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di legni

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NICOLA SEGATTA

DI SUONI, DI LEGNI E DI TEMPESTE

I segreti di un liutaio di montagna

A Silvia, Martino e Irene

Alla fine il motivo è semplice. Avevo due nonni, uno suonava il violino, lʼaltro costruiva mobili in stile settecentesco. I loro occhi – tre in tutto, uno era andato perso in falegnameria – brillavano di una passione inesauribile, capace di contagiare irrimediabilmente un bambino. Fu così che intorno ai dodici anni nacque in me l’ardente desiderio di costruire uno strumento. Iniziai con scatole improvvisate, fatte con assi trovate in soffitta su cui avevo teso delle corde di bava da pesca, poi a tredici anni realizzai una chitarra completa con pezzi di recupero. Suonava piuttosto bene, e ricordo che entrambi i nonni ne erano entusiasti. Se chiudo gli occhi, riesco ancora a vederli seduti accanto a me. A diciott’anni iniziai la Scuola di liuteria di Cremona e a ventiquattro suonavo in pubblico una mia composizione sul mio primo violoncello. In che cosa si fossero trasfigurati i miei nonni allora è un mistero che nessun essere umano ha mai risolto con assoluta certezza. L’enigma che ci abbraccia tutti, prima e dopo quel battito di ciglia che è l’esistenza nota.

Preambolo

Il mestiere del liutaio è una scommessa con l’insondabile, è un atto di fiducia, un sasso lanciato nel lago dell’eternità. Un violino o un violoncello possono funzionare per secoli, e la loro voce può raggiungere l’apice della bellezza quando dell’artigiano che li ha creati non rimane che il nome, e dei suoi resti mortali solo polvere. Ad animare quella voce, capace di arrivare dritta al cuore degli uomini e di far intuire loro qualcosa dell’aldilà che ci circonda, contribuiscono tutti i musicisti che, una generazione dopo l’altra, si succedono nel cavare note da ogni strumento. Ciascuno di loro ne modella il suono, infondendo nella materia lignea la memoria della propria vita e le proprie emozioni effimere. Sono come visitatori di una città antichissima, il cui impercettibile calpestio smussa, nei secoli, il profilo delle pietre. Così, con la loro devozione, accrescono la suggestione di luoghi che definiamo eterni, un fascino che si stratifica nel tempo, man mano che il passaggio terreno di quei viandanti si trasforma nella materia dei sogni.

Un violino, un violoncello, una viola sono corpi di legno modellati sulla forma umana. Strumenti antropomorfi. Nelle varie lingue del mondo le loro componenti si chiamano occhi, spalle, pancia, schiena, costole, collo, testa, orecchie. Al termine della costruzione, per infondere un soffio vitale in questo corpo di legno, simile a un Golem, un Pinocchio, un Frankenstein aggraziato o a un cavallo di Troia, viene inserita, con un ferro dall’aspetto chirurgico, una colonnina di legno di abete rosso, il cui nome, nelle lingue latine e slave, non lascia alcun dubbio sulla sua indispensabilità: âme, alma, duška, anima.

Se l’anima si discosta anche solo di pochi decimi di millimetro dalla sua posizione ideale, lo strumento non è più lo stesso, suona male. Ma non si può incollare un’anima: deve aderire in maniera esatta al corpo dello

strumento, con la giusta tensione per trasmetterne liberamente le vibrazioni.

Compositore, musicista, liutaio e ascoltatori contribuiscono a un atto di necromanzia, a una magia bianca di resurrezione laica. Quando un violoncellista esegue il Preludio in Sol maggiore della prima suite di Johann Sebastian Bach, ciò che era nella mente del grande musicista nei primi anni del Settecento a Lipsia prende vita nel corpo ligneo del violoncello, vibra nella cassa e infine nell’aria, arrivando a risuonare direttamente nella mente degli ascoltatori, cosicché l’inconscio di Bach torna a rivivere per un istante, secoli dopo la sua scomparsa.

