Skip to main content

Genitori in campo

Page 1

Siamo tutti in gioco Prima di essere uno psicologo sono un genitore, e come ogni genitore sono un essere umano in difficoltà. Già, perché il compito, o meglio l’avventura dell’essere genitori è un’esperienza complessa e sfidante che ci fa uscire (inevitabilmente!) dalle nostre abitudini e dalla nostra zona di comfort. Nei miei corsi racconto spesso di quella volta in cui ho portato l’auto dal mio meccanico: per dieci minuti, mentre armeggiava sotto il cofano, mi ha raccontato tutti i problemi con i suoi figli. A conclusione del lavoro mi ha guardato con l’aria sconsolata di chi si sente incompreso e mi ha detto: “Ma tu che cosa ne sai dei problemi che creano i figli?! Tu sei uno psicologo! Mica puoi avere le magagne che ho io…”. “Hai ragione”, gli ho risposto di getto. “In effetti immagino che, essendo tu un meccanico, la tua auto non abbia mai problemi…” Lui ha sorriso, poi mi ha congedato apostrofandomi in modo colorito. Non credo abbia apprezzato. Da quel giorno però ho capito che c’è una convinzione diffusa: lo psicologo, nell’ambito delle relazioni, ha una vita in discesa. 17


Credetemi, è una fake news! Una falsa notizia. Questo libro parla della sfida dell’essere genitori che tutti, psicologi compresi, viviamo ogni giorno.

Rassegnati, non c’è manuale Mi capita spesso di pensare che sarebbe bello avere un manuale d’istruzioni per gestire le problematiche e le situazioni sempre nuove alle quali i miei figli mi sottopongono. Provate a immaginare se i nostri figli avessero un piccolo display sulla fronte e, quando vivono una situazione problematica, apparisse magicamente una scritta del tipo: “Error 56”. La mia lavatrice funziona così: tu vedi un codice errore che appare sul display e vai a consultare il libretto di istruzioni per capire a quale malfunzionamento corrisponde. In base a questo sai esattamente che cosa fare: pulire il filtro, controllare di non aver chiuso per sbaglio il rubinetto dell’acqua oppure chiamare il tecnico. Sarebbe meraviglioso se, trovandomi di fronte a uno dei miei figli che manifesta un problema, sapessi cosa fare semplicemente guardando il codice errore che gli appare sul display in fronte. Sapere come risolvere la scocciatura in modo semplice ed efficace è, in assoluto, il grande sogno segreto di ogni genitore! La realtà, purtroppo, è che ognuno di noi deve fare i conti quotidianamente con la propria umanità e con tutti i limiti che tale condizione offre. Un pacchetto tutto compreso. Ci sono almeno due elementi che smontano il grande so18


gno di disporre, come per la lavatrice, di un magico libretto d’istruzioni per i propri figli. Il primo è che la lavatrice, come ogni altro elettrodomestico, da quando l’ho acquistata è rimasta sempre uguale. Quattordici anni di onorato servizio e ogni pezzo e componente è lo stesso del giorno prima. Con i nostri figli, ma in genere con gli esseri umani, non funziona così. Loro, gli umani, e in particolare i nostri figli, ogni giorno sono diversi dal giorno prima, perché sono in un processo di sviluppo e di crescita. Evolvono, per questo non esiste un manuale sempre valido. L’altro aspetto è che le lavatrici sono costruite in serie, escono dalla fabbrica tutte uguali, e per questo hanno un unico libretto di istruzioni. I nostri figli invece no, loro sono manufatti artigianali, per cui se ho trovato un modo per gestire un problema con un figlio, questa strategia probabilmente sarà inefficace con l’altro. Un prodotto artigianale è sempre unico, diverso da tutti gli altri. Per cui rassegniamoci, finché i nostri figli non saranno fatti in serie non potremo avere le istruzioni, e questo rende il compito davvero impegnativo. Pensandoci, però, è la meraviglia della vita umana. Se tutto fosse semplice noi saremmo solo dei banali tecnici manutentori!

