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tondi orizzonti

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Luigi dal cin

ORIZZONTI tondi

emigranti italiani nel mondo

ILLUSTRAZIONI DI

cristiano lissoni

Come facciamo a vivere senza le nostre vite? Come sapremo di essere noi senza il nostro passato? […] Come sarà non conoscere la terra che c’è fuori dalla porta? Come sarà svegliarsi in piena notte e sapere… e sapere che il salice non c’è? Si può vivere senza il salice? No, no che non si può. Il salice sei tu.

John Steinbeck, Furore

Ricordare non è forse, collegandosi prima al passato, diventare più PRESENTI alla realtà e, allo stesso tempo, affrontare il futuro in modo più efficace? Come se la memoria avesse la funzione di farci ESSERE di più. Il che equivale a essere più connessi. A partecipare di più. Sostenere la nostra identità, senza la quale la coscienza non è possibile, è davvero il perno della nostra vita interiore. E, in quanto tale, costituisce un miracolo permanente.

Georges Haldas, A la recherche du rameau d’or

Alzo lo sguardo dal foglio bianco.

Raccontare la storia dell’emigrazione italiana, a partire dalle dieci nazioni in cui gli italiani sono emigrati in maggior numero.

Una nuova audace impresa.

Per riportare altre storie a casa loro.

Fisso la pila di lettere che ho qui sulla mia scrivania.

Sono 103 lettere custodite da altrettante buste azzurro chiaro, con incollato un francobollo canadese ed evidenti scritte par avion-via air mail-correo aereo

Sono 103 lettere di carta leggera, perché il prezzo del francobollo si pagava a peso.

Sono le 103 lettere che mia zia Wilma, sorella di mio padre, nata nel 1929, scrisse da Toronto, Canada, dove era emigrata.

Sono le 103 lettere indirizzate a sua madre Elda Palù, mia nonna, a suo papà Lorenzo Dal Cin, mio nonno, e a suo fratello più piccolo Renzo, nato nel 1936, che poi sarebbe diventato mio padre.

La prima lettera è datata sabato 9 aprile 1955 ed è stata scritta sul piroscafo Arosa Star, l’ultima datata venerdì 23 dicembre 1955, scritta due giorni prima della tragedia che la colpì e che segnò di ulteriore dolore la mia famiglia.

Wilma e Renzo avevano infatti un fratello maggiore, Luigi, nato nel 1925.

Mio zio, quindi, si chiamava Luigi Dal Cin, come me.

Guardo una sua fotografia.

È maggio 1941, c’è scritto dietro, calligrafia elegante, inchiostro nero.

Ha sedici anni, è in posa davanti alla porta della casa dei miei nonni, la riconosco. Ha i calzoncini corti, le gambe magre.

Tiene un fucile tra le braccia.

Non è un giocattolo, è un fucile vero.

È serio.

Aveva i capelli rossi e le lentiggini.

Come me.

Solo che a diciott’anni lui fu obbligato dai nazifascisti a partire soldato, sotto la brutale minaccia di incendiare la casa di mio nonno.

Costretto a combattere dalla parte sbagliata, durante un bombardamento si unì ai partigiani – a Bibbiano, in provincia di Reggio Emilia – che volevano invece un’Italia democratica e libera dall’oppressione del regime fascista.

Fu catturato e, su condanna del tribunale militare nazifascista, fucilato senza pietà nel campo sportivo di Parma, il 9 maggio 1944.

Era un ragazzo.

Aveva solo diciott’anni.

La sua uccisione ha talmente segnato di dolore la mia famiglia che io, in ricordo, porto il suo stesso identico nome: Luigi Dal Cin.

Guardo una sua fotografia, e penso al desiderio di vita, libertà, giustizia, pace per cui, ancora ragazzo, è morto Luigi Dal Cin.

E penso che, oggi, quel desiderio di vita, libertà, giustizia, pace è lo stesso desiderio di vita, libertà, giustizia, pace che mi spinge a scrivere queste parole su questo foglio bianco.

E poi tutte le prossime parole con cui riempirò i prossimi fogli.

E sento che con queste parole, mai scritte prima, ho appena riportato mio zio Luigi Dal Cin a casa sua.

