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La vita segreta di Rebecca Paradise. Il blog delle mezze verità

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Pedro Mañas

Illustrazioni di

Bea Tormo Traduzione di

Luigi Cojazzi


Per Jesús, Miguel Ángel, Eloy, Lucía, Luna, il piccolo Javi... e chiunque sia in arrivo. Ah, e per tutte le Ursule del mondo.


Una cassa con sette chiavistelli

Odio i maghi. Non è che non mi piacciano, o che mi stufino, o che mi stiano antipatici. È proprio che li Odio. Con la “O” maiuscola. Tanto per cominciare, ci sono solo tre cose al mondo che interessano veramente ai maghi: i conigli, i mazzi di carte e i cilindri. Non riesco proprio a capire cosa trovino di interessante in queste tre cose. I conigli sono degli animali sinceramente insignificanti, che vorrebbero assomigliare a dei peluche, ma non lo sono affatto, e non perdono occasione di morderti un dito come se fosse una carota o di farti la cacca addosso appena provi ad abbracciarli. Delle specie di palline nere e puzzolenti che i veri peluche non lascerebbero mai in giro. I mazzi di carte piacciono solo alle vecchie signore e ai grandi truffatori, che li appoggiano su un panno verde 7


accanto a una manciata di ceci veri o a un mazzo di banconote false. Se ci pensi bene, è davvero stupido scommettere un mucchio di ceci o di banconote sul fatto che uscirà un asso invece del re di picche. Anche se le banconote sono false. I cilindri sono antichi cappelli estinti da un sacco di tempo. Gli unici esemplari ancora in vita sono visibili sulle teste dei maghi. Sono una specie protetta, quindi c’è una legge che proibisce ai cacciatori di sparare in testa ai maghi. Ecco perché l’inimicizia tra maghi e cacciatori è in continuo aumento. Non credo di aver sempre odiato i maghi. Credo di odiarli da quando uno di loro ha fatto sparire mia madre in una cassa nera e poi non è più riuscito a farla riapparire.

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Quella sera i miei genitori erano usciti a divertirsi a Portsmouth. Devo chiarire che, quando dico “Portsmouth”, mi riferisco a una città situata a quindici chilometri da casa mia, perché secondo le mappe ci sono varie altre Portsmouth nell’universo. E quando dico “a quindici chilometri da casa mia”, in realtà intendo “a quindici chilometri dalla porta di casa mia”, perché probabilmente la distanza è un po’ maggiore se uno è nel gabinetto del corridoio a fare le sue cose. A proposito, quando dico “fare le sue cose”, non mi riferisco alle parole crociate o all’uncinetto, ma intendo... Be’, ci siamo capiti. Dov’ero rimasta? Ah, sì. Quella sera i miei genitori erano usciti a divertirsi. Divertirsi nel modo in cui si divertono di solito i genitori. Insomma, niente esperimenti con il

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bagnoschiuma né ricerche di lombrichi in giardino, ma una gita in macchina a Portsmouth, una cena di aragosta con un sacco di maionese e poi il teatro, il cinema o uno spettacolo di magia. Papà non vuole mai parlare della storia del numero di magia, ma non importa. Me lo immagino perfettamente, come se ci fossi stata anch’io. Ci sono un sacco di uomini e donne che osservano un palco avvolto nell’oscurità. Sono quasi tutte coppie come mamma e papà, sedute a tavolini con tovaglie rosse e piccole lampade verdi. Ridono, bevono vino e si sussurrano cose all’orecchio, al riparo dal temporale che ha iniziato a scrosciare sui tetti di Portsmouth. Si accendono i riflettori ed ecco che il mago sale sul palco. Si chiama Ramirez o Rodriguez o qualche altro nome ridicolo che finisce in “ez”. Ha i baffi tesi e appuntiti. “Mister-ez” fa qualche numero con il suo cilindro e un mazzo di carte sudicio, poi si avvicina al bordo del palco e chiede se c’è un volontario. O una volontaria. È un peccato che abbia detto “volontaria”, perché forse, se non l’avesse detto, mamma non sarebbe salita sul palco e sarebbe rimasta seduta al tavolo con papà, e poi sarebbero tornati a casa insieme, e ora lei sarebbe qui a sgridarmi perché nella mia nuova stanza la luce è ancora accesa, e io direi “ancora dieci minuti” e lei risponde10


