VANGO
L’EREDE INVISIBILE
Ma il mio cuore è come un pianoforte di valore inestimabile chiuso a doppia mandata, di cui si è persa la chiave.
Anton Čechov
NEL VOLUME PRECEDENTE...
1918. A tre anni Vango viene depositato dal mare su una spiaggia delle isole Eolie, in Sicilia, insieme a Mademoiselle, la sua bambinaia, che finge di non ricordare nulla del loro passato. Vango cresce lì, al riparo dal mondo, arrampicandosi su per le falesie circondato dagli uccelli in volo.
A dieci anni scopre, abbarbicato su un’isola vicina, il “monastero invisibile”, che il monaco Zefiro ha fondato per proteggere qualche decina di uomini dalle dittature o dalle mafie che li braccano. Vango riesce a farsi accettare dalla comunità e comincia a vivere tra la sua isola e il monastero. Ma quattro anni dopo, quando annuncia a padre Zefiro che intende farsi monaco, questi lo allontana affinché possa scoprire il mondo prima d’impegnarsi.
Per questo il ragazzo trascorre l’intero 1929 come membro dell’equipaggio del dirigibile Graf Zeppelin, al seguito del capitano Hugo Eckener, e a bordo incontra Ethel, una ragazzina che viaggia insieme al fratello. Appena gettato nel mondo, come se il suo destino lo attendesse al varco, Vango si sente inseguito da forze sconosciute che vogliono a tutti i costi la sua morte e che lo allontanano per lungo tempo da Ethel.
Qualche anno dopo, proprio quando sta per essere consacrato sacerdote, ai piedi della cattedrale di Parigi, Vango viene accusato di un crimine che non ha commesso. E la sua folle corsa ricomincia. Il commissario Boulard e i suoi uomini si uniscono al folto numero di inseguitori. Ormai il ragazzo è costretto a vivere un’esistenza da fuggitivo attraverso l’Europa, cercando nelle proprie origini le ragioni di quell’odio profondo che lo incalza senza sosta.
Dal canto suo, padre Zefiro ha lasciato il monastero e combatte contro il mercante d’armi Voloï Viktor, per mantenere una promessa fatta a tre amici vent’anni prima nelle trincee di Verdun.
In questo inarrestabile vortice, Vango finisce per scoprire il dramma che da bambino l’ha portato suo malgrado in Sicilia: a bordo della loro nave, al largo delle isole Eolie, i suoi genitori sono stati uccisi da tre uomini comandati da un certo Cafarello. Solo Vango e la sua bambinaia sono sopravvissuti. Dopo avere tradito i complici e affondato l’imbarcazione, Cafarello è poi scomparso con la parte più consistente di un misterioso tesoro che viaggiava con la famiglia.
Per riuscire finalmente a svelare il più grande segreto della sua vita, Vango riparte alla ventura.
PRIMA PARTE
CAPITOLO 1
All’inizio di tutto
Lakehurst, New Jersey, 1° settembre 1929
Un rettangolo di grano schiacciato creava per loro un letto a baldacchino.
Erano sdraiati l’uno accanto all’altra. I quattro lati di quel letto erano drappeggiati con l’oro delle spighe. Tutt’intorno, nei campi sconfinati, stavano ben dritte sotto il sole. Si vedeva il dirigibile, posato a terra a due chilometri di distanza, simile a una goccia d’argento caduta in mezzo all’erba.
Lei poteva avere dodici anni e lui quattordici. Lei l’aveva inseguito correndo in mezzo alle spighe che si richiudevano alle loro spalle.
“Vattene!” gridava lui.
Lei non capiva dove stesse andando il ragazzo.
E ora erano rannicchiati per terra, viso contro viso. Lei piangeva.
“Ci dobbiamo nascondere? Perché?”
Vango posò due dita unite sulla bocca di Ethel.
“Zitta… È qui. Mi segue.”
Le spighe non frusciavano nemmeno. Il silenzio era assoluto. Ma c’era nell’aria quella nota continua dell’estate, quella nota grave che si potrebbe chiamare il rumore del sole. Vango aveva uno sguardo folle negli occhi.
“Dimmi cosa succede…” mormorò lei.
La terra arida beveva il filo sottile delle lacrime di Ethel.
“Non c’è nessuno… Non ti riconosco più, Vango. Ma che cos’hai?”
Ethel conosceva il ragazzo da appena venti giorni, ma le sembrava che quell’incontro fosse all’inizio di tutto, come se nella sua intera vita non avesse mai conosciuto nessun altro.
Venti giorni. Un’eternità trascorsa insieme. Quei venti giorni non erano forse bastati a fare il giro del mondo?