I rimandi all’aldilà non finiscono qui. Sorprendentemente, gli ingredienti della vernice di uno Stradivari coincidono con le sostanze utilizzate dagli antichi Egizi per preparare le mummie al loro viaggio verso l’ignoto.

La liuteria per me è una metafora, una liturgia artigianale. Un atto scaramantico in cui è indispensabile toccare il legno. È anche un metodo per affrontare la vita. Un’idea nuova si sgrossa in fretta, con spirito d’avventura. Ma i dettagli richiedono pazienza e, potenzialmente, potrebbero essere rifiniti all’infinito. Talvolta bisogna fermarsi, aspettare che la colla faccia presa, che la vernice asciughi. Potrebbero aprirsi crepe impreviste all’ultimo momento, richiedendo restauri inattesi. Se qualcosa è molto prezioso, non sarà mai abbastanza il tempo dedicato a prendersene cura. Una vita di povertà può generare patrimoni immensi per sconosciuti eredi futuri. Una voce aspra diventerà dolce nelle botti del tempo, una dolce si farà flebile. E così a perdita d’occhio.

In queste pagine parlerò di liuteria in modo concreto, come in un piccolo manuale divulgativo, ma anche in senso metaforico: un metodo rinascimentale utile a costruire qualsiasi cosa e persino uno stratagemma per dare

una sbirciatina nell’aldilà. Racconterò le mie radici, gli aneddoti e le avventure dei miei anni di formazione, le vite e le peripezie di amici e colleghi, intervallando nozioni che possano aiutare anche chi non ha mai tenuto in mano una pialla o un archetto di violino a guardare il mondo con gli occhi di un liutaio e musicista.

Toccare il legno

Il primo brano musicale che ho scritto, una poesia che cantavo accompagnandomi al violoncello, si intitolava Canto di Scaramanzia. Touch wood, Holz anfassen, toucher du bois, Postucˇat’ po derevu, tocar madera. In Italia, per scongiurare la malasorte, si tocca il ferro, nel resto del mondo, il legno: un buon argomento da toccare per iniziare il mio racconto.

Al-oud

L’arte di costruire strumenti musicali a corda è definita, in italiano come in molte altre lingue, liuteria. Questo termine ha radici ancestrali: deriva da uno strumento fabbricato la prima volta in Mesopotamia ai tempi dell’Antico Testamento. Portato dagli arabi in Spagna tra l’VIII e il IX secolo, si diffuse in Europa fino a divenire il protagonista della musica del Rinascimento. Fu per secoli il mezzo di broadcasting musicale più popolare del mondo,

occupando il trono che un giorno avrebbero conquistato il pianoforte, la chitarra, il giradischi, la radio, lo smartphone. Si chiamava al-oud.

Un nome dal significato essenziale: vuol dire “il legno”. Al corrisponde all’articolo “il”, e risulta familiare anche a un orecchio italiano; oud è un termine dal suono molto simile alla sua traduzione inglese, wood.

Passando di mare in mare, di terra in terra e di bocca in bocca è diventato il liuto , the lute , der Laute , accordandosi agli accenti e all’udito dei diversi popoli. Se non avete idea di come è fatto un liuto, immaginate un grosso mandolino, come quello che strimpellava il gallo cantore nel cartone animato di Robin Hood. Al-oud è tuttora il sultano degli strumenti in tutto il mondo arabo e in Medio Oriente. Nei territori che appartennero all’Impero ottomano, inclusa la Grecia, è diffuso ancora oggi nella musica leggera. Nel mondo occidentale sopravvive invece il liuto rinascimentale, che è ormai uno strumento di nicchia, capace di far innamorare musicologi e raffinati amanti della musica antica, ma dalla fama che perdura nel nome stesso della professione di cui racchiude l’essenza: quella di colui che trasforma il legno in suono, il liutaio.

