediatizzato. Ma si dimentica che fino a pochi anni fa c’erano più giornali di oggi. Poi si sono moltiplicati i siti web e il giornalismo è diventato più nevrotico, a volte compulsivo, per soddisfare i consumatori di notizie ‘fast food’. Detto questo, ritengo che il pano -
Lei parla spesso di “giornalismo indipendente”: cosa significa concretamente sotto l’aspetto del suo lavoro quotidiano?
«Credo che per essere indipendenti, nel giornalismo come nella vita, serva prima di tutto la capacità di resistere alle pressioni. A mio avviso, servono oggi più che mai giornalisti che abbiano una personalità forte - forte, non arrogante - e che abbiano la capacità di resistere alle varie forme di sudditanza che ga -
rantiscono una vita più comoda. Purtroppo il ‘tengo famiglia’ è una costante minaccia sulla strada dell’indipendenza, e non solo nel giornalismo. Indipendenza che, per quanto riguarda il mio percorso, è sempre stata una linea guida: dal Giornale del Popolo alle esperienze successive, fino a Teleticino e poi a Liberatv. In ogni caso, non so se sia stata fortuna, non ho mai subito pressioni particolari, nemmeno quando mi sono trovato a trattare temi molto delicati. Oggi, nel caso di Liberatv, l’indipendenza significa soprattutto una cosa concreta: non abbiamo “padroni”, in quanto io e Andrea Leoni siamo gli unici azionisti. È chiaro che esistono comunque forme di dipendenza inevitabili, che bisogna saper gestire: dagli inserzionisti, dagli sponsor, ma anche dalle amicizie e dalle simpatie. Nessun media e nessun giornalista vivono in una bolla asettica. E non esiste nemmeno l’indipendenza “assoluta”. L’indipendenza è semplicemente un obiettivo a cui tendere, come la felicità o la perfezione. Ma dovrebbe essere una lucina sempre accesa - un ‘on air’ o un ‘warning’ - e guidare il lavoro di chi fa questo mestiere».
Negli anni ’90 ha contribuito alla nascita di Teleticino. Che cosa di quell’esperienza considera ancora fondamentale per comprendere l’evoluzione dei media ticinesi attuali? «Teleticino nacque da un percorso iniziato nell’autunno del 1994, quando Filippo Lombardi mi chiamò e mi disse: “Guarda, ci sarebbe questo progetto multimediale da fare, una collaborazione tra il Giornale del Popolo e Telecampione”. Partimmo così con Caffè del Popolo, una finestra informativa sulla rete italiana
che aveva lo studio a Melide. Qualche anno dopo arrivò la concessione federale e nacque ufficialmente Teleticino. Penso sia innegabile che il minuscolo polo privato di allora, sbarazzino e dinamico, abbia indotto la ‘corazzata RSI’ ad aggiornare alcuni approcci datati. All’inizio eravamo tre giornalisti e due cameraman, lavoravamo con mezzi e apparecchiature economiche, eppure, nonostante pochi credessero nelle nostre possibilità non dico di successo, ma addirittura di sopravvivenza, proprio in quel periodo pionieristico abbiamo dimostrato che si può fare televisione anche con risorse limitate, mantenendo una discreta qualità, che é poi cresciuta negli anni. Abbiamo anche contribuito a svecchiare i dibattiti politici. Insomma, senza falsa modestia credo di poter dire che abbiamo contribuito a cambiare il modo di fare televisione in Ticino».
necessarie per proseguire in piena indipendenza il lavoro che stavamo facendo. Abbiamo valutato anche l’ipotesi di creare una piccola realtà televisiva senza canone. Poi ci siamo resi conto che i costi sarebbero stati eccessivi e abbiamo deciso di ripartire dal web: un sito che non escludesse contenuti multimediali e video. In seguito, quando si sono create le condizioni per farlo, abbiamo ripreso la collabo-
“Credo che per essere indipendenti, nel giornalismo
come nella vita, serva prima di tutto la capacità di resistere alle pressioni. A mio avviso, servono oggi più che mai giornalisti che abbiano una personalità forte - forte, non arrogante - e che abbiano la capacità di resistere alle varie forme di sudditanza che garantiscono una vita più comoda”.
Perché nel 2012 ha sentito l’esigenza di fondare Liberatv.ch? Qual era l’esigenza che i media tradizionali non soddisfacevano più? «La nascita di Liberatv.ch (il dominio libera.ch era già occupato, ecco perché l’estensione ‘tv’) nel 2012 è legata a una fase successiva: quando entra il gruppo del Corriere del Ticino, Filippo Lombardi cede le sue quote e si apre un momento di tensione. Io e Andrea ritenevamo che in quel momento non ci fossero più le condizioni
razione con Teleticino (io con Matrioska, lui con Detto tra noi) che continua - credo - con piena soddisfazione di entrambe le parti. All’inizio Liberatv era un sito generalista: cronaca, nera e giudiziaria, politica... Poi, nel corso degli anni il panorama del web è cambiato: la RSI ha aumentato in modo significativo la propria presenza online; lo stesso hanno fatto Corriere e Regione. Quindi la concorrenza sul web si è moltiplicata. Abbiamo quindi deciso di puntare soprattutto sulla politica - cantonale, nazionale e internazionale - e su opinioni, interviste e approfondimenti. Chi ha qualcosa di intelligente da dire, di qualsiasi area sia, sa che da noi le porte sono aperte, e ci sono anche persone che ci mandano contributi con regolarità».
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In che modo Liberatv.ch continua oggi a distinguersi dai canali informativi più convenzionali, anche nel linguaggio e nei formati?
«Il primo punto è la selezione dei contenuti. Non inseguiamo l’attualità minuto per minuto, preferiamo una scelta più rigorosa e una maggiore attenzione nel confezionare le notizie: scelta dei titoli e delle foto, cura dei testi…».
La rubrica Liscio e macchiato è diventata un appuntamento fisso per molti lettori: qual è l’obiettivo principale di questa video-rassegna stampa?
«L’idea nasce da una domanda semplice: esiste davvero, ogni giorno, una notizia “forte” con cui aprire un sito di informazione in Ticino? A volte sì, ma spesso no: e allora il rischio è quello di andare a cercare forzatamente un’apertura, ripetendo la stessa notizia e lo stesso taglio che si ritrova sugli altri portali. Abbiamo quindi deciso di fare qualcosa di nostro: un podcast che attinge alla cronaca nazionale, internazionale, cantonale e a volte comunale, scegliendo quattro o cinque fatti o opinioni che riteniamo rilevanti e che si prestano al commento. Spesso rilanciamo anche notizie che in Ticino non ha ancora letto nessuno, perché pubblicate dai media d’oltre Gottardo. Il podcast è online ogni giorno dal lunedì al venerdì verso le 9: su YouTube, su Spotify e naturalmente sul nostro sito. E in questi due anni il pubblico è cresciuto: si sta affermando come un prodotto con un buon seguito».
Come si collega la sua attività di scrittore, dall’ultima opera Il sorvegliante dei colori del lago alla saggistica, con il suo percorso giornalistico?
«Nasce ben prima della carriera giornalistica. Fin da adolescente ho scritto poesie e racconti… Negli ultimi anni ho pubblicato due libri più strutturati: Il sorvegliante dei colori del lago e I pirati del Lago Maggiore, un romanzo storico che racconta una guerra tra bande nella Brissago di fine Cinquecento. “Il sorvegliante dei colori del lago” nasce invece come romanzo di fantasia, ma raccoglie anche spunti legati al mio lavoro di cronista di nera e giudiziaria. È stata una contaminazione naturale. Detto questo, scrivere testi giornalistici - o condurre una trasmissione di dibattito come Matrioska - è molto diverso dal fare letteratura: cambiano ritmo, linguaggio, impostazione. Anche se alcuni lettori mi hanno fatto notare che nel romanzo si riconosce un’impronta giornalistica: si percepisce che è stato scritto da un giornalista».
Quando non lavora, quali sono le passioni o gli interessi personali che la accompagnano nella vita quotidiana?
«Ne ho diverse, anche se il tempo libero è poco perché l’attività pro -
fessionale è ancora intensa, nonostante l’età. Oltre alla scrittura, spicca la lettura. Poi c’è la famiglia, un impegno quotidiano che occupa gran parte della mia vita. Lavoro molto da casa e ho la fortuna di avere una moglie splendida che mi sopporta e di poter crescere mio figlio con una presenza costante. Poi ci sono altre passioni: la montagnache vorrei riprendere quando mio figlio sarà un po’ più grande -, la pesca, i viaggi, la musica, la cucina e infine anche un po’ di disciplina fisica e mentale: ho ripreso da circa un anno il karate, che ho praticavo per diversi anni da giovane».
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Lo spirito di comunità della piccola città
Presidente di WMM Group, Emilio Martinenghi vanta un’importante carriera in ambito finanziario e immobiliare. Ma la sua vita è piena anche di altri interessi, primi fra tutti lo sport e la pittura. È un attento osservatore della società ticinese a cui si sente particolarmente legato fin dai tempi del suo esordio nel campo della politica, prima comunale e poi sino al 2024 come vice presidente del partito liberale radicale ticinese.
Ricordando Geo Mantegazza, lei ha citato la facilità di contatto data dalla piccola realtà ticinese come un elemento importante all’interno delle relazioni sociali cittadine. Possiamo approfondire questo aspetto?
«È senza dubbio un fatto che, in una comunità dalle limitate dimensioni come era quella luganese ancora alla metà del secolo scorso, le famiglie con un forte legame con il territorio per tradizione, professione o attività intraprese, fossero numericamente abbastanza ridotte e, di conseguenza, più frequenti i legami o quantomeno le occasioni di incontro. A ciò si aggiunga la condizione affatto particolare della famiglia Mantegazza, già molto nota per il successo delle attività imprenditoriali dei due fratelli e divenuta poi popolarissima in seguito al ruolo di Geo come presidente dell’Hockey Club Lugano».
L’ambiente sportivo non era tuttavia legato solo al tifo per una squadra vincente… «È questo un aspetto che merita di essere sottolineato. Nel contesto ticinese la pratica di uno sport o di più discipline non era fatto raro. In particolare, prima dell’avvento di altri fenomeni sportivi era frequente incontrarsi sui campi giovanili di calcio e in altre vesti sul ghiaccio della Resega ora Corner Arena o della Valascia. Ciò significava anche entrare
in contatto con un mondo che veniva preso a modello di comportamento e trasmissione di valori. Anche in questo senso la figura di Geo Mantegazza è emblematica: dopo essere stato un campione in campo calcistico e un ottimo sciatore, ha legata il suo nome al mondo dell’hockey. E la Resega, così come era stato il campo di calcio del vecchio Lugano, diventava grazie ai suoi campioni, ai suoi personaggi, agli allenatori e ai dirigenti, una vera e propria palestra di vita per i più giovani, un punto di riferimento non solo sportivo in quanto ambiente sano e positivo, momento di formazione e di avviamento all’ attività lavorativa. È sicuramente questa la grande forza e il rilevante impatto sociale che possono ancora oggi esprimere i giochi di squadra con un forte legame territoriale».
“Un
Di Eduardo Grottanelli de’ Santi
«Direi che Geo, così come suo fratello Sergio, hanno dimostrato senza dubbio di avere una marcia in più. Va infatti a loro riconosciuta la capacita di sviluppare una mentalità imprenditoriale, cioè un atteggiamento che dà priorità alla visione a lungo termine. Significa anche ave -
bilancio non può essere mai definitivo. L’attività politica mi ha permesso di conoscere le persone e il territorio e di ricevere stimoli e critiche e anche di partecipare alla vita sociale del Cantone.
Ho iniziato a fare politica in un’epoca in cui c’era un sistema preordinato, di paese, dove tutti si conoscono e dove ti senti parte direttamente coinvolta”.
Parlando del percorso imprenditoriale di Geo Mantegazza e delle sue realizzazioni, è possibile riconoscere un suo particolare stile nel portare avanti i suoi progetti?
re una mente aperta, utilizzare il pensiero critico ed essere capaci cercare soluzioni, non problemi. Cosi nelle grandi opere private ed anche pubbliche nelle quali Geo in particolare è stato promotore anche nella sua qualità di ingegnere. Un altro elemento che si può poi collegare forse al loro modo di essere autenticamente ticinesi, è la grande discrezione con cui hanno di norma condotto i loro affari, evitando inutili situazioni concorrenziali e mantenendo sempre un distacco e un gran-
de riservatezza, pur facendo avvertire la lora presenza in tutte le circostanze in cui veniva richiesta la loro partecipazione e il loro sostegno».
La grande discrezione è anche la cifra del suo percorso professionale…
«La ritengo un valore imprescindibile, anche se nell’era della mediatizzazione e digitale sembra un limite. In realtà la discrezione e la riservatezza appartengono e devono sempre appartenere alla nostra cultura svizzera. Ho inoltre sempre cercato di applicare alle cose che ho fatto una dose di piacere e passione, coniugate da un comune denominatore e cioè il modo di esprimermi nei vari ambiti, restando se possibile autentico e non condizionato dall’eventuale risultato delle mie attività. In altre parole, sono più preoccupato dal modo in cui agisco che da quanto penso di ottenere. A questo spirito ho cercato con i soci e con tutti i colleghi di conformare WMM Group che dal 1972 offre servizi nei settori della consulenza fiscale e aziendale, della gestione patrimoniale, della gestione e dell’intermediazione immobiliare. Accanto alla passione per il nostro lavoro, ritengo che la competenza e legame con il territorio debbano essere punti fermi alla base quotidiana delle attività di consulenza. Quando un cliente si rivolge al professionista, non affida soltanto la gestione dei suoi beni affida la sua storia, i suoi valori personali e aziendali».
In base alla sua esperienza, questa sua filosofia è riuscita ad applicarla anche nel campo dell’attività politica?
«Un bilancio non può essere mai definitivo. L’attività politica mi ha permesso di conoscere le persone e il territorio e di ricevere stimoli e critiche e anche di partecipare alla vita
sociale del Cantone. Ho iniziato a fare politica in un’epoca in cui c’era un sistema preordinato, di paese, dove tutti si conoscono e dove ti senti parte direttamente coinvolta. In ogni caso, ho militato per 28 anni tra Consiglio comunale e varie altre funzioni, tra cui quella di sindaco di Cureglia per 8 anni. Pensavo fosse giunto il momento di lasciare spazio a chi veniva dopo di me e aveva voglia di impegnarsi. Così per dieci anni non ho più pensato alla politica, naturalmente la seguivo, ma mai attivamente e senza esporre in pubblico le mie idee. Più tardi e per un periodo di 4 anni ho avuto l’opportunità di partecipare all’ufficio presidenziale del PLRT, e questo su invito dell’attuale presidente, Alessandro Speziali, mio antagonista nel 2020 nella sfida per la presidenza».
Che cosa vorrebbe contribuire a realizzare nel corso dei prossimi anni? «Da semplice cittadino conta l’esempio e con questo mi auguro potere concorrere a formare una mentalità coraggiosa e non rinunciataria, con spirito e rischio di impresa ove i principi di solidarietà siano posti in primo piano e questo attraverso il
riconoscimento e rispetto del benessere individuale e della sua formazione. Ognuno deve potere aspirare alla sua affermazione anche economica. Dunque un Cantone ove sia possibile sognare il miglioramento della propria condizione sociale e che abbia un profondo senso di rispetto per tutti i cittadini».
Entrando nel campo del concreto, qual è a scelta prioritaria che andrebbe fatta per far crescere e consolidare il tessuto economico del Cantone?
«Un intervento sicuramente necessario ha interessato la fiscalità delle persone fisiche in Ticino. Questo ha significato mantenere la progressività del carico fiscale riportandola però a livelli proporzionali nella media degli altri Cantoni confederati.
IL MIO RICORDO DI GEO
La mia storia personale si è intrecciata in più occasioni con quella di Geo Mantegazza. I primi ricordi risalgono addirittura agli anni della scuola perché insieme a suo figlio Claudio frequentavamo la medesima classe. Fu poi lo sport a farmi incontrare Mario nelle squadre giovanili dell’Hockey Club Lugano e, nell’ultimo periodo, nel ruolo di membro della Fondazione Academy, ho conosciuto meglio Vicky, di cui apprezzo la passione e la dedizione per la causa sportiva. Sono riconoscente a Fabio Gaggini, persona molto vicina a Geo, per avermi coinvolto nelle attività della fondazione, cosa che ha riacceso in me la passione per questo sport e riportato in contatto con tanti amici di un tempo e sempre sotto la luce di Geo. Di amici comuni e che posso con piacere citare sono le famiglie di Cuccio Viglezio e di Tullio Righinetti. commerciante il primo e farmacista il secondo, persone della Lugano che fu, molto vicini a Geo e che lo portarono ad assumere la carica di presidente. A tal proposito un episodio che ho il piacere di raccontare riguarda una cena, organizzata in Engadina a casa di Tullio Righinetti. Cena alla quale partecipai in sostituzione di
mio padre e ove mi trovai a sedere a fianco di Geo. Ero da pochi anni nel mondo del lavoro e naturalmente un po’ in soggezione di fronte ad una persona come lui che trasmetteva una grande autorevolezza, ma rimasi fortemente colpito dalla sua capacità di mettere le persone subito a proprio agio grazie al suo modo diretto e cordiale di comunicare. Con Geo era perciò facile e naturale darsi del tu, cosa che lui volle da subito. Geo Mantegazza è stato per me un Signore, un amico della gente e della sua città. Una personalità che sempre con molta attenzione e sensibilità ha conquistato la stima ed il cuore di molte persone. Un imprenditore che ha mostrato esempio di coraggio nel rischio non solo economico quanto piuttosto personale.
Oggi il Ticino non si trova più nelle ultime posizioni per le fasce alte di contribuenti, è invece in media per quanto riguarda il ceto medio e molto attrattivo per i bassi redditi. Basta questo dato a far riflettere sulla necessità di aver riformato anche in modo leggero il sistema tributario. Alcuni Cantoni hanno già compreso che i buoni contribuenti non vanno fatti scappare. La ricchezza del singolo va a beneficio della collettività, crea indotto economico e genera una forza ridistributiva a favore delle fasce economicamente fragili. La mia attenzione ora cade su un tema più di politica economica e finanziaria, In modo discontinuo rispetto ad un pensiero di centro destra, sono persuaso che il debito pubblico non debba e non possa costituire un dogma intoccabile.
Tutt’altro; la funzione dei debiti è di permettere la realizzazione di investimenti, sia per infrastrutture ma anche nella ricerca, formazione e cultura che possano dotare la nostra società di quanto necessario per emanciparsi. Il debito va gestito e non rifiutato di base. Cosi lasceremo beni tangibili, non fermeremo il ciclo economico e promoveremo l’interesse per il nostro territorio e la qualità di vita dei cittadini».
Nella sua vita, piena di interessi e attività che hanno il fine di arricchire anche lo spirito, un posto importante è occupato dalla pittura… «Ho iniziato a dipingere intorno al 2010, ricercando una tecnica che mi consentisse di esprimere con vigore un rapporto dinamico con la tela.
Di conseguenza, ho scelto di lavorare con acrilico e olio, sovrapponendo più strati, che spesso sono cancellati e modificati ricavandone profondità e spessore. Ma è un percorso lungo e laborioso, il lavoro può durare anche mesi e lo ritengo concluso solo quando l’energia impressa nella tela mi ritorna nella percezione visiva e materica. Questa mia vena artistica è nata in modo assolutamente casuale e si è sviluppata come forma di espressione che potesse raccontare chi sono e quello che penso. È un’indagine che si rinnova ogni volta che il pennello o la spatola toccano la tela e che mi porta ad una destinazione sconosciuta. Continuerò così sino a quando riuscirò ad eludere la ricerca di un risultato prestabilito. È questa la mia indole e ad essa voglio mantenermi fedele».
PRIMO PIANO / EMILIO MARTINENGHI
La Russia contro la modernità
01 Estrazione petrolio Russia Fonte: www.scenarieconomici.it
Di Fabiana Testori
In questa intervista il Professor Alexander Etkind affronta il nodo della questione energetica nel quadro del conflitto in Ucraina e delle attuali relazioni internazionali.
Navighiamo in tempi incerti e ansiosi. L’invasione dell’Ucraina da parte della Russia rimonta ad ormai quattro anni fa. La guerra sulle pianure ucraine, nonostante un balletto diplomatico più ridicolo che efficace, continua, fra morti e distruzione. Intanto, i colossi, quelle che una volta si chiamavano “grandi potenze” pensano agli affari, agli equilibri che più li aggradano, alle influenze di domani, a come spartirsi le immense risorse disponibili oggi. Tutto questo, in prima istanza, sulla pelle della martoriata Ucraina, nazione fantoccio per la Russia, di difficile comprensione per gli Stati Uniti, ancora più insignificante per la Cina, e, in seconda battuta, sulla nostra, sull’Europa tutta, stritolata ai fianchi, agnello sacrificale sull’altare della forza bruta e del profitto. A questo contesto, inimmaginabile almeno fino a qualche anno fa, si cercano dei perché. Si sa, la realtà è sempre più complessa di quanto ci viene mostrato. Per questo è necessario scegliere con cura a quali informazioni attingere, lontano dalle interpretazioni facili, dai fanatismi e da ogni tipo di propaganda. Alexander Etkind è un’intellettuale russo, nato nel 1955 a San Pietroburgo, l’allora Leningrado. A tutti gli ef-
fetti rappresentante dell’intellighenzia sovietica, Etkind ha studiato psicologia e storia. Ha conseguito due dottorati, il primo in psicologia nel 1985, il secondo nel 1998 ad Helsinki in lingue e letterature slave (storia della cultura russa). Ricercatore e professore, ha insegnato a San Pietroburgo durante gli anni ‘90 e 2000, poi all’Università di Cambridge e all’Istituto universitario europeo di Firenze. Oggi, oltre ad essere autore di numerosi saggi sulla storia intellettuale e culturale russa, sulla colonizzazione interna e sull’impiego nazionale delle risorse naturali, è professore presso il Dipartimento di relazioni internazionali all’Università dell’Europa centrale a Vienna. A settembre 2024 le autorità russe lo hanno inserito nella lista degli “agenti stranieri” (i nuovi nemici del popolo).
Nel 2023 il Professor Etkind ha pubblicato un libro di grande interesse: Russia against modernity, la cui traduzione italiana La Russia contro la modernità, edita da Bollati Boringhieri, è disponibile da marzo 2025. Salutata dal New York Times come “il più stimolante tra i nuovi libri sulla guerra in Ucraina”, l’ultima fatica di Etkind propone un’idea più ampia riguardo all’invasione russa dell’Ucraina, la quale ruota attorno al tema delle materie prime.
La disponibilità (apparentemente) infinita di idrocarburi di cui dispone la Federazione Russa è in aperto contrasto con le nascenti politiche, essenzialmente occidentali, di lotta alla crisi climatica e a sostegno della transizione energetica. I “moventi” storici, culturali e sociologici di stampo imperialista che sembrano aver spinto la Russia a soggiogare l’Ucraina sono, a detta di Alexander Etkind, secondari, dato che il fulcro della questione sono le risorse naturali. Ed è proprio per questo che il libro titola contro la modernità, poiché ancora una volta siamo di fronte al conflitto fra due mondi: quello che il Professor Etkind definisce “paleomoderno”, cioè rappresentato degli stati petroliferi e cleptocratici, di cui la Russia è un esponente di peso, e quello “gaiamoderno”, incarnato dall’Occidente democratico, fondato sulla cultura del lavoro e della produzione, il quale tenta di trovare soluzioni energetiche alternative. All’origine dello scontro quindi non si trova più l’ideologia, come ai tempi della guerra fredda, bensì la differen-
te reazione alla crisi climatica e all’utilizzo delle materie prime. In questa intervista ne abbiamo discusso nel dettaglio con l’autore.
Nel suo libro lei spiega l’invasione dell’Ucraina come parte di un obiettivo più grande: la guerra della Russia contro la modernità e, in particolare, contro la consapevolezza ambientale, la transizione energetica e il lavoro digitale. Lei quindi non la considera una pura guerra imperialista da parte di una ex grande potenza (l’URSS), la quale, da decenni, sta perdendo influenza sui suoi vicini, all’epoca sue repubbliche?
«Si tratta certamente di una guerra imperialista, anche se ogni guerra imperialista è differente, ognuna ha ragioni e caratteristiche proprie. Penso alle guerre dell’oppio in Cina, alle guerre in Congo, oppure alla guerra del Vietnam.
In questo caso riguarda il cambiamento e la crisi climatica. Come sappiamo tutti, la risposta alla crisi climatica si esprime attraverso l’a-
zione per il clima e quest’ultima è rappresentata essenzialmente dalla decarbonizzazione. Siccome la Russia è uno stato petrolifero il suo introito primario è legato al commercio energetico e, nello specifico, a quello del petrolio.
È quindi evidente come i piani di decarbonizzazione in Europa minaccino i profitti russi. Questo è uno dei motivi, a mio parere, quello principale, per contestualizzare la guerra della Russia contro l’Ucraina, cominciata nel 2014, culminata nel 2022 e in corso tutt’oggi».
Se fosse così non crede che Putin abbia fatto male i conti?
In risposta all’invasione l’Europa ha rinunciato al petrolio e al gas russo. Inoltre, le sanzioni economiche, dopo ben quattro anni, hanno un impatto non trascurabile sull’economia della Federazione… «Vladimir Putin ha sottovalutato molte cose e lo vediamo tutti i giorni leggendo la stampa. Quest’effetto, nel mio libro, lo chiamo “nemesi”. Praticamente ogni volta e in una maniera che può quasi ritenersi strategica, il Presidente russo ottiene in cambio delle sue azioni esattamente ciò che più teme. Pensiamo solo all’allargamento della NATO fino ai confini russi. Putin ne era preoccupato e, infatti, è uno dei risultati derivati dalla sua guerra, dato che Svezia e Finlandia hanno recentemente
aderito all’Alleanza atlantica. Ciononostante, la guerra continua e la Russia ha trovato delle soluzioni alternative all’esportazione di idrocarburi. Ora la maggioranza del greggio russo viene venduto alla Cina e all’India, ma anche ad altre parti del mondo, compiendo lunghi giri e generando, di conseguenza, dei rischi ecologici e di sicurezza nel Mar Baltico, nell’Atlantico e nell’Oceano Pacifico. Il prezzo inferiore a cui vengono vendute le risorse e le difficoltà di trasporto influenzano negativamente il budget russo».
Secondo la sua tesi la Russia si posiziona contro la modernità, contro il progresso e l’avanzamento tecnologico. Tutto ciò avviene ed è avvenuto durante il più che ventennale governo di Vladimir Putin. Perché la Russia non è riuscita a cambiare rotta quando poteva farlo, cioè alla caduta dell’Unione sovietica, negli anni ‘90, i primi veramente liberi del paese?
«Credo si sia trattato di un processo contingente. All’epoca ci poteva essere un certo tipo di sviluppo, una visione diversa di paese, ma così non è stato, il tentativo è fallito. Sono molti i fattori che vi hanno contribuito, sociali, culturali ed economici. Ancora una volta, anche allora, gli idrocarburi hanno giocato un ruolo chiave, in quanto la nuova Russia si caratterizzava essenzialmente come stato petrolifero. La natura degli stati petroliferi, come lo sono la Federazione Russa, l’Arabia Saudita, l’Iran o il Venezuela, è aggressiva e problematica. In paesi come la Svizzera o la Danimarca, per esempio, il benessere dei cittadini deriva dal lavoro della popolazione stessa e quindi dalle imposte, dagli investimenti nell’educazione, nella
sanità, nei trasporti, ecc.., mentre negli stati petroliferi il denaro, il benessere è legato essenzialmente alla terra, alle risorse naturali di cui dispone. In un contesto di questo genere i cittadini ricoprono un ruolo marginale, servono semplicemente ad estrarre gli idrocarburi, non aggiungono niente al budget statale, al massimo ne usufruiscono».
Come è possibile che dopo quattro anni di guerra, un milione di morti da parte russa, incredibili sacrifici umani ed economici, il prezzo dell’isolamento, il sostegno della popolazione russa al Presidente sia ancora così forte? «Personalmente non credo molto alle statistiche svolte in Russia. Quello che sappiamo con certezza è che più di un milione di persone ha lasciato la Russia dopo l’inizio della guerra. È molto, ma comunque non è abbastanza per un cambiamento significativo. Il denaro presente nel paese appartiene al governo e chiunque vive in Russia è semplicemente “impiegato”, “dipendente”, siano essi soldati, infermieri o dirigenti. Non hanno la possibilità di dissentire. Se interrogati rispondono dicendo che sostengono l’operazione militare speciale, perché temono per il loro lavoro, la loro famiglia, la loro vita. È questa l’immagine dell’oppressione e della dipendenza».
Quando finirà la guerra e come?
«Credo che questa guerra non terminerà senza una rivoluzione».
In Russia?
«Non lo so, si potrebbe trattare anche del collasso del regime ucraino. Io mi auguro una rivoluzione nella Federazione Russa. Nel mio libro dedico un intero capitolo alla “defederazione russa”, cioè allo smantellamento della Russia attuale in un
Copertina ultimo libro di Etkind La Russia contro la modernità Fonte: www.bollatiboringhieri.it
certo numero di stati. Si tratta di una previsione con una tempistica incerta: fra qualche anno, forse dieci, magari cinquanta. Se però Putin uscirà vincente da questa guerra ne comincerà un’altra. In ogni caso, ad un certo punto, lui o il suo successore verranno puniti dalla popolazione. Il regime non sopravviverà».
Cosa dobbiamo attenderci in quanto Occidente e occidentali? Quale è il futuro della democrazia? «In questo momento la democrazia corre dei grossi rischi, direi quasi che si trova in pericolo di vita. La maggior parte del mondo non è democratica e, in molti casi, si tratta di nazioni potenti, penso per esempio alla Cina. La Russia tenta di fungere da modello per il mondo e attualmente ha l’aria di riuscirci abbastanza bene, soprattutto presso l’Amministrazione Trump. È difficile immaginare il futuro dell’Europa, culla della democrazia, dal momento che sta subendo una pressione combinata. Le prospettive non sono rosee».
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Come ridisegno la SSR
Viviamo un’epoca di rapide evoluzioni. Le professioni e il mondo intorno a noi cambiano ogni giorno, spingendo la società – anche fuori dalla Svizzera – a cercare un continuo equilibrio tra aspettative acquisite e un futuro ancora da definire. Questa futura evoluzione promette novità allettanti, ma dipende dalle decisioni che prendiamo oggi. Anche il mondo della comunicazione multimediale e il pubblico cui essa si rivolge vivono questa realtà. È una realtà che Susanne Wille, dal 2024 Direttrice Generale del gruppo SRG SSR, l’azienda mediatica di Servizio pubblico di cui la RSI è l’unità italofona, interpreta con un pragmatismo ispirato dalla realpolitik del presente, e lo orienta a un’evoluzione che includa tutte le culture e le sensibilità plurilingue del nostro paese, affinché non solo chi fa i programmi, ma anche chi li guarda ne diventi protagonista. Con una perfetta conoscenza delle lingue nazionali e dell’inglese, Susanne Wille ha un master in economia aziendale all’IMD di Losanna e una formazione in strategia digitale e gestione del cambiamento. Per dieci anni ha lavorato nella redazione di “10vor10” – un programma di SRF analogo a “Prima Ora” della consorella RSI. In seguito è stata corrispondente politica a Berna per «Rundschau», trasmissione simile a “Falò” della TV di Comano. Dal 2016 ha guidato la trasformazione digitale della newsroom SRF
(l’unità tedesca), dirigendo il progetto “Qualità e Gestione” e contribuendo a “SRF 2024” come membro del team strategico. Inoltre, ha diretto il dipartimento Cultura ed è anche stata vicedirettrice di SRF. Il prossimo 8 marzo 2026 il popolo svizzero si esprimerà sull’iniziativa popolare «200 franchi bastano! (Iniziativa SSR)». “L’iniziativa”, riporta la nota stampa del Dipartimento federale dell’ambiente, dei trasporti, dell’energia e delle comunicazioni (DATEC), “prevede di ridurre il canone per le economie domestiche a 200 franchi all’anno, di esentare tutte le imprese dall’obbligo di pagarlo e chiede che la SSR si limiti a fornire «un servizio indispensabile alla collettività. Il Consiglio federale e il Parlamento”, prosegue il DATEC, “respingono l’iniziativa, la quale, a loro avviso, si spinge troppo lontano. Anche il controprogetto deciso dal Consiglio federale sgrava le economie domestiche e le imprese. Contrariamente all’iniziativa, è però moderato e consente alla SSR di continuare a garantire il servizio pubblico in tutte le regioni linguistiche”. Intervistiamo Susanne Wille prima di questa importante scadenza..
In che modo la sua carriera giornalistica ha contribuito ad approfondire la sua comprensione dei bisogni e dell’evoluzione del pubblico? «Il periodo trascorso come reporter, conduttrice e corrispondente di politica mi ha insegnato cosa interessa davvero al pubblico e come le perso -
Con un approccio pragmatico, la direttrice generale della SSR Susanne Wille accompagna la più grande azienda mediatica del paese verso un futuro multimediale, rafforzando al contempo il Servizio pubblico nella Svizzera italiana e in tutte le regioni della Svizzera.
Di Andreas Grandi
“La SSR garantisce un’offerta di programmi equivalente per la Svizzera italiana, francese e tedesca, nonché un’offerta adeguata per la Svizzera romancia, nel rispetto del federalismo che contraddistingue il nostro Paese”.
ne recepiscono le notizie. In oltre vent’anni di carriera giornalistica ho imparato quanto sia importante raccontare le storie in modo comprensibile e presentare i temi affinché possano essere realmente condivisi dal pubblico. Il mio “cuore giornalistico” è la bussola che continua a orientarmi anche oggi nel mio ruolo di direttrice generale della SSR. Questa prospettiva mi aiuta a cogliere rapidamente nuovi temi, a descriverne l’essenza in modo comprensibile e a prendere decisioni in modo che i nostri programmi e le nostre offerte rispondano alle esigenze del nostro pubblico. «Il pubblico è al centro di tutto ciò che facciamo»: questo è il principio che guida il nostro lavoro».
Come si può conciliare il mandato del servizio pubblico della SSR, sancito dalla Costituzione e dalla legge come uno dei compiti fondamentali, con la crescente frammentazione delle fonti d’informazione e con le diverse aspettative del pubblico?
«La Svizzera conta quattro regioni linguistiche, ma una sola azienda mediatica che, nell’interesse dell’intera popolazione, le tiene unite. La SSR garantisce un’offerta di programmi equivalente per la Svizzera italiana, francese e tedesca, nonché un’offerta adeguata per la Svizzera romancia, nel rispetto del federalismo che contraddistingue il nostro Paese. Siamo presenti sul territorio, vicini alle persone, e raccontiamo le diverse realtà del nostro paese. Non solo portiamo la Svizzera nelle regioni, ma diamo anche voce alle regioni in tutta la Svizzera. Questo ponte regionale e linguistico rappresenta il vero valore aggiunto del servizio pubblico. Un giornalismo indipendente e di alta qualità è indispensabile per la Svizzera, sostenuto sia dalla SSR e sia dalle
aziende mediatiche private, che insieme contribuiscono alla diversità delle fonti di informazione e anche alla libera formazione delle opinioni. Le persone continuano a guardare la televisione e ad ascoltare la radio, ma la diffusione digitale assume un ruolo sempre più centrale: anche alla RSI il Telegiornale si guarda in differita, si ascoltano podcast e le notizie si seguono sui canali social. Proprio per questo, di fronte alle fake news, alla crescente polarizzazione e al dominio delle piattaforme internazionali nello spazio digitale, la SSR, con i suoi contenuti informativi svizzeri, propone un riferimento verificabile e contribuisce al dialogo tra il pubblico delle varie regioni del nostro paese.
Ci consideriamo un forum per il dialogo e la formazione delle opinioni –in tutti i Cantoni e nelle regioni linguistiche, nelle città come nelle località più discoste. La SSR è anche sinonimo di giornalismo svizzero indipendente, dove le nostre proposte informative vengono raccontate secondo una prospettiva svizzera. Testimoniare la ricchezza della diversità culturale svizzera è il pilastro fondamentale della nostra democrazia e della nostra unità nazionale. Se questo pilastro venisse indebolito, ciò lascerebbe spazio a orientamenti divisivi».
Guardando al futuro del servizio pubblico radiotelevisivo in Svizzera, quale visione generale pensa possa guidare lo sviluppo della SSR nei prossimi anni, indipendentemente dall’esito della votazione? È possibile affrontare le sfide globali che il nostro Paese deve fronteggiare senza un sistema mediatico al passo con i tempi, che rifletta adeguatamente la diversità delle posizioni presenti nella società?
«Un giornalismo indipendente, di qualità e il più possibile diversificato – grazie alla SSR e ai media privati – è indispensabile per il nostro Paese. Il capo del Dipartimento federale della difesa Martin Pfister ha affermato di recente: «Chi indebolisce l’informazione e i media, indebolisce la sicurezza di un Paese. Per un’informazione solida, la Svizzera ha bisogno di media privati forti e di una SSR forte. La sicurezza di un Paese non si fonda solo su esercito, polizia e autorità, ma anche su cittadine e cittadini informati». Condivido pienamente queste parole. Deve essere chiaro che ogni futura riduzione dei mezzi finanziari della SSR avrebbe conseguenze sull’intera piazza mediatica svizzera. Con l’iniziativa «200 franchi bastano!», saranno sottratti 800 milioni di franchi al sistema mediatico svizzero. Sarebbe la fine della SSR così come la conosciamo. Non sarebbe più garantita la presenza di corrispondenti in tutta la Svizzera, vicini alla popolazione, né quella dei 17 studi regionali. Il nostro pubblico perderebbe un’informazione regionalizzata e quadrilingue, che rappresenta diversità, coesione e indipendenza. Questa non può essere una visione per il futuro del panorama mediatico svizzero. La SSR, i media privati e la politica condividono la responsabilità di prendersi cura della piazza mediatica svizzera e, con essa, di garantire le fondamenta di una democrazia sana, con cittadine e cittadini informati.
A tal fine, anche in futuro la SSR continuerà ad accompagnare e ad avvicinare le persone di tutte le regioni linguistiche, nella loro vita quotidiana: con le sue trasmissioni radiofoniche, i suoi programmi televisivi e i suoi contenuti online».
Pelletteria Poggioli ha festeggiato nel 2025 120 anni di attività. Ripercorriamo le tappe di questa storia imprenditoriale di successo nel racconto di Flavia Poggioli
Jacobs, Mara Pult Poggioli e Giovanni Pult contitolari, terza e quarta generazione, che proseguono oggi la tradizione di famiglia.
Quali sono state le origini dell’azienda e il ruolo dei fondatori
Linda e Giuseppe Poggioli?
«La storia di Pelletteria Poggioli inizia all’inizio del Novecento con Linda e Giuseppe Poggioli, che diedero vita al marchio partendo dalla creazione di borse e bauli. Fin dagli esordi, alla produzione di articoli da viaggio si affiancò quella di articoli destinati all’esercito, come fondine, zaini e accessori tecnici. La prima sede produttiva si trovava in Via Stazione, oggi Salita Chiattone, mentre il primo negozio aprì in Piazza Riforma. Intorno agli anni Venti la famiglia acquistò lo stabile – e quello adiacente -in via Luvini 5– consolidando la presenza in quella che an-
La forza della continuità
cora oggi è la sede storica del negozio, che da sempre rappresenta il cuore commerciale di Lugano».
Nel corso di questo lungo periodo, varie generazioni della stessa famiglia si sono succedute alla guida dell’azienda. Che ruolo ha avuto la continuità familiare nello sviluppo dell’impresa?
«La continuità familiare è stata fondamentale. Dopo la scomparsa prematura del nonno, fu la nonna a portare avanti l’attività con grande determinazione. Piu tardi subentrò il figlio Demetrio con la moglie Sandra, che si dedicarono per lunghi anni all’azienda di famiglia. Ogni generazione ha dato il proprio contributo, mantenendo vivi i valori fondanti: serietà, qualità e rapporto diretto con la clientela».
Come è riuscita Pelletteria Poggioli a evolversi nel tempo mantenendo un’identità ben riconoscibile, pur adattandosi ai cambiamenti del mercato?
«L’identità di Poggioli Pelletteria si è sempre basata sulla qualità e sulla funzionalità dei prodotti, pensati per durare nel tempo. Allo stesso tempo, l’azienda ha saputo adattarsi alle esigenze della clientela, locale ed estera, seguendo l’evoluzione delle mode, dei colori e dei materiali. Le fiere internazionali e i rapporti con fornitori storici di Milano, Firenze e Parigi offrono linee guida importanti, ma ogni scelta viene reinterpretata secondo il gusto e la sensibilità del negozio, con un’attenzione particolare al contesto locale».
Quali sono oggi i principali prodotti e servizi offerti?
«Poggioli è oggi un punto di riferimento nel settore degli articoli da viaggio, con un assortimento unico nel cantone e tra i più completi anche a livello svizzero. Valigie, trolley e accessori da viaggio richiedono spazi importanti e una gestione attenta del magazzino, elementi che il negozio ha saputo sviluppare nel tempo. L’offerta comprende anche borse, accessori e articoli regalo, pensati per accompagnare i
clienti durante tutto l’anno, non solo nelle ricorrenze tradizionali».
La selezione dei marchi rappresentati è un elemento centrale. Quali criteri guidano le vostre scelte?
«La selezione si basa su un rapporto di fiducia con i fornitori, sulla qualità dei prodotti e su un servizio post-vendita affidabile. È un lavoro sinergico, che unisce esperienza, intuito e ascolto della clientela. Il negozio multibrand è oggi sempre più apprezzato: i clienti cercano qualità e varietà, più che il singolo marchio. Questo approccio permette di offrire proposte coerenti ma diversificate, capaci di rispondere a gusti ed esigenze differenti».
Guardando a Lugano, come descriverebbe l’andamento attuale delle attività commerciali?
«Lugano è una città dalle molteplici anime. Accanto al lusso, è importante mantenere un’offerta trasversale, capace di parlare anche ai giovani e a chi cerca un regalo accessibile ma di qualità. Il turismo e i congressi restano importanti, non solo nei mesi estivi, ma il vero punto di forza è la clientela locale, con cui si costruisce un rapporto duraturo basato sulla fiducia e sul servizio».
Qual è il vostro rapporto con le associazioni di commercianti e con il territorio?
«Il lavoro di rete è importante. Le iniziative comuni, come eventi e manifestazioni, contribuiscono a rendere la città più viva e dare slancio a tutto il commercio locale».
Come affrontate il tema dell’online e del commercio digitale?
«Il commercio online è una realtà con cui confrontarsi, ma il negozio fisico resta centrale. Il contatto umano, il consiglio personalizzato e il servizio sono elementi insostituibili. Abbiamo un sito di shop online, ma l’esperienza dimostra che il valore aggiunto di Poggioli resta l’accoglienza in negozio, la professionalità, l’aiuto degli ottimi collaboratori e il rapporto diretto con il cliente».
Quali sono oggi le principali tendenze del vostro settore?
«Le fiere propongono sempre più materiali sostenibili e linee “green”, che fanno parte dell’evoluzione del settore, anche se non rappresentano ancora la totalità dell’offerta.
Il mercato è in continuo cambiamento e richiede flessibilità, curiosità e capacità di adattamento. La qualità resta un valore fondamentale, anche in un contesto in cui il consumo tende a essere sempre più veloce».
Guardando al futuro, quali valori continueranno a ispirare Pelletteria Poggioli?
«La passione. È ciò che ha permesso all’azienda di arrivare a 121 anni di storia e che continua a motivare ogni scelta. Insieme alla passione, il senso di responsabilità verso la tradizione familiare e la volontà di costruire una vera partnership con i clienti, storici e nuovi».
The search for beauty, always
TBy Elisa Bortoluzzi Dubach
o begin, could you tell us who Anne Schwöbel is? What experiences and values have shaped you as a person and as a philanthropist?
«I was born into a large German family whose identity has been shaped for more than six generations by our family business in the healthcare sector. This environment has influenced me from early childhood - not only in terms of work ethic and responsibility, but also through a deep awareness of what it means to serve the wellbeing of others. When my parents moved to Switzerland in the 1970s to build up the company here, they dedicated more than five decades to establishing a successful and reputable medi-
cal-device business here in Switzerland. Growing up in this context, I witnessed firsthand how values such as integrity, reliability and long-term thinking can become the foundation of an entrepreneurial success story spanning more than 180 years. Protecting and improving people’s health has always been at the heart of our work. This mission gives my life a strong sense of purpose. It also defines my understanding of patronage: responsibility does not end with economic or ecological considerations. For me, it extends to a social commitment - to today’s generation and to those who will follow. This conviction guides my actions as a person and as a philanthropist».
What role has your family, especially your mother Carla Braun Schwöbel, played in your personal and professional journey? «My parents have both been profound role models for my sister and me, each in their own way. My father was an entrepreneur in the truest sense - a pioneer with the courage to create something new and the determination to see it through. Towards the end of his professional career, he founded a small brewery in Lucerne and preserved a cultural center that was at risk of being closed. He once told me: “I’m doing this so the people of Lucerne can enjoy a high-quality beer - and so the next generation can enjoy it too”. That mindset - to act not only for today but also for tomorrow - con-
Interview with Anne Schwöbel, Entrepreneur, law graduate and philanthropist
tinues to guide my sister and me.
My mother, Carla Braun Schwöbel, has shaped me in a different but equally meaningful way. She taught us how essential culture and social engagement are for a healthy society. I still remember her saying: “The success of our company gives us the freedom to engage in social and cultural causes.”
To me, this sentence captures a beautiful principle: that genuine commitment stems from freedom, not obligation. This understanding - that privilege comes with the opportunity to contribute - has deeply influenced both my personal and professional journey».
Was there a defining moment in your life when you realized that supporting culture and society would become central to your path?
«There was no single defining moment - no sudden realization that cultural or social engagement would become the center of my life. For me, it has always been more of a continuum, something that grew naturally from the environment in which I was raised. I do not see supporting culture and society as “my central path”. Rather, I see it as a meaningful dimension of a fulfilled life - something that accompanies my professional work, my family values, and my sense of responsibility. It is less a mission than an attitude: an understanding that if one has the freedom and the means to contribute, one should do so with sincerity and purpose».
How do you experience your relationship with the city of Lucerne? Do you feel actively involved in your community?
«My relationship with the city of Lucerne is shaped by a deep sense
“My relationship with the city of Lucerne is shaped by a deep sense of belonging. I grew up here, spent most of my school years here, and built friendships that still accompany me today. Lucerne has never been just a place of residence it is the city that formed me”.
of belonging. I grew up here, spent most of my school years here, and built friendships that still accompany me today. Lucerne has never been just a place of residence it is the city that formed me.
I also feel actively connected to the community through various roles I hold. I am involved in several committees and boards, including the Lucerne Festival, the BEST ART Collection of the Art Museum of Luzern, the Council of the University of Lucerne. Each of these engagements reflects my conviction that a thriving city needs strong cultural, educational and social institutions. And, of course, there is our house brewery in the Rathauskeller, right in the heart of Lucerne’s old town - a place where community, tradition and local identity come together in a very tangible way.All the memories, contributions and friendships I hold in Lucerne makes me feel not only at home in Lucerne, but also meaningfully involved in the life of the city».
What passions do you pursue outside of your philanthropic commitments?
«The beautiful thing is that many of my commitments align naturally with my passions. One of them is classical music. During the festival season, I truly cherish the diversity of classical and contempo -
rary works performed by some of the world’s most exceptional musicians who come to Lucerne. For me, this is a real luxury - as well as a source of inspiration and joy. My involvement in the arts and in the academic world also gives me the privilege of seeing what happens behind the scenes: the creative processes, the dedication, and the many people who contribute to making these experiences possible. Having this deeper insight feels like an enrichment of my life. And there is another passion that has grown in recent years through my partner: his love for cinema. Thanks to him, I have discovered how special it is to watch films at the Kino am See in Zürich - surrounded by the beauty of Lake Zurich, enjoying great films in such an atmospheric setting. It has become a pleasure I truly appreciate».
Which causes or projects are closest to your heart today?
«All the causes and projects I am involved in are close to my heart - without that personal connection, I would not commit myself to them. But one initiative I would particularly like to highlight is the Pulsar Prize, awarded jointly by the Fumetto Comic Festival and Stiftung Weltethos Schweiz.
The Fumetto Comic Festival in Lucerne brings together some of the most talented emerging artists from
around the world. As Vice President of the Stiftung Weltethos Schweiz, I am closely involved in this collaboration. This global ethic foundation, established by Hans Küng, fosters dialogue across religions and cultures and highlights the universal values that connect us.
For the past three years, the Pulsar Prize has honored a young, exceptionally promising artist. I find it truly inspiring to see how these talents explore the possibilities of visual storytelling - often in ways that are sensitive, profound, and poetic. Their work shows that shared values can build bridges and strengthen social cohesion. It also reveals something important: young people care deeply about ethical questions and search for answers far more actively than we often assume».
How do you choose the initiatives you support? Are there specific criteria or intuitions that guide your decisions?
«For me, curiosity is the starting point. An initiative has to spark my interest - intellectually, culturally or personally. If I can combine my support with an active role within the project, then it becomes truly meaningful. I appreciate being involved not only as a patron but also as someone who contributes time, thought and engagement. When inspiration and active participation come together, I am assured it is the right commitment for me».
Have you ever faced moments of doubt or difficulty in your philanthropic work? How did you overcome them?
«Yes, I have faced moments of doubt - particularly during the years I worked for Transparency International Switzerland, an international
NGO dedicated to countering corruption. In this field, success cannot simply be measured in numbers. It is a continuous, often painstaking effort to fight injustice by raising awareness for transparency, accountability and integrity.
There are times when the impact of this work is not immediately visible. That can be challenging, because the results unfold slowly and often only over many years.
When such doubts arise, I make a conscious effort to “put on my global glasses” - to take a step back and look at the world from a broader, long-term perspective. From that vantage point, I can see that development is happening, even if not always in a straight line. There are setbacks, detours and frustrations, but there is also undeniable progress. I hold a deep conviction that we are moving toward a better world - not quickly, not perfectly, but steadily. This belief helps me stay grounded, patient and committed in my philanthropic work».
As a mother, how do you envision your children’s future in relation to philanthropy? Would you like them to carry on the legacy, as you did with your mother, or do you prefer to let them find their own path?
«For me, true commitment must come from the heart. If my children one day choose to continue my philanthropic legacy, I would of course be delighted. But I do not see it as something they should or must do. I want them to find their own path - their own passions, their own causes, their own way of contributing to society. What matters to me is not what they choose to support, but how they approach it. If they take responsibility, act with sincerity, and pursue a commitment with genuine passion, then they will be carrying forward the values that shaped me - in their own meaningful way».
La vostra Banca nel tempo
In un mondo in costante cambiamento, da oltre 30 anni evolviamo di pari passo con le vostre esigenze.
Grazie a valori solidi e scelte ponderate vi offriamo soluzioni su misura per realizzare i vostri progetti di vita.
Il nostro obiettivo?
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Il lavoro è importante, prima di tutto, per la realizzazione umana. Lavorare non è solo necessità per soprvvivere, ma anche una via per sfuggire al vuoto, alla noia e alla solitudine. Lavorare consente all’individuo di esprimere sé stesso, il proprio talento, oltre a prevenire la disperazione che la mancanza di un proprio ruolo nella società porta con sé.