rebbe “cinque”. Ma invece l’ha detto. Ha detto “volontaria”, e mamma è salita sul palco. Fru, fru, fru, fanno le sue calze quando le gambe si sfiorano. Toc... Toc... Toc..., risuonano i suoi tacchi tra i tavoli. Pum-pum-pum, batte il suo cuore per l’agitazione. La luce del palco si fa viola. Il mago chiede a mamma di entrare in una grande cassa nera dietro il sipario. La cassa ha sette chiavistelli e un serpente d’argento disegnato sul coperchio. Mamma entra nella cassa, sorride e si gratta un occhio. Si grattava sempre gli occhi quando era nervosa. Il mago chiude il coperchio con i sette chiavistelli e fa dei movimenti magici con le mani. La gente trattiene il respiro. A quel punto sul palco c’è una piccola esplosione. La cassa si riapre, ma dentro mamma non c’è! Il pubblico applaude forsennatamente. Che scemenza. Il mago sorride, richiude la cassa e ripete i movimenti magici. Questa volta pronuncia anche una formula. Il pubblico trattiene di nuovo il respiro. La cassa si riapre. È sempre vuota! Ma non è uno di quegli scherzi che fanno i maghi. Qualcosa è andato storto. A Mister-ez cola il sudore da sotto il cilindro fino alla punta dei baffi. La gente non trattiene più il respiro. Papà tamburella con le dita sulla tovaglia. Il mago, disperato, si asciuga il sudore con un lembo del mantello. 11


Non ho voglia di parlare delle centinaia di volte che il mago ha ripetuto inutilmente il suo trucco. Il punto è che mamma non è mai riapparsa nella cassa, non è tornata a sedersi al tavolo e non è rientrata a casa. È rimasta lì, a fluttuare circondata da mille colombe, conigli, assi di cuori, fazzoletti colorati, corde e tutte quelle cose che i maghi fanno apparire e scomparire. Non ci credi? Ti giuro che è la verità. Infatti adesso vivo sola con papà. Ah, dimenticavo, mi chiamo Ursula. Be’, in realtà mi chiamo Rebecca. No, Ursula. Rebecca!

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Racconti e bugie

Lo so, ho sbagliato fin dall’inizio. Lo so che non ci si presenta dicendo: “Odio i maghi”. Sarebbe un po’ strano entrare nell’ambulatorio del dottore o nell’ufficio del nuovo capo, tendergli la mano e dirgli: “Ciao, mi chiamo Ursula Jenkins e odio i maghi”. In realtà, no. In realtà sarebbe fantastico se l’altra persona ricambiasse vigorosamente la stretta di mano e dicesse: “Piacere. Sono Jack e odio trovare grumi nel purè”. Ma le cose non funzionano così. Molto probabilmente il capo ti licenzierebbe e il dottore ti manderebbe di corsa a fare degli esami. Sembra che sia imprescindibile raccontarsi un sacco di stupidaggini prima di iniziare a parlare seriamente. Devi sapere quanti anni ha l’altra persona, dove vive, quanto guadagna a settimana, che macchina ha e a che ora si alza la mattina. 13


Siccome di solito quando mi trovo davanti a qualcuno tendo a dimenticarmi certe informazioni, ho deciso di farmi una specie di scheda gialla, di scriverci sopra queste imprescindibili stupidaggini e di attaccarla qui, così posso presentarmi senza perdere troppo tempo.