Questo termine mi rappresenta più di ogni altro, perché descrive l’intero arco della mia attività: costruttore di violoncelli, compositore e violoncellista. Potrebbero sembrarvi tre carriere distinte, ma il lavoro è uno solo: trasformare un pezzo di legno in un pezzo di musica, la materia in emozione. In Europa, fino al Rinascimento, l’eclettismo era un tratto irrinunciabile di un umanista. Era normale che un menestrello fabbricasse da sé l’attrezzo con cui avrebbe eseguito le proprie melodie, accompagnando la propria voce e i propri versi. Lo facevano musici ignoti, ma anche Leonardo da Vinci, il pa-

dre di Benvenuto Cellini e il violoncellista, compositore, liutaio e scultore secentesco Domenico Galli. Oggi viviamo in un’epoca in cui l’economia preferisce l’ignoranza e la specializzazione estrema, in cambio di comodità, soddisfazione immediata e promesse di eterna giovinezza. Così, a quarantadue anni, in Italia, ogni volta che spiego quello che combino mi viene chiesto cosa vorrei diventare da grande, e ho un bel da fare a dimostrare al mio interlocutore di essere un professionista e un padre di famiglia.

E sì che mi avevano avvisato! La prima volta fu per bocca di un clavicembalista, provetto costruttore, pittore e decoratore dei propri strumenti. Appena mi presentai, confessando candidamente la mia poliedricità, il mio simile mi sussurrò: “Non dire mai che fai tutte queste cose! Raccontane solo una alla volta, o nessuno ti prenderà sul serio”. In realtà lo urlò, visto che eravamo in mezzo al caos di una fiera roboante. Ma quell’incontro fu iniziatico: più di una volta avrei visto avverarsi la sua profezia. Eppure, non riesco mai a trattenermi e, ancora oggi, racconto subito tutto a tutti con l’entusiasmo degli esordi, ora per giunta mettendolo nero su bianco. Un secondo vaticinio mi fu rivelato dal palcoscenico di un teatro all’italiana, gremito da spettatori in silenzio, quando udii il violista, compositore e appassionato di liuteria Vladimir Mendelssohn definire il nostro “un mestiere da nobili mendicanti”.

Come ho imboccato questa via? Di certo ispirato dai miei nonni, uno violinista, l’altro falegname, a cui ho già accennato e di cui presto racconterò le avventure. Ma fu quel crocevia di destini eccentrici che è la Scuola di liuteria di Cremona a indicarmi, con incontri prodigiosi, che potevo davvero percorrere questo cammino. Uno dei miei compagni di studi, ad esempio, era Wissam Joubran,

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erede di una famiglia di costruttori, suonatori e compositori palestinesi. Oggi è un celebre costruttore di oud, che insieme ai suoi fratelli esegue il repertorio familiare nel prestigioso Trio Joubran.

La mia agenda alterna la solitudine della mia bottega vicino al lago di Santa Colomba, tra i boschi del Trentino, dove posso misurare il suono di un violoncello nell’eco di una montagna, ai palcoscenici dove metto alla prova me stesso, davanti a foreste di persone. Questo mestiere onnivoro mi porta, per sua natura, a viaggiare e a conoscere persone, lingue, culture e geografie sempre nuove. Il violoncello è il mio fedele compagno di viaggio. Mi piace chiamarlo come facevano i marinai con le proprie imbarcazioni: il mio legno. Se guardaste la cassa aperta di un violoncello, con la tavola armonica sollevata a mostrare solo il fondo e le fasce, sono certo che anche a voi verrebbe in mente la forma di una piccola nave. Forse per questo i greci chiamano il corpo dello strumento skafos, scafo. Il violoncello non è solo il mezzo con cui porto la mia musica per il mondo. È lui a trasportare me: è il pezzo di legno a cui mi aggrappo per restare a galla tra le onde dell’esistenza.

La prima domanda

Dopo quasi vent’anni che, come divulgatore, racconto la liuteria a persone di ogni età, cultura e provenienza, non ho più alcun dubbio su quale sia la curiosità più urgente da soddisfare. Che si tratti di un bambino, di un avvocato, di un pizzaiolo, di una professoressa o di uno scrittore del calibro di Erri De Luca, chiunque, appena dico di essere un liutaio, mi chiede: “Che legno usi?”.

