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Giappone

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GIAPPONE

Viaggio in bici dove nasce il sole

Francesco
Martelli

GIAPPONE

GIAPPONE

VIAGGIO IN BICI DOVE NASCE IL SOLE

MARE

DEL GIAPPONE

Baia di Wakasa

Toyama Bay

Isola di Sado

Honshū

Lago Biwa

Kyoto

Hikone Neo Shirotori Shirakawa

Takayama Tokyo

Monte Fuji Baia di Tokyo

Izunokuni

Ihama Shimoda

Baia di Suruga

SOMMARIO

INTRODUZIONE

Pag. 9

IL VIAGGIO

Pag. 12

PEDALARE IN GIAPPONE

Pag. 149

GLI AUTORI

Pag. 151

PENNI

Pag. 153

WILLY

Pag. 155

FRANK

Pag. 157

RINGRAZIAMENTI

Pag. 159

TAPPA 1

ISEKAI

Pag. 14

TAPPA 2

KONBANWA

Pag. 30

TAPPA 3

RYOKAN

Pag. 50

TAPPA 4

ONSEN

Pag. 66

TAPPA 5

GEISHA

Pag. 84

TAPPA 6

AMAGI

Pag. 98

TAPPA 7

MINAMIIZU

Pag. 110

TAPPA 8

FUJISAN

Pag. 120

TAPPA 9

EDO

Pag. 134

SE HAI FRETTA, FAI IL GIRO LUNGO.

Proverbio giapponese

INTRODUZIONE

Perché un altro libro di viaggi? E perché un altro viaggio in Giappone?

Per scrivere questo libro ho dovuto trovare una risposta a queste domande, e per farlo mi sono dovuto ricordare che il viaggio era iniziato da molto più lontano, almeno un anno prima.

Siamo partiti da El Calafate, nella Patagonia argentina, abbiamo vagabondato per più di mille chilometri in bici passando per il Cile e la Terra del Fuoco. Il nostro vagabondare è diventato un libro, un documentario, si è rivelato l’occasione per centinaia di incontri. Ha dato vita a un’amicizia, ha sprigionato energie e intensità che non potevamo e non volevamo fermare. Ha creato un trio tenero e bizzarro: un videomaker/speaker radiofonico, un fotografo sensibile e un maestro di viaggi. Frank, Penni e Willy. Il nostro viaggio doveva continuare.

Ma perché il Giappone?

Dalla Patagonia al Giappone, da Ushuaia a Kyoto, la distanza è persino più ampia dei circa 17.000 chilometri che le separano. Da un viaggio alla fine del mondo, nelle terre vaste e vuote, nella rarefazione degli incontri, nelle lotte ostinate e contromano con il vento, a un viaggio nel luogo dove nasce il sole, in una delle terre più piene, formicolanti, abitate, colonizzate dal turismo.

Forse una prima risposta è che in Giappone, come in Patagonia, la bellezza è un fatto iniziatico, un gioco di attese. Non ti arriva addosso, devi saperla cogliere. Si apre solo a chi si impegna in una ricerca lenta e spesso gravosa, a chi sa attendere l’epifania improvvisa che lo lega per sempre a un paesaggio oppure a un volto. E forse non c’è nulla come la bici – non c’è nulla come la

lentezza e la fatica della bici – per conoscere questi luoghi e queste persone.

Così, pochi mesi dopo, eccoci di nuovo insieme. Kyoto come punto di partenza, Tokyo come meta. Nove tappe in sella tra montagne, villaggi e città. Da Takayama, dove le strade si arrampicano tra case di legno e templi nascosti, fino alla penisola di Izu, sospesa tra terra e mare. E infine la metropoli delle metropoli, dove il frastuono della città si mescola ad angoli di silenzio inaspettato, e dove ogni vicolo custodisce un segreto.

Non è stato solo un viaggio geografico: è stato un viaggio di sguardi. Guardare il Giappone dalla bicicletta significa respirare il ritmo di chi lo abita, cogliere le sfumature

dei colori, ascoltare la vita che pulsa placida e intensa al tempo stesso. Se la Patagonia ci aveva insegnato a metterci alla prova, il Giappone ci ha insegnato a osservare, ad ascoltare, a stupirci e a comprendere che la tradizione è determinante per abbracciare il cambiamento senza perdere la propria identità. Ci ha insegnato a considerare sempre l’enormità del dettaglio, la bellezza del rispetto, la perfezione dell’istante.