Come in quei racconti irlandesi dove i fantasmi vagano afflitti e sospesi, finché qualcuno, pronunciando il loro nome, finalmente li rende liberi.

Ora sapete tutto.

No.

Quasi tutto.

Mia zia Wilma era bella, gentile, dolce, intelligente, generosa, divertente. In paese, a Codognè, gli anziani usano queste parole quando mi parlano di lei.

Mi dicono che aveva molti pretendenti, ma non si era mai fidanzata, non si era innamorata di nessuno di loro.

Guardo una sua fotografia.

È datata dicembre 1955, c’è scritto dietro, inchiostro nero.

La stessa calligrafia elegante nella foto di mio zio Luigi, è la scrittura della loro mamma.

Wilma lì aveva 26 anni.

È seduta dietro un tavolino di legno bianco, in un giardino. Sullo sfondo una foresta di betulle.

È in Canada.

È davvero bella. Ride.

Undici anni dopo il dramma della fucilazione di mio zio Luigi, mancando il primogenito che aiutasse mio nonno e mia nonna a tirare avanti, mia zia Wilma, a 26 anni, è emigrata da sola in Canada per lavorare e inviare soldi alla famiglia, che ne aveva bisogno.

Wilma lavorava otto ore al giorno, imbustando pezzi di carne che poi venivano venduti nei negozi al dettaglio.

Ho letto con grande emozione tutte le lettere di mia zia Wilma. Poi le ho trascritte.

In queste pagine ne riporterò alcuni stralci.

Quelle parole sono un battito di cuore. Il suo, il mio, quello della mia famiglia.

Una nuova audace impresa.

Il Canada è una delle dieci nazioni dove gli italiani sono emigrati in maggior numero.

Riportare le parole di Wilma è un modo per raccontare l’impatto che può avere l’esperienza migratoria nel cuore di una ragazza di 26 anni, nata e cresciuta nella campagna trevigiana, che parte da sola per andare a lavorare a Toronto, la città più popolosa del Canada, senza conoscere una parola d’inglese.

Ma sento che questo è un modo per riportare anche Wilma Dal Cin a casa sua.

LIBERTÀVIAGGI e

Wilma partì giovedì 7 aprile 1955 dal porto di Genova a bordo dell’Arosa Star, un transatlantico che collegò l’Europa al Canada tra il 1952 e il 1958.

Ecco cosa descrive del viaggio per mare nelle sue prime lettere indirizzate ai genitori, Elda e Lorenzo, miei nonni, e al fratello Renzo, mio padre, che allora aveva solo 18 anni.

Arosa Star, in alto mare, sabato 9 aprile 1955. Mamma adorata, papà e Renzo, eccomi a bordo della Arosa Star. Vi ho scritto soltanto ora perché a dirvi il vero ho traballato un poco a bordo di questa carcassa. Siamo partiti giovedì alle ore 20; quando la nave ha staccato l’ancora mi sono sentita stringere il cuore, poco lontana dalla nostra Arosa c’era l’Andrea Doria sfavillante di luci, in verità molto diversa dalla nostra; per dirvi qualcosa pesa solo 13.000 tonnellate e quindi è fatale che si balli. La sera del giovedì mi sono coricata presto perché avevo le ossa a pezzi (con me ci sono due ragazze trevigiane in verità molto simpatiche ed una signora friulana sposata per procura) venerdì mattina è incominciato il bello, tutte e quattro abbiamo incominciato a stare male, ad avere sforzi di vomito e così fino alle ore 15. I camerieri ci hanno portato in cabina pane e questo è stato il nostro pranzo. Poi, quando le gambe ci hanno sorretto, siamo salite in coperta ed abbiamo preso un poco d’aria. […] E tu mamma cara? Ti sei abituata un poco? Senti molto la mia mancanza? Ti penso sempre e vorrei tu fossi qui vicina a me. Ti penso tanto tanto. A Renzo e papà tanti bacioni, a te tutto il mio bene ed un abbraccio forte forte, mi raccomando non preoccuparti perché sto bene.

La navigazione in aperto oceano continua per giorni e giorni, e Wilma descrive le conseguenze del mare agitato.