19


Pensa da allenatore


Nel tennis come in qualsiasi altro sport, un atleta ha bisogno di un allenatore che lo istruisca sui fondamentali, lo prepari al confronto sportivo ma soprattutto che lo accompagni nel percorso di miglioramento. Non credo molto nella persona che si fa da sola perché l’umano per natura è un essere relazionale e per crescere necessita non tanto di istruzioni quanto di relazioni. Ogni persona che è in un processo di crescita per migliorarsi ha bisogno di allenatori. E un buon allenatore (sportivo e non) deve fare proprio questo: aiutare l’allievo a essere il meglio che può essere fino a quando non sia diventato sufficientemente “grande” da stare in piedi da solo. Dal mio punto di vista un allenatore non è un costruttore di campioni ma un accompagnatore alla crescita. Provate a pensarci, se un preparatore si trova davanti un ragazzo che vuole imparare a giocare che cosa farà? Gli spiegherà le regole, lo istruirà nella tecnica ma soprattutto lo osserverà. Per un anno uno dei miei figli ha preso lezioni di tennis. Ricordo che alla fine 23


della prima lezione l’istruttrice mi ha detto: “Non vedo in lui una dominanza chiara tra destra e sinistra”. (Che in uno sport fortemente lateralizzato come il tennis è da tenere in considerazione per definire un piano di allenamento.) Ha aggiunto poi: “Vorrei fargli fare degli esercizi per capire se ha comunque un braccio con cui preferisce giocare o se invece dobbiamo forzarlo noi”. Ecco un esempio di osservazione, riflessione e adattamento del piano di allenamento. Un buon allenatore osserva cosa il ragazzo sa fare spontaneamente, cosa capisce di ciò che gli viene detto, come reagisce alle correzioni, come entra in contatto con gli altri. La sfida dell’allenatore è quella di trasferire più competenze possibili all’atleta, ma questo non può avvenire per tutti i ragazzi nello stesso modo. Allenare ad apprendere non vuol dire trasferire un file, vuol dire aiutare a comprendere. Insegnare significa personalizzare. Per questo, per come la vedo io, la grandezza di un allenatore si misura anche con la capacità di adattare il proprio linguaggio e il modo di trasferire il suo sapere alle caratteristiche dell’allievo che gli è capitato in sorte. Noi come genitori non siamo produttori di esseri vincenti ma siamo accompagnatori dei nostri figli nel viaggio della vita. Si badi bene: “i nostri figli”, non quelli ideali che vorremmo ma proprio quelli reali che abbiamo, con tutti i loro talenti e i loro limiti. Il nostro compito è quello di preparare oggi i nostri figli a giocare al meglio la partita della loro vita, partita che si giocherà in larga misura nel futuro. Per farlo dobbiamo, come un buon maestro di tennis, prendere familiarità con alcuni aspetti che caratterizzano il nostro compito. 24


Di buona lena Il primo modo attraverso il quale prepariamo i nostri figli ad affrontare le sfide del futuro, è quello di allenarli. La parola “allenare” contiene al suo interno il termine “léna”, che indica il respiro di chi è nella fatica. Preparare i nostri figli ad abitare il futuro, significa aiutarli a stare nella fatica per la conquista dei loro obiettivi. Di fatto l’allenamento è proprio questo. Provate a pensare… quando andate a fare una corsa e non sentite la fatica, be’ forse non vi state allenando, state solo facendo una bella esperienza all’aria aperta. Allenarsi significa entrare in una fatica e riuscire a starci. Allenare, forse, è la parola che più di tutte, negli ultimi anni ho sentito vera nella mia esperienza di genitore. Sì, certo, il genitore non esaurisce la ricchezza del suo compito nel semplice allenamento. Un genitore è indubbiamente molto di più. Ma per tutto questo di più sono stati scritti innumerevoli libri mentre esiste il vuoto cosmico per la nostra funzione di allenatori. Immaginare di essere allenatori chiamati ad accompagnare i nostri figli a “vincere” la partita che si giocherà nel futuro è un’immagine suggestiva e apre a una riflessione: mentre alleno i miei figli a stare nella fatica mi alleno a mia volta. Il mio allenamento è questo: imparare a stare nella fatica della fatica dei miei figli. Mi spiego meglio. Quando vedo Davide o Federico (sono i miei figli) abbattuti, affranti o sconfitti mi sento spinto a togliere loro questo fardello. 25


