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pistola

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C A rlo

Con una pistola alla tempia

storia vera di Al A din huss A in Al B A r A duni

Prefazione di Patrick Zaki

Arte e c A mbi A mento soci A le

P Atri C k Z A ki

Era il 2011, e io ero ancora molto giovane, quando mi accorsi per la prima volta della potenza straordinaria che l’arte visiva può avere nell’ispirare il cambiamento sociale. Scoppiava la rivoluzione egiziana e, in piazza Tahrir, le mura fiorivano di enormi graffiti e dipinti che denunciavano la violenza del regime e, allo stesso tempo, incitavano alla resistenza e alla lotta. La colonna sonora era il rap: ritmi martellanti, parole esplicite e poetiche allo stesso tempo. In quei giorni sembrava che tutto fosse possibile. In quei giorni, arte e rivoluzione si fondevano. Per me, che non sono cresciuto certo in mezzo agli artisti o ai rapper, fu una rivelazione fantastica: una rivelazione che si rinnova ogni volta che ascolto quelle canzoni o riguardo quelle immagini. Una rivelazione che si rinnova, ancora più potente, a ogni pagina di questo libro affascinante e profondamente importante, dedicato a un artista

condannato a morte a causa della potenza della sua denuncia sociale.

Così come nella mia esperienza, l’arte e i diritti umani sono due mondi che si intrecciano nella penna di Kento. L’ho visto a piazza Tahrir: l’arte non è solo forma di espressione, ma anche mezzo di resistenza. Un’arma contro l’ingiustizia, la censura e la repressione sistematica, un richiamo a partecipare attivamente.

Anche durante l’esperienza della prigionia – un altro elemento che mi fa sentire la storia di Aladin molto vicina alla mia – l’arte è venuta, a volte inaspettatamente, in mio soccorso per ispirarmi e per rendere più accettabile la reclusione e le condizioni di vita.

Erano molti gli intellettuali detenuti. Il mio vicino di cella era il poeta Ahmed Douma, uno dei principali ispiratori della rivoluzione. Me lo ricordo, dietro le sbarre, sempre impegnato a leggere, a scrivere: poesia e rivoluzione erano diventate un unico concetto, un’unica missione. Al punto che, nonostante il grande rischio a cui si esponeva, iniziò a leggere ad alta voce quei versi anche ai nostri carcerieri, per renderli consapevoli della nostra lotta e del futuro che avremmo potuto costruire insieme.

Come non rivedere in lui la figura di Abdullah Al Baraduni, il poeta yemenita zio di Aladin, che ne ha ispirato il percorso artistico e politico? L’incrollabile dedizione di quel grande scrittore alla sua arte e ai suoi ideali lo ha reso un punto di riferimento imprescindibile, nonostante i più duri ostacoli che ha dovuto affrontare durante tutta la vita. Il suo percorso brillante, segnato da sfida e sacrificio, incarna lo spirito di chi rifiuta di essere messo a tacere.

Quando ero detenuto, “l’ora d’aria” consisteva in una breve passeggiata all’interno dello stesso tunnel in cui eravamo reclusi e sui cui lati si aprivano le celle. A un certo punto, durante questa rapida camminata, mi accorsi che un altro dei miei vicini lavorava furtivamente a qualcosa, che sembrava un gruppo di piccole sculture o figure. Mi incuriosii e, piano piano, mi guadagnai la sua fiducia, scoprendo così che quel gruppo di figure era un intero set di scacchi. Lo aveva costruito semplicemente raccogliendo e modellando quel poco a cui potevamo avere accesso: pezzi di saponetta per pedoni, cavalli, alfieri e tutto il resto; peperoncino per colorarli di rosso e qualche altro intruglio per il nero. Alla fine, insegnò la tecnica di modellazione anche a me e, per ingannare il tempo, costruii anch’io un’intera collezione di pezzi per la scacchiera, anche se in effetti il mio compagno di cella non sapeva giocare, e quindi non lo abbiamo mai usato davvero. Ma lì mi sono reso conto che anche il semplice gesto di utilizzare le proprie mani per creare qualcosa può essere un gesto importante, un gesto di resistenza.