Arosa Star, oceano, sabato 16 aprile 1955. Mamma adorata, papà e Renzo, vi scrivo dal solito bar dell’Arosa Star, intorno a me c’è molta gente, facce sparute, pallidissime di portoghesi che soffrono il mal di mare; io, invece, già veterana del mare sto bene, il mare è abbastanza agitato e le onde arrivano alle finestre della prima passeggiata, di tanto in tanto volano bicchieri, posa-ceneri ecc. non avete idea di quanta roba si rompa qui e con quanta facilità. In questi giorni sono stata a letto la mattina perché le onde andavano ad una altezza impressionante. Ma ormai siamo quasi alla fine, mercoledì sera o giovedì mattina sbarcheremo ed allora finirà anche questo divertimento.

Infine l’arrivo, e le emozioni contrastanti che suscita la vista di una nuova terra e la speranza di una nuova vita.

Arosa Star, Golfo di S. Lorenzo, 20 aprile 1955, ore 13. Mamma adorata, papà e Renzo, il momento fatidico è giunto, fra 6 ore circa sbarcheremo a Quebec, i passeggeri qui a bordo sono in grande agitazione, c’è chi canta di gioia e chi piange perché ora incomincia il bello, cioè il lavoro.

L’Andrea Doria sfavillante di luci, che Wilma ammira con un pizzico di invidia nel porto di Genova, naufragherà un anno dopo inghiottita dalle acque al largo dell’isola statunitense di Nantucket. Perché sulla via per l’America non tutti ce l’hanno fatta.

Erano tempi in cui chi emigrava in America doveva salire su una nave, e non poteva sapere se la sua mano avrebbe toccato la dorata costa della terra del sogno o il fondo nero dell’abisso. Tempi in cui chi emigrava nascondeva nell’animo lo stesso terrore che l’immenso oscuro oceano, fin dalla notte dei tempi, ha suscitato in ogni viandante del mare.

Le Colonne d’Ercole sempre lì davanti, pronte a maledire il folle volo dell’eroe che avesse osato il superbo ardire di superarle; i mostri marini sempre là sotto, a vagare affamati di navi, ingordi di vite umane da inghiottire.

L’emigrazione italiana immolò il dono sacrificale più tragico della propria Storia proprio sulla via per l’Argentina.

QUASI TUTTO IN ARGENTINA PUÒ

ESSERE COLLEGATO

AGLI ITALIANI

A scriverlo è Luigi Einaudi: “L’Argentina sarebbe ancora un deserto, le sue città un impasto di paglia e fango senza il lavoro perseverante, senza l’audacia colonizzatrice, senza lo spirito di intraprendenza degli italiani. Figli d’Italia sono stati coloro che hanno creato il porto di Buenos Aires, che hanno colonizzato intere province vaste come la Francia e l’Italia; sono per nove decimi italiani quei coloni che hanno dissodato l’immensa provincia di Santa Fé, dove ora si diparte il grano che inonda i mercati europei; sono italiani coloro che hanno intrepidamente iniziato la coltura della vite sui colli della provincia di Mendoza, sono italiani moltissimi tra gli industriali argentini, e italiani i costruttori e gli architetti dell’America del Sud, e italiano è quell’imprenditore, il quale, emulo degli inglesi, ha costruito sulle rive del Plata per più di mezzo miliardo di opere pubbliche. […] Agli italiani spetta il merito maggiore di avere ivi ideato e costruito, seppure con capitali stranieri, l’ampio porto che costituisce l’orgoglio e la fortuna di Buenos Aires ed è una delle principali opere del secolo; a italiani il vanto di avere trasformato un fangoso fiumiciattolo in un ampio e profondo canale, donde si dipartono le navi che recano la vita ed il movimento nelle più lontane regioni del sistema fluviale Platense”.

RINGRAZIO

LA PROVVIDENZA

Una lunga storia di relazioni quella tra Italia e Argentina, ricca di un’immensa moltitudine

di emigranti, alcuni caduti nell’oblio della Storia e altri, invece, saliti agli onori degli altari.

Uno perfino sull’altare della basilica di San Pietro.

Jorge Mario Bergoglio, eletto papa Francesco, era un gesuita nato a Buenos Aires nel 1936.