Molti adulti anticiperanno la risposta con l’aria di chi si sente già la vittoria in tasca: “Scommetto che usi il legno della Val di Fiemme!”.

D’altra parte, io condivido la stessa curiosità. Da quando ho iniziato a cimentarmi con l’artigianato del suono, per deformazione professionale ho sviluppato un’inclinazione che tende al misticismo. Mi domando spesso da dove provengano i materiali che costituiscono gli oggetti che mi circondano, talvolta mi perdo a immaginare le vicende umane di chi ha dato loro vita. Mi guardo intorno e mi chiedo: da quale montagna sono state cavate le pietre di questo selciato? Da quali boschi sono state tagliate le assi di questo parquet? Da quali spiagge proviene la sabbia fusa nel vetro di questi bicchieri? Da quali mani? E noi, che portiamo nel cuore i nostri cari estinti, ognuno dei quali custodiva la memoria di chi lo ha preceduto, noi, matrioske di antenati sconosciuti, da chi e da dove veniamo? E così all’infinito. Non potendo sciogliere questi misteri meglio di chiunque altro, mi accingo a rispondere più in dettaglio alla prima domanda che, con tutta probabilità, era frullata per la mente anche a voi.

Ebbene dunque, per fabbricare un violino, una viola, un violoncello o un contrabbasso dovreste procurarvi:

- abete rosso delle Dolomiti (ebbene sì, proprio della foresta di Paneveggio, in Val di Fiemme, ma confesso: ce n’è di ottimo anche in Val Pusteria, che non disdegno affatto);

- acero dei Balcani;

- salice (ma non quello piangente, che io sappia), che cresce un po’ in tutta Europa e che può essere sostituito dal pioppo;

- ebano, proveniente dall’Africa.

Abete rosso

Lo conoscerete tutti sin da piccoli: anche se siete cresciuti lontano dalle montagne o in una grande città, è stato l’ospite d’onore dei vostri salotti, addobbato a festa come albero di Natale. Se veniste dalle mie parti, in Trentino, probabilmente non ne notereste neanche la presenza, circondati da distese di abeti rossi a perdita d’occhio. Sono un numero incalcolabile per abitante, nell’ordine di milioni. Questa conifera, in realtà, non è proprio un abete, bensì un peccio. La differenza tra gli abeti e i pecci sta nella disposizione degli aghi: orizzontale o a doppio pettine nei primi, tutt’intorno ai rametti nei secondi. Il suo nome scientifico, Picea abies (o Picea excelsa ), rivela un’antica connessione con la pece, una dei protagonisti di questo libro. Benché l’abete rosso sia una specie diffusa in tutta Europa, fino agli Urali, e le sue varianti abbiano colonizzato tutto l’emisfero boreale, i boschi delle Dolomiti detengono un primato assoluto: qui crescono i cosiddetti “abeti armonici”, alberi dalle caratteristiche eccezionali per la costruzione degli strumenti musicali. Se non l’aveste ancora fatto, questo è il segno per programmare un viaggio alla “Foresta dei Violini”, il bosco di abeti di risonanza del parco di Paneveggio, una riserva naturale estesa tra la Val di Fiemme e la Valle di Primiero, che culmina nel gruppo montuoso delle Pale di San Martino, monumento naturale riconosciuto patrimonio dell’umanità dall’Unesco.

Dal 2010 frequento regolarmente il parco, dove tengo lezioni-concerto. A ogni incontro esordisco raccontando che i liutai di tutto il pianeta arrivano fin lì per cercare il legno per le loro tavole armoniche. Ma dove sta il segreto? Sono le condizioni favorevolissime di terreno, esposizione climatica e altitudine a fare dell’abete rosso delle Dolomiti

Il legno grezzo per gli strumenti ad arco − violini, viole, violoncelli, contrabbassi − viene ottenuto spaccando radialmente un segmento dal centro del cilindro verticale del tronco, come si estrae uno spicchio da un’arancia. Da questo taglio, detto “radiale” o “di quarto”, si ricavano tavole con venature parallele e diritte. Le linee scure sono il frutto della lenta crescita dei fusti durante i rigori invernali, quelle chiare dell’espansione sotto il tepore del sole estivo. Secondo un manoscritto del 1786 di Giovanni Antonio Marchi, liutaio poco noto ma unico a lasciare qualcosa di scritto su quest’arte nel XVIII secolo, le vene d’inverno sono legno duro che dà resistenza strutturale, le vene d’estate sono legno tenero, che dà calore al suono. Va ricercato il legno con venature strette per la sua forza, che garantisce la durata degli strumenti.