Ed è un esempio potente di resistenza, in queste pagine, anche la storia di BAM, la Biblioteca Abusiva Metropolitana fondata e curata da Aladin, che utilizza la sua arte contro lo sfratto e la censura. Con gli strumenti dell’occupazione e dell’autogestione, insieme alla comunità, ha trasformato un edificio dimenticato e abbandonato in un santuario di creatività e conoscenza, lottando per mantenere vivo quello spazio nonostante le oppressioni burocratiche e le minacce di sgombero. I libri di BAM e le opere di Aladin, intrise di passione e intuizione politica,

sono una testimonianza della resilienza di chi sceglie di creare piuttosto che conformarsi.

Questo è un libro straordinario, che ho letto con interesse e ammirazione. Un libro che parla di giustizia. Ma ovviamente non basta e non può bastare un libro per definire la giustizia. Penso, ad esempio, a una terra a metà strada tra il mio Egitto e lo Yemen di Aladin: la Palestina, dove le persone muoiono senza ottenere giustizia. E troppo spesso gli organismi penali internazionali non funzionano, le norme non vengono applicate. Sembra che la “giustizia” esista soltanto per i bianchi privilegiati, non per tutti. Ma la giustizia o è per tutti e tutte o è per nessuno. È un concetto grande, intersezionale, inclusivo. Ed è questo senso di giustizia che ha portato me e Aladin alla prigione, a dover lasciare le nostre case. Entrambi ci siamo immersi nello studio, nella riflessione, nell’approfondimento. Entrambi sapevamo, fin da giovani, che saremmo andati contro la legge, e che ci sarebbero state delle conseguenze. Uno dei principali pregi della scrittura di Kento, sostanzialmente, è questo: non esita a esporre le drammatiche realtà e le conseguenze affrontate da artisti e attivisti che, contro ogni aspettativa, osano sognare un mondo più giusto e fraterno. Attraverso le sue pagine, possiamo intravedere le vite di individui che scelgono la creatività invece della conformità, l’espressione invece della repressione e la solidarietà invece dell’isolamento. Queste scelte comportano grandi sacrifici, ma portano anche alla luce una bellezza profonda e un’ispirazione inesauribile.

Dopo la prigione, i miei studi mi hanno fatto capire che non sarà la violenza a cambiare le cose: le mie armi sono

la parola e il pensiero, così come le armi di Aladin sono i pennelli e i colori. Ma, se la violenza sistematica è un errore tragico, la resistenza è un dovere. Ed è necessario saper capire e interpretare la differenza tra le due cose. Anche avere la possibilità di studiare, riflettere, approfondire è, in effetti, un privilegio. Chi non ha questa coscienza, a volte, aspetta solo di uscire di prigione per dedicarsi ad atti di violenza cieca. Ma ciò non cambierà assolutamente nulla. L’unico modo per fare la differenza è non rispondere alla violenza con la violenza. Spezzare il cerchio. Certo che credo nella democrazia. Ma, dal punto di vista mio e di questo libro, a volte “democrazia” è un termine che sembra inventato dai governi “bianchi” occidentali per invadere e sfruttare i Paesi del sud del mondo. La realtà è ben diversa da quella che studiamo sui libri, e “democrazia” finisce per essere sinonimo di “supremazia bianca”. La mia vicenda e la vicenda di Aladin sono, in ultima analisi, il risultato di anni e anni di colonizzazione occidentale, che hanno rafforzato con armi, denaro e supporto i regimi militari e religiosi a scapito delle forze democratiche. Ecco perché, quando le rivoluzioni hanno successo, sono spesso i militari e gli integralisti a prendere il potere. Ecco perché dobbiamo essere in grado di creare democrazie forti, inclusive e non invadibili. Lo racconto spesso ai ragazzi che incontro nelle scuole. E racconto anche di come l’immigrato non è colui che è venuto a prendere il tuo posto, a privarti di qualcosa ma, spesso, qualcuno che è stato costretto a scappare o comunque a lasciare la propria casa, magari con il compito di aiutare e sostenere i famigliari che si trovano ancora nel Paese