La loro fatica mi è insostenibile e sento di dovermi attivare per risolverla. Avete presente le volte in cui i vostri figli vi guardano abbattuti, con la testa china, il volto sofferente e sembrano dirvi: “Padre, allontana questo calice da me”? Ecco, una cosa così. Quanto sforzo per lasciargli l’esperienza della loro fatica! Ma cedere sarebbe come un maestro di tennis che vedendo il suo atleta in difficoltà durante un match decidesse di entrare in campo a giocare al posto dell’atleta. L’allenamento più impegnativo, più ostico è il nostro perché ci chiede di non fare direttamente. È difficile, lo so, ma se non impariamo a lasciare ai nostri figli lo spazio per fare esperienza, se gli offriamo un presente in discesa la vita li metterà davanti alla salita un poco più avanti, quando magari noi non ci saremo più a sostenerli.

Rispetta i confini del campo Il secondo modo attraverso il quale accompagniamo i nostri figli nel processo di crescita è allenarli a riconoscere i confini dei ruoli. Come si gioca la partita dell’essere genitori? Come una partita di doppio a tennis: da un lato del campo ci sono i genitori e dall’altro i figli (o il figlio). A separarli non c’è un muro che crea una netta separazione ma una rete che definisce dove termina un campo e ne inizia un altro. La rete segna i confini ma mantiene la permeabilità 26


consentendo di rimanere in contatto gli uni con gli altri. Senza rete non si può giocare a tennis come, similmente, senza confini di ruolo all’interno del nucleo familiare è impossibile giocare la partita educativa. Diamo un’occhiata al campo di gioco dei genitori. Oggi viviamo in una realtà familiare dalle mille forme per cui esiste una molteplicità di modi di essere genitori. Ecco le situazioni più frequenti: −− genitori che giocano in coppia; −− genitori che pur giocando singolarmente sono, per il figlio, una coppia; −− genitori che giocano la partita della genitorialità in più di un campo; −− genitori che giocano da soli perché hanno perso il partner e che quindi anziché giocare in doppio si trovano a fare il doppio del gioco. In questi casi, ancora più che in tutti gli altri, sono rilevanti, come partner di gioco, tutti gli adulti vicini (nonni, insegnanti, allenatori…). Penso che tutto questo però non abbia molta importanza. Ciò che è centrale, invece, è che il team di doppio, anche quando non va d’accordo su molte cose, anche quando nella vita non è più una coppia, mantenga il gioco di squadra. Se questo non accade, purtroppo, si assiste a sfide che non hanno nulla a che fare con l’allenamento e la crescita dei figli. Ho visto partner che per ripicca o delusione hanno iniziato a giocare nel campo del figlio contro l’altro genitore perdendo completamente l’obiettivo dell’allenamento. 27


E anche genitori che giocavano in un campo non regolamentare: immaginatevi un campo lungo, con due reti al centro che quasi tengono prigioniero il figlio. Provate a figurarvi questo povero ragazzo che si trova a interagire con il gioco dei genitori posti nei due campi rispettivamente davanti e dietro il suo. Rispondendo prima da un lato e poi dall’altro l’atleta è sottoposto a un lavoro immane dove è costretto a voltare le spalle, a turno, al genitore non coinvolto nel gioco. In tutti questi casi il match non si svolge in un campo di gioco ma di battaglia perché il bene non è più quello del proprio figlio ma quello del singolo genitore.