Avevano dimenticato gli altri passeggeri del Graf Zeppelin, la folla a ogni scalo, i giornali di tutto il pianeta che parlavano dell’avventura del grande dirigibile, la bianca pioggia dei flash al magnesio che cadeva su di loro…
Per i due ragazzini era come avere volato soli per tutto quel tempo. Da New York alla Germania, poi senza scalo fino al Giappone. Dopo cinque giorni passati a perdersi in tutta Tokyo, in tre giorni avevano scavalcato il Pacifico, circondati da uno sciame di piccoli aerei avevano sorvolato la baia di San Francisco al calar del sole, erano stati osannati a Los Angeles e Chicago, e infine erano atterrati a Lakehurst, vicino a New York.
Era necessaria per lo meno una vita per fare tutto ciò, di solito. O magari due vite incollate l’una all’altra?
“Ti supplico…” mormorò lei con un filo di voce. “Dimmi di cos’hai paura. Posso aiutarti.”
Vango posò di nuovo la mano aperta sulle labbra di Ethel. Aveva appena sentito un piccolo scatto, simile al clic di un’arma che viene caricata.
“È lì.”
“Chi?”
Ethel ricadde piano sulla schiena.
Vango non era più lo stesso.
Tre settimane prima loro due non si conoscevano nemmeno. Era successo nel cielo di New York, la prima notte di viaggio. Ethel avrebbe tanto voluto essere ancora là e rivivere quei momenti per l’eternità, un secondo dopo l’altro, a partire dalle prime parole: “Ma tu non parli mai?”.
Ovviamente lei non aveva detto niente, era quella la sua risposta a tutte le domande del mondo, da cinque anni a quella parte. Si era sporta dal finestrino con il bicchiere d’acqua che aveva in mano. In quel momento erano cento metri al di sopra dei grattacieli più alti. La notte verticale splendeva sotto di loro. Ethel non provò nemmeno a capire chi le avesse rivolto la parola.
“Ti ho vista con tuo fratello”, disse il ragazzino. “Non dici mai una parola. Però lui è sempre molto premuroso con te.”
Stavolta girò la testa, il ragazzo scoprì un paio di occhi verdi che lo fissavano.
Tutti gli altri passeggeri dormivano. Lei era uscita dalla cabina per andare a bere un bicchiere d’acqua e aveva trovato quel ragazzino, seduto nell’ombra, nella piccola cucina del dirigibile. Stava pelando patate. Doveva essere l’aiutante del cuoco.
Ethel andò verso la porta per tornare in cabina e lo sentì dire, per l’ultima volta: “Se vuoi, io sono qui. E qui resto. Se non riesci a dormire, io mi chiamo Vango”.
Quelle ultime parole, così strane, la trattennero. Le ripeté fra sé e sé.
Ma se poi mi addormento, lui continuerà a chiamarsi Vango? pensò. Lo guardò ancora, suo malgrado. Notò che pelava quelle patate come se fossero pietre preziose, con otto faccette perfettamente identiche. E vide, in particolare, che
quel ragazzo non somigliava a niente e nessuno che lei conoscesse. Uscì dalla piccola stanza.
Lo zeppelin era già lontano dalla costa. Manhattan ormai era solo un luminoso ricordo nel cielo.
Vango disse: “Sai, anch’io ho pronunciato pochissime parole, nella mia vita. È il tuo silenzio che mi rende chiacchierone”.
A lei sfuggì un sorriso che la tradì.
Perché, sì, era tornata in cucina, qualche minuto dopo. Si era seduta su una cassa, come se non l’avesse nemmeno visto. Il ragazzo stava canticchiando qualcosa in una lingua sconosciuta.
Vango non ricordava neanche più cosa le avesse raccontato per riempire la notte. Ma non aveva smesso di parlare fino al mattino. Forse era partito dalla patata che aveva in mano. Bollita, saltata, arrostita, grattugiata, schiacciata, la patata lo meravigliava sempre. A volte la faceva addirittura cuocere in un guscio d’argilla che poi rompeva con un sasso, come se fosse un uovo. Dalla patata era dunque rotolato con sicurezza verso l’uovo, poi verso il pollo e tutto ciò che popola l’aia, profuma l’orto o il magazzino delle spezie, cade dagli alberi da frutto con un rumore d’autunno. Aveva parlato delle caldarroste che esplodevano, dello sfrigolio dei funghi in padella. Lei ascoltava. Le aveva fatto annusare il vaso con le bacche di vaniglia. E aveva sentito il primo suono uscito dalla sua bocca, quando la ragazza aveva accostato il viso per inspirare. Era stato come il gemito sottile di un bambino che si gira nel sonno.