Il padre Mario, professione ferroviere, era nato a Torino per poi trasferirsi ad Asti da dove, ventenne, era emigrato in Argentina; la madre, Regina Sivori, un’argentina figlia di un’emigrata piemontese e di un argentino di origini liguri, era invece casalinga, come molte donne a quel tempo.

Scrive papa Francesco nel prologo che apre Spera, la sua autobiografia: “Non so dire quante volte ho sentito raccontare la storia di quella nave che portava il nome della figlia di re Vittorio Emanuele III, destinata anch’essa a una tragica morte, nel lager di Buchenwald, diversi anni dopo, verso la fine di un’altra tremenda guerra. Il Principessa Mafalda. Quella storia la raccontavano in famiglia. La narravano nel barrio. La cantavano le canzoni popolari dei migranti, da una parte all’altra dell’oceano:

‘Dall’Italia Mafalda partiva con un migliaio e più passegger […] Padri e madri bracciavan i suoi figli che si sparivano tra le onde’. I miei nonni e il loro unico figlio, Mario, il giovane uomo che sarebbe diventato mio padre, avevano comprato il biglietto per quella lunga traversata, per quella nave salpata dal porto di Genova l’11 ottobre 1927, con destinazione Buenos Aires. Ma non la presero. Per quanto ci avessero provato, non erano riusciti a vendere in tempo ciò che possedevano. Alla fine, loro malgrado, i Bergoglio furono costretti a scambiare il biglietto, a rimandare la partenza per l’Argentina. Per questo ora io sono qui. Non immaginate quante volte mi sia trovato a ringraziare la Provvidenza Divina”.

La famiglia Bergoglio partì poi con la Giulio Cesare, sempre dal porto di Genova, ed evitò per un soffio il disastroso naufragio.

LA VIA PER

L’ ARGENTINA

“Quando, al termine delle due settimane di navigazione, dopo aver fatto scalo a Villefranche-sur-Mer, Barcellona, Rio de Janeiro, Santos e Montevideo, il piroscafo approdò finalmente nel porto di Buenos Aires, mia nonna Rosa, nonostante un caldo umido che accarezzava i 30 gradi, aveva ancora addosso il bel cappotto con cui era partita. Come s’usava, l’aveva adornato con un collo di pelliccia di volpe e lì, in una fodera interna, tra il cuoio e la seta, aveva cucito tutti i loro averi, ogni loro bene. Continuò a indossarlo, quasi fosse una divisa, anche dopo che furono sbarcati, mentre si addentravano all’interno, risalendo boccheggianti il fiume Paraná per altri cinquecento chilometri, fino a che

non giunsero alla loro meta. Solo allora la luchadora, la lottatrice, così l’avrebbero soprannominata, decise che poteva abbassare la guardia.”

Una grande moltitudine di persone aveva condiviso con loro quel lungo viaggio di speranza.

Accanto, come compagna silenziosa, l’ombra costante della morte. Alcuni morirono per le violente e frequenti epidemie che esplodevano a bordo a causa del sovraffollamento e della scarsa igiene, con i cadaveri che venivano buttati in mare.

Altri, invece, perché l'oceano li trascinò a fondo insieme alla nave.

ITALIA ARGENTINA

Eppure si partiva.

Per miseria, per fame.

“Di peggio di come stavo non mi può capitare. Tutt’al più mi toccherà di patir la fame laggiù come la pativo a casa.

Dighio ben?”, diceva un emigrante in Sull’oceano di Edmondo De Amicis. Chi emigrava affrontava grandi sacrifici per imbarcarsi, dopo essere stato convinto da agenti dell’immigrazione, che passavano nei paesi durante le fiere per presentare l’Argentina come un nuovo paradiso, un Paese di meraviglie e benessere. Retribuiti dalla compagnia di emigrazione per ogni famiglia che riuscivano a convincere a lasciare la propria terra, quegli agenti spesso si dimostravano commercianti senza scrupoli.

Commercianti di esseri umani.

I paesi italiani erano invasi da opuscoli e da false lettere di chi giurava di aver trovato il benessere dall’altra parte del mondo.