Anche questa volta siamo partiti senza un copione, senza un programma preciso: soltanto tre biciclette, una macchina da presa, una fotocamera, e tanti incontri da raccontare lungo la strada.

Non mi resta che lasciarvi agli istanti e alle istantanee del nostro viaggio in Giappone.

IL VIAGGIO

ISEKAI TAPPA 1 DA KYOTO A HIKONE

Sei solo in partenza per un viaggio in bici, non stai esplorando un buco nero, eppure atterrare a Kyoto significa varcare una soglia che conduce a un angolo ignoto del multiverso. Qui vigono altre leggi, una nuova intelligenza dello spazio, uno scorrere del tempo differente. Si prova straniamento, sì, ma anche una pace inaspettata. Kyoto non è una metropoli qualunque: per oltre mille anni è stata la capitale, il cuore della cultura e delle arti del Giappone, e ancora oggi custodisce più di duemila templi e santuari. Eppure, nonostante il suo milione e mezzo di abitanti, non è mai il caos a darti il benvenuto in città: le strade sono ordinate, i suoni ovattati, i ritmi conservano una loro inafferrabile armonia. Mi trovo su un taxi, mi sto spostando dall’aeroporto all’hotel, osservo i tetti bassi, le insegne sobrie, le biciclette appoggiate davanti ai negozi. Tutto sembra obbedire a una segreta unità di misura,

come se fosse stato pensato per respirare in equilibrio.

Che strano provare a chiacchierare con una persona per la quale la lingua non è che un piccolo ostacolo. Da occidentali pensiamo all’inglese come alla lingua madre del mondo. Non è affatto così. Nei primi chilometri in taxi questo vuoto di verbi e predicati mi fa sentire smarrito, ma è una sensazione che dura poco e lascia spazio alla fascinazione, alla gratitudine per il modo rispettoso e gentile con cui il conducente si rivolge a me, tentando in tutti i modi di farsi comprendere. Indossa una mascherina, ma percepisco il suo animo ospitale e la naturale curiosità per il mio bagaglio voluminoso, perché quello che le parole non dicono traspare semplicemente dal tono della voce e dai suoi occhi: sorridono. Alla fine, in qualche modo, gli trasmetto le indicazioni per l’hotel e riesco a spiegargli che sono a Kyoto per scrivere questo libro

Passeggiando per le strade del centro di Kyoto, tra passato e futuro.

Il simpatico e premuroso custode del nostro primo hotel a Kyoto.

e per realizzare un documentario sul mio viaggio in bici attraverso il Giappone. “Ooooh!” è il suo commento stupito e divertito.

Arrivati a destinazione ci salutiamo: io, goffo, congiungo le mani, lui, delicato, fa un piccolo inchino.

Ho imparato la prima lezione. In albergo, il responsabile del garage è un uomo sui sessant’anni, forse settanta.

I capelli sono allineati lungo una riga talmente netta che sembra disegnata, veste un completo oltremare con cravatta a righe rossa e blu, la sua divisa di lavoro. È minuto ma fermo, ci conquista con il suo sorriso e la sua gentilezza. Ci mostra sul suo smartphone una frase tradotta dal giapponese all’italiano: “Fate attenzione per strada. Ha piovuto ed

è pericoloso”. Che mi sia già innamorato di questo Paese accogliente e premuroso?

È il primo pomeriggio e finalmente siamo pronti per un giro di ricognizione.

Cominciamo dal Palazzo imperiale di Kyoto, antica residenza della famiglia regnante fino al 1869, quando la capitale fu trasferita a Tokyo. Solenne, sprofondato nella sua quiete, oggi il palazzo è circondato da un parco immenso nel cuore della città, il Kyoto

Gyoen: viali ampi, pini secolari, ponti in legno e silenzi interrotti solo dal canto degli uccelli. Nei giardini incrociamo un uomo che, nei suoi abiti quotidiani, esegue le forme del taikyoku-ken in solitudine. Gesti lenti che sembrano danzare col vento. Penni lo cattura nei suoi scatti, io rubo qualche istante di

questa unione di corpo e spirito con la mia telecamera.

Arriviamo al Fushimi Inari-taisha, il santuario più emblematico di Kyoto, con i suoi tunnel formati da decine di migliaia di porte torii di colore vermiglio che si snodano in salita verso il monte. Inari è la divinità del riso, delle volpi e della prosperità.