Attualmente, il tasso di disoccupazione, che si attesta al 3.2%, è il più elevato degli ultimi cinque anni, pur non essendo particolarmente alto rispetto agli altri Paesi europei. In questi anni, il Ticino ha visto sparire numerose aziende, nel settore del trading, della moda, della supply chain, ma anche nel settore bancario e fiduciario. Un fenomeno riconducibile in parte alle crisi geopolitiche, al disorientamento verso le politiche commerciali che
Riconoscere il valore dell’esperienza
mutano di giorno in giorno, alla debolezza delle istituzioni che faticano a sorreggere i cittadini più fragili. È lo specchio di non mondo che non riesce più a intercettare né i bisogni dei più giovani né di professionisti più esperti: un problema di società che si impoverisce umanamente, senza contare i costi sociali che ne conseguono. Così, si incontrano sempre più giovani che non trovano lavoro perché non hanno esperienza e nessuno è più disposto a formarli, facilmente sostituibili con l’AI, così come i meno giovani perché troppo costosi e quindi i primi a pagare per ristrutturazioni, delocalizzazione e compressione dei costi (e degli stipendi). La politica sta puntando sempre più a nuove realtà, principalmente nel settore delle start-up e della ricerca. Anche se questo approccio può contribuire a un’economia sostenibile, volta al progresso, il suo impatto rimane limitato, dato che la maggior parte delle start-up impiega uno o due dipendenti. Di conseguenza, non aumenta veramente l’occupazione, e due categorie rimangono le più colpite: i giovani che si affacciano al mondo del lavoro e i lavoratori più esperti. I giovani meritano un capitolo a parte. Per contro, una delle situazioni più sorprendenti è rappresentata proprio dalle difficoltà che ri -
scontrano i professionisti senior, che vantano competenze manageriali, conoscenze dei processi aziendali, linguistiche e anche tecnologiche. Questi individui, con anni di esperienza e competenze consolidate e con ancora diversi anni di lavoro davanti prima di arrivare alla pensione, affrontano spesso sfide snervanti nel reinserimento professionale e li porta sempre più in un vero stato di disperazione.
Per affrontare questo problema, sempre più grave, è essenziale adottare una nuova visione del lavoro e dei profili senior. Le aziende dovrebbero riconoscere il valore dell’esperienza e della competenza, creando allo stesso tempo una cultura aziendale che valorizzi la diversità generazionale, poiché le interazioni tra diverse età possono stimolare scambi di idee e soluzioni creative. Riconoscere e valorizzare il patrimonio di competenze dei professionisti senior non è solo un dovere etico, ma una necessità strategica per le aziende che mirano a innovarsi.
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Ascoltare la voce nel silenzio
Mario Mantegazza incontra Paolo Ligresti che racconta i progetti e le iniziative promosse per accrescere la conoscenza e la sensibilità nei confronti del mutismo selettivo, un disturbo d’ansia che colpisce prevalentemente i bambini.
Come è nato il suo legame con la Fondazione Bambi.ni Insieme Onlus di Lugano e cosa l’ha indotto a impegnarsi a favore dei bambini con mutismo selettivo?
«La Fondazione “Bambi.ni insieme Onlus” è stata costituita da me nel 2010 quand’è mancata mia mamma che si chiamava Giorgina detta Bambi. Da quel momento ho voluto investire una parte del mio tempo ad aiutare i bambini nel realizzare progetti per loro, principalmente
parchi giochi realizzati dopo catastrofi tipo terremoti o alluvioni. Ne abbiamo realizzati 4 di cui 2 in Abruzzo dopo il terremoto dell’Aquila e precisamente nel comune di Paganica, uno a Vicenza dopo l’alluvione e l’ultimo nelle Marche, nel comune di Barbara dopo l’alluvione del 2023, dedicato al piccolo Mattia scomparso in quell’occasione. Il mutismo selettivo mi era estraneo ma un giorno sono andato in questa struttura a Meride di nome Ca.stella dove ho conosciuto due persone che si occupavano di questa sindro -
me ed in quella occasione ho voluto approfondire il tema. Dopo qualche mese da quell’incontro, ha preso piede l’idea di aiutare i bambini e l’associazione finanziando una delle loro vacanze terapeutiche, ed è sembrato un’ottima occasione per raccontare, assieme al regista Fred Cavallini, le storie personali ed intime di alcune famiglie con bambini con mutismo selettivo. Il documentario entra in punta di piedi nella realtà intima e personale della quotidianità di alcune famiglie con bambini muto selettivi, per poi far confluire il racconto nel loro incontro finale alla residenza dove è avvenuta la vacanza terapeutica. Siamo riusciti a raccontare anche dei momenti intimi ed emozionanti e girare il Docufilm “SOTTOVOCE”».
Il docufilm “SOTTOVOCE” parla di un disturbo ancora poco conosciuto: che cos’è il mutismo selettivo e perché è importante farlo conoscere ad un pubblico sempre più vasto? «Questo disturbo d’ansia, che concerne purtroppo un numero crescente di bambini (1 su 110), è ancora poco conosciuto dall’opinione pubblica ma anche da gran parte dei professionisti che operano nei vari settori legati all’infanzia e all’adolescenza. Ne consegue che, molto spesso, i bambini muto selettivi non sono compresi nella loro reale difficoltà e vengono erroneamente considerati come “molto timidi” oppure come “maleducati”, “scontrosi”: ecco perché, per
poterlo individuare, è sempre più necessaria da parte di tutti una reale conoscenza del mutismo selettivo e delle giuste modalità d’intervento attuabili per sostenere i bambini muto selettivi e le loro famiglie nel superamento di questa condizione.
Il mutismo selettivo è la risposta messa in atto dal cervello quale reazione a un forte stato d’ansia percepito come un grave pericolo per la persona. Quando scatta l’allarme, tre sono le reazioni possibili: l’aggressione, la fuga e il congelamento. Queste risposte sono automatiche e non dipendono in nessun caso dalla volontà dell’individuo. Nel mutismo selettivo si congela la fonazione. Il bambino si trova di colpo nell’impossibilità di parlare e spesso anche di agire. Si tratta di un blocco».
In che modo il mutismo selettivo si manifesta nella vita quotidiana dei bambini, in particolare a scuola e nei contesti sociali?
«Come detto in precedenza, il mutismo selettivo non permette al bambino di parlare spontaneamente in alcuni contesti sociali, nonostante lo sviluppo e la comprensione del suo linguaggio siano nella norma. In queste situazioni, il bambino avverte un’ansia fortissima che prende il sopravvento, provocando un vero e proprio “congelamento” delle sue capacità verbali e della sua gestione del corpo. Il mutismo selettivo è quindi un atteggiamento di risposta ad un forte stato emotivo che il bambino non riesce a gestire: perciò, nonostante lo desiderino, i bambini muto selettivi non riescono a parlare fuori casa o in presenza di estranei. Al contrario, a casa, negli ambienti familiari e con le persone con cui si sentono a loro agio, si esprimono normalmente e riescono a manifestare spontaneamente tutte le loro gran-
“Da diversi anni l’associazione ticinese mutismo selettivo aveva un sogno nel cassetto: produrre un documentario che presentasse il mutismo selettivo per l’informare quante più persone possibili sull’argomento e per far conoscere ATiMuSe e le sue attività”.
di potenzialità. ll grado di congelamento dipende dal grado d’ansia che l’ha generato. Si va da un’assenza di parola a un congelamento di tutta la persona. Il bambino muto selettivo non solo non riesce a rispondere a domande, non riesce a porle, non può soddisfare i propri bisogni primari; talvolta il bambino non è più in grado né di bere, né di mangiare: tutto quello che esce ed entra dalla bocca gli è precluso. Quando si trova da solo in un gruppo, cioè senza i suoi aiuti di riferimento, non ha nessuna possibilità di comunicare con il mondo. è perso, isolato, percepisce l’ambiente come minaccioso e il suo stato d’ansia aumenta».
Come è nata l’idea del progetto “SOTTOVOCE” e quale è stata la sua partecipazione alla realizzazione?
«L’idea è nata durante un pranzo presso la struttura Ca.stella, quando ho conosciuto due persone che si occupavano di mutismo selettivo, attraverso la struttura ATiMuSe. il mio ruolo è stato quello di studiare con loro il progetto e nel finanziarlo come Fondazione Bambi.ni insieme Onlus».
Che ruolo ha avuto l’associazione ATiMuSe Ticinese all’interno del progetto e quale valore aggiunto ha portato al docufilm?
Questo progetto è stato fortemente voluto dai membri dell’associazione ATiMuSe che desideravano trattare
il tema del mutismo selettivo visto da chi ne è direttamente toccato: i bambini e le loro famiglie. L’intento è stato subito condiviso dal regista Federico Cavallini, dalle famiglie che si sono rese disponibili e da tutte le persone che hanno contribuito alla realizzazione del progetto.
Da diversi anni l’associazione ticinese mutismo selettivo aveva un sogno nel cassetto: produrre un documentario che presentasse il mutismo selettivo per l’informare quante più persone possibili sull’argomento e per far conoscere ATiMuSe e le sue attività. Il gioco di squadra che è nato tra l’uomo, il finanziatore, il regista, gli operatori e non da ultimo le famiglie ha permesso la sua realizzazione».
Quanto è stato importante dare voce alle famiglie e ai bambini nel raccontare questo disturbo attraverso il docufilm?
«Dal mio punto di vista è stato fondamentale perché sentire parlare le famiglie con i propri figli di questo problema ed affrontarlo insieme è servito per superarlo, con la convinzione che poterlo raccontare può sicuramente aiutare altri bambini, “Dare voce” ai bambini muto selettivi coinvolti e alle loro famiglie, attraverso un docufilm che risultasse il più autentico possibile, era lo scopo primario del progetto. Attraverso le loro testimonianze spontanee, i bambini e i loro genitori hanno racconta-
to un po’ della loro esperienza, parlando di disorientamento, difficoltà, paure, conquiste, speranze, coraggio, fiducia, forza. Pur accumunati nel mutismo selettivo, ognuno di questi bambini ha la propria storia e la propria personalità. Per le famiglie e per i bambini è stato un valore aggiunto al loro percorso: raccontandosi hanno preso coscienza di sé e della loro fatica del vivere quotidiano, delle soddisfazioni per quanto realizzato e per quello che ancora li aspetta».
Quali principali messaggi si augura che arrivino al pubblico, agli insegnanti e ai professionisti grazie a “SOTTOVOCE”?
«Far conoscere il problema perché molti non lo conoscono e di conseguenza non lo affrontano. Invece con questo docufilm sia gli insegnati che il pubblico si rende conto che non si
tratta di timidezza, o altro, ma di un piccolo problema più importante e poterlo affrontare con consapevolezza. Come per qualsiasi problematica, anche per trovare una soluzione nei casi di mutismo selettivo è indispensabile una seria conoscenza del disturbo che ne sta alla base. Attraverso un progetto e un percorso condivisi che coinvolgono attivamente il bambino muto selettivo, la sua famiglia, la scuola e tutti gli operatori coinvolti, il mutismo selettivo si può superare. Certamente, il mutismo selettivo condiziona e ostacola il bambino che ne è colpito, la sua famiglia e le persone intorno a lui ma, al contempo, come ogni “particolarità”, può anche essere un’opportunità di crescita umana per tutte le persone coinvolte. Il mutismo selettivo, sebbene caratterizzato dal silenzio, necessita di un autentico e profondo ascolto».
Guardando al futuro, quali iniziative intende ancora sostenere per aiutare concretamente i bambini colpiti da mutismo selettivo e le loro famiglie?
«La prima cosa è cercare di divulgare il docufilm “SOTTOVOCE” il più possibile e poi mettere a disposizione la struttura ATiMuSe per poter affrontare con loro eventuali casi di mutismo selettivo Mi sento di dire che le varie testimonianze, soprattutto quelle dei bambini danno un messaggio di speranza: il mutismo selettivo si supera! Spero che il pubblico colga il messaggio che si tratta di un problema momentaneo ma non da sottovalutare. Un altro messaggio che traspare è che lo si supera promuovendo la collaborazione tra la famiglia, la scuola e i terapeuti. Tutti devono mettersi in gioco!».
La tentazione di una giustizia sommaria
In un mondo contraddistinto da una recrudescenza della violenza a tutti i livelli (interpersonali, sociali, economici e politici), il diritto è più che mai sotto pressione. Il suo equilibrio - essenziale per garantire la ponderazione di interessi contrapposti - deve fare i conti con la crescente rivalsa di chi si sente vittima dell’agire dell’altro. Un equilibrio minacciato dalla tentazione di una giustizia sommaria.
Di Moreno Bernasconi
legge” vuole proteggere dal linciaggio o da un carcere disumano il presunto reo di un delitto. Oggi il diritto penale, che per un paio di secoli aveva posto al centro il reo di un delitto, ha fatto proprio in larga misura un approccio diverso, che pone al centro la vittima. Un progresso? Certamente, se un’accresciuta attenzione alle sofferenze delle vittime contribuisce ad impedire una giustizia cinica e abusi di potere. Tuttavia, solo un’inchiesta penale rigorosa e un esame processuale che ponderi i fatti e
Il diritto moderno è nato per arginare l’arbitrio, condanne sommarie senza processo e porre fine alla legge primitiva della vendetta. Quando Cesare Beccaria afferma “nessuna pena senza
giunga ad un verdetto equo permette di evitare la tentazione della giustizia sommaria che si va facendo strada, di nuovo, nella società odierna. Una tentazione che oggi viene alimentata dalla mediatizzazione glo -
bale e dai social media, che tendono a deformare i fatti, ad attizzare odi e vendette personali e di gruppo, ergendosi a tribunali popolari. E sfruttando cinicamente le sofferenze e la vulnerabilità delle vittime… per fare audience. Il principio che anima la mediatizzazione dei conflitti è inoltre la “presunzione di colpevolezza”, in contrasto con quello della “presunzione di innocenza” fino a condanna definitiva, che è un caposaldo del diritto penale. Le distorsioni dei fatti e lo sfruttamento delle emozioni proprie della mediatizzazione dei conflitti rappresentano una potente forma di pressione sull’operato della giustizia chiamata a dirimere conflitti e riparare torti in modo equo ed imparziale, garantendo i diritti fondamentali sia delle vittime che degli imputati/condannati. In tempi recenti (in particolare in casi e circostanze fortemente mediatizzate) le pressioni esercitate dalle vittime prima e durante il processo sono cresciute in modo esponenziale, esigendo pene esemplari che spesso vanno oltre il semplice risarcimento individuale ma rispondono a sentimenti di rivalsa, magari comprensibili ma che non possono essere un criterio oggettivo dal punto di vista della giustizia. Talvolta anche pretese di per sé attinenti al codice civile si trasformano in richieste di pesanti sanzioni di ordine penale. Sotto la pressione dell’opinione pubblica, il Legislatore ha emanato in molti Paesi leggi molto severe, di privazione della libertà, anche in campi dove essa dovrebbe essere “sub judice”. Il caso dell’inasprimento del codice della circolazione è emblematico. Se appare giustificata una pena severa contro un conducente che procura un incidente grave, un semplice superamento dei limiti di velocità può essere considerato un reato penal-
mente grave (che può portare addirittura alla privazione della libertà) anche senza che abbia provocato danni a cose o persone? Sorge il sospetto che in taluni casi l’inasprimento delle pene e la cosiddetta tolleranza zero rispondano a motivi propagandistici o populistici da parte del Legislatore o di un Governo confrontati con una crescente richiesta di repressione da parte del popolo. Gli abusi “di genere” sono un altro capitolo emblematico dove chi si dichiara vittima chiede spesso tolleranza zero e una giustizia severa prima ancora che l’iter processuale abbia fatto il suo corso. Richiesta legittima laddove esiste una violenza comprovata, ma che in certi casi si spinge a chiedere sanzioni “esemplari”, sommarie o “per analogia”, in forza anche solo di discriminazioni socio-culturali trascorse. Il rischioper esempio nel caso di parte del femminismo scaturito dal Mee-too - è di considerare colpevoli a prescindere i maschi come categoria perché veicoli loro malgrado del cosiddetto patriarcato e/o di rivendicare di conseguenza un inasprimento delle norme legali, sotto la pressione di manifestazioni politiche: condanne anche di comportamenti non lesivi ma innocui, solo sulla base della percezione soggettiva di chi si sente vittima. Penso ad esempio a severe condanne “per abuso sessuale” in presenza di un contatto involontario o inoffensivo, oppure, in assenza di un consenso dichiaratamente esplicitato, a procedere con effusioni amorose. In questi e in altri casi, che il legislatore o la giurisprudenza cedano semplicemente alla richiesta popolare di repressione da parte di chi si sente vittima non rappresenta la soluzione. Anche perché le rivendicazioni sono spesso contraddittorie. Prendiamo il caso delle leggi riguar-
danti l’Immigrazione “illegale”. Qui si scontrano due pretese popolari diverse. La prima esige dal Legislatore di promulgare (e allo Stato di applicare) leggi più severe di incarcerazione e di esplusione di chi è nell’illegalità e/o compie un delitto, a partire dal fatto che una parte della popolazione si sente minacciata nella propria sicurezza (o nel proprio posto di lavoro). La seconda, al contrario, esige un trattamento di rispetto dei diritti fondamentali (in forza di sentenze o della giurisprudenza di Organismi giuridici internazionali come la Corte europea dei diritti dell’uomo) riguardanti ad esempio l’accoglienza, il ricongiungimento familiare, la scolarizzazione e l’integrazione. Chi propugna (e manifesta) per l’accoglienza lo fa spesso sottolineando che chi fugge da Paesi poveri è (o è stato) a sua volta vittima (lui o i suoi padri) di uno sfruttamento iniquo da parte dei Paesi verso i quali emigrano illegalmente. Sulla stessa stregua, l’empatia verso le vittime anima movimenti in difesa delle minoranze o gruppi sociali con un passato di oppressione, verso i quali si chiede quindi al Legislatore o al Giudice di mostrare comprensione. Simile a questa fattispecie è il caso di manifestazioni violente o atti
vandalici contro la proprietà perpetrati da militanti per la causa del clima (Extinction Rebellion ad es.), oppure “antispecisti” e “anticolonialisti”. Essi giustificano le violenze poiché si considerano vittime di comportamenti passati e/o odierni (o futuri) lesivi contro i Paesi colonizzati, contro una razza oppressa o un genere, oppure contro la natura o addirittura contro gli animali (in questo caso le vittime da difendere sono gli animali stessi...). Se si accondiscende a che il diritto si conformi alle pressioni popolari e in ottemperanza soprattutto alla visione delle vittime (o di chi semplicemente si considera o si dichiara tale), giova tener presente che su tutti i punti summenzionati e altri ancora le nostre società oggi appaiono profondamente divise. Legislatori e Giudici di uno Stato si ritrovano quindi nella spiacievole situazione di essere chiamati a prendere partito per gruppi diversi di vittime ( o sedicenti tali), in conflitto fra loro. A farne le spese è uno dei principi fondanti dello Stato moderno: l’equilibrio del diritto e le garanzie che esso è chiamato a fornire a tutti i singoli cittadini e alla collettività. A fortiori in un periodo come il nostro di crescente conflittualità a tutti i livelli.
La capacità di gestire il cambiamento
Di Enrico Carpani
La premessa di una discussione sulla piazza finanziaria ticinese di oggi non può non ricondurre alle diverse cause esterne che ne hanno determinato i molti cambiamenti e le significative conseguenze che ne sono derivate nel corso degli
La necessità della profonda trasformazione imposta dal rapido e irreversibile mutamento delle condizioni generali in cui si è sviluppato il sistema bancario svizzero e soprattutto ticinese: se ne è parlato nella prima delle tavole rotonde del 2026 di Ticino Welcome. Partner della serata Emil Frey SA.
ultimi decenni. Non è stata certo una scelta strategica, insomma, bensì l’imprescindibile necessità di adeguarsi a un contesto internazionale in costante evoluzione a provocare il progressivo adattamento di un meccanismo che era andato affinandosi nel tempo – raggiungendo punte di crescita e di redditività di assoluta eccellenza – sino a diventare un vero e proprio riferimento per l’intero apparato economico del Cantone. Pur mantenendo un’indiscutibile so -
lidità e una sicura rilevanza nel ventaglio delle principali attività che si svolgono sul territorio, il segmento bancario risulta oggi sensibilmente ridimensionato rispetto alla sua età dell’oro della fine del secolo scorso. Nella fotografia che illustra il quadro attuale della situazione Franco Citterio, dal suo osservatorio privilegiato di Direttore dell’Associazione Bancaria Ticinese, ha voluto comunque sottolineare con alcuni dati la mantenuta competitività della piazza luganese in particolare: a fronte del diminuito numero di istituti attivi in città, attualmente 40, e della contrazione del gettito fiscale il comparto mantiene infatti nel suo complesso un elevato valore sul mer -
cato del lavoro con circa 20.000 addetti con impieghi di qualità. Se le maggiori difficoltà che il nostro settore finanziario è stato chiamato ad affrontare e superare sono da ricollegare principalmente alle varie…onde anomale che lo hanno colpito dall’esterno - le crisi internazionali dagli effetti planetari, le pressioni che hanno portato alla caduta del segreto bancario, il nuovo approccio fiscale promosso dalle autorità italiane, il fallimento di Credit Suisse e l’integrazione della seconda banca svizzera in UBS - sarebbe sbagliato non considerare anche alcune situazioni interne che pure hanno contribuito a indebolirne quantomeno l’immagine in una
fase storica già molto delicata. Da questa prospettiva, nel bilancio del rapporto tra il Ticino e il mondo bancario non sono mancate le zone d’ombra. Anzi, alcuni autentici momenti bui, che l’avvocato e professore Mauro Mini, ex magistrato attivo proprio nel periodo in cui casi la giustizia ebbe a occuparsi con preoccupante frequenza di episodi di diversa natura e portata: dal contrabbando alle malversazioni, sino alle pratiche di stampo mafioso e al riciclaggio in una sorta di evidente parallelismo cronologico della tipologia di queste casistiche con le varie sfumature proposte dal panorama del crimine sulla ben più vasta scala internazionale.
Luca Pedrotti
Karin Valenzano Rossi
Marco Tini
Mauro Mini
Alex Oberholzer
Franco Citterio
Sarebbe sbagliato negare che in quegli anni la nostra regione ha beneficiato di contingenze di indubbio favore - fondate sul piano normativo in vigore e amplificate nel loro impatto da quello geografico - per accedere a fonti di guadagno quasi illimitate, che per altre realtà sarebbe stato semplicemente impossibile immaginare: la consapevolezza del retaggio storico di un’epoca che puo`sembrare molto più lontana di quanto non sia realmente non ha pero`impedito a Karin Valenzano Rossi, Municipale di Lugano, Presidente del Consiglio di amministrazione di Banca Raiffaisen Lugano e membro del Consiglio di amministrazione di Banca Raiffaisen Svizzera, di sottolineare che questo modello oggi non esiste più né sarebbe più riproducibile. Per l’avvocatessa luganese le regole del gioco sono definitivamente e irreversibilmente cambiate, così come le condizioni generali e le competenze richieste agli operatori nell’ambito di un processo di trasformazione non privo di insidie, a cominciare dall’eccesso di procedure e dall’inevitabile burocratizzazione,
che generano costi aggiuntivi per risparmiatori e imprenditori. Per tutti i clienti, cioè, anche quelli di un istituto cooperativo originariamente votato al sostegno del mondo rurale, che ha saputo svilupparsi in tutti i
segmenti e trovare una collocazione a livello sistemico nel moderno contesto svizzero della finanza. Criticità e rischi non sono tuttavia solo un ricordo: si è assistito a una riduzione, è vero, per effetto dei sempre più sofisticati protocolli di controllo introdotti in Svizzera e all’estero ma neppure questa può essere ritenuta la soluzione ideale in grado di mettere tutti d’accordo. Perché le banche non sono tutte uguali e perché soprattutto per quelle più piccole secondo Marco Tini, CEO di Axion Swiss Bank esiste un reale pericolo di identità e dunque di ruolo: il loro modo di fare ed essere banca sta già mutando, a causa di una perdita di attrattività delle funzioni classiche dei collaboratori - diventati soggetti penalmente responsabili anche nei casi di negligenza - e di investimenti obbligati sempre maggiori di risorse umane nelle attività legali, di gestione dei rischi e di compliance.
La nostra piazza finanziaria non dovrà insomma smettere di provare a reiventarsi: per Alex Oberholzer, CEO di Credinvest, si dovranno esplorare nuovi mercati in alternativa a quello italiano per sfruttare nel modo migliore proprio questa estrema varietà di dimensione degli attori presenti sul territorio, che potrebbe
costituire - unitamente alla qualità della professionalità individuale - una delle caratteristiche peculiari nell’ottica di mantenere il suo potenziale, comunque ancora di assoluto valore: se il settore non è più paragonabile per struttura e compattezza a quello di un tempo si dovrà puntare piuttosto su un nuovo dinamismo e una maggiore agilità nel garantire un servizio realmente moderno.
Queste riflessioni non avrebbero potuto non intrecciarsi con l’attualità della complessa integrazione di Credit Suisse in UBS, che ha portato alla creazione di un sistema bancario svizzero molto diverso dal precedente. Luca Pedrotti , CEO di UBS Ticino, ritiene che questa
difficile e onerosa operazione, peraltro in fase di positiva realizzazione, è stata fondamentale per la piazza elvetica, che deve poter contare sulla forza trainante di un istituto di riferimento a livello globale. Al netto delle contrarietà nei confronti delle richieste giudicate eccessive del Consiglio Federale sulle riserve di capitale proprio UBS è pronta ad assumere pienamente il proprio ruolo in materia di sviluppo tecnologico e di formazione. «Il prossimo futuro - secondo Pedrotti - ci vedrà impegnati a continuamente innovare i nostri servizi e prodotti finanziari, anche grazie all’importanza delle nuove tecnologie. Una piattaforma evoluta capa -
ce anche di erogare servizi ad altri istituti della rete territoriale». Una visione indubbiamente molto interessante e generalmente condivisa al di là di alcune comprensibili divergenze nei rispettivi punti di vista emerse nel corso della discussione, che proietta con lucidità ed entusiasmo la piazza finanziaria ticinese in un’era di prevedibile, grande fermento in cui l’esperienza dei successi e delle vicissitudini che hanno fatto la storia del nostro modo di fare banca sarà indispensabile per superare le sfide tutt’altro che semplici che la attendono.
Intervista con Isabella Lenzi Massei, Direttrice LAC Edu LAC Edu rappresenta un tassello fondamentale del LAC, Lugano Arte e Cultura, coerentemente con la sua filosofia: un centro culturale per tutti.
Di Donatella Révay
«All’inizio era quasi una scommessa», racconta Isabella Lenzo Massei.
«Quando dieci anni fa è nato il nuovo centro culturale che accoglieva arte, teatro danza e musica, si è pensato a un settore trasversale dedicato alla mediazione culturale. Anche grazie al sostegno di UBS, partner della prima ora che ha scelto di investire proprio in questo ambito, abbiamo deciso di provarci».
Da allora Isabella Lenzo Massei guida LAC Edu, progetto rivolto fin dall’inizio a un pubblico ampio –bambini e famiglie, giovani, adulti, scuole – e cresciuto nel tempo fino ad abbracciare con maggiore attenzione anche il tema dell’accessibilità alle persone con disabilità. Con un Master per i servizi educativi del patrimonio artistico conseguito presso l’Università Cattolica del Sacro Cuore di Milano, Lenzo Massei è oggi la responsabile e coordina le attività di mediazione culturale del
“Proponiamo attività che valorizzano la trasversalità delle discipline artistiche, l’innovazione e la qualità delle proposte, con un’attenzione costante all’accessibilità. L’offerta è molto diversificata: concerti interattivi, workshop, percorsi guidati, atelier creativi, conferenze, spettacoli didattici ed esperienziali, letture, installazioni”.
LAC: strategie educative, progetti di audience development, partecipazione e inclusione nei contesti museali e performativi.
Qual è il ruolo del mediatore culturale nell’arte?
«Il ruolo della mediazione artistica e culturale è quello di stimolare il processo creativo nelle persone, favorire la riflessione e il dialogo attorno alla cultura e all’arte e offrire nuovi punti di vista sugli artisti e sulle loro opere. Non si tratta solo di spiegare, ma di creare connessioni e aprire spazi di confronto».
Attraverso quali iniziative si realizza questo obiettivo?
«Proponiamo attività che valorizzano la trasversalità delle discipline artistiche, l’innovazione e la qualità delle proposte, con un’attenzione costante all’accessibilità. L’offerta è molto diversificata: concerti interattivi, workshop, percorsi guidati, atelier creativi, conferenze, spettacoli didattici ed esperienziali, letture, installazioni. Tutto è pensato per permettere a persone di ogni età di avvicinarsi alle arti in modo diretto e coinvolgente».
Come siete organizzati?
«Oggi abbiamo raggiunto proposte per oltre 250 attività, cui si aggiungono i progetti dedicati alle scuole. La programmazione si svi -
luppa da settembre a giugno, con un’appendice ad agosto in occasione del Locarno Film Festival.
Alcuni appuntamenti si ripetono annualmente, altri sono nuovi o ancora in fase di progettazione. Dopo il periodo del Covid, che ha evidenziato quanto l’arte fosse uno dei pochi spazi capaci di far stare bene insieme le persone, si è scelto di puntare su iniziative che offrano strumenti di lettura delle varie opere ma anche occasioni di relazione. L’arte diventa così un mezzo per conoscersi meglio e comprendere il mondo».
Qual è il ventaglio delle attività?
«Le attività si articolano in quattro linee direttive. Una è legata al supporto delle stagioni teatrali, con incontri con attori, approfondimenti
CHI È ISABELLA LENZO MASSEI
Laureata in Lettere nel 2000 all’Università di Losanna, nel 2001 lavora per i Servizi culturali delle Città di Bologna e Losanna e per la casa d’aste Christie’s International a Ginevra e Lugano. Dal 2003 è collaboratrice scientifica per il Museo d’Arte e il Museo delle Culture del Dicastero Attività Culturali della Città di Lugano. Nel 2005 consegue un Master in Servizi Educativi per il Patrimonio Artistico, dei Musei Storici e di Arti Visive presso l’Università Cattolica del Sacro Cuo -
re di Milano; nel 2007 è incaricata di strutturare il Settore Attività educative del Dicastero Cultura di Lugano. Per il Museo delle Culture cura per sette edizioni il progetto educativo, espositivo ed editoriale “Dèibambini”, dedicato al rapporto tra arti etniche, creatività infantile e pedagogia. Nel 2014 definisce l’offerta educativa del centro culturale LAC Lugano Arte e Cultura, ideando il progetto LAC edu; dall’anno successivo è responsabile delle attività di mediazione culturale del LAC.
sui temi degli spettacoli e percorsi dedicati alle scuole. Un’altra area riguarda il benessere e lo “star bene” attraverso le arti: ad esempio, sessioni di yoga accompagnate da musica dal vivo, dove l’esperienza artistica è parte integrante del percorso».
Come nascono le idee?
«Con un numero così elevato di proposte, non tutto viene sviluppato internamente, LAC Edu svolge soprattutto un ruolo di coordinamento. Accanto al lavoro interno, c’è un dialogo costante con il territorio e con gli artisti che spesso propongono progetti e desiderano entrare in relazione con il pubblico attraverso la loro arte. Il compito della direzione è valutarne la qualità e la coerenza, assicurando che ogni proposta abbia una chiara finalità».
Come avviene la scelta delle proposte?
«Si privilegiano esperienze capaci di lasciare un segno, che permettano
alle persone di uscire “un po’ diverse” da come sono entrate. Comprendere meglio gli aspetti tecnici di un dipinto o di uno spettacolo è importante, ma il significato più profondo dell’arte passa anche attraverso un linguaggio non verbale, capace di creare relazioni autentiche e durature. Ed è proprio questo uno degli obiettivi principali».
Com’è l’offerta?
«L’offerta è molto ampia: dai bambini, anche piccolissimi da sei mesi, che partecipano con le mamme, ai ragazzi che dopo aver osservato un’opera si cimentano con carta e colori; dagli adulti che frequentano corsi di yoga e musica dal vivo, alle signore
che sferruzzano mentre discutono di teatro; fino a chi sceglie di sperimentarsi nel laboratorio teatrale».
Altri esempi?
«Tra le iniziative più originali appunto il Tricot caffè, sviluppato con la collaboratrice Alice Nicotra, un momento informale in cui sorseggiando un tè, o un caffè, parlando di teatro e facendo sciarpe o maglioni si crea comunità; oppure altre iniziative in cui gruppi affiatati si confrontano e condividono una tazza di caffè con il critico teatrale Graziano Graziani, impegnato ad offrire loro strumenti di analisi e lettura teatrale. Tra i partecipanti c’è anche un gruppo di giovani: le
connessioni che si creano proseguono poi attraverso una chat dedicata. Abbiamo realizzato anche progetti particolari: concerti interattivi con congegni sonori inusuali o un’installazione in piazza in cui, posizionandosi su barre a terra e toccando un’altra persona, si attivava un circuito elettrico a bassa tensione che produceva in modo sorprendente… suoni su chi era toccato!
Organizziamo inoltre conferenze con esperti e personalità di rilievo su temi diversi. Le Colazioni letterarie di quest’anno ruotano attorno al femminile e al tema delle sorelle, in accordo con il dramma in cartellone in questa stagione “Le Tre sorelle” di Anton Cechov, a cura del
direttore artistico Carmelo Rifici. Prosegue anche la rassegna cinematografica Visioni parallele, pensata per accompagnare e approfondire alcuni spettacoli che compongono il focus centrale della stagione, ponendo al centro il dialogo tra letteratura, teatro e cinema».
Si tratta di una mole di lavoro davvero impressionante! «È la passione che ci muove e il fatto che il LAC propone sempre novità. Ecco che, dopo l’integrazione delle attività di LuganoMusica nel nuovo settore Musica, si sono aperti nuovi orizzonti: Musica nei quartieri, che trasforma luoghi quotidiani della città in palcoscenici inaspettati, portando la musica dove meno te lo aspetti; spazi aggregativi che si aprono offrendo occasioni di ascolto e favorendo la coesione sociale. Avere
l’opportunità di partecipare a un concerto di musica classica in un luogo insolito è un altro modo di vivere la cultura come strumento di incontro tra arte, socialità e territorio. Sono molti, infatti, i fattori che possono frenare una visita al LAC: indifferenza, stanchezza, pigrizia, difficoltà di trasporto o economiche. L’idea di fondo è semplice: se non tutti riescono ad andare al LAC, il LAC può andare verso di loro».
E, per concludere, una citazione di Jacques Copeau che ben si addice allo spirito del LAC tutto: «Non nasce teatro laddove la vita è piena, dove si è soddisfatti. Il teatro nasce dove ci sono delle ferite, dove ci sono dei vuoti… È lì che qualcuno ha bisogno di stare ad ascoltare qualcosa che qualcun altro ha da dire». LAC Edu può essere una risposta.
Dalle energie dinamiche della danza contemporanea alle creazioni classiche e narrative, la programmazione riflette l’impegno del LAC nel presentare spettacoli di alto livello internazionale e compagnie di grande rilievo artistico. Performance concepite da coreografi acclamati e compagnie di fama mondiale che uniscono virtuosismo tecnico a profondità espressiva. Accanto a queste proposte di respiro globale, la stagione include lavori di creazione contemporanea o sperimentali e riletture di repertorio che esplorano nuove forme di relazione
Incontro di coreografie dal mondo
La stagione di danza al LAC prosegue con un cartellone ricco e stimolante, capace di abbracciare con equilibrio e inventiva una sorprendente varietà di linguaggi coreografici.
tra corpo, spazio e narrazione. La qualità delle compagnie invitate e la varietà dei generi rappresentati –dal linguaggio interpretativo alla coreografia visionaria – testimoniano la vocazione del LAC come spazio di incontro tra differenti estetiche della danza e come piattaforma di dialogo culturale che valorizza tanto artisti affermati quanto proposte emergenti. Tra le interessanti proposte di marzo merita una particolare segnalazione l’incontro tra la danza contemporanea e la breakdance - nell’ambito di Steps, Festival della danza del Percento culturale
Migros – in una serata che porta in scena due visioni artistiche potenti e diverse, per la prima volta insieme in Svizzera. Il programma, dal
Dansteater, punto di riferimento nel repertorio contemporaneo. Protagoniste sono due danzatrici straordinarie che, attraverso il movimento, tracciano le sottili linee di connessione tra gli esseri umani, rivelando quanto possiamo essere diversi e al tempo stesso profondamente vicini. Un inno delicato alla diversità, e insieme una potente esortazione a riconoscere e celebrare l’altro. La seconda coreografia Power: Still Going Strong riunisce sullo stesso palco due leggende della scena break internazionale: l’olandese Maikel Walker e
titolo Timeless Encounters, si apre con Fine Lines, duetto firmato da Roser López Espinosa per la compagnia svedese Skånes
il francese Bosila Banya, meglio noto come B-Boy Junior, affiancati dal coreografo Lloyd Marengo. Insieme raccontano le proprie traiettorie personali, dall’infanzia fino a oggi, con una carica fisica ed emotiva che travolge. Differenti per età e fisicità, condividono un’energia fuori dal comune e movimenti che continuano a
ispirare generazioni di ballerine e ballerini in tutto il mondo.
Sempre nell’ambito di Steps, arriva per la prima volta al LAC la GöteborgsOperans Danskompani, una delle compagnie di danza contemporanea più innovative d’Europa, con Hammer, creazione di maggior successo della sua storia recente, firmata dal pluripremiato coreografo svedese Alexander Ekman. Lo spettacolo si articola in due atti e conduce il pubblico in un’esperienza coreografica potente e coinvolgente, che attraversa gli opposti della nostra epoca: dall’armonia collettiva di un mondo “offline” alla frenesia egocentrica della vita “online” – per poi tornare alla dimensione più autentica dell’essere. Un viaggio visionario, un invito a scegliere la vita vera, al posto dei riflessi distorti dei “like”.
Alexander Ekman, coreografo visionario apprezzato a livello internazionale per il suo stile audace, ironico e profondamente contemporaneo, torna a collaborare con la Göteborgs Operans Danskompani per la terza volta. Con il suo linguaggio scenico innovativo, Ekman mette a nudo l’immagine che la società ha di sé, regalando momenti di riflessione e umorismo. Uno degli appuntamenti imperdibili della stagione di danza è previsto a giugno, nell’ambito di Lugano Dance Project 2026, con Kontakthof –Echoes of ’78 coreografia tra le più emblematiche del repertorio di Pina Bausch, “madre del teatro-danza”.
A quasi cinquant’anni dal debutto del 1978, la coreografa australiana Meryl Tankard – già interprete dello spettacolo originale – torna a collaborare con alcuni dei membri storici del cast, dando vita a un’intensa riflessione sul tempo che passa. Creata in un momento in cui la sua posizione nel mondo della danza stava ottenendo pieno riconoscimento, Kontakthof rappresenta un capitolo fondamentale nella lunga collaborazione tra la coreografa tedesca e Rolf Borzik, autore delle scene, dei costumi e della documentazione visiva della produzione. Si racconta che, già durante la creazione della versione originale del 1978, Pina Bausch immaginasse lo stesso gruppo di danzatori interpretare l’opera molti anni dopo, da adulti. Nel 2024, questo desiderio prende forma: Meryl Tankard si riunisce con alcuni membri del cast originale per dare vita a un nuovo allestimento che intreccia le proiezioni di filmati d’ar-
chivio restaurati – con le loro esibizioni da giovani – alla presenza fisica degli interpreti di oggi. Un dialogo commovente tra passato e presente, che celebra chi è ancora in scena e rende omaggio a chi non c’è più. www.laclugano.ch
Panoramic Banana – Album degli abitanti del Nuovo Mondo
Michele Di Stefano / mk.
18–19 aprile
Roberto Bolle and Friends
21 aprile
Human in the loop
Cie Nicole Seiler
22 aprile
Rimaye – Un disvelamento materico AZIONIfuoriPOSTO
10–11 giugno
Kontakthof - Echoes of’78
Pina Bausch / Meryl Tankard
Affascinante mosaico di linguaggi artistici
Dai classici contemporanei alla videoarte dalla Corea, nel 2026 il MASI prosegue l’indagine sui linguaggi e le traiettorie dell’arte svizzera e internazionale. Dall’autunno la collezione e gli spazi museali saranno al centro del nuovo percorso di ricerca della prossima direttrice Letizia Ragaglia
La stagione 2026 al MASI si apre a primavera con la personale di uno dei protagonisti della scena artistica svizzera contemporanea, Jean-Frédéric Schnyder, e la collettiva “K-NOW! Korean Video Art Today”, che esplora il panorama artistico della Corea del Sud attraverso il linguaggio della videoarte. È invece dedicata a una delle voci più intense e originali dell’arte contemporanea statunitense la prima retrospettiva su Kaari Upson, che di inaugurerà a settembre 2026.
Un museo globale con radici locali, che guarda alla collezione e ai propri spazi come fonti ispiratrici da re-inventare: questa la visione della futura direttrice Letizia Ragaglia, che prenderà forma nella mostra autunnale “Re-imaginings. MaiThu Perret e Una Szeemann”.
Con un approfondimento speciale su Boccioni prosegue anche nel 2026 il focus sulla storia dell’arte del Ticino e sulle collezioni museali, mentre Palazzo Reali ospiterà un progetto inedito dell’artista Kaspar Ludwig, vincitore del Premio Culturale Manor Ticino 2026.
K-NOW!
Korean Video Art Today La stagione 2026 si inaugura al MASI con “K-NOW! Korean Video Art Today”. La mostra invita a
esplorare, attraverso il linguaggio della videoarte, la scena artistica contemporanea della Corea del Sud. In un percorso immersivo, ospitato nella sala ipogea del LAC, saranno presentate opere di artisti, artiste e
collettivi di nuova generazione –Chan-Kyoung Park, Jane Jin Kaisen, Ayoung Kim, 염지혜 (Eom Jihye), Onejoon Che, Sojung Jun, SungSil Ryu e Heecheon Kim – che affrontano temi legati all’identità, alla memoria e alla trasformazione sociale di un Paese passato in pochi decenni dalla devastazione della guerra a potenza globale. Curata da Francesca Benini e Je Yun Moon, già vicedirettrice dell’Art Sonje Center di Seoul, “K-NOW! Korean Video Art Today” sarà visibile al LAC dall’8 marzo al 19 luglio 2026.
Jean-Frédéric Schnyder
La Pittura 2024/2025
Dai linguaggi della videoarte a quelli della pittura, nel secondo appuntamento espositivo di primavera il MASI presenta la personale di uno dei protagonisti della scena artistica svizzera contemporanea, Jean-Frédéric Schnyder (1945, Basilea, vive a Zug). Con coerenza, indipendenza e un particolare estro eclettico, in oltre sessant’anni di attività Schnyder ha saputo rinnovare costantemente il linguaggio pittorico. Uno dei temi ricorrenti nella sua produzione, che pure attraversa generi diversi, è la ricerca sul paesaggio, a cui Schnyder si è dedicato sistematicamente come pochi altri artisti del nostro tempo.
Su questo aspetto si concentra la sua personale al MASI intitolata “Jean-Frédéric Schnyder. La Pittura 2024/2025” (a cura di Tobia Bezzola e Ludovica Lorini, sede LAC, dal 15.03 al 09.08.2026). Il percorso espositivo presenterà un nuovo ciclo di dipinti inediti realizzati dall’artista negli ultimi due anni, in un’alternanza tra piccoli paesaggi en plein air eseguiti in vari luoghi della Svizzera e tele realizzate in atelier da soggetti disparati. Inoltre, saranno esposti anche due lavori iconici dell’artista: Billige Bilder (Quadri di poco conto, 2000–2019) e la monumentale Stilleben (Natura morta, 1970).
Kaari Upson
Dollhouse –Una retrospettiva
Guida invece a una riflessione più intensa e originale dell’arte contemporanea statunitense: Kaari Upson, Dollhouse – Una retrospettiva, la prima grande mostra postuma dedicata all’artista. Attraverso scultura, video, disegno e installazione, Kaari Upson (1970–2021) ha sviluppato un’opera stratificata che indaga il corpo, le relazioni, la malattia e la
Re-imaginings
perdita. Il progetto espositivo al MASI comprende opere emblematiche di Upson, tra cui le serie legate al celebre Larry Project e l’imponente installazione THERE IS NO SUCH THING AS OUTSIDE, presentata per la prima volta alla Biennale di Venezia nel 2019. L’esposizione, frutto di una collaborazione internazionale con il Louisiana Museum of Modern Art Humlebæk e la Kunsthalle Mannheim e a cura di Francesca Benini e Taisse Grandi, Venturi sarà ospitata nella sala ipogea del LAC (dal 06.09.2025 al 10.01.2027).
Mai-Thu Perret e Una Szeemann Nell’autunno 2026 inaugura la prima mostra al MASI curata dalla futura direttrice Letizia Ragaglia, intitolata Re-imaginings. Mai-Thu Perret e Una Szeemann, che riunisce le due persone di Perret (Ginevra, 1976) e Szeemann (Locarno, 1975) in un unico progetto espositivo. Per l’occasione, le artiste sono state invitate a entrare in dialogo con le collezioni del MASI attraverso una selezione di opere da loro scelte. Il progetto è il primo tassello di un nuovo percorso di ricerca che, attraverso cui il MASI si presenta come istituzione globale con radici locali e invita artiste e artisti internazionali a reinterpretare il patrimonio museale e il contesto ticinese. Pur con linguaggi differenti, Perret e Szeemann condividono un interesse per la temporalità, la
memoria e le forme rituali. Le loro ricerche, tra mito, natura e narrazione, offrono nuove chiavi di lettura della collezione del MASI e aprono prospettive inedite sul futuro. Il percorso espositivo, che si estende anche in spazi del museo solitamente non accessibili al pubblico, è ospitato al LAC (15.11.2026 – 16.05.2027).
collezioni museali all’interno del percorso Sentimento e osservazione, con un approfondimento dedicato a Umberto Boccioni (1882–1916). La mostra, costruita attorno ai dipinti futuristi donati alla Città di Lugano dagli eredi di Gabriele Chiattone, committente e sostenitore dell’artista nei suoi anni milanesi, offre uno sguardo ravvicinato su una fase decisiva dell’evoluzione artistica di Boccioni e restituisce l’intensità della sua ricerca tesa alla conquista di un linguaggio nuovo. LAC, a cura di Cristina Sonderegger, dal 09.08.2026 al 24.01.2027.
Umberto Boccioni
Nel 2026 prosegue poi il focus sulla città d’arte del Ticino e sulle
Kaspar Ludwig
Dal 17 ottobre 2026 Palazzo Reali ospita invece un progetto inedito dell’artista Kaspar Ludwig (Norimberga, 1985), vincitore del Premio Culturale Manor Ticino 2026 (fino al 04.04.2027), mentre la collettiva Autoritratti dalla collezione (1928–2021), allestita nelle sale del piano terra, rimarrà visibile fino al 21 giugno 2026.
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Meno neve ma le gallerie d’arte proliferano
Intervista a Monica De Cardenas a Milano, gallerista internazionale che seleziona arte poetica con scelte coraggiose, dividendosi tra paesaggio montano e metropoli lombarda.
Di Cristina Zappa
Hai una laurea a Zurigo in storia dell’arte e letteratura tedesca, sei di origini svizzero-italiane, eppure per il tuo primo lavoro ti sei trasferita a Napoli… «La città sul mare mi affascinava e dopo gli studi ho lavorato con Lia Rumma a Napoli. La sua galleria era già molto importante per le scelte e gli artisti che trattava sin dagli anni Sessanta. Con lei ho viaggiato molto, soprattutto in America e imparato il mestiere. Prima, mentre studiavo, avevo già lavorato da Elisabeth Kaufmann a Zurigo».
Nel 1992 ti sei trasferita a Milano e hai aperto la galleria nel tuo appartamento. Sei stata visionaria anche nella location, perché ai tempi la zona di Corso Como era un luogo sconnesso dal centro, mentre oggi accanto a te ci sono i nuovi grattacieli di Piazza Gae Aulenti e il Bosco Verticale... «Mio padre mi donò un appartamento a Milano ed io lo trasformai subito in galleria d’arte per avviare la mia attività. In seguito, ho ampliato gli spazi, ma sono sempre rimasta all’interno di questo bell’edificio degli anni Trenta, molto luminoso e che si affaccia su due grandi cortili verdi. All’inizio sembrava di essere in periferia, mentre ora la zona è diventata un nuovo centro, ben frequentato e internazionale».
Qual è stata la tua prima mostra? «La prima mostra è stata una personale del pittore svizzero Martin Disler, esponente del neo-espressionismo (1949-1996). Ho poi introdotto giovani artisti che in seguito sono diventati delle star internazionali, come tra i tedeschi, i fotografi Thomas Struth con i suoi musei e siti storici e Thomas Demand con i suoi modelli in tre dimensioni e lo scultore su legno Stephan Balkenhol. Tra i miei primi clienti ci sono stati, tra gli altri, collezionisti visionari come Panza di Biumo, Paolo Consolandi e Gemma Testa».
Guardando la tua accurata selezione includi artisti di nazionalità diverse e generazioni antitetiche offrendo un dialogo tra passato e futuro. Mi pare di capire che il tuo intento è indurre il visitatore a riconsiderare le nozioni tradizionali tra pittura e rappresentazione… «Mi piace lavorare con artisti di generazioni diverse che nel loro lavoro ci mostrano il mondo in modo nuovo, amplificando la nostra percezione. Amo la pittura, la scultura e la fotografia che si esprimono con una certa essenzialità tra figurazione e astrazione. Nelle mie ricerche prevale una dimensione poetica, intesa come attenzione alla sensibilità, all’atmosfera e alla capacità evocativa e di in-
novazione delle immagini. Si trova per esempio nelle ultime mostre di Claudia Losi (fino al 21 marzo) e Slawomir Elsner (terminata il 28 febbraio, entrambe a Milano)».
Alex Katz, un nome altisonante e un artista importante della tua scuderia, quando gli hai fatto la prima mostra?
«La sua prima mostra l’ho fatta a Milano nel 1997, quando l’artista americano era poco conosciuto in Europa. Negli anni successivi la Saatchi Gallery di Londra e diversi musei europei gli dedicarono delle mostre personali e la sua fama crebbe in modo esponenziale».
Ma come è entrato nella tua scuderia?
«Quando ancora studiavo a Zurigo, vidi un suo dipinto sulla rivista d’arte Parkett (1984-2017) e rimasi letteralmente folgorata. Cominciai a leggere tutto su di lui. Quasi dieci anni più tardi, dopo aver aperto la galleria di Milano, decisi di cercarlo a New York; riuscii a andare a trovarlo a Soho insieme al suo gallerista americano. Ci fu subito un rapporto di simpatia tra di noi, ma Alex Katz negli USA era già famoso ed io al tempo ero una giovane gallerista sconosciuta. Ciò nonostante, dopo un assiduo
corteggiamento, riuscii a fare la sua prima mostra: venne a Milano insieme a Ada, sua moglie e musa di una vita. Da allora non abbiamo mai interrotto la nostra collaborazione. Un momento magico è stata la sua grande retrospettiva al Guggenheim Museum di New York nel 2022-2023».