d’origine. Se vogliamo costruire una vita degna di questo nome in tutti i Paesi del mondo, non c’è altra soluzione che il rispetto dei diritti umani e la democrazia, ma una democrazia vera, accessibile e inclusiva, non “bianca” e occidentale.

Io e questo coraggioso pittore yemenita, che è il protagonista del libro di Kento, abbiamo dei ricordi in comune, pur non essendoci mai conosciuti, e sarebbe bello mettere insieme questi ricordi. Da un lato, riflettere sulla nostra prigionia, perché nessuno esce da quel tipo di prigioni restando completamente sereno, completamente indenne. Dall’altro, parlare di sogni, futuro e inclusività. Come immaginiamo in futuro i nostri Paesi, e come intendiamo impegnarci per conseguire quel futuro.

Ci sono i regimi, contro cui combattiamo. E ci sono persone e intere nazioni che sono indifferenti a questa lotta. Gli indifferenti, molto spesso, non sentono vicina la nostra lotta perché hanno delle leggi certe, delle garanzie sulle proprie esistenze, possono convivere insieme in pace. Ma c’è un nemico ancora più imponente e spaventoso dell’indifferenza, e ha molti nomi: imperialismo, capitalismo, colonialismo, patriarcato. I regimi cambiano e crollano, ma l’imperialismo e il capitalismo controllano l’informazione, l’istruzione e una parte enorme della vita delle persone.

Contro questi mostri apparentemente imbattibili, pochi strumenti di lotta sono efficaci quanto l’arte, la conoscenza, la poesia.

Ecco perché ciò che Kento ha realizzato in questo libro è sia un atto di memoria che un invito all’azione. Ci

ricorda che l’arte, anche e soprattutto quando nasce nelle condizioni più difficili, ha il potere di illuminare verità che altrimenti potrebbero rimanere nascoste. E in questa illuminazione c’è speranza.

Sono grato per l’opportunità di scrivere questa prefazione e di aggiungere la mia voce a quella di tanti altri che sicuramente saranno colpiti da questo libro. Spero che raggiunga tutti coloro che, come me, credono nel potere trasformativo dell’arte e nella sua capacità di trascendere i confini, sfidare l’ingiustizia e alimentare il cambiamento.

Patrick Zaki

Difensore dei diritti umani

Prologo

Non un timbro né una firma: basta un foglio senza intestazione, passato di mano in mano nei corridoi del potere. Una lista segreta. E, tra i nomi, il suo. Da quel momento, la morte diventa un appuntamento spaventosamente vicino.

In un’aula dove le parole pesano come sentenze, lo chiamano “nemico dello Stato”. La formula è solenne, l’esito semplice: condanna. È in quel momento che la politica e il fanatismo si stringono la mano, e la vita di un uomo viene messa all’asta.

Lo sceicco Abdelmajid al-Zindani, voce armata dell’integralismo religioso di matrice islamista usato come arma politica, annuncia una taglia: cinquantamila dollari per chi lo consegnerà al silenzio eterno. Da quel giorno ogni porta sembra nascondere una trappola, ogni passo un rumore di catene.

Nelle strade, l’eco diventa un malaugurio ripetuto: “Io ti maledico, blasfemo”. Parole sputate come pietre che rimbalzano ovunque vada. Ma la maledizione non lo piega, anzi. Perché chi è già stato condannato non chiede più permesso alla paura: la sfida è l’unico modo di respirare. Così comincia questa storia: con una sentenza scritta nell’ombra, e un uomo che decide di camminarle incontro a testa alta.