Si erano perfino guardati per un secondo, in silenzio. Lei sembrava sorpresa.
Perciò Vango continuò. Più tardi si accorse che il mazzetto di stecche di vaniglia aveva fatto inumidire gli occhi della
ragazza, e che perfino l’odore un po’ acre del lievito sull’asse per impastare faceva lievitare qualcos’altro nei suoi ricordi.
La vedeva incrinarsi.
L’indomani, mentre superavano il trentacinquesimo meridiano, Ethel aveva detto la sua prima parola: “Balena”.
E in effetti sotto di loro c’era un’isola bianca che andava alla deriva e che neppure i piloti dello zeppelin avevano visto. Un’isola bianca che diventava grigia quando si sollevava dalla spuma del mare.
Dopo quella parola ci furono “pane e burro”, poi “Vango” e altre parole del genere, suoni di quelli che riempiono gli occhi e la bocca. Il tutto durò quasi due settimane. Ethel sentiva tornare la vita, come si recupera la vista. Suo fratello Paul, seduto a tavola con gli altri passeggeri, la guardava guarire. Non sentiva il timbro grave della voce di Ethel dalla morte dei loro genitori.
Ma durante quel giro del mondo, poco prima di lasciare il Giappone, il 21 agosto, nello sguardo di Vango lei vide incrinarsi qualcosa. Che cos’era successo quella sera?
Ethel si ricordò di colpo che i sogni avevano una fine.
In quel momento, invece, erano sdraiati in quella gabbia fatta di grano e di sole. Avrebbero dovuto sentirsi così vicini, entrambi, essendo finalmente tanto lontani da tutti gli altri, quel mattino. Ma lei percepì soprattutto il tremore della mano di Vango quando avvicinava eroicamente la propria.
“Il pallone sta per partire. Bisogna proprio che tu vada”, le sussurrò Vango.
“E tu?”
“Ti raggiungo dopo.”
“Io resto con te.”
“Vai.”
Lei si alzò di scatto. Vango la prese per un braccio.
“Cammina stando bassa verso la prima fila di spighe, là in fondo. Poi corri fino allo zeppelin.”
“Che cos’è?”
Un oggetto era scivolato per terra, dietro Vango.
Lui lo raccolse e se lo rinfilò nella cintura, dietro la schiena. Era una rivoltella.
“Ma sei impazzito?” chiese Ethel.
Vango avrebbe preferito esserlo davvero. Avrebbe tanto voluto che fosse tutta un’invenzione della sua fantasia. Che il nemico invisibile che aveva tentato di ucciderlo tre volte nell’ultima settimana non fosse mai esistito e che i capelli di Ethel potessero spazzar via tutte le ombre che lo circondavano, in agguato.
Ethel allontanò le mani dalle sue, indietreggiò appena e mormorò: “Me l’hai promesso. Te ne ricorderai?”.
Lui fece segno di sì con la testa, gli occhi persi chissà dove. La ragazza scomparve nella foresta di grano.
Camminava da una decina di minuti, con i capelli incollati alle guance e davanti agli occhi, quando sentì due colpi di arma da fuoco, lontani, alle spalle. Si voltò. La distesa d’oro era immobile, come il mare con la bassa marea. Ethel non riusciva nemmeno più a capire da dove fosse partito, o da dove provenisse quel rumore.
Dalla parte opposta, l’urlo della sirena del dirigibile la chiamava. Ethel fece un giro su se stessa. Non riusciva a decidere cosa fare, ma poi, ripensando allo sguardo supplichevole di Vango, si rimise in cammino verso lo zeppelin.
La voce del comandante Eckener faceva vibrare i vetri della cucina.
“Dov’è il Piccolo? Che fine gli avete fatto fare?”
Il cuoco Otto Manz si strinse nelle spalle e fece scomparire tutti i menti nel collo. Si lamentò: “A mezzanotte era qui, e mi stava preparando una salsa. Assaggi un attimo questo”.
E tese un cucchiaio di legno fumante, che Hugo Eckener respinse con un gesto brusco.
“Non sto parlando delle sue salse! Le ho chiesto dov’è Vango.”
La cucina si trovava nella parte anteriore del dirigibile. Il gigante di tessuto già tendeva gli ormeggi. Si stava apprestando a lasciare l’America. Al suo interno si sarebbero potute mettere in fila dieci caravelle come quelle di Cristoforo Colombo.
Un ufficiale pilota apparve in quel momento sulla porta.