Zuoz non è un luogo “ovvio” per l’arte contemporanea. Tu hai aperto nel 2006 proprio qui la tua seconda galleria (Chesa Albertini, casa tipica engadinese del XIV secolo, nel centro storico). Arrivavi da
Milano ove già avevi uno spazio conosciuto e avviato. Non è un white cube e le opere si adattano allo spazio in un dialogo percettivo e storico. Cosa ti ha portata qui? «Ho da sempre un legame profondo con l’Engadina, dove già da bambina trascorrevo le vacanze coi miei genitori e dove ho poi frequentato il liceo. Amo le antiche case engadinesi e quindi a un certo punto ho unito questa passione a quella per l’arte contemporanea. Ho acquistato una casa antica nel cuore di Zuoz, che è il paese più antico dell’Engadina, e l’ho ristrutturata con l’aiuto dell’architetto Hans-Jörg Ruch, che ha ideato un modo nuovo per far rivivere le antiche case. Col tempo ho incontrato molti altri appassionati d’arte e collezionisti in Engadina, che del resto è da sempre stata meta anche di artisti e scrittori, penso a Proust, Nietzsche, Segantini, Giacometti e molti altri in anni recenti».
Il paesaggio Engadinese influisce in qualche modo sul tuo sguardo curatoriale internazionale e nel rapporto con i tuoi artisti?
Mi spiego meglio, i tuoi artisti dialogano più con la tradizione del moderno (Marisa Merz, Fausto Melotti, Gianni Colombo) o hai altre priorità nelle tue scelte?
«Per me la priorità, oltre alla poetica dell’opera, è poter avere un dialogo aperto e continuo con gli artisti. Tieni presente che ho frequentato intensamente Marisa Merz (1926—2019) e ho organizzato una sua mostra personale nel 2012, quando era ancora in vita e quindi è potuta venire a Zuoz per l’inaugurazione. Essendo l’unica artista donna dell’Arte Povera, ha avuto riconoscimenti internazionali più tardi degli altri, quindi solo in quegli anni: nel 2013 ha ricevuto il premio alla carriera della Biennale di Venezia e in seguito ha avuto mostre al Metropolitan a New York e all’Hammer Museum di Los Angeles. A Zuoz tra altre cose ho scelto di presentare importanti artisti italiani poco conosciuti in Svizzera, come Gianni Colombo, Fausto Melotti e per l’appunto Marisa Merz, ma anche importanti artisti svizzeri come Franz Gertsch, Markus Raetz (nel 2016 il Masi gli ha dedicato una mostra monografica), Uwe Wittwer e recentemente Thomas Huber».
Zuoz o Milano, quale è stata la mostra che ti è rimasta nel cuore e per quali motivi?
«Difficile dirlo, perché amo tutti i mei artisti e le loro opere. Oltre alla pittura sempre in equilibro tra figurazione ed astrazione di Alex Katz, amo la poesia concettuale di Markus Raetz, l’arte cinetica di Gianni Colombo, la poetica sublime di Gianni Melotti, l’artista Coreana residente in Italia Chung Eun-Mo e la sua pittura astratta reminiscente di colori e composizioni rinascimentali, l’artista italiana Linda Fregni
Nagler, che riflette sulla storia e sul linguaggio della fotografia (attualmente è in corso una sua mostra personale alla GAM di Torino). Ho sempre realizzato mostre personali e collettive di cui ho seguito personalmente la curatela».
Oggi hai ben 3 gallerie di cui 2 svizzere e un parterre internazionale. Reputo visionaria la tua idea di tenere Milano a Porta Nuova, è stato un caso? «Ho un profondo legame affettivo con la città e Milano negli ultimi anni è diventata sempre più vivace, sempre più ricca di belle mostre ed eventi cultuali. E amo la mia galleria, non solo perché è la prima».
Cosa ne pensi di NOMAD, ritieni sia un’opportunità di confronto per i tuoi collezionisti o un mero richiamo commerciale?
«Reputo NOMAD una fiera innovativa, che riesce a unire arte e design; le locations sono molto suggestive e sempre diverse. Io partecipo anche quest’anno. Avrà luogo a Villa Beaulieu (ex clinica Dr. Gut) in via Arona, nel cuore di St. Moritz dal 12 al 15 febbraio».
Chi sono i tuoi collezionisti, privati, istituzioni, persone del luogo o più internazionali?
«La mia clientela è internazionale, ma diciamo anche locale: svizzera, italiana e tedesca. Poi ci sono i visitatori estemporanei. La mia galleria è aperta a tutti».
Quali sono i tuoi artisti svizzeri che reputi in sintonia col territorio engadinese?
«Non faccio scelte mirate con soggetti montani o legati al territorio, presento tutti i miei artisti nelle diverse gallerie. Fondamentale è sempre la loro arte, l’innovazione e la sperimentazione, e il modo migliore di presentarli. Ora a Zuoz è in corso una mostra di Thomas Huber (fino al 5 aprile) che è stato allievo di David Hockney. L’artista svizzero vive tra Berlino e l’Italia; i suoi meravigliosi dipinti ad olio ritraggono vasti paesaggi in diversi luoghi e momenti di luce con uno stile sintetico e personale, ma questo è uno dei rari casi in cui a Zuoz espongo dipinti di montagne e laghi. Il MASI di Lugano gli ha dedicato una grande mostra personale nel 2022».
Il tuo spazio a Zuoz è un contro-luogo rispetto alle metropoli dell’arte: le tue esibizioni rispettano la lentezza e il silenzio che contraddistingue il paese?
«Zuoz è un luogo che invita alla contemplazione: qui tutto scorre lentamente, in un’atmosfera ovattata che rispetta i ritmi di chi lo abita e di chi vi soggiorna. Un rifugio per chi lascia la frenesia e il caos della città alla ricerca di pace nella natura e del tempo da dedicare anche all’arte».
Rispetto a Lugano o Milano la tua curatela è condizionata diversamente?
«Diciamo che la curatela viene influenzata dagli spazi delle mie gallerie, molto diversi tra loro. Amo gli spazi connotati dalla loro storia, in cui l’arte contemporanea può dialogare con l’architettura e l’arte del passato».
01 Opera di Alex Katz
“Vivien in White Coat 3” 2020
Oil on linen 91,4 x 167,5 cm
02 Vista della galleria di Zuoz dall’esterno
03 Installation view della mostra di Markus Raetz presso la galleria di Zuoz, 2023-2024
04 Installation view della mostra corrente di Thomas Huber presso la galleria di Zuoz
Soprano, attrice, personaggio televisivo, Katia Ricciarelli è nata a Rovigo ricordata come “Città delle rose”. Ludovico Ariosto nell’Orlando furioso, descrive questa città come «la terra il cui produr di rose / le dié piacevol nome in greche voci».
Di Fausto Tenzi
Il richiamo alla classicità greca evocata dall’Ariosto ci immerge in un tempo cortese e elegante dove con umiltà e bellezza le rose chinano i loro petali sotto una goccia di rugiada. Piace pensare
che dall’humus evocato dal poeta sia sbocciata un’altra fulgida rosa tramandata poi nel firmamento musicale lirico con un nome esotico, “Katia”, soprano e prezioso dono ai melomani di mezzo mondo.
Al di là della aulica presentazione del personaggio amabilmente cinto tra le braccia di Euterpe è doverosa una premessa che conferisce a Katia l’unicità della sua voce e del suo canto. In un glossario nel quale curiosa-
mente prevalgono criteri di valutazione vocale vagamente muscolari, i cantanti lirici vengono definiti ora con voci leggere, liriche, liriche spinte, drammatiche, verdiane o pucciniane, veriste, wagneriane, barocche e quant’altro, esulando da un principio fondamentale tramandato da una sparsa dinastia di geni compositori che hanno tracciato sul magico rigo musicale note, drammaturgia e persino insite regie teatrali. All’interprete il compito della grande esecuzione musicale e vocale attraverso l’ascolto edonistico intelligente della propria voce, dalle “aree del piacere” (vere e proprie custodie dell’essere, del pensiero e infine del colore vocale).
La sintesi di questo principio di fisiologia vocale è nel canto, o meglio, nel Bel Canto di Katia Ricciarelli, ben rappresentato nella
trasposizione cinematografica dell’Otello di Giuseppe Verdi, realizzata nel 1986 da Franco Zeffirelli con la direzione musicale di Lorin Maazel. La nobiltà di Desdemona, contrapposta all’isterica gelosia di Otello (interpretato da Placido Domingo) emerge con straordinaria perfezione vocale e drammaturgica. Nel momento che precede l’epilogo dell’opera, l’appello invocato tre volte è un “grido” che in Katia Ricciarelli prorompe con un suono vocale strumentale perfetto, umano e straziante. La cantilena del contrabbasso dell’orchestra accompagna l’apparizione di Otello accanto al letto di morte… i baci furtivi rubati alla vita, la condanna di Desdemona, l’epilogo del capolavoro di Giuseppe Verdi. La fine, lo spazio lasciato alle più intense emozioni.
Impiantistica e gestione razionale dell’energia
n Impianti di climatizzazione ventilazione, riscaldamento
Ritroviamo Katia Ricciarelli tra le eroine pucciniane, Floria Tosca, Suor Angelica, Liù in Turandot, Mimi ne La Bohème, Violetta Valery ne La traviata, Amelia nel Ballo in maschera, Elisabetta di Valois nel Don Carlos, Gilda in Rigoletto, in Medea, Adriana Lecouvreur, Anna Bolena, Lucia di Lammermoor, Fedora, Maddalena di Coigny nell’Andrea Chenier, Donna Anna e in altri ruoli dove vocalità tra Adina, Tosca, Euridice o Norma, in Verdi o Mozart, convergono in un solo canto.
Katia Ricciarelli trasfonde il suo patrimonio tecnico vocale alle giovani leve del bel canto attraverso lezioni, masters class, concorsi, atti a continuare e a perpetuare un patrimonio dell’umanità, quale e l’arte della musica e dell’opera lirica.
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n Consulenza energetica
La fotografia come strumento di cambiamento sociale
Manuel Bauer è uno dei fotogiornalisti più noti della Svizzera. Cinque anni fa ha fondato TruePicture, un programma di supporto e mentoring per giovani talenti del fotogiornalismo. «Il potere della fotografia è un pilastro fondamentale per la formazione dell’opinione pubblica e per la democrazia», afferma.
Quali sono state le tappe principali del suo sviluppo personale e professionale, e come hanno influenzato il suo approccio al mondo della fotografia?
«I miei genitori mi hanno consentito di avvicinarmi molto presto alla fotografia. Mia madre lavorava nell’edito -
ria, mentre mio padre era grafico, illustratore e artista. La sua presenza creativa permeava ogni angolo della casa: durante i pasti si discuteva dei progetti in corso, si criticavano clienti privi di scrupoli e si rifletteva su quali committenze meritassero davvero di essere accettate. Per ragioni etiche, mio padre rinunciava a incarichi aziendali assai remunerativi, preferen-
do dedicarsi a ONG, istituzioni culturali e organizzazioni benefiche. Questo atteggiamento ha esercitato su di me un’influenza profonda. Mi colpiva in particolare la sua libertà di lavorare come freelance, in modo autonomo e coerente con i propri principi morali. Non avendo il suo talento per il disegno, ho trovato nella fotografia il mio linguaggio espressivo. Essa mi ha offerto la possibilità di seguire un percorso personale e di elaborare uno stile autonomo, in una professione che coniuga libertà artistica e responsabilità sociale».
Guardando ai suoi inizi, quali difficoltà e decisioni hanno segnato il passaggio da giovane fotografo a professionista sicuro di sé? «A differenza di molti miei colleghi, non sono approdato al fotogiornalismo come autodidatta. Mi sentivo troppo insicuro per stampare un biglietto da visita e proclamare: “Adesso sono
un fotografo”. Avvertivo la necessità di un avvicinamento più profondo al mestiere, di una formazione solida che partisse dalle fondamenta. Il mio apprendistato presso un maestro di straordinaria dedizione e versatilità mi ha trasmesso ogni aspetto della professione: dall’ottica alla fisica, dal lavoro in studio e in camera oscura all’organizzazione meticolosa dei progetti. Ho imparato a predisporre ogni incarico affinché tutto scorresse senza intoppi, un atteggiamento che ancora oggi orienta il mio modo di lavorare. Parallelamente, ho attraversato l’intero spettro tecnico e tematico della fotografia commerciale: architettura, moda, food, gioielli, automobili, utilizzando sia fotocamere 35mm sia apparecchi di medio e grande formato. Ben presto, tuttavia, ho compreso che la fotografia commerciale, da sola, non mi sarebbe bastata. Il mio intento è sempre stato quello di impiegare la fotografia come strumento di trasformazione sociale. Desideravo raccontare storie capaci di produrre un impatto reale. È per questo che ho scelto la via del giornalismo, un percorso arduo e spesso economicamente precario, ma che mi ha permesso di affrontare temi a cui tenevo profondamente».
Parla spesso della fotografia come strumento di verità e testimonianza. Cosa significa concretamente fotografare responsabilmente oggi?
«La fotografia è uno strumento di verità e testimonianza, ed è proprio qui che risiede la sua responsabilità. Oggi il fotogiornalismo è sottoposto a enormi pressioni: i budget editoriali si riducono, le risorse confluiscono su internet e social media, e il giornalismo di qualità è sempre più sottofinanziato. Eppure, la fotografia conserva un potere straordinario. È capace di restituire la realtà con immediatezza, di suscitare emozioni profonde e di orientare l’opinione pubblica. La documentazione della Seconda guerra mondiale e, ancor più,
COSA È TRUEPICTURE
TruePicture è un programma di formazione e mentoring dedicato alla promozione di giovani talenti nel fotogiornalismo impegnato. Ogni anno, TruePicture sostiene quattro reportage fotografici a lungo termine realizzati da fotogiornalisti provenienti da Svizzera, Germania e Austria. Le decisioni sui finanziamenti vengono prese da un comitato internazionale di nomina e dalla rinomata giuria di esperti di TruePicture. TruePicture si impegna per la democrazia e per il fotogiornalismo consapevole, rimanendo vicino agli eventi mondiali, là dove altri preferiscono distogliere lo sguardo. Il programma è aperto a nuove forme di espressione visiva e promuove la diversità, sia nella selezione dei fotogiornalisti sia nella varietà tematica dei loro lavori. www.truepicture.org
quella della guerra del Vietnam ne sono esempi emblematici: fu soltanto quando il pubblico statunitense vide con i propri occhi le conseguenze del conflitto - il dolore delle vedove e degli orfani, le vittime su entrambi i
fronti - che la percezione collettiva mutò, contribuendo a porre fine alla guerra. Per me, fotografare responsabilmente significa esercitare questo potere con piena consapevolezza: raccontare i fatti in modo veritiero e rigoroso, rispettare la dignità delle persone ritratte, evitare ogni forma di sensazionalismo e accompagnare le immagini con il contesto necessario a non travisarne il significato. Significa, soprattutto, agire con empatia e integrità, con l’intento di rendere visibili le ingiustizie, mettere in luce sviluppi positivi e, quando possibile, contribuire a un mondo più equo».
Secondo lei, qual è la responsabilità del fotografo verso la realtà e l’informazione in un’epoca dominata dai social media e dalla manipolazione delle immagini? «Nell’epoca dei social media, dei deepfake e della disinformazione digitale, la credibilità delle immagini è sottoposta a pressioni senza precedenti. Proprio qui risiede la responsabilità fondamentale del fotografo: rimanere fedele alla realtà e rispettare i principi etici della professione. Il potere della fotografia costituisce infatti un pilastro essenziale per la formazione dell’opinione pubblica e per il buon funzionamento della democrazia: se viene meno la fiducia nelle immagini, si incrina una componente decisiva del dibattito pubblico. La perfezione tecnica della manipolazione delle immagini cresce rapidamente e i confini tra vero e falso si sfumano. Per questo, credibilità e fiducia nei fotografi sono la nostra risorsa più preziosa. Come giornalisti dobbiamo lavorare con cura, trasparenza e principi etici. Il pubblico ha bisogno di redazioni affidabili, che verifichino i fatti in modo rigoroso e su cui si possa fare pieno affidamento. Solo così il giornalismo di
qualità può sopravvivere e la fotografia mantenere la sua forza come strumento di verità».
In che misura il suo lavoro e le sue scelte professionali riflettono un’idea di fotografia democratica che resiste alla mistificazione e alla spettacolarizzazione del mondo odierno?
«Per me, parlare di fotografia democratica significa opporsi con fermezza a ogni forma di mistificazione e di spettacolarizzazione della realtà. Questo è possibile solo adottando un approccio fondato sull’onestà intellettuale, lasciandosi guidare da autentici valori umani e operando con rigore nel rispetto dei principi etici della professione. Solo così la fotografia può assolvere alla sua funzione più alta: diventare un linguaggio realmente universale e contribuire, in modo credibile, alla vita democratica. La riflessione personale è fondamentale: devo essere consapevole dei miei condizionamenti culturali, mettere in discussione le mie prospettive eurocentriche e non farmi guidare da pregiudizi o immagini stereotipate. Talvolta significa anche rifiutare un incarico se è manipolativo o distorce la realtà. Allo stesso tempo, bisogna rispettare
il potere che si esercita sulle persone ritratte. Un’immagine ci dà controllo, e il controllo può essere abusato. Se questa responsabilità viene presa sul serio, la fotografia può diventare un mezzo empatico, rispettoso e politico, che rende le persone visibili senza strumentalizzarle».
Perché ha sentito il bisogno di dedicare gran parte del suo tempo alla formazione e al dialogo con la nuova generazione di fotografi? «La fotografia documentaria e giornalistica è uno strumento centrale per la formazione dell’opinione
pubblica, non solo nelle democrazie, ma anche negli Stati autoritari. Negli ultimi decenni ho visto il fotogiornalismo sotto enorme pressione: nonostante circolino più immagini che mai, c’è sempre meno spazio per reportage approfonditi. La nuova generazione di fotografi fatica a farsi strada in questo contesto. Hanno bisogno di supporto per realizzare progetti ambiziosi e inserirsi nel mondo del fotoreportage. Qui interviene TruePicture: ci impegniamo a guidare il medium della fotografia documentaria impegnata nel futuro e a sostenere una nuova generazione di talentuosi fotogiornalisti. Dopo 40 anni di esperienza professionale, so quanto sia difficile lavorare in condizioni economiche complesse. Il mio network e il mio nome mi permettono di finanziare progetti, ma i giovani fotografi raramente hanno accesso a buone relazioni. Per questo voglio trasmettere loro le mie conoscenze e la mia rete, affinché possano raccontare le loro storie e sfruttare al meglio il potere della fotografia».
Quali iniziative, progetti o pratiche ritiene oggi più efficaci per supportare concretamente il lavoro dei giovani fotografi e aiutarli a seguire un percorso libero, etico e sostenibile? «Questa era esattamente la questione che mi stava a cuore, ed è così che è nato TruePicture. Il nostro approccio supera i confini di un premio fotografico tradizionale: sosteniamo in modo mirato quei talenti che mostrano il potenziale per generare un impatto reale attraverso le loro storie. Un comitato di nomina individua questi giovani fotografi e li invita a presentare la propria candidatura a TruePicture. Non premiamo solo un portfolio; supportiamo la realizzazione di reportage a lungo termine, con finanziamenti e mentorship. Oggi la fotografia richiede più della padronanza della macchina fotografica: richiede pensiero politico, giornalistico e storico, approccio strategico, sensibilità psicologica e chiara consapevolezza etica. I fotografi lavorano spesso in condizioni estreme: privazioni, paura, insonnia e forte stress emotivo fanno parte della quotidianità. Gli attacchi mirati ai giornalisti sono in aumento drammatico. TruePicture aiuta i giovani fotogiornalisti a sviluppare strategie professionali di sopravvivenza, riflettere sulla propria posizione e raccontare storie rilevanti e incisive. Li supportiamo anche nell’avvicinarsi
a culture diverse, sviluppare narrazioni efficaci e costruire reti, sostenendo solo progetti di rilevanza sociale. Così vogliamo favorire uno sviluppo sostenibile: i talenti si radicano nella professione, possono diventare modelli e portare avanti il potere della fotografia documentaria. È un contributo a democrazia e diritti umani.»
Come immagina lo sviluppo futuro della fotografia documentaria e del fotogiornalismo?
«Per me è una grande gioia e una vera sorpresa vedere che così tanti giovani continuano a scegliere la fotografia documentaria e il fotogiornalismo, nonostante i rischi e le difficili condizioni economiche. Conoscono l’importanza del loro mezzo e lo considerano un contributo a uno sviluppo positivo nel mondo. Questa nuova generazione è altamente istruita, impegnata e tecnicamente molto preparata, merita supporto e incoraggiamento. La loro esistenza mi dà speranza: dimostra che le persone credono ancora nel valore dell’immagine e sono pronte a prendersi la responsabilità della verità. Il futuro di TruePicture consiste nel rafforzare questi talenti e dare loro le risorse necessarie affinché la fotografia possa continuare a esistere come mezzo credibile e efficace. Sono fortunato ad aver già trovato alcuni sostenitori e fondazioni che condividono i nostri valori e convinzioni».
Infine: quali rischi esistono?
«Il rischio maggiore è di natura economica: il rischio di non trovare più finanziamenti. Senza le risorse necessarie, senza mecenati e sostenitori disposti a supportare progetti a lungo termine, c’è il pericolo che il potere del fotogiornalismo si indebolisca, e con esso scompaia un mezzo capace di rendere visibili le realtà sociali e di cambiarle».
La voce dell’arpa che non ti aspetti
Come è nata la sua passione per uno strumento particolare come l’arpa e quali sono stati i suoi primi passi nel mondo della musica?
«La passione per l’arpa è nata quasi per magia. Avevo sei anni quando l’ho vista per la prima volta: enorme, luminosa, con un suono che sembrava venire da un altro mondo. Da lì è iniziato tutto, con il Conservatorio di Lucca, tra disciplina classica e primi concorsi. Ogni nota è diventata un passo verso la mia identità».
Quando e come ha deciso che la sua scelta professionale sarebbe stata quella di diventare arpista?
«Avevo nove anni quando ho fatto il mio primo concerto. Ricordo il silenzio, le mani che tremavano, l’emozione. Lì ho capito che volevo fare
Kety Fusco è l’artista emergente tra le più originali e interessanti del panorama svizzero ed europeo di oggi. Di origini toscane, ma residente da anni a Bellinzona, produce suoni ed ambientazioni che suggeriscono la destrutturazione del suo strumento, l’arpa, evocando immagini, ambientazioni che generano una visione avanguardista dello strumento più antico del mondo.
questo per tutta la vita. La mia insegnante mi diceva che ero troppo ribelle per stare in orchestra, che sarei diventata una solista. Quelle parole mi hanno accompagnata per anni».
Lei si definisce “un’arpista visionaria che ha trasformato il suo strumento in una forza innovativa della musica contemporanea”. Che cosa significa?
«Significa trovare una mia voce attraverso uno strumento spesso percepito come antico. Io credo che l’ar -
pa abbia ancora molto da dire, anche oggi. Uso elettronica, rumori, silenzi, e ho persino nascosto un microfono nella cassa armonica per farla “parlare”. È un ponte tra passato e futuro, una missione artistica».
La sua passione per la sperimentazione l’ha portata a suonare in grandi eventi. Quali sono state le esperienze più memorabili?
«La Royal Albert Hall è stato un sogno. La Notte della Taranta, il Montreux Jazz Festival, l’Euro Jazz in
Messico, il tour in Perù: ogni concerto ha parlato lingue diverse. Ma il luogo che sento più mio è il Teatro Sociale di Bellinzona, dove tutto è cominciato. Ogni volta che torno lì, mi emoziono come la prima volta».
Come nasce e si sviluppa l’ispirazione per una colonna sonora?
«È un lavoro artigianale e spirituale. Guardo, ascolto i silenzi, cerco il respiro invisibile dell’immagine. Poi inizio a scolpire i suoni. L’ispirazione arriva spesso prima di dormire, quando tutto si rilassa. Tengo sempre l’app dei memo vocali pronta sul comodino: ogni idea, anche un sussurro, può diventare musica».
Che cos’è per lei la libertà artistica?
«È il diritto di essere fedeli a sé stessi. È potersi perdere, cambiare, creare senza chiedere permesso. Non ho mai rinnegato la tradizione: è la valigia piena di storie da cui parto per creare il nuovo. L’avanguardia, per me, nasce dove il passato si scioglie nel presente e diventa qualcosa che ancora non ha nome».
“Avevo
nove anni quando ho fatto il mio primo concerto. Ricordo il silenzio, le mani che tremavano, l’emozione.
Lì ho capito chevolevo fare questo per tutta la vita”.
Quali sono stati i suoi progetti recenti?
«È uscito il mio nuovo album Bohème, un manifesto di libertà artistica. Il 16 maggio 2025 è uscito il singolo She, realizzato con Iggy Pop. Ho anche creato uno show dove interagisco dal vivo con immagini
generate dall’intelligenza artificiale. In più sto componendo una nuova colonna sonora per il cinema».
Qual è il suo più grande desiderio, artisticamente e personalmente? «Continuare a cercare sinceramente la mia identità, lasciare un segno nel modo in cui l’arpa è percepita nella musica contemporanea. Collaborare con artisti internazionali, affrontare nuove sfide e portare l’arpa ovunque non sia mai stata. Guardarmi indietro e sapere di essere stata fedele a ciò che sono».
Le banche chiedono una regolamentazione proporzionata
La modifica in corso della Legge sulle banche è principalmente focalizzata sul rafforzamento della stabilità bancaria dopo il caso
Credit Suisse, introducendo nuove regole per le banche di rilevanza sistemica tramite il dispositivo “Too Big To Fail” ma che rischiano di penalizzare anche le altre banche.
Il Consiglio federale propone di dedurre integralmente le partecipazioni estere dai fondi propri di base. Questa variante estrema rafforza tuttavia notevolmente lo Swiss Finish, è insolita a livello internazionale e indebolisce la competitività della piazza finanziaria e industriale svizzera, motivi per cui Swissbanking (Associazione svizzera dei banchieri) respinge questa regolamentazione.
Nella sua presa di posizione sulla modifica della Legge sulle banche relativa ai requisiti patrimoniali delle filiali/partecipazioni estere (misura 15), Swissbanking sostiene l’obiettivo di rafforzare la stabilità del sistema e, di conseguenza, consoli -
dare ulteriormente la fiducia nella piazza finanziaria svizzera.
L’associazione respinge tuttavia categoricamente la proposta di dedurre integralmente le partecipazioni estere dai fondi propri di base (CET1) e di imporre una copertura di fondi propri del 100% alle filiali estere. La proposta del Consiglio federale opta così per una variante estrema che rafforza ulteriormente lo Swiss Finish, si distingue nettamente a livello internazionale e indebolisce ulteriormente la competitività della piazza finanziaria e industriale svizzera.
Tale indebolimento avrebbe conseguenze non solo sulla politica finanziaria, ma anche sul mercato del lavoro: Swissbanking valuta queste misure dal punto di vista delle banche in quanto datori di lavoro e sottolinea il serio rischio di delocalizzazione e di perdita di posti di lavoro in Svizzera.
Effetti sulla localizzazione e sull’occupazione
Le banche svizzere offrono circa 120’000 posti di lavoro in Svizzera, formano diverse migliaia di apprendisti e investono massicciamente nella formazione continua. In qualità di partner sociale del settore bancario, per le banche è importante che la regolamentazione bancaria rimanga proporzionata e consenta di mantenere un ambiente in cui
possano rimanere competitive a livello internazionale e continuare a offrire posti di lavoro interessanti. Ciò vale in particolare per l’ultima grande banca svizzera di importanza sistemica mondiale UBS, che contribuisce in modo significativo al prestigio internazionale e all’attrattiva della piazza bancaria svizzera in termini di occupazione. Un onere supplementare sul capitale, non coordinato a livello internazionale, aumenta il rischio di adeguamenti del modello di business, che potrebbero alla fine avere un impatto sull’occupazione e sui posti di formazione.
Conseguenze negative sull’economia e sulla politica finanziaria
La deduzione integrale proposta renderebbe le attività internazionali dalla Svizzera nettamente meno attraenti. Tuttavia, le attività all’estero contribuiscono in modo significativo al successo della piazza finanziaria: circa la metà dei patrimoni dei clienti gestiti in Svizzera (per un totale di circa 9’300 miliardi di franchi) proviene dall’estero, a vantaggio delle imprese svizzere grazie a tassi d’interesse più bassi e costi di finanziamento più vantaggiosi. Con la deduzione integrale proposta, la Svizzera va contro la deregolamentazione internazionale: UBS avrebbe così requisiti patrimoniali superiori di circa il 50% rispetto a quelli degli istituti concorrenti nell’UE, nel Regno Unito e negli Stati Uniti. Allo stesso tempo, altre piazze finanziarie stanno semplificando le loro normative, in particolare per sostenere l’economia; negli Stati Uniti ciò dovrebbe liberare circa 2’600 miliardi di dollari di capacità supplementare per le operazioni sui mercati del credito e dei capitali. Questa misura riguarderebbe infatti
principalmente UBS e comporterebbe un fabbisogno supplementare di capitale di circa 23 miliardi di dollari e costi ricorrenti annuali di circa 2 miliardi di dollari. Questi costi non hanno un effetto isolato, ma si ripercuotono generalmente sui prezzi e sull’offerta. Sottolineiamo inoltre che la perizia realizzata su richiesta del Consiglio federale («Alvarez & Marsal», giugno 2025) menziona tra le possibili conseguenze in Svizzera una riduzione dell›offerta di credito, tassi di interesse sui depositi più bassi e la soppressione di posti di lavoro.
Valutazione parziale - mancanza di un esame delle alternative Secondo Swissbanking la proposta del Consiglio federale privilegia ancora una volta la stabilità finanziaria a scapito della competitività, che è invece indispensabile affinché la piazza finanziaria possa svolgere il suo ruolo centrale nell’economia svizzera. Come già sottolineato nell’ambito della consultazione ormai conclusa, si deplora la mancanza di un’analisi costi-benefici sufficientemente affidabile e di un esame trasparente di alternative meno radicali. Un’analisi approfondita dell’impatto della regolamentazione (compresi gli effetti sull’occupazione, sui posti di formazione, sui costi di finanziamento e sulle decisioni di insediamento) è indispensabile, in particolare nel caso di una variante massima di tale portata.
Richieste del mondo bancario
In sintesi, Swissbanking chiede al Consiglio federale e alle autorità competenti di:
- rinunciare alla deduzione integrale/ alla copertura effettiva al 100% delle partecipazioni estere sotto forma di fondi propri, come proposto
- esaminare alternative proporzionate e coordinate a livello internazionale che rafforzino la stabilità finanziaria senza danneggiare in modo sproporzionato la competitività della piazza finanziaria e, di conseguenza, le prospettive occupazionali
- presentare un’analisi d’impatto approfondita (compresi gli effetti sul mercato del lavoro e sull’occupazione) prima di sancire nella legge una variante estrema incompatibile a livello internazionale. Le banche svizzere sostengono le misure volte a rafforzare la stabilità e la fiducia nella piazza finanziaria, a condizione che siano proporzionate e tengano adeguatamente conto delle loro ripercussioni sull’economia reale e sull’occupazione. La deduzione integrale proposta non soddisfa chiaramente questi requisiti.
ASSOCIAZIONE
BANCARIA TICINESE
Villa Negroni
CH-6943 Vezia
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Dare più slancio ai propri obiettivi finanziari
Come iniziare subito a investire in modo mirato alla creazione di patrimonio.
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hi desidera migliorare il proprio futuro finanziario dovrebbe iniziare quanto prima a costruire un patrimonio in modo strategico. Le possibili ragioni per decidere di investire il proprio denaro possono essere molte. Ad esempio: assicurarsi una pensione senza preoccupazioni finanziarie, disporre di un capitale per realizzare un sogno nel cassetto oppure, più semplicemente, far crescere il patrimonio. Definire una buona strategia d’investimento può contribuire a guardare al futuro con maggiore serenità. Anche se obiettivi e motivazioni possono variare da persona a persona, esistono cinque aspetti fondamentali da considerare.
1. Investire invece di lasciare il denaro su un conto di risparmio. Gli investimenti consentono di proteggersi dall’inflazione. L’aumento dei prezzi di beni e servizi riduce nel tempo il potere d’acquisto del denaro. Un conto di risparmio difficilmente riesce a compensare questa perdita di valore. Una soluzione di investimento può invece offrire la possibilità di ottenere rendimenti in grado di contrastare almeno in parte l’inflazione. Con UBS Duo Risparmio, destinare metà del capitale a un deposito a termine con interesse dell’1% e l’altra metà a una soluzione di investimento, per beneficiare dell’andamento dei mercati finanziari: un equilibrio tra stabilità e crescita.
2. Pianificare prima di investire
Iniziare presto per sfruttare l’effetto dell’interesse composto sul patrimonio. Interessi e dividendi aumentare il capitale investito e generare a loro volta ulteriori rendimenti, permettendo al patrimonio di crescere nel tempo in modo esponenziale. Prima di investire, chiari -
re le proprie esigenze finanziarie: determinare il fabbisogno per le spese correnti e variabili e definire la riserva di liquidità desiderata. In questo modo, identificare le risorse disponibili da destinare alla costruzione del patrimonio.
3. Definire una strategia e un orizzonte temporale
Ogni persona ha progetti e obiettivi diversi. Gli investimenti si basano su tre elementi: sicurezza, liquidità e rendimento. Non esiste investimento privo di rischio, ma investire può offrire prospettive di rendimento superiori rispetto al semplice risparmio. Definire una strategia personale in base a obiettivi, preferenze e disponibilità finanziaria. Considerare che maggiore disponibilità al rischio può comportare maggiori opportunità di rendimento. In presenza di un orizzonte temporale breve, preferire soluzioni con rischio più contenuto. Valutare non solo la capacità finanziaria di assumere rischio, ma anche la pro -
pria resilienza emotiva: capacità di rischio e propensione al rischio non coincidono.
4. Diversificare per ridurre i rischi
Distribuire il capitale tra diverse classi di investimento, settori, mercati, valute e strumenti. Una buona diversificazione può aumentare le opportunità di rendimento e contribuire a limitare eventuali perdite. In caso di performance negativa di un investimento, altri potrebbero compensarne l’andamento. Utilizzare fondi di investimento o versamenti regolari su un Conto fondi UBS per favorire una diversificazione automatica e accedere a opportunità di rendimento potenzialmente superiori rispetto a un conto di risparmio.
5. Mantenere il controllo e rivedere periodicamente gli obiettivi
Seguire con coerenza la strategia definita per evitare decisioni impulsive dettate dall’emotività. In presenza di cambiamenti nella situazione personale, riconsiderare le esigenze e adeguare la strategia d’investimento. Aggiornare non significa rinunciare a investire, ma adattare il percorso agli obiettivi attuali.
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Soluzioni sartoriali e creazione di valore nel Private Banking
Crescita, visione di lungo periodo e una banca che rimette la relazione al centro, in un equilibrio consapevole tra infrastruttura avanzata e presenza umana. Incontriamo paolo brizio torchio, responsabile private banking e andrea binda, direttore commerciale credinvest bank.
L’inizio dell’anno è tradizionalmente un momento di bilancio e di riflessione, soprattutto per quelle realtà che operano in un contesto finanziario globale sempre più complesso e in rapida evoluzione. Credinvest Bank, una delle istituzioni più riconoscibili nel panorama bancario svizzero con una presenza consolidata a Lugano e Zurigo, affronta questa fase con una visione chiara: crescere in modo sostenibile, mettendo al centro il valore della relazione diretta con i propri clienti. Negli ultimi anni la banca si è distinta come una delle realtà più dinamiche del private banking svizzero, non solo per i risultati finanziari, ma per un approccio fondato sulle persone: clienti, consulenti e collaboratori. Una crescita
che non si misura esclusivamente in numeri, ma nella capacità di costruire relazioni solide e durature. La recente apertura della nuova sede a Lugano in Piazzetta Emilio Maraini (Via Contrada Sassello 2), che si affianca a quella storica di Via G. Cattori 14, va letta proprio in questa direzione. «Non si tratta semplicemente di espandersi», spiega Andrea Binda, Direttore Commerciale di Credinvest Bank, «ma di essere più vicini ai clienti, fisicamente e professionalmente, mantenendo gli stessi standard qualitativi e lo stesso approccio sartoriale che ci contraddistinguono». Nel corso del 2025 Credinvest Bank ha registrato una crescita del personale del 15%. Un dato che racconta una strategia precisa: investire sulle competenze e sul capitale umano
Paolo Brizio Torchio, Responsabile Private Banking
Andrea Binda, Direttore Commerciale
come leva principale per migliorare la qualità del servizio. Nuovi profili, nuove specializzazioni e team sempre più trasversali consentono alla banca di rispondere in modo puntuale alle esigenze di una clientela sofisticata e internazionale.
Questa attenzione si riflette anche nella cultura interna: formazione continua, confronto costante e un ambiente collaborativo che favorisce la crescita professionale. «Un team che sta bene lavora meglio», osserva Paolo Brizio Torchio, Responsabile Private Banking, «e questo si traduce direttamente nella qualità delle relazioni con i clienti».
La banca come spazio di interazione umana
In un’epoca in cui la maggior parte delle operazioni bancarie si svolge con un clic, può sembrare controcorrente parlare di una banca come un luogo fisico, vivo, frequentato. Per Credinvest Bank, invece, è una scelta consapevole. Gli spazi non sono pensati come semplici uffici, ma come ambienti di incontro, dialogo e costruzione di valore. «Vogliamo che chi entra qui percepisca immediatamente la possibilità di un confronto autentico», spiega Binda. «Non solo per ricevere un servizio contingente e passeggero, ma per una relazione continuativa». L’idea è semplice quanto ambiziosa: la banca come un circolo di associati, un club che al posto di piscine, campi da tennis o sale da tè, offre servizi bancari e finanziari ma soprattutto ascolto, connessioni e opportunità. Un luogo dove il rapporto con il proprio relationship manager non si esaurisce nella consulenza finanziaria, ma diventa un dialogo continuativo, umano, spesso trasversale rispetto ai soli numeri. E dove è naturale entrare in contatto con al-
tre persone - imprenditori, professionisti - con cui scambiare idee, visioni e progetti. In questo modo, Credinvest si propone come un punto di riferimento, un ambiente in cui le persone si incontrano, si conoscono e costruiscono valore insieme.
L’essenza di Credinvest: crescita, fiducia e integrazione Nel 2025, Credinvest Bank ha ricevuto il riconoscimento come “The Strongest Growing Private Bank” nella categoria delle private bank svizzere con masse inferiori a 20 miliardi di franchi, secondo lo studio WealthSummit di Fin21, basato su un’analisi scientifica oggettiva. Questo risultato è il segno tangibile di una crescita solida e costante, il frutto di un modello che integra con successo le esigenze di una clientela sofisticata con i vantaggi di una banca indipendente, capace di rispondere con precisione alle sfide di un mercato in rapido cambiamento.
L’integrazione tra Private Banking e Institutional Banking: un ecosistema completo L’approccio integrato di Credinvest si esprime nella combinazione di due mondi, apparentemente paralleli ma in realtà assai complementari: il Private Banking e l’Institutional Banking. Questo ecosistema consente una gestione veramente olistica dei bisogni finanziari della clientela, dove le idee d’investimento si trasformano in opportunità finanziarie concrete, e dove la fiducia e la capacità di ascolto sono al centro dell’operato. L’integrazione delle risorse e delle competenze di questi due settori permette di offrire soluzioni ad hoc anche su tematiche complesse, come la cartolarizzazione e i prodotti strutturati. La presenza di una sala trading in -
terna e di specialisti dedicati consente alla banca di reagire con rapidità alle dinamiche dei mercati globali, mantenendo un alto livello di personalizzazione.
«La tecnologia e l’infrastruttura sono fondamentali», sottolinea Brizio Torchio, «ma restano strumenti. Il vero valore nasce dall’ascolto, dalla capacità di comprendere a fondo ogni singola situazione e di proporre soluzioni con prontezza».
Credinvest: non solo una banca, ma un luogo di connessione e creazione di valore
Credinvest non è una semplice banca tradizionale, ma una piattaforma che costruisce ponti tra passione, investimenti e connessioni strategiche. Gli eventi organizzati dalla banca, o a cui partecipa, sono occasioni per ampliare la rete di contatti, ma anche esperienze in cui i clienti possono esplorare nuove opportunità nel mondo degli investimenti. Un esempio emblematico è rappresentato dalle iniziative legate al mondo delle supercar, ambito in cui Credinvest Bank è attiva da anni anche attraverso soluzioni di car financing con veicoli di lusso come garanzia. «Non è solo una questione di prodotto», precisa Brizio Torchio, «per quanto ne siamo molto orgogliosi, essendo stati tra i pionieri in Svizzera. È un ambito che attrae imprenditori, collezionisti, appassionati. Intorno a questi interessi nascono conversazioni, contatti e collaborazioni. Il valore va ben oltre l’operazione finanziaria». Argomenti e settori come questo diventano occasioni di incontro, networking e condivisione, dove interessi comuni favoriscono la nascita di sinergie autentiche e rafforzano il senso di aggregazione che la banca intende coltivare.
Approccio olistico: crescere responsabilmente Guardando al futuro, Credinvest individua nella fiducia e nella continuità generazionale una delle principali sfide. «La vera opportunità per i prossimi dieci anni», osserva Binda, «sarà quella di interagire in maniera completa e trasversale con le nuove generazioni. I figli e i nipoti dei nostri clienti hanno un rapporto diverso con il denaro, con il digitale e con la decentralizzazione dei sistemi di pagamento. Serve un linguaggio nuovo, senza perdere il valore della relazione».
In una boutique bank, questo approccio non resta teorico: il rapporto personale diventa una pratica quotidiana, che consente di costruire percorsi di lungo periodo e una pianificazione intergenerazionale consapevole.
Tra tradizione e innovazione: ripensiamo il Private Banking Credinvest si colloca in una posizione intermedia nel panorama svizzero: da un lato eredita i valori del private banking storico – visione di lungo termine, stabilità, fiducia – dall’altro adotta un approccio imprenditoriale e flessibile, che valorizza l’iniziativa dei consulenti e l’innovazione. Questa combinazione unica consente alla banca di ascoltare e innovare, rispondendo alle esigenze di una clientela sofisticata e in continua evoluzione. Il modello bancario di Credinvest non vuole essere solo una promessa di performance finanziaria, ma una visione nuova di banca: essere un partner attivo nella vita dei propri clienti, pronto ad accompagnarli nelle sfide e opportunità del futuro, con un forte legame con il territorio e un respiro internazionale.
La presenza fisica
nella velocità del digitale: una visione per il futuro
In un’epoca in cui tutto si consuma a scatti, come un flash tra un reel e l’altro, Credinvest Bank sceglie di rallentare dove conta e di puntare sulla presenza fisica e sulla prossimità. Conclude Andrea Binda: «In un mondo che va sempre più verso la digitalizzazione, noi riteniamo che la vicinanza, l’incontro diretto e la relazione personale siano ancora irrinunciabili. La nostra missione è esserci per i nostri clienti, offrendo loro un supporto che va oltre lo schermo di uno smartphone o la risposta preimpostata di una chatbot. Essere presenti, ascoltare e confrontarsi fa ancora la differenza.»
Credinvest Bank non è solo il luogo in cui il patrimonio viene gestito, ma lo spazio in cui prende forma. Un private banking che connette persone, idee e opportunità, dove la relazione diventa valore e il valore diventa futuro.
Adeguarsi all’evoluzione digitale
Christian Ballabio, Director e Managing Partner di Fidinam & Partners SA racconta la sua esperienza in ambito fiscale e fiduciario e guarda al futuro con l’ottimismo di chi è abituato ad anticipare, per quanto possibile, i continui cambiamenti.
Quali sono state le principali tappe del suo percorso professionale prima dell’ingresso in Fidinam e in che modo queste esperienze hanno contribuito a formare le sue competenze attuali nel settore fiduciario e fiscale?
«Dopo essermi laureato in Economia aziendale presso l’Università di Zurigo, ho maturato una prima esperienza presso una “big four” quale consulente fiscale su mandati nazionali ed internazionali: questo lavoro mi ha offerto una grande opportunità di formazione continua e dopo il triennio di esperienza professionale ho conseguito il titolo di esperto fiscale diplomato federale. La seconda esperienza è stata quale consulente fiscale presso un conglomerato, quotato alla borsa di Zurigo, dove ho svolto la funzione di Swiss Tax Manager presso Alusuisse Lonza Group. Esperienza arricchente, dove ho collaborato con le varie partecipate svizzere (oltre 40), con il CEO di Gruppo (Sergio Marchionne) e con altre industrie quotate in Svizzere, in seno all’associazione mantello Industrie Holding presso le Camere federali a Berna
(per il suggerimento di modifiche in ambito tributario)».
Cosa l’ha indotto ad entrare in Fidinam e quali sono state le prime sfide che ha affrontato negli anni iniziali all’interno della società?
«Nel 1998, dopo un periodo di 12 anni trascorsi a Zurigo mi è stata offerta da un head hunter l’opportunità di rilevare la conduzione del settore fiscale del Gruppo Fidinam, che allora era ancora inglobato in Fidinam SA. Il Gruppo si stava espandendo, diversificando e specializzando. Di lì a poco è stata implementata la riorganizzazione del Gruppo, con una serie di spin-off, e sono state create le singole unità permettendo ai vari responsabili di aderire ai diversi piani di compartecipazione azionaria. Questo ha contribuito ad una notevole espansione delle attività in forza di una sempre maggiore specializzazione».
Come si è evoluto nel tempo il suo ruolo in Fidinam fino all’attuale posizione di Direttore e partner, e quali responsabilità ritiene oggi strategiche nel suo lavoro quotidiano?
«Dopo 3 anni dalla mia entrata nel Gruppo è appunto stata implementata la riorganizzazione descritta poc’anzi. Sono quasi 25 anni che ricopro la funzione di Managing partner. Una vita direi. L’attenzione alla corretta gestione delle risorse umane continua a rappresentare una delle maggiori sfide e responsabilità per ogni azienda che offre servizi di consulenza».
Dal suo punto di vista, quali sono i principali punti di forza che distinguono la consulenza Fidinam, in particolare in ambito fiscale e fiduciario?
«La possibilità di offrire un servizio estremamente specializzato, ma allo stesso tempo integrato con altre funzioni del Gruppo rappresenta certamente un vantaggio strategico. Inoltre, la presenza nazionale ed internazionale, con le sedi europee ed asiatiche, sono anche un punto di forza apprezzato dalla nostra clientela. Il fatto che la funzione fiscale abbia sempre rappresentato in questi 65 anni di storia del Gruppo un ruolo strategico, ci posiziona anche con i nostri stakeholders, siano essi clienti, autorità, apportatori d’affari o altri professionisti con i quali collaboriamo, in una posizione privilegiata».
Quali sono oggi le richieste più frequenti che la clientela rivolge a Fidinam nel suo settore di competenza e come sono cambiate negli ultimi anni?
«La consulenza in ambito di operazioni straordinarie (M&A), successorie, di asset protection (Trust e Fondazioni) e legate al trasferimento della residenza fiscale personale rappresentano gli ambiti più sollecitati oggi. Non mancano poi richie -
ste legate alle criptovalute, ai cosiddetti nomadi digitali, alla costituzione di società per la detenzione di diritti immateriali o di opere d’arte».
Guardando al futuro, quali evoluzioni normative o di mercato ritiene avranno il maggiore impatto sulla consulenza fiduciaria e come si sta preparando Fidinam per rispondere a queste nuove esigenze?
«Da un punto di vista normativo, vedo un crescente interesse degli Stati ad accaparrarsi dei buoni contribuenti, oppure contribuenti attivi in ambiti specifici, che possono fungere da booster per l’economia di un paese. D’altro lato vedo un gran dispendio di risorse statali nell’implementazione di programmi sovranazionali legati allo scambio di informazioni, che da un punto di vista pratico portano meno risorse di quante ne sottraggono. Per quanto riguarda il mercato vediamo un mega trend nella IA. Anche i consulenti fiscali saranno forzati a destreggiarsi con gli strumenti digitali, per non rimanere esclusi dal mercato. Sarà possibile chiedere alle macchine delle soluzioni standard, fare dei comparativi sempre più precisi tra vari scenari, fare ricerca puntuali su tematiche che toccano vari paesi. Inoltre, molti lavori ripetitivi e dal basso valore aggiunti verranno svolti dalla IA. Almeno nel breve periodo, tuttavia, difficilmente la creatività e le intuizioni per soluzioni innovative saranno sostituite dalla macchina, più propensa a replicare modelli già trovati in rete, piuttosto che crearne di nuovi.
Il Gruppo Fidinam resta molto attendo alle diverse evoluzioni in ambito nazionale ed internazionale e continua ad investire per migliorare la specializzazione del proprio personale e riuscire a surfare i vari cambiamenti, da oltre 65 anni».
La fiduciaria evolve e si digitalizza
Intervista con Gigi Pozzi, Managing Director della società di Tax & Business Advisory di WMM Group, che illustra come l’innovazione digitale abbia avuto effetti concreti sul lavoro quotidiano in WMM.
Negli ultimi anni la digitalizzazione ha trasformato profondamente il modo di lavorare in molti settori. Anche il mondo fiduciario sta vivendo un’evoluzione significativa, orientata verso modelli operativi sempre più integrati, efficienti e trasparenti. Non si tratta solo di introdurre nuovi strumenti tecnologici, ma di ripensare processi, tempi e modalità operative, con l’obiettivo di migliorare il lavoro all’interno della fiduciaria e la relazione con il cliente.
Cosa significa oggi “digitalizzazione” per una fiduciaria?
«Digitalizzazione significa innanzitutto ripensare i processi, partendo dalla gestione documentale», spiega Pozzi. «Vuol dire creare flussi di lavoro integrati che coinvolgono archiviazione, contabilizzazione e sistemi autorizzativi, mettendo in comunicazione i diversi strumenti utilizzati, sia internamente sia verso i clienti». Oggi i clienti possono caricare, consultare e seguire lo stato dei propri documenti in tempo reale, con maggiore chiarezza. «Questo è possibile grazie all’utilizzo di soluzioni leader nei rispettivi ambiti, come DocuWare per la gestione documentale e Abacus per la contabilità, che consentono di rendere i dati accessibili in modo sicuro e continuo. «È un vero cambio di paradigma: le informazioni non restano più confinate negli uffici, ma diventano disponibili ovunque e in qualsiasi momento».
Da cosa nasce l’esigenza di evolvere i processi?
Secondo Pozzi, l’evoluzione digitale è ormai un passaggio necessario. «La digitalizzazione favorisce un maggiore coinvolgimento del cliente ed è particolarmente rilevante per le realtà più piccole, che spesso non dispongono delle risorse per dotarsi di sistemi informatici avanzati. Attraverso i nostri servizi possono ac -
cedere a una struttura digitalizzata che difficilmente potrebbero sviluppare individualmente».
Questa visione è condivisa da Noah Beccarelli, responsabile IT del gruppo WMM: «Gestire volumi crescenti di dati richiede processi strutturati, sicuri e tracciabili. Sistemi pensati per il cartaceo non sono più sostenibili. La digitalizzazione riduce le ridondanze, migliora il controllo e garantisce la continuità operativa».
Qual è stata la sfida principale di questa trasformazione?
«Il cambiamento più impegnativo è stato accompagnare l’evoluzione interna», osserva Pozzi. «I clienti hanno accolto positivamente la digitalizzazione; internamente è stato necessario dimostrarne il valore aggiunto anche per l’operatività quotidiana».
Cosa è cambiato nel lavoro quotidiano?