Gli strumenti ad arco sono estremamente longevi, e la loro vita può superare sedici generazioni umane. L’abete rosso, però, è un materiale troppo tenero per sfidare in solitaria i secoli: un violino fatto solo di questo materiale sarebbe vulnerabile a crepe e abrasioni, e non durerebbe molto. Per questo il legno da cui dipende la qualità del suono costituisce solo parti selezionate ed essenziali degli strumenti ad arco: si usa per la tavola armonica − detta anche “coperchio”, perché costituisce la volta superiore della cassa − e per alcune indispensabili parti invisibili nascoste al suo interno. Se foste tra coloro che, sui treni, negli autobus o in aereo, si chiedono se il mio violoncello sia una chitarra oppure un basso − e, se qualcuno azzecca la risposta, lo correggono dicendo “È una viola!” −, non vergognatevi se vi sorgono delle domande spontanee: questo libro è per voi. Riconoscerete la tavola al primo

15 una materia prima straordinaria, che conferisce agli strumenti caratteristiche acustiche uniche grazie a un perfetto connubio di leggerezza e robustezza.

sguardo, grazie ai caratteristici fori armonici, detti “effe”, tra cui sono tese le corde.

Vaia, Buzzati e il Vento Matteo

Fu in occasione del Natale 2017 che il signor Jakobs, desideroso di stupire con un regalo originale e irripetibile, pagò un istituto della Libera Università di Berlino perché attribuisse al successivo evento meteorologico di rilievo il nome di sua sorella Vaia, manager di una multinazionale di materassi. Era la notte del mio compleanno, alla fine dell’ottobre del 2018, quando una raffica di vento di potenza inaudita si abbatté sulle Alpi centro-orientali, sparpagliando le foreste di abeti come stecchini del gioco dello Shanghai. Quando tornai a Paneveggio dopo la bufera, lo spettacolo era desolante: sembrava uno scenario postbellico, e la furia devastatrice non aveva risparmiato nemmeno la Foresta dei Violini. Sette anni dopo quella catastrofe, i pendii delle montagne alternano ancora radure puntellate di ceppi a lembi del fitto verde cupo che a memoria d’uomo, almeno dopo la fine della Prima guerra mondiale, le aveva sempre ricoperte. Sulle scarpate si stagliano cimiteri di piante rinsecchite, color ruggine: sono gli scheletri degli alberi andati in pasto a colonie di un piccolo insetto, chiamato bostrico tipografo. La foresta, curata come un giardino per generazioni, era considerata un esempio di come la nostra specie

possa lavorare in armonia con la natura, facendo prosperare la propria attività in modo sostenibile, selezionando gli alberi da abbattere con premura e rispetto, per arricchirsi senza chiedere un tributo alle selve e al paesaggio.

L’anonima tempesta, non ancora sopita, già era stata battezzata: Vaia. Le testate giornalistiche avevano battuto in velocità il turbine. Eppure io avanzo un’ipotesi alternativa riguardo alla sua vera identità. Se avete letto Il segreto del Bosco Vecchio, il secondo romanzo dello scrittore e pittore Dino Buzzati, trapiantato a Milano dalle Dolomiti bellunesi, conoscerete la storia di un vento terribile, fortissimo e prepotente, che era stato rinchiuso in una caverna dai geni del bosco, perché con il suo soffio aveva sradicato gli abeti secolari di cui erano custodi. Questa figura arcana, maestosa e mitologica si chiamava Vento Matteo. Buzzati racconta che i suoi alleati erano le larve che si cibavano dei tronchi.

