Timothée de Fombelle
L’ultimo giorno d’estate Illustrato da Irène
Traduzione di Maria
Bonacina
Bastanzetti
Cominciavano le vacanze.
Il primo giorno, prendevo il treno da solo. Eravamo io e la mia valigia. Ogni volta era il giorno più bello della mia vita. Guardavo la gente. Il controllore mi chiamava “giovanotto”.
Nel sacchetto che tenevo sulle ginocchia c’erano rimasugli di patatine e odore di banana. Fuori, i campi erano gialli, bordati dai tratti neri delle siepi e dei boschi.
Lo zio Angelo mi aspettava in stazione. Ero l’unico passeggero a scendere dal treno, come nei film western.
Ho lasciato la macchina prima del passaggio a livello. È più comodo, quando si riparte.
Mi diceva che aveva rischiato di fare tardi, ma vedendo i suoi occhi che brillavano quando mi prendeva la valigia, ero certo che mi stava aspettando sulla banchina dall’estate precedente.
La casa di mio zio Angelo era circondata dai campi di mais.
Visto che è la prima sera ti ho fatto gli spaghetti al burro.
Quella è una fustellatrice per tappi di sughero.
Mi domando quale bruto abbia potuto gettare una fustellatrice che funziona a meraviglia!
Si scusava sempre per il disordine. Perché lì anche gli uccelli e il caprifoglio potevano entrare in cucina, dalla finestra aperta.
Guardavo tutte le novità arrivate dopo l’ultima estate. Lo zio Angelo non aveva mai buttato via nulla in vita sua. Non comprava niente, ma la casa si riempiva lo stesso.
Il giorno dopo mi prestava la sua bici.
Con il tempo, la bici aveva finito per diventare quasi della mia taglia.
Il primo mattino, nel vento della prima discesa, le lacrime mi scivolavano dall’angolo degli occhi fino alle orecchie.
Pensavo all’immensa estate che mi si stendeva davanti. Così lunga che non ne vedevi la fine nemmeno se ti arrampicavi sugli alberi.
Adoravo i giorni che facevano giri lunghissimi per arrivare più tardi alla sera.