«Le scrivanie si stanno progressivamente svuotando di documenti cartacei e la ricerca delle informazioni è più rapida», racconta Gigi Pozzi. Edoardo Selmin, Business Advisor della società di Tax & Business Advisory di WMM Group, conferma: «La gestione cartacea si è drasticamente ridotta, i documenti vengono archiviati digitalmente fin dall’inizio e il lavoro è più ordinato ed efficiente. La standardizzazione ha facilitato la collaborazione e la continuità operativa».
Quali benefici emergono dal lato cliente?
«Oltre alla velocità, il vantaggio principale è la trasparenza», sottolinea Pozzi. «I clienti possono accedere ai propri dati, monitorare le attività in corso e interagire in modo più rapido con la fiduciaria». Selmin evidenzia come la digitaliz -
zazione migliori la qualità della relazione: «I clienti hanno una visione più chiara delle attività in corso, possono verificare lo stato dei documenti in autonomia e ridurre i tempi di attesa. L’interazione diventa più semplice e immediata, e il cliente si sente maggiormente coinvolto nei processi amministrativi e contabili».
La relazione umana resta centrale?
«Assolutamente sì», conclude Pozzi. «La digitalizzazione non sostituisce il contatto personale. Al contrario, automatizzare alcune attività operative ci consente di dedicare più tempo alla consulenza, all’ascolto e al supporto strategico, rafforzando il rapporto di fiducia con il cliente». Questa evoluzione si riflette anche nei servizi offerti. «Se in passato il ruolo della fiduciaria era prevalentemente legato alla gestione contabile e agli adempimenti fiscali, oggi per alcuni clienti affianchiamo strumenti di controllo di gestione e di analisi, fornendo indicatori utili a comprendere l’andamento economico e finanziario. Questo consen -
te di accompagnare il cliente in modo più consapevole e strategico nelle decisioni», spiega Pozzi. Guardando al futuro, «la direzione è chiara: le aziende hanno bisogno di una visione più ampia e strutturata; servizi in grado di supportare la gestione e la lettura dei dati creano un valore aggiunto concreto, rafforzando il rapporto di fiducia con il cliente».
01 Gigi Pozzi, Managing Director Tax and Business Advisory
02 Da sinistra: Noah Beccarelli, Group IT Manager, Gigi Pozzi, Managing Director Tax and Business Advisory; Edoardo Selmin, Business Advisor Tax & Business Advisory
Investire per generare crescita, innovazione e impatto
Angelica Morrone e Jaqueline
Ruedin Ruüsch, General Partners di Privilège Venture, illustrano come il capitale privato possa svolgere un ruolo chiave nel sostenere l’economia reale, l’innovazione e la crescita imprenditoriale, e condividono la propria visione sul venture capital, l’investimento in health tech e longevity e l’impegno nello sviluppo delle nuove generazioni.
In che modo il contesto economico attuale sta ridefinendo il ruolo del capitale privato nell’economia reale?
«In uno scenario segnato da incertezza macroeconomica, transizione demografica e accelerazione tecnologica, il capitale privato assume un ruolo sempre più strategico. Investire nell’economia reale significa sostenere imprese e progetti capaci di generare valore tangibile: occupazione, competenze, progresso tecnologico e impatto sociale. È anche il modo più efficace per dare concretezza a idee innovative che spesso non trovano spazio nei canali di finanziamento tradizionali».
Quali sono le principali difficoltà che incontrano oggi i progetti imprenditoriali innovativi?
«Molti progetti nascono da visioni ambiziose, team qualificati e forte motivazione imprenditoriale, ma
necessitano di capitali pazienti, competenze e accompagnamento strategico per crescere. Senza questi elementi, anche iniziative con elevato potenziale rischiano di non riuscire a svilupparsi pienamente».
Che ruolo gioca il venture capital in questo contesto?
«Il venture capital è fondamentale non solo come fonte di finanziamento, ma come partner attivo nella crescita delle imprese. Supporta gli imprenditori nelle fasi più critiche, affiancandoli nelle scelte strategiche e contribuendo alla costruzione di modelli di business solidi e scalabili».
Perché è importante affiancare al capitale una solida cultura imprenditoriale?
«Il capitale da solo non è sufficiente. È essenziale promuovere una cultura imprenditoriale diffusa che incoraggi iniziativa, responsabilità e visione di lungo periodo. Una cultura sana normalizza il rischio e l’errore come parte del processo di apprendimento continuo, elementi indispensabili per l’innovazione».
Come si costruisce un ecosistema favorevole all’imprenditorialità, soprattutto per i giovani?
«Serve investire in formazione, mentorship, accesso alle reti e dialogo tra generazioni. È importante trasmettere ai giovani che l’impresa non è solo una scelta professionale, ma uno strumento concreto per contribuire allo sviluppo economico e sociale del territorio».
Qual è il focus di investimento di Privilège Ventures e perché questi settori sono strategici?
«Privilège Ventures investe in innovazione e tecnologia con un focus su health tech e longevity. Si tratta di settori ad alto potenziale di crescita che rispondono a bisogni reali e urgenti, come l’invecchiamento della popolazione, la prevenzione, la qualità delle cure e il benessere lungo tutto l’arco della vita. L’obiettivo è sostenere progetti capaci di migliorare concretamente la qualità della vita, aggiungendo vita agli anni e non solo anni alla vita».
In che modo Privilège Ventures contribuisce allo sviluppo delle nuove generazioni?
«Attraverso la Fondazione Privilège sosteniamo il programma Privilège Students Ventures, che avvicina studenti e giovani talenti al mondo del venture capital. L’obiettivo è renderli più consapevoli
del funzionamento del capitale di rischio, sia come possibile percorso professionale sia come interlocutore chiave per i futuri imprenditori. È un investimento di lungo periodo che rafforza l’intero ecosistema, creando un circolo virtuoso tra capitale, innovazione e impatto».
Bed / Fandango Wardrobe/ Matisse rugiano.com
Ad Andermatt il lusso sposa la tradizione alpina
La trasformazione dello storico Hotel 3 Könige und Post segna l’ingresso di Elie Saab nel mondo dell’hospitality di alta gamma, con un progetto che unisce restauro, interior design e sostenibilità. Ce ne parlano i due architetti Paolo Colombo, Founder e Managing Director di A++ Group, società di development e studio di architettura del progetto insieme a Carlo Colombo, Partner e Creative Director di A++ Group.
Da sinistra: Paolo Colombo e Carlo Colombo
POST Hotel & Residences by Elie Saab segna il debutto del brand di moda nell’hospitality in Svizzera. Perché Andermatt rappresenta la scelta giusta per questo primo progetto?
«Andermatt costituisce oggi una delle destinazioni alpine più interessanti e in forte crescita in Svizzera. Dopo anni di relativa marginalità, la località ha vissuto una profonda rinascita grazie a investimenti infrastrutturali e turistici di grande portata, che ne hanno rafforzato l’attrattività internazionale. In questo contesto, Andermatt si è rivelata la cornice ideale per il debutto di Elie Saab nell’hospitality svizzera: una destinazione autentica, legata alla tradizione montana, ma al tempo stesso capace di accogliere un’idea evoluta di lusso, lifestyle ed esperienza di turismo ai più elevati livelli di eccellenza».
Il progetto nasce dalla riqualificazione dello storico Hotel 3 Könige und Post del 1788. Qual è stato l’approccio architettonico adottato?
«L’intervento ha previsto un restauro accurato dell’edificio storico, con l’obiettivo di preservarne l’identità originaria e il fascino tipico dello chalet alpino del XVIII secolo. Il progetto architettonico ha lavorato per sottrazione e integrazione, evitando ogni forma di mimetismo o contrasto forzato. La memoria storica dell’edificio è stata valorizzata attraverso un linguaggio contemporaneo sobrio ed elegante, capace di reinterpretare il
passato e restituirlo in una chiave attuale, senza perderne l’autenticità».
POST Hotel & Residences propone un modello mixed-use ancora raro in Svizzera. Qual è il valore di questa formula?
«Abbiamo adottato un modello abitativo e ricettivo ibrido che risponde alle nuove esigenze di un pubblico in-
“POST Hotel & Residences by Elie Saab rappresenta un nuovo punto di riferimento per l’ospitalità di alta gamma ad Andermatt. Il progetto contribuisce a rafforzare l’immagine della località come destinazione alpina di livello internazionale, capace di attrarre un pubblico sofisticato e globale”.
ternazionale sempre più attento alla flessibilità e alla qualità dell’esperienza. Le 19 residenze e le 21 camere d’hotel consentono di vivere la montagna in modo personalizzato, combinando la privacy e l’intimità di una casa privata con l’accesso a servizi alberghieri di alto livello. Questa formula rappresenta non solo un’evoluzione del concetto di ospitalità, ma anche un’interessante opportunità di investimento, grazie alla possibilità di mettere a reddito le residenze nei periodi di non utilizzo».
In che misura gli interni riflettono il DNA estetico di Elie Saab Maison. Come è stato reinterpretato in chiave alpina?
«Il progetto di interior design nasce da un dialogo attento tra l’eleganza sofisticata di Elie Saab Maison e il calore della tradizione alpina. I materiali naturali, in particolare il legno e la pietra, giocano un ruolo centrale, insieme a tessuti ricercati e a una palette cromatica calda e avvolgente. Gli spazi sono stati pensati per essere luminosi, accoglienti e senza tempo, con arredi e dettagli su misura che rendono immediatamente riconoscibile lo stile Elie Saab, adattandolo con naturalezza al contesto montano».
Quali sono i principali elementi di sostenibilità ed efficienza del progetto?
«La sostenibilità è un tema centrale nell’approccio progettuale di A++ Group e si traduce in soluzioni concrete. L’edificio utilizza una struttura in legno ad alte prestazioni, in grado di garantire un’elevata efficienza energetica e un eccellente isolamento acustico. L’uso di materiali naturali ed ecosostenibili, l’attenzione al comfort abitativo, alla
luce naturale e al benessere degli utenti riflettono la filosofia di “Human Sustainable Architecture”, che pone l’essere umano e l’ambiente al centro del processo progettuale».
Che ruolo può avere
POST Hotel & Residences nello sviluppo complessivo di Andermatt?
«POST Hotel & Residences by Elie Saab rappresenta un nuovo punto di
Questo progetto non è il vostro primo intervento ad Andermatt… «Infatti. Negli anni scorsi abbiamo realizzato The BASE, una struttura che ospita dieci unità abitative di diverso tipo per coppie, famiglie e gruppi di amici. Tutti gli ambienti combinano l’eleganza del design contemporaneo con il carattere rustico della tradizione alpina. L’edificio è costruito con una struttura in legno che garantisce
agli impianti di risalita, un vantaggio che aumenta sensibilmente il comfort del soggiorno degli ospiti. A completare l’esperienza, The BASE dispone di un ampio parcheggio sotterraneo, della possibilità di raggiungere il centro città in pochi passi e di una sauna, ideale per rilassarsi dopo una giornata in montagna. Si può ben dire che l’estrema attenzione ai dettagli rappresenta l’anima del progetto».
riferimento per l’ospitalità di alta gamma ad Andermatt. Il progetto contribuisce a rafforzare l’immagine della località come destinazione alpina di livello internazionale, capace di attrarre un pubblico sofisticato e globale. Allo stesso tempo, valorizza un edificio storico attraverso un intervento di rigenerazione attenta e sostenibile, diventando parte integrante del più ampio processo di sviluppo e rilancio del territorio».
un’elevata efficienza energetica e un eccellente isolamento acustico. Gli interni sono caratterizzati da un design minimalista ed elegante, in cui il grande protagonista è ancora una volta il legno, utilizzato sia per l’arredamento sia per i rivestimenti di pavimenti e soffitti. Finestre a tutta altezza inondano gli appartamenti di luce naturale. La posizione è un ulteriore punto di forza: siamo infatti molto vicini
Philipp Peter e Iradj Alexander David, Owner e Co-Ceo celebrano il rapporto che storicamente lega Wetag e Christie’s International Real Estate, un percorso di eccellenza che ha ridefinito il lusso immobiliare in Ticino.
Vent’anni di visione internazionale
Dal 2005, la collaborazione tra Wetag e Christie’s International Real Estate rappresenta un punto di riferimento nel luxury real estate ticinese. Un dialogo che attraversa due decenni di evoluzione del mercato, mantenendo al centro valori, relazioni e una visione internazionale capace di connettere il Cantone al mondo.
Nel 2025 Wetag ha festeggiato vent’anni di collaborazione con Christie’s International Real Estate. Che significato ha questo traguardo?
«Vent’anni non rappresentano semplicemente un anniversario, ma la conferma di una visione condivisa che ha resistito al tempo e ai cambiamenti del mercato. Guardare indietro significa riconoscere il percorso fatto, le relazioni costruite e i
valori che ci hanno guidato. Questa collaborazione ha contribuito in modo decisivo a ridefinire il concetto di lusso immobiliare in Ticino, portandolo su una dimensione autenticamente internazionale».
Torniamo all’inizio: cosa vi ha spinto, nel 2005, a scegliere Christie’s come partner esclusivo? «Da sempre il lusso ricopre un ruolo importante in Ticino. La forte identità e il patrimonio unico del territorio, per essere valorizzati pienamente, avevano bisogno di essere raccontati a un pubblico globale, sensibile alla qualità, alla cultura e allo stile di vita. L’affiliazione con Christie’s International Real Estate è stata molto più di una scelta strategica: è stata una promessa di apertura, di dialogo e di posizionamento internazionale».
Parlate spesso di relazioni come valore centrale del vostro lavoro. Cosa significa concretamente? «Significa mettere le persone al centro. Dietro ogni proprietà, ogni trattativa, ogni investimento c’è una storia, un progetto di vita. Il
nostro ruolo è ascoltare, comprendere e accompagnare con discrezione e competenza. Negli anni abbiamo creato relazioni profonde a tutti i livelli, dai clienti ai collezionisti internazionali, senza mai tralasciare il contesto locale. Questo capitale umano è il vero patrimonio di Wetag».
In questo contesto, che ruolo hanno gli eventi organizzati in collaborazione con Christie’s? «Gli eventi rappresentano un’estensione naturale della nostra filosofia. Le collaborazioni con Christie’s, in particolare con la casa d’aste, ci permettono di creare occasioni di incontro esclusive tra collezionisti, investitori e appassionati d’arte. Non sono semplici eventi mondani, ma momenti di networking autentico che rafforzano il legame tra il Ticino e il panorama culturale e collezionistico internazionale».
In vent’anni il mercato del lusso è profondamente cambiato.
Quali sono le principali trasformazioni che avete osservato?
«La digitalizzazione ha cambiato il modo di comunicare e di informarsi, la sostenibilità è diventata un valore imprescindibile e gli stili di vita si sono evoluti. Oggi i clienti sono sempre più internazionali, mobili e consapevoli. Wetag ha saputo adattarsi a questi cambiamenti senza perdere la propria identità, ampliando il network attraverso quattro affiliazioni internazionali di prestigio e investendo costantemente nella formazione del team».
Che ruolo gioca oggi il vostro team in questa visione internazionale?
«Un ruolo fondamentale. Il nostro team è multilingue, culturalmente aperto e altamente specializzato. Non ci limitiamo a intermediare immobili: creiamo un ponte culturale prima ancora che commerciale. Partecipiamo attivamente ai principali congressi globali del settore proprio per anticipare tendenze, innovazioni e nuove esigenze della clientela. La continuità è un valore essenziale ed è testimoniata anche dalla lunga permanenza dei membri del team. Diversi di noi fanno parte dell’azienda da circa dieci anni, ma non mancano collaboratori che sono in Wetag da oltre venticinque anni».
la sua luce, l’equilibrio tra eleganza svizzera e lifestyle mediterraneo rappresentano un valore unico. È questo che continuiamo a raccontare e a valorizzare ogni giorno, con l’obiettivo di attrarre persone che non cercano solo una proprietà, ma una vera esperienza di vita».
Come si è evoluta questa visione nel corso degli anni?
«Negli ultimi dieci anni la nostra visione si è ulteriormente consolidata. Il mercato del lusso è diventato più esigente, più internazionale e più consapevole. Abbiamo rafforzato il nostro posizionamento investendo nel network, nella qualità del servizio e nelle relazioni. Il riconoscimento come Christie’s Affiliate of the Year 2019 è stato per noi un momento simbolico importante, perché ha certificato la fiducia e l’eccellenza costruite nel tempo».
Il Ticino, in questo scenario sempre più globale, che posto occupa?
«Il Ticino resta il cuore di tutto. Il suo clima,
Guardando al futuro, cosa rappresentano questi vent’anni con Christie’s International Real Estate per Wetag?
«Guardiamo indietro con soddisfazione, con il rinnovato obiettivo di coltivare relazioni autentiche. L’eredità che celebriamo oggi è fatta di fiducia, continuità ed eleganza, ed è ciò che continuerà a guidarci verso nuovi orizzonti insieme a Christie’s International Real Estate».
L’importanza di mantenere sempre un atteggiamento prudente
Sabina Gatto, CEO di SIT Immobiliare affronta le principali tematiche di carattere economico e finanziario che condizionano l’andamento del mercato immobiliare ticinese e sottolinea l’importanza di avvalersi sempre di una consulenza altamente professionale.
In che modo l’aumento continuo dei prezzi immobiliari incide sull’accesso alla proprietà, nonostante il calo dei tassi di interesse?
«Il calo dei tassi aiuta la rata, ma non “compensa” l’aumento dei prezzi: il vero ostacolo oggi è l’anticipo (capitale proprio) e il rispetto dei criteri di sostenibilità. Se il prezzo sale, serve più equity e aumenta il rischio di non rientrare nei parametri di finanziabi-
lità, anche con interessi più bassi. Inoltre, l’offerta resta strutturalmente limitata in molte zone richieste, quindi la domanda si sposta rapidamente sui pochi oggetti di qualità e i prezzi tengono. In Svizzera, dopo i tagli della BNS tra il 2024 e il 2025, i tassi si sono effettivamente raffreddati, ma il problema “accesso” è diventato soprattutto una questione di capitale e di selettività bancaria».
mercato mostrano chiaramente che le differenze regionali si sono ampliate e che la crescita non è omogenea tra regioni e tipologie».
Perché esistono differenze così marcate nell’andamento dei prezzi tra le diverse regioni linguistiche della Svizzera?
«Perché i prezzi non seguono una “Svizzera unica”, ma micro-mercati con fondamentali diversi: dinamica occupazionale, livelli salariali, disponibilità di terreni edificabili, tempi autorizzativi, attrattività per aziende e residenti, accessibilità (trasporti) e qualità dello stock. Negli ultimi anni si è vista anche una polarizzazione: le aree più care e richieste reagiscono in modo diverso ai tassi rispetto a regioni più periferiche. Gli studi di
Quali rischi comporta per gli acquirenti la crescente preferenza per ipoteche flessibili legate al mercato monetario?
«Il rischio principale è la volatilità del costo: con una soluzione tipo SARON, il tasso può salire in tempi relativamente rapidi e incidere subito sulla rata, creando stress di liquidità se il budget è “tirato”. Il secondo rischio è comportamentale: quando i tassi sono bassi, si tende a sottovalutare scenari di rialzo e a non pianificare una strategia di copertura. La buona notizia è che molte strutture SARON consentono di passare a un fisso (con regole e tempi da valutare bene), quindi la flessi-
Via Giuseppe Motta - Lugano
bilità va gestita con disciplina: soglia massima di rata accettabile, riserva di liquidità e piano di conversione».
Per quali ragioni le banche stanno rafforzando la loro posizione rispetto ad altri operatori nel mercato ipotecario?
«Perché hanno scala, rete commerciale, processi e soprattutto capacità di funding e gestione del rischio integrata. In Svizzera la quota delle ipoteche resta fortemente bancaria; assicurazioni e casse pensioni sono presenti ma con peso complessivo molto contenuto (ordine di grandezza: pochi punti percentuali). Inoltre, la fase recente ha premiato gli istituti con forte base domestica e distribuzione capillare: ad esempio le banche cantonali hanno ulteriormente rafforzato la posizione dominante in termini di quota».
Perché, nonostante condizioni di mercato apparentemente favorevoli, è ancora fondamentale confrontare attentamente le offerte di finanziamento?
«Perché “tasso” non significa “costo totale” e perché le differenze tra offerte si giocano su dettagli che pesano molto nel tempo: margini applicati, condizioni di rinnovo, opzioni di conversione, flessibilità di ammortamento, costi accessori, regole in caso di estinzione anticipata e gestione del rischio tasso. In più, anche se i tassi guida sono scesi, le offerte reali possono variare parecchio tra istituti e
profili cliente, e nel 2026 la scelta tra fisso e variabile va fatta in base a orizzonte, stabilità di reddito e tolleranza alle oscillazioni, non “seguendo il mercato”. Le stesse piattaforme di confronto mostrano dispersioni importanti tra migliori e peggiori condizioni a parità di durata».
Quali sono le più interessanti soluzioni immobiliari relative al mercato ticinese che state attualmente proponendo?
«Nel nostro portfolio vi sono molte proposte che assolvono a qualificate richieste residenziali, godendo di ottime posizioni vista lago oppure che rispondono ad interessanti opportunità di investimento con immobili da mettere a reddito. Per esempio, l’appartamento con RIF 12290 in una delle vie più importanti di Lugano costituisce un valore sicuramente per la posizione di pregio, ma anche per la qualità delle finiture adottate, frutto di una sinergica collaborazione tra SIT immobiliare e SIT Design: i proprietari/investitori che scelgono di acquistare in un’ottica strategica di ristrutturare, arredare in maniera funzionale e poi rivendere o mettere a reddito possono infatti avvalersi di un supporto altamente professionale in tutte le fasi del processo. Sempre nel cuore di Lugano, in una prestigiosa zona residenziale a pochi passi dal centro città, è proposto in vendita un raffinato appartamento di 4.5 locali (Rif. 12033) con una splendida vista sul lago. L’immobile è inserito in un moderno ed esclusivo complesso di recente costru-
zione, impreziosito poi da finiture di alto standing. Altre interessanti proposte sono poi a Massagno (Rif. 12280), nel cuore della prestigiosa Residenza Santa Lucia, un elegante complesso di recente costruzione dalle linee moderne e raffinate, dove è disponibile un ampio e luminoso appartamento di 4.5 locali con vista sul Lago di Lugano. A Maroggia un fabbricato misto (Rif. 12230) composto da unità residenziali, spazi commerciali e locali accessori, ideale come investimento a medio termine con possibilità di valorizzazione. E, infine, sempre a Maroggia, un terreno edificabile di circa 200 m² (Rif. 12231) in una zona residenziale di completamento e in posizione comoda e ben servita».
E per quanto riguarda le proposte presenti su altri mercati internazionali quali novità volete segnalare?
«Occorre mantenere sempre un atteggiamento molto prudente: come operatore locale, le proposte internazionali vanno comunicate solo se avete davvero pipeline e partner attivi su quei Paesi. Una formulazione sicura è questa: stiamo osservando con attenzione opportunità estere tramite partner selezionati, privilegiando mercati con regole chiare, domanda liquida e immobili facilmente rivendibili; l’obiettivo non è “promettere rendimenti”, ma offrire alternative coerenti con profili diversi (seconda casa, diversificazione patrimoniale, investimento a reddito) e con una due diligence robusta su aspetti legali, fiscali e gestionali. Un positivo esempio di collaborazione è costituito dal rapporto con una realtà del Lago Maggiore che segue clienti internazionali per case vacanze, o proprietà di lusso di clienti che intendono trasferirsi in Ticino. È un veicolo per noi importante per allargare il bacino d’utenza».
Terreno edificabile e palazzo - Maroggia
Giovanni Mastroddi, Fondatore e CEO di MG immobiliare-BARNES
Lugano, illustra i vantaggi derivanti dall’appartenenza ad uno dei più prestigiosi network internazionali operanti a livello globale sul mercato immobiliare.
Insieme per essere più forti
Quali sono i principali valori aggiunti per la clientela di MG Immobiliare derivanti dall’appartenenza al network internazionale BARNES?
«La nuova partnership con BARNES Internation segna per MG Immobiliare un’evoluzione naturale verso una dimensione globale. Maggiore visibilità, accesso a una clientela internazionale altamente qualificata e una piattaforma di marketing strutturata permettono di valorizzare ogni proprietà con strumenti mirati. Il tutto senza perdere il nostro approccio sartoriale e il forte legame con il territorio ticinese».
In che modo la collaborazione con BARNES e la derivante rete di relazioni globali consentono di garantire riservatezza e risultati concreti durante una trattativa?
«Discrezione e relazioni selezionate sono il cuore del metodo BARNES. Nelle trattative off market le informazioni vengono condivise solo con interlocutori realmente qualificati. Parallelamente, la rete internazionale crea connessioni mirate tra domanda e offerta, favorendo risultati concreti e tempi di negoziazione più efficienti. Inoltre grazie alle offerte parallele a quelle immobiliari, come vini pregiate ed automobili da collezione, è possibile creare collegamenti unici per i nostri clienti e soprattutto sfruttando canali più riservati».
BARNES Suisse organizza durante l’anno conferenze internazionali dedicate ai grandi temi dell’immobiliare: quale ruolo giocano questi eventi nel creare opportunità di business e nel favorire il dialogo tra investitori e professionisti del settore?
«Gli eventi internazionali firmati BARNES Suisse sono piattaforme di incontro ad alto livello. Riuniscono investitori, family office e professionisti del settore in contesti esclusivi, dal Campionato di Polo all’Open di Golf di Crans-
Montana fino a esposizioni dedicate ad auto iconiche. Per noi di MG Immobiliare|BARNES Lugano rappresentano momenti strategici per rafforzare relazioni, discutere i nuovi trend e promuovere il Ticino su scala internazionale».
Attraverso il network BARNES, MG Immobiliare offre accesso anche a asset alternativi come auto, residenze esclusive e yacht a livello globale: quanto è importante oggi per un cliente HNWI poter contare su una consulenza immobiliare così diversificata?
01 Residenza Golden Hill
Attico panoramico di 4.5 o 5.5 locali con ampie terrazze, tra natura, luce e sostenibilità nella Collina d’Oro, vicino al TASIS
02 Paradiso
Nuovissimo appartamento 4.5 locali vista lago con ampie vetrate, 2 parcheggi, a pochi minuti dal centro di Lugano
03 Lugano Castagnola
Elegante appartamento ristrutturato di 5 locali con vista lago, dove luce naturale e privacy incontrano la vicinanza al centro
«Oggi un cliente HNWI cerca una visione integrata del proprio patrimonio. Non solo residenziale, ma asset diversificati che uniscono lifestyle e investimento. Grazie a BARNES offriamo un unico interlocutore capace di coordinare opportunità internazionali con una consulenza a 360 gradi capace di seguire un cliente oltre i propri beni immobiliari».
Il mercato off market rappresenta una dimensione sempre più strategica: qual è il valore di oggetti iconici off market a Lugano e quale tipo di clientela li ricerca maggiormente?
«A Lugano l’off market è sinonimo di esclusività. Ville vista lago, attici e residenze iconiche richiedono una gestione discreta e relazioni qualificate. Questa offerta è particolarmente apprezzata da nuovi residenti internazionali, investitori privati e family office che privilegiano unicità e riservatezza rispetto alla visibilità pubblica».
Quali sono le caratteristiche distintive che rendono un oggetto unico nel panorama immobiliare luganese?
«Location privilegiata, vista lago e privacy restano elementi centrali. A questi si affiancano qualità architettonica, tecnologia integrata e sostenibilità energetica. Un immobile davvero distintivo è quello che riesce a dialogare con il paesaggio, offrendo eleganza, funzionalità e un’identità forte».
Possiamo concludere presentando alcune vostre proposte a Lugano o in Ticino che rispondono a quei criteri di lusso, sostenibilità e prestigio sopra richiamati?
«Possiamo concludere citando alcune proposte che rappresentano pienamente la nostra visione contemporanea dell’abitare tra eleganza, sostenibilità e riservatezza. Tra queste spicca la nuova Residenza Golden Hill a Gentilino, Collina d’Oro, un progetto esclusivo di sole cinque unità residenziali con superfici superiori ai 240 mq, caratterizzato da un’architettura moderna ed elegante, ambienti luminosi e un’anima green pensata per garantire comfort abitativo e benessere nel tempo. Un cliente che ha visitato il cantiere l’ha definita “il lusso della privacy”, espressione che riassume perfettamente la filosofia del progetto. Accanto a questa iniziativa proponiamo alcune ville moderne con servizi evoluti, spazi generosi e soluzioni tecnologiche ideali per uno stile di vita dinamico e internazionale. A completare la nostra selezione, una nuova proprietà rigorosamente off-marketvera icona dello stile BARNES - con superfici oltre i 700 mq, vista lago dominante, moderna e con dotazioni tecnologiche di ultima generazione. Residenza pensata per una clientela HNWI che ricerca esclusività, sostenibilità, design contemporaneo e una gestione altamente riservata».
Il rinnovamento di un modello iconico
La collezione Villeret afferma la sua duplice eredità: eccellenza meccanica e purezza delle linee che la rendono l’espressione più pura dello stile Blancpain. I nuovi modelli sono ora disponibili presso la Boutique Tourbillon di Lugano.
Da più di quarant’anni, Villeret incarna la visione di generazioni di artigiani e orologiai che hanno reso Blancpain un punto di riferimento dell’Alta Orologeria. Oggi animato dai più recenti calibri di manifattura, decorati secondo la tradizione dell’Alta Orologeria, Villeret esprime più che mai un ideale di purezza, eleganza e significato. Recentemente la collezione Villeret è stata reinventata con una serie di dettagli sottili e raffinati. Dalle tonalità marrone dorato soleillées ai quadranti opalini impreziositi da
accenti dorati, declinazioni di beige o grigio blu, fino a cinturini intercambiabili che si adattano ai desideri del momento: l’evoluzione si vede nel colore e nel materiale. A questi tocchi si aggiungono trasformazioni più profonde come lancette
ridisegnate, dotate di un inserto luminescente, che offrono sia un tocco contemporaneo che una migliore leggibilità al buio. Oppure indici romani in oro 18 carati con facce superiori satinate e smussature lucide sui lati. Il tradizionale “12” è sostituito dal simbolo “JB”. L’insieme presenta un rilievo più scolpito e affilato. A ore 3 è presente un’apertura più ampia e armoniosa della finestrella della data. Inoltre, una massa oscillante traforata realizzata in oro rosso o giallo, i bordi e le finiture
smussate rivelano il cuore meccanico. Infine i nuovi modelli assicurano un comfort senza precedenti grazie a un sistema di cinturini e chiusure intercambiabili per l’uso quotidiano. La finitura “coupé sellier”, molto flessibile e cucita a mano, unisce comfort e tradizione artigianale. Un discorso particolare merita poi l’insieme dei calendari a fasi lunari con un’apertura allargata, disco in ceramica, luna bombata e applicata in oro satinato. Movimenti sicuri consentono a chi indossa l’orologio
di regolare le indicazioni del calendario ogni volta che lo desidera, senza danneggiare il movimento. Mentre i calendari con cassa da 40,00 mm presentano al centro i tradizionali correttori sotto le anse, brevettati nel 2005, che si attivano con il semplice tocco di un dito. Per lo stesso modello, la cassa ridisegnata presenta una lunetta raffinata, corona più ampia, profilo snellito, anse rielaborate: l’eleganza diventa più leggera senza perdere la sua sostanza. Grazie alla loro varietà e alla loro ricchezza, le fasi lunari di Blancpain occupano un posto unico nell’orolo -
geria. Questa complicazione, sia poetica che tecnica, ha svolto un ruolo chiave nel rilancio della Maison e, più in generale, nella rinascita dell’orologeria svizzera. È diventata così una delle firme più emblematiche di Blancpain.
Ancora una volta dalla parte dei bambini
Sabato 15 novembre 2025 si è tenuto presso la sala eventi Metamorphosis all’interno del Palazzo Mantegazza a Lugano il Gran Gala della Solidarietà, organizzato dall’Associazione Elisa per raccogliere fondi destinati al sostegno di bambini bisognosi colpiti da gravi patologie e curati in Ticino.
Il ricavato della serata è stato destinato alla realizzazione di importanti progetti, a partire dalla Fondazione Elisa, Locarno, per assicurare un aiuto alle famiglie di bambini affetti da gravi patologie: aiuto finanziario, psicologico, reinserimento scolastico e cure domiciliari. Il contributo per Casa Santa Elisabetta, sarà invece destinato all’ampliamento del giardino, uno spazio educativo naturale capace di promuovere la relazione e il benessere dei bambini e delle mamme ospitate. E ancora, la Croce Verde una storica istituzione assistenziale profondamente radicata nella storia del territorio e nel cuore dei ticinesi, con la presa a carico di dispositivi per il trasporto e la fissazione sulla barella di neonati e bambini fino a 10 anni, e diversi estricatori Ferno XT per il trasporto in sicurezza di persone con sospetta lesione della colonna vertebrale. Infine, un sostegno all’associazione Autismo Svizzera, che ha presentato il progetto “Concerto inaspettato” finalizzato a valorizzare la potenza dell’arte come strumento di visibilità. La serata si è svolta all’insegna della convivialità e ha visto l’alternarsi di ottime proposte culinarie preparate dagli chef del ristorante META, allietati da un avvolgente sottofondo musicale dalla presentazione di video con forti im-
patti emozionali. Ad accogliere gli ospiti una stupefacente coreografia della sala, ispirata alla Scala di Milano, ideata con la direzione artistica e scenografica di Ana Mantegazza e realizzata a cura di Color Lito SA, con le decorazioni floreali di Dahra Home Lugano. E in questo affascinante scenario si è esibito il protagonista della serata, il ballerino Luca Gori, formatosi presso la Scuola di Danza della Fondazione Teatro dell'Opera di Roma, con un ricco bagaglio di esperienze professionali, performances, ed esibizioni con importanti compagnie di danza. La hall del teatro ha ospitato invece lo spettacolo dei giovani della Pop Music School, diretti da Mauro Marchesi. Presentatrice del gala è stata la bella e brava Julie Arline, che ha dato ancora una volta sfoggio della sua eleganza e simpatia. Grande successo ha riscosso anche l’Asta condotta da Clarissa Tami. Associazione Elisa rivolge un sentito ringraziamento agli sponsor che hanno reso possibile l’organizzazione di questo Gran Gala, alle aziende amiche che con la loro generosità hanno messo a disposizione i premi per la lotteria, e a tutte le persone che, attraverso le loro opere o donazioni facilitano ogni giorno il suo compito e stimolano la sua missione. L’Associazione Elisa aiuta i bambini affetti da gravi ma-
lattie, quali leucemie, tumori maligni, AIDS, affezioni congenite, diabete, ecc., che necessitano, insieme alle loro famiglie, di un periodo di ricovero nelle strutture sanitarie ticinesi ma che hanno anche bisogno di qualche forma di aiuto economico per affrontare le cure richieste. Se è vero infatti che il Ticino offre in generale prestazioni sanitarie eccellenti e garantisce un ottimo livello cura, permangono comunque situazioni di bisogno, materiale e spirituale, che non a caso colpiscono persone già provate dal dover affrontare lunghe e gravi malattie.
Molti sono infatti i problemi e le difficoltà causati dalla malattia grave di un bambino che restano a carico delle famiglie e ne sconvolgono la vita perché esulano dagli ambiti coperti dalle assicurazioni sociali. Ed è proprio in questa prospettiva che si muove l’Associazione Elisa che ormai da oltre 26 anni ha avuto modo di aiutare centinaia di bambini e che per il futuro ha in progetto di svolgere, con il sostegno di tanti donatori, un’azione ancora più profonda e capillare. Vi attendiamo il prossimo il 14 novembre per la nuova edizione del Gran Gala.
01 Filippo Tami, Ariella del Rocino, Ilario Bernasconi, Ana Mantegazza e Gabriele Corte
02 Irache Villada, Mirela e Andrew Cook, Silvana e Jessica Masera e Kim Mikkelsen
03 Famiglia Kraus
04 Avv. Paolo Zanazza e Avv. H élène Bergerhoff
05 Comitato Associazione Elisa
06 Nicola Gottardi e Julie Arlin
07 Danilo e Nikla Crivelli e Maurizio Romano
08 Ariella Del Rocino, Petra Peter, Mauro Marchese e Ana Mantegazza
09 Guggengheim Nechami
10 Simona Genini e Ana Mantegazza
11 Achille e Serena Severgnini
12 Giulio Tega e Vito Stolova
13 Fabio Cattaneo e Laura Barriales – AVU
14 Fabio e Vanesa Mantegazza
15 Sandra Bertoli, Adriana Cartossi Brizio e Marco Bertoli
16 Luigi e Adriana Rugiano
MAIN SPONSOR
MAIN SPONSOR
17 Dottor Aldo Alberti e Alessandra Alberti
18 Mattia e Silvia Malacalza
19 Deborah Haschke Garris e Cornelia Hagmann
20 Ksenia e Marcos Amaro
21 Clarissa Tami
22 Philipp Peter e Luca Pedrotti
23 Jordana Mota e Marco Ugolini – Samsara
24 Eva Capellini, Carmine Rotondaro, Zareh Bezikian, Tiziana Caprioni, Sarina Manuela e Pino Scalise e Giovanni Saladino
25 Giovanna Naponiello, Silvia Damiani e Gabriella Sichel
26 Nicolas Greissing, Tais Vladimirovna e Alberto Prandoni – Boîte d’Or
27 Wilma Facchinetti, Irache Villada, Jennifer Ung, Fiona Angelini, Ana Cristina de Atteide e Alba Willason
28 Ana Mantegazza, Onorevole de Rosa e Ariella del Rocino
SPONSOR
SPONSOR
PARTNER
PARTNER
lucrezia Roda
Qualcosa di completamente diverso
Contro i luoghi comuni della comunicazione
TUTORIAL ? NO, GRAZIE
COME SOPRAVVIVERE ALLA FUFFA DEL CONTENT MARKETING
Signed by Visiva – visiva.ch
Chi sa fare, fa. Chi non sa fare, insegna. George Bernard Shaw lo scrisse nel 1903 e da allora generazioni di insegnanti si sono giustamente offese. Ma forse, nell'economia dell'attenzione, quella frase merita una rilettura.
Aprite YouTube. Cercate qualsiasi competenza professionale: saldatura, programmazione, strategia aziendale, negoziazione, design. Troverete migliaia di persone pronte a spiegarvi come si fa. La domanda che nessuno pone è semplice: se questi esperti sono così bravi nel loro mestiere, perché dedicano ore a produrre contenuti gratuiti invece di esercitare quella competenza sul mercato?
Un saldatore esperto in Ticino fattura circa 130-140 franchi l’ora. Un video tutorial richiede preparazione, riprese, montaggio, ottimizzazione SEO. Parliamo di un investimento di tempo che, per un professionista affermato, rappresenta un costo opportunità significativo. La matematica non torna, a meno che il tutorial non serva a compensare un deficit di commesse reali.
Il content marketing ha creato un’illusione collettiva
Quale? Che per essere percepiti come esperti, bisogna dimostrare di saper spiegare. Le aziende producono white paper, webinar, guide definitive. I professionisti aprono canali, pubblicano reel, dispensano consigli. Il problema è che questa corsa alla didattica ha invertito il rapporto tra competenza e comunicazione.
Nel mondo pre-digitale, la reputazione di un artigiano si costruiva sui manufatti. Un falegname era giudicato dai mobili che produceva, un avvocato dalle cause che vinceva, un’agenzia di comunicazione dalle campagne che firmava. Il lavoro parlava. Oggi il lavoro tace, sommerso da una coltre di contenuti che spiegano come si dovrebbe lavorare.
Un cliente ci raccontava di aver selezionato un fornitore sulla base di un corso online molto ben fatto. Dopo sei mesi di collaborazione disastrosa, ha capito che quell’azienda sapeva produrre corsi, non servizi. La competenza didattica era autentica. La competenza operativa, no.
Raccontare non è fare
Esiste una differenza strutturale tra saper fare e saper spiegare. Sono
abilità distinte, talvolta complementari, spesso inverse. I migliori artigiani che conosciamo faticano a verbalizzare il loro processo. Lavorano con un’intelligenza procedurale che sfugge alla codifica linguistica. I migliori divulgatori, al contrario, eccellono nell’articolare concetti ma raramente li applicano in contesti ad alta pressione. Per un’impresa B2B, questa distinzione ha conseguenze concrete sulla strategia di comunicazione. Produrre tutorial posiziona l’azienda come fonte di conoscenza teorica. Mostrare progetti realizzati, problemi risolti, risultati misurabili posiziona l’azienda come operatore affidabile. Sono due posizionamenti diversi, con pubblici diversi e tassi di conversione diversi. Il tutorial attira chi vuole imparare a fare da sé. Il caso studio attira chi vuole delegare a qualcuno che sa fare. Per un’impresa che vende servizi, il primo pubblico è strutturalmente meno interessante del secondo.
Gratis uguale valore zero
C’è poi una questione di percezione del valore. Quando un professionista regala la sua conoscenza in formato video, il mercato registra un segnale: quella conoscenza ha valore zero, altrimenti perché condividerla gratis? È un paradosso, perché l’intenzione è opposta: dimostrare competenza per attrarre clienti. Ma il meccanismo economico sottostante comunica altro. Un avvocato che pubblica guide gratuite su come redigere contratti sta implicitamente dicendo che la sua competenza è replicabile seguendo istruzioni. Un avvocato che pubblica l’esito di una negoziazione complessa sta dicendo che la sua competenza produce risultati che richiedono la sua presenza.
Le imprese più solide che osserviamo in Ticino hanno un approccio diverso alla comunicazione. Pubblicano poco, mostrano molto. I loro contenuti non spiegano come si fa, documentano cosa hanno fatto. Cantieri conclusi, impianti funzionanti, clienti che testimoniano risultati. Questo approccio richiede un cambio di mentalità. Smettere di chiedersi “cosa posso insegnare al mio
pubblico?” e iniziare a chiedersi “cosa posso dimostrare al mio pubblico?”. La prima domanda genera tutorial. La seconda genera prove di competenza
Di cosa c’è bisogno
La scarsità oggi non è di informazioni ma di esecuzione. Tutti sanno come si dovrebbe fare marketing, gestire un team, ottimizzare un processo. Pochi sanno farlo davvero, sotto pressione, con vincoli reali, producendo risultati misurabili. Comunicare questa capacità richiede meno parole e più fatti. Perché se fossi veramente bravo nel tuo lavoro, saresti troppo impegnato a lavorare per avere tempo di spiegare come si lavora. E i tuoi clienti, quelli veri, lo saprebbero già.
Con l’AI l’azienda può essere totalmente ridisegnata
Dalla revisione dei processi alla ridefinizione delle competenze, fino alla gestione dei rischi: l’intelligenza artificiale sta cambiando radicalmente il modo in cui le imprese operano e prendono decisioni. Ma il vero vantaggio competitivo non nasce dall’adozione degli strumenti, bensì dalla capacità di ripensare organizzazione, lavoro e strategia. Intervista con Louis Macchi, alla guida della sede di PwC a Lugano.
Quali sono oggi le principali leve organizzative per trasformare l’adozione dell’intelligenza artificiale in un reale incremento di produttività?
«La leva decisiva non è tecnologica, ma manageriale. Molte aziende introducono strumenti di AI convinte che basti metterli a disposizione delle persone per ottenere automaticamente efficienza. Nella pratica, questo approccio genera benefici limitati. I risultati più concreti arrivano invece nelle organizzazioni che affrontano l’AI come un progetto di tra-
sformazione e non come una semplice automazione. Il punto di partenza è il coinvolgimento del top management, insieme alla definizione di una strategia chiara e al ripensamento dei processi nel loro insieme. L’intelligenza artificiale esprime il suo valore quando entra nei flussi decisionali, nei prodotti e nell’esperienza cliente, non quando viene utilizzata solo per velocizzare attività già esistenti».
In che misura l’AI richiede una riprogettazione dei processi di lavoro?
«In misura profonda. Limitarsi ad automatizzare singole attività può portare a risparmi marginali, ma difficilmente genera vantaggio competitivo. Il vero salto avviene quando l’azienda si chiede se, avendo oggi a disposizione nuove capacità di analisi e calcolo, progetterebbe i propri processi allo stesso modo. Spesso la risposta è negativa. È per questo che le imprese più avanzate stanno ridisegnando supply chain, funzioni di supporto, analisi finanziarie e processi decisionali alla luce delle nuove possibilità offerte dall’AI. Il risultato non è solo maggiore efficienza, ma anche velocità e capacità di adattamento».
Quali funzioni aziendali subiranno le trasformazioni più rilevanti?
«In base alla nostra diretta esperienza possiamo dire che le funzioni a più alta intensità di dati sono le pri-
me a essere coinvolte. Finanza, compliance, operations e customer experience stanno già sperimentando sistemi capaci di analizzare enormi volumi di informazioni e fornire indicazioni quasi in tempo reale, supportando decisioni più rapide e informate. Tuttavia, la trasformazione non riguarda soltanto i servizi. Con l’integrazione tra AI e robotica, anche le attività operative e manuali sono destinate a evolvere progressivamente».
Quali competenze diventeranno sempre più strategiche?
«Le sole competenze tecniche non saranno più sufficienti. Diventa necessario combinare capacità tecnologiche, competenze manageriali e spirito critico. Servono professionisti in grado di sviluppare e integrare sistemi, ma anche leader capaci di guidare la trasformazione e valutare i rischi. Parallelamente, cresce l’importanza del giudizio umano nell’interpretazione degli output dell’AI. Paradossalmente, mentre aumenta l’automazione, diventa ancora più centrale la capacità di lettura e valutazione: il rischio non è l’AI in sé, ma l’uso acritico delle sue risposte».
Come possono le imprese governare i rischi garantendo fiducia e trasparenza?
«È necessario adottare un approccio strutturato alla cosiddetta “responsible AI”. Questo significa definire con chiarezza gli ambiti di utilizzo, gestire con attenzione i dati sensibili, introdurre sistemi di controllo e supervisione umana e investire nella formazione delle persone affinché sappiano interpretare correttamente i risultati. Le aziende che lavorano su governance e competenze non solo migliorano le performance operative, ma rafforzano anche la fiducia di stakeholder e mercato».
Qual è l’impatto sull’organizzazione del lavoro?
«L’AI non elimina semplicemente i ruoli, li trasforma. Le attività più standardizzate sono le più esposte all’automazione, mentre emergono nuove figure professionali legate alla supervisione dei sistemi intelligenti, all’integrazione tecnologica e all’utilizzo avanzato degli strumenti. Sempre più spesso una persona supportata dall’AI riesce a svolgere attività che in passato richiedevano team più ampi. Questo modifica la struttura organizzativa e rende la riqualificazione un fattore decisivo».
Come integrare l’AI nelle strategie di crescita tenendo conto dei vincoli normativi e di sostenibilità?
«Le imprese sono chiamate a muoversi considerando variabili sempre più interconnesse, dall’impatto ambientale – anche in termini energetici – alla stabilità geopolitica, fino all’evoluzione dei bisogni sociali. In questo contesto l’AI diventa uno strumento per anticipare scenari, simulare evoluzioni di mercato e ridefinire l’offerta. Non si tratta più soltanto di migliorare prodotti esistenti, ma di rispondere in modo nuovo a esigenze fondamentali come ad esempio mobilità, salute, alimentazione e qualità della vita».
Entrando nello specifica situazione locale, qual è lo stato dell’adozione dell’intelligenza artificiale nelle PMI ticinesi e svizzere?
«Il Cantone Ticino, come il resto della Svizzera, vede una crescita nell’utilizzo dell’intelligenza artificiale nelle piccole e medie imprese, che costituiscono la spina dorsale dell’economia locale. Secondo studi nazionali, circa un terzo delle PMI svizzere ha integrato in modo consapevole strumenti di IA
nei processi operativi, soprattutto per automazione, analisi dei dati, traduzione e corrispondenza, in aumento rispetto agli anni precedenti. Tuttavia, persistono barriere come la carenza di competenze interne e la protezione dei dati, ostacoli particolarmente sentiti nelle realtà più piccole».
Quali settori produttivi ticinesi possono competere sui mercati internazionali grazie anche all’intelligenza artificiale?
«Ambiti come il fintech e servizi finanziari, tecnologie dell’informazione, sanità digitale e diagnostica avanzata insieme alla manifattura ad alta precisione, sfruttano l’IA per ottimizzare processi, personalizzare servizi e innovare prodotti. Anche il retail e l’e-commerce adottano soluzioni intelligenti per esperienze cliente avanzate e analisi predittiva. In queste nicchie, le PMI ticinesi possono affinare competenze, attrarre talenti e dialogare con mercati internazionali, trasformando l’intelligenza artificiale da strumento operativo a leva strategica».
In sintesi, qual è la sfida principale per le imprese?
«La vera sfida è passare da una logica di adozione a una logica di trasformazione. L’intelligenza artificiale non è una tecnologia da implementare, ma una leva strategica da integrare. Il vantaggio competitivo non nasce dal possesso degli strumenti, bensì dalla capacità di utilizzarli per ripensare i processi, creare nuovo valore e rafforzare la relazione con clienti e stakeholder. Al centro rimane sempre la persona, non sostituita ma potenziata. È in questa direzione che si sta muovendo la consulenza aziendale e, sempre più, il futuro delle imprese».
L’ha detto la TV
NSA LUCIANO FRANZOSINI
Via Simen 3
CH-6830 Chiasso T. +41 91 695.50.10 www.franzosini.ch
on me ne sono accorto subito. Lo spot era andato in onda da pochi giorni sulla RSI, io avevo la testa piena di altro: riunioni, scadenze, questioni da chiudere e quella sensazione familiare di correre anche quando sei fermo. Poi, senza che nessuno lo annunci, cominciano ad arrivare piccoli segnali. Prima uno, poi un altro, e a un certo punto capisci che non è la solita soddisfazione di essere andati in onda. È qualcosa di diverso. È la pubblicità che smette di restare in televisione e inizia a circolare fuori: nelle frasi della gente, negli sguardi, nei silenzi, in quei complimenti improvvisi che non ti aspetti e proprio per questo valgono il doppio. È iniziato in modo quasi banale, in farmacia. Il farmacista, uno concreto, poco incline ai complimenti di circostanza, mi guarda come fa di solito, con quel mezzo sorriso rapi -
Quando uno spot esce dallo schermo ed entra nella vita quotidiana.
Di Marco Tepoorten
do e pratico, e mi dice che ha visto lo spot. «Bellissimo», aggiunge, e lo dice con una naturalezza che non ha nulla di teatrale. Poi ci pensa un attimo, come se volesse essere preciso, e chiude con una frase che mi è rimasta addosso più dello spot stesso: «È la più bella pubblicità che ho visto da tanto tempo». In quel momento ho avuto una reazione quasi istintiva, quella di chi ringrazia e passa oltre, ma mentre uscivo ho capito che quel tipo di complimento ha un peso particolare, perché arriva da una persona che non ti sta regalando nulla, ti sta restituendo un’impressione vera.
Nei giorni successivi sono arrivati episodi più strani, più sottili, quelli che non riesci a raccontare bene se non li hai vissuti. Al bar, in un negozio, per strada, capita lo sguardo
più lungo del normale, come se qualcuno stesse facendo un collegamento mentale e non avesse ancora deciso se dirlo. A volte non dicevano niente, ed era quasi più eloquente così, perché si intuiva che avevano riconosciuto qualcosa: magari non il nome, ma la voce, la faccia, quella presenza che in uno spot è un rischio, perché o ti espone alle critiche o ti rende credibile.