Chi avrà liberato stavolta Matteo? Mosso da quali foschi interessi?

Osservando Venezia dalla Laguna in certe giornate serene, per un particolare fenomeno ottico detto “stravedamento”, sembra che la città sorga ai piedi delle Dolomiti. Questo inganno visivo, un trompe l’œil naturale degno delle quinte

Dalle Dolomiti alla Serenissima

di un teatro, è anche il riverbero di una storia vera, che ha radici profonde almeno quanto le palafitte di legno che, cresciute sulle Alpi, ora sorreggono la perla lagunare. Grazie ai boschi di Paneveggio, la Val di Fiemme intrattenne infatti rapporti privilegiati con la Repubblica di Venezia che, in cambio delle sue conifere, la fregiò del titolo di Magnifica Comunità. I tronchi tagliati nella foresta venivano trasportati fino alla Serenissima per fluitazione, ossia lungo le vie d’acqua. Dal Travignolo, un ruscello smeraldino che guizza accanto al centro visitatori del parco, i fusti di abete, sospinti dai colpi di arpione dei boscaioli, fluivano nell’Avisio, che scolpisce con le sue acque la Val di Fiemme e la Val di Cembra, fino a raggiungere e battezzare con il proprio nome il comune di Lavis. Da quel punto la foresta voltava le spalle per sempre alle proprie radici, si affidava ai flutti dell’Adige raggiungendo infine la pianura, fino alla sua foce salmastra nel Mar Adriatico, in territorio veneziano. Se i tronchi venivano tagliati sul versante orientale dell’odierno parco, in Val di Primiero, scivolavano invece di torrente in torrente, dal Vanoi al Cismon, e di lì al fiume Brenta. Fu così che approdarono in laguna i pali che sostengono i palazzi lungo il Canal Grande, ma anche le tavole armoniche degli strumenti suonati da Antonio Vivaldi e dalla sua orchestra di orfanelle, nonché i legnami pregiati che i mercanti di Venezia commerciavano in terra lombarda, risalendo il corso del Po fino al porto fluviale di Cremona, capitale della liuteria.

Una fumosa storia famigliare mi lega alla Val di Fiemme. Si racconta che il bisnonno di mia moglie avesse sposato la figlia della più ricca famiglia della Magnifica Comunità, la cui immensa fortuna era legata al possesso delle maggiori segherie della valle, azionate a Tesero, dove ancora oggi si producono tavole armoniche ricercate in tutto il mondo. Questo antenato, che generò una famiglia dotata di talento

Acero, marezzature e remi turchi

Mentre la tavola armonica è fatta di abete rosso, il fondo, le fasce e il manico degli strumenti ad arco sono quasi sempre in acero. Tra le varietà più celebri di questa pianta

19 musicale e di spiccata simpatia, aveva però un pessimo fiuto per gli affari, e mandò in fumo il patrimonio della consorte. Investì parte del suo capitale in cristalli di Boemia, ma il treno che li trasportava verso le terre meridionali dell’Impero deragliò, mandando in frantumi, insieme al suo fragile carico, anche i suoi sogni di fortuna. Con i soldi rimasti costruì una segheria a Predazzo, nel suo paese natale, che fu incendiata dai boscaioli di Tesero che temevano la concorrenza. Doveva essere una comunità davvero magnifica e calorosa! D’altronde nel Seicento la Val di Fiemme era celebre per i roghi di streghe, e i suoi abitanti avevano una certa dimestichezza con le fiamme. Fu così che la famiglia Trettel caricò su un carro la miseria che gli era rimasta e acquistò un vecchio mulino sulla collina di Trento, accanto al rio Cernidor. Pare che la bisnonna abbia tenuto il muso al marito per tutta la vita. Durante le feste, nella nuova dimora, le capitava di lasciarsi andare a canti e danze con i famigliari, ma appena il malcapitato la vedeva, lei tornava a indossare la sua maschera di mestizia, per fargli pagare fino all’ultimo centesimo il suo maldestino. In quella casa oggi abitiamo anche mia moglie e io, con i nostri bimbi. Accanto a quel minuscolo ruscello, che scorre speranzoso verso il mare, e che un tempo muoveva le pale di una macina il cui ricordo gira ancora, le discendenti di Andrea Trettel e di sua moglie Maria Dellagiacoma, ormai nonne, continuano a raccontare queste storie ai loro figli e ai pronipoti.