È proprio dalle porte rosse che parte il sentiero celebre in tutto il mondo: quattro chilometri di gallerie vibranti di luce e colore in cui ci siamo appena affacciati, ma quegli istanti sono stati più che sufficienti per farci sentire immersi in un luogo sacro.

Siamo circondati da storia e bellezza, eppure, abituato a percorrere chilometri e chilometri

in solitaria nei miei viaggi in bici, in una città come Kyoto non ho la percezione di spostarmi nello spazio. Avanziamo con cautela, facendoci largo fra i turisti che affollano le strade, e intanto il tempo scivola via leggero. Willy, rispetto al nostro viaggio in Patagonia, è più viaggiatore, meno guida. Io mi sento brancolare nel buio. Cerchiamo luoghi e immagini per riempire le schede delle nostre fotocamere, ma non siamo ancora sintonizzati fino in fondo con il paesaggio. Colpa del fuso orario? Del lungo viaggio? O forse è la barriera della lingua a serrarci in noi stessi, togliendoci la possibilità di guardare fuori? Ci perdiamo in chiacchiere, sorridiamo, ci districhiamo tra una geisha un

Tutto sembra obbedire a una segreta unità di misura, come se fosse stato pensato per respirare in equilibrio.

I giardini del palazzo imperiale di Kyoto.

po’ posticcia e un americano in bermuda. Mentre il giorno volge al termine, decidiamo di spostarci verso Arashiyama, dove proveremo a rubare le ultime luci alla sconfinata foresta di bambù. Già all’ingresso, i sentieri si stringono tra canne altissime che sembrano piegarsi al vento e filtrare la luce in fasci verticali. Mentre sei qui il mondo fuori scompare, e non resta che il fruscio di foglie e fusti, un gioco d’ombre e di bagliori. Poi a interromperci arriva il tramonto. “Torniamo domani all’alba”, mi risveglia Willy con il suo melting pot ispano-bresciano, “non ha molto senso con questa luce scattare o registrare, non vi pare? Forza pecadores, muoviamoci che go fam!”.

Ridiamo.

Il giorno dopo, all’alba, torniamo nella

foresta di bambù di Arashiyama e Sagano per visitarla con meno turisti. Un guasto alla batteria del cambio ci fa perdere tempo e il vantaggio della sveglia si dissolve in pochi minuti, ma troviamo comunque la foresta quasi vuota. Scattiamo foto, facciamo decollare il drone: le immagini catturano l’atmosfera rarefatta e sospesa, irreale di quel luogo. All’uscita, un altro incontro annunciato dal tic toc dei geta, i sandali di legno giapponesi: sono monaci che spazzano la strada con gesti lenti e precisi, con grazia e armonia, come a dirci che mantenere pulito il mondo è un atto dello spirito.

Il percorso disegnato da Willy, ci porta quasi immediatamente fuori dalla città, sulle strade del Giappone rurale: un intarsio di campi di riso a perdita d’occhio, di contadini

Toyama Bay

MARE

DEL GIAPPONE

Baia di Wakasa

Lago Biwa

Kyoto

Shirotori Shirakawa Takayama

Hikone Neo

DISTANZA 88 km

TAPPA 1

DIFFICOLTÀ

La prima tappa risveglia le gambe cementate con una corsa che, dall’antica capitale Kyoto, ci conduce sul lato meridionale e orientale del lago Biwa, il più grande del Giappone, una “mecca” per i ciclisti che fanno il Biwa-ichi , ovvero il periplo di tutto lo specchio d’acqua in un giorno solo. Sicuramente incontreremo molti ciclisti mentre ci dirigiamo verso Hikone, ammirando una delle coste più belle del Giappone. Pedaliamo per gran parte del

Ihama Shimoda Honshū

Tokyo

Monte Fuji Baia di Tokyo

Izunokuni

Baia di Suruga

tempo su pista ciclabile e strade statali, con qualche deviazione su stradine di campagna che attraversano le risaie. Visto che è il giorno della partenza, ricordatevi che da queste parti si guida a sinistra! Nei dati tecnici vi segnalo anche la densità dei konbini lungo la strada: si tratta dei minimarket giapponesi, che sono assolutamente centrali nella vita quotidiana nipponica, ma sono anche un'oasi vera e propria per i viaggiatori in bici come noi. Leggendo capirete perché!

Un monaco pulisce le strade intorno ad Arashiyama, la famosa foresta di bambù di Kyoto.

e nuvole, nuvole talmente basse che sembra di poterle toccare con un dito. Il paesaggio si spiana, come se una falce gigantesca avesse tagliato ogni entità che osasse superare la misura di un albero. Le risaie la fanno da padrone, immense, immobili, frammenti di specchio a uso e consumo del cielo.