Poi, come spesso accade, a rompere l’ambiguità arriva qualcuno che ti ferma davvero. È successo con una gentilezza quasi timida: «Mi scusi», e poi quella frase che, detta a bassa voce, sembra una domanda personale: «Ma lei… è quello dello spot, vero?». A quel punto ho visto arrivare il sorriso e il complimento, diretto, senza giri di parole: «Bellissimo, davvero, mi è rimasto in testa». In un’altra occasione la frase è stata ancora più netta: «Una pubblicità così non la vedevo da anni». Sono parole che, se le leggi su un’email, ti sembrano esagerate, se te le dicono guardandoti negli occhi, capisci che non stanno parlando di tecnica, stanno parlando di sensazione. È lì che mi sono reso conto di un dettaglio semplice, ma decisivo.
Quello spot non chiedeva niente. Non c’era la solita urgenza di convincere, non c’era l’ansia di strappare l’attenzione in dieci secondi, non c’era la mano che ti spinge verso una conclusione già scritta. Durava un minuto e trenta secondi, che oggi è quasi un atto di ostinazione, e si prendeva il tempo di raccontare. Con calma, senza gridare, senza forzare, come se chi guardava avesse solo bisogno di ascoltare. Una persona me l’ha detto nel modo più efficace possibile: «Finalmente una pubblicità che non ti prende per scemo». È una frase che fa sorridere, ma dentro ha una verità enorme. Molta comunicazione oggi nasce con la paura di essere ignorata, e allora accelera, comprime, semplifica fino a diventare un riflesso automatico. Qui invece c’era l’idea opposta: rallentare e fidarsi. La fiducia, in pubblicità, è quasi controintuitiva, perché sembra una fragilità. In realtà è una forma di forza, perché implica che non hai bisogno di strappare l’attenzione: ti basta meritarla.
imprenditore, e non solo da persona che si è esposta con un nome e con un volto. Perché uno spot non vive solo di ciò che dice, vive anche di dove viene detto. Il contenitore conta. Conta più di quanto ci piaccia ammettere quando parliamo di creatività, di linguaggi, di format. Un messaggio può essere ben costruito, ma se non ha una casa che lo sostiene, se non ha un contesto che lo rende credibile, rischia di scivolare via come tutto il resto.
A quel punto, inevitabilmente, mi è venuto da pensarci da
Io continuo a credere nella televisione, e lo dico con convinzione. Può sembrare curioso detto da uno che lavora nella logistica e, nello stesso tempo, guida anche un’azienda di digitalizzazione e datacenter. Eppure per me, nel bene e nel male, «l’ha detto la TV» conta ancora. Non come certezza, ma come sensazione culturale. La televisione, soprattutto quella che appartiene a un territorio, ha una qualità che altri canali faticano a replicare: riesce ancora a creare un momento comune, a far vedere la stessa cosa a tante persone nello stesso arco di tempo. E poi quelle persone si ritrovano per strada, in farmacia, al bar, e te lo dicono. È una dinamica semplice, quasi antica, ma proprio per questo potentissima.
Si può dire che siamo stati bravi a scegliere una strada controcorrente. Ma la lezione più profonda, almeno per me, è che il messaggio conta tanto quanto il mezzo che lo ospita. Perché non basta avere una storia da raccontare, serve anche una piazza che la renda condivisibile, un luogo dove un minuto e trenta non sembri una stravaganza, ma una scelta possibile, e dove le persone possano incontrarsi, anche solo per un attimo, nello stesso racconto. Ecco perché quel piccolo successo quotidiano, il farmacista, gli sguardi, le persone che ti fermano per dirti «ma lei…», non è soltanto un complimento a uno spot ben fatto. È anche la prova che esiste ancora un tipo di attenzione che nasce solo quando il contenitore, la televisione, ha struttura, credibilità, continuità. Se quella struttura si indebolisce,
non scompare soltanto un canale, si riduce anche lo spazio in cui le aziende del territorio possono parlare con peso, con calma, con dignità. E allora sì, inevitabilmente, molti cercheranno altrove, non per moda, ma perché il mondo non aspetta, e la comunicazione, come la logistica, segue i flussi dove passano le persone. Forse è proprio questo che rende interessante la storia di uno spot riuscito. Non la vanità del risultato, ma la consapevolezza che esiste ancora un modo di comunicare che sa farsi ascoltare, a patto che esista ancora un luogo all’altezza per ospitarlo. Perché quando uno spot esce dallo schermo lo capisci nel modo più semplice, qualcuno ti ferma, ti guarda e dice soltanto «bellissimo», e ti resta addosso la sua chiusura, «il passato che ci ispira, il presente che ci impegna, il futuro che ci aspetta».
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Aiutare chi nasce senza una parte fondamentale del cuore, offrendo una nuova prospettiva a pazienti che oggi, grazie alla chirurgia, sopravvivono più a lungo ma si trovano ad affrontare gravi complicanze nel corso della vita adulta. È questa l’ambizione di CC Cardio, il progetto ideato da Maria Alexandra Cetățoiu, bioingegnere e co-fondatrice della startup vincitrice di Boldbrain 2025, il programma di accelerazione per startup innovative in Ticino portato avanti da Fondazione Agire. ˘ ‚
L’idea alla base di CC Cardio affonda le radici in un problema clinico noto ma ancora irrisolto in modo definitivo: le cardiopatie congenite che comportano l’assenza o il grave sottosviluppo del ventricolo destro (come la Hypoplastic Right Heart Syndrome, HRHS), ma anche determinate dal sottosviluppo del ventricolo
sinistro, da anomalie delle valvole, da difetti del setto, o da altre malformazioni come DORV, HLHS, etc. In tutti questi casi, il cuore non è in grado di pompare correttamente il sangue verso i polmoni. Oggi la soluzione più diffusa è la cosiddetta circolazione di Fontan, una strategia chirurgica messa a punto negli anni Settanta che consente di deviare il sangue venoso direttamente ai polmoni attraverso un “condotto” esterno al cuore. Una soluzione efficace, ma imperfetta. «Il problema – spiega Maria Alexandra Cetatoiu – è che questo tubo non è pulsante come un ventricolo e non cresce con il paziente. Il sangue scorre in modo passivo, con una pressione insufficiente, e nel lungo periodo questo affatica l’organismo, in particolare
il fegato, aumentando il rischio di gravi complicanze e di trapianto». Da qui l’idea di una pompa mini-invasiva, progettata per essere inserita direttamente all’interno della circolazione di Fontan e fornire una spinta pulsatile al sangue, compensando la funzione del ventricolo mancante. Non si tratta di ricostruire l’anatomia del cuore, ma di affiancarsi ad essa, migliorandone l’efficienza. Il dispositivo, nelle intenzioni del team, verrà impiantato tramite catetere, con una procedura simile a quella utilizzata per gli sten t coronarici, riducendo al minimo l’invasività dell’intervento.
Il progetto non è frutto solo di una riflessione teorica o ingegneristica, ma anche di un’esperienza personale profonda. «Anch’io sono nata con una DORV – racconta ancora Maria Alexandra – e sono stata operata due volte al cuore, la prima a sette mesi e la seconda a quattro anni. Questa è la mia realtà. Crescendo, ho capito che molte delle soluzioni disponibili permettono di sopravvivere, ma non risolvono davvero il problema nel lungo termine. Da lì è il mio desiderio e la volontà di contribuire a risolvere definitivamente il problema». Una missione che ha guidato anche il suo percorso formativo: prima medicina, poi la scelta di orientarsi verso la bioingegneria, infine un’attività di ricerca presso il Politecnico di Milano, per poter lavorare direttamente sullo sviluppo di dispositivi medici innovativi. La ricerca che ha portato a CC Cardio è iniziata nel 2018 e si è sviluppata in modo molto concreto e, per certi versi, poco convenzionale. «All’inizio – racconta divertita – abbiamo iniziato a costruire un prototipo in casa, con stampanti 3D e banchi prova improvvisati. Una specie di “garage” in stile americano, anche se il garage era il salotto di casa».
Test Computazionali
Oggi CC Cardio si trova ancora in una fase pre-clinica: sono state effettuate simulazioni computazionali e test in vitro su banco prova, mentre i prossimi passi prevedono la sperimentazione animale e un ulteriore affinamento tecnologico. La produzione su scala clinica è ancora lontana, ma il percorso è tracciato. In questo cammino, Boldbrain e la Fondazione Agire hanno avuto un ruolo decisivo. «Per noi – spiega Cetatoiu – Boldbrain non è stato solo un concorso. È stato un percorso di formazione e coaching a 360 gradi. Venivamo dal mondo della ricerca e non avevamo competenze specifiche in ambito imprenditoriale, finanziario o strategico. Il programma ci ha aiutati a strutturare il progetto, a capire come dialogare con investitori, clinici, partner industriali». Il valore aggiunto, sottolinea, è stato anche umano: «Il supporto morale conta moltissimo, soprattutto quando si lavora su un progetto complesso mentre si è ancora impegnati in un dottorato o in attività
di ricerca a tempo pieno». Oltre al premio in denaro, CC Cardio ha ottenuto anche una borsa di studio per l’Executive MBA dell’USI, un ulteriore tassello per rafforzare le competenze manageriali del team. L’esperienza di Boldbrain mette in luce un aspetto spesso sottovalutato: la dimensione dell’ecosistema ticinese, più piccolo ma estremamente mirato. «Paradossalmente – osserva Cetatoiu – contesti come il Ticino possono essere persino più favorevoli rispetto a quelli statunitensi. Qui c’è meno burocrazia, un accompagnamento più diretto e una rete che prende davvero per mano i progetti nelle fasi iniziali». CC Cardio rappresenta dunque non solo una promessa tecnologica nel campo delle cardiopatie congenite, ma anche un esempio emblematico di come ricerca, esperienza personale e sostegno istituzionale possano convergere. Un progetto nato da un’esigenza reale, cresciuto tra laboratorio e “salotto”, e oggi pronto ad affrontare le prossime, decisive sfide verso la clinica.
Modello 3D da MRI/CT –Anatomia del paziente
Modello 3D - Fontan Simulazioni Emodinamiche
Continuità, qualità e fiducia
Intervista a Carol Walker, da un anno alla guida di Dick & Figli, storica azienda luganese specializzata nella vendita di arredi per l’ufficio e l’abitazione, proponendo prodotti delle migliori marche europee operanti nel settore.
Da marzo 2025 ha assunto la gestione di Dick & Figli SA. Quali le ragioni che l’hanno spinta a compiere questo passo?
«Dick & Figli SA è una realtà che conosco molto bene: ho lavorato in azienda per dieci anni, un’esperienza che mi ha permesso di
comprenderne a fondo i valori, il modo di lavorare e il rapporto con i clienti. Successivamente ho scelto di fare un percorso professionale fuori dall’azienda, sempre della durata di dieci anni, per rafforzare in particolare le competenze commerciali e ampliare la mia visione del mercato.
L’idea di acquisire la società è sempre stata presente, anche se non sapevo quale sarebbe stata l’evoluzione futura all’interno della famiglia Dick. Quando si è presentata l’opportunità, ho sentito che era il momento giusto: un passo naturale, guidato dalla volontà di dare continuità a una storia importante e, allo stesso tempo, accompagnare l’azienda in una nuova fase di sviluppo. Oggi sono molto felice di poterlo fare».
Qual è l’eredità della famiglia Dick, che dal 1971 è stata un punto di riferimento per l’arredamento?
«L’eredità della famiglia Dick è fatta soprattutto di valori che hanno guidato l’azienda fin dalle origini e che continuo a considerare fondamentali anche oggi: solidità, trasparenza, rispetto, competenza e affidabilità. Sono principi che si riflettono nel modo di lavorare, nel rapporto con i clienti e nelle relazioni costruite nel tempo. È grazie a questi valori che Dick & Figli SA è diventata un punto di riferimento nel settore e rappresentano la base su cui intendo costruire il futuro dell’azienda».
Quali sono i valori che ritiene fondamentali per guidare questa azienda familiare anche nel futuro?
«Continuità, qualità e fiducia. A questi aggiungerei l’ascolto e la responsabilità: verso i clienti, i collaboratori e il territorio. Credo molto in un approccio umano al lavoro, dove le persone contano quanto i risultati».
In questo primo anno quali sono state le questioni prioritarie che ha voluto affrontare?
«Avendo già lavorato in azienda per molti anni, conoscevo bene la realtà di Dick & Figli SA e la sua filosofia. Proprio per questo, nel primo anno mi sono concentrata sull’approfondimento di tutti gli altri aspetti legati alla gestione, ai processi interni e all’organizzazione. L’obiettivo è stato
mantenere la continuità con il passato, preservandone i valori, ma allo stesso tempo rafforzare la struttura interna, rendendola più efficiente e pronta ad affrontare le sfide future».
Tra i progetti ha in programma di espandere la presenza nei mercati del Mendrisiotto e del Sopraceneri?
In che modo? E in quali tempi? «Sì, l’obiettivo è rafforzare progressivamente la presenza in entrambe le regioni. Lo faremo soprattutto attraverso relazioni locali, collaborazioni mirate e una maggiore visibilità sul territorio. Preferisco una crescita graduale e sostenibile, più che un’espansione rapida».
Come vede l’evoluzione dell’integrazione tra tecnologia e arredamento negli spazi di lavoro moderni?
«La tecnologia è ormai parte integrante dell’arredamento, soprattutto negli spazi di lavoro. Non si tratta solo di integrare strumenti digitali, ma di progettare ambienti flessibili, ergonomici e pronti a evolversi. L’arredo deve facilitare il lavoro, il benessere e la collaborazione».
In che modo intende mantenere e rafforzare la fiducia dei clienti storici dell’azienda pur attirandone di nuovi?
«La fiducia dei clienti storici si tutela prima di tutto con la continuità: stessi valori, stessa serietà e lo stesso livello di competenza che hanno sempre contraddistinto l’azienda. È fondamentale dimostrare, con i fatti, che Dick & Figli SA rimane un partner affidabile. Allo stesso tempo, per attrarre nuovi clienti, è necessario essere presenti, chiari e propositivi, of-
frendo soluzioni attuali e un accompagnamento professionale dall’inizio alla fine del progetto. La credibilità si costruisce nel tempo, attraverso coerenza, qualità e responsabilità, ed è su questi elementi che intendo puntare».
La sua visione include collaborazioni con istituzioni pubbliche (es. scuole, uffici pubblici)?
«Assolutamente sì. Le istituzioni pubbliche rappresentano un ambito importante, dove l’arredamento deve coniugare funzionalità, durata e sostenibilità. Mi interessa molto sviluppare progetti che abbiano anche un impatto positivo sulla comunità».
Mi può descrivere l’azienda con tre aggettivi?
«Affidabile, competente, orientata alle persone».
La trasformazione non è solo digitale
Di Paola Ghezzi
Connect26 racconta come sarà 4IT Solutions dopo l’ingresso in Var Group. Il 21 maggio prossimo al Docks di Lugano torna infatti Connect: centro dell’evento scelte, persone e governance, sulla base di una business combination che apre per l’azienda di Gravesano obiettivi più ambiziosi, anche oltre il Ticino.
Nel dibattito sulla trasformazione digitale, il rischio è sempre di ridurre tutto a piattaforme e funzionalità. Per molte aziende, invece, il vero spartiacque sta nelle decisioni strategiche, nella capacità di esecuzione e assorbimento delle persone che con gli strumenti lavorano, e quindi nella continuità operativa. Da questa consapevolezza riparte Connect, l’evento promosso da 4IT Solutions, in programma giovedì 21 maggio 2026 presso il Docks di Lugano: una conferenza di un pomeriggio rivolta a imprenditori, direttori, manager e responsabili IT chiamati a orientare scelte che incidono sul futuro della propria impresa. Non una semplice vetrina tecnologica, ma un momento di confronto sul modo di gestire visione, collaboratori e priorità. Uno spazio dove la trasformazione si racconta con esempi reali, primo tra tutti quello che coinvolge proprio 4IT Solutions e Var Group, si condividono esperienze e le conversazioni possono diventare idee, progetti e sinergie.
Scelte, più che strumenti L’edizione 2026 di Connect arriva in una fase speciale per la società di Gravesano, entrata appunto di recente, a far parte di Var Group, realtà multinazionale attiva nei servizi e nelle soluzioni digitali. Una business combination che segna l’inizio di una nuova traiettoria di crescita. Gli obiettivi si ampliano, così come la capacità di affrontare progetti più
complessi e articolati, anche oltre i confini del Cantone, senza rinunciare a ciò che ha costruito nel tempo la credibilità di 4IT in Ticino: prossimità, relazione diretta con i clienti e conoscenza del contesto locale. In un mercato in cui strumenti e soluzioni evolvono alla velocità della luce, Connect26 mette al centro un tema spesso trascurato. La differenza sta non tanto o non solo in cosa si adotta, ma nel modo in cui lo si governa, e nelle ragioni che guidano le scelte. Per molte aziende ticinesi, in particolare per un tessuto di PMI pragmatiche, questo significa superare la fase di una sperimentazione “casual”, in cui si prova e si naviga a
vista, e affrontare l’adozione consapevole di modelli strutturati. L’ingresso di 4IT Solutions in Var Group apre anche una riflessione più ampia sul ruolo dell’ecosistema locale nel mondo e nel mercato dell’innovazione di oggi. Da un lato,
una struttura multinazionale consente di accedere a competenze specialistiche, investimenti in formazione e certificazioni, e a una maggiore solidità organizzativa. Dall’altro, la sfida è quella di crescere senza perdere identità e legami con il territorio. In prospettiva, una fusione tra una realtà locale e un’altra internazionale punta a rafforzare la
capacità di accompagnare aziende che operano su più sedi o su filiere sempre più globalmente distribuite, con standard più elevati in termini di sicurezza, processi e affidabilità. Il Connect26 sarà quindi il punto in cui queste riflessioni passeranno dalla teoria alla pratica, con un pomeriggio ripensato in un format nuovo. Ad aprire tutte le sessioni sarà lo special guest speaker Jury Chechi, medaglia d’oro olimpica ad Atlanta 1996, con una testimonianza sulla resilienza necessaria per inseguire obiettivi ambiziosi, sulla perseveranza quando il percorso si complica e sulla capacità di adattarsi quando le cose non vanno come previsto. A seguire, gli interventi dei partner tecnologici e di mercato di 4IT Solutions e Var Group, tra cui Sunrise, Dell Technologies, Microsoft e iSquared, una scaletta e una disposizione logistica pensate per favorire il confronto, con nuovi spazi dedicati al networking e la possibilità di incontri one-to-one.
Connect, una community che cresce Dopo un’edizione 2025 con numeri da record - oltre 130 ospiti presenti e una valutazione media di 4,76 su 5 - Connect26 punta a far crescere ulteriormente una community che trova valore nel confronto, nelle esperienze condivise e nelle relazioni costruite sul campo. Mishel Borcic, co-founder, Head of Sales, 4IT Solutions, ha dichiarato: «Il mercato si sta evolvendo rapidamente e richiede partner capaci di crescere insieme ai clienti. Con l’ingresso in Var Group, 4IT rafforza il proprio ruolo come punto di riferimento per le aziende che cercano solidità, competenze integrate e una visione di lungo periodo. Connect26 è il momento in cui questo posizionamento diventa concreto e si apre al confronto con il mercato».
Connect26, giovedì 21 maggio 2026, dalle ore 14:00, presso il Docks di Lugano, in via Pian Scairolo, 28.
Maggiori dettagli sull’evento verranno annunciati nelle prossime settimane sulla pagina: https://4itsolutions.com/connect26/
La forza della qualità unita alla bellezza estetica
Salvatore Restuccia, fondatore e titolare di Finextra, attiva tra Italia e Ticino, presenta il lavoro realizzato per la Residenza Locarno, intervento che rappresenta al meglio l’approccio progettuale e la cura tecnica che contraddistinguono il marchio.
Quali sono gli elementi che distinguono il vostro approccio progettuale?
«Sicuramente la capacità di integrare qualità dei materiali e soluzioni tecnologiche evolute. Collaboriamo con aziende leader di mercato che producono serramenti su misura, ma il vero valore aggiunto sta nel modo in cui questi vengo -
no inseriti nell’architettura. In Ticino siamo apprezzati proprio per questa cura del dettaglio e per la flessibilità nel proporre soluzioni personalizzate».
Parliamo della Residenza Locarno: che tipo di intervento avete realizzato?
«Si è trattato di un progetto importante, in cui abbiamo contribu -
ito in modo significativo alla definizione dei serramenti Finstral, tra finestre, porte-finestra e scorrevoli “Fin-Window” e “Finproject”. Si tratta di serramenti in Alluminio-Alluminio e PVC-Alluminio ad alte prestazioni, con un’estetica minimale, una sicurezza strutturale e una massima efficienza energetica».
Uno degli elementi più distintivi è la grande parete vetrata. Ce la descrive?
«È senza dubbio uno degli interventi più rappresentativi. Si tratta di una superficie vetrata di circa trenta metri lineari per quasi tre metri di altezza, progettata per offrire massima luminosità agli ambienti interni senza compromettere isolamento e comfort. Abbiamo lavorato su siste -
mi scorrevoli ad alte prestazioni, con soglia ribassata e dettagli di design come i maniglioni integrati. Il risultato è una parete che amplifica la percezione dello spazio e crea una continuità visiva tra interno ed esterno, mantenendo al contempo eccellenti prestazioni termiche».
Oltre ai serramenti, avete contribuito anche ad altri elementi funzionali dell’edificio?
«Sì, l’intervento è stato articolato e completo. Abbiamo installato ingressi blindati in alluminio con vetri di sicurezza stratificati, pensati per coniugare protezione e durabilità. Abbiamo inoltre integrato sistemi oscuranti e parapetti in vetro che contribuiscono sia alla sicurezza sia alla pulizia formale dell’insieme. L’obiettivo era creare un linguaggio coerente tra tutti gli elementi, mantenendo un equilibrio tra estetica, comfort abitativo e affidabilità tecnica».
Che cosa rappresenta per voi un progetto come questo?
«È la dimostrazione concreta di come competenze tecniche e sensibilità progettuale possano lavorare insieme. Interventi come la Residenza Locarno raccontano bene il nostro modo di operare: non fornire semplicemente prodotti, ma contribuire alla qualità complessiva dell’architettura attraverso soluzioni pensate per durare nel tempo».
Intervista con Alessandro Paltenghi, neo Direttore Generale di Qualibroker Ticino, broker di riferimento in Svizzera per assicurazioni, previdenza e servizi HR.
Competenza e vicinanza ai clienti
Quali sono state le tappe principali del suo percorso professionale e quali competenze ritiene oggi più rilevanti per il suo nuovo incarico?
«Ho iniziato a lavorare nel campo assicurativo nel lontano 1991 a Zurigo seguendo le orme di mio padre Alberto, i miei primi compiti furono nella sottoscrizione di contratti assicurativi e nel risolvere semplici sinistri. Ho poi continuato il mio percorso a Coira, a Friedrichshafen in Germania presso un broker assicurativo e negli Stati Uniti. Sono rientrato in Ti-
cino nel 1995 e ho iniziato come consulente alla clientela, poi dirigente regionale del luganese e infine Agente Generale. Nel 2008 sono stato chiamato a Basilea presso la direzione generale di Basilese e ho diretto l’unità che si occupava dei broker e dei clienti diretti, un centinaio di collaboratori responsabili per circa un terzo dei premi incassati. Credo nelle basi solide che mi ha dato il diploma federale in assicurazioni, troppe ancora le persone che svolgono il lavoro di assicuratore con poche competenze tecniche, non smetterò mai di sottolinearlo».
Che cosa l’ha motivata ad assumere il ruolo di Direttore generale di Qualibroker e con quale approccio affronta questa nuova responsabilità?
«Conoscevo il gruppo Qualibroker in quanto era uno dei miei più importanti clienti a livello svizzero, un gruppo solido e serio. È stato facile
accettare il ruolo così da poter rientrare in Ticino dopo 18 anni, il mio ciclo a Basilea era terminato, avrei dovuto ricoprire un altro ruolo all’interno dell’azienda ma sarei rimasto fisso in sede e ho preferito cambiare radicalmente, nonostante i 31 anni di Basilese la scelta è stata semplice. La responsabilità che mi sono preso è rappresentare il nostro gruppo nel mercato ticinese, abbiamo competenze tecniche che pochi hanno, grazie anche al supporto dei nostri uffici di Zurigo e Ginevra».
Quali sono le principali sfide che la attendono e su quali priorità intende concentrarsi fin dall’inizio del suo incarico? «Una delle sfide personali maggiori è tornare a lavorare in Ticino e utilizzare l’auto come mezzo di trasporto, non ne ero più abituato e il traffico nel sottoceneri mi ha posto diversi grattacapi, ora inizio ad abituarmi. Ero abituato a utilizzare i mezzi pubblici al nord e gli spostamenti erano più gradevoli. Le priorità sono i clienti e il team con il quale collaboro, devo imparare tanto e lo faccio con grande motivazione. Ho trovato un team giovane e motivato e so che insieme possiamo avere successo. La pianificazione e la cura del dettaglio fanno parte della mia filosofia aziendale. Quando ho conseguito il brevetto di pilota di aereo mi insegnarono
che tutto quello che potevo pianificare prima di un volo valeva oro e che prima o poi ne avrei tratto vantaggio. È una questione di disciplina. Questo insegnamento lo applico sempre nel settore in cui opero e ne traggo vantaggio».
Come intende valorizzare il lavoro svolto finora da Qualibroker e, al tempo stesso, imprimere una sua visione personale alla guida della società?
«Qualibroker in Ticino è una perla, grazie a ottime scelte strategiche volute dal mio predecessore Piermichele Bernardo. Io ho avuto il vantaggio di vedere come lavorano tutti i grandi broker a livello svizzero e ho acquisito ottime idee dai migliori broker vista la posizione che ricoprivo prima. Poter lavorare con il mio predecessore, facendo la transizione insieme e poter ancora contare su di lui in qualità di Presidente del Consiglio di Amministrazione è per me un valore aggiunto. Poi ognuno ha le sue idee, le sue strategie, ma potersi confrontare è costruttivo e a volte pure divertente».
Qual è oggi il posizionamento di Qualibroker nel panorama assicurativo ticinese e quali fattori ne sostengono la crescita?
«Qualibroker è una realtà di nicchia orientata principalmente alla clientela aziendale che necessita di specialisti e di specializzazioni come ad esempio la gestione delle assenze del personale con l’obiettivo di contenere i costi, nel panorama alberghiero definirei Qualibroker come Boutique Hotel. La crescita dovrà essere sia organica che inorganica. Le sfide professionali del futuro devono giocoforza essere di competenza tecnica. Il broker ha il compito di operare unicamente negli interessi del clien-
te, contrariamente al consulente del servizio esterno delle compagnie che opera negli interessi della compagnia di assicurazione della quale rappresenta l’unità di vendita».
In che modo sta evolvendo la professione del broker assicurativo alla luce della digitalizzazione e delle nuove esigenze del mercato? «Vi sono da una parte le esigenze del legislatore da ottemperare, la Finma, organo di sorveglianza ha giustamente fissato dei requisiti minimi per la professione. A dipendenza della complessità del dossier da trattare queste competenze sono decisamente insufficenti, sta al cliente valutare con che broker desidera collaborare. Non esiste ancora il Trip Advisor nel settore assicurativo, ma la grandezza di un broker e le competenze tecniche dei suoi collaboratori sono facilmente riconoscibili grazie ai siti internet dei broker e a siti come Linkedin che mostrano i vari collaboratori. Anche in questo caso vale la prudenza però, come in ogni attività. La digitalizzazione influisce sul nostro lavoro, la si definisce technology driven innovation, il nostro settore come tanti altri dipenderà da quello che la tecnologia saprà fare. Molte persone oggi non potrebbero vivere senza il telefonino, eppure quando ho iniziato io a lavorare per comuni-
care con l’ufficio quando si era in trasferta ci si fermava in una cabina telefonica, presente in ogni dove, si metteva il soldino e si parlava… La tecnologia influenza il nostro settore, l’intelligenza artificiale verrà utilizzata ancora di più di adesso».
Al di fuori dell’attività professionale, come ama impiegare il suo tempo libero e quali sono le sue principali aspirazioni per il futuro?
«Nell’anno più intenso della mia carriera, una decina di anni fa, percorsi 40’000 km con la ferrovia e presi 35 volte l’aereo, con diversi voli intercontinentali. Ora mi godo il fatto di rientrare ogni sera dalla mia famiglia, trascorrere più tempo con loro vale oro. Amo lo sci e la mia regione prediletta è l’Engadina, ma vivere o meglio rivivere in Ticino tutti i giorni è semplicemente fantastico, abbiamo una grande fortuna a vivere in una regione splendida. Desidero che Qualibroker diventi un riferimento nel mercato ticinese e desidero che i miei collaboratori un giorno possano dire di aver imparato qualcosa da me, come io ho imparato tanto nel mio periodo a Basilea da manager di alto livello. Poter dare qualcosa dopo aver ricevuto tanto nella mia carriera è una mia aspirazione».
Un bilancio positivo guardando a nuove sfide
Piermichele
Bernardo lascia la direzione di Qualibroker e assume la carica di Presidente del Consiglio di amministrazione
Quali motivazioni vi hanno indotto ad un passaggio di consegne della direzione di Qualibroker e quali risultati vi proponete di ottenere da questo rafforzamento sullo scenario delle aziende assicurative ticinesi?
«Principalmente, per quanto mi concerne, una questione di anagrafe, considerato che il prossimo giugno diventerò un giovane sessantacinquenne. Sono motivazioni, anzi, direi scelte non facili, che devi autoimporti quando hai la fortuna di aver scelto una professione che continua a
darti molte soddisfazioni sia dal profilo professionale che umano. In effetti, negli anni, quelli che erano dei meri rapporti commerciali sono evoluti e sono diventati dei rapporti molto trasparenti e anche di amicizia, con i clienti, con i collaboratori di Qualibroker e delle compagnie d’assicurazione».
Lei vanta un lunga esperienza nel settore. Come è cambiata nel tempo la figura del broker assicurativo e quale evoluzione futura prevede per i prossimi anni?
«Dopo 13 anni nel settore, nell’ormai lontano settembre 1990 ho iniziato la mia attività quale direttore di una società di brokeraggio assicurativo, ed ho poi co-fondato nel 2020 l’attuale società. In merito ai cambiamenti della figura del broker, posso sicuramente affermare che, se negli anni 90, si trattava principalmente di ottenere degli sconti sulle tariffe applicate dalle compagnie, negli ultimi quindici/venti anni, i
broker di una certa importanza si sono dotati di servizi affini al settore, che permettono di migliorare notevolmente l’esposizione ai rischi, la diminuzione delle conseguenze in caso di sinistri o eventi che possono colpire sia l’azienda che i collaboratori stessi. In questo contesto, oltre al brokeraggio assicurativo classico, tra i nostri servizi spiccano “la gestione delle assenze” e il “risk management”. Questi servizi possono essere garantiti solo se puoi permetterti dei collaboratori competenti. Noi di Qualibroker Ticino, oltre alle competenze interne, abbiamo il notevole vantaggio di poter approfittare delle competenze degli oltre 450 collaboratori del Gruppo a livello svizzero e degli oltre 5000 a livello mondiale garantiti dal network».
Qual è la più grande soddisfazione ottenuta nel corso della sua carriera e, per contro, il maggiore rimpianto?
«La più grande? Non entrerò nello specifico di quelle legate alla professione che sono state tante nei diversi ambiti quali “scoperte di lacune di copertura”, “liquidazioni di sinistri importanti e non scontati, trovando le giuste motivazioni con i periti e/o gli esperti delle compagnie”, “valutazione dei rischi/premi con anche, in un caso specifico, una incredibile diminuzione retroattiva dei premi applicati”, ma vorrei soffermarmi su quella umana ed in particolare sul
piacere di avere collaboratori e colleghi fantastici. Senza misconoscere le qualità degli altri colleghi, approfitterei di questa occasione per citare Marco Preiano che assunsi 25 anni orsono, appena diplomato e che ora è responsabile dei servizi interni. Non penso di avere un maggior rimpianto e forse nemmeno dei rimpianti, anche se mi è capitato di pensare “chissà cosa farei o dove sarei” se non fossi stato dapprima indirizzato da una maestra nel settore assicurativo, e in seguito, se avessi preso decisioni diverse quando mi sono trovato ai bivi, quali: andare oltre Gottardo, tornare in Ticino, iniziare quale ispettore del servizio esterno per una compagnia, decidere di diventare broker. Ora sono pronto a cimentarmi nella mia nuova funzione di presidente del CdA, contento di poter continuare a interagire con persone
fantastiche, a condividere esperienze con clienti e collaboratori, con la certezza che Alessandro Paltenghi saprà sicuramente valorizzare quanto di buono ha trovato e a migliorare
quanto migliorabile, per questo nuovo capitolo di Qualibroker Ticino, con il fine ultimo, di garantire sempre il miglior servizio possibile agli attuali e nuovi clienti».
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I nostri servizi: Brokeraggio assicurativo I Programmi internazionali I Gestione dei rischi Gestione dei sinistri I Gestione delle assenze
Anche la logistica del futuro sarà una questione di persone
Nils Planzer è il CEO e Presidente del CdA del Gruppo Planzer, uno dei principali protagonisti della logistica svizzera ed europea. Un’azienda di famiglia che, partendo da una piccola ditta di trasporti, è diventata un gruppo internazionale con 68 sedi in Svizzera e all’estero, oltre 6.800 collaboratori e 1,459 milioni di metri quadrati di superficie.
Ci racconta la vostra storia dall’inizio, quando l’azienda fu fondata?
«Planzer è stata fondata nel 1936 da nostro nonno, Max Planzer. Nel 1966 è diventata una società per azioni a conduzione familiare. Mio padre e mio zio hanno preso in mano una piccolissima ditta di trasporti e, passo dopo passo, l’hanno fatta crescere. Mio padre ha lavorato nella ditta fino ai sessant’an-
ni come direttore. Poi si è progressivamente ritirato prima dalla responsabilità operativa, poi dal Consiglio d’amministrazione. Con grande senso della continuità ha trasferito le azioni a me e a mia sorella: non è stato un gesto improvviso, ma un passaggio costruito nel tempo».
Quando è entrato in azienda e come è arrivato alla guida del gruppo?
«Ho cominciato a lavorare in Planzer nel 1997, inizialmente come assistente di direzione. In realtà la mia storia parte da ancora prima: sono stato apprendista meccanico di autocarri, poi ho proseguito una formazione in diversi settori dell’attività aziendale. Sei anni dopo il mio ingresso, mio padre mi ha affidato la guida operativa e dal 2007 presiedo il Consiglio d’amministrazione».
Oggi Planzer è una realtà molto articolata. Come sintetizzerebbe l’azienda in poche cifre?
«Siamo presenti con sedi in Svizzera e succursali all’estero, ad esempio in Italia, Germania, Francia e Hong Kong. Impieghiamo più di 6.800 collaboratori, tra cui oltre 400 apprendisti che svolgono da noi un tirocinio professionale. Ai clienti business-to-business offriamo servizi di trasporto e logistica di magazzino di prim’ordine, oltre a soluzioni complete orientate al cliente. Operiamo
RESPIRA LUCE
serramenti porte e arredi coordinati porte blindate oscuranti sicurezza
anche come fornitore 4PL nel settore del supply chain management. Per i destinatari privati – il business-to-consumer – ci presentiamo con il nostro elegante logo “di una volta”, che si vede sui veicoli Planzer Pacchi, su quelli dedicati al Planzer Homeservice e sui mezzi che trasportano prodotti farmaceutici secondo le linee guida GDP. È un modo per dire che, anche nella logistica più moderna, l’attenzione al cliente resta qualcosa di molto personale».
Che cosa concretamente significa per voi dire che, nonostante l’impressionaste crescita raggiunta, avete sempre mantenuto una “dimensione familiare”?
«In quanto impresa familiare poniamo al centro le persone: sono loro il cuore pulsante della nostra azienda. Coltiviamo una cultura aziendale basata su educazione, rispetto, diligenza. Oggi il gruppo Planzer occupa migliaia di specialisti, con ben 98 nazionalità diverse rappresentate.
Per noi non sono numeri, ma volti e storie. Pur essendo una realtà fortemente digitalizzata, continuiamo a dare valore ai colloqui personali, all’idea che un accordo sia prima di tutto una relazione tra persone».
Formazione e giovani hanno un ruolo centrale… «Assolutamente. Abbiamo più di 400 apprendisti in formazione: uomini e donne, che scelgono una professione in ambito logistica, trasporto, amministrazione. Il mio obiettivo è che, quando terminano il loro percorso, dicano: “Questi quattro anni in Planzer sono stati un bel periodo della mia vita”. Se poi restano con noi, tanto meglio. Ma se anche vanno altrove, abbiamo contribuito a formare persone qualificate, responsabili, con valori solidi».
“ In quanto impresa familiare poniamo al centro le persone: sono loro il cuore pulsante della nostra azienda. Coltiviamo una cultura aziendale basata su educazione, rispetto, diligenza”.
Nella ricerca di soluzioni sostenibili avete fatto la scelta strategica di utilizzare in misura importante la ferrovia… «La logistica è spesso vista come un settore ad alto impatto ambientale. Da anni, circa il 60% dei nostri trasporti avviene su rotaia e il 40% su strada. Ogni notte muoviamo circa 240 vagoni ferroviari in tutta la Svizzera: i treni arrivano nelle città nelle prime ore del mattino, poi i camion si occupano solo dell’ultimo miglio. È più ecologico, ma anche più intelligente a livello di traffico e di qualità di vita».
Questo significa anche risultati concreti in termini di riduzione delle emissioni?
«Sì. Nel settore della logistica di magazzino, siamo riusciti a ridurre di oltre il 20% le emissioni di CO2 per ogni chilogrammo lavorato. Mi piace poi ricordare il costante processo di ammodernamento della nostra flotta, con una crescente dotazione di camion elettrici sempre meno inquinanti».
La logistica moderna è diventata uno dei settori più digitalizzati. Come avete vissuto processo?
«Fino a poco tempo fa era considerata un’attività molto fisica: magazzini, transpallet, camion. Oggi parlare di logistica significa parlare di digitalizzazione, di informatica, di intelligenza artificiale. È uno dei settori che si sono trasformati di più. Quello che facevamo ieri lo facciamo ancora, ma in modo molto più efficiente. Abbia-
mo il know-how per far fronte alle esigenze di movimentazione e stoccaggio di ogni tipo di prodotto, e li integriamo nei nostri sistemi informatici. Dobbiamo essere in grado di lavorare con una grande multinazionale quotata in borsa come con un piccolo cliente con cinque collaboratori, parlando tutte le “lingue” dell’IT: dall’integrazione dei sistemi alla tracciabilità in tempo reale».
Anche le abitudini dei consumatori stanno cambiando rapidamente. «È così. Oggi una percentuale sempre crescente di acquisti viene fatta online. Il risultato è che ogni anno aumentano i piccoli pacchetti, mentre i container dal mare si moltiplicano con la merce che arriva, ad esempio, dalla Cina. Come impresa familiare dobbiamo garantire ai nostri dipendenti un lavoro stabile anche per il futuro, e per questo abbiamo investito anche nel segmento dei piccoli pacchi, pur sapendo che tutto ciò comporta un grande impegno».
Quale impatto hanno le perduranti turbolenze dei mercati e le crisi internazionali su un settore strategico come la logistica?
«Le vicende degli ultimi anni hanno mostrato che la logistica significa sicurezza di approvvigionamento. Io sono convinto che, a lungo termine, non vince chi è semplicemente più grande, ma chi è più utile. Una logistica ben organizzata è fondamentale almeno quanto la finanza per un Paese: senza, tutto il resto si ferma».
Come cambia il mondo dei media
Ci sono ambiti che, per definizione e per caratteristiche, vengono coinvolti maggiormente nella rivoluzione portata dall’intelligenza artificiale. Così, per esempio, il giornalismo, che al momento appare un settore notoriamente in crisi, sia a livello locale che globale, a causa dell’avanzata dei social e soprattutto del drastico calo degli introiti pubblicitari, può esserne travolto.
Di Paola Bernasconi
Gli impieghi, già al momento, potrebbero essere ampi, come spiega Colin Porlezza dell’Istituto di media e giornalismo (IMeG) dell’USI: «Anche se per lungo tempo è stata concepita quasi esclusivamente in relazione alla produzione automatica di testi, le sue applicazioni spaziano dall’individuazione di tendenze alla ricerca e verifica delle fonti, dalla trascrizione di interviste all’assistenza nella scrittura, fino alla generazione automatica di testi e all’analisi dei dati di consumo». In termini ancor più pratici, per Paride Pelli, direttore responsabile del Corriere del Ticino, «può velocizzare la ricerca di fonti, aiutare nella stesura di bozze, per presentazioni oltre ad analizzare grandi quantità di dati». Secondo Roberto Porta, presidente dell’Associazione ticinese dei giorna-
listi e giornalista RSI, potrebbe in linea teorica «sostituire l’essere umano e con esso diverse categorie professionali, tra cui purtroppo anche la nostra». È però convinto che ai giornalisti restino «diverse carte da giocare: la creatività, la presenza sul posto (pensiamo alla realizzazione di reportages che ci parlano delle tante realtà delle nostre società). E poi c’è l’aspetto centrale che è quello del controllo e della verifica delle notizie, dove la presenza umana è indispensabile, in un mondo già inondato da fake news di tutti i tipi», così come nelle trascrizioni di interviste. Uscendo dai confini cantonali, «il nostro obiettivo principale è fornire alle redazioni strumenti utili per automatizzare i compiti ripetitivi e migliorare l’esperienza di lettura del nostro pubblico. In tutto ciò, trasparenza, controllo e rispetto degli standard giornalistici restano la nostra priorità assoluta», ci spiega l’ufficio comunicazione del gruppo Tamedia. Marcello Foa sottolinea come già il periodo storico sia caratterizzato da «un copia e incolla parzialmente rifatto» che risponde alle esigenze, in particolare dei portali online, di pubblicare per primi la notizia, spesso ripresa da agenzia, per generare traffico. «Se il giornalismo è quello, si potrebbe essere sostituiti. Ma conto che i migliori colleghi possano trovare un supporto per migliorare qualitativamente il loro lavoro».
La ricerca rapida di fonti appare al momento il vantaggio e l’uso principale dell’AI nel giornalismo: può
Colin Porlezza Paride Pelli
però nascondere varie insidie che potrebbero mettere a rischio la neutralità dell’informazione, per dirla con l’ex presidente della Rai, «a risposte ideologicamente e politicamente orientate, senza la certezza che siano state elaborate in modo tale da avere una visione equa ed equilibrata». Pelli sottolinea anche quanto «l’AI si ciba di informazioni, ragion per cui è molto difficile che sia in grado di sfornare uno scoop, ossia di anticipare una notizia, e nel giornalismo, è un limite non da poco». Come in altri settori, quindi, l’intelligenza artificiale è in grado di automatizzare alcune funzioni, come la trascrizione di interviste, liberando tempo per compiti che possano dare realmente un valore aggiunto, come «la ricerca di notizie, contatti, studio di dossier, scrittura accurata di un articolo, inchieste» per Porta, «la parte creativa, investigativa e analitica» per Pelli, in generale per quelle attività, come l’inchiesta e gli approfondimenti, dove non si può e non si deve prescindere dalla presenza umana.
Il segreto pare stare, secondo i nostri interlocutori, nell’uso intelligente ed etico, che utilizzi la tecnologia per potenziare l’essere umano e non per sostituirlo. Certo è che in un momento dove molti media devono contenere i costi, gli articoli generati in automatico potrebbero permettere una continuità redazionale senza la presenza fisica di giornalisti e di consentire a ciascuno di produrre
una grande quantità di pezzi al giorno, come non sarebbe possibile altrimenti. «Ma i lettori, dopo un po’, se ne accorgono», sostiene Foa, che cita l’esempio di TV Blog, un sito italiano realizzato completamente con l’AI, che non pare convincere il pubblico. In questo senso, rientra il tema dell’etica. Se al momento non vi sono delle linee guida codificate e con valore legale, per Porlezza «le redazioni sono chiamate a garantire trasparenza, spiegando anche pubblicamente in modo chiaro quali strumenti IA vengono utilizzati, per quali finalità e con quali limiti». A livello svizzero, aggiunge Roberto Porta, l’ATG fa riferimento alle proposte del Consiglio svizzero della stampa, che nelle sue linee direttrici ad esempio dice che «i contenuti creati con l’aiuto di un programma d’AI devono essere segnalati come tali», nella «massima trasparenza possibile».
Nel gruppo CdT, «pur fidandoci ciecamente dei nostri giornalisti, intendiamo implementare delle linee guida che possano regolamentare in maniera più chiara e circostanziata l’utilizzo dell’AI nel nostro lavoro, anche perché l’AI stessa sarà sempre
Marcello Foa
Roberto Porta
“Insomma, se il giornalismo in generale non pare godere di ottima salute, l’intelligenza artificiale viene al momento vista come un complemento, dal sicuro potenziale e non ancora del tutto implementato, che non sarà in grado di risolvere la crisi ma nemmeno pare destinato a una spallata definitiva alla categoria”.
più presente in futuro e bisognerà avere gli strumenti per gestirla nel migliore dei modi», mette i puntini sulle i Pelli. Che, dirigendo un network che integra tipologie diverse di media, da giornali cartacei a portali online, nota come «l’uso e l’efficacia dell’intelligenza artificiale variano a seconda del tipo di giornalismo e dei media. Per esempio, nel giornalismo di attualità, può aiutare a generare contenuti rapidi e di qualità accettabile, ma potrebbe mancare di profondità e di analisi umana. Per le inchieste, invece, il suo impiego ha molto meno senso, perché il lavoro investigativo richiede relazioni, intuizioni e investigazioni che solo le persone possono fare». Se le potenzialità appaiono ampie, l’applicazione al momento non sembra diffusa. Per Foa viene utilizzata in Ticino singolarmente da qualche giornalista e non a livello redazionale in maniera strutturale. Tamedia invece attualmente «impiega l’AI modo mirato, per supportare i nostri giornalisti nel lavoro quotidiano – ad esempio con lo strumento Ask the Archive, che consente di cercare tutti gli articoli pubblicati digitalmente da Tamedia grazie all’IA e, attraverso una funzione di chat, permette un’interazione diretta con i contenuti. Anche i nostri lettori possono beneficiare di un’esperienza d’uso migliorata, per esempio grazie alla funzione di lettura automatica supportata da IA o all’uso di chatbot», pur nella convinzione che
«trasparenza, controllo e rispetto degli standard giornalistici restano la nostra priorità assoluta». Quasi nessun giornalista, rivela un sondaggio interno del gruppo, «teme di perdere il proprio posto di lavoro a causa della tecnologia. Il nostro scopo, infatti, non è ridurre il personale, ma investire e sviluppare ulteriormente i nostri prodotti grazie all’intelligenza artificiale». Per contro, l’uso dell’AI nel giornalismo può impattare sulla fiducia dei lettori, non certo ai massimi storici, come rivela uno studio condotto da Fog nel 2024 e citato da Porlezza. «La ricerca mostra che l’impiego dell’intelligenza artificiale nel giornalismo comporta effetti ambivalenti: da una parte, può aumentare l’efficienza operativa; dall’altra, solleva interrogativi critici sull’impatto che la tecnologia può avere sulla qualità dell’informazione e sulla percezione dell’autorevolezza di una professione già sottoposta a forti pressioni economiche e simboliche». Per Porta, gli effetti potenzialmente negativi sono indiretti e si legano a quelli portati dai social media: il loro utilizzo, «anche per questioni di poco conto», sottrae tempo «che potrebbe essere utilizzato per seguire l’informazione, leggere un giornale, ascoltare la radio, guardare un telegiornale o collegarsi ad un sito di informazione online. La rivoluzione tecnologica nella quale ci troviamo sta danneggiando il nostro settore, anche in questo modo».
Come sempre, la formazione rimane centrale. I membri di ATG sollevano il tema in incontri formali e non, e degli aggiornamenti sono attualmente presenti nei Corsi di giornalismo della Svizzera italiana, rivolti non solamente ai professionisti in formazione. Marcello Foa rimarca l’importanza che i giornalisti che escono dalle scuole siano più formati anche a livello tecnico, anche se vede un problema a monte: «sono le scuole stesse a essere in crisi, perché lo è la professione, sempre meno attrattiva». Ma chiude con un segnale di speranza: «La vera differenza nel nostro lavoro la fa la parte emotiva e personale, tutto ciò che è interpretativo, intuitivo, non il tecnicismo razionale ma quello magico e inesplorato tra cuore e cervello», che l’AI non può riprodurre. Insomma, se il giornalismo in generale non pare godere di ottima salute, l’intelligenza artificiale viene al momento vista come un complemento, dal sicuro potenziale e non ancora del tutto implementato, che non sarà in grado di risolvere la crisi ma nemmeno pare destinato a una spallata definitiva alla categoria.
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La forza della mente aiuta a vincere le sfide
Dopo una lunga carriera quale responsabile della comunicazione interna ed esterna presso un importante gruppo bancario svizzero, Gabriela Cotti Musio, già presidente della strp dal 2001 al 2007, ha voltato pagina per dedicarsi al mondo degli sportivi con un’attività ancora poco conosciuta alle nostre latitudini.
Che cos’è il coaching mentale?
«Il coaching mentale è un percorso strutturato che aiuta atleti e professionisti a sviluppare concentrazione, resilienza e gestione della pressione. Si tratta di
lavorare insieme ad atlete e atleti sull’atteggiamento e sulle abitudini mentali, come pure sulle emozioni, affinché la persona possa esprimere il proprio potenziale in modo costante, soprattutto nei momenti decisivi. Inoltre, il percorso di coaching aiuta ad accettare e a imparare dalle sconfitte per crescere ulteriormente. Il mio approccio si basa sull’autonomia: creo uno spazio di supporto e riflessione in cui le persone possono trovare dentro di sé le risposte e gli strumenti per affrontare sfide, stress, difficoltà e cambiamenti».
Com’è nata l’idea di intraprendere questa professione, quali le motivazioni?
«Dopo molti anni nel mondo della comunicazione bancaria, ho sentito il bisogno di riallineare competenze e valori personali. Lo sport mi ha sempre accompagnata e mi ha mostrato come la dimensione mentale sia altrettanto determinante quanto la tecnica. Inoltre, in questi ultimi anni ho sviluppato una grande curiosità per le neuroscienze e i progressi compiuti nella comprensione del funzionamento del nostro cervello. Da qui la decisione di formarmi a Zurigo come Coach mentale per sportivi e di lanciare la mia attività».
La comunicazione aziendale nel settore finanziario e il coaching mentale in ambito sportivo appaiono come due attività molto diverse. Quali sono gli elementi comuni?
«In apparenza sono ambiti lontani, in realtà condividono molti elementi. In entrambi i casi si lavora sotto pressione, con obiettivi ambiziosi, tempi ristretti e aspettative importanti. La capacità di comunicare in modo chiaro, gestire le emozioni, prendere decisioni e mantenere la fiducia anche quando le cose non vanno come si vorrebbe è centrale sia nello sport sia nel mondo aziendale. L’esperienza nel settore finanziario mi ha fornito struttura, metodo e sensibilità relazionale, competenze oggi fondamentali nel coaching mentale che offro a chi mira a risultati sportivi e anche a chi vuole crescere in azienda».
Guardando al futuro, concorda sull’idea che i rapporti personali prevarranno su quelli digitali?