“Mancano ancora due passeggeri.”
“Chi sono?” ruggì Eckener.
“Una è mia sorella, Ethel”, rispose un giovane sui vent’anni, entrato alle spalle dell’ufficiale.
“Questa non è una colonia per le vacanze, in nome di Dio! È il primo giro del mondo in volo! E abbiamo già accumulato un’ora di ritardo. Ma dove sono quei due ragazzini?”
“Laggiù!” esclamò il cuoco guardando fuori dal finestrino.
Ethel si era appena fatta largo tra la folla che circondava il pallone. Suo fratello Paul si precipitò verso il vetro. Ethel era sola.
“Fatela salire!” ordinò il comandante.
Per issare a bordo la ragazzina le tesero le mani, perché la scala d’accesso era già stata ritirata. Paul l’accolse sulla soglia del dirigibile.
“Ma dove ti eri cacciata?”
Ethel affondò le mani in tasca e guardò il fratello. Si sentiva in equilibrio precario su uno stretto passaggio. In quell’istante poteva decidere di ripiombare nella bolla di silenzio in cui era vissuta prima di Vango, ma poteva anche avventurarsi da sola lungo un cammino tutto nuovo.
Paul coglieva la vertigine della ragazzina e la guardava come se fosse una gatta in movimento su un fragilissimo tetto a vetri, che non si osa neppure chiamare.
“Stavo facendo una passeggiata”, rispose Ethel.
Eckener spuntò in quel momento.
“E Vango?”
“Non lo so”, rispose Ethel. “Non sono mica la sua guardiana. Perché, Vango non è qui?”
“No, non è qui!” sbottò il comandante. “E non ci sarà mai più. Partiamo.”
“Non vorrà partire senza il ragazzo…!”, intervenne il cuoco.
“Il ragazzo è licenziato. Fine della storia. Ce ne andiamo…”
A Eckener si era spezzata la voce. Ethel distolse lo sguardo. Gli ordini rimbalzarono verso la cabina di pilotaggio. Otto Manz si lasciò cadere contro il tramezzo.
“Vango? Non sta parlando sul serio, vero?”
“Perché, ti sembra che stia scherzando?” sbraitò Eckener, con le sopracciglia scarmigliate.
Il cuoco, che aveva ancora in mano il cucchiaio di legno, disse, quasi strozzandosi: “Almeno assaggi la sua salsa…”.
Come se il gusto del tartufo potesse in qualche modo capovolgere il destino. Ma Eckener era già sparito. Fu allora che si sentì risuonare la voce di Kubis, il direttore di sala: “Eccolo”.
Ethel schizzò in corridoio, verso la sala da pranzo. Spinse via i passeggeri accalcati davanti alla finestra. Scandagliò con lo sguardo tutto il prato, affollato di soldati e curiosi.
“Eccolo là!” ripeté Kubis, guardando dalla finestrella accanto.
Ethel vide allora, poco distante, un uomo che correva sbracciandosi.
“È il signor Antonov.”
Anche Boris Petrovitch Antonov mancava all’appello.
“È ferito.”
L’uomo si era avvolto un fazzoletto intorno al ginocchio e zoppicava.
Stavolta fu rimessa al proprio posto la scala di legno bianco per farlo salire a bordo. Il ritardatario spiegò che era scivolato in una tana di volpe mentre si allontanava per scattare una fotografia.
Non staccava gli occhi da Ethel.
Boris Antonov portava un paio di occhialini con la montatura in filo metallico e aveva un incarnato cereo. Viaggiava in compagnia del dottor Kakline, uno scienziato russo, inviato ufficiale di Mosca con l’incarico di sorvegliare la traversata dell’Unione Sovietica. Quindici giorni prima, Eckener aveva deciso di aggirare da nord la città di Mosca, dove decine di migliaia di persone aspettavano invano. Il dottore Kakline era andato decisamente fuori dai gangheri, ma ci voleva ben altro per smuovere Hugo Eckener.
Ora Kakline si stava occupando del compatriota Antonov. Non aveva neppure degnato di uno sguardo il ginocchio, che aveva la medicazione provvisoria macchiata di sangue. No, lo stava assillando di domande a mezza voce. Kakline aveva l’aria piuttosto soddisfatta degli esiti di quella sua avventura. Continuava a ripetere: “Da, da, da…” e pizzicottava la
guancia di Boris Antonov come avrebbe fatto con un bravo soldato.
Tutti i viaggiatori sentirono la spinta del decollo. Era il momento più emozionante. L’istante in cui il naviglio volante si allontanava dalle grida della folla e guadagnava poco a poco la quota del silenzio, nell’aria.