Paoletti Vincenza era nata nel 1902 a Ripaberada, un piccolo paese appenninico in provincia di Ascoli Piceno, sposata nel 1926 con Pietro Marini.

L’incremento demografico che interessò tutta l’Italia significava sovrabbondanza di braccia, e l’unica attività diffusa era l’agricoltura, condotta con modalità arretrate. Oltre alla disoccupazione e alla miseria della famiglia, c’era la volontà di sottrarsi allo sfruttamento dei padroni.

Vincenza e Pietro, appena ventiquattrenni, decisero così di sposarsi per affrontare insieme quest’avventura.

Partirono per l’Argentina nel 1926, ritirando dalla banca i pochi risparmi, 300 lire, che sarebbero stati sufficienti appena per il viaggio.

Scesi dalla nave, dove in terza classe erano stati stipati come animali per interminabili giornate di viaggio, i loro sogni cominciarono a svanire incontrando la dura realtà.

L’emigrazione in Argentina era già antica e leggi severe rendevano spesso drammatico l’inserimento nella società. All’Hotel de Inmigrantes a Buenos Aires, che fungeva da principale punto di accoglienza per gli immigrati stranieri, venivano respinte donne senza marito, bambini,

ammalati. E poi, appena fuori, ecco ad aspettarli i caporali malavitosi che offrivano protezione: “Era un’organizzazione chiamata Manonera”, che trovava loro lavoro e abitazione in cambio di un “pizzo”. E chi si rifiutava riceveva minacce violente e rischiava di essere ucciso.

Vincenza e Pietro furono accompagnati in baracche dove vivevano insieme ad altri italiani in una vera e propria comunità chiamata “Piccola Italia”. Pietro lavorava nelle ferrovie, Vincenza come domestica in una casa di persone benestanti.

La vita era dura, il salario basso. La sera erano stanchi e delusi, l’unica consolazione era ritrovarsi insieme. In sei anni nacquero sei figli, ma con l’ultimo parto Vincenza perse la vita proprio perché sfinita e malnutrita. Il suo sogno era sempre stato il rientro in Italia.

Erano i suoi ultimi respiri quando l’ostetrica le chiese che nome volesse dare a sua figlia appena nata.

“Italia Argentina” rispose con un fil di voce, un attimo prima di morire.

LA ALUVIÓN MIGRATORIA

Y EL HOTEL DE INMIGRANTES

Quando il numero di immigranti in arrivo in Argentina cominciò ad aumentare sensibilmente, il governo dello Stato di Buenos Aires decise, nel 1854, di istituire un’apposita Comisión de Inmigración che, per far fronte al problema della prima sistemazione degli immigranti, affittò un locale chiamato l’Asilo de Inmigrantes de Corrientes 8. Il nome derivava dall’indirizzo dell’edificio che fino a poco tempo prima era adibito a officina di un fabbro. L’Asilo, che rimase in attività per circa vent’anni, poteva ospitare circa 200 uomini e 100 donne, ma spesso ne accolse un numero maggiore, in condizioni igienico-sanitarie non certo adeguate. Negli anni Settanta dell’Ottocento gli arrivi di emigranti divennero un’emergenza sanitaria quando si sviluppò una terribile epidemia di colera. Nel 1874, infatti, erano stati individuati diversi asili provvisori per sgravare quello di Corrientes 8 e venne montato un accampamento nel quartiere Palermo che nel gennaio del 1874 ospitò oltre 500 immigranti, creando un assembramento in condizioni igieniche precarie. Una soluzione che sembrava definitiva venne trovata nei locali che servirono all’Esposizione Industriale e Artistica Italiana del 1881. La nuova sistemazione prese il nome di Hotel de Inmigrantes de la calle Cerrito. Nel corso degli anni Ottanta si susseguirono altri locali in appoggio o in alternativa a quelli della calle Cerrito che, per una nuova epidemia di colera e per il costante aumento dei flussi migratori, risultarono presto inadeguati. Bisognerà attendere i primi anni del Novecento perché venga trovata una soluzione definitiva al problema delle strutture di accoglienza nel porto di Buenos Aires con la costruzione dell’Hotel de Inmigrantes, che venne inaugurato nel 1911, durante il picco massimo di quella che ormai era definita una aluvión migratoria. Gli ampi locali, costruiti di fronte ai nuovi moli per lo sbarco dei passeggeri, erano in grado di ospitare 3.000 persone ed erano il risultato di un progetto per la modernizzazione delle strutture del porto, che dovevano essere adeguate all’ormai imponente quotidiano traffico di uomini e merci. Per i giorni di permanenza all’interno dell’Hotel, alle donne venivano riservati i lavori domestici, lavaggio panni, pulizie e cura dei bambini, mentre gli uomini avevano a disposizione l’Oficina de Trabajo, che offriva formazione, orientamento e collocamento sul mercato del lavoro. A partire dal 1913, all’interno dell’Hotel, venne allestita un’esposizione con le nuove macchine agricole in uso in Argentina per poterne illustrare il funzionamento e furono organizzati corsi di economia domestica per la manodopera femminile. La struttura continuò la sua funzione fino agli anni Cinquanta del Novecento, ospitando così l’ultima ondata migratoria dall’Europa.