Il doppio è un gioco di squadra Il terzo modo per accompagnare i figli a proiettarsi nel futuro è usare con intelligenza tutti i colpi che abbiamo a disposizione. Seguendo la metafora del tennis, ci sono due interessanti spunti: 1. In campo quando i partner giocano in doppio c’è uno che tiene una posizione più a destra e l’altro che sta più a sinistra, uno che coprirà il sottorete e l’altro il fondocampo. Insomma, quando si gioca in due bisogna creare sinergia e organizzarsi per evitare di disperdere inutilmente le forze. Così si fa squadra e il gioco risulta più efficace e incisivo. 2. Il tennis prevede che ogni giocatore sappia usare tutti i colpi fondamentali. Nel doppio però è importante che i 28


RETE E CONFINI

TAVOLA

I CONFINI SONO REGOLE CHE DEFINISCONO CHI PARTECIPA E COME.

IE IGL E FAM TERAP I E LLA IA DE MIGL FA

1

LA FUNZIONE DEI CONFINI È DI PROTEGGERE E DIFFERENZIARE.

LO PSICHIATRA ARGENTINO SALVADOR MINUCHIN AFFRONTA IL TEMA DEI CONFINI E INDIVIDUA TRE TIPI DI CONFINE. CONFINE RIGIDO

FAMIGLIE DISIMPEGNATE: MEMBRI TROPPO PROTETTI E TROPPO DIFFERENZIATI.

CONFINE CHIARO

SPETTRO NORMALE: MEMBRI PROTETTI E DIFFERENZIATI IN MODO CORRETTO. QUI È POSSIBILE L’INCONTRO.

CONFINE DIFFUSO

FAMIGLIE INVISCHIATE: MEMBRI PER NULLA PROTETTI E DIFFERENZIATI.

QUANDO I FIGLI CRESCONO SI RIORGANIZZANO ANCHE I CAMPI.

Genitori

Figli

Genitori

Figli CRESCENDO SI SPOSTA E SI DISTINGUE DAL FRATELLO.

LA RELAZIONE QUI È TRA ADULTI E BAMBINI.

LA RELAZIONE QUI È MISTA: ADULTI E BAMBINO ADULTI E ADOLESCENTE (GIOVANE ADULTO).


membri del team siano consapevoli dei reciproci punti di forza tra due colpi in particolare: il diritto e il rovescio. Questo permette di massimizzare le risorse e, in taluni casi, anche di coprire le reciproche fragilità. Tutto questo funziona anche nel nostro agire educativo. Infatti vi sono due “colpi” fondamentali che dobbiamo saper giocare: 1. far sentire i nostri figli amati in modo incondizionato (chiamiamolo il diritto); 2. servire dei “No” perché i nostri figli sviluppino autonomia (chiamiamolo il rovescio). Giocare bene significa saperli usare entrambi. Magari nel team a uno verrà meglio il diritto e a qualcun altro il rovescio ma i colpi vanno comunque giocati entrambi secondo il bisogno. Questo ci ricorda che i figli devono sentirsi amati per quello che sono e nel contempo devono sapere che i “No” che ricevono non mettono in discussione l’amore ma puntano a spronarli a essere il meglio che possono essere. Le cose però non sempre vanno lisce. Quando dico a mio figlio che non può andare al parco a giocare perché è tardi e deve ancora finire i compiti, gli sto dando un “No”. Lui però non lo percepisce come un gesto d’amore perché, dal suo punto di vista, amore significa: “permettermi di essere felice ora facendomi fare ciò che voglio”. È per questo che quando diciamo “No”, sentiamo tutti un po’ un vuoto allo stomaco, perché se la mia risposta non ti fa felice, forse, da qualche parte dentro di me si insinua il dubbio che tu potresti smettere di amarmi. 30