COME UNA RAPINA

k ento

Realizzare un’opera di street art illegale è come rapinare una banca. Prima di tutto, bisogna formare la banda, la crew. Ci deve essere comunione d’intenti tra ogni singolo componente, stima reciproca e fiducia assoluta. È sempre meglio agire insieme a dei compagni già conosciuti, di cui sappiamo che ci guarderanno le spalle, e che a loro volta sanno che siamo disposti a fare altrettanto. Dopo di che, studiamo l’obiettivo: i muri più ambiti sono, ovviamente, quelli più sorvegliati. Formuliamo ipotesi, vagliamo possibilità. Una volta individuato il bersaglio specifico, facciamo i sopralluoghi. Chi si prende questo incarico passa davanti al muro a diverse ore del giorno e della notte, facendo attenzione a ogni cosa: pattuglie di poliziotti o guardie giurate, telecamere di sorveglianza, vicini sospettosi, cani propensi ad abbaiare se non addirittura ad attaccare. A questo punto inizia la fase di studio

dell’azione vera e propria. Su un foglio, riportiamo in scala la superficie da colorare divisa in una griglia a quadrettoni, sulla quale abbozziamo il disegno o la scritta. La griglia serve a fare in modo che le proporzioni sul foglio siano le stesse dell’opera d’arte finale, così che le lettere e le forme risultino armoniche ed eleganti.

Una volta messo a punto il graffito (il “pezzo”, in gergo), avremo un’idea abbastanza chiara di quali e quante “armi”, e cioè colori, ci serviranno. Ci procuriamo le bombolette, i rulli e la vernice coprente bianca per lo sfondo. Prima dell’azione, che si svolgerà nelle ultime ore di buio prima dell’alba, andiamo a nascondere il materiale abbastanza vicino all’obiettivo, per non dare nell’occhio girando di notte per la città carichi di pitture. Le bombolette contengono delle biglie metalliche, indispensabili perché servono a mescolare il liquido, ma che hanno il fastidioso effetto collaterale di emettere un tipico rumore, una specie di scampanio abbastanza forte, quando le si porta in giro camminando. Quindi ci organizziamo con i “silenziatori”, dei magneti rotondi da applicare al fondo delle bombolette in modo da tenere le biglie bloccate e silenziose.

Le nostre armi colorate hanno “calibri” diversi dati dai differenti tappi montati sulle bombolette: l’ugello dello skinny spruzza un tratto stretto e preciso, il soft uno più largo e sfumato ai lati, mentre il fat uno ancora più largo, utile per coprire grosse superfici in poco tempo.

Se abbiamo rispettato tutte le regole di ingaggio, c’è una buona probabilità che l’azione abbia successo. Sappiamo più o meno quanto tempo avremo a disposizione prima che qualcuno venga a rompere le scatole, e avremo

preparato un’opera più o meno complessa a seconda del tempo che presumiamo di avere. Se c’è sintonia tra i componenti del gruppo, non serve nemmeno parlarsi: si arriva rapidi, si colora, si scompare con le prime luci del giorno. Mentre la vernice è ancora fresca, la strada si popolerà di lavoratori e studenti che, forse, per un attimo alzeranno gli occhi verso il nostro messaggio e si chiederanno quale fantasia e quale motivazione ci spinga, e come abbiamo fatto a creare quell’immensa opera colorata sfuggendo a forze dell’ordine e cani da guardia.

A differenza di una rapina in banca, però, chi dipinge un muro non spera di tornare a casa con un bel mazzo di banconote, ma sa che il meglio che può accadergli è di rientrare tutto d’un pezzo, senza essersi ferito né fatto arrestare. Non solo non ci guadagna nulla, ma ci investe il proprio tempo, spesso i propri soldi (visto che i colori non sono gratis…), e perfino i vestiti, che avrà inevitabilmente macchiato di vernice o strappato scavalcando cancelli e recinzioni.