«In un’era caratterizzata dalla rapida evoluzione dell’intelligenza artificiale, ritengo che proprio le relazioni autentiche acquisteranno ancora più valore. Le persone cercano fiducia, ascolto e presenza reale. Anche nel coaching, come nella comunicazione, la qualità della relazione è ciò che fa la differenza. Vedo quindi un’evoluzione: tecnologia al servizio delle persone per garantire maggiore efficienza da un lato, umanità e relazione dall’altro. È in questo equilibrio che si costruiscono risultati duraturi».
Di Dimitri Loringett
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Le due anime di una supercar
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Ticino Welcome, in collaborazione con il concessionario Sport Cars Sales & Service AG di Lugano-Grancia, rivenditore ufficiale di Bentley e Lamborghini in Ticino e Simonetta Rota Agency, prosegue i suoi incontri con signore che hanno il piacere di guidare prestigiose auto di lusso e propone questa conversazione tra Federica Moro, attrice, modella, presentatrice, personaggio televisivo ed appassionata di arte, che vive a Lugano da diversi anni e di cui apprezza soprattutto la natura, la sicurezza e la posizione geografica e Giampaolo Tenchini, collaudatore e istruttore di guida.
Federica Moro: «Sono davvero molto emozionata nel vivere questa esperienza perché se è vero che ho sempre apprezzato le auto sportive di lusso non mi è mai capitato prima di sedermi al volante di una supercar, anzi di un vettura davvero eccezionale come questa splendida Lamborghini Temerario. Però devo dire che i miei timori di non essere all’altezza di un’auto così performante si sono immediatamente dissolti e mi sono trovata subito a mio agio, quasi stupita dalla facilità con cui si lascia condurre».
Giampaolo
Tenchini: «In effetti hai immediatamente colto una caratteristica che oggi contraddistingue molte supercar in circolazione. Sono vetture di straordinaria potenza, con una accelerazione davvero mozzafia -
to, ma i dispositivi di cui sono dotate ne facilitano enormemente la guida, consentendone un uso anche in città. Certo, la potenza che sono in grado di esprimere in pista sono tutta un’altra cosa, ma le emozioni che trasmettono anche con una guida più “tranquilla” sono davvero uniche».
Federica Moro: «È impressionante il sound che sprigiona questo motore, basta appena toccare l’acceleratore e immediatamente si avverte una potenza che provoca una scarica di adrenalina. Non oso pensare quale possa essere la risposta del motore in pista. Posso chiederti quale velocità è in grando di raggiungere questa Temerario?».
Giampaolo Tenchini: «Domanda assolutamente legittima. La Lamborghini Temerario è l’unica supercar di produzione in grado di raggiungere i 10.000 giri/min; è dotata di un nuovo powertrain ibrido che combina un motore V8 biturbo, progettato e sviluppato ex novo presso la sede di Sant’Agata Bolognese, con tre motori elettrici, per una potenza totale di 920 CV.
Federica Moro: «Non ho parole. E poi è anche straordinariamente bella. Al di là delle prestazioni, questa vettura comunica una sensazione di bellezza, di eleganza a cui sono particolarmente sensibile. Le linee tese e geometriche sembrano dialogare con superfici più fluide, creando un contrasto che rende la vettura visivamente dinamica anche da ferma. Insomma, è impossibile non girarsi a guardare questa vettura, come si ammira una persona che ad ogni movimento comunica classe e distinzione».
Le prestazioni sono stupefacenti: un’accelerazione da 0 a 100 km/h in soli 2,7 secondi e una velocità massima di 340 km/h.».
Giampaolo
Tenchini: «Concordo pienamente con te. Questa Temerario rappresenta un’evoluzione decisa del linguaggio stilistico Lamborghini, fondendo aggressività, tecnologia e pulizia formale. Le proporzioni
sono estreme ma equilibrate. Accanto al design, emerge con forza un tema che oggi caratterizza le supercar: la personalizzazione
estrema, offrendo infinite possibilità di configurazione, dai colori speciali alle finiture interne, fino ai materiali più ricercati. Attraverso programmi dedicati, il cliente non acquista solo un’auto, ma costruisce un oggetto unico, specchio della propria personalità. In un mercato sempre più esclusivo, la vera distinzione non è solo la prestazione, ma l’unicità del progetto, trasformando ogni Lamborghini in un’espressione personale di lusso e performance».
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Arte e scienza camminano insieme
Horacio Pagani ripercorre con lucidità e passione il filo rosso che ha guidato la sua vita: l’idea che la bellezza sia un dovere e la ricerca della perfezione un atto quotidiano. Dall’infanzia in Argentina all’approdo in Italia, racconta come arte, scienza e visione abbiano modellato le sue scelte. Ne emerge il ritratto di un innovatore che non insegue il futuro, ma lo anticipa, tracciando un percorso unico nel panorama automobilistico mondiale.
Di Eduardo Grottanelli de’Santi
Quali ricordi conserva dei suoi primi anni a Casilda e quando ha capito che l’automobile sarebbe stata la sua strada?
«Sono cresciuto in una piccola città agricola dell’Argentina, in una famiglia semplice: mio padre era fornaio, mia madre aveva una grande sensibilità per la musica, la pittura e la scultura. È da loro che ho appreso alcune cose che non mi hanno mai lasciato: la dedizione al lavoro, la curiosità verso le materie scientifiche e
una certa propensione verso tutto ciò che era in collegamento con l’arte e la creatività. Se mi chiedevano cosa volessi fare da grande, rispondevo ingegneria meccanica oppure belle arti. Un incontro illuminante è stato quando ancora adolescente scoprii la figura di Leonardo da Vinci e fui subito affascinato dalla sua capacità di coniugare arte e scienza».
Come e quando è nata la sua attrazione nei confronti del mondo dell’automobile?
«Senz’altro fin da ragazzo ho iniziato a guardare con attenzione e ammirazione le auto soprattutto europee che circolavano in Argentina. A quei tempi poi usciva una rivista, si chiamava Automundo, grazie alla quale costituiva per me una gioia immensa lo scoprire le corse automobilistiche, i piloti, i saloni, il lavoro dei carrozzieri. Così, passavo ore nel mio piccolo “taller” (officina in spagnolo) dietro casa, dove costruivo modellini usando legno di balsa, fili di ferro, latta, e anche resine rudimentali. Non mi interessava che fossero solo belli: dovevano funzionare, essere proporzionati. Ho capito molto presto che la forma e la funzione non erano mondi separati, ma due linguaggi che devono sempre dialogare».
In questa sua visione si avverte tutta la forza dell’insegnamento di Leonardo…
«Leonardo da Vinci ha sempre rappresentato per me molto più di un riferimento storico: è stato ed è una guida ideale, un maestro invisibile che mi accompagna ogni giorno nel mio lavoro. In lui ho trovato l’esempio perfetto di come arte, scienza e ingegneria possano fondersi in un’unica, straordinaria visione. La sua capacità di osservare la natura, comprenderne i se-
nelle opere di Leonardo. Il suo insegnamento mi ha mostrato che il limite non è altro che un punto di partenza e che la vera eccellenza nasce dall’armonia tra intuizione, studio e passione».
Come è iniziato il suo viaggio verso l’Italia e verso il mondo delle supercar?
«L’idea dell’Italia è stata un sogno molto prima di diventare un piano. Sognavo Modena, le sue officine, i nomi leggendari: Ferrari, Maserati,
greti e tradurli in bellezza e innovazione è ciò che ho cercato di portare nella mia attività con Pagani Automobili. Ogni vettura nasce dal desiderio di unire la massima ricerca tecnologica a un’estetica senza tempo, proprio come
Lamborghini. Nel frattempo studiavo ingegneria e ho costruito una monoposto F2 per il campionato argentino, curando ogni dettaglio. Quando, anni dopo, sono venuto in Italia con mia moglie, una tenda e due biciclette, non sapevo se ce l’avrei fatta. Ma sapevo che se volevo crescere, dovevo essere lì dove il sogno delle automobili diventava realtà».
Quali ostacoli ha incontrato e come li ha affrontati?
«Gli ostacoli sono stati tanti, e spesso più grandi delle risorse che ave -
vo. Gli inizi in Italia furono difficili: nonostante le lettere di raccomandazione di Fangio, nessuno assumeva. Ho fatto i lavori più diversi pur di restare vicino a quel mondo. Poi Lamborghini mi ha aperto una porta. Ho iniziato come operaio di terzo livello, ma ogni giorno mi sono sforzato di imparare: ero il primo ad arrivare e l’ultimo ad andare via. Il momento più difficile è stato quando proposi di acquistare un’autoclave per realizzare su larga scala i compositi. La risposta fu no. Così ho chiesto un prestito in banca, l’ho comprata e ho affittato un capannone vicino all’azienda. È stato un rischio enorme, ma ha cambiato per sempre il mio futuro. Gli ostacoli ti costringono a inventare, a guardare oltre. Senza di essi non avrei mai trovato davvero la mia strada».
Nel tempo, le sue vetture sono diventate un simbolo globale. Da cosa nasce questo successo internazionale?
«Non produciamo auto per soddisfare il nostro ego, ma l’ego del
“Leonardo
Cosa distingue una Pagani da qualsiasi altra supercar?
«Ci sono due aspetti: la visione e la mano umana. La tecnologia non basta; occorre un’anima. Le nostre vetture nascono tutte come pezzi unici: non esiste un componente che non sia stato pensato, ripensato, costruito e ricostruito per essere non solo efficiente, ma anche bello. Il carbonio, che molti considerano solo un materiale tecnico, per noi è anche un materiale estetico. Il nostro motivo a “trama spinata” è diventato un simbolo: è la prova che la funzionalità può essere poesia. E poi c’è il lavoro artigianale. Ogni auto è costruita da persone che hanno un nome, una storia, un orgo -
da Vinci ha sempre rappresentato per me molto più di un riferimento storico: è stato ed è una guida ideale, un maestro invisibile che mi accompagna ogni giorno nel mio lavoro. In lui ho trovato l’esempio perfetto di come arte, scienza e ingegneria possano fondersi in un’unica, straordinaria visione”.
cliente. In fondo, è il cliente il nostro datore di lavoro. È comunque importante rimanere fedeli a sé stessi. Fin dall’inizio ho cercato di unire alla tecnologia elementi quali bellezza, proporzione, armonia e al tempo stesso scienza, materiali avanzati, aerodinamica.
La Zonda prima, la Huayra poi e oggi Utopia sono frutto di questa identità. Ogni dettaglio, anche il più piccolo, è pensato come un’opera autonoma, con una logica, un’anima, una storia. E forse è proprio questo che emoziona così tante persone in tutto il mondo: la sensazione che l’auto non sia un oggetto, ma un dialogo tra creatività e ingegneria».
glio. Questo non lo puoi replicare con una macchina o un algoritmo».
Qual è il processo di sviluppo di una nuova vettura?
Da dove nasce un’idea? «Tutto comincia da un pensiero, spesso da un’immagine mentale o da una sensazione. Posso vedere una curva di un oggetto, una forma naturale, o posso partire da un concetto aerodinamico. Poi inizia un percorso lungo: schizzi, modellazione, studio delle proporzioni, dialogo continuo tra forma e funzione. Il Centro Arte e Scienza è nato proprio per questo: un luogo dove designer, ingegneri, tecnici e artigiani possano
lavorare insieme, contaminarsi, confrontarsi. La Zonda, la Huayra e Utopia sono figlie di questo metodo. Ogni progetto richiede anni, perché niente è lasciato al caso. Un’auto, prima di essere una macchina, deve essere un’idea che respira».
L’innovazione tecnologica, i materiali compositi, la fibra di carbonio: quanto hanno influenzato il suo percorso?
«Sono stati elementi determinanti. Quando negli anni Ottanta lavoravo alla Countach Evoluzione, ho capito che la fibra di carbonio avrebbe rivoluzionato le supercar. Era un materiale quasi inesplorato in quel contesto, ma offriva una libertà enor -
Pagani è oggi un marchio globale che va oltre l’automobile: design, ricerca, progetti culturali. Come ci è arrivato?
«Tutto nasce dall’idea che un’auto, se è fatta come una scultura, come un oggetto artistico, genera naturalmente un mondo intorno a sé. Modena Design, le nostre collezioni, i progetti culturali e il Centro Arte e Scienza sono la continuazione di quella filosofia originaria. L’identità del nostro marchio non è costruita sul marketing, ma su un ben preciso linguaggio: l’unione tra arte e scienza. È questo che ci permette di dialogare con mondi diversi, dall’industria al design, dalla formazione alla divulgazione».
me: leggerezza, rigidità, possibilità di forma. Da allora la ricerca sui compositi è diventata quasi una missione. Oggi la fibra di carbonio Pagani è riconosciuta come una delle più avanzate al mondo, impiegata non solo nelle hypercar ma anche in settori come il medico, l’aerospaziale, il militare. Però, mi piace sempre ricordarlo, la tecnologia non è mai fine a sé stessa: è un mezzo per dare forma a un’emozione».
Guardando avanti: come immagina il futuro delle supercar e quello della sua azienda?
«Il futuro sarà complesso e affascinante. Le normative, l’ambiente, le nuove sensibilità richiederanno soluzioni innovative, ma certo andrà cercato un modo di fare convivere il motore termico, che si è andato molto evolvendo nel corso degli anni, con la propulsione elettrica. Imposizioni drastiche o dettate soltanto da una visione ideologica andranno necessariamente riviste. In ogni caso io credo che ci sarà sempre spazio per l’emozione, per l’artigianalità, per l’oggetto fatto con amore e dedizione. Pagani continuerà a evolversi nel rispetto della sua identità: materiali avanzati, attenzione maniacale ai dettagli, ricerca continua. Non so ancora che forma avranno le auto del domani, ma so che il nostro compito sarà lo stesso di sempre: creare qualcosa che parli al cuore delle persone. Perché, in fondo, il motore vero di ogni progetto è il sogno».
Ancora più bella e performante
Il SUV 100% elettrico del Tridente si arricchisce di nuove soluzioni ingegneristiche per una efficienza, autonomia e prestazioni ai massimi livelli. L’intera line-up di Grecale si arricchisce inoltre con aggiornamenti nei colori e negli allestimenti di serie.
Con il Model Year 2026, Maserati evolve una delle versioni di punta del suo SUV: Grecale Folgore vanta infatti una serie di contenuti tecnologici inediti per definire un nuovo standard nell’elettrificazione ad alte prestazioni. La principale novità tecnica è rappresentata dall’inedito sistema di disconnessione della trazione integrale. Quando non è necessario il funzionamento dell’AWD, il veicolo trasferisce la trazione unicamente all’asse posteriore, con un significativo abbattimento dei consumi energetici e un conseguente aumento dell’autonomia (fino a 580 km) confermandosi un
punto di riferimento in termini di eccellenza nel suo segmento. Il passaggio tra trazione integrale e posteriore avviene in 500 millesimi di secondo, attraverso il disinnesto fisico dei semiassi anteriori dai mozzi. Questa soluzione, a differenza di altri sistemi presenti sul mercato che limitano la disconnessione al livello del motore o del differenziale, consente di ottenere un vero e completo isolamento della trasmissione, massimizzando così il risparmio energetico. L’intero processo è gestito da una strategia di controllo autonoma che non richiede alcun intervento da parte del conducente. La gestione intelligente della trazione si avvale di
una rete di sensori e di algoritmi avanzati in grado di elaborare migliaia di parametri al secondo. Tra questi figurano la richiesta di coppia motrice, la temperatura dei freni, la pendenza della strada, la velocità istantanea e l’accelerazione, la modalità di guida selezionata, la temperatura esterna e l’attivazione dei sistemi di controllo dinamico del veicolo, come ABS, ESC, ASR e il torque vectoring applicato alla frenata. Il sistema di pre-condizionamento automatico della batteria interviene quando, tramite il navigatore con funzione EV Routing - ovvero la funzione di navigazione per veicoli elettrici che pianifica percorsi e soste di ricarica in modo intelligente - viene impostata una stazione di ricarica ultra-fast come destinazione. In tal caso, la vettura adegua in modo proattivo la temperatura della batteria, portandola nel range ideale per il processo di ricarica ad alta potenza e riducendo sensibilmente i tempi di sosta. Per il comfort quotidiano è stata mantenuta la funzione di climatizzazione remota dell’abitacolo, che permette di stabilizzare la temperatura interna tramite l’app Maserati Connect anche quando il veicolo è spento, offrendo agli occupanti un ambiente accogliente fin dall’ingresso a bordo.
L’EV Routing aggiunge inoltre la funzione Dynamic Range Mapping, che rappresenta visivamente sulla mappa la massima distanza raggiungibile in base allo stato della batteria e aggiorna costantemente le informazioni in funzione delle condizioni di marcia. Questo strumento garantisce al conducente una previsione accurata e in tempo reale dell’autonomia residua, eliminando ogni incertezza nella pianificazione degli spostamenti. Per Grecale, il Programma Fuoriserie mette a disposizione trentadue colori esterni, sei dei quali introdotti con la Model Year 2026, insieme a otto interni dedicati, quattro diverse pinze freno - di cui una esclusiva per la Grecale BEV - cinque cerchi per la gamma e uno specifico per la versione elettrica, oltre a tre allestimenti, di cui uno riservato al modello BEV. Nella palette di colori sono ad oggi a disposizione fino ad 11 tinte carrozzerie, oltre alle molteplici possibilità di perso -
nalizzazione offerte dal Programma
Maserati Fuoriserie che comprende ben nove colori solid and metallic, tredici proposte tristrato e quadristrato e 4 colori opachi.
Grecale si distingue per la cura dei dettagli: aprire le portiere significa entrare in un mondo fatto di comfort ed eleganza con materiali pregiati che valorizzano le superfici, insieme alla ricerca di grafiche e cromie uniche che si estendono in una serie di combinazioni ancora più ricche. Le nuove configurazioni negli interni che dal programma
Fuoriserie diventano di serie sono tre: Premium Pelle Ghiaccio, Sport Leather Nero/Rosso e Sport Leather Nero/Giallo, oltre ad otto possibilità di sedili Fuoriserie.
Il benessere tocca vette inesplorate
La profonda evoluzione dell’ammiraglia di Stoccarda combina uno stile più patinato con significative evoluzioni tecniche e tecnologiche, a vantaggio di un’esperienza di bordo mai così esclusiva e coinvolgente.
La regina torna sotto i riflettori, anche se in realtà non se n’è mai andata. La Classe S resta da sempre il riferimento assoluto in termini di raffinatezza, tecnologia e qualità del muoversi su quattro ruote con estrema distinzione. L’ammiraglia Mercedes giunge oggi alla sua evoluzione più profonda, con oltre il 50% dei componenti sviluppati ex novo, celebrando al meglio i 140 anni di innovazione che separano l’invenzione dell’automobile di Carl Benz, nel 1886, dall’attualità. Questa icona del lusso e del benessere di bordo non stravolge il proprio stile, rimanendo fedele ai canoni più rappresentativi della tradizione, evoluti nel tempo in un lin -
guaggio formale fatto di proporzioni eleganti e di un’eleganza senza tempo. Allo stesso tempo, una serie di interventi mirati restituisce al modello un’immagine ancora più levigata ed esclusiva: dalla mascherina anteriore, ora maggiorata del 20%, ai nuovi gruppi ottici con firma luminosa a doppia stella, fino alla possibilità di adottare l’inedita retroilluminazione per la storica stella Mercedes verticale, simbolo del marchio da oltre un secolo. La parte più sostanziosa dell’evoluzione è però concentrata sotto la pelle, traducendosi in tecnologie d’avanguardia, in un’attenzione ancora più capillare alla personalizzazione grazie al programma
Manufaktur ulteriormente ampliato, e nella nuova interfaccia uomo-macchina MB.OS di ultima generazione. Il sistema di bordo si fonda su un vero e proprio “supercomputer” raffreddato a liquido, costantemente connesso al Cloud della Casa, che gestisce una gamma estesa di sistemi di assistenza alla guida: dalla frenata automatica in prossimità della segnaletica, al cambio corsia assistito, fino alla sterzata proattiva per evitare ostacoli e veicoli in situazioni critiche. La guida completamente autonoma, anche nel traffico intenso, è già disponibile nei mercati in cui la normativa lo consente — come Cina e Stati Uniti — ed è pronta a debutta -
re in Europa non appena la legislazione lo permetterà.
A bordo, l’MBUX di quarta generazione integra sistemi multipli di intelligenza artificiale, tra cui ChatGPT 4o, Microsoft Bing e Google Gemini, dando vita a un assistente virtuale sempre attivo, capace di interagire in modo naturale con conducente e passeggeri. Il Superscreen riunisce il display centrale da 14,4 pollici, lo schermo da 12,3” dedicato al passeggero e la strumentazione digitale, anch’essa da 12,3”, con visualizzazione 3D opzionale. La navigazione sfrutta Google Maps con mappe tridimensionali e realtà aumentata.
L’abitacolo raggiunge nuovi vertici di ricercatezza, lusso ed ergonomia, ispirandosi al concetto di “welcome home” per offrire a tutti gli occupanti un’esperienza di comfort totale. Debutta un evoluto sistema di climatizzazione con depurazione dell’aria, mentre nella zona posteriore, a seconda delle configurazioni, gli schermi individuali ampliano le possibilità di intrattenimento grazie alle principali piattaforme di streaming. Per la massima protezione, il programma Guard offre anche la certificazione VR10, il livello più elevato in ambito civile. Sul piano dinamico, la nuova Classe S propone un’ampia gamma di sofi -
sticate motorizzazioni a sei e otto cilindri benzina e diesel, con livelli di elettrificazione che arrivano fino all’ibrido plug-in. Le sospensioni pneumatiche Airmatic, abbinate alla sterzata integrale e al controllo attivo E-Active Body, evolvono ulteriormente per garantire una marcia ancora più vellutata, silenziosa e isolata dal mondo esterno, confermando l’ammiraglia come riferimento assoluto nel panorama del lusso automobilistico.
ALCUNI DATI TECNICI DELLA MERCEDES-BENZ S 580 4MATIC LIMOUSINE
Motore Otto cilindri a V 4.0
Cilindrata 3.982 cm3
Carburante Benzina
Potenza max. 537 cv (395 kW)
Coppia max. 750 Nm
Velocità max. 250 km/h
Accelerazione 0-100 km/h 4,0 secondi
Capacità serbatoio 76 litri
Peso totale
2.250 kg
Trazione Integrale
*Con due turbocompressori e sistema ibrido leggero a 48V
Fino a 900 km di autonomia?
Nessun problema per la nuova Leapmotor B10 Hybrid EV, vettura ibrida Range Extender con motore benzina che funge da generatore per la batteria.
Alla Leapmotor, brand emergente nel panorama dei veicoli a batteria e ibride, non perdono tempo: dopo la B10 elettrica presentata l’anno scorso e visto il successo del modello ma anche l’incertezza di molte persone di optare per un veicolo elettrico, al recente Salone dell’auto di Bruxelles è stata presentata la versione ibrida Leapmotor B10 Hybrid EV che, come già visto sulla Leapmotor C10, prevede un Range Extender, motore 4 cilindri 1,5 litri da 68 cavalli con funzione di generatore che ricarica automaticamente la batteria nei viaggi piu lunghi. Permette cosi fino a 90 km in modalità elettrica grazie alla batteria 18,8 kWh, per poi proseguire con il Range Extender che ricarica la batteria durante il viaggio, offrendo un’autonomia combinata fino a 900 km. Quattro le modalità di guida, EV+, EV, Fuel e Power+ che permettono al conducente di adattare prestazioni ed efficienza alle proprie esigenze. Ha una potenza massima di 218 cavalli ma va detto che la B10 Hybrid EV è spinta esclusivamente dal motore elettrico, mentre l’unità benzina entra in funzione solo come generatore per ricaricare la batteria durante la marcia. La ricarica avviene velocemente e in 30 minuti avviene la ricarica da 30 a 80%. Lo scatto da ferma a 100 km/h avviene in 7,5 secondi fino ad una velocità massima di 170 km/h bloccati elettronicamente. Per il resto, è identica alla Leapmotor B10 elettrica, lunga 4 metri e 53, larga 1 metro e 88, con un passo di 2 metri e 73 ed un’altezza di 1 metro e 65, inserendosi perfettamente nel segmento delle C-SUV. Le linee pulite, i fari full LED e il profilo aerodinamico le donano una presenza moderna ma sobria. All’interno dell’abitacolo spiccano l’impostazione razionale e la cura dell’assemblaggio. Il sistema d’infotainment con grande display da 14,6 pollici
al centro domina la plancia e controlla ogni funzione del veicolo, dall’infotainment alla climatizzazione ed utiiliza il sistema operativo LEAP OS 4.0 Plus e alimentato dal chipset Qualcomm 8155. e permette aggiornamenti OTA illimitati. Il SUV integra 17 sistemi ADAS, una gabbia di sicurezza in acciaio ad alta resistenza e un sistema di telecamere a 360°. Il cablaggio ridotto e la gestione elettronica centralizzata testimoniano un approccio ingegneristico avanzato, con l’obiettivo di coniugare semplicità e sicurezza. I materiali sono morbidi al tatto e il comfort per i passeggeri posteriori è tra i migliori della categoria, grazie al passo di 2.735 mm. Due gli allestimenti proposti, Life e Design, sei colori esterni e tre allestimenti interni. La versione Life include pompa di calore, Apple CarPlay e Android Auto, navigazione connessa, display da 14,6’’ e pacchetto ADAS di livello 2 avanzato con tempomat adattivo e mantenitore attivo della corsia. La versione Design aggiunge sedili anteriori riscaldati, ventilati e regolabili elettricamente, portellone posteriore elettrico e volante riscaldato. La B10 è il primo modello sviluppato sulla piattaforma LEAP 3.5, concepita per i mercati internazionali, e rappresenta la dichiarazione d’intenti di un marchio che vuole democra-tizzare la mobilità efficiente, elettrica o ibrida che sia.
In listino a partire da CHF 29’900. - oppure CHF 249. Mensili - compreso 5 anni o 200 mila km di garanzia. Sperimenta ora cosa può fare oggi l’elettromobilità: informazioni su Leapmotor e i vari modelli sono disponibili presso i due concessionari Auto Nec di Riazzino per il Sopraceneri ed il Garage Sport di Lugano per il Sottoceneri. www.leapmotor.net/ch-it/B10
Capital must do good
Urs Wietlisbach is a Swiss investor and entrepreneur. Together with his wife Simone, he co-founded the Ursimone Wietlisbach Foundation. He is co-founder of Partners Group, one of the world’s leading private markets investment managers. He serves as Chairman of the Board of Blue Earth Capital AG and as a board member of the Blue Earth Foundation, which focus on global impact investing. He is also Co-Chairman of the Swiss Sports Aid Foundation (Schweizer Sporthilfe) and Chairman of Passion Schneesport. Together with his wife, Urs Wietlisbach is a member of The Giving Pledge.
By Elisa Bortoluzzi Dubach
Mr Wietlisbach, could you briefly introduce yourself and tell us what drives you today?
«I am an entrepreneur, investor and foundation founder – but above all, someone who wants to take responsibility. What matters most to me today is that capital should not only generate returns but also create meaning. Capitalism must be socially and environmentally sustainable – otherwise, it leads to conflict. This conviction is what drives me now. I want to see more foundations, family offices, and other capital holders start investing their assets sustainably with impact».
Which field of study did you choose, and how did it influence your later career?
«I studied economics at the University of St. Gallen (HSG), a school with a strong entrepreneurial mindset. There I learned to think strategically and recognize opportunities.
It was an excellent foundation for my career. Today, my focus is on connecting economic logic with social and environmental positive impact – a perspective that, thankfully, has now also found its place at HSG».
What role did your family play in your development – were there values or experiences that shaped you in particular?
«I grew up in Dietikon and later in Schaffhausen. Groundedness, a strong work ethic, and mutual respect were firm values in my family. They shaped me deeply and still guide me today».
What mattered most to you as a young person – were there ideals or dreams that still accompany you?
«Sports have always been a life lesson for me – I was an active handball player for many years. I learned early what team spirit, discipline and fairness mean. Even today, I stay active – cycling, skiing, and other outdoor pursuits keep me balanced. Sport helps us stay healthy, which is also why I serve as Co-President of the Swiss Sports Aid Foundation (Schweizer Sporthilfe). A powerful signal for sport in our country would be for Switzerland to host the 2038 Winter Olympics – not only for medals, but because sport brings society together».
Did you have a mentor who particularly inspired you along the way?
«There were several people who influenced me – not so much individual names, but role models
“Sports have always been a life lesson for me – I was an active handball player for many years. I learned early what team spirit, discipline and fairness mean. Even today, I stay active – cycling, skiing, and other outdoor pursuits keep me balanced”.
with integrity and a sense of responsibility, including my two co-founders at Partners Group, Marcel Erni and Alfred Gantner. People who think entrepreneurially but act responsibly. They continue to inspire me to this day».
How do you personally define a responsible economy – and what role does philanthropy play in it?
«To act responsibly means to think long-term. Entrepreneurs should ask themselves: what impact will my actions have on future generations?
Philanthropy is not the opposite of business – it’s an extension of it. It shows that capital can do good. More than that: capital must do good».
How did you come to your philanthropic engagement – was there a turning point or inspiration?
«The idea of using capital to create positive social and environmental impact has been with me for a long time – certainly since the IPO of Partners Group in 2006. I remember a key moment when I was presented with two investment ideas on the same day: one company produced solar lamps for remote villages in South Africa, the other aimed to expand a coffee chain across Europe. It became instantly clear to me where my capital could make a real difference. Soon after, I began exploring impact investing
– and that idea led to the founding of Blue Earth Foundation who owns Blue Earth Capital, a leading impact investment company based in Switzerland».
What is Blue Earth Capital, and how does your approach differ from traditional investment firms?
«Blue Earth Capital is an impact investing platform with currently CHF 1.7 billion in assets under management, targeting both financial returns and measurable social and environmental outcomes. The entire endowment of the Ursimone Wietlisbach Foundation – over CHF 280 million – is fully impact-invested through Blue Earth Capital. We want to demonstrate that performance and responsibility are not mutually exclusive».
What does impact investing mean to you in concrete terms – how do you measure impact?
«At Blue Earth Capital, we measure impact based on clear key performance indicators. These include CO2 reduction, water usage, access to education, and health-related metrics. In 2024, Blue Earth Capital’s investments provided access to financial services for over 130,000 people, supported 15,000 medical patients in developing countries, and helped avoid 37,000 tons of CO2 emissions. It shows the tangible power of capital».
How do you want to inspire other philanthropists to share your vision?
«I have many conversations with other founders and family offices. In Europe, foundations hold over €540 billion – yet less than two percent of that is invested through impact vehicles. Unlocking this potential would be a true lever for change, and that’s my goal. Foundations must lead by example».
What do you owe to your wife on this journey?
«A great deal. Simone brings deep joy for life and a holistic perspective. She constantly reminds me that economic success without humanity is empty. Her outlook was decisive in our joint decision to join the Giving Pledge in 2022 –not out of obligation, but out of conviction».
Generosity arises from empathy, not from abundance
Simone Wietlisbach is a Swiss entrepreneur and the founder and CEO of Powerlife AG, SH Power AG and Powerhair AG, all of which promote holistic well-being and natural vitality through innovative, patented products. She also serves as owner and CEO of PowerForm AG, part of Power Source Holding AG, and sits on the Board of the Arosa Kulm Hotel & Alpine Spa, for which she also develops interior design concepts with a partner. A trained orthomolecular medicine therapist, Reiki therapist, contextual coach, mental trainer and nutritionist, she combines her expertise to promote holistic approaches to health and vitality. She is the mother of two sons and the wife of Urs Wietlisbach, with whom she co-founded the Ursimone Wietlisbach Foundation. Together with her husband, Simone Wietlisbach is a member of The Giving Pledge.
By Elisa Bortoluzzi Dubach
Ms Wietlisbach, if your life were a book, what would the opening line be?
«It would begin with gratitude – to the divine source of life, to my soul, and of course to my parents, my
husband and my sons. Only after that would my life story unfold, beginning with “Once upon a time...».
Which memories from your youth have shaped your attitude towards generosity?
«I grew up in a family where commitment was simply part of life. My parents set an example of generosity in many ways. Sharing and togetherness were part of our everyday life – I was one of five children. Many in my family are doctors, deeply rooted in society. My father served Switzerland in many capacities – for instance, as a colonel on the General Staff in the army – and he founded the SVP in Lucerne. I was politically active myself, including as a member of the Grand City Council of Lucerne. For me, contributing to the common good was entirely natural».
What does generosity mean to you personally – is it an attitude or an action?
«For me, generosity is above all a quality of character – something that comes from the heart. It’s the willingness to give and to share without calculation. True generosity arises from empathy, not from abundance. It is an
expression of the heart: giving freely, without expecting anything in return. Many who give hope for loyalty, recognition or gratitude. But that, to me, misses the essence. Genuine generosity carries no self-serving intention –not even the desire to feel better about oneself or to ease a guilty conscience».
How do you distinguish between generosity and philanthropy?
«Generosity is perhaps lived more privately, often expressed spontaneously. Yet it’s also an essential part of philanthropy. For us, philanthropy aims to create lasting, positive impact for others. Achieving such impact takes effort – it’s real work and often underestimated. I don’t expect thanks for what we do. What truly matters to me is knowing that we can make a difference for those we support. They don’t even need to know where the funds come from. We’re quite happy to remain in the background, quietly doing philanthropic work».
How do you and your husband differ in your approach to philanthropic decisions?
«I tend to follow my intuition – not in an emotional sense but guided
by a deeper perception of the greater whole. Urs is more rational, and data driven. That combination is our strength. We complement one another perfectly – heart and mind need to work in balance».
What motivated you to establish the Ursimone Wietlisbach Foundation?
«We wanted to create a platform that reaches beyond short-term projects. A foundation can address issues and spark ideas that may only reveal their full impact in a hundred years’ time. It allows us to take risks where governments might hesitate – and in doing so, contribute to meaningful transformation».
How is the foundation structured, and how do you choose the projects you support?
«We operate with a lean team and trusted external partners. Our goal is to empower people to lead fulfilling lives – lives shaped by purpose, joy and value. We focus on longterm investments and partnerships that ensure as many people and communities as possible have access to holistic health, personal growth and active living. Every project we support must demonstrate measurable social value».
Do foundations like yours contribute more than financial support?
«Absolutely. Money alone is never enough. We also bring expertise, networks and strategic guidance. Our goal is to create partnerships
that enable growth and development on both sides».
“Mindfulness” has become something of a buzzword today. What does it mean to you personally?
«For me, mindfulness means being present – in the moment, with oneself and with others. It connects spirituality with responsibility. Mindfulness is an inner compass that guides our actions – a lived form of awareness».
What role do you see philanthropy playing in a world marked by crises and inequality?
«Philanthropy can never fully compensate for crises or inequality –their roots lie elsewhere. But it remains an act of compassion, perhaps a light shining in the darkness».
INVESTING IN LIVES LIVED WELL
At the Ursimone Wietlisbach Foundation, we invest in bold ideas, communities and people to champion holistic health, well-being and joy.
Our work is shaped by a belief that lasting change comes from coherence – when purpose, partnerships and capital are aligned. By bringing together philanthropy, long-term investment and influence, we pursue a total impact approach that connects what we fund with how we invest.
From Switzerland to the Mekong region, we support prevention-focused health, pathways from learning to earning, and inclusive environments that enable people to live active, fulfilling lives.
Total impact – aligning purpose and capital for lasting well-being.
Our love for music
What did it mean for you to pass the philanthropic torch to your daughters? Was it a natural transition or did it require a shared journey of awareness?
By Elisa Bortoluzzi Dubach
«Everything evolved very naturallyand, from my perspective, quite unexpectedly. It was never something we planned. Through my various engagements, I met many fascinating people who became friends and often visited our home. My daughters grew up in this private yet inspiring environment. Our home was always open to music, theatre, and culture, and this atmosphere naturally guided me toward supporting these areas. Over time, my daughters became increasingly interested in the commitments that shaped my life. At the same time, our family’s sense of social responsibility was deeply rooted in the company’s long-standing commitment to the community. Children are our future. Our focus has consistently been on fostering potential and giving young people the opportunities they deserve. Looking back, I would say that passing the philanthropic torch to my daughters was not a single moment but a gradual, shared journey of awareness - one that unfolded over the course of their childhood».
You witnessed the birth and growth of cultural projects like the KKL and the Lucerne Festival. What was the most moving moment in that journey?
«The opening evening, under a full moon, was an especially moving
moment for me - one I will never forget. Yet beyond that memorable night, there have been countless beautiful and touching concerts over the years. Seeing the audience’s enthusiasm again and again has always filled me with joy. It has also been deeply meaningful to witness how the KKL gradually became a true home for the people of Lucerne. That did not happen overnight; it required time, patience, and its own natural process. In the beginning, there was a certain reserve, a sense of distance. Today, it is embraced wholeheartedly - a house of the people of Lucerne that welcomes the world and invites the finest musicians from around the globe».
In your cultural engagement, you’ve often chosen to act behind the scenes. What led you to embrace this discreet approach?
«I never considered myself important in this context. For me, the projects have always mattered far more than my own visibility. What truly counts is what they contribute to people’s lives, not the person standing behind them».
How did you experience the shift from being a “newcomer” to becoming an integrated and influential figure in Lucerne’s cultural life?
«In the beginning, I struggled with it. Losing my anonymity was not easy for me, and I often wished I could simply blend in as I had before. But over time, something very warm happened: I began to feel truly seen - not for status or
Interview with Carla Schwöbel-Braun, philanthropist.
position, but simply as myself.
The people of Lucerne have a sincerity and kindness that touched me deeply. Little by little, I felt embraced by the community, and that sense of belonging became very precious to me. I can honestly say that I feel completely at home here. I would not want to live anywhere else.
That is why, all those years ago - nearly forty now - I made the very personal decision to become Swiss. It felt like the natural next step in a place that had quietly become my home».
You’ve spoken of a turning point when you obtained Swiss citizenship. How did that change your way of practicing philanthropy?
«In truth, obtaining Swiss citizenship did not change my philanthropic commitments. My engagement has never depended on a passport. What matters to me are the people, the projects, and the needs I encounter - not my nationality. Becoming Swiss was a personal milestone, but it did not alter the way I practice philanthropy».
In your work with the KKL’s Trägerstiftung, you’ve faced moments of dialogue and delicate decisions. How do you manage conversations within a community of philanthropist and visionaries?
«That is a difficult question to answer. In such moments, I have always tried, first and foremost, to listen - truly listen - to everyone involved, without rushing to any judgment. Only after taking in the different perspectives would I offer my own convictions to the discussion. Sometimes they resonated, sometimes they did not, but most of the time this respectful exchange led us toward good solutions. In the end, it
was the process of listening, reflecting, and contributing calmly that made dialogue possible».
You supported the Lucerne Festival Academy, founded by Pierre Boulez. What value do you place on musical education for younger generations?
«At the beginning, it was simply my own curiosity that drew me to the Academy. I wanted to understand how the music of the 20th and 21st centuries would continue to evolve through the younger generation. Classical music must never stand still. It has always been in motion, always transforming from one generation to the next. That process must not suddenly come to a halt. With the solid foundation of the classical tradition, young musicians should engage with contemporary music and bring it to life in their own way. The value of musical education for young people is therefore immense. It helps them understand where we come from and what shapes our cultural heritage. At the same time, contemporary music shows them how classical foundations can be reinterpreted and carried into the present.
Over the years, I have come to realize that looking ahead is, in many ways, rooted in the past. In this way, something new arises and moments of brilliance unfold».
What does “investing in culture” mean to you? Is it an act of trust, responsibility, or love?
All of them - trust, responsibility, and love. And sometimes it is also a risk. You can never be one hundred percent certain that a project will succeed. Investing in culture is always an adventure, guided by passion and sustained by love».
Have you ever had doubts about the meaning of your commitment? If so, what helped you regain motivation?
«No, I never had any doubts. There were challenging moments, of course, but the meaning of my commitment was always clear to me. Whenever I felt tired or uncertain about the next step, the joy in the eyes of others - in a concert hall, at a cultural event, or within a project I supported - reminded me why I began in the first place. That sense of purpose has accompanied me throughout my life, and it has always renewed my motivation».
Looking ahead, what advice would you give to those who want to engage in cultural patronage today, in a world that feels increasingly fragmented? «Be curious and open-mindedand do not be discouraged when things do not unfold exactly as you expected. Life is always a process. Cultural engagement is a journey, and you never truly know where it will lead you. That uncertainty is part of its beauty.
Pierre Boulez once said that music is “a labyrinth without beginning and without end, full of new paths to discover, where the mystery remains eternal”. I believe the same is true for cultural patronage. It requires patience, trust, and a willingness to explore.
The verb “to become” has always been important to me, regardless of age. In that sense, I continue to shape my life - and I encourage others to embrace that same spirit of continuous becoming».
La filantropia è il coraggio di immaginare il bene
La filantropia è un esercizio di immaginazione sociale, capace di aprire spazi nuovi di possibilità e di dare forma concreta a visioni che sembravano utopiche.
Di Elisa Bortoluzzi Dubach
Questa frase racchiude ciò che penso da sempre: la filantropia non è solo una risposta a dati bisogni, ma una forza generativa, un gesto culturale, un atto di fiducia, una forma di progettazione sociale. Quando parlo di filantropia, non mi riferisco semplicemente alla donazione di risorse, ma alla capacità di immaginare ciò che ancora non esiste e di agire affinché possa realizzarsi. Questa definizione di partenza comporta la necessità di definire con maggiore dettaglio le implicazioni e le diverse chiavi di lettura del tema.
Un gesto culturale
La filantropia è, prima di tutto, cultura applicata. Ogni gesto filantropico è anche un gesto simbolico. Sostenere un artista, una mostra, un festival non significa solo finanziare un’attività: significa contribuire alla costruzione di senso, alla memoria collettiva, alla possibilità di pensare insieme. In questo senso, il filantropo è anche un architetto sociale. Come ho scritto in Stiftung & Sponsoring, «la cultura non è lusso, è necessità. È ciò che ci rende umani, ci collega agli altri e ci permette di immaginare mondi migliori». La filantropia culturale è dunque un investimento nell’intelligenza collettiva, nella capacità di una società di interpretare sé stessa e di reinventarsi. La dimensione collettiva comporta, però, necessariamente, la creazione di un sistema di relazioni basato sulla fiducia.
Un atto di fiducia
Credo infatti profondamente nella Trust-Based Philanthropy, un approccio che pone al centro la fiducia reciproca tra donatore e beneficiario per promuovere l’innovazione e il cambiamento sociale superando le tradizionali dinamiche di potere tra donatore e richiedente. Nel contesto di un simile approccio la fiducia è la moneta più preziosa nel rapporto tra le parti, il capitale più im -
portante di ogni fondazione. Infatti, senza fiducia nessuna relazione filantropica può durare o produrre un vero cambiamento.
La fiducia, oltre ad essere un meccanismo psicologico positivo che aiuta a sentire corrisposte le proprie aspettative, è anche un capitale sociale che consente di costruire legami significativi e duraturi. Inoltre, essa rappresenta la condizione che permette di innovare, di aprire spazi nuovi, di dare voce a chi non ne ha. In un rapporto presieduto dalla fiducia, donare è un modo per creare connessioni significative e arricchire identità e senso di appartenenza, è un gesto che costruisce legami e genera fiducia a sua volta, e proprio in questa dinamica relazionale la filantropia trova la sua forza trasformativa.
Educare alla filantropia
Partendo da queste considerazioni, uno degli obiettivi centrali del mio lavoro è quello di contribuire a formare una nuova generazione di Philanthropy advisor e di filantropi consapevoli, che sappiano organizzare il loro lavoro e i loro progetti con metodo. Attraverso corsi, pubblicazioni di libri e di articoli che raccontano storie di generosità, come anche attraverso consulenze, invito a pensare la filantropia come una pratica riflessiva, capace di interrogarsi su impatto, etica e sostenibilità. L’obiettivo finale che mi propongo è quello di trasmettere la cultura del dono come
un atto d’amore intergenerazionale. Ciò significa educare alla responsabilità, alla cura e alla costruzione di legami duraturi, che sono possibili soltanto se si costruiscono relazioni generose e solide nel futuro tempo. Se è vero che non esiste una formula precisa per rendere gratificante e duratura una relazione, è altrettanto vero che saper capire l’altro, considerando le sue aspettative, è certamente la base per costruire una solida relazione generosa.
Sono convinta, quindi, che la filantropia debba essere insegnata come linguaggio, come forma di cittadinanza attiva, come modo di essere nel mondo, e in questo contesto la dimensione del tempo non deve essere sottovalutata. Viviamo in un’epoca dominata dall’urgenza. Ma la filantropia richiede tempo. Tempo per ascoltare, per comprendere, per costruire. Il filantropo paziente sa che il cambiamento profondo non si misura in trimestri, ma in generazioni. Per questa ragione, sono convinta che le fondazioni siano laboratori di futuro, spazi dove la visione incontra la pazienza, che è una virtù strategica, e dove la generosità si trasforma in azione orientata da una metodologia consolidata.
Una forma di progettazione sociale
Il modo in cui parliamo di filantropia influenza il modo in cui la pratichiamo. Parole come “benefattore”, “donatore”, “sponsor” portano con sé visioni differenti e rimandano a contesti diversi fra loro. Io preferisco parlare di “partner culturali” e di “alleati sociali”, perché ritengo che la filantropia non sia un gesto unilaterale, ma una relazione, e ogni relazione ha bisogno di un linguaggio condiviso. Il dono non è solo denaro, è tempo, visione, ascolto. Pertanto, donare nel contesto di una relazione gene -
rosa significa far fiorire consapevolezza del valore generato, partecipazione e felicità. È molto più del bene scambiato: è un processo che trasforma entrambi i soggetti coinvolti.
Filantropia e pace
Questo scambio che trasforma è un fattore determinante anche nell’ambito delle crisi politiche che stiamo attraversando. Può la filantropia offrire un contributo alla risoluzione dei conflitti e delle crisi che caratterizzano la nostra società contemporanea? La pace non è solo assenza di guerra, ma presenza di relazioni, di cura, di ascolto. In un mio recente intervento ho parlato della filantropia come diplomazia civile. Nei contesti fragili, il gesto filantropico può creare ponti, generare fiducia, sostenere processi di riconciliazione. La filantropia, in questo senso, è anche politica – nel senso più alto del termine – perché costruisce coesione e ascolto reciproco.
Ecologia e tecnologia
L’arte non è decorazione, è trasformazione. Sostenere l’arte significa sostenere la capacità di immaginare, di interrogare, di provocare. La filantropia culturale è quella che non teme il dissenso, che accetta il rischio, che investe nell’invisibile. Allo stesso modo, la crisi climatica ci impone una nuova responsabilità. La filantropia può sostenere la transizione ecologica, ma deve farlo con visione sistemica. Non basta piantare alberi: bisogna ripensare i modelli di sviluppo, le relazioni con il territorio, le forme di consumo. La filantropia ecologica è quella che pensa il pianeta come bene comune. E poi c’è la tecnologia: l’intelligenza artificiale, la blockchain, le piattaforme digitali stanno cambiando il modo in cui doniamo, monitoriamo, collaboriamo. Ma la tecnologia
non è neutra. Va interrogata, guidata, umanizzata. La filantropia può e deve essere un laboratorio etico per l’innovazione tecnologica.
Una forza generativa
In un mondo globalizzato, inoltre, la filantropia deve riscoprire il valore del locale. Le comunità hanno bisogni, storie, risorse specifiche. Ascoltarle, coinvolgerle, sostenerle è fondamentale. La filantropia di prossimità è quella che cammina accanto, che non impone, che accompagna. Il dono è una forma di cura sociale, un gesto che risana e ricostruisce legami, che restituisce dignità e speranza. È nella prossimità che la generosità trova la sua autenticità.
La filantropia è memoria
La filantropia è anche gesto di memoria. Sostenere archivi, musei, testimonianze non è solo conservare: è resistere all’oblio, è dare voce a ciò che siamo stati per illuminare ciò che possiamo diventare. È un atto di cura verso le radici, un abbraccio al passato che ci guida nel futuro. La memoria non è mai neutra: è un atto politico, e la filantropia può esserne la custode più silenziosa e potente. Ma la filantropia è anche amore per il possibile. «La generosità non è mai neutra: è una scelta, una presa di posizione, una dichiarazione di fiducia nell’altro e nel mondo», ricordavo in un’intervista. Donare è credere che l’incerto possa fiorire, che il futuro non sia un destino da subire ma un orizzonte da costruire. Il dono, in tutte le sue forme, è un gesto audace: genera ciò che ancora non esiste, rende visibile l’invisibile, e ci ricorda che ogni atto di fiducia è già una forma di rivoluzione. Perché, la filantropia non è carità, è corresponsabilità. È l’arte di costruire futuro insieme.
Il mio impegno per l’integrazione e le pari opportunità
Intervista a Béatrice Speiser, giurista e fondatrice di Crescenda.
Béatrice Speiser, cosa l’ha spinta personalmente ad abbandonare la carriera giuridica per dedicarsi completamente al lavoro sociale? «Non è stata tanto una decisione consapevole quanto un processo. Crescenda ha cominciato a occupare sempre più spazio nella mia vita, fino a sostituire gradualmente la mia attività di avvocata – e io ho assecondato questo cambiamento. A posteriori, posso dire che in questo modo sono riuscita a realizzare in modo più duraturo il mio obiettivo originario: impegnarmi a favore delle persone socialmente svantaggiate. Tuttavia, non mi considero un’assistente sociale, bensì un’imprenditrice sociale. Ho grande rispetto per chi la-
vora in prima linea nel sociale, con pazienza ed empatia – ma io ho un temperamento più imprenditoriale. Ideare, costruire nuove strutture e creare opportunità di partecipazione: questa è stata, e continua a essere, la mia forma di impegno per la giustizia sociale. Come giurista, ho imparato a comprendere sistemi complessi e a concepire la giustizia come qualcosa di strutturale. Oggi applico consapevolmente questo modo di pensare in un contesto diverso, per offrire nuove prospettive a donne con esperienze di migrazione o di fuga dal proprio Paese di origine».
C’è stato un episodio determinante che ha influenzato in modo particolare il suo impegno per la giustizia sociale?
«Ci sono stati diversi momenti significativi. Sono cresciuta a Bruxelles, dove ho potuto osservare fin da giovane le opportunità e le sfide che la migrazione comporta per una società. Allo stesso tempo, ero anch’io una straniera – seppur in condizioni molto privilegiate. Questo ha profondamente influenzato la mia sensibilità verso il tema. Ho avuto inoltre la grande fortuna di crescere in una famiglia aperta e umanista, dove persone di origini diverse si incontravano e il dibattito politico faceva parte della quotidianità. Un’ispirazione decisiva è stata un viaggio in India, oltre trent’anni
fa. Lì ho compreso il ruolo centrale delle donne che, come imprenditrici individuali, sostengono le loro famiglie e intere comunità. Mi ha colpito la naturalezza con cui si assumevano questa responsabilità – spesso in condizioni estremamente difficili.
Dieci anni dopo, da quell’esperienza è nata l’idea di trasferire queste intuizioni alla realtà delle donne con un passato migratorio in Svizzera.Naturalmente, anche la mia esperienza personale come donna ha avuto un ruolo importante – l’impegno per la giustizia sociale non è mai stato l’unico motore. È stato piuttosto l’intreccio di osservazioni, esperienze, valori, e la gioia di creare opportunità sociali, che mi hanno condotta su questo percorso».
Come descriverebbe il suo ruolo di costruttrice di ponti tra culture e generazioni?