I nostri figli attivano, loro malgrado, un processo ricattatorio nei nostri confronti che suona più o meno così: “Rendimi felice ora così ti amerò”. Dobbiamo allora smettere di dire i nostri “No”? Non esattamente, e questo almeno per tre motivi: 1. innanzitutto perché l’amore non è merce di scambio. Non esiste “io ti do, tu mi dai”: questo è baratto affettivo; 2. poi perché la felicità, come la intendono i nostri figli, è una droga che chiede sempre dosi maggiori. La felicità del “fammi contento ora” ha un effetto di breve durata; 3. infine perché - e questo ammetto è davvero difficile non sono io genitore che ho bisogno del tuo amore ma tu figlio che hai bisogno del mio. Quando valuto la qualità del mio ruolo genitoriale basandomi sul consenso di mio figlio vivo quella che possiamo definire un’inversione di ruolo. Un po’ come se, durante un allenamento di tennis, l’allenatore scegliesse di farsi insegnare dall’allievo, mandasse l’atleta al cesto delle palle e lui si mettesse nel campo a ricevere. Ma allora cosa significa amare i nostri figli? Secondo il mio modo di vedere vuol dire prepararli a sviluppare le competenze necessarie per abitare il futuro. Ma le competenze non si scaricano come un download da una semplice esperienza di vita. Le competenze per svilupparsi hanno bisogno di esposizione, di esperienza, in sostanza di tempo. L’esito di oggi - anche quando si tratta di un fallimento, di una sconfitta - è il più delle volte soltanto il passo possibile 31


oggi in un lungo percorso. E il vero segreto non è puntare a quello che riescono a fare gli altri (se non addirittura meglio), ma semplicemente fare meglio di come ho fatto io ieri. Se perdiamo la prospettiva del percorso, non c’è viaggio ma solo la meta. E senza il viaggio la meta, come il risultato, non è raggiunta e goduta davvero, è virtuale. Per raggiungere la meta bisogna imparare ad attendere che il cammino ci avvicini all’obiettivo. Questo tempo di attesa è quello che più di tutto ci frega come genitori. Ammettiamolo, abbiamo fretta di vedere il successo del nostro lavoro. Ma per vincere bisogna imparare a “perdere” tempo, molto tempo. Ecco allora che il nostro gioco di genitori deve essere fatto di diritto e di rovescio (di amore incondizionato e di “No”) e di tempo, come ogni buona partita a tennis.

Evita la fretta del risultato Nove mesi per un bimbo, due anni per costruire una casa, due ore per un disegno. Il quarto modo attraverso il quale accompagniamo i nostri figli consiste nel diventare consapevoli che la vita ha bisogno di tempo per venire alla luce. Provo a spiegarmi meglio: tre anni fa io e la mia famiglia abbiamo adottato Milù, la nostra cagnolina. Siamo andati in un allevamento e dopo essere stati scelti dal cane lo abbiamo portato a casa. Milù aveva tre mesi. Ma quando 32


L’ADATTAMENTO CREATIVO

TAVOLA

2

LA STESSA PALLA SU CAMPI DIVERSI SI MUOVE IN MODO DIFFERENTE. NEL TENNIS BISOGNA IMPARARE AD ADATTARE IL PROPRIO GIOCO AL TIPO DI SUPERFICIE IN CUI CI SI TROVA. ERBA

Velocità

SULL’ERBA MEGLIO PUNTARE SU SERVIZI POTENTI E GIOCO SOTTORETE.

Rimbalzo

Prevedibilitò

Velocità

CEMENTO

Rimbalzo SUL CEMENTO MEGLIO PUNTARE SU RISPOSTE POTENTI DA FONDOCAMPO.

Prevedibilitò

Velocità

TERRA

Rimbalzo SULLA TERRA MEGLIO PUNTARE SU UNO STILE DI GIOCO MOLTO IN MOVIMENTO.