E poi, come vi ho detto fin da subito, si tratta di un’azione illegale. Un’infinità di ragazzi in tutto il mondo hanno subito processi e sono addirittura finiti dietro le sbarre per colpa di un dipinto su un muro. In varie città, prima tra tutte New York, sono state costituite dalla polizia delle vere e proprie task force anti graffiti, con agenti sotto copertura che si sono infiltrati tra gli artisti per poterli incriminare e arrestare tutti. Ma questo non è nemmeno il peggio che possa accadere. Girando (o scappando) di notte in luoghi in cui l’accesso è vietato, si può cadere da un cavalcavia, toccare un cavo dell’alta tensione, essere

travolti da un treno. È possibile che una guardia si senta in pericolo, e decida di fare fuoco… Purtroppo anche in Italia si sono verificati casi drammatici di ragazzi che hanno perso la vita o sono rimasti invalidi per sempre a causa della loro passione per la street art.

E allora perché un’attività artistica illegale, difficile e rischiosissima, viene ancora praticata in tutto il mondo?

Il fenomeno è complesso, e ovviamente la spiegazione lo è altrettanto. Indubbiamente una delle attrattive più semplici e comprensibili è la scarica di adrenalina che si prova nella realizzazione di queste opere, un’emozione così forte e intensa che più volte l’ho sentita paragonare addirittura a una droga. Parecchi artisti sono anche guidati dall’ego, con tag sempre più elaborate e fantasiose, ripetono il proprio nome d’arte decine o centinaia di volte sui muri e sui treni della città. Non sto dicendo che l’autoaffermazione sia sempre qualcosa di negativo, da condannare. Nella New York degli anni Settanta, in cui la street art cominciava a diffondersi, interi quartieri non avevano nessun colore se non quelli dei cartelloni pubblicitari a interrompere il grigio del cemento e dell’asfalto. E i giovani, che scrivevano il proprio nome o il soprannome, rivendicavano degli spazi che, moralmente, appartenevano certo più a loro che vivevano il quartiere rispetto alle grandi aziende che compravano le affissioni pubblicitarie.

È in quell’epoca che il movimento dei graffiti, o del writing (come dovremmo più correttamente chiamarlo) si dà delle regole: non si dipinge mai su chiese, luoghi di culto vari o monumenti, si rispetta sempre l’opera di un altro artista, a prescindere che sia un tuo collega graffitaro

o il decoratore che, magari un secolo prima, ha realizzato gli stucchi di una facciata elegante.

Certo, non tutti seguono le regole, e difatti compaiono ben presto delle scritte su palazzi antichi, cattedrali e statue. Il movimento, già non particolarmente gradito ai paladini dell’ordine e del decoro, subisce un attacco pubblico e mediatico senza precedenti. Demonizzato dai canali di informazione mainstream, continuerà a diffondersi in modo sotterraneo fino a esplodere nella realtà di oggi, in cui non esiste praticamente forma di arte visiva contemporanea che non sia influenzata, in maniera diretta o indiretta, dalla street art.

I graffiti, o le illustrazioni ispirate ai graffiti, campeggiano oggi su magliette, zaini, scarpe, e perfino automobili e scatole di cereali per la colazione. Da un lato, il mercato si è appropriato di questa forma espressiva, e molti di quelli che giravano di notte alla ricerca di un muro da taggare adesso sono graphic designer affermati.

Ma, dal lato opposto dello spettro, c’è la vita di chi sceglie di utilizzare l’arte di strada per il suo senso più estremo, più puro, più raro, più insostenibile dal punto di vista logico, razionale, ed… economico. Ci sono degli artisti che sono veri rivoluzionari, che non scendono a compromessi, e che davvero utilizzano i colori come armi di cultura e informazione.