Dichiarato monumento storico di interesse nazionale nel 1990, parte dell’antico Hotel è ora adibito a Museo de la Inmigración.

E LO CHIAMANO HOTEL!

Ma come si viveva nell’Hotel de Inmigrantes?

Continua papa Bergoglio nella sua autobiografia: “Alcuni non giunsero mai nella terra agognata, perché l’oceano li respinse o li inghiottì. I moltissimi che invece lo fecero, e sbarcarono a Buenos Aires, si trovarono poi di fronte a una realtà ruvida e dura, come uno schiaffo, quella dell’Hotel de Inmigrantes: un enorme baraccone dove, dopo essere stati visitati, registrati e disinfettati, potevano rimanere non più di cinque giorni, il tempo massimo per trovare un lavoro in città o nei campi. Così lo raccontò all’inizio del Novecento un grande inviato del giornale italiano il Corriere della Sera: ‘In questi ultimi tre giorni sono arrivati tremila e ottocento emigrati, in gran parte nostri connazionali. L’Hotel degli Immigrati è gremito. […] Esso (e lo chiamano Hotel!) sorge su quella landa indefinibile, irregolare, fangosa, che sta fra il torbido e tempestoso Río de la Plata e la città. […] L’acre odore dell’acido fenico non riesce a vincere il tanfo nauseante che viene dal pavimento viscido e sporco, che esala dalle vecchie pareti di legno, che è alitato dalle porte aperte; un odore d’umanità accatastata, di miseria. […] Più in alto, le tavole serbano dei segni più vivi di questo doloroso passaggio: li direi le tracce delle anime. Sono nomi, date, frasi d’amore, imprecazioni, ricordi, oscenità raspati sulla vernice o segnati colla matita, talvolta intagliati nel legno. Il disegno più ripetuto è la nave’. Non è certo un caso quel disegno che guarda indietro, quella nostalgia. ‘Mi si attacchi la lingua al palato, se lascio cadere il tuo ricordo’ dicono nel salmo gli esuli ripensando a Gerusalemme (Sal 136). E anche i Magi esprimono in fondo lo stesso sentimento: hanno nostalgia di Dio; è l’atteggiamento che rompe i conformismi e spinge a impegnarsi per il cambiamento a cui aneliamo e di cui abbiamo bisogno. È un sentimento sano quello della nostalgia, la nostalgia delle proprie radici, perché un popolo senza radici è perduto e una persona senza radici è ammalata. È da quelle che si prende la forza per andare avanti, per dare frutto, per fiorire; come dice un poeta argentino, Francisco Luis Bernárdez, ‘por lo que el árbol tiene de florido vive de lo que tiene sepultado’. Tutto ciò che sull’albero è fiorito vive di ciò che giace sotterrato”.

LA CANZONE

La canzone popolare sul naufragio del Principessa Mafalda, citata anche da Jorge Bergoglio nella sua autobiografia, fu diffusa dal cantastorie Agostino Callegari con il titolo Lo spaventoso naufragio del transatlantico Mafalda di Savoia.