si annoverano gli aceri giapponesi, che tinteggiano i giardini autunnali con il loro fogliame variopinto. L’acero è conosciuto dalla maggior parte delle persone per via dello sciroppo e per la foglia che campeggia nel mezzo della bandiera del Canada: evocare questi cliché è solo un perfetto gancio per introdurre la bellissima storia della mia amica Mira, che dopo la Scuola di liuteria di Cremona andò a studiare in un atelier di Montréal e trascorse un anno a costruire violini immersa nella natura selvaggia, in una foresta di aceri. Poi rincontrò il suo primo amore, liutaio anche lui; insieme ebbero due bambini e aprirono una bottega dall’altra parte dell’Atlantico, a Berlino. I loro strumenti realizzati a quattro mani sono stati premiati con medaglie d’oro in tutto il mondo. I miei amici possiedono una naturale affinità per il legno che sembra iscritta già nel loro albero genealogico: il cognome di Mira, Gruszow, rimanda infatti a un albero di pere, mentre quello di suo marito Gideon, Baumblatt, significa “foglia d’albero”. Nonostante questa premessa romantica, l’acero dei loro violoncelli non proviene però dal Québec ma, come da tradizione, dall’altra sponda dell’Adriatico, dai territori al confine tra le colonie venete e l’Impero ottomano, contrafforte, irrinunciabile antagonista e partner mercantile della città lagunare. L’acero più pregiato viene oggi dai Paesi dell’ex Jugoslavia − Croazia, Bosnia-Erzegovina, Serbia, Montenegro −, ma anche dalla Romania e dai Carpazi. Una pittoresca leggenda che lessi da ragazzo sosteneva che l’acero dei fondi dei violini del Sei-Settecento provenisse dalle pale di remi difettosi, venduti dai turchi alle flotte di San Marco con l’intento di sabotare le galee nemiche.

Che cosa rende così unico l’acero dei Balcani? Non le doti elastiche e di propagazione sonora, comuni anche agli aceri montani italiani, che basterebbero comunque a farne un materiale di prim’ordine, ma una caratteristica miste-

riosa la cui origine resta ignota e che lo rende esteticamente attraente. Si tratta della marezzatura, una decorazione naturale cangiante, che crea un effetto ottico tridimensionale simile alle striature del dorso di una tigre o, come suggerisce il nome, alle onde del mare. Ogni pezzo di acero è unico, e così ogni marezzatura: larga, stretta, profonda, increspata, simile al pelago in tempesta o a un cielo nuvoloso. La bellezza di un pezzo di acero può letteralmente far innamorare il liutaio, che al primo sguardo già immagina vibrare, anche oltre la fine della propria vita, la voce dello strumento che ne ricaverà. La sua fantasia si proietta in avanti, specchiandosi nei riflessi e nei raggi midollari di quell’asse, che dovrà far stagionare alcuni anni prima dell’utilizzo e che, grezza, potrebbe costargli l’equivalente di un mese di affitto, di uno smartphone o di un’agognata vacanza.

Oggi un liutaio può ordinare a casa un fondo di acero via Internet, potendo consultare fotografie in alta risoluzione e conoscere i dettagli di peso specifico e stagionatura. Nei secoli passati, l’unica rete disponibile era quella fluviale, infestata di zanzare, e Venezia, signora a un tempo delle Dolomiti e dei Balcani, era lo snodo commerciale che, dopo aver selezionato l’eccellenza per le proprie botteghe, smerciava i legni pregiati ai maestri liutai di Brescia e di Cremona.