Anche per la sua illegalità, o soprattutto per la sua illegalità, la street art si sottrae a ogni tipo di censura, e quindi – nel caso in cui porti un messaggio di opposizione a chi comanda – è spesso soggetta a una repressione tanto più violenta quanto più forte è il controllo che il sistema

vuole esercitare sui cittadini. Il prezzo che deve pagare chi combatte questa guerra di colori è spesso altissimo. E gli artisti che intraprendono questa missione sono pochi. Io stesso, che con le mie canzoni critico l’ingiustizia e l’ignoranza, non credo che sarei in grado di sopportare sfide e persecuzioni così estreme.

Gli appassionati di street art come me, quando girano per la città, hanno gli occhi rivolti ai muri. Ogni quartiere ha i suoi protagonisti, che riconosci dalle tag più frequenti. Vicino alle stazioni o lungo le linee ferroviarie spesso ci sono le opere più belle. Le crew più rispettate hanno le loro intoccabili hall of fame. In alcuni quartieri ci sono muri “legali”, e lì si può andare a guardare con calma chi dipinge, e magari fare due chiacchiere ascoltando del rap.

E naturalmente ci sono gli scazzi: la crew A che disegna sopra il graffito della crew B, oppure ci scrive toy, sucker, o ci fa un disegno osceno… state sicuri che sono offese che non resteranno impunite nella logica di strada.

Vivendo a Roma, ne ho viste di tutti i colori, in ogni senso.

Poi, qualche anno fa, sui muri della città cominciano a sorgere una serie di nuove opere d’arte incredibili. Non sono delle tag improvvisate (di cui peraltro non sono grande fan), e non hanno nemmeno il tipico stile hip-hop derivato da quello nato nel Bronx. Anzi, a dire il vero, prendono qualcosa dallo stile di strada e lo mescolano con una raffinatezza che mi verrebbe da definire orientale. Ma l’elemento distintivo, quello che mi colpisce immediatamente, è la luce all’interno dei dipinti, che sembrano brillare, schiaffeggiati da lampi vividi, bellissimi. L’autore

di quelle opere ha studiato Caravaggio, questo è certo. Si capisce anche dalle posizioni dei corpi, spesso ritratti in scene di lotta o di contrasto al potere. Mi avvicino a guardare meglio, fino a distinguere il tratto fine e intenso della pennellata. Non assomiglia a niente di già visto. “Speriamo che abbia firmato”, mi dico, “e che la firma sia leggibile”. Entrambi i desideri si avverano, e trovo scritto tutto in maiuscolo: ALADIN.

DA OGGI STAI SFIDANDO ALLAH

A l A din

Primi anni Ottanta.

I miei ricordi si dividono tra l’Arabia Saudita, dove sono nato, e Amman, la capitale della Giordania, dove vive mia madre. Ad Amman corro scalzo con i miei cugini, siamo tutti più o meno coetanei. Io sono il più veloce: il rumore dei nostri passi risuona sulle strade in salita, e il vento mi taglia la faccia mentre li lascio indietro. Torno a casa con i piedi neri di polvere e asfalto: la punizione di mia madre arriva puntuale, secca come una sberla d’acqua fredda.

Eppure Amman, per me, significa libertà, vacanza, festa, un’aria diversa da quella piatta e monotona dell’Arabia Saudita. La città sembra sospesa sulle nuvole, tutta scale, curve e vicoli. Quando sei bambino, ti stordisce anche solo guardarla dal finestrino di una macchina. Le scale mi sembravano enormi, autostrade verticali che collegavano

i quartieri. Anni dopo, da adulto, ci sono tornato, e quelle stesse scale erano minuscole. Ma nella mia memoria restano gigantesche, perché erano gli occhi di un bambino a guardarle.

Ho un ricordo nitido.