Questo il testo di una delle sue numerose versioni: “E da Genova Mafalda partiva / con migliaia e più passegger, / l’equipaggio solerte obbediva / al comando d’un vecchio nocchier. / Capitano Gulì siciliano, / intelligente vero lupo di mar, / l’altruista dal cuore più umano / che la storia potrà ricordar. / Navigava Mafalda maestoso / ed a bordo si udiva cantar / le canzoni dal ritmo gioioso / che l’Italia soltanto sa far. / Dopo quindici giorni di viaggio / sotto poppa una falla s’aprì. / Pronto accorse l’intero equipaggio, / ma il destino suo fatto compì. / Tra i passeggeri un vescovo c’era / ed ha anch’egli l’angoscia nel cuor. / Porgeva a tutti parole amorose / poi donava la benedizion. / Le scialuppe in mar fe’ calare / per salvare prima le donne e i bambin, / poi la Marcia Real fe’ suonare / per sfidare tremendo destin. / L’acqua entrava ma il buon comandante / col telegrafo soccorso implorò, / poi con voce commossa e altisonante / lancia un grido: si salvi chi può!”.

Ma la canzone – condizionata dalla propaganda fascista che ammise la presenza di vittime, ma non la colpevole mancanza di manutenzione della nave, le innumerevoli inascoltate segnalazioni di guasti tecnici, l’assenza dei più elementari dispositivi di sicurezza e salvataggio – non dice tutto del disastro del transatlantico diretto a Buenos Aires, gran vanto della Marina mercantile italiana.

A seguito del naufragio, il ministro di allora, Costanzo Ciano, emanò un breve comunicato per dichiarare che la nave alla partenza era in perfetta efficienza e quindi quanto accaduto era da attribuirsi alla sfortuna.

E anche la stampa italiana, pilotata dalla censura fascista, rallentò la diffusione della notizia, parlò di fatalità, di incendio a bordo, mantenendo sempre una narrazione retorica poco coerente con i fatti realmente accaduti, minimizzando sul numero delle vittime e infine puntando tutto sull’eroismo del capitano Gulì che, nell’estremo sacrificio, affondò con la sua nave.

Così, anche la canzone non dice.

QUEL CHE

LA CANZONE

NON DICE

Non dice che era previsto che quella fosse l’ultima traversata atlantica del piroscafo, ormai talmente malandato e privo di manutenzione da essere destinato alla demolizione.

Non dice che durante il viaggio si verificarono parecchi inconvenienti, nonostante alcune riparazioni fatte prima della partenza, tanto che il comandante Gulì suggerì alla compagnia di navigazione di trasferire i passeggeri sul piroscafo Giulio Cesare.

Non dice che nel tratto da Genova a Barcellona il comandante ordinò ben otto volte di fermare le macchine per diverse avarie.

Non dice che passato lo stretto di Gibilterra, un nuovo guasto costrinse il piroscafo a navigare a velocità ridotta, con il motore di sinistra che produceva forti vibrazioni, tanto che il comandante Gulì chiese alla compagnia di navigazione di sostituire il Principessa Mafalda con un altro piroscafo.

Non dice che la richiesta fu respinta, con l’ordine tassativo di procedere per Buenos Aires.

Non dice che l’albero motore di sinistra – il 25 ottobre 1927, dopo quindici giorni di navigazione, ormai a centotrenta chilometri dalle coste del Brasile – si sfilò provocando una forte scossa sulla nave e uno squarcio a poppa con l’allagamento della sala macchine e successivamente dell’intero scafo perché le porte stagne non funzionavano.

Non dice che, quando ci si accorse che il piroscafo stava affondando, i primi a salire sulle scialuppe non furono le donne e i bambini, nonostante la minaccia delle rivoltelle spianate da capitano e ufficiali.

E non dice che le scialuppe di salvataggio, sufficienti a malapena per i passeggeri di prima classe, si trovavano in uno stato così pietoso che, appena posate sulla superficie dell’oceano, cominciarono a imbarcare acqua colando a picco molto prima del piroscafo.

Il Principessa Mafalda, che aveva suscitato l’ammirazione di tutta l’Europa, dopo vent’anni di servizio affondava miseramente, trascinando con sé in fondo al mare il primato della nave più moderna e lussuosa della Marina mercantile italiana.