Vediamo i contadini che attraversano i campi a bordo di piccoli trattori, smuovendo lenti la terra. Guardano il nostro passaggio curiosi, salutano con un movimento del capo di appena un paio di gradi, un cenno di rispetto che precede qualsiasi giudizio.

Stiamo pedalando alla volta di Hikone, lungo le sponde di quello che sembra un piccolo mare. È il lago Biwa, il più grande del Giappone e uno dei più antichi di tutto il mondo: le sue acque hanno riflessi cangianti, a tratti verdi e a tratti blu scuro, e le rive, nutrite da centinaia di piccoli torrenti, sono

costellate di villaggi, spiagge e piccoli porti. Il sentimento della bellezza è però turbato da un noioso problema, divenuto noto a tutt’altre latitudini come “problema di Johnny Stecchino”: il traffico.

“Com’è possibile un delirio del genere?”

chiedo a un Willy più taciturno del solito. Forse ha compreso il mio disagio e dall’alto della sua esperienza mi lascia crogiolare nel mio vano brontolio.

“C’è la Golden Week”, mi dice.

La Golden Week è l’equivalente di Ferragosto, Natale, Capodanno e Pasqua messi insieme. È uno dei momenti più attesi dai giapponesi, l’unione di quattro festività nazionali che, tra fine aprile e inizio maggio, offrono una settimana di vacanza a milioni di persone: il compleanno dell’imperatore Hirohito, la Festa della Costituzione, la Festa del verde e la Festa dei bambini. Strade affollate,

La cultura giapponese riflessa nell'architettura: pulizia e minimalismo.

famiglie intere in movimento, tende lungo le rive del lago. Anche se tutto è ordinato e civile, condotto con l’austera grazia nipponica, il contrasto con la Patagonia – dove la solitudine era una sentenza – si fa sentire in modo quasi doloroso. Anche il semplice piacere della bici sembra mi appartenga di meno, soffocato dal rumore e dalla presenza costante della folla. Ad alleggerire la giornata, però, ci appare il castello di Hikone. Elegante, con i suoi muri immacolati e i tetti a infiniti livelli, apre la pista a strade finalmente più tranquille. Questo raro testimone del periodo feudale fu costruito nel XVII secolo, durante il periodo Edo, ed è uno dei dodici castelli originali del Giappone rimasti intatti. I suoi giardini, gli specchi d’acqua e le torri sembrano usciti da

una xilografia ukiyo-e, e pedalare vegliati dal suo sguardo è attraversare un frammento vivo di storia.

Dopo circa un centinaio di chilometri arriviamo a Hikone, nella prefettura di Shiga, sulla sponda orientale del lago Biwa. Come era già accaduto ieri, il buio ci circonda all’improvviso, come se ci aspettasse per tenderci un agguato, ma stanotte il posto dove avremmo dovuto dormire è saltato, e la Golden Week ha reso tutto molto più difficile: trovare un giaciglio è un’impresa impossibile. Chiediamo aiuto alle ragazze che lavorano in un bar: grazie a una di quelle coincidenze provvidenziali che capitano solo a chi viaggia, una delle due ha origini cilene, e Penni e Willy, che vivono in Spagna, riescono a farsi capire senza l’uso dei traduttori di testo sui

Willy e Frank all'entrata di uno dei tanti templi di Kyoto.

A sinistra: anche dall'alto, tutto appare pulito e ordinato. In alto: Kyoto al tramonto.

cellulari. I nostri angeli custodi cominciano a chiamare tutti gli hotel che conoscono, anche quelli noti solo per sentito dire. Alla fine, l’unica possibilità sembra essere un misterioso motel, reso sospetto da due circostanze di ardua spiegazione.

La disponibilità: totale. Il prezzo: irrisorio. Quando finalmente arriviamo, la verità comincia a emergere in tutta la sua evidenza.

L’aspetto della struttura è molto più simile a quello di uno dei nostri alberghi a ore cantati da Herbert Pagani. All’ingresso del motel, ecco un carrello pieno di vestitini di ogni tipo, pronti a essere affittati e dare realtà per una notte ai più bizzarri desideri. Sul comodino della camera – decorata da tende e moquette color porpora e tempestata di flaconi di profumo –, trovo un mastodontico sex toy. Anche questo è Giappone, anche questo è viaggiare. Buonanotte.

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