Purtroppo non sono affatto sicura che con questa scheda tu ti possa fare un’idea molto chiara di me. Forse non voglio nemmeno che tu sappia esattamente chi sono. Ti dirò intanto quello che gli altri credono che io sia. Ti ho già detto che mi chiamo Ursula (per ora lasciamo stare Rebecca), ma avrei potuto aggiungere qualcos’altro. Se vuoi specificare che ti riferisci proprio a me, e non a qualunque altra Ursula del pianeta Terra, potresti chiamarmi “Ursula la bugiarda”. O, se preferisci, 14


“Ursula la svitata”. O, se lo preferisce la tua compagna di banco, “Ursula la quattrocchi stramba”. È la mia collezione di soprannomi. Alcuni collezionano francobolli o farfalle. Ad altri piace conservare souvenir delle città che hanno visitato. Poi, mentre sistemano le bollette o impostano l’ora sulla sveglia, guardano la loro collezione emettendo sospiri struggenti. I miei soprannomi sono qualcosa del genere. Me li porto dietro in ricordo di tutte le scuole in cui sono stata. E sono già tre. Ti spiego la cosa dei quattro occhi. Due sono i miei veri occhi, piccoli e brillanti come maggiolini. Gli altri due sono i miei occhiali, grandi e brillanti come fondi di bottiglia. Ma senza quei fondi di bottiglia, i miei due piccoli maggiolini non servono granché, perché sono miope. Al di sopra degli occhi c’è una frangetta. E al di sotto, delle gambe troppo corte (quasi come delle braccia) e delle braccia troppo lunghe (quasi come delle gambe). Dev’esserci stato qualche problema in fase di assemblaggio. Tra le braccia e le gambe c’è una pancetta rotonda con un ombelico che sembra il bottone di una lavatrice. Ma anche se lo premo, non succede niente. È un peccato che non possa raccontarmi anche tu come sei. Sarebbe diverso se stessimo parlando di persona o al telefono. Forse è per questo che la gente preferisce i telefoni ai libri. Perché i libri funzionano solo in una direzione. 15


A ogni modo, ci sono cose che è meglio raccontare in un libro, perché così le puoi raccontare come preferisci, senza che ti interrompano con un milione di domande difficili. Per esempio: “Ma allora ti chiami Ursula o Rebecca?” “Le lenti dei tuoi occhiali sono davvero così grandi?” “Perché la polizia non è andata ad arrestare il mago che ha fatto sparire tua madre?” “Com’erano esattamente quei movimenti magici delle mani?” “Funzioneranno anche con la mia insegnante di ginnastica?” “Mi stai prendendo in giro o cosa?”. Per quanto riguarda i vari “bugiarda”, “svitata” e “stramba”, be’, non è vero. O meglio, è vero solo a metà. Non so, può darsi che sia vero del tutto. Forse sono solo una bugiarda. A volte, quando sono nervosa, me ne vengo fuori con delle storie che non sono completamente vere, come quella della mamma e del mago. Ma non sono sicura che siano bugie. So che c’è differenza tra bugie e racconti. So che se dici a un bambino che sta per addormentarsi che c’era una volta un coniglietto che coltivava carote nel bosco,

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si chiama “racconto”, e invece se dici alla tua insegnante che un coniglietto si è mangiato il tuo quaderno con i compiti, si chiama “bugia”. Ma le cose non sono sempre così semplici. Tutt’altro. E poi ti ho già detto che odio i conigli. Vorrei che fosse chiara una cosa: io cerco di dire la verità. Cerco, per esempio, di dire che mia madre non è scomparsa per colpa di un mago maldestro di nome Mister-ez. Mi sforzo di raccontare quello che è successo veramente. Ma poi, quando mi ritrovo davanti a un sacco di gente che mi osserva, che fissa i miei occhialoni e l’elastico colorato della mia coda di cavallo, mi risulta improvvisamente molto difficile parlarne, e la mia bocca comincia a raccontare tutta sola la storia del mago, che è meno triste e più emozionante. E così poi finisce che la gente pensa che sei una povera bugiarda, ma almeno non pensa che sei una povera disgraziata. E lo stesso vale per tutto il resto. Nessuna delle verità che potrei dire merita davvero di essere ascoltata: “Ho degli occhiali tipo fondi di bottiglia.” “Prendo sempre brutti voti in francese.” “La mia nuova casa è molto più piccola.”. E allora? Chi vuole sentire queste cose quando ci sono bugie molto più interessanti? Bugie a cui a volte puoi finire per credere tu stessa. Sono proprio una perfetta bugiarda. E mi chiamo Rebecca! 18


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