E non fu “tremendo destin”. Fu una tragedia annunciata, frutto di una serie di colpevoli inettitudini.

314 le vittime dichiarate dal regime fascista.

657 le vittime denunciate dal Clarin, quotidiano di Buenos Aires.

657 emigranti italiani che non ce l’hanno fatta.

IL LIBERO PENSIERO

DELLE DONNE

Ci sono state anche donne emigranti che, partite dall’Italia, ce l’hanno fatta.

Una di loro, grazie al proprio coraggio e al profondo amore per la libertà e la giustizia, è diventata l’emblema dell’impegno sociale femminile in Argentina.

Julieta Lanteri era nata nel 1873 a Briga Marittima, cittadina allora in provincia di Cuneo, e all’età di due anni era emigrata in Argentina con la famiglia andando ad abitare prima a Buenos Aires e poi a La Plata.

Studiosa appassionata, fu una delle prime donne in Argentina a laurearsi, prima in farmacia e poi in medicina, nonostante le opposizioni dei colleghi conservatori e maschilisti.

La sua passione la spinse a lanciarsi in continue iniziative che avevano a

cuore il benessere del popolo e il miglioramento della vita delle donne. Si batté, tra l’altro, per la parità di retribuzione, il congedo di maternità, le pensioni e l’abolizione della pena capitale. Fondò il periodico Settimana medica, la rivista La nuova donna e la Lega nazionale per il libero pensiero delle donne.

Una delle prime battaglie che Julieta dovette combattere fu quella per ottenere la cittadinanza, che veniva negata alle donne immigrate e non sposate. Senza cittadinanza, le sarebbe stato impossibile ottenere il lavoro che desiderava nell’università. Fu per questo che nel 1910 si decise e sposò il dottor Alberto Renshaw. Ma anche questa sua scelta trovò oppositori, perché il marito era più giovane di lei di quattordici anni e con questa motivazione le fu negata la possibilità di iscriversi alla facoltà di psichiatria e ottenere la sua terza laurea.

Lottò strenuamente per il diritto al voto delle donne, e nelle elezioni del 1911 riuscì persino a farsi riconoscere il voto che aveva espresso, quando in Argentina nessuna donna aveva mai pensato di votare. Effettivamente fino a quel momento la legge non vietava espressamente alle donne di andare alle urne, probabilmente perché veniva dato per scontato che nessuna lo avrebbe mai fatto. Julieta Lanteri aveva approfittato di quel vuoto legislativo per esprimere il suo voto. Fu per questo

che la legge venne modificata quello stesso anno, con l’inserimento dell’obbligo di aver svolto il servizio di leva. Siccome le donne non facevano il militare, ne conseguiva che non potevano votare. Ottennero la possibilità di farlo solo nel 1947. Julieta Lanteri si candidò comunque a tutte le elezioni del Congresso argentino, fino al colpo di stato militare del 1930.

INCIDENTE?

E quante battaglie avrebbe ancora combattuto Julieta Lanteri se il 23 febbraio 1932, mentre passeggiava sul viale Diagonal Norte a Buenos Aires, la sua vita non fosse stata brutalmente stroncata da un automobilista che fuggì dopo averla investita.

Ricoverata in ospedale, morì due giorni dopo all’età di 58 anni.

Più di mille persone parteciparono al suo funerale.

Sarà un’altra donna, la giornalista Adelia di Carlo, all’epoca giornalista di El Mundo, a rivelare qualche anno più tardi che non di morte accidentale si era trattato, così come l’aveva classificata la polizia, ma di omicidio.

Il quotidiano pubblicò giornalmente gli sviluppi delle indagini e i dettagli dell’incidente, rivelando che nel rapporto della polizia erano stati cancellati sia il nome dell’autista sia la targa del veicolo coinvolto. Si scoprì così che l’omicida era stato David Klapenbach, esponente di un gruppo paramilitare di estrema destra protetto dal governo.

Dopo la pubblicazione di questi dettagli, la casa di Adelia Di Carlo venne perquisita dalla polizia federale argentina.

Ma oggi, a Buenos Aires, una strada del quartiere Puerto Madero è intitolata proprio a Julieta Lanteri.

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