Prevedibilitò


mai un essere umano dopo tre soli mesi di vita è capace di separarsi dalla madre senza restarne traumatizzato e vivere in modo autonomo? Mediamente, se vi va bene, il vostro cucciolo d’uomo valuterà l’ipotesi di lasciare la famiglia, per vivere in autonomia, attorno ai 25 anni. La stima comunque è molto ottimistica. Vi faccio un altro esempio: avete mai visto un puledro poco dopo essere nato? Gli basta qualche momento, ed è già in grado di stare diritto sulle sue zampe. Se lo state a osservare ancora un po’ lo vedrete in breve tempo galoppare, seppur in modo ancora incerto, attorno alla madre. Pochi attimi e l’animale è pronto ad affrontare il mondo. Ritorniamo alla realtà umana. Un cucciolo d’uomo necessita di almeno 12 mesi prima di incominciare a muovere i primi passi in modo molto stentato. Perché come esseri appartenenti al regno animale noi abbiamo tempi così dilatati per sviluppare competenze? La risposta va ricercata nella nostra evoluzione. Quando dalla quadrupedia siamo passati alla stazione eretta è cambiato tutto il nostro modo di interagire con il mondo, ma è variata anche la nostra struttura muscolo-scheletrica e con essa si sono modificati alcuni organi interni. In breve possiamo dire che lo sviluppo dei muscoli addominali e il rimpicciolimento delle ossa del bacino hanno comportato una minor disponibilità di spazio nella zona pelvica e questa si è tradotta, a sua volta, nel restringimento del canale vaginale. Il cucciolo d’uomo che, prima di questa evoluzione del corpo della madre, poteva nascere con una testa grande ora, per passare attraverso uno spazio ridotto, doveva trovare delle strategie. La cosa più semplice è stata quella di rim34


picciolire la testa; la natura ha compiuto davvero un lavoro strepitoso visto che è riuscita in quello che le aziende produttrici di computer perseguono da anni: rimpicciolire il case, la scatola cranica, e potenziare in modo enorme le capacità del pc, il nostro cervello. Per farlo ha utilizzato due strategie: la prima è stata quella di rimpicciolire il meno possibile la scatola cranica donandole una certa flessibilità. In questo modo la testa ha potuto passare per una strettoia adattandosi un po’ allo spazio a disposizione senza perdere la sua funzione protettiva. Le famose “fontanelle”, che ogni bambino ha alla nascita, sono proprio questo: un mezzo per rendere adattabile la testa. Poi, infatti, spariscono perché hanno svolto la loro funzione. La seconda strategia della natura per ovviare al problema dello spazio è stata quella di dotarci di un cervello potente ma… sprovvisto alla nascita dei programmi applicativi! Un animale sa per istinto tutta una serie di cose, nasce con i programmi preinstallati. L’essere umano no, ha bisogno di apprendere attraverso la relazione con il mondo. Questa differenza ci ha portato a sviluppare le nostre capacità intellettive. È l’esperienza che, di fatto, ci permette di vivere, a differenza di ogni altro animale, a qualsiasi latitudine della terra. Un orso polare lo possiamo trovare solo al polo, l’uomo ovunque perché sa sviluppare capacità di adattamento a qualsiasi ambiente. 35


Il prezzo da pagare per questa flessibilità cognitiva è stato però molto alto. Mentre l’animale non ha bisogno di un lungo apprendimento (nasce come abbiamo detto con i programmi preinstallati), l’essere umano, proprio perché deve sviluppare tutti i software, ha bisogno di un tempo adeguato. Noi siamo creati in modo tale da entrare nel mondo a piccoli passi, in modo progressivo. Questa gradualità è supportata anche dal lento processo di sviluppo del nostro corpo. Un bimbo, ad esempio, quando nasce non è capace di vedere perfettamente. La sua fovea, che è un’area dell’occhio, gli permette di avere un ristretto spam visivo, si parla di circa 25 centimetri. Questa distanza è giusto quella che intercorre dal suo occhio al capezzolo della madre quando lei tiene il bimbo in braccio. Ma anche quella tra l’occhio del cucciolo d’uomo e quello della madre quando lei reclina la testa per cercare di parlargli mentre lo allatta. Anche questo è un aspetto meraviglioso: possiamo sopravvivere solo se siamo messi nella condizione di poterci nutrire, e di fatto ci nutriamo di due elementi: 1. il cibo che serve per costruire i mattoni del nostro corpo; 2. la relazione che serve per costruire la nostra psiche. Quando il nostro occhio maturerà ci permetterà di vedere un po’ più in là di questi 25 centimetri e intanto avremo avuto modo di sedimentare l’esperienza precedente. Cresciamo e ci sviluppiamo a piccoli passi, solo così siamo in grado di percorrere grandi distanze. La fretta del risultato non dovrebbe appartenerci.