«Non lo considero tanto un ruolo, quanto un atteggiamento interiore. Curiosità e apertura sono ottimi presupposti. Ciò che conta davvero è osservare con attenzione: qual è la reale condizione di vita di queste persone? Quali influenze, esperienze e ferite portano con sé? Cosa è accaduto nel loro Paese d’origine, lungo il percorso migratorio o una volta arrivate qui? Per me, costruire ponti significa creare spazi per processi di apprendimento reciproco».
Qual era la sua visione originaria per Crescenda – e come si è evoluta nel corso degli anni?
«La mia visione è cambiata sorprendentemente poco. Fin dall’inizio si trattava di rafforzare le donne con esperienze di migrazione o di fuga, affinché potessero partecipare attivamente alla vita economica e sociale del nostro Paese. Queste donne portano con sé risorse straordinarie – talenti, conoscenze, esperienze di vita.
Il nostro obiettivo è trovare insieme i modi per superare gli ostacoli che si frappongono al loro cammino. Solo allora possono diventare modelli e moltiplicatrici di cambiamento all’interno del loro contesto familiare. Nel corso degli anni ho però imparato molto – sull’integrazione, sull’imprenditorialità e sulla forza della comunità. Oggi vedo Crescenda anche come un laboratorio di innovazione sociale: un luogo in cui nascono nuovi approcci alla partecipazione».
Quali sfide incontra nel lavoro con donne provenienti da contesti culturali diversi? «Culture diverse portano con sé sistemi di valori e di comunicazione differenti. Pensiamo solo alla comunicazione non verbale: un cenno del capo può significare consenso o rifiuto, a seconda del contesto culturale. Oppure al rapporto con il tempo: mentre in Etiopia si celebrano lunghe cerimonie del caffè, in Europa spesso corriamo da un appuntamento all’altro con un “coffee to go” in mano. A ciò si aggiungono le già menzionate barriere strutturali, come la mancanza di servizi per l’infanzia – spesso dovuta all’assenza della famiglia d’origine – il mancato riconoscimento dei titoli di studio stranieri o le difficoltà linguistiche. È proprio qui che interveniamo: mettendo a disposizione conoscenze, empowerment e reti che costruiscono ponti concreti verso il mercato del lavoro e la società.
Allo stesso tempo, le persone con un passato migratorio desiderano, in fondo, ciò che vogliamo tutti: essere viste, sviluppare il proprio potenziale, condurre una vita autodeterminata e contribuire alla società. Per questo sono fondamentali l’apertura, il sincero interesse per la diversità e l’incontro su un piano di parità».
C’è una storia di successo legata a Crescenda che l’ha colpita in modo particolare?
«In occasione del nostro ventesimo anniversario, una ex partecipante è venuta a trovarmi insieme alla figlia, ormai adulta. Quando iniziò il percorso con noi, la bambina aveva circa cinque anni. Oggi studia in una scuola universitaria professionale. Sono arrivate con una torta enorme per ringraziarci – mi hanno detto che Crescenda è stata per loro come una famiglia, il punto di svolta. Esiste un complimento più bello?
Questo esempio dimostra anche quanto sia importante il ruolo delle donne come modelli e moltiplicatrici di cambiamento all’interno della famiglia. Storie come questa testimoniano che l’integrazione è possibile quando si uniscono fiducia, formazione e iniziativa personale. Sono proprio questi momenti a motivarci ogni giorno. Ed è sicuramente il motivo principale per cui, dopo oltre vent’anni, il mio entusiasmo per Crescenda è ancora forte come il primo giorno».
Lei è stata relatrice alla Giornata delle Fondazioni Svizzere 2025 organizzata da proFonds sul tema “Agire con creatività e coraggio”. Quali messaggi ha voluto trasmettere in quell’occasione? «Viviamo in un’epoca di sfide crescenti – sociali, ecologiche ed economiche. Queste non richiedono solo soluzioni tecniche, ma soprattutto innovazioni sociali: risposte creative e condivise. Allo stesso tempo, la nostra società è sempre più modellata da sistemi e norme. Questi sono importanti, ma a volte dimentichiamo che dovrebbero essere al servizio delle persone – e non il contrario. Oggi ci vuole coraggio per mettere l’essere umano al centro della nostra azione.
Soprattutto nell’era della tecnologia dell’intelligenza artificiale! E servono spazi di sperimentazione, dove sia possibile provare, sbagliare e imparare. Solo così nascono vere innovazioni».
Come definisce la filantropia nel XXI secolo – e in cosa si distingue dalla beneficenza tradizionale?
«Per me, filantropia significa partenariato: due o più parti condividono un obiettivo comune – una mette a disposizione risorse o competenze, l’altra realizza il progetto. Ciò che conta è che questo scambio avvenga su un piano di parità. La filantropia moderna non dovrebbe essere a senso unico. Entrambe le parti danno, ed entrambe ricevono e imparano: l’una rende possibile, l’altra concretizza. Nel migliore dei casi, si sviluppa un percorso di crescita condivisa».
Crede che le innovazioni sociali nascano più facilmente dalla società civile o dalle strutture statali?
«Sono convinta che l’innovazione possa nascere ovunque. Tuttavia,
le strutture statali sono più vincolate ai quadri normativi. La società civile dispone di maggiori spazi di libertà per sperimentare – ed è proprio ciò di cui l’innovazione ha bisogno. Affinché però si generino cambiamenti duraturi, è necessario che tutte le parti si incontrino e collaborino: Stato, società civile ed economia. Senza questa rete, Crescenda non sarebbe mai diventata ciò che è oggi».
Se potesse esprimere un desiderio per il futuro di Crescenda, quale sarebbe?
«Ho tanti desideri! (ride) Soprattutto, mi auguro che Crescenda
CHI È BÉATRICE SPEISER
La Dr.ssa Béatrice Speiser è giurista con dottorato e avvocata. Nel 2004 ha fondato a Basilea Crescenda, il primo centro in Svizzera dedicato alla promozione dell’imprenditorialità femminile tra le donne migranti. L’obiettivo dell’iniziativa è accompagnarle verso un’autonomia professionale e sociale duratura. Crescenda ha ricevuto numerosi riconoscimenti, tra cui il prestigioso Premio svizzero per l’integrazione. Nel 2014 è stato pubblicato il volume Il modello Crescenda: donne migranti come imprenditrici, che illustra l’approccio innovativo del centro. Béatrice Speiser è attivamente impegnata in diverse iniziative sociali e imprenditoriali. Dal 2015 fa parte dell’organo di vigilanza del Comitato Internazionale della Croce Rossa (CICR).
possa continuare a offrire nuove prospettive alle donne con esperienze di migrazione, che rimanga un luogo dove nascono costantemente innovazioni sociali e dove persone e organizzazioni trovano ispirazione e forza».
Esplora la ricchezza culturale del Luganese con il Culture Pass, un unico biglietto valido per tre giorni consecutivi che consente di visitare i principali musei della regione ad un prezzo speciale. Il Pass dà diritto ad un ingresso ai seguenti musei: Museo d’arte della Svizzera italiana (LAC e Palazzo Reali),
MUSEC – Museo delle Culture, Museo Hermann Hesse Montagnola, Museo in Erba, Museo del Malcantone e Museo della Pesca (quest’ultimi con aperture stagionali da aprile a ottobre).
Per maggiori informazioni visita luganoregion.com/culturepass-it
Vivere un giorno da campioni
L’Avv. Massimo Pedrazzini, Presidente della Fondazione HC Lugano Academy, racconta il grande successo dell’evento Academy Match, tenutosi alla Cornèr Arena il 7 dicembre 2025, nel corso del quale i ragazzi della Sezione Giovanile hanno avuto modo di essere protagonisti a fianco dei giocatori della prima squadra dell’Hockey Club Lugano.
L’Academy Match si è confermata una bellissima festa di sport,
partecipazione e visibilità… «È stato un evento capace di andare ben oltre il risultato sportivo, trasformandosi in un momento di grande partecipazione e forte impatto comunicativo. Un appuntamento ormai atteso, che in questa edizione ha scelto di ampliarsi, coinvolgendo in modo ancora più diretto bambini, ragazzi, famiglie e pubblico, con l’obiettivo di sostenere l’attività dell’Academy e rafforzarne la visibilità. Come da tradizione, la partita è stata il cuore dell’evento, ma attorno al ghiaccio si è costruito qualcosa di più articolato. Durante le pause di gioco, infatti, sono stati protagonisti anche i più piccoli: i
bambini della Sezione Giovanile HCL sono scesi sul campo tra il secondo e il terzo tempo, regalando momenti di entusiasmo e spontaneità che hanno conquistato il pubblico sugli spalti. Un segnale chiaro di continuità generazionale e di attenzione alla crescita dei giovani atleti».
In che modo sono stati coinvolti anche i ragazzi più grandi della Sezione Giovanile HCL?
«Anche fuori dal campo si sono assunti il compito di sensibilizzare il pubblico e di farsi ambasciatori del progetto nei corridoi dell’impianto. Un’esperienza educativa importante, che ha permesso loro di comprendere il valore del sostegno, della responsabilità e del lavoro di squadra anche al di là dell’attività sportiva».
Il momento più emozionante della giornata?
«Il clima sugli spalti è stato quello delle grandi occasioni: tifo caloroso, rituali condivisi, applausi e un forte senso di appartenenza che ha coinvolto tifosi, giocatori e famiglie. Tutti ci siamo commossi quando uno dei ragazzi più piccoli dopo aver segnato una rete è andato a ricevere l’applauso sotto la curva dei tifosi più calorosi, proprio come fanno i giocatori più famosi. Un momento indimenticabile!
Un’energia positiva che ha reso l’evento non solo una partita, ma una vera e propria festa dell’Academy».
Dunque un bilancio assolutamente positivo… «Direi assolutamente di sì. Il risultato in termini di reputazione, visibilità e impatto comunicativo, sia immediato che attraverso i social media, è stato estremamente significativo. L’Academy Match ha rafforzato l’immagine del progetto, rendendolo ancora più riconoscibile e apprezzato dal pubblico, e confermando la bontà di un format che funziona proprio perché mette al centro i
valori dello sport, della crescita e della condivisione. La scelta di raccontare l’evento anche attraverso questo reportage fotografico, va nella stessa direzione: fissare non solo ciò che è accaduto sul ghiaccio, ma soprattutto lo spirito che ha animato l’iniziativa».
Strategia, mercati e innovazione per una destinazione viva tutto l’anno
Il 2026 è stato definito un anno di consolidamento e di evoluzione. Quali sono gli obiettivi generali di Ticino Turismo?
«Nel 2026 punteremo a sviluppare un nuovo business plan e una nuova “strategia 2030+”, dopo aver adattato negli anni quella attuale in vigore dal 2019. L’obiettivo principale è rafforzare il posizionamento del Ticino come meta attrattiva durante tutto l’arco dell’anno, superando progressivamente la forte concentrazione dei flussi nei mesi di punta. La strategia Ticino365, lanciata nell’autunno 2025, entra ora nella fase operativa: un progetto trasversale che coinvolge l’agenzia canto -
In questa intervista Angelo Trotta, Direttore di Ticino Turismo, approfondisce obiettivi, strumenti e progetti che guideranno l’azione dell’ente turistico ticinese per accrescere, su tutti i mercati, competitività e attrattività della destinazione.
nale, le Organizzazioni Turistiche Regionali (OTR), le associazioni di categoria e numerosi partner. Destagionalizzare significa creare valore stabile per operatori e comunità locali, distribuire meglio i flussi e consolidare la sostenibilità economica e sociale del comparto».
Quali azioni concrete prevedete sul mercato svizzero, che resta sempre prioritario?
«Il mercato nazionale rimane centrale per il turismo ticinese. La campagna di awareness “Devi averlo vissuto” prosegue nel 2026 con una pianificazione mirata in primavera e in autunno, integrando i contenuti di Ticino365 e valorizzando esperienze anche nei periodi off-season. Dopo il primo anno in cui abbiamo presentato gli highlight imperdibili, nel secondo anno si vuole dare più visibilità alle “perle nascoste”, luoghi
meno conosciuti tutti da scoprire. Continueranno collaborazioni editoriali e promozionali di rilievo, così come eventi esperienziali a nord delle Alpi, tra cui la terza edizione di Gusta Ticino a Zurigo. L’obiettivo è mantenere alta la notorietà della destinazione, ma anche stimolare soggiorni distribuiti lungo l’anno, puntando su enogastronomia, outdoor, cultura e “perle nascoste”. Continua inoltre la nostra presenza all’Europapark».
E sui mercati esteri quali sono le priorità?
«Nel 2026 si prevede di aumentare gli investimenti sui mercati chiave come Germania, Nord America e BeNe -
Lux. Manteniamo gli investimenti anche sugli altri mercati di riferimento: Italia, Francia Regno Unito, Paesi nordici e Paesi del Golfo. In Nord America ci focalizzeremo prevalentemente su attività B2B e media indirizzandoci soprattutto sul segmento alto spendente. Nei mercati del Golfo sviluppiamo azioni mirate al segmento high-end e confermiamo la collaborazione con la famosa influencer
Aseel Omran. In tutti i casi, l’approccio integra promozione, trade marketing e storytelling autentico».
Un capitolo importante è il Key Media Management.
Qual è il suo ruolo?
«Il Key Media Management è uno dei pilastri della nostra strategia. Portare giornalisti e professionisti dei media a vivere il Ticino significa generare contenuti autorevoli e duraturi. Organizziamo viaggi stampa personalizzati, collaboriamo con le sedi internazionali di Svizzera Turismo e curiamo relazioni continuative con testate e content creator. Il Media Corner rinnovato su ticino.ch facilita l’accesso a informazioni e materiali. Eventi come Travel Classics (che riunirà una ventina di editori
dei più grandi magazine di viaggio nordamericani e una cinquantina di feeelance) in aprile a Lugano rappresentano opportunità straordinarie per consolidare la reputazione internazionale del territorio».
Il segmento lusso è indicato come area di sviluppo.
Qual è la vostra strategia?
«Il turismo di lusso è presente nella nostra strategia dal 2019, ma ora che Svizzera Turismo si è organizzata in modo strutturato su questo segmento abbiamo delineato anche noi un approccio sul lungo periodo: partecipazione a fiere specializzate come ILTM, presenza su piattaforme dedicate e sviluppo di prodotti mirati. Il raggiungimento dello status “Diamond” con ST conferma l’impegno congiunto del territorio».
Parliamo di MyTicino.
Che ruolo avrà nel 2026?
«La web app my.ticino.ch evolve come vero e proprio “travel companion” digitale. Dopo il rilascio della nuova versione, nel 2026 puntiamo a consolidarla quale punto di accesso centrale per informazioni, eventi e Ticino Ticket. L’obiettivo è aumentare la fruizione e il numero di utilizzatori, ma anche raggiungere una maggiore percentuale di chi utilizza il Ticino Ticket in versione digitale. La mappa geolocalizzata integrata, l’integrazione di percorsi Hike & Bike, webcam e meteo in tempo reale migliorano la fruizione del territorio. L’obiettivo è offrire un’espe -
rienza personalizzata e fluida, coerente con la visione di una destinazione fruibile tutto l’anno».
La sostenibilità è un altro asse strategico. Come si traduce operativamente?
«Nel 2026 lanceremo una nuova pagina B2B dedicata alla sostenibilità, con strumenti pratici per gli operatori e un forte focus sul programma Swisstainable. L’obiettivo condiviso con le OTR è il raggiungimento della classificazione Swisstainable Destination – Livello I; l’obiettivo per Ticino Turismo è inoltre quello di mantenere il Livello II di Swisstainable».
Il progetto Bike sembra avere un ruolo rilevante nella destagionalizzazione.
«Assolutamente. Il nuovo prospetto Bike 2026, distribuito in più lingue, valorizza percorsi ufficiali e offerte dedicate agli appassionati delle due ruote. Saremo presenti in fiere specializzate come la Fiera del Cicloturismo di Padova e la Cycle Week di Zurigo. Il cicloturismo è un segmento strategico perché intercetta pubblici attivi, spesso sensibili alla sostenibilità e meno vincolati alla stagionalità tradizionale».
Digitalizzazione e intelligenza artificiale: quali sviluppi sono previsti?
«A fine 2026 avverrà il lancio del nuovo sito ticino.ch, con struttura e contenuti rinnovati e un’attenzione particolare a inclusione e intelligenza artificiale. Il nuovo sito si basa su una nuova banca dati cantonale e condivisa evoluta. Su un altro fronte la piattaforma cantonale di Hospitality Data Intelligence entrerà in una fase avanzata, con dashboard interattive e analisi predittive basate su Business Intelligence e IA. I dati – dai pernottamenti ai KPI digitali – guideranno decisioni sempre più mirate. L’IA sarà inoltre impiegata nella produzione e
ottimizzazione dei contenuti, anche grazie alla partecipazione al progetto Innotour Aumera».
Infine, il MICE: quali prospettive per il Ticino Convention Bureau?
«Dopo la fase di avvio, il 2026 segna l’entrata a regime del Ticino Convention Bureau. Il segmento MICE, meno legato alla stagionalità, è fondamentale per la stabilità dei flussi ed è noto per essere alto spendente. Il Ticino si distingue in particolare per i viaggi incentive e le proposte per gruppi, una vera unique selling proposition. Il Ticino Convention Bureau nel corso dell’anno elaborerà la strategia 2027–2030, con l’obiettivo di consolidare il posizionamento e rafforzare le relazioni con partner e centri congressuali. Le quasi 700 richieste ricevute nei primi tre anni dimostrano il potenziale del settore».
In sintesi, quale visione guida il vostro operato?
«La convinzione che solo attraverso collaborazione, innovazione e qualità delle relazioni sia possibile costruire un Ticino competitivo e sostenibile. Il 2026 non è solo un anno operativo, ma una tappa strategica verso una destinazione capace di generare valore dodici mesi l’anno, coniugando identità, apertura internazionale e trasformazione digitale».
Massimo Boni, Direttore dell’Ente Turistico del Luganese (Lugano Region), illustra le linee guida che determineranno la strategia e gli interventi previsti nel 2026 da Lugano Region.
L’Assemblea Generale ha tracciato le linee guida per il 2026. Qual è la visione complessiva che accompagnerà la vostra azione nel corso del prossimo anno?
«Il 2026 viene interpretato come un anno di consolidamento e di concretizzazione. Dopo un periodo dedicato all’elaborazione e all’avvio di progetti strategici, l’obiettivo è ora quello di dare continuità alle iniziative intraprese, lavorando in modo ancora più sistematico sul territorio. La visione è quella di una destinazione che rafforza il proprio posizionamento grazie a una collaborazione sempre più stretta con i partner pubblici e privati, trasformando le strategie in risultati concreti e duraturi».
In questo contesto, quale ruolo intende rafforzare l’Ente Turistico e quali sono gli obiettivi principali in termini di esperienza del visitatore?
«L’Ente intende rafforzare il proprio ruolo di coordinamento e supporto nei confronti degli operatori del territorio. L’obiettivo è creare le condizioni ideali affinché possano essere offerte esperienze di soggiorno memorabili, capaci di valorizzare l’identità del Luganese. Non si tratta solo di attrarre nuovi ospiti dai mercati nazionali e internazionali, ma soprattutto di aumentare la qualità e la durata della permanenza, favorendo il ritorno in destinazione e la generazione di un passaparola positivo, autentico e credibile».
Dal punto di vista finanziario, come si presenta il Preventivo 2026 e quali scelte strategiche lo caratterizzano?
«Il Preventivo 2026 è stato elaborato sulla base dell’ipotesi di chiusura del 2025, con adeguamenti mirati e coerenti con le previsioni economiche che delineano un contesto moderatamente positivo e privo di forti discontinuità. È prevista una maggiore uscita di CHF 105.150, in linea con il preventivo dell’anno precedente. La scelta è quella di investire risorse superiori a quelle previste in entrata, destinandole alle attività che verranno realizzate all’interno del comprensorio, con una visione orientata allo sviluppo e al rafforzamento della destinazione nel medio periodo».
Nel Preventivo emerge anche il tema delle residenze private e dei controlli. Qual è l’approccio previsto dal 2026?
«Dal prossimo anno saranno intensificati i controlli sulle residenze private non registrate e presenti sulle piattaforme online. Si tratta di un’azione importante per garantire trasparenza, correttezza e parità di condizioni tra gli operatori, oltre che per assicurare standard qualitativi adeguati all’offerta turistica complessiva e una gestione più ordinata del mercato dell’ospitalità».
Quali saranno le principali priorità operative che impegneranno il team nel corso del 2026?
«Accanto alle attività correnti, le priorità si concentreranno su tre ambiti fondamentali: sviluppo del prodotto, promozione e digitalizzazione. Questi tre pilastri sono strettamente collegati tra loro e rappresentano le leve principali per rafforzare il posizionamento del Luganese e rispondere in modo efficace alle esigenze dei diversi mercati di riferimento».
Entrando nel dettaglio dello sviluppo del prodotto e della promozione, su quali filoni si concentreranno gli sforzi?
«Lo sviluppo del prodotto turistico seguirà due filoni principali e complementari. Da un lato, verranno implementate le strategie elaborate nel corso del 2025, investendo nelle infrastrutture dedicate al segmento Sport e Natura, con particolare attenzione alla mountain bike, e nel turismo delle famiglie attraverso il
progetto Family Destination. Dall’altro lato, verranno consolidate offerte promozionali mirate come le campagne “Kids for Free” e la “Promo Winter”, con viaggio in treno incluso, che rappresentano strumenti efficaci per incentivare il viaggio sostenibile e stimolare la domanda nei periodi di bassa stagione».
Digitalizzazione e mercati: quali sono le prospettive per il 2026, tra innovazione tecnologica, mercato interno ed estero e segmento MICE?
«Il 2026 sarà un anno di consolidamento per il marketplace di Lugano Region, già pienamente operativo, attraverso la crescita nella vendita di prodotti propri e di terzi, con l’obiettivo di renderlo un punto di riferimento per l’intera offerta turistica regionale. È inoltre prevista l’integrazione dell’intelligenza artificiale generativa tramite agenti assistenti AI, che supporteranno gli ospiti con una chatbot sul sito e affiancheranno anche le attività interne dell’En-
te. Per quanto riguarda il mercato interno, saranno sviluppate attività di marketing mirate per rafforzare la collaborazione con i media, aumentare la notorietà digitale e consolidare partnership strategiche. Sul fronte internazionale, le attività Business to Business nei mercati lontani saranno intensificate con un focus su Stati Uniti e delle attività puntuali nei Paesi del Golfo e in Brasile. Rimane infine prioritaria l’attenzione al segmento Congressuale, per lo sviluppo di una destinazione attrattiva dodici mesi l’anno. Comunicazione e marketing saranno potenziati per sensibilizzare l’opinione pubblica, la politica e il settore privato sull’importanza di un nuovo polo congressuale nel Luganese, mentre viaggi di studio per aziende svizzere, team building e la partecipazione a importanti fiere di settore, avranno l’obiettivo di attrarre un turismo di affari di qualità e di consolidare il posizionamento del Luganese nel panorama internazionale».
Un’offerta sostenibile per una destinazione responsabile
Presentando la sua relazione all’Assemblea Ordinaria dell’OTR Mendrisiotto e Basso Ceresio, la Direttrice Nadia Fontana Lupi ha tracciato un bilancio dell’attività svolta nel corso del 2025 e delineato le linee guida relative alle strategie per il 2026.
Avete presentato il 2026 come un anno di consolidamento. Su cosa si concentrerà l’attività dell’OTRMBC?
«Quello appena iniziato sarà un anno chiave per rafforzare progetti avviati negli ultimi anni, sia a livello cantonale sia regionale. Parliamo di iniziative impegnative sotto il profilo organizzativo e finanziario, ma fondamentali per rendere i processi più al-
lineati, migliorare la visibilità dell’offerta e rafforzare le competenze interne. L’obiettivo è costruire basi solide per lo sviluppo della destinazione e della nostra organizzazione».
Partiamo dai progetti cantonali: il Ticino Ticket resta uno strumento centrale. Quali sviluppi sono attesi?
«Il Ticino Ticket è un modello unico in Svizzera, che integra mobilità sostenibile, accessibilità e marke -
ting territoriale. Dopo la completa digitalizzazione, nel 2026 sarà finalmente possibile analizzare in modo sistematico i dati raccolti, per comprendere meglio comportamenti ed esigenze dei visitatori. È un passaggio strategico che rafforza la conoscenza del mercato e supporta decisioni più mira».
Un altro pilastro è il Ticino Convention Bureau.
Che ruolo avrà nel 2026?
«Il Ticino Convention Bureau si è dimostrato una struttura efficace per lo sviluppo del turismo congressuale e business, contribuendo anche alla destagionalizzazione. Nel 2023 e 2024 ha gestito oltre 230 richieste, con un tasso di conversione vicino al 50%. Nel 2026 sarà importante discuterne l’evoluzione e rivedere il modello di finanziamento, coinvolgendo maggiormente città e partner istituzionali per consolidarlo come piattaforma stabile a livello cantonale».
La digitalizzazione attraversa molti ambiti. Quali sono le priorità operative?
«Il Tavolo della Digitalizzazione rappresenta un esempio concreto di collaborazione tra le quattro OTR e Ticino Turismo. Il progetto cantonale della banca dati, finanziato con fondi Innotour, si concluderà nei tempi previsti. Nel 2026 entrerà nella fase finale la migrazione dei servizi. Parallelamente si porranno le basi per il nuovo sito ticino.ch e per l’integrazione dei siti regionali, con vantaggi in termini di riduzione dei costi, efficienza, qualità e coerenza dei contenuti».
Anche l’amministrazione è interessata da cambiamenti profondi…
«Assolutamente sì, la digitalizzazione riguarda anche contabilità, HR e processi interni. Il sistema SAP, attivo dal 2024, entra nel terzo anno di operatività. Nel 2026 è prevista l’introduzione di LogaHR e la digitalizzazione completa delle statistiche. È una trasformazione non solo organizzativa ma culturale, che rafforza il lavoro in rete tra OTR e Ticino Turismo».
Sul fronte commerciale, cosa rappresenta il progetto Marketplace?
«Il Marketplace, cofinanziato con fondi NPR, consente la vendita online dei prodotti turistici regionali. Dal 2026 disporremo di una piattaforma condivisa, con visibilità anche sui canali di altre OTR. Si conclude così una prima fase importante; il lavoro proseguirà per ampliare l’offerta e rendere lo strumento realmente efficace per partner e visitatori».
Sentieri e itinerari bike restano un tema sensibile. Qual è la situazione?
«Ormai da anni stiamo lavorando per una gestione coordinata della rete sentieristica, con il Dipartimento del Territorio e Ticino Sentieri. Le priorità riguardano il finanziamento dei contributi quadriennali e il rinnovo
della legge sui sentieri, che dovrà includere anche gli itinerari bike. Sul piano regionale, il progetto bike del Monte San Giorgio resta sospeso dopo la decisione del TRAM del 2025, nonostante un lungo lavoro di pianificazione e autorizzazioni comunali».
La sostenibilità è il filo conduttore della vostra attività. Quali risultati concreti sono attesi nel 2026?
«La sostenibilità è parte integrante della nostra identità. Dopo il Rapporto di Sostenibilità 2023 e il riconoscimento Swisstainable Destination – Livello I ottenuto nel 2025, il 2026 sarà l’anno in cui raccoglieremo i frutti di un percorso strutturato. Continueremo a coinvolgere strutture ricettive, grandi attori economici e comuni, affinché la sostenibilità diventi una scelta condivisa e concreta per tutto il nostro territorio».
Cambiare per evolvere
L’accordo, ufficializzato il 22 novembre 2025, porta per la prima volta il primo gruppo alberghiero privato italiano a operare in Svizzera, aprendo un nuovo capitolo per una delle strutture più iconiche del territorio. Immerso in oltre 25 ettari di parco naturale sulle colline che dominano Lugano, il Collina d’Oro Resort & SPA è da anni sinonimo di ospitalità raffinata, benessere e contatto con la natura. Un luogo caratterizzato da un microclima particolarmente favorevole, celebrato anche da Hermann Hesse, che proprio in queste colline trovò ispirazione e serenità negli ultimi decenni della sua vita. Oggi questo patrimonio naturale e culturale si intreccia con una strategia di sviluppo che guarda con decisione ai mercati inter -
L’ingresso del Collina d’Oro Resort & SPA nel portfolio di Starhotels Collezione segna un passaggio rilevante per l’ospitalità di lusso in Ticino e, più in generale, per il posizionamento internazionale della destinazione Lugano.
nazionali del lusso. Il resort dispone di 44 camere, di cui 28 suite, caratterizzate da ampie superfici vetrate che favoriscono un dialogo costante tra interni ed esterni. Completano l’offerta una SPA di oltre 1.000 metri quadrati, un’area fitness e un ristorante dedicato alla cucina mediterranea contemporanea, elementi che rispondono a una domanda sempre più orientata verso esperienze di soggiorno rigenerative e personalizzate.
L’accordo con Starhotels Collezione, definito di natura commerciale, non comporta un cambio di gestione diretta né una perdita di identità del resort. La proprietà e l’autono -
mia operativa restano in capo a H-Food, società guidata da Marcello Forti e titolare di HCH SA, che gestisce la struttura. Starhotels affiancherà invece il resort nelle attività di promozione, marketing, comunicazione, vendite e revenue management, oltre a integrare il sistema di prenotazione e il programma di fidelizzazione I AM STAR. «Siamo felici di portare per la prima volta Starhotels in Svizzera», ha dichiarato Elisabetta Fabri, Presidente e Amministratore Delegato del gruppo, sottolineando come l’operazione valorizzi l’esperienza maturata negli anni nell’hôtellerie di alta gamma e rafforzi il ruolo di Starhotels come polo attrattivo per strutture di eccellenza che cercano un partner solido per crescere. L’ingresso del Collina d’Oro Resort & SPA consolida inoltre il segmento resort & wellness di lusso della Collezione, già presente in alcune delle più prestigiose destinazioni internazionali. Per Marcello Forti, CEO di H-Food e figura centrale anche nello sviluppo di Stendhal Group, l’accordo rappresenta una naturale evoluzione strategica. «Con Starhotels condividiamo valori profondi come la cura del dettaglio, il rispetto della tradizione e l’attenzione all’innovazione», ha spiegato Forti, evidenziando come la collaborazione apra una fase nuova, improntata a visione e ambizione, per una struttura iconica in una location unica come Lugano. Il contesto in cui si inserisce l’operazione è quello di una forte crescita dell’ecosistema imprenditoriale legato a Forti. Stendhal Group, la realtà di ristorazione da lui guidata, ha chiuso il 2025 con ricavi aggregati pari a 15 milioni di euro, in netta crescita rispetto ai 9,5 milioni del 2024 e ai 4,5 milioni del 2023. Proprio nel capoluogo ticinese, a
marzo, aprirà Casa Stendhal all’interno del Collina d’Oro Resort & SPA, segnando l’ingresso ufficiale del gruppo nel Canton Ticino e rafforzando il legame tra ospitalità alberghiera e ristorazione di alto livello. Dal punto di vista territoriale, l’arrivo di Starhotels è stato accolto positivamente anche dalle istituzioni turistiche. Secondo Lugano Region, la presenza di un gruppo alberghiero di prestigio internazionale contribuisce a rafforzare il posizionamento della destinazione nei mercati esteri e nel seg-
mento luxury, generando un effetto moltiplicatore capace di attrarre nuovi investimenti e operatori qualificati. Starhotels conta oggi 34 strutture per oltre 4.500 camere tra Italia, Europa e Stati Uniti, con una presenza nelle principali capitali internazionali. L’ingresso del Collina d’Oro Resort & SPA nella Collezione aggiunge una destinazione fortemente orientata al benessere, alla natura e all’arte del vivere bene, elementi sempre più centrali nelle scelte dei viaggiatori di fascia alta.
Città della cultura, del turismo e dell’arte
Il progetto culturale e turistico “Le Voyage à Nantes” trasforma la città di Nantes in un’opera d’arte a cielo aperto e in una destinazione creativa e sostenibile.
Di Paola Chiericati
La città di Nantes, antica capitale dei duchi di Bretagna, situata a nord-ovest della Francia, conosciuta come la sesta città del Paese dopo Parigi, Marsiglia, Lione, Tolosa, Nizza, e prima di Strasburgo, la si può raccontare attraverso tanti aggettivi: audace, marittima, verde, contemporanea, effervescente, verniana, ludica, gioiosa. Famosa per i suoi castelli è parte dei Paesi della Loira. Città natale di Jules Verne e culla del surrealismo, Nantes è una delle località più creative di Francia. Da oltre
30 anni si trasforma ogni anno in un palcoscenico dedicato all’arte. Una città verde a misura d’uomo, ideale da vivere a piedi, in bicicletta o in barca che ha fatto della cultura la sua forza dopo la chiusura dei cantieri navali nel 1987, sino ad allora settore trainante della regione. Dal 2011, Nantes ha assunto un nuovo ruolo e guarda al mondo con occhi diversi e la creazione del progetto Le Voyage à Nantes è atto a promuovere turismo e arte, creando un dialogo permanente tra passato e futuro. Un percorso di oltre 20 km, segnato da
una linea verde, collega opere d’arte, siti storici, giardini e quartieri moderni. Ogni estate, a luglio e agosto, Nantes invita artisti francesi e internazionali a reinterpretare gli spazi urbani e creare nuove opere d’arte. Il 2026 segna l’avvio di un nuovo ciclo tematico, che esplora gli elementi a partire dalla Terra. Dal 23 maggio al 27 settembre ci sarà una grande mostra al Parco dei Cantieri/Galleria HAB dal titolo Intestellar (Interstellare): come reimmaginare la Terra, dal momento in cui gli esseri umani hanno deciso di conquistare il sistema solare, la loro relazione con il nostro pianeta è stata modificata e altri mondi come il nostro potrebbero esistere. Dal 19 giugno al 30 agosto 2026 si presenterà Rêves premiers (Primi sogni) di Justine Emard che esplora universi invisibili: sogni di astronauti, segnali termici provenienti da centri dati, componenti di computer attivati, dati preistorici, variazioni nei campi magnetici. Al Museo d’Arte di Nantes, dal 22 maggio al 30 agosto 2026 ci sarà invece Odyssée de l’oubli (Odissea dell’oblio): fedele alla sua tradizione
di invitare artisti contemporanei, il Museo accoglie Anne e Patrick Poirier per una mostra negli spazi del Patio e della Cappella dell’Oratorio. Ma non solo, il Museo si contentra con la sua esposizione permamente sul periodo dal XIII al XXI secolo, con 12.000 opere di Monet, Picasso, Kandinsky, Soulages, Kapoor. Al Castello dei Duchi di Bretagna, dal 8 maggio al 8 novembre 2026 andrà in scena la nuova edizione dell’evento Decolonial Expression(s), offrendo l’opportunità di aprire lo spazio museale a nuove prospettive storiche e sensibilità ar -
creato nel 2007 e il Carrousel des Mondes Marins (2012), una giostra su cui sono collocate diverse stravaganti creature marine, situate al Parc des Chantiers, area ex industriale trasformata in spazio creativo e ricreativo, che rappresentano i pilastri culturali della città.
tistiche su temi legati alla storia coloniale francese e alla tratta degli schiavi, così come si è sviluppata e costruita a partire da Nantes. Meritano sicuramente una visita anche il Mémorial dell’Abolizione della Schiavitù, monumento europeo dedicato alla memoria dell’abolizione; le Machines de l’Île (le Macchine dell’Isola) spettacolari creazioni meccaniche di grandi dimensioni che, secondo i loro creatori, “si collocano all’incrocio tra i mondi inventati di Jules Verne, l’universo meccanico di Leonardo da Vinci e la storia industriale di Nantes”, come il Grand Éléphant,
Nel centro storico di Nantes, il Passage Pommeraye, uno spazio coperto che si estende su tre livelli, è un vero capolavoro architettonico del XIX secolo; il Belvedere dell’Hermitage, situato sulla collina di Sainte Anne, è un’opera d’arte di Tadashi Kawamata; il Jardin Extraordinaire (Giardino Straordinario) è invece un parco creato nel 2019 e ampliato nel 2025, comprende una cascata alta 25 metri, una scalinata a strapiombo e sette punti panoramici. È tra l’altro situato di fronte alla futura Città dell’Immaginazione, che sarà dedicata a Jules Verne e aprirà nel 2028.
La regione di Nantes è stata designata Nuova Destinazione Gastronomica 2025 da LaListe, la guida più selettiva al mondo per gourmet e viaggiatori esigenti. Molti chef propongono una cucina locale, stagionale e sostenibile, valorizzando i prodotti locali: pesce della Loira e dell’Oceano Atlantico, frutti di mare e crostacei, oltre a un’ampia varietà di prodotti orticoli come carote di Nantes, valerianella, ravanelli, insalate, fragole e formaggi (Curé Nantais, Gwell), vino locale (il fa-
moso Muscadet) e la torta di Nantes, a base di mandorle e rum. Senza dimenticare le rigolettes (caramelle) e le caramelle al burro salato di Guérande. Il mercato di Talensac, il più antico mercato di Nantes (inaugurato nel 1937), è il luogo ideale per scoprire i prodotti locali. Nantes fa anche parte della Traversée Bretonne (traversata bretone) che collega Nantes a Mont-SaintMichel. Dall’Atlantico alla Manica, tra terra e mare, la Traversée Bretonne offre tesori nascosti, spiagge appartate, paesaggi naturali, importanti mostre e luoghi ideali per scoprire questa regione in modo nuovo. Per facilitare gli spostamenti, è possibile accedere al Pass Nantes, scaricabile anche come applicazione sul cellulare, che offre accesso gratuito ai musei e ai mezzi pubblici permettendo di esplorare la destinazione con estrema facilità. Per il pernottamento consigliamo l’Hôtel de France Océania, centralissimo, moderno, attrezzato e con un personale giovane e attento alle esigenze degli ospiti, mentre per pranzi o cene ci sono diversi locali interessanti, come ad esempio i ristoranti Pilgrim, Sain, la Crêperie Milan et Rossignol, il Lapins de la Butte, il Petit Boucot e La Cigale, la leggendaria brasserie di Nantes con oltre 120 anni di storia, in stile Art Nouveau. www.levoyageanantes.fr
Il 10 dicembre scorso, a New Delhi, il Comitato intergovernativo dell’UNESCO ha iscritto all’unanimità la cucina italiana nella Lista del Patrimonio Culturale Immateriale dell’Umanità. Non un singolo piatto, non una tecnica particolare: l’intera tradizione culinaria di un Paese, per la prima volta nella storia. Un riconoscimento che identifica un popolo attraverso la varietà e la declinazione della sua cultura gastronomica. Il concetto di Patrimonio culturale immateriale definisce quell’insieme di pratiche, rappresentazioni,
Cucina italiana, un patrimonio universale
Una narrazione gastronomica millenaria come elogio della pratica multigenerazionale che conferma come il cibo sia prima di tutto una espressione culturale.
Di Marta Lenzi
espressioni, conoscenze e abilità che le comunità, i gruppi e talvolta gli individui riconoscono come parte integrante del loro patrimonio culturale. La cucina italiana patrimonio Unesco significa dunque riconoscere anche i riti, le usanze, le tecniche, le storie e la trasmissione generazionale di saperi legati al cibo. Tra sostenibilità e diversità bioculturale, la cucina italiana racconta i molteplici paesaggi dove crescono e vivono altrettanto molteplici ingredienti, strettamente legati al territorio e alla stagionalità; racconta il sapere della tecnica di pro -
duzione e conservazione; racconta la fantasia e l’inventiva che condisce ogni piatto, antico, nuovo o di recupero; racconta il piacere di stare a tavola con lentezza per scambiare impressioni, idee, emozioni che partono da una ricetta per propagarsi nella vita sociale e individuale. La cucina italiana è quindi un sistema culturale complesso. Dal punto di vista sociale, la decisione valorizza tutte le “micro-cucine”: non solo ristoranti stellati o cuochi famosi, ma famiglie, comunità, piccoli comuni, contadini, artigiani. La cucina diventa riconoscimento delle pratiche quotidiane, della condivisione, dell’identità collettiva e non un simbolo elitario, ma patrimonio di tutti. Singole arti e specialità culinarie erano già nella lista ma è la prima volta che un’intera cucina nazionale riceve tale riconoscimento. Negli anni il concetto di cultura è stato aggiornato e oggi l’UNESCO mira a proteggere anche elementi ed espressioni di un Patrimonio Culturale Immateriale, inglobando tradizioni viventi come espressioni orali, pratiche sociali e alimentari, riti, feste e il saper fare artigianale, usi e costumi che vengono tramandati di generazione in generazione e che contribuiscono a definire le identità
La cucina italiana è Patrimonio Culturale Immateriale dell’Umanità.
culturali delle comunità del Pianeta. E negli ultimi decenni, il cibonon solo come prodotto, ma come insieme di pratiche, comunità, saperi e tradizioni - è diventato per l’UNESCO un terreno legittimo di tutela del patrimonio immateriale. Una nuova opportunità per affermare universalmente anche la dimensione culturale dei prodotti agroalimentari tradizionali, e per arginare la scomparsa di tradizioni legate all’agricoltura e all’alimentazione. In questo senso è cultura anche quella particolare tecnica produttiva che assolve ad una specifica funzione sociale per una specifica comunità, determinandone l’identità. Una cultura gastronomica che attraversa la storia con pratiche alimentari uniche nel loro genere come la Dieta Mediterranea, il primo patrimonio socio-alimentare ad aver ricevuto il riconoscimento dell’Unesco nel 2010. La DM è stata vista proprio come un insieme di competenze, conoscenze, pratiche e tradizioni che vanno dal paesaggio alla tavola, tra cui la coltivazione, la raccolta, la pesca, la conservazione, la trasformazione, la preparazione e, in particolare, il consumo di cibo. Ha dato alla luce un formidabile corpo di conoscenze, canzoni, proverbi, racconti e leggende, in cui le donne svolgono un ruolo indispensabile nella trasmissione delle competenze, della conoscenza dei riti, e nella salvaguardia delle tecniche,
promuovendo l’interazione sociale, dal momento che i pasti collettivi rappresentano il caposaldo di consuetudini sociali ed eventi festivi.
La cucina è quindi un elemento di identità fortissimo, quotidiano, un marchio di fabbrica che accompagna interamente la nostra vita e ogni nostro momento.
Nello specifico, l’atto di cucinare in Italia «trascende la semplice necessità nutritiva per ergersi a pratica quotidiana complessa e stratificata», come viene segnalato nel dossier di candidatura. Si tratta di un patrimonio vivo, costruito su un solido corpus di saperi, rituali consolidati e gestualità tramandate che, nel tempo, hanno dato forma a una fusione ineguagliabile tra abitudini culinarie, l’uso ingegnoso e creativo delle materie prime e metodi di preparazione che spesso conservano un carattere artigianale.
Cruciale è il fatto che questa fusione non è rimasta statica. È diventata la radice di una tradizione condivisa che modella l’identità socioculturale del Paese, si legge nel dossier. Il risultato sono i cosiddetti “paesaggi gastronomici viventi”, ambienti che non solo riflettono, ma esaltano attivamente la diversità bioculturale unica di ogni territorio, stabilendo un ponte indissolubile tra il cibo e il contesto geografico. Questa pratica ha storicamente elevato il valore di una cucina sovente considerata “povera”, ma profondamente saggia, incarnata da ricette anti-spreco. Tali principi di economia e ingegno culinario furono raccolti e documentati già nel 1891 da Pellegrino Artusi,
nella sua opera La scienza in cucina e l’arte di mangiar bene. Più che un insieme di regole, questo patrimonio è un veicolo di trasmissione culturale, permettendo lo scambio dinamico di gusti, competenze, memorie e, soprattutto, emozioni. È così che nasce la “Cucina degli affetti”, un’eredità sentimentale che, attraverso il cibo, riesce a saldare e unire diverse generazioni e a superare i confini locali e nazionali. Questa potenza emotiva e aggregativa coinvolge attivamente anche le numerose comunità di migranti italiani disseminate in ogni parte del mondo. La proclamazione della cucina italiana come patrimonio immateriale UNESCO trova un’eco concreta anche nel nostro territorio, dove la cultura gastronomica è profondamente intrecciata con quella della penisola. Questo legame non è solo geografico, ma culturale e storico. E tra tanti, vanta un nome storico simbolico: Maestro Martino, ma non solo. Già in epoca romana con la Raetia e la Gallia Cisalpina, passando poi per l’Insubria e lo Stato di Milano, i territori oggi chiamati Ticino, Lombardia e Grigioni condividevano rotte, merci e abitudini alimentari. La cultura culinaria alpina unisce e mescola i territori con prodotti, ricette, usi e costumi. Il riconoscimento dell’UNESCO è anche un modo per riportare alla luce questa storia condivisa, fatta di scambi, di maestria e di migrazione.
Incontro con i potenti del mondo
Dal 19 al 23 gennaio scorso si è svolto il World Economic Forum 2026 a Davos, uno degli eventi più influenti del pianeta, con oltre 3’000 partecipanti ufficiali, fino a 12’000 presenze giornaliere, delegazioni da tutto il mondo, leader politici, economici e culturali. Anche Sapori Ticino, da sempre impegnato a presentare l’enogastronomia ticinese in Svizzera e all’estero, è stato in trasferta a Davos con Ticino House, all’interno dello storico Hotel Meierhof, creando uno spazio che potesse incarnare lo spirito ticinese, uno spazio che potesse essere luogo di incontri e allo stesso
tempo luogo di ritrovo per chi ama la buona cucina e il buon vino, senza mai dimenticare la bellezza del territorio ticinese, promuovendo nel contempo l’economia locale attraverso la presenza al più grande evento economico/politico al mondo. Il Ticino è stato così l’unico cantone svizzero ad avere un proprio ristorante a Davos.
Un’idea sviluppata con Vittorio Rozzato di VI2VI, società di consulenza alberghiera a Davos, in partnership con gli enti del turismo ticinese che hanno subito creduto all’iniziativa, unitamente a diversi partner che da sempre sostengono il Ticino culturale-enogastronomico: Ticino Turismo, Ascona-Locarno Turismo, Bellinzona e Valli Turismo, Lugano Region, Mendrisiotto Turismo, Acqua Panna e S.Pellegrino, Ezio Tarchini Ingegneria, Nespresso, Pernod Ricard Swiss, Ticino Gourmet, Ticino a te, Ticinowine, Grünenfelder, Mercato del Pesce, Sabo, Castello Luigi, Delea, Gialdi, Laurent-Perrier, Moncucchetto, Tamborini, Tenuta Castello di Morcote, Valsangiacomo, Vinattieri. Ticino House è stato possibile an-
Ticino House al World Economic Forum 2026:
una vetrina internazionale per promuovere il territorio
Dany Stauffacher
che grazie a due rinomati chef che hanno fatto la storia della cucina del nostro territorio, Martin Dalsass e Dario Ranza, che hanno gestito due ristoranti, reinterpretando la cucina del territorio sia in chiave tradizionale che in chiave moderna. Un’esperienza unica che ha dato la possibilità di presentare la nostra cucina e i nostri vini a livello internazionale, con una brasserie le cui pareti sono state abbellite con pannelli di diverse immagini emozionali del
Cantone e un Ristorante gastronomico, dove i due Chef hanno dato un’impronta più internazionale interpretando piatti cantonali ed internazionali in chiave gourmet. L’idea di Ticino House è nata dalla volontà di creare uno spazio che incarnasse lo spirito del Cantone: ospitalità, qualità, identità. «La nostra presenza a Davos ha rappresentato un’importante opportunità per promuovere il Ticino non solo come destinazione turistica, ma come territorio di eccellenza gastronomica e vitivinicola, spiega Dany Stauffacher - attraverso la cucina raccontiamo la nostra storia, i nostri valori e il legame profondo con il territorio». Sempre pieno e con le cantine vuote dopo 3 giorni, il ristorante pop-up di Sapori Ticino è stato un successo tanto clamoroso quanto inatteso, con almeno due (se non tre) turni per ogni tavolo. In totale quasi 1’300 coperti, con gente che ha prenotato tavolate per tutto il periodo del WEF sia a pranzo, sia a cena.
A conquistare sono state le specialità nostrane: oltre ai salumi e ai formaggi ticinesi, anche la polenta con guancette di vitello, il lucioperca e
gli gnocchi alla formaggella, e poi un tiramisù alle castagne. Ad andare a ruba è stato anche il vino: «Il merlot ticinese ha spopolato, per molti dei nostri visitatori è stata una scoperta: non lo conosceva nessuno”, continua Stauffacher».
Ticino House ha offerto un’esperienza culinaria autentica che ha raccontato l’identità ticinese attraverso sapori genuini, materie prime locali e una cucina che unisce tradizione e raffinatezza contemporanea. I menu proposti hanno messo in risalto specialità emblematiche del territorio, realizzate con ingredienti accuratamente selezionati, accompagnate da una curata carta di vini ticinesi, espressione della qualità e del carattere vitivinicolo della regione, ovvero la cultura del territorio.
Profumo di primavera nei boschi del Ticino
Con l’arrivo della primavera, l’aglio orsino torna a farsi notare in cucina, diventando uno dei simboli più amati della stagione.
Questa pianta cresce proprio nei boschi ticinesi e la sua comparsa avviene tra marzo e aprile e segna l’inizio di un periodo ricco di nuovi sapori e profumi. In Ticino, l’aglio orsino trova ampio spazio in ambito gastronomico, diventando così protagonista di numerose preparazioni primaverili. Il suo gusto è delicato e ricorda quello dell’aglio tradizionale, ma con un carattere più fresco, aromatico e leggermente erbaceo.
Anche i ristoranti di Ticino Gourmet lo impiegano nelle loro ricette, valorizzandolo in proposte stagionali che celebrano il territorio e i suoi profumi della primavera.
Lo chef Alberto Pavan del Ristorante Al Lago, Romantik Hotel Castello Seeschloss, sul lungo lago di Ascona, propone un risotto all’aglio orsino con buscion di capra e trota salmonata. Un piatto che celebra la primavera ticinese, valorizzando ingredienti del territorio con equilibrio e freschezza.
Con questa ricetta viene abbinato uno spumante Metodo Classico rosato Monti Vivo della Cantina Monti, Ronchi di Cademario, fresco, raffinato e persistente.
Ricetta per 4 persone
Ingredienti
300g di riso carnaroli /vialone nano
1L di brodo vegetale
80g di burro
80g di buscion fresco di capra
40g di parmigiano grattugiato
200g di aglio orsino
q.b. di olio extravergine
30g di pinoli
120g di filetto di trota salmonata
Preparazione
Lavare le foglie di aglio orsino e frullarle con olio extravergine, pinoli e due cubetti di ghiaccio fino a ottenere un pesto cremoso. Aggiustare di sale e pepe. Tostare il riso e portarlo a cottura aggiungendo gra -
dualmente brodo vegetale; una volta al dente, togliere dal fuoco e mantecare con pesto di aglio orsino, buscion, burro e parmigiano. Dal filetto di trota ricavare quattro piccoli tranci, salarli e cuocerli per pochi secondi a fiamma bassa in una padella di ferro con abbondante burro. Preparare una pastella con 50g di farina 00, 50g di maizena e 100g di acqua frizzante, immergervi alcune foglie di aglio e friggerle in olio a 180° fino a renderle dorate. Per completare, adagiare il risotto nel piatto, aggiungere la trota e decorare con le foglie fritte e qualche briciola di buscion.
Il ristorante “ariva” della
Residenza Du Lac Tertianum a Paradiso apre con un progetto destinato a tutte le generazioni.