Il vecchio Eckener era seduto sulla sua poltroncina di legno a tribordo, vicino alle vetrate della cabina di pilotaggio. Gli occhi azzurri erano offuscati da un velo di tristezza. Stava pensando a Vango, quel ragazzino di quattordici anni che ormai da un anno, quasi, viveva a bordo del suo Graf Zeppelin. Il comandante aveva indovinato quasi subito il destino inafferrabile del Piccolo, come lo chiamava lui. Ma non aveva potuto evitare di affezionarglisi. Fin dall’inizio aveva temuto l’arrivo del giorno in cui Vango si sarebbe volatilizzato.
Eckener non toglieva gli occhi dalla distesa dorata, a terra. Il dirigibile era già a duecento metri di quota. Si era lasciato alle spalle il formicaio degli hangar di Lakehurst e ormai non c’era altro che campi di grano. Quando finalmente, sotto di sé, vide la bruma leggera, la distesa gialla, la corsa di un bambino fra le spighe, Eckener ritrovò il sorriso. E mise da parte quell’immagine, insieme a tutte le altre… Il Sahara, che si getta nell’oceano dall’alto delle falesie, i riquadri ordinati e perfetti dei giardini di Hokkaido, in Giappone, la luna piena sulle foreste nere della Siberia. Ogni volta un miracolo. Era come se la mietitura fosse stata dimenticata per tutta l’estate, solo per rendere possibile la vista del solco tracciato da un bambino che correva sotto il pallone fendendo quel mare di grano.
Ethel era nella sua cabina. Appollaiata sul davanzale della finestra, non toglieva gli occhi da quel puntino in mo-
vimento sul terreno, sotto di lei. Aveva appoggiato le mani al vetro. La corsa folle del puntino blu perdeva lentamente terreno rispetto all’ombra del pallone. Con il cuore che batteva all’impazzata, Ethel si sporgeva sempre di più per non perderlo di vista.
“Vango”, sussurrò.
Nello stesso momento, dietro il tramezzo, nella cabina accanto, il dottor Kakline lasciò cadere di colpo la coppa di champagne che aveva in mano.
Il cristallo esplose in mille frammenti contro l’angolo di una mensola. E il rumore fece scattare in piedi anche il compagno Antonov, che gli stava accanto.
“Sei assolutamente sicuro di ciò che mi hai appena detto?” mormorò Kakline, socchiudendo la finestra.
“Perché?” si informò Boris Antonov.
“Ti ho fatto una domanda”, disse Kakline, che teneva gli occhi fissi sul terreno, più sotto.
Boris cominciò a farfugliare: “Io… Io non ho avuto tempo di andare proprio fino al corpo. Ma…”.
“Cosa?”
“Be’, l’ho visto cadere.”
“Non hai verificato?”
“Lo zeppelin sarebbe ripartito senza di me…”
Il puntino blu scomparve. Kakline strinse i denti.
“Incapace!”
Spossato, le gambe molli per la corsa attraverso il campo, Vango si fermò. Si chinò in avanti e mise le mani sulle ginocchia, senza fiato. Il ronzio dei motori continuò ad allontanarsi. Vango si raddrizzò lentamente. E non abbandonò più con gli occhi l’orizzonte, finché non fu tornato il silenzio.
Il cadavere del Blue Comet
Nello stesso luogo, sette anni più tardi, maggio 1936
Al posto dei campi di grano c’erano alcuni depositi già arrugginiti, ma Vango riconobbe la terra nera che gli scorreva tra le dita. Si era accovacciato nel punto preciso in cui aveva visto scomparire Ethel, anni prima.
La sua fuga era cominciata lì.
Sette anni dopo, continuava a ignorare il volto dei suoi nemici.
Non si era ancora fatto giorno. Il ragazzo era arrivato a New York via mare, la sera prima, con un biglietto di terza classe. Era subito corso verso Lakehurst, dove si sarebbe posato per la prima volta l’Hindenburg, il nuovo mostro volante di casa Zeppelin. Vango voleva parlare con Hugo Eckener.
Esistono uomini la cui agenda viene affissa a lettere cubitali sui chioschi delle edicole. Per sapere dove trovarli, basta ascoltare gli annunci degli strilloni che vendono i giornali per strada: “Eckener a New York con il suo Hindenburg! Comprate il Post!”.
Arrivato dalla Sicilia, Vango aveva preso la nave a Le Havre insieme a Ethel. La ragazza si era separata da lui per raggiungere la Scozia allo scalo di Southampton. Vango, invece, era partito per l’America.