36


Vivi il presente per proiettarti nel futuro Il quinto modo attraverso il quale accompagniamo i nostri figli nel processo di crescita è quello di affiancarli non tanto nel risolvere il presente ma nel prepararsi ad abitare il domani. Questa è davvero una grande sfida perché, come suggerisce il poeta Khalil Gibran, loro “abitano la casa del futuro, che noi neppure in sogno potremo visitare”. Sulla base di questo, mi sono reso conto che ciò che io come genitore sono chiamato a trasferire ai miei figli non sono tanto i contenuti, gli aspetti tecnici, la conoscenza in sé. In realtà ciò che sento di dover offrire loro è un approccio alla vita, un modo di intendere l’esistenza. In fondo ogni genitore è un mastro vetraio impegnato a far emergere dalla massa informe della vita dei propri figli un’opera d’arte meravigliosa e al tempo stesso fragile. Il vetraio si occupa della forma di un vaso o di un bicchiere e non della bevanda che poi ogni giorno vi sarà versata perché quella, come le esperienze della vita, assumerà la forma del contenitore. Che tipo di uomo o donna vorremmo che fossero i nostri figli dovrebbe essere la domanda che guida la nostra azione di allenamento nel presente. E il nostro desiderio dovrebbe nascere da una visione grande che suona più o meno così: di che tipo di persone avrà bisogno il mondo per essere un luogo dove continuerà a valere la pena vivere? La forma è più importante del contenuto. Nel tennis un buon maestro sa che ciò che farà di un atleta un campione non sarà solo la tecnica ma principalmente l’approccio che avrà alla partita, il suo modo di stare in 37


campo. Sotto l’aspetto tecnico, oggi nello sport le differenze tra i diversi atleti non sono cosÏ rilevanti come un tempo dove un atleta di talento emergeva sugli altri. Oggi la differenza, a parità di gesto tecnico, la fa lo spirito con cui si affronta il match. Sono davvero convinto che molto spesso come genitori investiamo molto tempo a educare i nostri figli ad apprendere singoli gesti, singole competenze dimenticandoci di instillare in loro il desiderio di essere un certo tipo di persona. Troppo contenuto senza un adeguato contenitore.

38


IL TEMPO IN CUI AGIRE IL TEMPO È COME UN ARMADIO A TRE ANTE.

TAVOLA

3

PRESENTE

PASSATO

FUTURO

L’ANTA DI DESTRA È QUELLA DEL FUTURO. È IN PARTE VUOTA PERCHÉ DEVO ANCORA COMPRARE TUTTI I VESTITI CHE METTERÒ NELLA PROSSIMA STAGIONE. QUALCHE BEL CAPO, PERÒ, LO METTO GIÀ QUI PRENDENDOLO DAL PASSATO.

L’ANTA DI SINISTRA È IL PASSATO. È PIENA DI TUTTE LE COSE CHE HO COMPERATO NEL TEMPO E CHE POSSO INDOSSARE OGGI.

LA PORTA DEL PRESENTE È AL CENTRO E HA LO SPECCHIO. OGGI COME SONO? COME STO? GUARDARMI MI AIUTA A SCEGLIERE E A FARE I NUOVI ACQUISTI PER RIEMPIRE IL FUTURO.

IL PRESENTE È AL CENTRO PERCHÉ È IL FUTURO DEL PASSATO E IL PASSATO DEL FUTURO: È IL TEMPO IN CUI AGIRE.


Turn static files into dynamic content formats.

Create a flipbook