Di
Giacomo Newlin
Pranzo o cena
“pieds dans l’eau”
IRISTORANTE “ariva”
Riva Paradiso 3
CH-6900 Paradiso
T. +41 (0) 91 601 80 30 www.arivaristorante.ch
TICINO
n una tra le più incantevoli zone del golfo di Lugano, quella di Paradiso, è sorta una residenza che dell’accoglienza ha fatto la propria cifra distintiva: la Residenza Du Lac Tertianum. Qui, nelle diverse stagioni della vita matura, è possibile coltivare uno stile di vita sereno e indipendente, sostenuti da servizi personalizzati e da un’attenzione autentica alla qualità quotidiana. Per rendere dunque gioioso lo stile di vita è ovviamente necessario e direi indispensabile regalare la gioia della tavola attraverso una gastrono -
mia di livello. Per questo la filosofia culinaria della Residenza Du Lac Tertianum, che si esprime nel ristorante “ariva”, si può riassumere in: personale, fresca, equilibrata. Con grande cura e competenza, lo staff di cucina, condotto dallo chef Andrea Levratto, che ha una solida esperienza acquisita in rinomati ristoranti, crea ogni giorno una varietà di piatti, pensati per rispondere alle esigenze degli ospiti, senza rinunciare al gusto e alla creatività. Accanto ai grandi classici svizzeri e mediterranei trovano spazio proposte vegetariane e menu calibrati sulle necessità alimentari individuali, in un dialogo costante tra leggerezza e sapore. Il ristorante “ariva”, affacciato sul lago con una vista che dilata lo sguardo e arredato con sobria eleganza contemporanea, accoglie non solo gli ospiti della residenza ma anche clienti esterni. A riceverli, il sorriso e la cortesia del direttore Francesco Bobbià, mentre il servizio, attento e professionale, è orchestrato dal maître e sommelier Ugo Boscia, capace di interpretare con sensibilità i desideri di ciascun commensale. La carta dei vini, con circa sessanta referenze selezionate tra Ticino, Italia e Francia, accompagna con armonia ogni scelta gastronomica.
La cucina privilegia l’impronta mediterranea e regionale, con partico -
lare attenzione ai piatti di pesce, terreno d’elezione dello chef. La pasta è fatta in casa e tutto si concentra su prodotti di alta qualità accuratamente selezionati che poi vanno a caratterizzare una carta sempre attuale che si rinnova seguendo il ritmo delle stagioni. Una delle particolarità dei piatti che escono dalla cucina di “ariva”, è che ogni piatto nasce da pochi ingredienti ognuno dei quali distinguibile e tuttavia ben inserito nell’intera pietanza, per una cucina genuina, gustosa e nello stesso tempo raffinata, che viene tra l’altro
presentata con eleganza misurata. Tra le proposte destinate a lasciare un ricordo vivido, spiccano i Tortelli ripieni di coniglio alla ligure, con crema di carote; Branzino arrosto, insalata belga caramellata e “bagna cauda” leggera e, in chiusura, la spuma di zabaione con pere speziate al vino e gelato alla cannella, dove consistenze e profumi si accordano con precisione. Per i vegetariani noto in particolare due proposte che possono attrarre ovviamente anche un onnivoro:
Risotto ai funghi, tartufo nero, mantecato al blu del Ticino e una variazione con il carciofo protagonista. Sulla carta rilevo una pietanza che si trova raramente, ma che fa la gioia dei buongustai amanti del “Quinto Quarto” ovvero il Rognone di vitello trifolato con purea di patate. Ristorante, lounge, bar e terrazza sul lago compongono così uno spazio di convivialità luminosa e rilassata, aperto a tutte le generazioni: un luogo in cui condividere pranzi e cene in famiglia, celebrare ricorrenze o semplicemente concedersi il piacere di stare insieme, con il lago a fare da silenzioso complice.
UNA RESIDENZA DOVE LA CURA INCONTRA LA CULTURA DELL’ACCOGLIENZA
Nel contesto delle residenze assistite del Ticino, la Tertianum Residenza Du Lac di Paradiso si sta affermando come una delle realtà più qualificate in cui vivere la terza età con serenità, sicurezza e qualità di vita.
Parte del gruppo Tertianum, che con 100 strutture e 15 residenze è da anni punto di riferimento nell’ambito dell’abitare senior e dell’assistenza, la Residenza Du Lac rappresenta oggi un modello evoluto in cui la dimensione della cura si integra con quella dell’ospitalità. Non si tratta semplicemente di offrire servizi sanitari o supporto quotidiano, ma di costruire un ambiente in cui ogni persona possa sentirsi rispettata nella propria individualità e accompagnata con discrezione nelle diverse fasi della vita.
Alla Residenza Du Lac l’attenzione si concentra prima di tutto sulla dignità dell’ospite. Che si tratti di vivere in uno degli appartamenti privati, di soggiornare temporaneamente o di accedere alle suite dedicate alla cura, l’esperienza è pensata per mantenere equilibrio tra autonomia e supporto professionale. L’assistenza è garantita in modo continuativo, mentre servizi terapeutici e alla persona contribuiscono a creare una presa in carico completa, capace di adattarsi alle esigenze di ciascuno. A rendere la struttura particolarmente distintiva è la sua impronta fortemente orientata al comfort abitativo. Gli appartamenti distribuiti tra Casa Lago e Casa Montagna, collegati internamente, offrono ambienti eleganti e luminosi con affacci sul Lago di Lugano o sulle montagne circostanti. Non è
un caso che siano classificati cinque stelle da HotellerieSuisse, un riconoscimento che sottolinea l’attenzione per la qualità degli spazi e della vita quotidiana.
Dal settembre 2025 la Residenza Du Lac è guidata da Francesco Bobbià, (diplomato alla Scuola Alberghiera di Losanna) che in precedenza ha diretto la Tertianum Residenza Al Parco a Muralto ed è stato General Manager all’Hotel Villa Sassa a Lugano, e prima ancora direttore all’Hotel Reine Victoria a St Moritz e all’Hotel Schloss a Pontresina. La sua esperienza nel mondo dell’ospitalità si traduce in una visione manageriale centrata sulle persone. Il suo approccio non si limita all’organizzazione della struttura, ma si riflette nel clima che si respira al suo interno. L’idea di accoglienza diventa elemento fondante, non solo nel rapporto con gli ospiti ma anche nella relazione con i collaboratori.
Sotto la sua direzione la residenza rafforza il proprio posizionamento come luogo in cui professionalità e sensibilità convivono, contribuendo a costruire un ambiente che non è soltanto funzionale, ma autenticamente umano. In questo senso, la qualità non si esprime solo nei servizi offerti, ma nella capacità di generare fiducia, continuità e senso di appartenenza. In un territorio attento all’eccellenza come quello di Lugano, la Residenza Du Lac si distingue dunque come una delle soluzioni più valide e complete nel panorama delle residenze assistite, capace di coniugare competenza, comfort e cultura dell’accoglienza in una proposta coerente e contemporanea.
L’Hotel Splendide Royal di Parigi fa parte della Roberto Naldi Collection che vanta importanti hotel a Lugano e a Roma: è un Relais & Châteaux esclusivo a due passi dal palazzo dell’Eliseo, la residenza ufficiale del Presidente della Repubblica francese.
Di Paola Chiericati
Un piccolo gioiello nel cuore di Parigi
Un’accoglienza cortese e calorosa, trasmessa da un personale attento e cordiale, contraddistingue questo signorile boutique hotel situato nel centro di Parigi, nell’VIII arrondissement, in Rue du Cirque, una delle vie più chic e discrete, a pochi passi da raffinati ristoranti, gallerie d’arte, boutique di lusso e case d’aste internazionali. È un ambiente riservato e tranquillo e il direttore Benoît Saudemont, ci mette impegno e passione nel trasmettere i valori dell’hotel e della famiglia proprietaria. Dopo aver iniziato la sua carriera al Le Méridien Montparnasse, seguito da un periodo in Costa Crociere, è approdato prima al Le Pavillon des Lettres, un affascinante hotel a 4 stelle, poi nel 2018 allo Splendide Royal Paris. L’albergo ospita al suo interno il
ristorante Tosca, dove gustare una raffinata cucina italiana che unisce tradizione e modernità, interamente realizzata con prodotti selezionati e preparati dallo chef Paolo Ambrogio.
Le Splendide
Royal è una vetrina dell’eleganza italiana ed è conosciuto come il “Pocket Palace” perché, con le sue 12 suite spaziose e raffinate collocate su 6 piani, 2 per piano, e il suo unico salone, è il più piccolo hotel a 5 stelle lusso della
capitale. Questo scrigno di eleganza offre un soggiorno all’insegna del lusso, della calma e del piacere in un arredamento raffinato arricchito da importanti opere d’arte elegantemente selezionate di artisti del calibro di Mitoraj e Botero.
di nel 2016 nel rispetto delle sue linee e dell’architettura originale. Le suite sono luminose e silenziose, di ampia metratura, dotate di un impianto domotico all’avanguardia, sale da bagno in marmo chiaro con riscaldamento a pavimento. In questi ambienti il design classico unisce lo chic parigino e la raffinatezza italiana, come i mobili realizzati da artigiani tricolore. Durante il restauro dell’edificio tutto è stato concepito in spirito eco-responsabile, grazie all’utilizzo di materiali rinnovabili, impianti che riducono al minimo il dispendio energetico e un sistema di pulizia a vapore che evita l’uso di detergenti.
Lo Splendide Royal Paris si è aggiunto ai primi cinque stelle della collezione Roberto Naldi, il Parco dei Principi Grand Hotel & Spa e lo Splendide Royal a Roma, lo Splendide Royal a Lugano e il 4 stelle Mancino 12 sempre situato a Roma.
Il palazzo, costruito nel 1897, ospitò dapprima il celebre architetto paesaggista di Luigi XIV e creatore del giardino alla francese André Le Nôtre e in seguito è appartenuto allo stilista Pierre Cardin, per poi rinascere con la famiglia Nal -
HOTEL SPLENDIDE ROYAL PARIS 18, Rue Du Cirque Paris, 75008, France www.splendideroyal.fr
Il lirismo italiano si ritrova nel piatto
Nel cuore del Faubourg Saint-Honoré, il Ristorante Tosca dell’Hotel Splendide Royal Paris si impone come un indirizzo di carattere, dove la cucina italiana trova una voce personale senza perdere il proprio accento originario.
«Parigi val ben una Messa». La celebre frase attribuita a Enrico di Navarra, divenuto Enrico IV di Francia, potrebbe sembrare un riferimento eccessivo se trasposta in ambito gastronomico.
Eppure, dopo l’esperienza vissuta al Ristorante Tosca dell’Hotel Splendide
Di Giacomo Newlin
Royal Paris, diventa naturale farla propria. Perché anche qui si compie una scelta consapevole: quella di abbracciare una cucina che, pur radicata nell’identità italiana, dialoga con Parigi senza compromessi, trovando un equilibrio raro tra fedeltà alla tradizione e interpretazione personale. Alla guida della cucina, con importanti esperienze alle spalle nonostante la giovane età, opera lo chef Paolo Ambrogio che firma una proposta generosa e intensa, costruita su ingredienti stagionali di qualità assoluta e su una profonda conoscenza delle ricette classiche. La sua è un’interpretazione che rispetta la tradizione senza irrigidirla. I riferimenti alla cucina popolare italiana emergono con naturalezza, mentre le tecniche classiche vengono alleggerite e rilette con sensibilità contemporanea. I piatti esprimono sapori netti e decisi, mai ridondanti, capaci di adattarsi tanto a un pranzo informale quanto a una cena più sofisticata.
A pranzo, come ci ha illustrato il Maître de Maison Benoit Saudemont, il ristorante Tosca propone una cucina conviviale e ispirata, con un menu stagionale che valorizza i grandi pilastri della gastronomia italiana. Un contesto ideale per una clientela business che desidera coniugare ritmo e piacere,
lavoro e condivisione, in un ambiente discreto e raffinato. Per contro a cena, l’esperienza si fa più strutturata ed elegante. Il servizio accompagna un menu di maggiore complessità, sostenuto da una carta dei vini esclusivamente italiana, scelta audace e coerente con il contesto parigino. Le preparazioni alla griglia, nuova firma del ristorante, aggiungono profondità e carattere a una proposta che punta su un’eleganza mai ostentata. Il menu degustazione mi ha dato
una grande soddisfazione poiché ho riconosciuto i vari ingredienti che si sono mirabilmente legati tra loro nelle varie pietanze, delle quali ne desidero citare un paio che rimarranno un ricordo vivo per molto tempo: Il raviolo alla Mugellana (ripieno di una eterea e dolcemente burrosa purea di patate) con ragù di polpo di cui sento ancora la tenerezza; Piccione alla brace, carciofi, pastinaca e frutti di bosco alle erbe, un piatto raro per cottura ed equilibrio di gusti. Un plauso che viene dal cuore è riservato, oltre che allo chef Paolo, al giovanissimo “patissier” Théo Thomas che ha addolcito la bocca con un convincente “Come un Mont-
Blanc”, al servizio attento, professionale e soprattutto simpatico di Antonella, Diana e Aissatou Diouf. Completa l’universo di Tosca, La Loggia, intimo ed elegante salotto enologico all’interno dell’hotel Splendide Royal. Più di un semplice wine bar, è una vera oasi dove degu -
stare un calice di buon vino italiano, da una selezione accurata di oltre 200 referenze firmata dall’entusiasta sommelier Erik Seillier. Tuttavia, con gli stuzzichini, va da sé, dato che ci si trova a Parigi, si può optare per una flûte di champagne, tra i migliori che la Francia offre.
RISTORANTE TOSCA
HOTEL SPLENDIDE ROYAL PARIS 18, Rue du Cirque Paris, 75008, France
T. +33 143 87 1010 www.splendideroyal.fr
Ottimi green per tutti i gusti
Ariella Del Rocino ci parla dell’Île-de-France che ospita alcuni dei campi più prestigiosi della Francia, capaci di coniugare valore tecnico, qualità paesaggistica e servizi di livello internazionale.
Negli ultimi decenni Parigi e la sua regione hanno consolidato un ruolo di primo piano nel panorama golfistico europeo. Se il golf è arrivato in Francia già alla fine dell’Ottocento, è soprattutto nell’area parigina che il gioco ha trovato una diffusione stabile e strutturata, favorita dalla presenza di grandi proprietà storiche, da un’eccellente rete di collegamenti e da una domanda sportiva e corporate di alto livello. Nel loro insieme, questi campi raccontano la pluralità del golf parigino: dal grande torneo internazionale al club storico, dal percorso forestale al golf urbano. Una rete di eccellenze che conferma Parigi come uno dei poli più completi e autorevoli del golf europeo. Di seguito, una selezione dei dieci campi da golf e club più importanti della regione parigina, scelti per rilevanza sportiva, storia e qualità dell’offerta.
1. Golf National
Situato a Saint-Quentin-en-Yvelines, è il campo simbolo del golf francese contemporaneo. Il percorso Albatros, teatro della Ryder Cup 2018 e dell’Open de France, è un layout tecnico e moderno, con ampi rough, grandi specchi d’acqua e green difesi. Il club offre strutture di allenamento di livello mondiale, club house completa e un centro dedicato all’alto rendimento.
2. Golf de Saint-Germain
Alle porte di Saint-Germain-enLaye, è uno dei circoli più antichi e prestigiosi di Francia. Il campo, immerso nella foresta, è caratterizzato da fairway stretti e green tecnici. L’atmosfera è quella di un club classico, con forte impronta sportiva, ristorante di alto livello e servizi orientati ai soci.
3. Racing Club de France – La Boulie
A Versailles, La Boulie rappresenta l’eleganza storica del golf parigino. Tre percorsi immersi nel verde, con tracciati di impostazione tradizionale e grande varietà tecnica. Il club è noto per l’eccellenza dell’insegnamento, le strutture complete e una vita sociale molto attiva.
4. Golf de Fontainebleau
Nel cuore della foresta di Fontainebleau, è considerato uno dei campi più belli d’Europa. Il percorso si sviluppa su terreno sabbioso, con ondulazioni naturali e green sopraelevati. Club house storica, ristorante rinomato e un contesto ambientale di grande fascino ne fanno una meta d’eccellenza.
5. Golf de Chantilly
Situato nei pressi di Chantilly, a breve distanza da Parigi, offre due percorsi di grande tradizione. Il campo principale è tecnico, con forte presenza di alberature mature. Il club propone servizi completi, un’impostazione sportiva rigorosa e un ambiente esclusivo.
8. Golf International de Roissy
A ridosso dell’aeroporto Charles de Gaulle, a Roissy-en-France, propone un percorso moderno e accessibile. Ideale per il golf business e per i giocatori internazionali, offre ampie aree pratica, ristorante e servizi orientati all’accoglienza rapida.
6. Golf de Morfontaine
Club privato di fama internazionale, immerso nella campagna a nord di Parigi. Il percorso è rinomato per l’equilibrio tra difficoltà tecnica e qualità estetica. L’accesso è fortemente selettivo, i servizi sono essenziali ma di altissimo livello, in linea con la filosofia di eccellenza del club.
7. Golf d’Apremont
Progettato in stile “british inland”, si trova nei pressi di Apremont. Il campo presenta ampi fairway, numerosi bunker strategici e green mossi. Apprezzato per la giocabilità e l’eleganza del tracciato, dispone di una club house accogliente e di buone strutture di allenamento.
10. Golf de Paris Longchamp
Un caso unico: un campo urbano nel Bois de Boulogne. Percorso compatto, tecnico e sorprendentemente selettivo, pensato per il gioco rapido. Offre pratica, ristorante e una soluzione golfistica integrata nel cuore della capitale.
9. Golf de Joyenval
Situato a Chambourcy, è un club privato con due percorsi di alto livello tecnico. I tracciati sono immersi in un ambiente naturale curato, con forte attenzione alla qualità agronomica. Servizi esclusivi, scuola golf strutturata e forte vocazione sportiva.
La rinascita di un hotel iconico a Montreux
Sulle rive del Lago Lemano, tra le montagne e le note del Montreux Jazz Festival, un simbolo dell’ospitalità svizzera è tornata da due anni a nuova vita.
Di Paola Chiericati
DHOTEL MONA
Grand-Rue 81
CH-1820 Montreux www.mona-montreux.ch
opo 57 anni di storia, l’Eurotel Montreux ha cambiato nome e anima e da marzo 2024 si chiama MONA, un hotel 4 stelle superior che promette ai suoi ospiti una “crociera sulla terra ferma”. Inaugurato nel 1967, l’Eurotel era all’epoca il più grande hotel costruito in Svizzera dal 1920, simbolo del turismo moderno sul Lemano. Grazie a un importante progetto di ristrutturazione firmato dallo studio
Linea Lombardo SA, l’edificio è stato rein -
ventato completamente, conservando la sua imponente torre triangolare ma adottando un’identità visiva fresca e sofisticata creata dall’agenzia zurighese Creative Supply. Il nome MONA non è casuale: deriva dal latino “monasteriolum” che significa “piccolo monastero”, la più
antica denominazione conosciuta di Montreux, risalente all’XI secolo. Un omaggio alle radici del territorio e al suo spirito di villeggiatura. MONA non è solo un hotel, è un’esperienza. Il suo concetto
si ispira a una crociera permanente, dove ogni spazio, dal ristorante Bel Horizon al Sundeck con jacuzzi e bar mobile, invita a vivere la dolce vita tra acqua e cielo. Il Lounge Lobby, i colori marini e i motivi a righe che caratterizzano l’arredo, evocano il mondo nautico con gusto contemporaneo.
Tutti i ristoranti e bar valorizzano ingredienti di provenienza locale e offrono un’ampia selezione di vini prodotti dai vigneti del Lavaux.
Nel corso della stagione invernale, il leggendario “Fondue Tube” è il fiore all’occhiello della terrazza Safran,
mentre durante tutto l’anno si possono gustare ottimi piatti della cucina mediterranea, basati su ingredienti freschi come olio d’oliva, verdure, pesce, legumi e cereali, celebrando i sapori genuini.
Pensato per unire lavoro e piacere, MONA abbraccia la filosofia “bleisure”, neologismo che unisce il viaggio di lavoro (“business”) al tempo libero “leisure”. Le sue sei sale conferenze, tra cui la celebre Salle Piccard, offrono tutto il necessario per incon-
tri e seminari, ma con un tocco in più: tra una riunione e l’altra, gli ospiti possono rilassarsi con una partita di pétanque sul terrazzo o concedersi un aperitivo in barca grazie al nuovo pontile privato Mona Marina. Compagno di viaggio del Montreux Jazz Festival, nato lo stesso anno dell’hotel, MONA celebra la
musica anche nei dettagli: citazioni iconiche, installazioni e atmosfere che ricordano l’energia degli anni d’oro del festival.
Con le sue 154 camere, tutte affacciate sul lago, e oltre 20 milioni di franchi investiti negli ultimi dieci anni, MONA si propone dunque come un rifugio elegante ma accessibile, capace di accogliere turisti, viaggiatori d’affari e amanti del lifestyle.Tra design, convivialità e panorama, l’hotel invita i suoi ospiti a “salpare restando a terra”.
Quando il vino diventa un’esperienza immersiva
In che modo Cantine Aperte in Ticino si inserisce nella strategia di comunicazione di Ticinowine e quali obiettivi principali persegue?
«Cantine Aperte è uno dei pilastri della strategia di comunicazione di Ticinowine, perché rappresenta il momento in cui il vino ticinese diventa esperienza diretta e incontro personale. Nella strategia 2026–2029, Ticinowine punta sempre più su emozione, esperienzialità, autenticità e relazione: Cantine Aperte incarna perfettamente questo approccio, mettendo in contatto il pubblico con i volti, le storie e i luoghi che stanno dietro a ogni bottiglia. Abbiamo cantine, vigneti e produttori davvero eccezionali! Gli obiettivi principali sono tre: avvicinare il pubblico alle cantine, creando un legame personale con i
Ivan Trezzini, Direttore di Ticinowine, presenta la manifestazione Cantine Aperte in Ticino, che a maggio costituirà una importante occasione, rivolta a decine di migliaia di visitatori, per conoscere, apprezzare e gustare il meglio della produzione enologica del Cantone.
produttori; rafforzare l’immagine del vino ticinese come espressione di qualità, passione e territorio, un vino fatto di valori autentici e artigianalità; stimolare la scoperta, intercettando sia gli appassionati sia chi si avvicina al vino per la prima volta. Locali, così come turisti. È un evento che genera da anni grande entusiasmo, ma soprattutto costruisce valore nel lungo periodo, profilando sempre più il Ticino come meta di enoturismo e per gli appassionati di enogastronomia. È un evento che muove oltre 30’000 persone e soprattutto i giovani. Giovani che hanno un forte interesse e grande curiosità per visite ed esperienze in cantina, per contatto diretto, convivialità ed esperienze locali».
La 26ª edizione di Cantine Aperte in Ticino si svolgerà su due weekend dedicati a Sottoceneri e Sopraceneri. Quali sono le ragioni organizzative e strategiche di questa scelta?
«Esatto, il 16-17 maggio nel Mendrisiotto e Luganese, mentre il 23-24 maggio sarà il turno delle cantine di Bellinzonese, Locarnese e delle Valli. La scelta dei due weekend nasce da una visione sia organizzativa sia strategica, ma soprattutto per permettere ai visitatori e ai turisti di poter raggiungere le oltre 60 cantine aderenti in tranquillità e su più giorni.
Permette così un’esperienza più rilassata per i visitatori e una maggiore qualità dell’accoglienza in cantina. Ma, soprattutto, è una scelta che valorizza le diverse anime del territorio vitivinicolo ticinese. Sottoceneri e Sopraceneri non sono solo aree geografiche: rappresentano terroir, stili e identità complementari. Dedicarvi due momenti distinti significa offrire al pubblico il tempo e lo spazio per scoprire davvero le sfumature del nostro cantone, senza fretta. È un invito a vivere Cantine Aperte non come una corsa, ma come un viaggio. È inoltre anche un modo per offrire ai turisti due weekend all’insegna dell’enoturismo, grazie al Ticino Ticket, infatti, chi pernotta in Ticino avrà la possibilità di raggiungere le cantine con i mezzi pubblici gratuitamente».
Cantine Aperte permette al pubblico di entrare nelle cantine e conoscere da vicino produttori, vigneti e vini. Quali sono i contenuti e i messaggi principali che l’evento intende trasmettere? «Il messaggio centrale è semplice ma potente: dietro ogni vino ticinese c’è una storia vera, ci sono le persone e la grande qualità. Cantine Aperte vuole raccontare il vino come risultato di: - persone appassionate; - un lavoro artigianale spesso invisibile;
- un territorio e una natura ticinese che influisce profondamente sul carattere dei vini.
I contenuti non sono solo degustazioni, ma dialoghi, racconti, emozioni. Il pubblico scopre come nasce un vino, cosa significa lavorare in vigna, quali scelte stanno dietro a uno stile o a un’etichetta. È un’occasione per trasmettere valori come autenticità, sostenibilità, rispetto della natura e orgoglio territoriale, in modo spontaneo e diretto».
Più in generale perché questo tradizionale appuntamento assume un importanza particolare nella promozione non solo della produzione enologica ma nella valorizzazione dell’intero territorio ticinese?
«Cantine Aperte va ben oltre il vino. È un evento di valorizzazione territoriale
a 360 gradi, è un viaggio nella nostra cultura enogastronomica e nel nostro patrimonio vitivinicolo. Chi partecipa scopre paesaggi, borghi, tradizioni, gastronomia e accoglienza. Il vino diventa la chiave di accesso a un Ticino autentico, fatto di relazioni, lentezza e qualità della vita. È un occasione di scoprire le cantine, le persone, ma anche soprattutto tutto il territorio, di scoprire borghi, valli e colline vitate che non sono sempre sui percorsi classici. È quindi una scusa per scoprire il Ticino, anche quello magari meno conosciuto ma che ha tanto da offrire sia dal punto di vista enogastronomico sia paesaggistico e naturale!
Per questo Cantine Aperte è così importante:
- rafforza il legame tra vino e turismo;
- stimola un’economia locale diffusa;
- contribuisce a posizionare il Ticino come destinazione di esperienze, non solo di prodotti; - stimola pernottamenti e contribuisce alla crescita di un Ticino sempre più meta di enoturismo di prima scelta, durante tutto l’anno. Sono infatti tante le persone che, scoprendo delle cantine durante l’evento e la convivialità dell’esperienza (viene solitamente condivisa con amici), poi tornano in modo mirato per attività esperienziali durante l’anno, coi loro amici, per un’uscita associativa, con i loro colleghi per un teambuilding, ecc. È un appuntamento che unisce cultura, piacere e identità, e che ogni anno rinnova l’orgoglio di raccontare il nostro territorio attraverso ciò che lo rappresenta meglio: le persone, l’amore per il territorio, e i loro vini».
Vini prodotti a regola d’arte
Neil Bernardi MW, COO del Gruppo Colgin Cellars che da oltre trent’anni abbraccia l’ideale di creare vini armoniosi, eleganti e precisi, provenienti da eccezionali vigneti collinari nel cuore della Napa Valley.
Colgin Cellars nasce nel 1992. Quali valori continuano oggi a definirne l’identità?
«Colgin Cellars è stata fondata nel 1992 da Ann Colgin con un profondo impegno verso l’eccellenza, la precisione e il rispetto del luogovalori che continuano ancora oggi a definirne l’identità. Fin dall’inizio, ogni dettaglio è stato considerato essenziale: dalla scelta dei vigneti alle pratiche agricole, fino alle decisioni in cantina. Questa attenzione quasi
maniacale al dettaglio non nasce da un desiderio di perfezione fine a sé stesso, ma dalla volontà di onorare la qualità e la responsabilità.
Altrettanto centrale è la convinzione di non dare mai nulla per scontato. Crediamo nella crescita continua, non in termini di dimensioni, ma di rigore, consapevolezza e miglioramento costante. Ogni vendemmia rappresenta un’opportunità per fare meglio della precedente, e questa filosofia resta il cuore pulsante di Colgin Cellars».
Quanto contano i vigneti collinari e la loro diversità geologica nel determinare lo stile dei vostri vini?
«Sono assolutamente fondamentali. Ci consideriamo prima di tutto custodi della terra, e il nostro ruolo è permettere ai vigneti di esprimersi nel modo più chiaro e autentico possibile. I vigneti collinari della Napa Valley, con la loro complessità geologica e le diverse esposizioni, danno naturalmente origine a vini di struttura, tensione e grande capacità di invecchiamento.
Come accade per i grandi vini del mondo, crediamo che i nostri vini debbano essere espressione del luogo piuttosto che di uno stile enologico imposto. La diversità dei suoli e delle altitudini dei nostri vigneti collinari è sempre stata un elemento distintivo di Colgin e rimane centrale nell’identità e nel carattere dei nostri vini».
In una Napa Valley molto competitiva, cosa rende i vini Colgin Cellars davvero riconoscibili?
«Ciò che rende Colgin Cellars davvero unica è la combinazione tra i nostri vigneti, le persone e la nostra focalizzazione. I siti viticoli sono eccezionali, ma è l’impegno di lungo periodo verso questi luoghi - insieme alla conoscenza accumulata nel tempo - che ci consente di coltivarli e interpretarli al massimo livello. Le persone sono altrettanto fondamentali. Continuità, esperienza e valori condivisi permettono di prendere decisioni ponderate anno dopo anno. La nostra attenzione assoluta alla qualità e alla coerenza è ciò che fa davvero la differenza in un contesto altamente competitivo».
Con quale strategia riuscite a mantenere un posizionamento di alta gamma conciliando esclusività e crescente domanda globale?
«La nostra strategia è molto semplice: non inseguiamo la crescita per il solo gusto di crescere. In realtà, non siamo interessati a crescere affatto se ciò significa compromettere la qualità o l’identità. Il nostro focus rimane su ciò che sappiamo fare meglio: viticoltura di precisione, eccellenza enologica e una narrazione autentica del luogo. Poiché siamo profondamente legati a vigneti specifici, la nostra crescita è naturalmente limitata dalla terra stessa. Questo limite non è un ostacolo, ma un punto di forza: garantisce autenticità e rafforza l’idea che i nostri vini siano inseparabili dai luoghi che custodiamo».
In che modo le sue origini ticinesi influenzano il suo approccio alla guida dell’azienda?
«La mia bisnonna emigrò dal Ticino negli Stati Uniti, e la sua storia ha sempre avuto un forte impatto su di me. Come molti immigrati, era intraprendente, instancabile e profondamente determinata a costruire qualcosa di significativo attraverso il lavoro e la perseveranza. Questo spirito guida anche il mio approccio alla leadership in Colgin Cellars. Diamo grande valore al lavoro duro, all’umiltà e alla disciplina, senza però dimenticare l’importanza di godere della vita, delle relazioni e della soddisfazione che deriva dal creare qualcosa di autenticamente bello. Il vino, in fondo, è equilibrio tra rigore e piacere».
Come si è andata consolidando nel tempo la collaborazione con AVU SA e quali sono le prospettive di sviluppo futuro?
«La collaborazione con AVU è cresciuta in modo molto naturale nel tempo, fondata sulla fiducia reciproca, su valori condivisi e su relazioni personali solide. Siamo fortemente
allineati nell’obiettivo di portare vini straordinari a una clientela estremamente esigente, creando valore concreto per entrambe le realtà. Guardando al futuro, vediamo un grande potenziale nel continuare a costruire insieme: sviluppando opportunità di coinvolgimento mirate, rafforzando le partnership e ampliando la presenza di Colgin Cellars attraverso iniziative congiunte a livello internazionale. È una collaborazione stimolante, oggi come domani».
Quali sono le priorità di sviluppo per Colgin Cellars nei prossimi anni e quale ruolo possono avere l’Europa e il Ticino?
«Nonostante il riconoscimento internazionale, la Napa Valley è ancora relativamente giovane nel panorama vitivinicolo mondiale. Per questo motivo, le nostre priorità restano saldamente ancorate al mantenimento dell’eccellenza e alla definizione di un nuovo standard di altissimo livello per i vini della Napa Valley. Le persone—il nostro team, i partner e le relazioni—sono al centro di questa visione.
Allo stesso tempo, ampliare la consapevolezza dei nostri vigneti, dei nostri vini e del territorio unico da cui provengono è un obiettivo chiave. L’Europa riveste un ruolo importante in questo percorso, soprattutto nei luoghi che hanno una profonda cultura del cibo, del vino e del terroir. Rafforzando questi legami culturali e commerciali, possiamo continuare a valorizzare la Napa Valley e la voce distintiva di Colgin Cellars al suo interno».
Il Dott. Med. Ivan Tami, Specialista in Chirurgia ortopedica e traumatologica dell’apparato locomotore e Specialista in Chirurgia della mano, è attivo presso il Centro manogomito di Gravesano all’interno della Clinica Ars Medica (Swiss Medical Network) per quanto riguarda le diverse patologie del gomito, del polso e della mano.
La mano che cura la mano
Che cosa si intende esattamente per chirurgia della mano?
«La chirurgia della mano è una disciplina decisamente trasversale. Si occupa non solo delle ossa e delle articolazioni, ma anche dei tendini, della muscolatura, dei nervi che garantiscono sensibilità e movimento, del sistema vascolare – quindi arterie e vene – e infine delle parti molli, come la pelle e i tessuti che proteggono le strutture profonde. In
questo senso è una sintesi di più specialità: ortopedia, chirurgia plastica ricostruttiva, chirurgia vascolare e neurochirurgia del sistema nervoso periferico. Tutto ciò che “esce” da cervello e midollo spinale, per intenderci, rientra nel nostro ambito».
Quali sono le più frequenti patologie trattate?
«Le patologie sono molte e assai diverse tra loro. Se parliamo di ossa e articolazioni, troviamo innanzitutto l’artrosi, una patologia degenerativa legata all’usura e all’invecchiamento, ma anche le artriti, che sono vere e proprie malattie infiammatorie. Poi c’è tutto il capitolo dei traumi: fratture delle ossa della mano, del polso e spesso anche del gomito, che rientra a pieno titolo nell’ambito della chirurgia della mano. Accanto a queste, trattiamo lesioni dei tendini, spesso dovute a ferite da taglio, e lesioni dei nervi, che
possono causare perdita di sensibilità o di movimento. Una delle patologie più conosciute in questo ambito è la sindrome del tunnel carpale. Infine, c’è la parte di chirurgia plastica e ricostruttiva, necessaria quando la pelle o i tessuti di copertura vengono danneggiati e non sono più in grado di proteggere le strutture profonde».
Quanto sono frequenti i traumi a mano e polso?
«Molto frequenti. Circa il 20% di tutti i traumi interessa mano e polso. La frattura del polso, in particolare, è una delle più comuni che vediamo nei Pronto Soccorso: dal giovane che cade in bicicletta alla persona anziana che scivola in casa, fino all’operaio che cade da un ponteggio. Mani e polsi sono poco protetti e molto esposti, quindi basta una banale caduta o un taglio con strumenti di uso quotidiano per provocare un danno significativo».
Quando entra in gioco la chirurgia protesica nella mano?
«La chirurgia protesica nasce storicamente per le grandi articolazioni. Negli anni ’50 e ’60 sono comparse le prime protesi d’anca; solo più tardi, tra gli anni ’70 e ’80, queste tecnologie sono state miniaturizzate e adattate alle articolazioni più piccole. Oggi utilizziamo protesi anche nella mano, in particolare per l’artrosi alla base
del pollice (la cosiddetta rizoartrosi). L’obiettivo è duplice: togliere il dolore e preservare il movimento, perché un’articolazione rigida, anche se indolore, riduce fortemente la funzionalità della mano».
Quanto è diffusa oggi questa soluzione?
«In Svizzera si eseguono circa 2.000 protesi all’anno per la rizoartrosi del pollice. Sono numeri importanti, ma comunque inferiori rispetto alle protesi di anca o ginocchio, che sono 10–15 volte più frequenti. Questo perché, pur essendo il pollice fondamentale, l’artrosi della mano è spesso meno invalidante nella vita quotidiana rispetto a un’artrosi dell’anca o del ginocchio, che limita anche attività basilari come camminare o alzarsi da una sedia».
Si parla molto di cellule staminali: che ruolo hanno oggi?
«Le cellule staminali mesenchimali rappresentano un’idea affascinante: stimolare il corpo a guarire da solo, invece di sostituire un’articolazione con una protesi metallica. È una direzione di ricerca giusta e promettente. Detto questo, oggi dobbiamo essere molto chiari: non esistono ancora prove scientifiche definitive che dimostrino una reale rigenerazione della cartilagine. I trattamenti attualmente disponibili hanno soprattutto un effetto sul dolore e, in parte, sulla funzione articolare. Inoltre, l’uso delle cellule staminali è rigorosamente regolamentato e non è preso a carico dalle assicurazioni. Non siamo ancora al punto di poterle considerare un’alternativa consolidata alla chirurgia protesica».
Come è organizzato il Centro manogomito per la chirurgia della mano?
Tenendo conto della complessità degli organi e delle patologie con cui siamo chiamati a confrontarci, l’idea di base e stata quella di realizzare un centro multidisciplinare che rispondesse pienamente ad una visione moderna ed efficiente
della medicina. Accanto ai chirurghi della mano lavorano ergoterapisti – cioè fisioterapisti specializzati nella riabilitazione della mano – neurologi, reumatologi, radiologi per la diagnostica ecografica mirata. Abbiamo anche figure complementari come osteopati, specialisti in agopuntura e medicina tradizionale cinese, naturopati. Non chiudiamo la porta a nessuno, purché il trattamento sia serio, indicato e svolto da professionisti qualificati. Mi piace poi parlare di una struttura dinamica, che pone particolare attenzione alla formazione continua dei medici più giovani. E, ancora, merita una sottolineatura il collegamento con una solida rete di specialisti operanti in Svizzera e a livello internazionale, e la nostra costante partecipazione, in veste molto spesso di relatori, a simposi nazionali e internazionali che garantiscono il nostro continuo aggiornamento».
Un ultimo messaggio per i pazienti?
«È importante chiarire che non si va dal chirurgo della mano solo per essere operati. La maggior parte delle patologie si risolve senza intervento chirurgico. Il nostro compito è prima di tutto fare una diagnosi corretta, proporre la terapia più adeguata e accompagnare il paziente lungo tutto il percorso, dalla cura alla riabilitazione. La chirurgia è una risorsa fondamentale, ma resta sempre l’ultima opzione, non la prima».
Il Percorso Detox di The Longevity Suite, consente di raggiungere una condizione di equilibrio che si manifesta in vitalità, leggerezza e in una nuova chiarezza interiore.
La scelta di volersi bene
Il Percorso Detox di The Longevity Suite nasce come un reset profondo, un’esperienza trasformativa che agisce dall’interno per ristabilire armonia, benessere e la connessione originaria tra corpo, mente e pelle. Non si tratta di un semplice programma depurativo, ma di un metodo strutturato e consapevole, pensato per accompagnare la persona in un processo di rigenerazione globale e duraturo. Viviamo immersi in ritmi intensi, esposti a stress, tossine ambientali, alimentazione disordinata e stimoli continui che, nel tempo, compromettono l’equilibrio naturale dell’organismo. Il Percorso Detox di The Longevity Suite interviene proprio su questi accumuli, favorendo l’eliminazione delle tossine fisiche ed emotive e creando le condizioni ide -
ali per riattivare i naturali processi di autoguarigione e rinnovamento. Il cuore del percorso è un approccio integrato e personalizzato, che unisce scienza, estetica avanzata e pratiche di riequilibrio profondo. Ogni programma viene costruito su misura, a partire da una valutazione iniziale accurata che analizza lo stato generale dell’organismo, il livello di infiammazione, lo stress ossidativo, la qualità della pelle e l’equilibrio psicofisico. Que -
sto momento di ascolto e analisi è fondamentale per definire un percorso realmente efficace e rispettoso dell’unicità di ogni individuo. Il Detox si articola attraverso una sinergia di trattamenti mirati che agisce su più livelli. Il primo è quello cellulare, dove l’obiettivo è favorire la depurazione profonda dei tessuti e stimolare il metabolismo cellulare. Tecnologie avanzate e trattamenti manuali specifici aiutano a migliorare la circolazione linfatica, a ridurre i ristagni e a sostenere i principali organi emuntori, come fegato, reni e intestino. Un elemento centrale del percorso è il lavoro sulla pelle, intesa non solo come superficie estetica ma come organo vitale di eliminazione e comunicazione. Attraverso protocolli dermo-funzionali e cosmetici ad alta performance, la pelle viene liberata dalle impurità, ossigenata e riequilibrata. Il risultato è una pelle
più luminosa, compatta e vitale, che riflette immediatamente il cambiamento avvenuto all’interno. Accanto al lavoro fisico, il Percorso Detox dedica grande attenzione alla mente e al sistema nervoso. Tecniche di rilassamento profondo, respirazione guidata e pratiche di riequilibrio energetico aiutano a ridurre lo stress, migliorare la qualità del sonno e favorire uno stato di calma e chiarezza mentale. Detox significa anche alleg-
gerire il carico emotivo, sciogliere tensioni profonde e ritrovare uno spazio interiore di ascolto e presenza. Fondamentale è inoltre il supporto nutrizionale e comportamentale, orientato a educare e accompagnare la persona verso scelte più consapevoli. Senza imposizioni rigide, ma con un metodo chiaro e sostenibile, il percorso aiuta a ristabilire un rapporto equilibrato con il cibo, favorendo alimenti funzionali alla depurazione e al man-
THE LONGEVITY SUITE
Palazzo Mantegazza
Riva Paradiso 2
CH-6900 Lugano
lugano@thelongevitysuite.com
tenimento dell’energia vitale. Il Percorso Detox di The Longevity Suite non si esaurisce nel tempo del trattamento, ma lascia un’impronta profonda. È un invito a riscoprire la propria bellezza naturale, a custodire la salute con metodo e a vivere il benessere come uno stato dinamico, che nasce dall’armonia tra corpo, mente e pelle. Un’esperienza che rigenera, rieduca e accompagna verso una longevità autentica, consapevole e luminosa.
Fusione di scienza, energia e guarigione
Il Dottor Joe Dispenza, grazie ai suoi insegnamenti rivoluzionari basati su solidi fondamenti scientifici, è un nome che ha conquistato il cuore e la mente di milioni di persone in tutto il mondo.
Di Keri Gonzato
L’essere umano
è il capolavoro dell’universo conosciuto e il cervello, unito al cuore, è la sua centralina di comando e di controllo: uno strumento potente e straordinario, di cui utilizziamo in minima parte le vastissime capacità.
Non siamo destinati ad essere gli stessi per tutta la vita, al contrario la nostra natura è determinata da un cambiamento costante. Grazie al dono della neuroplasticità, le nostre cellule cerebrali vengono costantemente riorganizzate e rimodellate dai nostri pensieri e dalle nostre esperienze. Joe Dispenza, ricercatore americano di fama mondiale ha dedicato gran parte della propria vita allo studio del cervello. Insegnante appassionato, nei suoi libri e seminari, descrive il ruolo fondamentale svolto dai lobi cerebrali e dalle sue componenti, la chimica delle emozioni, il controllo di geni, l’espressione del DNA e molto altro, guidandoci in un viaggio inusuale e affascinante alla scoperta delle nostre immense potenzialità. A questi concetti teorici, aggiunge lo strumento potente della meditazione che permette di direzionare consapevolmente la nostra energia e la nostra vita.
«L’unico modo per cambiare la nostra vita è cambiare la nostra energia - ovver cambiare il campo elettromagnetico che trasmettiamo costantemente.
In altre parole, per cambiare il nostro stato d’animo, dobbiamo cambiare il nostro modo di pensare e di sentire».
Dr. Joe Dispenza, D.C
Il Dottor Joe Dispenza, grazie ai suoi insegnamenti rivoluzionari basati su solidi fondamenti scientifici, è un nome che ha conquistato il cuore e la mente di milioni di persone in tutto il mondo. Nato negli Stati Uniti, è un medico chiropratico, ricercatore, autore e relatore che ha rivoluzionato il mondo della meditazione e della guarigione attraverso un’integrazione tra scienza, fisica quantistica e spiritualità. La sua formazione post-laurea ha riguardato la neurologia, le neuroscienze, la funzione e la chimica del cervello, la biologia cellulare, la formazione della memoria, l’invecchiamento e la longevità. La sua proposta è un incontro straordinario tra il mondo della materia e quello dell’energia, in cui la mente, le emozioni e i neuroni del cuore giocano un ruolo fondamentale nel determinare la realtà fisica e mentale. Dispenza si è distinto non solo per le sue ricerche in campo scientifico, ma anche per l’approccio pratico che offre alle persone, portando cambiamenti tangibili nella loro vita attraverso la meditazione, il potere della mente e del cuore.
Ogni anno, Joe Dispenza organizza ritiri e workshop in tutto il mondo, offrendo a chi partecipa la possibilità di approfondire le proprie conoscenze sul potere della mente e della meditazione. Uno dei suoi eventi più famosi è l’“Intensivo Progressivo”, che si tiene ogni anno in diverse città del mondo, tra cui Basilea. Questo evento, che si svolge in due giorni e una sera, è un’opportunità unica per immergersi nella scienza della trasformazione personale e apprendere come applicare le sue pratiche nella vita quotidiana. Nel 2025, l’edizione dell’Intensivo Progressivo in Svizzera era già esaurita a fine febbraio, ma grazie alla crescente domanda, Dispenza ha deciso di duplicare l’evento. Ho avuto la fortuna di partecipare a questa esperienza unica, insieme al mio compagno e a oltre 8000 partecipanti provenienti da tutto il mondo. L’emozione di entrare in una sala così gremita, dove ogni persona era unita dallo stesso intento: comprendere meglio il mistero della vita e accedere a un livello superiore di consapevolezza, è stata palpabile. Ogni volto raccontava una storia di speranza e di ricer -
ca di guarigione. Il calore umano, la volontà di cambiare e la voglia di evolvere erano palpabili.
Abbiamo meditato con 8000 persone a Basilea. Dopo aver letto alcuni suoi libri ed aver sperimentato diverse meditazioni, con il mio compagno abbiamo deciso di andare a conoscere Joe Dispenza di persona approfittando del suo “Intensivo Progressivo” di due giorni e mezzo a Basilea. Siccome entrambi ci occupiamo di meditazione e crescita personale con il progetto Selah Moves (Instagram @selahmoves) eravamo più curiosi che mai. A fine febbraio di quest’anno siamo quindi giunti all’evento, varcando le porte della St. Jakobshalle siamo stati colpiti dall’energia che permeava la sala. 8000 persone unite nello stesso luogo con l’intenzione di conoscersi meglio e migliorare la propria vita creano un’energia che non può lasciare indifferenti. Durante il seminario, con il suo piglio appassionato, Joe Dispenza ci ha spiegato ampiamente i fondamenti teorici della trasformazione e poi ci ha guidato sapientemente in una serie di meditazioni che ci hanno permesso di entrare in uno stato di
“vuoto”, un luogo di potenziale infinito dove la realtà può essere modificata. In quel momento, la materia e l’energia si sono fuse, e ci siamo resi conto che il nostro corpo, le nostre emozioni e i nostri pensieri sono interconnessi e in grado di modificarsi a livello profondo. Con il supporto della scienza e delle sue scoperte, Dispenza ci ha mostrato come le emozioni non solo influenzino la nostra salute mentale, ma possano alterare il nostro stato fisico. Le meditazioni ci hanno permesso di rigenerare le nostre cellule, di stimolare la produzione di neurotrasmettitori benefici e di entrare in contatto con il “campo quantico” che offre infinite possibilità di cambiamento. Abbiamo vissuto un’esperienza trasformativa: meditato, ballato, riso e pianto insieme. Questa esperienza ha colmato noi, e gli altri 8000 partecipanti, di ispirazione e della consapevolezza che possiamo essere attori del cambiamento nelle nostre vite.
Ciò che contraddistingue Joe Dispenza è la sua capacità di integrare la scienza con la spiritualità, esplorando i confini tra il fisico e il metafisico.
L’aspetto innovativo del suo lavoro è legato all’applicazione di studi scientifici medici, neurologici e fisici per spiegare come la mente e le emozioni influenzino il corpo e l’ambiente circostante e quindi la materia della nostra vita a tutto tondo. “Dove va la tua attenzione… va la tua energia!”, ama ricordare Dispenza. Gli studi che ha portato avanti, in collaborazione con istituti scientifici e università, hanno dimostrato come la mente umana, attraverso il potere del pensiero e della meditazione, possa alterare la biologia del corpo, creando cambiamenti duraturi nelle cellule e nei circuiti cerebrali. Tali teorie si sono connesse con le scoperte scientifiche dell’HeartMath Institute, che ha identificato i benefici della “coerenza cardiaca”. Secondo gli studi dell’istituto californiano, aperto nel 1991 dal Dottor Childre, il cuore non è solo un organo che pompa sangue, ma è anche un potente centro energetico, con oltre 40’000 neuroni, capace di influenzare la nostra mente e il nostro corpo. Dispenza ha abbracciato questa visione, integrandola nel suo lavoro e mostrando come l’allineamento tra il cuore, la mente e il corpo sia fondamentale per la guarigione e il raggiungimento di uno stato di benessere duraturo. Le ricerche di Joe Dispenza, infatti, mostrano che attraverso pratiche come la meditazione, le persone sono in grado di modificare la loro fisiologia, eliminare blocchi emotivi e fisici e attivare un processo di auto-guarigione. I suoi studi si basano su casi concreti di persone che, dopo aver seguito il suo programma, sono riuscite a guarire da malattie croniche, migliorare le proprie capacità cognitive e raggiungere uno stato di equilibrio emotivo.
La Missione di Joe Dispenza. Joe Dispenza ha scritto numerosi libri che sono diventati best-seller internazionali, contribuendo a diffondere il suo messaggio di trasformazione personale. Tra i più conosciuti ci sono “Evolvi il tuo Cervello” (2007), “Cambia l’Abitudine di Essere Te Stesso” (2012), Tu Sei il Placebo (2014) e “Diventa Chi Sei” (2017), nei quali esplora l’interconnessione tra il cervello, la mente e la realtà fisica. Questi libri non sono solo teorie, ma offrono anche pratiche quotidiane e meditazioni guidate per aiutare le persone a sperimentare i cambiamenti nella loro vita. Oltre ai suoi libri, Dispenza ha sviluppato un vasto programma di meditazioni innovative, che vengono utilizzate da milioni di persone in tutto il mondo per favorire il benessere fisico, mentale ed emotivo. Queste tecniche si concentrano sulla modifica dei pensieri, sull’auto-riparazione del corpo e sulla connessione con il campo quantico, quel campo invisibile che contiene tutte le potenzialità infinite per la nostra vita.
Un modo diversi di vedere la vita e il potere personale. Le sue ricerche scientifiche, unite alla sua visione spirituale, offrono una nuova prospettiva sulla vita e sul potenziale umano. Joe Dispenza, oggi è considerato uno dei leader mondiali della trasformazione personale. Libera da dogmi religiosi ed esoterici, la sua capacità di combinare scienza e spiritualità ha creato un’esperienza unica che invita a prendere in mano le briglie della propria vita. Con le sue meditazioni, Joe Dispenza ha insegnato a milioni di persone come guarire, rigenerarsi e trasformare la propria realtà. In un mondo sempre più complesso, dove lo stress e l’ansia portano molti a vivere in uno stato di sopravvivenza invece che a prosperare, l’incontro con la sua filosofia rappresenta una via per tornare alla semplicità, alla connessione e alla pace interiore. Joe Dispenza ci ricorda che, se siamo in grado di comprendere come funzioniamo, possiamo riprendere in mano il nostro destino e creare la vita che desideriamo.
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