L’ebano è un legno della poesia. L’Otello dei nostri materiali proviene dall’Africa, ed è meravigliosamente nero. Nella cruenta versione originale dell’omonima fiaba, i fratelli Grimm scrivevano che Schneewittchen, ossia Biancaneve, aveva capelli color dell’ebano. In realtà, il tronco da cui si ricava questo materiale è nero solo nella parte centrale, detta “durame”, mentre la parte più esterna è giallastra. A differenza della maggior parte dei legnami, l’ebano ha un peso specifico altissimo, tanto da non galleggiare sull’acqua. Lucidato, emana la brillantezza di una pietra preziosa. A questa sua nobiltà si deve il nome della disciplina che trasforma le essenze di legno più pregiate in mobili e oggetti raffinati: l’ebanisteria. È così resistente da sopportare a ogni usura, ed è per questo che viene utilizzato per la tastiera, la parte di uno strumento più soggetta a pressioni e sfregamenti. Immaginate quante volte un musicista preme, scivola e fa vibrare i propri polpastrelli sulle corde. Immaginate il sudore, leggermente acido, che unisce nel fremito dell’emozione un bambino al suo primo saggio di musica e un grande solista canuto che deve dimostrare ancora una volta la propria infallibilità di fronte a migliaia di persone sotto le luci della ribalta. Se al posto di un pezzo di ebano ci fosse un legno tenerissimo come, volendo esagerare, la balsa, dopo una sola scala sarebbe impossibile intonare una melodia. La tastiera sarebbe costellata di buche, come un sentiero sterrato dopo un acquazzone o come una strada asfaltata della periferia di Roma. Al tempo di Johann Sebastian Bach, l’ebano era un materiale così raro e costoso che se ne utilizzava solo una fetta sottile, ricavata con un colpo di pialla magistrale − detta “piallaccio” dagli addetti ai lavori − e incollata su una tastiera di legno tenero. Oggi

una tastiera di violoncello grezza in ebano costa suppergiù come una notte in un albergo cinque stelle. Anche i piroli utilizzati per l’accordatura e la cordiera tradizionalmente sono di ebano, nonostante esistano molte alternative possibili.

Salice

Anche il salice è un legno della poesia. Il più triste canto della tradizione inglese, intonato da Desdemona nell’Otello shakespeariano, recita: “Sing willow, willow, willow, willow!”. Il salice utilizzato dai liutai non è però quello piangente, ma quello più comune, il salice bianco, che cresce lungo i torrenti e inganna alla vista con le sue piccole foglie argentine, lanceolate, bianche da un lato e verdi dall’altro, così da ricordare lo splendore degli uliveti nel vento. La forza del salice è la sua tenerezza: è leggero ed elastico, perfetto per le piccole parti strutturali racchiuse all’interno della cassa (controfasce e zocchetti), fondamentali per la tenuta e resistenza degli strumenti ad arco. Il salice è un legno squisito: se questo libro fosse un ricettario per tarli, questo capitolo parlerebbe di una pietanza prelibata. Una valida alternativa al salice è il pioppo, il legno che avete tra le mani sfogliando queste pagine. Il salice però ha un bellissimo colore rosso ramato, e quando, per misteriose circostanze, il legno si presenta marezzato, può rivaleggiare con il più meraviglioso degli aceri. Con il salice si possono fabbricare anche i fondi e le fasce dei violoncelli: lo hanno fatto grandi liutai come Antonio Stradivari e Francesco Ruggeri. Il suono conferito da questo materiale non è potente come quello dell’acero, ma possiede una rotondità e un calore di indubbio

fascino, evidenti già subito dopo aver montato le corde sullo strumento, che richiamano all’orecchio la nobiltà delle caratteristiche acustiche sviluppate da un violoncello dopo essere stato suonato per secoli. È la bellezza dell’intimità, di chi sa convincere senza bisogno di alzare la voce, anzi, sussurrando. Il secondo violoncello che fabbricai, a ventiquattro anni, in una bottega di Praga, era fatto di quel legno, e cambiò il corso della mia sorte.

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