C’erano due scalinate che portavano al quartiere in alto, dove abitava mio nonno. Una larga, l’altra stretta. Io prendevo spesso la scala piccola per accorciare il cammino. A metà, dietro una porta socchiusa, viveva un bambino della mia età. Era disabile: il volto asimmetrico, le mani e le gambe piegate, le parole che non uscivano. Si muoveva con fatica, ma i suoi occhi brillavano quando mi vedeva. Ci fermavamo a giocare lì, sui gradini: due bambini che ridevano e inventavano giochi con niente.

Poi sono mancato per uno o due anni. Quando sono tornato, non sono più riuscito a salire da quella scala. Qualcosa dentro di me si era incrinato: avevo paura. Paura di lui, paura della sua diversità. Una paura senza senso, che mi paralizzava. Lo guardavo da lontano: lui mi riconosceva, mi sorrideva, aspettava che mi fermassi. Io invece mi voltavo dall’altra parte. Non ce la facevo. Tempo dopo, ho saputo che era morto. Ho pianto come non avevo mai pianto prima. Piangevo convinto di averlo tradito, di averlo ferito più di qualsiasi malattia. Nella mia testa di bambino ero certo di averlo ucciso io, togliendogli la mia amicizia, negandogli il rispetto che meritava. Avevo sei o sette anni, ma quel rimorso non mi ha mai lasciato.

Attorno a me, la città continuava a scorrere: il traffico impazzito, i clacson che non smettevano mai, un coro

stonato che copriva tutto. E io, in mezzo a quel rumore, stringevo il vuoto e piangevo.

In Arabia Saudita era diverso. Tutto era piatto, uniforme, disciplinato. La scuola era rigida. A mezzogiorno gli imam interrompevano le lezioni: “Giù in cortile!”. Nessuno poteva rifiutarsi. Tutti in fila, tutti in ginocchio, tutti a pregare.

Ma dentro di me la fantasia cresceva. Con piccoli animali di plastica inventavo mondi. I tappeti diventavano prati, i cuscini montagne. Mi sdraiavo per vedere tutto dal basso, con gli occhi delle gazzelle o dei cammelli. Poi disegnavo le scene.

Portai i disegni a scuola. Il maestro non mi credette: “Bugiardo! Non sei stato tu”.

Davanti a tutti mi mise in mano un gessetto: “Disegna ora”.

Tremavo. La mano sudata scivolava, ma il cavallo prese forma sulla lavagna. Silenzio.

Poi lui disse: “Allora è vero. Firmalo”.

Ho scritto il mio nome, e subito lui aggiunse: “Da oggi stai sfidando Allah”.

Mi impose di tagliare la testa ai miei disegni. “Così non crei la vita. Così non offendi Dio.”

Io ubbidivo a metà, tracciando linee sottili, quasi invisibili.

Ma non bastava: “No! Più forte, più netta!”. E giù schiaffi.

Ero solo un bambino, eppure quelle parole mi entrarono sotto pelle. Sognai una ragazzina che avevo disegnato mentre saltava la corda. Nel sogno, la corda diventava

un coltello. Lei correva verso di me, voleva uccidermi. Mi svegliai madido di sudore, il cuore che batteva come un tamburo di guerra.

Perfino nei libri di scuola le fotografie avevano il taglio netto sul collo: uomini, uccelli, animali. Tutti decapitati, tutti mutilati per non “sfidare Allah”.

Eppure io non mollavo. Disegnavo ancora, i compagni mi chiedevano le gazzelle, i cammelli, le giraffe. Era diventato il mio superpotere. E quando leggemmo la favola di Aladino, mi sembrò scritta per me. I più piccoli mi chiedevano se fosse la mia storia, e io rispondevo di sì. “Ho ancora la lampada”, dicevo, “ma non vi posso mostrare il genio. È troppo aggressivo, rischierebbe di farvi del male”.

Ancora oggi, tra tutti i soggetti che ho disegnato, il genio della lampada non l’ho mai voluto raffigurare.

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